L’ALTRO DI IERI Il mio Altro di ieri (un mio personita prossimo?) aveva concluso: “Traduco domani, oggi non ho più tempo. Dove vai, al mare? No, oggi nuvolo. E dove, allora? Lontano da te. Ti seguirò come un’ombra. Sì, ma smetti di parlare. Appena finisci di scrivere e pubblicare il testo elaborato oggi. D’accordo.” Non era uno a parlare, erano due, diciamo che era un duetto, ecco. Ma che cosa doveva tradurre il mio personita di ieri? – Diciamo che esistono infinite sfumature del personita nella scansione temporale dell’esistenza della persona. E sono infinite in un’esistenza finita, perché il loro “infinito” non possiamo discernere (Leibnitz, gli “indiscernibili”) se sia un infinito discreto o discontinuo. Per calcolare questo infinito, dobbiamo spiegare la matematica di Cantor, ma un’altra volta. Promesso? Sì, promesso. Ciao persona, io sono il personita di un attimo fa che se ne va e si dissolve nel discreto continuo dell’infinito lineare della tua esistenza. No, tu non sei il personita di un attimo fa, tu sei un’altra cosa. Che cosa? Non si può dire, perché nel blog c’è la censura. Si vuole limitare la mia libertà di espressione artistica? Sì, quindi diventa un personita e vatti a dissolvere in uno degli invisibili, e quindi infiniti punti della linea continua della mia esistenza. ma poi parliamo di Cantor. Promesso? Di nuovo? Ora, basta. fine del teatrino introduttivo e traduciamo Rank con il traduttore automatico: una traduzione perfetta e sospetta. Perché? Perché ha tradotto AI con Intelligenza Artificiale. E allora? Chi gliel’ha detto? L’algoritmo. Ah, ecco! Comunque, per chi non lo sapesse, cioè lui, un tal certo lettore di nostra conoscenza, ovvero quel personita che adesso tace, AI è l’acronimo di Artificial Intelligence. Bravo! Chi ha parlato? AB. Come? L’algoritmo del Blogger. Ah! Comunque, smettiamo di divertirci con i personiti, gli algoritmi e l’IA o AI, e andiamo avanti. Ecco.
OTTO RANK “Otto Rank, uno dei primi discepoli più vicini a Sigmund Freud, fu un pioniere dello studio psicoanalitico del Doppelgänger (doppio) nella sua opera fondamentale del 1914, "Der Doppelgänger" (Il Doppio). Egli considerava il doppio non semplicemente un mito soprannaturale, ma un profondo meccanismo psicologico che proteggeva l'Io dalla paura della morte e affermava il desiderio di immortalità. La teoria centrale: Narcisismo: Rank sosteneva che il doppio ha origine come espressione del narcisismo primario. È una proiezione dell'amor proprio dell'Io, che serve a preservare il sé dalla distruzione. La paura della morte: Man mano che un individuo matura, il doppio passa dall'essere un simbolo di vita eterna (ad esempio, un angelo custode o un'anima) a un presagio di morte. Diventa un'entità inquietante e persecutoria perché ricorda all'Io la sua mortalità. L'Alter Ego: Il fenomeno si manifesta tipicamente quando una persona è profondamente in conflitto con la propria coscienza, identità o desideri. Il doppio agisce come un sé alternativo che incarna impulsi repressi o l'"io" ideale che il soggetto non riesce a integrare completamente.Influenze ed esempi chiave"Lo studente di Praga": lo studio di Rank è stato profondamente ispirato da questo film espressionista tedesco del 1913, in cui un protagonista vende il suo riflesso (il suo doppio) a uno stregone, con conseguenze fatali.Archetipi letterari: ha analizzato il doppio nella letteratura europea, notando temi ricorrenti nelle opere di Goethe, E.T.A. Hoffmann, Fëdor Dostoevskij e Oscar Wilde.L'evoluzione di RankIl lavoro di Rank sul doppio ha gettato le basi per la sua successiva rottura con Freud. Mentre Freud si concentrava molto sul trauma sessuale represso, Rank in seguito ha ampliato la sua attenzione al "trauma della nascita": l'idea che il dolore e la separazione sperimentati alla nascita siano la radice ultima dell'ansia umana e del nostro desiderio psicologico di essere di nuovo integri (un tema direttamente legato al doppio).Per approfondire l'originale analisi psicologica di Rank sull'arte, il mito e l'identità umana, è possibile leggere il testo storico disponibile tramite il Biblioteca digitale di Internet Archive. Intelligenza artificiale.
AI Overview ("Riepilogo con IA" o "Panoramica generata dall'IA") Otto Rank (nato Otto Rosenfeld a Vienna nel 1884 e morto a New York nel 1939) è stato un filosofo e psicoanalista austriaco. Considerato il "bambino prodigio" della cerchia di Freud, fu il primo psicoanalista non medico. È celebre per la teoria del "trauma della nascita" e per aver unito la psicoanalisi all'arte e al mito. Nascita: 22 aprile 1884, Vienna (Austria). Morte: 31 ottobre 1939, New York (USA). Psicoanalista, filosofo e scrittore. Maestro: Sigmund Freud. Gli inizi: Appassionato autodidatta di filosofia e letteratura, nel 1905 conobbe Alfred Adler che lo presentò a Sigmund Freud. Freud ne fu tanto colpito da finanziargli gli studi universitari. Centro Studi di Psicologia e Letteratura. Il primo non-medico: Si laureò in filosofia nel 1912. Divenne il primo psicoanalista a esercitare senza una laurea in medicina e senza essere stato sottoposto a sua volta ad analisi. Collaborazione con Freud: Divenne segretario della Società Psicoanalitica di Vienna e redattore dei verbali. Insieme a Hanns Sachs, fondò nel 1912 la rivista di psicoanalisi applicata Imago. Fece anche parte del ristretto "Comitato segreto" a difesa dell'ortodossia freudiana. La rottura: Nel 1924 pubblicò Il trauma della nascita, la sua opera più rivoluzionaria. Il libro provocò forti dissensi con Freud, portando Rank a distaccarsi dal movimento ortodosso e a trasferirsi negli Stati Uniti nel 1930. Contributi Principali Il Trauma della Nascita: Sosteneva che l'evento della nascita costituisce la prima fonte primaria di angoscia per l'essere umano. Tutti i successivi sintomi nevrotici sarebbero tentativi inconsci di superare o rimediare a questo primo shock primordiale. Psicoanalisi dell'Arte e del Mito: Fu un pioniere nell'applicare la psicanalisi alla creatività. Analizzò come i miti (es. il tema del "doppio" e dell'eroe) riflettano le tappe evolutive della psiche. Precursore della Psicologia Umanistica: Nelle ultime opere sviluppò un approccio terapeutico più breve e orientato al presente, focalizzato sulla volontà attiva del paziente, anticipando di fatto le moderne psicologie umanistiche e transpersonali. Puoi approfondire la sua vita, le sue opere e il suo impatto storico sulla psicologia consultando la sua pagina su Wikipedia o tramite l'articolo di approfondimento del Centro Studi di Psicoanalisi dedicato al suo celebre studio sul doppio.” Grazie, IA. abbiamo già approfondito troppo. Ora dobbiamo passare a Borges. Vai, allora!
BORGES, L’ALTRO. Il mio personita di allora, se ne occupò oltre vent’anni fa: post del 24 aprile 2024, “Psicagogia”, “Seminari” – “TERZA CONFERENZA (26 ottobre 2015)” Prof. Lavagna: - Nello “Zahir”, un racconto di Jorge Luis Borges, il narratore afferma di essere il protagonista della storia narrata. All’inizio, rievocando i fatti accaduti, commenta: “Ancora, seppure parzialmente, sono Borges.” Dr. Giovane: - Nelle storie di finzione, anche i personaggi storici o gli autori stessi perdono la loro identità “vera”, per acquistare quella di “finzione”. In un racconto di fantasia, bisogna distinguere la figura dell’autore, quello che firma l’opera, da quella del narratore o voce narrante e da quella del protagonista o personaggio della storia raccontata. In “Nuova confutazione del tempo”, uno scritto contenente una serie di riflessioni di carattere filosofico, l’autore così conclude: “Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.” Possiamo dire che egli sia come narratore che come pensatore vuole come essere compreso nel flusso delle sue fantasie o dei suoi pensieri. Non una trascendenza, ma un’immanenza con i prodotti del suo spirito. Prof. Imma: - Un paralogismo per Kant, teso a confutare la psicologia razionale del Wolff, che dogmaticamente affermava l’esistenza dell’anima. Dr. Giovane: Un problema filosofico, certo, quello che nella letteratura è conosciuto come il tema del “doppio”. Sig.ra Marcellini: In Dostoevskij, la scissione è affrontata nel romanzo: “Il sosia”. Dr. Giovane:- Lei ha usato un termine molto appropriato: “scissione”, quella divisione della mente e quindi della personalità, che la psichiatria definisce “schizofrenia”. Nello “Zarathustra” di Nietzsche, leggiamo quest’affermazione: “Da wurde eins zu zwei und Zarathustra ging am mir vorbei.” Possiamo così tradurla: “Ecco l’Uno divenne Due e Zarathustra mi venne incontro.” Così commenta Jung: “Zarathustra per lui [Nietzsche] era sempre qualcosa di più di una metafora, di una figura retorica; era una figura più o meno reale.” Il problema non è tanto avere coscienza di noi stessi, ma è avvertire la presenza dell’altro nostro io come la presenza reale di un altro noi stessi. È come avere un’esperienza vivente e visionaria, tipo quella di Nietzsche con Zarathustra. Prof. Lavagna: - Sul tema del doppio in letteratura, volevo ricordare lo schizzo tracciato da Borges nel suo racconto: “Borges ed io”. Dr. Giovane: - È un colloquio dell’autore con sé stesso non più camuffato nello schema narrativo, ma un confronto vis-à-vis. Un mio antico professore di liceo, scusatemi se introduco questo ricordo personale, diceva che ogni autore, anche quando scrive di altri, è sempre autobiografico. E il sorrisetto malizioso con cui sottolineava questa affermazione stava a significare che di essa, prima ancora che una spiegazione logica, si aveva contezza attraverso un’intuizione. Prof. Lavagna: - “Madame Bovary c’est moi”.
Dr. Giovane: - Esattamente. Prof. Lavagna: - Nel suo ritrattino sui due Borges, lo scrittore argentino così conclude: “Non so chi dei due scriva questa pagina.” Dr. Giovane: - Il giudizio finale così formulato è molto interessante su quello che è un meccanismo narrativo ineludibile, un giogo imposto dalla scrittura. Distinguendosi dai suoi due personaggi, che riflettono lo sdoppiamento della sua identità, il narratore è costretto ad assumere il ruolo di “terzo”, un gioco di specchi che potrebbe proseguire all’infinito. Un infinito parlare di sé direi nelle proprie narrazioni, che sembra riconfermare quanto diceva il mio professore di letteratura italiana sull’elemento autobiografico del racconto. Non vi pare? Eppure egli, Borges, così scrive del Borges scrittore: “Mi riconosco meno nei suoi libri che in molti altri o nell’elaborato arpeggio di una chitarra.” Si ritrova più in altre narrazioni che non le sue, o anche in altre espressioni artistiche, come può essere quella musicale. Prof. Lavagna: - Nelle pagine di Borges si avverte sempre l’eco delle note del tango e della milonga, la musica argentina, il “fervore di Buenos Aires”. Dr. Giovane: - È lo sfondo del suo essere “Borges”, dal quale non può evadere, una fuga dal suo sé impossibile, di cui è consapevole: “Anni addietro cercai di disfarmi di lui e passai dalle mitologie dei sobborghi ai giuochi col tempo e con l’infinito, ma codesti giuochi ormai sono di Borges e dovrò ideare altre cose. Così la mia vita è una fuga.” È una fuga che si perde nell’oblio o in quell’altro Borges, il narratore di sé stesso e della sua Buenos Aires, la sua Argentina. Prof. Lavagna: Borges, un grande poeta e scrittore, un genio della letteratura. Peccato che non gli sia mai stato assegnato il Nobel. Dr. Giovane: - Nella letteratura è la vita, ma la letteratura è nella vita, non soltanto interiore, ma soprattutto in quella sociale e politica. Quando era stato deciso di assegnargli il Nobel, raccomandarono a Borges di non partire per il Cile, dove era stato invitato a pranzo da Pinochet, ma lui non volle rinunciare al viaggio e all’invito del dittatore e perse il prestigioso premio. Ma adesso ritorniamo a Silvio e alla mia domanda sul perché in questi “Seminari” egli si nomini come “Silvio”. Avrebbe potuto nominarsi come “Minieri”, ma non l’ha fatto. Perché? Signori, avrete tutto il tempo per poter riflettere su quest’interrogativo, a cui risponderemo nella prossima Conferenza.
QUINTA CONFERENZA (30 novembre 2015) Prof. Lavagna: - In uno dei racconti del “Libro di sabbia” di Borges, “L’altro”, l’autore si presenta con le proprie generalità. Dr. Giovane: - È invitabile, le nostre riflessioni sull’uso dei nomi attribuiti dagli autori ai loro personaggi ci riportano a quanto già detto nella terza conferenza ed io concordo con il professor Lavagna, con cui ci siamo scambiati qualche opinione nel venire qui, e l’argomento merita un migliore approfondimento. Prof. Lavagna: - Il narratore rievoca un episodio accadutogli a Cambridge, a nord di Boston, tre anni prima, nel 1969. Era seduto su una panchina e guardava scorrere le lastre di ghiaccio sull’acqua grigia del fiume Charles. Il fiume lo porta a pensare al fluire eracliteo del tempo. All’altra estremità della panchina è seduto un giovane che fischietta il motivo di una vecchia canzone argentina. Interpellato, il giovane dichiara di essere argentino, ma di abitare a Ginevra dal 1914: “Gli domandai: “Al numero diciassette di Malagnou, di fronte alla chiesa russa?” Mi rispose di sì. “In tal caso” gli dissi risolutamente, “lei si chiama Jorge Luis Borges. Anch’io sono Jorge Luis Borges. Siamo nel 1969, nella città di Cambridge.” L’altro gli risponde con la sua stessa voce un po’ lontana di stare a Ginevra a pochi passi dal Rodano, poi osserva che si assomigliano, ma: “lei è molto più anziano e ha la testa grigia.” Il narratore dice che forse ognuno sta sognando l’altro, e all’interrogativo posto dal giovane se il sogno continuasse, replica: “Il mio sogno è durato già settant’anni. In fin dei conti, ricordandosi, non c’è persona che non s’incontri con sé stessa.” Dr. Giovane: - Il racconto è molto suggestivo e rientra proprio nell’atmosfera poetica di sogno, che è lo stile delle composizioni non solo liriche di Borges. La poesia narrativa suscita immagini, su cui possiamo come critici esprimere poi un giudizio discorsivo. Borges pone sempre dei prologhi alle sue raccolte di poesie o racconti. Nel caso del “Libro di sabbia” fa un’eccezione e commenta le opere della raccolta con un epilogo. Ecco che cosa dice a proposito del suo “L’altro”: “Il racconto iniziale riprende il vecchio tema del sosia, che mosse tante volte la sempre fortunata penna di Stevenson. In Inghilterra il suo nome è fetch o, in stile più libresco, wraith of the living; in Germania, Doppelgaenger. Direi che uno dei suoi primi appellativi è stato quello di alter ego.” Quindi fa un’affermazione importante, che poi illustreremo: “Questa apparizione spettrale sarà nata dagli specchi del metallo o dell’acqua, o semplicemente dalla memoria, che fa di ciascuno spettatore e attore.” Infine conclude: “Varrà la pena confessare che concepii la storia in riva al fiume Charles, nel New England, la cui fredda corrente mi ricordò il lontano corso del Rodano?”
Gen. Norman: Una battuta. Non è certo necessario ricordare che lo Stevenson richiamato da Borges è lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, autore del celebre romanzo: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Dr. Giovane: Quella del nostro anglista, il generale Norman, non è solo una battuta, ma un’osservazione estremamente opportuna, che sposta l’accento della nostra conversazione sull’altro versante della nostra personalità, quello in ombra. In soggetti dalla psiche particolarmente debole, la bipolarità della mente è un disturbo morboso, a cui la psichiatria ha dato il nome di schizofrenia, letteralmente scissione della mente. In questo campo, il dottor Jung, che doveva curare questi malati di mente, nei suoi studi, si ritrovò a doversi interrogare sul tema dell’esistenza degli spiriti. Nel suo saggio del 1920, “Fondamenti psicologici della credenza negli spiriti”, dopo aver parlato della psicogenesi degli spiriti dei defunti, così conclude: “Vi sono notizie molto diffuse su questi fenomeni post-mortali aventi l’aspetto di fantasmi o di infestazioni. Queste notizie si basano perlopiù su fatti psichici che non possono essere ignorati.” Sulla generazione psichica (psicogenesi) degli spiriti, Borges, in riferimento al suo di spirito, parla di apparizioni spettrali sorte dagli specchi di metallo o dell’acqua o semplicemente dalla memoria. Sta parlando di immagini, ma le immagini sono reali o fantastiche. La lingua francese distingue tra “fantômes” e “fantasmes”, che in italiano potremmo tradurre con “fantasmi” e “fantasie”, se vogliamo dare o meno un’anima a queste parvenze, dove “anima” significa “vita”. Questa dei fantasmi o spiriti è un po’ il “teatro”, in cui noi ci troviamo a recitare la nostra parte, in questi Seminari. Non vi pare? Prof.ssa Santorelli: - Lo scenario paradossale in cui noi ci muoviamo è quello stesso sfondo in cui si muovono i personaggi di alcune commedie di Pirandello, il teatro nel teatro, come è stato definito.” Il lavoro del mio estinto personita, nei suoi azzurri (?) anni giovanili, è stato eccellente, e se vuoi, vatti a leggere l’intero post del 24 aprile 2024, Psicagogia, Seminari. No, vacci tu. Ehi! Ma che maleducato! Lasciamo perdere. Faccio notare che le date delle Conferenze dei Seminari non sono false. E come sono? Finte. E qual è la differenza? Un’altra volta, se non sbaglio, è stato il tema di un festival della filosofia di anni fa. Controlliamo con la IA. No. Perché? Se vuoi controlla tu, ma non fare il copia e incolla, perché debbo concludere il post di oggi, ricordando il poema di Borges: El otro, el mismo. L’Altro, lo Stesso. Leggerò i versi delle oltre 60 liriche, che mi ispireranno: “L’Altro giardino”. L’altro giardino è il mio, dove la tua ombra increata da luce meridiana vaga svanisce nella linea dei tracciati spazi limiti dei prati … non guaristi, l’immediato … (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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L’ALTRO DI IERI
Il mio Altro di ieri (un mio personita prossimo?) aveva concluso: “Traduco domani, oggi non ho più tempo. Dove vai, al mare? No, oggi nuvolo. E dove, allora? Lontano da te. Ti seguirò come un’ombra. Sì, ma smetti di parlare. Appena finisci di scrivere e pubblicare il testo elaborato oggi. D’accordo.”
Non era uno a parlare, erano due, diciamo che era un duetto, ecco. Ma che cosa doveva tradurre il mio personita di ieri? – Diciamo che esistono infinite sfumature del personita nella scansione temporale dell’esistenza della persona. E sono infinite in un’esistenza finita, perché il loro “infinito” non possiamo discernere (Leibnitz, gli “indiscernibili”) se sia un infinito discreto o discontinuo. Per calcolare questo infinito, dobbiamo spiegare la matematica di Cantor, ma un’altra volta. Promesso? Sì, promesso. Ciao persona, io sono il personita di un attimo fa che se ne va e si dissolve nel discreto continuo dell’infinito lineare della tua esistenza. No, tu non sei il personita di un attimo fa, tu sei un’altra cosa. Che cosa? Non si può dire, perché nel blog c’è la censura. Si vuole limitare la mia libertà di espressione artistica? Sì, quindi diventa un personita e vatti a dissolvere in uno degli invisibili, e quindi infiniti punti della linea continua della mia esistenza. ma poi parliamo di Cantor. Promesso? Di nuovo? Ora, basta. fine del teatrino introduttivo e traduciamo Rank con il traduttore automatico: una traduzione perfetta e sospetta. Perché? Perché ha tradotto AI con Intelligenza Artificiale. E allora? Chi gliel’ha detto? L’algoritmo. Ah, ecco! Comunque, per chi non lo sapesse, cioè lui, un tal certo lettore di nostra conoscenza, ovvero quel personita che adesso tace, AI è l’acronimo di Artificial Intelligence. Bravo! Chi ha parlato? AB. Come? L’algoritmo del Blogger. Ah! Comunque, smettiamo di divertirci con i personiti, gli algoritmi e l’IA o AI, e andiamo avanti. Ecco.
OTTO RANK
“Otto Rank, uno dei primi discepoli più vicini a Sigmund Freud, fu un pioniere dello studio psicoanalitico del Doppelgänger (doppio) nella sua opera fondamentale del 1914, "Der Doppelgänger" (Il Doppio). Egli considerava il doppio non semplicemente un mito soprannaturale, ma un profondo meccanismo psicologico che proteggeva l'Io dalla paura della morte e affermava il desiderio di immortalità. La teoria centrale: Narcisismo: Rank sosteneva che il doppio ha origine come espressione del narcisismo primario. È una proiezione dell'amor proprio dell'Io, che serve a preservare il sé dalla distruzione. La paura della morte: Man mano che un individuo matura, il doppio passa dall'essere un simbolo di vita eterna (ad esempio, un angelo custode o un'anima) a un presagio di morte. Diventa un'entità inquietante e persecutoria perché ricorda all'Io la sua mortalità. L'Alter Ego: Il fenomeno si manifesta tipicamente quando una persona è profondamente in conflitto con la propria coscienza, identità o desideri. Il doppio agisce come un sé alternativo che incarna impulsi repressi o l'"io" ideale che il soggetto non riesce a integrare completamente.Influenze ed esempi chiave"Lo studente di Praga": lo studio di Rank è stato profondamente ispirato da questo film espressionista tedesco del 1913, in cui un protagonista vende il suo riflesso (il suo doppio) a uno stregone, con conseguenze fatali.Archetipi letterari: ha analizzato il doppio nella letteratura europea, notando temi ricorrenti nelle opere di Goethe, E.T.A. Hoffmann, Fëdor Dostoevskij e Oscar Wilde.L'evoluzione di RankIl lavoro di Rank sul doppio ha gettato le basi per la sua successiva rottura con Freud. Mentre Freud si concentrava molto sul trauma sessuale represso, Rank in seguito ha ampliato la sua attenzione al "trauma della nascita": l'idea che il dolore e la separazione sperimentati alla nascita siano la radice ultima dell'ansia umana e del nostro desiderio psicologico di essere di nuovo integri (un tema direttamente legato al doppio).Per approfondire l'originale analisi psicologica di Rank sull'arte, il mito e l'identità umana, è possibile leggere il testo storico disponibile tramite il Biblioteca digitale di Internet Archive. Intelligenza artificiale.
AI Overview ("Riepilogo con IA" o "Panoramica generata dall'IA")
Otto Rank (nato Otto Rosenfeld a Vienna nel 1884 e morto a New York nel 1939) è stato un filosofo e psicoanalista austriaco. Considerato il "bambino prodigio" della cerchia di Freud, fu il primo psicoanalista non medico. È celebre per la teoria del "trauma della nascita" e per aver unito la psicoanalisi all'arte e al mito. Nascita: 22 aprile 1884, Vienna (Austria). Morte: 31 ottobre 1939, New York (USA). Psicoanalista, filosofo e scrittore. Maestro: Sigmund Freud.
Gli inizi: Appassionato autodidatta di filosofia e letteratura, nel 1905 conobbe Alfred Adler che lo presentò a Sigmund Freud. Freud ne fu tanto colpito da finanziargli gli studi universitari. Centro Studi di Psicologia e Letteratura. Il primo non-medico: Si laureò in filosofia nel 1912. Divenne il primo psicoanalista a esercitare senza una laurea in medicina e senza essere stato sottoposto a sua volta ad analisi. Collaborazione con Freud: Divenne segretario della Società Psicoanalitica di Vienna e redattore dei verbali. Insieme a Hanns Sachs, fondò nel 1912 la rivista di psicoanalisi applicata Imago. Fece anche parte del ristretto "Comitato segreto" a difesa dell'ortodossia freudiana. La rottura: Nel 1924 pubblicò Il trauma della nascita, la sua opera più rivoluzionaria. Il libro provocò forti dissensi con Freud, portando Rank a distaccarsi dal movimento ortodosso e a trasferirsi negli Stati Uniti nel 1930. Contributi Principali Il Trauma della Nascita: Sosteneva che l'evento della nascita costituisce la prima fonte primaria di angoscia per l'essere umano. Tutti i successivi sintomi nevrotici sarebbero tentativi inconsci di superare o rimediare a questo primo shock primordiale. Psicoanalisi dell'Arte e del Mito: Fu un pioniere nell'applicare la psicanalisi alla creatività. Analizzò come i miti (es. il tema del "doppio" e dell'eroe) riflettano le tappe evolutive della psiche. Precursore della Psicologia Umanistica: Nelle ultime opere sviluppò un approccio terapeutico più breve e orientato al presente, focalizzato sulla volontà attiva del paziente, anticipando di fatto le moderne psicologie umanistiche e transpersonali. Puoi approfondire la sua vita, le sue opere e il suo impatto storico sulla psicologia consultando la sua pagina su Wikipedia o tramite l'articolo di approfondimento del Centro Studi di Psicoanalisi dedicato al suo celebre studio sul doppio.” Grazie, IA. abbiamo già approfondito troppo. Ora dobbiamo passare a Borges. Vai, allora!
BORGES, L’ALTRO.
Il mio personita di allora, se ne occupò oltre vent’anni fa: post del 24 aprile 2024, “Psicagogia”, “Seminari” – “TERZA CONFERENZA (26 ottobre 2015)”
Prof. Lavagna: - Nello “Zahir”, un racconto di Jorge Luis Borges, il narratore afferma di essere il protagonista della storia narrata. All’inizio, rievocando i fatti accaduti, commenta: “Ancora, seppure parzialmente, sono Borges.”
Dr. Giovane: - Nelle storie di finzione, anche i personaggi storici o gli autori stessi perdono la loro identità “vera”, per acquistare quella di “finzione”. In un racconto di fantasia, bisogna distinguere la figura dell’autore, quello che firma l’opera, da quella del narratore o voce narrante e da quella del protagonista o personaggio della storia raccontata. In “Nuova confutazione del tempo”, uno scritto contenente una serie di riflessioni di carattere filosofico, l’autore così conclude: “Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.” Possiamo dire che egli sia come narratore che come pensatore vuole come essere compreso nel flusso delle sue fantasie o dei suoi pensieri. Non una trascendenza, ma un’immanenza con i prodotti del suo spirito.
Prof. Imma: - Un paralogismo per Kant, teso a confutare la psicologia razionale del Wolff, che dogmaticamente affermava l’esistenza dell’anima.
Dr. Giovane: Un problema filosofico, certo, quello che nella letteratura è conosciuto come il tema del “doppio”.
Sig.ra Marcellini: In Dostoevskij, la scissione è affrontata nel romanzo: “Il sosia”.
Dr. Giovane:- Lei ha usato un termine molto appropriato: “scissione”, quella divisione della mente e quindi della personalità, che la psichiatria definisce “schizofrenia”. Nello “Zarathustra” di Nietzsche, leggiamo quest’affermazione: “Da wurde eins zu zwei und Zarathustra ging am mir vorbei.” Possiamo così tradurla: “Ecco l’Uno divenne Due e Zarathustra mi venne incontro.” Così commenta Jung: “Zarathustra per lui [Nietzsche] era sempre qualcosa di più di una metafora, di una figura retorica; era una figura più o meno reale.” Il problema non è tanto avere coscienza di noi stessi, ma è avvertire la presenza dell’altro nostro io come la presenza reale di un altro noi stessi. È come avere un’esperienza vivente e visionaria, tipo quella di Nietzsche con Zarathustra.
Prof. Lavagna: - Sul tema del doppio in letteratura, volevo ricordare lo schizzo tracciato da Borges nel suo racconto: “Borges ed io”.
Dr. Giovane: - È un colloquio dell’autore con sé stesso non più camuffato nello schema narrativo, ma un confronto vis-à-vis. Un mio antico professore di liceo, scusatemi se introduco questo ricordo personale, diceva che ogni autore, anche quando scrive di altri, è sempre autobiografico. E il sorrisetto malizioso con cui sottolineava questa affermazione stava a significare che di essa, prima ancora che una spiegazione logica, si aveva contezza attraverso un’intuizione.
Prof. Lavagna: - “Madame Bovary c’est moi”.
Dr. Giovane: - Esattamente.
Prof. Lavagna: - Nel suo ritrattino sui due Borges, lo scrittore argentino così conclude: “Non so chi dei due scriva questa pagina.”
Dr. Giovane: - Il giudizio finale così formulato è molto interessante su quello che è un meccanismo narrativo ineludibile, un giogo imposto dalla scrittura. Distinguendosi dai suoi due personaggi, che riflettono lo sdoppiamento della sua identità, il narratore è costretto ad assumere il ruolo di “terzo”, un gioco di specchi che potrebbe proseguire all’infinito. Un infinito parlare di sé direi nelle proprie narrazioni, che sembra riconfermare quanto diceva il mio professore di letteratura italiana sull’elemento autobiografico del racconto. Non vi pare? Eppure egli, Borges, così scrive del Borges scrittore: “Mi riconosco meno nei suoi libri che in molti altri o nell’elaborato arpeggio di una chitarra.” Si ritrova più in altre narrazioni che non le sue, o anche in altre espressioni artistiche, come può essere quella musicale.
Prof. Lavagna: - Nelle pagine di Borges si avverte sempre l’eco delle note del tango e della milonga, la musica argentina, il “fervore di Buenos Aires”.
Dr. Giovane: - È lo sfondo del suo essere “Borges”, dal quale non può evadere, una fuga dal suo sé impossibile, di cui è consapevole: “Anni addietro cercai di disfarmi di lui e passai dalle mitologie dei sobborghi ai giuochi col tempo e con l’infinito, ma codesti giuochi ormai sono di Borges e dovrò ideare altre cose. Così la mia vita è una fuga.” È una fuga che si perde nell’oblio o in quell’altro Borges, il narratore di sé stesso e della sua Buenos Aires, la sua Argentina.
Prof. Lavagna: Borges, un grande poeta e scrittore, un genio della letteratura. Peccato che non gli sia mai stato assegnato il Nobel.
Dr. Giovane: - Nella letteratura è la vita, ma la letteratura è nella vita, non soltanto interiore, ma soprattutto in quella sociale e politica. Quando era stato deciso di assegnargli il Nobel, raccomandarono a Borges di non partire per il Cile, dove era stato invitato a pranzo da Pinochet, ma lui non volle rinunciare al viaggio e all’invito del dittatore e perse il prestigioso premio. Ma adesso ritorniamo a Silvio e alla mia domanda sul perché in questi “Seminari” egli si nomini come “Silvio”. Avrebbe potuto nominarsi come “Minieri”, ma non l’ha fatto. Perché? Signori, avrete tutto il tempo per poter riflettere su quest’interrogativo, a cui risponderemo nella prossima Conferenza.
QUINTA CONFERENZA (30 novembre 2015)
Prof. Lavagna: - In uno dei racconti del “Libro di sabbia” di Borges, “L’altro”, l’autore si presenta con le proprie generalità.
Dr. Giovane: - È invitabile, le nostre riflessioni sull’uso dei nomi attribuiti dagli autori ai loro personaggi ci riportano a quanto già detto nella terza conferenza ed io concordo con il professor Lavagna, con cui ci siamo scambiati qualche opinione nel venire qui, e l’argomento merita un migliore approfondimento.
Prof. Lavagna: - Il narratore rievoca un episodio accadutogli a Cambridge, a nord di Boston, tre anni prima, nel 1969. Era seduto su una panchina e guardava scorrere le lastre di ghiaccio sull’acqua grigia del fiume Charles. Il fiume lo porta a pensare al fluire eracliteo del tempo. All’altra estremità della panchina è seduto un giovane che fischietta il motivo di una vecchia canzone argentina. Interpellato, il giovane dichiara di essere argentino, ma di abitare a Ginevra dal 1914: “Gli domandai: “Al numero diciassette di Malagnou, di fronte alla chiesa russa?” Mi rispose di sì. “In tal caso” gli dissi risolutamente, “lei si chiama Jorge Luis Borges. Anch’io sono Jorge Luis Borges. Siamo nel 1969, nella città di Cambridge.” L’altro gli risponde con la sua stessa voce un po’ lontana di stare a Ginevra a pochi passi dal Rodano, poi osserva che si assomigliano, ma: “lei è molto più anziano e ha la testa grigia.” Il narratore dice che forse ognuno sta sognando l’altro, e all’interrogativo posto dal giovane se il sogno continuasse, replica: “Il mio sogno è durato già settant’anni. In fin dei conti, ricordandosi, non c’è persona che non s’incontri con sé stessa.”
Dr. Giovane: - Il racconto è molto suggestivo e rientra proprio nell’atmosfera poetica di sogno, che è lo stile delle composizioni non solo liriche di Borges. La poesia narrativa suscita immagini, su cui possiamo come critici esprimere poi un giudizio discorsivo. Borges pone sempre dei prologhi alle sue raccolte di poesie o racconti. Nel caso del “Libro di sabbia” fa un’eccezione e commenta le opere della raccolta con un epilogo. Ecco che cosa dice a proposito del suo “L’altro”: “Il racconto iniziale riprende il vecchio tema del sosia, che mosse tante volte la sempre fortunata penna di Stevenson. In Inghilterra il suo nome è fetch o, in stile più libresco, wraith of the living; in Germania, Doppelgaenger. Direi che uno dei suoi primi appellativi è stato quello di alter ego.” Quindi fa un’affermazione importante, che poi illustreremo: “Questa apparizione spettrale sarà nata dagli specchi del metallo o dell’acqua, o semplicemente dalla memoria, che fa di ciascuno spettatore e attore.” Infine conclude: “Varrà la pena confessare che concepii la storia in riva al fiume Charles, nel New England, la cui fredda corrente mi ricordò il lontano corso del Rodano?”
Gen. Norman: Una battuta. Non è certo necessario ricordare che lo Stevenson richiamato da Borges è lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, autore del celebre romanzo: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”.
Dr. Giovane: Quella del nostro anglista, il generale Norman, non è solo una battuta, ma un’osservazione estremamente opportuna, che sposta l’accento della nostra conversazione sull’altro versante della nostra personalità, quello in ombra. In soggetti dalla psiche particolarmente debole, la bipolarità della mente è un disturbo morboso, a cui la psichiatria ha dato il nome di schizofrenia, letteralmente scissione della mente. In questo campo, il dottor Jung, che doveva curare questi malati di mente, nei suoi studi, si ritrovò a doversi interrogare sul tema dell’esistenza degli spiriti. Nel suo saggio del 1920, “Fondamenti psicologici della credenza negli spiriti”, dopo aver parlato della psicogenesi degli spiriti dei defunti, così conclude: “Vi sono notizie molto diffuse su questi fenomeni post-mortali aventi l’aspetto di fantasmi o di infestazioni. Queste notizie si basano perlopiù su fatti psichici che non possono essere ignorati.” Sulla generazione psichica (psicogenesi) degli spiriti, Borges, in riferimento al suo di spirito, parla di apparizioni spettrali sorte dagli specchi di metallo o dell’acqua o semplicemente dalla memoria. Sta parlando di immagini, ma le immagini sono reali o fantastiche. La lingua francese distingue tra “fantômes” e “fantasmes”, che in italiano potremmo tradurre con “fantasmi” e “fantasie”, se vogliamo dare o meno un’anima a queste parvenze, dove “anima” significa “vita”. Questa dei fantasmi o spiriti è un po’ il “teatro”, in cui noi ci troviamo a recitare la nostra parte, in questi Seminari. Non vi pare?
Prof.ssa Santorelli: - Lo scenario paradossale in cui noi ci muoviamo è quello stesso sfondo in cui si muovono i personaggi di alcune commedie di Pirandello, il teatro nel teatro, come è stato definito.”
Il lavoro del mio estinto personita, nei suoi azzurri (?) anni giovanili, è stato eccellente, e se vuoi, vatti a leggere l’intero post del 24 aprile 2024, Psicagogia, Seminari. No, vacci tu. Ehi! Ma che maleducato! Lasciamo perdere.
Faccio notare che le date delle Conferenze dei Seminari non sono false. E come sono? Finte. E qual è la differenza? Un’altra volta, se non sbaglio, è stato il tema di un festival della filosofia di anni fa. Controlliamo con la IA. No. Perché? Se vuoi controlla tu, ma non fare il copia e incolla, perché debbo concludere il post di oggi, ricordando il poema di Borges: El otro, el mismo. L’Altro, lo Stesso.
Leggerò i versi delle oltre 60 liriche, che mi ispireranno: “L’Altro giardino”.
L’altro giardino è il mio,
dove la tua ombra
increata da luce meridiana
vaga svanisce
nella linea dei tracciati
spazi limiti dei prati
…
non guaristi, l’immediato
…
(Segue)
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