mercoledì 24 giugno 2026

Arte drammatica

 

                    

              Lo splendore dell'idiota



4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LO SPLENDORE DELL’IDIOTA
Le opere di Dostoevskij si adattano molto bene ad essere sceneggiate per il teatro, come quelle di tanti altri romanzieri dell’Ottocento e del Novecento, ma soprattutto nella forma di “sceneggiati televisivi”. Nella blogosfera, molti di questi sceneggiati sono facilmente rintracciabili in determinati estratti o anche per intero. In questo nostro breve saggio, noi commenteremo “L’Idiota” di Dostoevskij, riallacciandoci nel finale al nostro precedente discorso sul tema del monologo recitato da Giorgio Albertazzi. Il fine è quello di dimostrare come l’opera per intero si fonda su un’idea principale dell’autore, che egli svolge seguendo la trama degli eventi narrati, ma senza che sia possibile al lettore di rintracciarla nei frammenti sparsi lungo tutto il percorso della narrazione. Sostanzialmente, in “L’Idiota”, Dostoevskij esprime un pensiero di fondo sotto la forma dell’arte narrativa, che va a confluire nella corrente espressiva del suo insieme di idee, rintracciabile in altre sue opere letterarie, e che ha finito per costituire la sua filosofia, non teorizzata in un sistema, in ragione proprio del metodo seguito dal suo genio artistico ossia la forma del romanzo.
Qual è l’idea di fondo dell’Idiota, quella che ne sorregge la trama? È quanto vedremo, intanto osserviamo che sotto il profilo psicologico, il primo romanzo di una certa consistenza è “Delitto e castigo”, pubblicato a puntate nel 1866. Dostoevskij ha quarantacinque anni, nel 1849 è stato condannato alla pena di morte, poi commutata nella deportazione in Siberia, viene graziato nel 1854 e gli è concesso di rientrare nella Russia europea nel 1859. L’esperienza della condanna e della deportazione vengono riportate in “Delitto e Castigo”, che si conclude con queste parole: “Ma qui comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento di un uomo, la storia della sua rinascita, del graduale passaggio da un mondo in un altro, della conoscenza di una nuova realtà, finora del tutto ignota. Questo potrebbe formare il tema di un nuovo racconto, ma il nostro racconto attuale è finito.” Nel 1869, Dostoevskij pubblica “L’idiota”, che doveva raccontare la nuova storia del rinnovamento e della rinascita. Se “Delitto e Castigo” è il dramma della dicotomia tra il Bene e il Male, “L’Idiota” doveva ispirarsi alla sorgente del Bene, ossia “rappresentare un uomo pienamente buono”, come Dostoevskij stesso scrive nella lettera del 1867, inviata al poeta Majkov. Ma che cosa intendeva con questa espressione l’autore?
In lingua russa прекрасный (prekrasnij) significa “bello”, la traduzione “buono” è impropria. La frase di Dostoevskij va letta in questo modo: “rappresentare un uomo pienamente bello”; ma anche questa versione risulta insufficiente, stonata. In buon italiano, avremmo dovuto dire “bellissimo”, invece di pienamente bello. L’impiego del termine da parte di Dostoevskij non corrisponde però a questo significato, come gli studi appropriati degli slavisti hanno rivelato, come vedremo.
“Quella cosa dice l'uomo essere bella cui le parti debitamente si rispondono, per che de la loro armonia resulta piacimento. Onde pare l'uomo essere bello, quando le sue membra debitamente si rispondono; e dicemmo bello lo canto, quando le voci di quello, secondo debito de l'arte, sono intra sé rispondenti.” (Convivio, V, 13)

Silvio Minieri ha detto...

La definizione dantesca si riferisce a una cosa, il sermone, ovvero un testo scritto, le cui parti sono assimilate a quelle del corpo umano. Nel contesto, Dante sta dicendo che il discorso in volgare sarebbe stato sovrano per bellezza e non assoggettato (“subietto”), se fosse stato ordinato ad arte come il latino e non usato nel linguaggio corrente. Quindi, la sua definizione di “bello” si riferisce all’armonia delle parti che formano un tutto intero di armonico e attraente, esteticamente ammirabile.
Siamo molto vicini al senso del “bello” (prekrasnij) espresso da Dostoevskij, ma prima di approfondire e concludere su quest’orientamento, esaminiamo il “bello” inteso come “buono”. Platone dice che il Bello è manifestazione sensibile del Bene, ed anche in questo senso, manteniamoci nel paragone dantesco del Convivio, ossia tenendo presente il “sermone”, il discorso. Facciamo un esempio tipico attuale, riguardante l’oratoria politica. Un “bel discorso”, quello di abbassare le tasse, che rimane comunque sempre accademico, noi lo riteniamo “buono”, perché viene incontro alle nostre aspettative morali, i buoni costumi e le buone abitudini di non tassare i cittadini. E il discorso continua ad essere giudicato da un punto di vista “morale”, anche se a rovescio, ossia viene ritenuto un “brutto” discorso da coloro che ritengono giusto tassare non i poveri, ma i ricchi, in gergo il “ceto medio”.
Ma lasciamo l’attualità e torniamo ai classici. Avevamo definito il “bello” dantesco “esteticamente” ammirabile, usando l’avverbio, che oggi viene indicato per il bello, gusto estetico, escludendo il senso morale. E l’avevamo fatto a ragione, tenendo d’occhio proprio il testo del Convivio (V, 11): “Ciascuna cosa è virtuosa in sua natura che fa quello a che ella è ordinata; e quanto meglio lo fa tanto è più virtuosa. Onde diciamo uomo virtuoso che vive in vita contemplativa o attiva, a le quali è ordinato naturalmente”. È la stessa affermazione della Divina Commedia: “Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno XXVI, v. 119-20)
Se la distinzione tra estetico e morale, sembra allontanare il bello dal buono, la spiritualità di entrambe le condizioni le avvicina fino a congiungerle e fonderle in un unico risplendere della luce: “Luce intellettual, piena d’amore; /amor di vero ben, pien di letizia.” (Paradiso XXX, v. 40-41)
In questo senso del “risplendente” bisogna tradurre il prekrasnij di Dostoevskij: lo “splendore della bellezza”, quella di certi personaggi della letteratura e della storia.
“Dostoevskij cita come prototipi del prekrasnyj čelovek (uomo) Cristo, Don Chisciotte, Pickwick e, in parte, Jean Valjean. Ora il Giuseppe dell'Antico Testamento viene per l'appunto interpretato come prefigurazione di Cristo, in altre parole il cristianesimo associa Giuseppe a Cristo per la sua bontà, abnegazione, amore verso gli altri che hanno come espressione visibile la sua straordinaria bellezza esteriore. Il prekrasnyj, nella tradizione russa attributo fisso di Giuseppe, porta dunque un senso profondo di perfezione e armonia ideali tra la bellezza esteriore e quella dell'animo e rimanda espressamente alla pienezza del concetto di krasota (bellezza) proprio della cultura russa, concetto che soggiace alla creazione, da parte di Dostoevskij, di figure quali Myškin e Aleša Karamazov.” (Marco Caratozzolo, “Dostoevskij e la tradizione”, Stilo Editore, 2020). Ora bisogna leggere il libro e capire se l’autore sia riuscito nel suo intento il suo “ideale” di uomo in “L’Idiota” идиот idiot.
A lettura terminata del romanzo, domandiamoci: “La promessa fatta al termine di “Delitto e Castigo” di una vita nuova per l’uomo è stata mantenuta?

Silvio Minieri ha detto...

“Se una tale vita nuova aspetta l’uomo, se il nostro “ideale” deve essere il principe Myškin, questa misera ombra, questo fantasma freddo, esangue, non è meglio non guardare affatto nel futuro? […] No, il principe Myškin è solo idea, cioè vuoto. E che razza di ruolo è il suo? Si trova tra due donne e come un fantoccio cinese ora s’inchina da una parte, ora dall’altra! È vero, di tanto in tanto Dostoevskij lo fa parlar bene. Ma questo non è un merito: è lo stesso autore che mantiene la conversazione. Il principe Myškin è anche dotato di una straordinaria capacità di prevedere, una capacità quasi confinante con lo spirito profetico. Ma neppur questo è un grande merito nell’eroe di un romanzo, i cui i pensieri e le azioni di tutti i personaggi sono guidati dall’autore. Ma al di là di queste qualità il principe Myškin è una pura nullità.”
Chi è il critico letterario che ha scritto queste righe contro il protagonista dell’Idiota, stroncando l’autore? Il saggista e filosofo russo di origine ebraica, Lev Sestov (Kiev, 1866 – Parigi, 1938), autore del libro “Filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche” (1903). Il testo contiene anche giudizi sull’opera di Tolstoj, ma il tema principale è la storia del mutamento delle convinzioni di Dostoevskij, come da questi asserito nel suo “Dario di uno scrittore” per il 1873: “Mi sarebbe molto difficile raccontare la storia del mutamento delle mie convinzioni, tanto più che forse non è poi così interessante.” L’inciso non è condiviso da Sestov: “Ma che non sia interessante, su questo è difficile essere d’accordo. […] Evidentemente la seconda parte della frase citata è detta così per dire, per il decoro che esige da uno scrittore almeno una indifferenza esteriore per la propria persona.” E ricorda le parole delle “Memorie del sottosuolo”: “Di che cosa un uomo che si rispetti può parlare con maggior piacere? … risposta, di sé stesso. E così io parlerò di me stesso.” Su quella che è la critica di Sestov all’opera letteraria complessiva di Dostoevskij, e sul pensiero ambiguo che sottintende la sua posizione negativa, ci riserviamo di parlare in altra sede. Rileviamo soltanto che cedendo al fascino del “tragico” di Dostoevskij e Nietzsche, il suo pensiero si andrà allineando in seguito sulle posizioni della filosofia dell’esistenza di Søren Kierkegaard.
Ora, noi circoscriviamo il nostro discorso alla figura del principe Myškin, alla riuscita o meno dell’intenzione di Dostoevskij di fare del suo personaggio il prekrasnyj čelovek. Domandiamoci intanto perché gli ha assegnato lo statuto dell’idiota, un essere debole di mente. Era l’alibi, per trattenerlo in un’aura di santità, che lo tenesse fuori da ogni conflitto tra il bene e il male, proprio di ogni coscienza individuale? L’abbraccio finale e la cura per Rogožin, che ha appena commesso il delitto, testimonia la sua innocenza, ma è insieme la rappresentazione dell’intreccio inestricabile tra il bene e il male, che soltanto un Redentore divino può sciogliere e con il suo sacrificio redimere. Un uomo può perdonare, ma non redimere, quindi a Dostoevskij non restava che segnare il suo prekrasnyj čelovek con lo stigma dell’idiota, l’insulto del male.
Ma lo splendore dell’Idiota non può essere compiutamente compreso, se ne abbiamo una limitata conoscenza letteraria, e non una rappresentazione drammatica, che soltanto il teatro può realizzare. L’attore sulla scena, l’aria ispirata, l’illuminarsi del suo volto, il tono della sua voce, le parole che recita nel suo monologo è quello il momento in cui vediamo esistere il prekrasnyj čelovek.

Silvio Minieri ha detto...

MONOLOGO
“Come? Davvero mi perdonate, anche voi, Elizaveta Prokofevna, allora non ho offeso nessuno, ne sono felice. E mi perdonate tutto, tutto, oltre il vaso? Ieri, Aglaja Ivanova mi consigliò di non parlare, lei sa che parlando di certi argomenti, faccio ridere. So che farei meglio a stare zitto, quando riesco a stare zitto, posso sembrare perfino saggio, e poi ho il tempo di riflettere. Ma ora, ora è meglio che parli, ormai ho cominciato. Tutto voglio spiegare, tutto, tutto. Voi, sì! Voi credete che io sia un utopista, un idealista, oh no! Io invece ho delle idee molto semplici, ve lo giuro, credetemi, sapete che qualche volta sono vile, perché perdo la fede. Poco fa, venendo qui, avevo paura che non mi capiste, che paura avevo! per voi, una paura terribile, ma ora sono felice. E non importa nemmeno se siamo ridicoli a volte, è meglio anzi, perché possiamo perdonarci più facilmente, possiamo essere umili. E siamo superficiali anche, abbiamo cattive abitudini, ci annoiamo, non sappiamo vedere, non sappiamo capire e siamo tutti così, tutti, voi, io, loro … Questo lo dico a voi, perché avete saputo capire e non capire, perché saprete perdonare anche chi non vi ha offeso. Questa è la cosa più difficile, ascoltate: io so che parlare soltanto non basta, bisogna dare l’esempio, cominciare, io ho già cominciato, io non sono di quelli che salvano i cuori, liberano le anime, scacciano il dolore, io sono sicuro, invece, di ispirare il disincantamento, il disgusto. Io non sono capace di cullare, anche se qualche volta ho tentato di farlo. Ma cosa contano il mio dolore, il mio disgusto se ho la forza di essere felice. Sapete io non capisco come, come si possa passare accanto a un albero e non essere felici di vederlo, parlare con un uomo e non essere felici di amarlo, oh! quante cose stupende s’incontrano ad ogni passo. Guardate un bambino, guardate l’alba, l’aurora, guardate l’erba che cresce, guardate gli occhi che vi guardano e vi amano… ”

Il brano è tratto dall’adattamento teatrale di “L’idiota” fatto da Giorgio Albertazzi. Il monologo, rintracciabile su YouTube, è considerato in assoluto il più bello del teatro italiano di tutti i tempi.