venerdì 26 giugno 2026

Commento

 

                 Del soliloquio



2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

DEL SOLILOQUIO

1. L’idiota
Domandiamoci quale sia il senso del soliloquio, la sua genesi, le riflessioni che genera.
Rispondiamo subito che la genesi è la solitudine, come dice la parola stessa: parlare da solo, colloquiare con sé stesso. “Chiunque ha vissuto da solo sa fino a che punto il monologo è naturale. La parola interiore morde. Arringare lo spazio vuoto è uno sfogo. Parlare a voce alta e da soli è l’effetto di un dialogo con il dio che ognuno ha in sé. Era, nessuno lo nega, l’abitudine di Socrate, si faceva lunghi discorsi, e così anche Lutero.” (Victor Hugo, “L’uomo che ride”)
Questo è il senso del soliloquio: la solitudine genera il colloquio con sé stessi, il discorrere tra un io e un tu, dove il tu deve assumere l’identità di un altro. Diciamo che il soliloquio è un colloquio che si mantiene nella cornice di un soliloquio, non diventa cioè un interloquire con altri. In questo senso anche un dialogo fra due o più individui può essere un monologo, ed è l’osservazione che ogni tanto ricorre nei pubblici dibattiti, ci riferiamo principalmente ai talkshow televisivi.
Victor Hugo cita Socrate e Lutero, due grandi del pensiero e dell’azione. Ma lo stesso deve dirsi dei piccoli, gli insignificanti della Storia, ognuno con la sua storia, che poi viene narrata in qualche libro, in cui come protagonista diventa anche lui a suo modo un grande. Grandi e piccoli sono simili, quando si ritrovano nella stessa condizione di solitudine, che genera il monologo interiore o il parlare da soli a voce alta.
“Ursus, dunque, assomigliava a quei grandi e aveva, come loro, la facoltà ermafrodita d’essere il suo proprio uditorio, s’interrogava e si rispondeva, si glorificava e si biasimava, tanto che dalla strada si udivano i suoi monologhi dentro la baracca. La gente, che ha una maniera tutta sua di giudicare gli uomini d’ingegno, soleva dire di lui: – È un idiota.” Hugo usa la parola giusta, dal punto di vista etimologico, perché come è stato osservato (Hanna Arendt), idiota deriva dal termine greco idiotes ἰδιώτης, il privato cittadino, colui si occupa solo del proprio privato, idios, ἰδίως, e non della polis, gli affari pubblici, come fa il politico, πολιτικός.
In genere, si definisce idiota chi ha un deficit mentale, come il principe Myškin del romanzo di Dostoevskij, così intitolato, quando nel finale cade irreversibilmente nella solitudine della sua malattia. Era un personaggio positivamente buono, così voleva descriverlo l’autore, quasi un’imitazione del Cristo, ma poi il principe finisce per trovarsi irretito e inebetito accanto all’amico, che ha consumato un omicidio: “Ad ogni modo, quando, dopo molte ore, la porta fu aperta ed entrò la gente, l'assassino fu trovato completamente privo di conoscenza e in delirio. Il principe era seduto immobile accanto a lui e, ogni volta che il malato gridava o delirava, si affrettava a passargli la mano tremante fra i capelli e sulle guance, per calmarlo con le carezze. Ma non comprendeva più nulla di quanto gli veniva chiesto, non riconosceva la gente che lo circondava. E se Schneider in persona fosse giunto dalla Svizzera per visitare l'allievo e paziente d'un tempo, anch'egli, ricordando lo stato in cui il principe a volte si trovava durante il primo anno della sua cura in Svizzera, avrebbe fatto un gesto di scoraggiamento e avrebbe detto come allora: – Idiota!”

Silvio Minieri ha detto...

Questa è la sentenza del medico, la diagnosi di un paziente affetto da una malattia irreversibile, un deficit che lo isola e allontana dal mondo circostante. E in un certo senso rispecchia, in maniera grave, la condizione dell’uomo che parla da solo, ma che al contrario dell’idiota, rimane cosciente di sé e degli altri.
Victor Hugo, per Ursus, il suo personaggio solitario e un po' matto, usa il termine “idiota”, ma solo indirettamente. È un uomo solo, pensante e parlante, il suo difetto consiste nel fare monologhi a voce alta. Se il monologo fosse stato interiore lo chiameremmo soliloquio. Nel presentarlo, Hugo scrive: “Ursus era un portento nel soliloquio. Essendo nell’insieme selvaggio e chiacchierone, avendo il desiderio di non vedere nessuno e il bisogno di parlare con qualcuno, si traeva d’impaccio parlando a sé stesso.” In tal modo, quella di Ursus è una ricerca di solitudine in cui esprimersi, lo stesso bisogno di solitudine del pensatore.
È l’occasione raccolta da Cartesio ad Ulm, in una gelida notte tra il 10 e l’11 novembre 1619, il primo anno della Guerra dei Trent’anni: “Ero allora in Germania, dove l’occasione delle guerre che non vi sono ancora finite, mi aveva chiamato; e mentre tornavo verso l’esercito dall’incoronazione dell’Imperatore, l’inizio dell’inverno mi fermò in un quartiere, dove, non trovando alcuna conversazione che mi distraesse, e non avendo d’altra parte, per fortuna, né cure né passioni che mi turbassero, rimanevo tutto il giorno chiuso da solo in una stanza riscaldata, dove avevo ogni agio d’intrattenermi coi miei pensieri.” (Cartesio, “Discorso sul Metodo”)
Il monologo è un discorso ad interlocutori presenti, che non interloquiscono, o in assenza di costoro, un discorso rivolto a nessuno oppure ai sottaceti e altri alimenti vegetali come fa Ethan, il personaggio di Steinbeck, “L’inverno del nostro scontento”, di cui poi parliamo. Il soliloquio è un colloquio con sé stesso, un domandare, ma anche un rispondere del dio o demone, come nel caso di Socrate, o con Dio, come con Lutero, monaco agostiniano che s’ispira ai soliloqui di Sant’Agostino.
Nel testo originale, Hugo scrive: “Parler tout haut et tout seul, cela fait l’effet d’un dialogue avec le dieu qu’on a en soi.” E non a caso, abbiamo sott’occhio due traduzioni differenti: l’una che traduce “un dialogo con il dio che è in noi”; l’altra “con Dio che è in noi.” Il primo pensa a Socrate, il secondo a Lutero. Ma sul soliloquio, che è un colloquio interiore, chi ha detto una parola chiara e definitiva è Hanna Arendt, a cui rimandiamo nel nostro scritto: “La solitudine del pensiero”. Il colloquio interiore è la coscienza del due-in-uno, che si risolve come espressione unitaria nel confronto con gli altri. L’atto del pensare, attività contemplativa, non rimane fine a sé stessa, ma esplicandosi nella vita pubblica come lavoro, azione, opera, diventa vita activa, la condizione propria dell’uomo, the human condition.