lunedì 15 giugno 2026

Commento

 


                     Apparenti simmetrie



4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

APPARENTI SIMMETRIE
Ispirazione e parodia negli “addii” di Manzoni e di Moravia

“Io ero un uomo interiore. Avevo concepito una morbosa aspirazione alla rivolta come solo modo d’azione e l’azione la vedevo come solo modo di rapporto con gli altri. Sognavo magari di diventare un assassino, ma per me il delitto non era che una infrazione come un’altra, o meglio un rapporto a suo modo sociale. Al tempo stesso però volevo diventare romanziere, forse per raccontare quello che avrei voluto fare e in realtà non facevo. Ti rendi conto? La rivolta e poi invece, per motivi di salute, non lavorare, vivere in famiglia, scrivere romanzi in un paese in cui c’erano così pochi romanzieri! In Italia è vero, c’era stato Manzoni e infatti ci sono alcune tracce di Manzoni negli ‘Indifferenti’.” (Alberto Moravia, Autobiografia, 29)
Ecco, Moravia ci ha dato la traccia, andiamo a cercarla, e la troviamo nel capitolo VIII: la fuga da casa di Carla per concedersi all’amante della madre, Leo Merumeci.
Sarà un caso, ma il brano manzoniano, da cui Moravia ha tratto ispirazione, per farne un’imitazione, ai limiti della parodia, un’ironia giovanile sotterranea, quasi goliardica, ebbene sarà un caso, ma il brano manzoniano, il celebre “Addio monti”, è alla fine dell’VIII capitolo dei “Promessi Sposi”. E chi è abituato a certe simmetrie nella scrittura dei testi moraviani non si lascia sfuggire queste invisibili apparenze, invisibili appunto nel loro apparire come il vetro che non vediamo, ma attraverso il quale vediamo.
Se comunque mettiamo a confronto i due brani, non possiamo non osservare che oltre a certe somiglianze formali vi siano anche corrispondenze di contenuti, seppure rovesciati, sempre seguendo il gioco delle simmetrie apparenti.
L’eguaglianza dei contenuti consiste nella narrazione dell’episodio della fuga di una giovane donna, a causa di vicende d’amore, l’eros platonico nello scarto degli estremi, dall’andamento orizzontale per Moravia a quello verticale del Manzoni. Lucia fugge per sottrarsi alla imposizione violenta di don Rodrigo, Carla fugge per accettare l’imposizione di Merumeci.

Silvio Minieri ha detto...

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! […] Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro. […] L'urtar che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale, dopo aver asciugate in segreto le lacrime, alzò la testa, come se si svegliasse.

Addio strade, quartiere deserto percorso dalla pioggia come da un esercito, ville addormentate nei loro giardini umidi, lunghi viali alberati, e parchi in tumulto; addio quartiere alto e ricco: immobile al suo posto al fianco di Leo, Carla guardava con stupore la pioggia violenta lacrimare sul parabrise e in questi fiotti intermittenti colar disciolte sul vetro tutte le luci della città, girandole e fanali. Le strade si seguivano alle strade; ella le vedeva piegare, confluire una nell'altra, girare laggiù oltre il cofano mobile dell'automobile; a intervalli, tra i sobbalzi della corsa, delle nere facciate si staccavano nella notte, passavano, e si dileguavano come fianchi di transatlantici in rotta, non senza difficoltà, attraverso i marosi; gruppi neri di persone, porte illuminate, lampioni, ogni cosa si affacciava per un istante nella corsa e poi scompariva inghiottita definitivamente dall'oscurità. Immobile, incantata, Carla guardava ora Leo, quelle mani posate sul volante, quella maniera calma e riflessiva di guidare, ora la strada; questi particolari l'affascinavano; ella aveva la mente vuota. Così, quando, dopo dieci minuti, l'automobile si fermò improvvisamente e questo pensiero le venne: "siamo arrivati", l'impressione fu tale che il respiro le mancò.

Silvio Minieri ha detto...

LA DIFFERENZA
“L’eguaglianza dei contenuti consiste nella narrazione dell’episodio della fuga di una giovane donna, a causa di vicende d’amore, l’eros platonico nello scarto degli estremi, dall’andamento orizzontale per Moravia a quello verticale del Manzoni.”
Ora, domandiamo, quali sono gli estremi dello scarto che fanno la differenza nella scala dell’amore tra la Carla degli “Indifferenti” e la Lucia dei “Promessi Sposi”?
“Questo è il giusto procedere sulle cose d'amore o esservi guidati da un altro, cominciando dalle bellezze che si trovano qua, e in nome della bellezza in sé salire, come ci si servisse di gradini, da uno a due, e da due a tutti i corpi belli, e dai corpi belli ai bei modi di comportamento, e dai modi di comportamento ai begli apprendimenti, e dagli apprendimenti giungere a quell'apprendimento estremo, che altro non è se non l'apprendimento di quella bellezza, e concludere conoscendo cosa è quella bellezza in sé.” (“Simposio”, 211c)
Questo slancio verso l’alto, in cui consiste la spiritualizzazione dell’amore, la sua idealizzazione, riflette l’Eros platonico, il demone che innalzando gli uomini fino al cielo lega i divini ai mortali, il cielo e la terra e salda entrambi nella potenza dell’Uno. A questa forza prepotente non è possibile sottrarsi, quando si arriva ad essere in una certa condizione di età, come dice Diotima: “Tutti gli uomini, Socrate, divengono gravidi nel corpo e nell'anima: e quando raggiungono una certa età, la nostra natura ha desiderio di partorire. Ma partorire nel brutto non è possibile, nel bello sì. Infatti l'unione di uomo e donna è partorire. E questo è un fatto divino (theion to pragma) e immortale, in quel che vive ed è pur destinato a morire.” (…)
Quel che vive è l’anima, che Amore (Eros, il dio) rende immortale. Nel miracolo divino (theion) di questo fatto (pragma), in cui l’uomo, nel desiderio di perpetuarsi coglie l’eternità del vivere, allora la generazione è possibile solo nella Bellezza (Calloné).
Ed è questo il motivo, la ricerca del bello, per il quale nella narrazione il racconto si fa lirico, canto, creazione poetica. Ecco allora che il manzoniano “Addio monti” di Lucia diviene il moraviano “Addio strade” di Carla.”

Ho citato il finale di un mio saggio su Moravia, di circa due anni fa, e che qui colgo l’occasione di ripubblicare.

Silvio Minieri ha detto...

LA CRISI ESISTENZIALE
Commento al romanzo “Gli indifferenti” di Alberto Moravia.

1. Una scrittura autobiografica
“Per me Roma è solo un fondale di teatro. Non bisogna dimenticare che il mio ideale letterario, data la mia grande ammirazione per il teatro, era fondere la tecnica teatrale con quella narrativa. I miei romanzi in realtà sono dei drammi travestiti da romanzi: pochi personaggi, unità di tempo e di luogo, poca analisi, molta sintesi, cioè azione.” Così dichiara Alberto Moravia, in merito alla sua tecnica narrativa, nella sua autobiografia, realizzata sotto forma di intervista rilasciata al giornalista e scrittore Alain Elkann. (Moravia/Elkann, “Vita di Moravia”, 1990)
Pubblicato nel 1929, “Gli indifferenti” è il romanzo di esordio dello scrittore appena ventiduenne, ma la tematica, l’indifferenza che avvolge come un velo i personaggi della storia, viene ripresa anche in romanzi successivi, come “La noia”, forse il suo libro di maggior successo, assieme a “La ciociara”, grazie anche alla riduzione cinematografica dei testi, e all’interpretazione delle due attrici protagoniste, rispettivamente Catherine Spaak e Sophia Loren, che meritò l’Oscar.
Il romanzo è stato sempre considerato come una critica alla società borghese dell’epoca degli anni Venti e Trenta dell’Italia fascista, ma il suo autore rivela una diversa intenzione: “La mia ambizione [era] di scrivere un dramma travestito da romanzo, cioè fondere la tecnica teatrale con la narrativa, un po' come faceva Dostoevskij, con il quale allora mi identificavo. Hanno detto poi che era un romanzo di critica alla società borgese. Può darsi, ma io non ne ero consapevole. Avevo ambizioni puramente letterarie. E per il resto mi servivo del materiale che avevo sottomano, cioè l’esperienza generica della vita di famiglia, che non pensavo di detestare fino a quel punto.”
Come per qualsiasi altro autore, nella cui opera è sempre riconoscibile, anche se non facilmente rintracciabile, il tocco autobiografico più o meno scoperto, così è anche per Moravia. E per la sua prima opera, egli lo dichiara direttamente, rispecchiando quell’obiettività nel descrivere il reale, che contraddistingue il suo stile letterario. Appare, quindi, opportuno andarsi a rileggere qualche passo illuminante della sua autobiografia, soprattutto in riferimento al suo romanzo giovanile.
“Alain Elkann: Com’è nato Alberto Pincherle? Alberto Moravia: Sono nato sano e la mia famiglia era normale. Semmai l’anormale ero io. Anormale perché ero troppo sensibile. Io non credo che tutti siano sensibili allo stesso modo. Ci sono bambini tonti, ottusi, insensibili. Ci sono quelli che sono molto sensibili, ipersensibili. Quelli ipersensibili possono diventare dei disadattati, ma possono diventare anche degli artisti.” Così l’incipit dell’autobiografia.
(Segue)