giovedì 18 giugno 2026

                  

                       La verità curva



3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

ZARATHUSTRA E IL NANO
Commentando il capitolo “La visione e l’enigma” dello “Zarathustra”, Jung ne coglie l’aspetto psicologico, quello che per lui era rilevante: infatti, sta analizzando la psiche di Nietzsche, la sua vita emozionale, non il pensiero, ovvero la filosofia, quell’aspetto che in genere interessa a tutti gli altri interpreti dell’opera nietzschiana. In particolare Jung si sofferma sul colloquio tra Zarathustra e il nano, ma descriviamo nei punti essenziali la scena narrata da Zarathustra in prima persona.
“Mi arrampicavo per un sentiero che saliva audace in mezzo ai dirupi — un sentiero perverso, solitario, senza un ciuffo d’erba e senza arbusti: un sentiero di montagna che digrignava i suoi denti sotto lo sdegno del mio piede.
Calpestando nel silenzio il beffardo tintinnire dei ciottoli, schiacciando la pietra che lo faceva sdrucciolare, il mio piede si apriva con la forza una via verso l’alto.
Verso l’alto: — a dispetto dello spirito che lo tirava in giù, verso l’abisso, — dello spirito di gravità, ch’è il mio demonio e il mio più tristo nemico.
Verso l’altro: — sebbene quello spirito mi sedeva addosso, mezzo fra nano e talpa: storpio e storpiante, facendo gocciolare piombo nel mio orecchio e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello.”
Commenta Jung: “Il nano seduto sulla schiena di Zarathustra: si tratta di un segno tipico dell’esser posseduti. Si ritiene gli spiriti maligni siedano sempre sulla schiena delle loro vittime, perciò certe tribù primitive indossano degli appositi amuleti sul retro del collo, specie di facce minacciose che dovrebbero proteggerli dal malocchio o dagli spiriti che li inseguono. Vedete, gli spiriti vengono spesso associati alla forma archetipica dell’ombra che segue le persone. Ora, tutto ciò che segue alle spalle si trova nella sfera in cui noi siamo privi di occhi, di coscienza –dal momento che la nostra coscienza è strettamente associata al senso della vista. Questo lo capiamo dal nostro linguaggio quotidiano: quando comprendiamo qualcosa oppure ne prendiamo coscienza, diciamo “vedo” o “mi si è accesa una lampadina”. E le metafore da noi utilizzate per spiegare l’essenza della coscienza sono analogie tratte dal mondo della luce e della visione. […] Perciò tutto quel che proviene da dietro proviene dall’Ombra, dall’oscurità dell’inconscio, e dal momento che lì non sei provvisto di occhi, e dal momento che non possiedi un amuleto da appendere al collo per respingere le influenze maligne, qualcosa ti afferra, ti possiede e ti perseguita, si siede sopra di te.” Ora, conoscendo la dottrina della psicologia del profondo di Jung, che presuppone nella psiche individuale, l’Animus nella donna, e l’Anima nell’uomo, gli archetipi, le immagini primordiali, figure dell’inconscio, si può intendere meglio il suo discorso.

Silvio Minieri ha detto...

“È opportuno che le figure inconsce siano oggettivate, siamo noi a costruirci una figura dell’Animus e dell’Anima: in natura tali figure non appaiano mai in quanto tali, ma sono delle possessioni invisibili, si presentano come se si trovassero davvero all’interno del sistema di qualcuno. L’uomo che trasporta sulla schiena uno spirito maligno non lo sa – non sa che quella cosa alle sue spalle gli manipola il cervello e fa sì che sul suo volto affiori un’espressione particolare. Capita spesso che persone convinte di ospitare solo pensieri del tutto inoffensivi e gentili, tradiscano nondimeno in viso qualcosa di ben diverso: il loro volto non s’intona per nulla con i loro contenuti mentali consci, ma piuttosto con lo spiritello, il jinn seduto sulla loro schiena. Sono manipolati inconsciamente da uno spirito che li possiede. Ora, non appena si voltano dall’altra parte e guardano in faccia la cosa, questa si fa oggettiva, e dunque personificata, poiché è impossibile percepire un oggetto che per sé non sia qualcosa. Finché non si voltano, finché rimangono posseduti, l’oggetto è privo di forma, non riescono neppure a immaginarne una.”
Più avanti, quando si arriva al clou dell’episodio, che Zarathustra sta raccontando, la “visione”, Jung continua la sua analisi psicologica, ovviamente trascurando il versante filosofico, quello ritenuto dagli interpreti, più di tutti Heidegger, il fondamento della dottrina di Nietzsche: l’eterno ritorno.
“Bene, il fatto che Nietzsche avesse un’Ombra ci basta e avanza. Questa scena con il nano, dunque, è uno degli episodi del grande dramma che ora ha inizio, l’emersione dell’inconscio […] L’inconscio fa qui la sua comparsa in forma di un nano, che vuole impossessarsi di lui, e il fatto stesso che egli lo ritenga un semplice nano costituisce una minimizzazione del pericolo. Così invece di domandargli chi sia e da dove tragga quel suo potere così bizzarro, come possa star seduto sulla sua schiena e provocargli l’insorgere di sentimenti orrendi (la domanda più naturale di questo mondo), egli inizia una delle sue prediche. Si rivolge al nano con una specie di sermone.”
Ecco, quello che alla lettura filosofica si prospetta come la formulazione di un pensiero fondamentale, l’eternità del tempo, allo sguardo psicologico di Jung si presenta come una predica religiosa, una parabola, come dire un racconto allegorico.
«Guarda questa porta carraia, nano», continuai: «essa ha due facce. Due strade s’incontrano, qui: nessuno le ha mai percorse fino alla fine.
Questa lunga strada, che conduce all’indietro, dura un’eternità. E quella lunga strada che conduce in avanti— è un’altra eternità.»

Silvio Minieri ha detto...

Qualsiasi cosa Zarathustra stia cercando qui di comunicare al nano, è chiaro che lo tratta come se non fosse altro che parte dei suoi stessi pensieri, come se fosse uno stato d’animo come gli altri o qualcosa di simile, come se qualunque cosa il nano dica non avesse la benché minima importanza. È un gesto apotropaico, uno strumento che utilizziamo spesso. Per esempio, se vi aspettate una discussione piuttosto sgradevole con qualcuno e vorreste evitarla, iniziate a parlare in fretta per impedire all’altro di interloquire. […] Perciò qui Nietzsche zittisce il nano e gli parla delle due vie.”
Alla domanda se le due strade si contraddicono per sempre, ossia andranno ognuna in direzione opposta per l’eternità, senza mai incontrarsi, il nano risponde che la verità è curva. E che cosa succede a questa risposta?
«Tu, spirito di gravità! dissi io incollerito, non prendere le cose troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi sciancato – e sono io che ti ho portato in alto.»
Commenta Jung: “Vedete, gli risponde subito che è lui, Zarathustra, a portarlo in alto. Ma il punto è che è il cavallerizzo a controllare il cavallo e non il cavallo a condurre lui – è evidente che è il cavallo a doverlo portare. Zarathustra non si rende conto che assumendo il ruolo del cavallo, segna a suo vantaggio qualcosa, che è invece una inequivocabile sconfitta. Il nano è trionfante, è lui che conduce, e usa Zarathustra come animale da sella.”
L’idea della circolarità del tempo – l’eterno ritorno – è stata affermata del nano: “Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo.” Queste parole, Zarathustra le assimila, ma le diluisce e pensa che siano sue. Abbiamo qui il rovesciamento dell’io, che crede di essere lui a condurre la sua vita, mentre è l’inconscio, nell’occasione la figura del nano, a condurla, possedendo l’io. Questa possessione dell’inconscio sulla coscienza dell’io costituisce il rovesciamento tra l’io, la coscienza, e l’inconscio.
È questo il tema caro a Jung, più che il problema filosofico, per lui la saggezza di una verità antica, primordiale, e ne riparleremo, commentando più ampiamente tutta la trattazione, che nei “Seminari” fa del capitolo: “La visione e l’enigma”.
A noi, qui, bastava rappresentare il rovesciamento dell’io che zittisce nei confronti dell’inconscio che domina, una scena ricorrente nei nostri teatrini. Nostri di chi? Mio e del mio inconscio, cioè tu. Ah, certo!