IL DUBBIO E LA FEDE Note su “L’idiota” di Dostoevskij
“Questo lo dico a voi, perché avete saputo capire e non capire, perché saprete perdonare anche chi non vi ha offeso. Questa è la cosa più difficile, ascoltate: io so che parlare soltanto non basta, bisogna dare l’esempio, cominciare, io ho già cominciato, io non sono di quelli che salvano i cuori, liberano le anime, scacciano il dolore, io sono sicuro, invece, di ispirare il disincantamento, il disgusto. Io non sono capace di cullare, anche se qualche volta ho tentato di farlo. Ma cosa contano il mio dolore, il mio disgusto se ho la forza di essere felice. Sapete io non capisco come si possa passare accanto a un albero e non essere felici di vederlo, parlare con un uomo e non essere felici di amarlo, oh! quante cose stupende s’incontrano ad ogni passo. Guardate un bambino, guardate l’alba, l’aurora, guardate l’erba che cresce, guardate gli occhi che vi guardano e vi amano… ” Chi parla è il Principe Myškin, “L’Idiota”, protagonista del romanzo di Dostoevskij. Si trova in uno stato di esaltazione, prima di cadere colpito da una crisi: “Aglaja corse verso di lui, fece in tempo a prenderlo fra le braccia, e terrorizzata, con il viso contratto dal dolore, udì il grido selvaggio "dello spirito che aveva scosso e sconfitto" un disgraziato. Il malato giaceva sul tappeto. Qualcuno era riuscito ad infilargli un cuscino sotto il capo.” Il romanzo è uno dei capolavori di Dostoevskij (1868), assieme a “Delitto e castigo”, “Gli indemoniati” e “I fratelli Karamazov”. L’autore racconta la storia del Principe Myškin, un giovane profondamente buono d’animo, ma ingenuo e inesperto della vita. Dopo un soggiorno in Svizzera per curarsi dall’epilessia e da una malattia di nervi, il Principe fa ritorno a San Pietroburgo. Qui conosce Rogožin, un giovane brillante e aggressivo, che lo coinvolge nel suo folle amore per Nastasja, una fanciulla dal triste passato di orfana. Myškin è attratto da un’altra giovane donna Aglaja, ma vittima di trame, tergiversa tra lei e Nastasja, che alla fine viene uccisa per gelosia da Rogožin. Il colpevole viene condannato alla deportazione in Siberia, mente Myškin sprofonda nella malattia mentale e viene di nuovo ricoverato in clinica. Ed ecco la scena della scoperta del delitto: “Ad ogni modo, quando, dopo molte ore, la porta fu aperta ed entrò la gente, l'assassino fu trovato completamente privo di conoscenza e in delirio. Il principe era seduto immobile accanto a lui, e ogni volta che il malato gridava o delirava, subito gli passava la mano tremante fra i capelli e sulle guance, per calmarlo con le carezze. Ma non comprendeva più nulla di quanto gli veniva chiesto, non riconosceva la gente che lo circondava e se Schneider in persona fosse giunto dalla Svizzera per visitare l'allievo e paziente d'un tempo, anch'egli, ricordando lo stato in cui il principe a volte si trovava durante il primo anno della cura in Svizzera, avrebbe fatto un gesto di scoraggiamento e diagnosticato come allora: Idiota!”
“Quando mi alzai per chiudere a chiave la porta dietro di lui, mi venne in mente all'improvviso il quadro che avevo visto da Rogožin quel giorno, in una delle sale più tetre della casa, appeso in cima ad una porta. Me l'aveva mostrato egli stesso quando eravamo passati di lì, io mi ero soffermato ad osservarlo per cinque minuti circa. In esso non c'era nulla di ammirevole dal punto di vista artistico, ma suscitò in me una strana inquietudine. Il quadro rappresentava il Cristo appena deposto dalla croce. Mi sembra che i pittori abbiano tuttora l'abitudine di rappresentare Cristo sulla croce, oppure nella deposizione, con un viso di bellezza straordinaria; essi cercano di conferirgli questa bellezza anche fra le torture più atroci. Nel quadro di Rogožin di bellezza non ce n'è neanche l'ombra, c'è solo il cadavere di un uomo che ha subito indescrivibili torture prima di finire sulla croce. È stato ferito, battuto dalle guardie, percosso dal popolo mentre portava la croce sulle spalle, è caduto sotto il peso della croce e ha subito per sei ore il supplizio sulla croce (così per lo meno ho calcolato io). È il viso di un uomo che è stato tolto or ora dalla croce, che ha ancora in sé qualche barlume di vita, di calore, non si è ancora irrigidito nella morte. Dal suo viso dunque traspare la sofferenza come se ancora soffrisse (questo l'artista lo ha colto molto bene). Quel viso non è stato affatto risparmiato, esso è esattamente come quello di un cadavere che ha subito tali torture. So che la chiesa cristiana ha stabilito sin dai primi secoli che Cristo non soffrì metaforicamente, ma realmente e che il suo corpo fu sottoposto sulla croce alle leggi della natura in tutto e per tutto. Nel quadro questo viso è tumefatto dai colpi, gonfio, ricoperto di lividi terribili, sanguinanti, gli occhi sono spalancati, le pupille sono storte, il bianco degli occhi luccica di un riflesso vitreo, cadaverico. Lo strano è che quando guardi quel corpo straziato, ti viene una domanda curiosa e particolare: se era quello il corpo (e doveva essere proprio così) che videro i suoi discepoli, soprattutto i suoi futuri apostoli, le donne che lo avevano seguito e assistito vicino alla croce, che credevano in lui e lo adoravano, come potevano essi credere, guardando un cadavere ridotto così, che quel martire sarebbe risorto? Viene spontaneo pensare che se la morte è così terribile e se sono così potenti le leggi della natura, come è possibile sconfiggerle? Come fare a sconfiggerle se non ci è riuscito neanche colui che aveva superato le leggi della natura durante la sua vita, l'aveva piegata a sé, colui che aveva pronunciato "Talithà Kumi!" e la fanciulla si era alzata; "Lazzaro, alzati!" e il morto era risorto? Contemplando quel quadro la natura appare come una belva enorme, implacabile e cieca, oppure, per usare una espressione più esatta, anche se strana, come una macchina gigantesca nuovissima, che senza pensarci ha afferrato, dilaniato e inghiottito, senza provare alcuna compassione, un essere sublime e inestimabile, lo stesso essere che da solo valeva più della natura e di tutte le sue leggi, più della terra che era stata creata forse solo per consentire la manifestazione di quell'essere! In quel quadro si esprime il concetto di una forza oscura, nuda, eterna e inconsapevole alla quale tutto è assoggettato e concesso malgrado il proprio volere. Le persone che circondavano il morto, che non appaiono nel quadro, quella sera dovevano essere in un terribile stato di ansia e turbamento che aveva distrutto tutte le loro speranze e la loro fede in un colpo solo. Forse si separarono oltremodo impauriti anche se portavano dentro di sé un pensiero grandioso che mai sarebbe sfuggito a loro. Se il Maestro avesse visto l'immagine del suo cadavere alla vigilia dell'esecuzione, sarebbe salito sulla croce e sarebbe morto così? È una domanda che ti viene spontanea, quando contempli quel quadro.”
Il senso della domanda è il perché della Passione e della morte del Cristo? Il dubbio assale prepotente nel contemplare l’immagine del mistero doloroso. Dove è finita la bellezza della vita? O la redenzione dalla morte e dal peccato degli uomini è dato dalla sofferenza? In questo Dostoevskij non aveva dubbi, egli che aveva vissuto di persona la storia della colpa e della pena della deportazione in Siberia, rispecchiata nel personaggio di Raskol’nikov di “Delitto e castigo”. Nella intervista rilasciata a “Russkij vestnik”, “La Gazzetta russa”, al momento della pubblicazione del libro (1866) dichiara: “Nel mio romanzo vi è inoltre un'allusione all'idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede.” L’atteggiamento psicologico del condannato all’espiazione del delitto è riferito con la stessa concisione e chiarezza anche in “L’Idiota”: “Rogožin per due mesi giacque malato di febbre cerebrale e, una volta guarito, subì l'istruttoria e il processo. Le sue deposizioni furono precise e pienamente soddisfacenti, e perciò non si procedette contro il principe. Durante il processo fu molto taciturno, non contraddisse mai il suo abile ed eloquente avvocato che, con dialettica limpida e razionale, voleva dimostrare che il delitto era stato causato dalla febbre cerebrale della quale l'imputato soffriva già da tempo a causa dei molti dispiaceri ai quali era andato incontro. Egli non aggiunse nulla a favore di questa tesi, ma confermò ancora una volta l'accaduto con dovizia di particolari. Fu condannato a quindici anni di lavori forzati in Siberia, dal momento che gli erano state concesse le circostanze attenuanti.” La giusta espiazione per un delitto commesso non provoca dubbi, ma può provocare forti dubbi e la perdita della fede la Passione di un Innocente, come quella del Cristo: “Quel quadro! esclamò d'un tratto il principe preso da un pensiero improvviso. Quel quadro! Ma quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno!”
LO SPLENDORE DELL’IDIOTA Le opere di Dostoevskij si adattano molto bene ad essere sceneggiate per il teatro, come quelle di tanti altri romanzieri dell’Ottocento e del Novecento, ma soprattutto nella forma di “sceneggiati televisivi”. Nella blogosfera, molti di questi sceneggiati sono facilmente rintracciabili in determinati estratti o anche per intero. In questo nostro breve saggio, noi commenteremo “L’Idiota” di Dostoevskij, riallacciandoci nel finale al nostro precedente discorso sul tema del monologo recitato da Giorgio Albertazzi. Il fine è quello di dimostrare come l’opera per intero si fonda su un’idea principale dell’autore, che egli svolge seguendo la trama degli eventi narrati, ma senza che sia possibile al lettore di rintracciarla nei frammenti sparsi lungo tutto il percorso della narrazione. Sostanzialmente, in “L’Idiota”, Dostoevskij esprime un pensiero di fondo sotto la forma dell’arte narrativa, che va a confluire nella corrente espressiva del suo insieme di idee, rintracciabile in altre sue opere letterarie, e che ha finito per costituire la sua filosofia, non teorizzata in un sistema, in ragione proprio del metodo seguito dal suo genio artistico ossia la forma del romanzo. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
4 commenti:
IL DUBBIO E LA FEDE
Note su “L’idiota” di Dostoevskij
“Questo lo dico a voi, perché avete saputo capire e non capire, perché saprete perdonare anche chi non vi ha offeso. Questa è la cosa più difficile, ascoltate: io so che parlare soltanto non basta, bisogna dare l’esempio, cominciare, io ho già cominciato, io non sono di quelli che salvano i cuori, liberano le anime, scacciano il dolore, io sono sicuro, invece, di ispirare il disincantamento, il disgusto. Io non sono capace di cullare, anche se qualche volta ho tentato di farlo. Ma cosa contano il mio dolore, il mio disgusto se ho la forza di essere felice. Sapete io non capisco come si possa passare accanto a un albero e non essere felici di vederlo, parlare con un uomo e non essere felici di amarlo, oh! quante cose stupende s’incontrano ad ogni passo. Guardate un bambino, guardate l’alba, l’aurora, guardate l’erba che cresce, guardate gli occhi che vi guardano e vi amano… ” Chi parla è il Principe Myškin, “L’Idiota”, protagonista del romanzo di Dostoevskij. Si trova in uno stato di esaltazione, prima di cadere colpito da una crisi: “Aglaja corse verso di lui, fece in tempo a prenderlo fra le braccia, e terrorizzata, con il viso contratto dal dolore, udì il grido selvaggio "dello spirito che aveva scosso e sconfitto" un disgraziato. Il malato giaceva sul tappeto. Qualcuno era riuscito ad infilargli un cuscino sotto il capo.”
Il romanzo è uno dei capolavori di Dostoevskij (1868), assieme a “Delitto e castigo”, “Gli indemoniati” e “I fratelli Karamazov”. L’autore racconta la storia del Principe Myškin, un giovane profondamente buono d’animo, ma ingenuo e inesperto della vita. Dopo un soggiorno in Svizzera per curarsi dall’epilessia e da una malattia di nervi, il Principe fa ritorno a San Pietroburgo. Qui conosce Rogožin, un giovane brillante e aggressivo, che lo coinvolge nel suo folle amore per Nastasja, una fanciulla dal triste passato di orfana. Myškin è attratto da un’altra giovane donna Aglaja, ma vittima di trame, tergiversa tra lei e Nastasja, che alla fine viene uccisa per gelosia da Rogožin. Il colpevole viene condannato alla deportazione in Siberia, mente Myškin sprofonda nella malattia mentale e viene di nuovo ricoverato in clinica. Ed ecco la scena della scoperta del delitto: “Ad ogni modo, quando, dopo molte ore, la porta fu aperta ed entrò la gente, l'assassino fu trovato completamente privo di conoscenza e in delirio. Il principe era seduto immobile accanto a lui, e ogni volta che il malato gridava o delirava, subito gli passava la mano tremante fra i capelli e sulle guance, per calmarlo con le carezze. Ma non comprendeva più nulla di quanto gli veniva chiesto, non riconosceva la gente che lo circondava e se Schneider in persona fosse giunto dalla Svizzera per visitare l'allievo e paziente d'un tempo, anch'egli, ricordando lo stato in cui il principe a volte si trovava durante il primo anno della cura in Svizzera, avrebbe fatto un gesto di scoraggiamento e diagnosticato come allora: Idiota!”
“Quando mi alzai per chiudere a chiave la porta dietro di lui, mi venne in mente all'improvviso il quadro che avevo visto da Rogožin quel giorno, in una delle sale più tetre della casa, appeso in cima ad una porta. Me l'aveva mostrato egli stesso quando eravamo passati di lì, io mi ero soffermato ad osservarlo per cinque minuti circa. In esso non c'era nulla di ammirevole dal punto di vista artistico, ma suscitò in me una strana inquietudine. Il quadro rappresentava il Cristo appena deposto dalla croce. Mi sembra che i pittori abbiano tuttora l'abitudine di rappresentare Cristo sulla croce, oppure nella deposizione, con un viso di bellezza straordinaria; essi cercano di conferirgli questa bellezza anche fra le torture più atroci. Nel quadro di Rogožin di bellezza non ce n'è neanche l'ombra, c'è solo il cadavere di un uomo che ha subito indescrivibili torture prima di finire sulla croce. È stato ferito, battuto dalle guardie, percosso dal popolo mentre portava la croce sulle spalle, è caduto sotto il peso della croce e ha subito per sei ore il supplizio sulla croce (così per lo meno ho calcolato io). È il viso di un uomo che è stato tolto or ora dalla croce, che ha ancora in sé qualche barlume di vita, di calore, non si è ancora irrigidito nella morte. Dal suo viso dunque traspare la sofferenza come se ancora soffrisse (questo l'artista lo ha colto molto bene). Quel viso non è stato affatto risparmiato, esso è esattamente come quello di un cadavere che ha subito tali torture. So che la chiesa cristiana ha stabilito sin dai primi secoli che Cristo non soffrì metaforicamente, ma realmente e che il suo corpo fu sottoposto sulla croce alle leggi della natura in tutto e per tutto. Nel quadro questo viso è tumefatto dai colpi, gonfio, ricoperto di lividi terribili, sanguinanti, gli occhi sono spalancati, le pupille sono storte, il bianco degli occhi luccica di un riflesso vitreo, cadaverico. Lo strano è che quando guardi quel corpo straziato, ti viene una domanda curiosa e particolare: se era quello il corpo (e doveva essere proprio così) che videro i suoi discepoli, soprattutto i suoi futuri apostoli, le donne che lo avevano seguito e assistito vicino alla croce, che credevano in lui e lo adoravano, come potevano essi credere, guardando un cadavere ridotto così, che quel martire sarebbe risorto? Viene
spontaneo pensare che se la morte è così terribile e se sono così potenti le leggi della
natura, come è possibile sconfiggerle? Come fare a sconfiggerle se non ci è riuscito neanche colui che aveva superato le leggi della natura durante la sua vita, l'aveva piegata a sé, colui che aveva pronunciato "Talithà Kumi!" e la fanciulla si era alzata; "Lazzaro, alzati!" e il morto era risorto? Contemplando quel quadro la natura appare come una belva enorme, implacabile e cieca, oppure, per usare una espressione più esatta, anche se strana, come una macchina gigantesca nuovissima, che senza pensarci ha afferrato, dilaniato e inghiottito, senza provare alcuna compassione, un essere sublime e inestimabile, lo stesso essere che da solo valeva più della natura e di tutte le sue leggi, più della terra che era stata creata forse solo per consentire la manifestazione di quell'essere! In quel quadro si esprime il concetto di una forza oscura, nuda, eterna e inconsapevole alla quale tutto è assoggettato e concesso malgrado il proprio volere. Le persone che circondavano il morto, che non appaiono nel quadro, quella sera dovevano essere in un terribile stato di ansia e turbamento che aveva distrutto tutte le loro speranze e la loro fede in un colpo solo. Forse si separarono oltremodo impauriti anche se portavano dentro di sé un pensiero grandioso che mai sarebbe sfuggito a loro. Se il Maestro avesse visto l'immagine del suo cadavere alla vigilia dell'esecuzione, sarebbe salito sulla croce e sarebbe morto così? È una domanda che ti viene spontanea, quando contempli quel quadro.”
Il senso della domanda è il perché della Passione e della morte del Cristo? Il dubbio assale prepotente nel contemplare l’immagine del mistero doloroso. Dove è finita la bellezza della vita? O la redenzione dalla morte e dal peccato degli uomini è dato dalla sofferenza? In questo Dostoevskij non aveva dubbi, egli che aveva vissuto di persona la storia della colpa e della pena della deportazione in Siberia, rispecchiata nel personaggio di Raskol’nikov di “Delitto e castigo”. Nella intervista rilasciata a “Russkij vestnik”, “La Gazzetta russa”, al momento della pubblicazione del libro (1866) dichiara: “Nel mio romanzo vi è inoltre un'allusione all'idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede.”
L’atteggiamento psicologico del condannato all’espiazione del delitto è riferito con la stessa concisione e chiarezza anche in “L’Idiota”: “Rogožin per due mesi giacque malato di febbre cerebrale e, una volta guarito, subì l'istruttoria e il processo. Le sue deposizioni furono precise e pienamente soddisfacenti, e perciò non si procedette contro il principe. Durante il processo fu molto taciturno, non contraddisse mai il suo abile ed eloquente avvocato che, con dialettica limpida e razionale, voleva dimostrare che il delitto era stato causato dalla febbre cerebrale della quale l'imputato soffriva già da tempo a causa dei molti dispiaceri ai quali era andato incontro. Egli non aggiunse nulla a favore di questa tesi, ma confermò ancora una volta l'accaduto con dovizia di particolari. Fu condannato a quindici anni di lavori forzati in Siberia, dal momento che gli erano state concesse le circostanze attenuanti.”
La giusta espiazione per un delitto commesso non provoca dubbi, ma può provocare forti dubbi e la perdita della fede la Passione di un Innocente, come quella del Cristo:
“Quel quadro! esclamò d'un tratto il principe preso da un pensiero improvviso. Quel quadro! Ma quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno!”
Arte drammatica
LO SPLENDORE DELL’IDIOTA
Le opere di Dostoevskij si adattano molto bene ad essere sceneggiate per il teatro, come quelle di tanti altri romanzieri dell’Ottocento e del Novecento, ma soprattutto nella forma di “sceneggiati televisivi”. Nella blogosfera, molti di questi sceneggiati sono facilmente rintracciabili in determinati estratti o anche per intero. In questo nostro breve saggio, noi commenteremo “L’Idiota” di Dostoevskij, riallacciandoci nel finale al nostro precedente discorso sul tema del monologo recitato da Giorgio Albertazzi. Il fine è quello di dimostrare come l’opera per intero si fonda su un’idea principale dell’autore, che egli svolge seguendo la trama degli eventi narrati, ma senza che sia possibile al lettore di rintracciarla nei frammenti sparsi lungo tutto il percorso della narrazione. Sostanzialmente, in “L’Idiota”, Dostoevskij esprime un pensiero di fondo sotto la forma dell’arte narrativa, che va a confluire nella corrente espressiva del suo insieme di idee, rintracciabile in altre sue opere letterarie, e che ha finito per costituire la sua filosofia, non teorizzata in un sistema, in ragione proprio del metodo seguito dal suo genio artistico ossia la forma del romanzo.
(Segue)
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