lunedì 1 giugno 2026

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              Il grigio della ragione (2)



15 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

TEATRINO (Copione)
I due, ossia Io e l’Altro, saltiamo sul treno in corsa, subito dopo l’uscita dalla stazione di Sulmona, dove ce l’eravamo visto sfilare davanti, essendo arrivati in ritardo. Volati, attraverso un finestrino aperto – ma non è una domenica di febbraio, nell’ora del vespro? E allora? No, niente. Ti eri dimenticato che gli spiriti non avvertono il cambiamento climatico. Volevi dire la variazione di temperatura? Perché che differenza fa? Tra clima e temperatura? Vogliamo fare meteorologia o narratologia? Ehi, narratologo! Volevi dire o… O che cosa? Basta. Il teatrino, scacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra. Volevi dire dal finestrino del treno. E va bene! Continuiamo la stesura del copione. D’accordo! – Percorriamo alcuni vagoni, e in uno di prima classe, notiamo un tizio in giacca e cravatta, sulla cinquantina, no un po' di più d’anni, chi è? Il personita del blogger che legge, no, ha nelle mani un libro: “La critica della ragion pura”. Un individuo colto, a cui hanno pagato il biglietto del treno. Perché? E ti sembra che un tizio del genere è solito viaggiare in prima classe? Io, una volta, ho letto (“L’uomo differito” – “Nell’azzurro della notte”) che viaggiava in vagone letto camera singola, quando era poco più che ventenne. Un riccone? No, uno sbruffone. Forse era un dandy – Essere un dandy significa fare della propria vita un'opera d'arte, rifiutando le convenzioni borghesi e la banalità. O si atteggiava come tale. Era un personaggio reale o immaginario, come siamo noi, io e te? Sta arrivando il controllore che ci fa la multa, perché noi “clandestini” non abbiamo il biglietto – non siamo mica ricconi! no, solo scrocconi! – poi ci strizza l’occhio sinistro, e si allontana. Notiamo che questo ambiguo ferroviere calza scarpe da ginnastica, ed è lo stesso che viaggia sulla tratta Roma Firenze, magari domani pubblichiamo il relativo mimo. Ora invece pubblichiamo il seguito di “Il grigio della ragione”, vedi post del 23 maggio.

Silvio Minieri ha detto...

IL GRIGIO DELLA RAGIONE
... questo ineffabile noumeno annunciato dal fenomeno, la cui intrinseca aporia il pensatore di Konigsberg ha suggestivamente rappresentato nell’immagine dei petali e della corolla del giglio nello stagno, di cui non si conosce se il gambo sia legato o meno al fondo.

Silvio Minieri ha detto...

- La ragione in sé, l’Io di cui la nostra coscienza empirica non può sapere, e come si vede l’aporia kantiana si mantiene e prosegue con Fichte ed in verità con tutti gli altri, è la ragion pura, priva di ogni relazione con l’esperienza, la facoltà conoscitiva pura del nostro intelletto.
- La ragione senza il grigio…
- Forse, ma ascoltami, Decio Livio: la ragione in sé di cui diciamo è la ragion pura di Kant ed allo stesso tempo non lo è; capisci questo passaggio?
- Mi è impossibile capirlo, alla luce del principio di non contraddizione di Aristotele: ne convieni anche tu?
- Sì, mio attento interlocutore, posso convenire con te che di difficile comprensione appare in quale senso (direzione) ho posto la mia affermazione contraddittoria.
- Quale il senso, dunque, Nera?
- Non certo ovviamente il senso comune e neppure, in relazione a quanto da te ben precisato, il senso filosofico, che pure il senso comune precede ed orienta, anche se quest’ultimo proseguendo spesso su una strada in-sensata finisce per smarrirne l’orizzonte. La logica del senso comune si basa su un principio della Logica, peraltro spesso violato dai metafisici e chiaramente formulato da Aristotele, il principio d’identità o non contraddizione, da te appropriatamente menzionato, da cui discende che un ente non può ad un tempo essere uguale e non uguale ad un altro ente e neppure a sé stesso, non può essere uguale a sé stesso e nello stesso tempo non essergli uguale. La mia asserzione, alla luce di questo principio, appare, come puntualmente è apparsa a te, in-sensata: ciò è, id est privo di senso.
- Quale il senso dunque, Nera, torno a domandare.
- Il senso a-logico e aporetico di ammettere due interpretazioni della mia asserzione, che a loro volta comportano due differenti conseguenze.
- E quali, Traseo Nera?
- Quelle che corrispondono alla contraddizione originaria di Kant, come messa in luce dai suoi primi critici e che, come abbiamo abbondantemente commentato, ha recato con sé la successiva filosofia idealistica, per cui da una parte il noumeno sembra essere e da un’altra parte sembra non essere, con la definitiva soluzione hegeliana di abolire ogni reale in contrapposizione al razionale (l’ideale).
- E quali sono queste due inter-pretazioni, dunque?
- Queste due: la prima è che la “ragione in sé” è apparentemente la “ragione pura” di Kant, cioè appare esserlo, ma non si sa e non si può sapere se veramente lo è, per cui la nostra “ragione in sé” non è la kantiana “ragion pura”.
- E la seconda?
- La “ragione in sé” è la “ragion pura” di Kant.
- E come?
- Immaginando che il giglio sia legato con il gambo al fondo dello stagno.
- Un’ipotesi soltanto?
- Che io, Decio Livio, mi pregio di fare, il pretium della mia inter-pretazione.
- Mi sembra, Traseo Nera, che tu stia scivolando nel virtuosismo del fantastico.
- Ma la vis da cui trae origine la mia virtù del fantastico non è la violenza della yubris, la prepotenza del discorso, che sopraffacendo uno dei due termini, lo sopprime, dovendone poi pagare il fio, bensì la violenza, la vis, la forza di ammettere nell’opposizione di due termini l’esistenza dell’uno e dell’altro, che è il suo contrario.
- Nel “fantastico” però, Traseo Nera, se vogliamo rimanere legati al significato della mia interlocuzione.
- Ma certo, Livio, il fantastico, che nel suo apparire (fainomai) si fa reale.

Silvio Minieri ha detto...

- Non riesco a seguirti in questo tuo passaggio, Traseo Nera, il tuo “salto” dal fantastico al reale, dogmaticamente asserito, ma niente affatto dimostrato, alla luce della ragione, la ratio, che pure deve governare il nostro dialogare.
- E come potrebbe apparire il nulla dell’essere, Decio Livio? Dimmelo.
- Come?
- Come potrebbe prodursi un fenomeno privo di una consistenza reale, seppure questa realtà non sia afferrabile dall’intelletto?
- Ma non è tale la prima delle tue interpretazioni, corrispondente alla prima delle tue due ipotesi, pure essa necessitante di un suo pregio, un pretium?
- In verità, lo è, ma proprio come una figura che alla luce del sole, la ratio, reca indissolubile con sé la sua ombra?
- E quale di queste due immagini è la vera, quella in sé reale?
- Come vedi, è questa l’aporia originaria, che sin dall’inizio del dialogo, dal suo preludio, ci tiene sotto il giogo, in sua salda signoria.
- Ma forse Hegel, il suo cielo della verità…
- Non allontaniamoci dal nostro argomentare, Livio; l’aporia della “ragione in sé” che s’identifica alla “ragion pura” e pure da essa si distingue, come l’ombra dall’immagine trascina con sé anche un’altra aporia, ancora più pregiudizievole per il nostro discorso.
- E quale, Traseo Nera?
- Quella per cui la “ragione in sé” è la “ragione in sé” e ad un tempo non lo è.
- E come?
- Per ana-logia, come la “ragione in sé” è e non è la “ragion pura”, così la “ragion in sé” è la “ragione in sé” e non lo è?
- Mi sembra più una tauto-logia, la tua, Traseo Nera, che un’ana-logia.
- Non vorrei addentrarmi in una dimostrazione di come “l’identico” della tauto-logia si distingua dal “simile” dell’ana-logia, ma preferirei proseguire nell’esame della “ragione in sé” considerata come assoluta, cioè sciolta da ogni relazione con l’altro da sé.
- E sia, Traseo Nera, ma ti confesso che a questo punto del discorso, mi sento molto disorientato.
- Riandiamo al passaggio iniziale di questo nostro argomentare.
- E quale?
- Quello in cui abbiamo convenuto di accontentarci del fenomeno o apparenza (Erscheinung) della “ragion pura”, la cui “inseità” è irraggiungibile dall’intelletto, come vuole una corretta esposizione del criticismo kantiano.
- Allora devo dedurre, da quanto da te detto poco fa a proposito dell’ana-logia, che dobbiamo accontentarci del fenomeno o apparenza (Erscheinung) anche della nostra “ragione in sé”, da noi irraggiungibile.
- Esattamente come l’Io fichtiano, che spontaneamente si pone senza poter essere oggetto di un sapere empirico.
- Ma già Cartesio…
- Questi tuoi accenni a giganti della filosofia, che getti là nel discorso incidentalmente ed in maniera apparentemente ingenua meriterebbero approfondite analisi, che però, come ben vedi, ci vengono impedite dal tempo limitato del nostro viaggio in treno da Roma a Pescara, se vogliamo attenerci al nostro tema: “il grigio della ragione”.
- Ebbene, Nera?
- Diamo dunque per scontato che quando “qui” parliamo della “ragione in sé”, noi cogliamo la “ragion pura” di Kant.
- Diamolo per scontato, Nera; diamo per scontato cioè che fenomeno e noumeno della “ragione in sé” si accordino nel loro essere, che ne dissolve il nulla, alla “ragion pura” di Kant e prosegui con il tuo discorso.

Silvio Minieri ha detto...

- Qui, abbiamo usato i termini kantiani, combinandoli con altri concetti filosofici dello spessore dell’essere e del nulla, se del nulla si può dare un concetto, in forma abbastanza confusa; pertanto, prima di proseguire, caro Decio Livio, ci tengo a precisare, per evitare ulteriore confusione e per non ingenerare nei nostri lettori o ascoltatori invisibili che dir si voglia il dubbio di una nostra ignoranza delle dottrine kantiane non solo, ma anche di altro della scienza di cui andiamo discettando e cioè in questo caso la filosofia trascendentale ovvero la ragion pura ed anche della filosofia in genere e della cultura e civiltà, di cui la filosofia è, direi, simbolo, ritengo a precisare, ripeto, che in senso abbastanza improprio, non proprio della filosofia kantiana cioè, ho usato i termini che alle dottrine di questo eminente pensatore attengono.
- Mi sembra di poter concordare con quanto tu dici, Nera, ma mi permetterai un’osservazione, o mio fedele amico.
- Certo, caro Decio, parla.
- Un momento fa, tu, Traseo Nera, hai fatto scivolare nel discorso, in maniera del tutto incidentale e secondaria ed apparentemente “ridondante”, questa tua frase: “… per non ingenerare nei nostri lettori…” e poi subito hai aggiunto. “…o ascoltatori invisibili che dir si voglia…”
- “…il dubbio di una nostra ignoranza…”
- Esattamente.
- Continua, Livio, sono qui ad ascoltarti.
- Caro Traseo, in un precedente passo di questo nostro dialogo, può esserti sembrato di avermi convinto nell’ammissione dell’esistenza di un platonico “cielo” sulla terra di noi dialoganti, figurativamente un treno in corsa da Roma verso Pescara, nella simbolica direzione da ovest ad est, dalla terra della sera, l’occidente, dove il sole declina e tramonta fino al nuovo Inizio dell’oriente, dove il sole sorge. Hai approfittato di una mia risposta accondiscendente alla “visione celeste”, gli eidos del tuo Platone, quando mi hai interrogato sul mio “io”: - Io sono l’apparenza di un divino Altro, che esiste nel mondo vero e che “qui”, in quanto apparenza, figura, viene “manipolato” dal divino, di cui tu sei copia. Così ho detto, per venirti incontro e tu, pronto, hai ribattuto: - Bene, molto bene, Decio Livio. Così ottimamente integrati nei nostri “ruoli”, continuiamo il nostro dialogare.
- Ed allora?
- Allora…
- Ma, scusa, Livio, non avevi tu, sempre in quel passo del nostro dialogo che andiamo citando, esplicitamente detto: - Io invece penso questo: Tu, Traseo Nera, sei “l’Altro”, il divino, un quisque de populo del mondo dei divini. Hai citato troppo fedelmente un testo immaginario, copia di un testo vero, di un filosofo immaginario, ombra di un filosofo vero. Non avevi forse così detto, di tua iniziativa?
- Sì, ma per restare nel contesto del tuo linguaggio, Traseo Nera, senza per questo però condividerne il pensiero, accettando quella “celeste” visione, la contemplazione delle eterne essenze, su cui modellare ogni nostra azione ed in cui consiste tutta la filosofia socratica e platonica.
- Tu rivendichi un tuo destino di libertà, a quanto pare.

Silvio Minieri ha detto...

- Caro Traseo, il “cielo” sulla terra di noi dialoganti, entrambi protagonisti di un dialogo già scritto o quanto meno pensato da una Mano creatrice (cheiros) superiore, che ci tiene avvinti alla necessità della sua Logica, la sua Volontà, il “cielo” dei visibili, le Idee, che oltre-il-cielo sopra di noi, ora divenuto grigio nel paesaggio di neve dell’Abruzzo, in cui il nostro treno s’inoltra, destina le nostre esistenze fittizie di un cosmo fittizio, ombre, fantasmi, copie sensibili di un mondo ideale e divino, unico vero e reale, il “cielo” abitato da quel dio, di cui sulla facciata del suo tempio invisibile si legge in enigma il nome, compitando le iniziali di ogni parola della frase oracolare, che il tuo mito, cioè le favole che mi racconti, dichiara dettate dal dio stesso: “Se iniziali lettere vedrai in ordine / Mio il nome indovinerai e rivelerai immediatamente.” A me sembra, caro Traseo, che sebbene tu voglia apparire come ministro o ierofante di questo dio nascosto, la scimmia divina dal nome impronunciabile, perché la pronuncia del suo nome ne rivelerebbe la sacra ed inviolabile immagine, e questo la divinità a noi mortali non lo consente, ebbene, Traseo Nera, seppure tu l’hai già ammesso, ma non come una Verità, quanto piuttosto come una concessione: - E sia! Ammettiamolo pure, io penso che questo sconosciuto dio sei tu, ma non come copia sensibile, fantasma umano e divino. No, Traseo, il Signore del tempio mitico e invisibile, dalla enigmatica iscrizione sul frontone, sei Tu, tu, Traseo Nera in carne ed ossa. Traseo carissimo, nessun dio destina la nostra storia o ha già descritto o pensato il nostro colloquio su questo treno, che ora corre, in terra d’Abruzzo, in questo suggestivo paesaggio di montagne bianche di neve nella grigia aria invernale, in direzione di Sulmona e Pescara, destinazione finale del nostro viaggio, nel pomeriggio di una domenica di febbraio dell’anno successivo alla seconda Olimpiade di Atene dei tempi moderni, seduti in una carrozza di prima classe su questi sedili di velluto verde pastello, con drappi bianchi ricamati come poggiatesta, ferrovieri in divisa che si scambiano impressioni sul loro lavoro seduti più in là ed altri passeggeri sparsi. Non esiste un mondo vero all’infuori di questo, Traseo Nera, il “cielo” della tua favola bella è vuoto; Traseo, rimaniamo in questo nostro mondo umano, forse troppo umano, ma reale ed esistente, questa nostra terra…
- Scusami se t’interrompo, Decio Livio, tu sei troppo colto per non sapere che stai scivolando verso l’appello nietzschiano: fratelli, restate legati alla terra. L’annuncio della sparizione del divino dalla scena del mondo, la sua cancellazione con un colpo di spugna dall’intero orizzonte ha un suo fascino poetico, creativo, ma è soltanto nostalgia d’artista. La verità è altrove. Eppure, Decio Livio, io ti vorrei proporre una tregua in questo nostro antagonismo, questa nostra polemica (polemos, guerra) sul discorso cosmologico.
- Accetto, Traseo Nera, cogliendo l’opportunità che tu mi offri, per non distruggerci a vicenda e pagare poi il fio della nostra contesa. Certo su Anassimandro ed Eraclito avremo occasione di ritornare in altra occasione, come spero anche tu auspichi.
- Non manco di auspicarlo, mio caro amico nemico.

Silvio Minieri ha detto...

- Bene. Prima però di abbandonare per oggi la questione cosmologica, vorrei soltanto dire questo, a proposito di tale argomento: non scarichiamo la responsabilità della nostra ignoranza in filosofia ed altre dottrine sulle spalle di un “dio” invisibile, che abita un “cielo”, dalla mia prospettiva forse troppo umana, inevitabilmente vuoto.
- E sia, Decio Livio, non replicherò più ora alle tue affermazioni, ma ti prego di seguirmi sul mio discorso su Kant.
- Ti seguo, ottimo Nera.
- Nel lessico del filosofo di Königsberg, la ragion pura, priva cioè di ogni commistione con l’esperienza sensibile, è la facoltà conoscitiva dell’intelletto, di cui egli si è assunto il compito di tracciare nella sua “Critica” i principi generali, per dare vita ad una scienza della Metafisica, aventi pari dignità scientifica dei principi di altre scienze teoretiche. Orbene, ogni volta che l’esperienza ci “dà” i suoi oggetti, i “dati” empirici, la capacità di ricevere rappresentazioni di quegli oggetti, di quei dati, per il modo da cui siamo da questi modificati, si chiama s e n s i b i l i t à . “Gli oggetti, dunque, ci sono d a t i per mezzo della sensibilità ed essa solo ci fornisce intuizioni;” cito testualmente il passo iniziale della “Estetica trascendentale”: “ma queste vengono pensate dall’intelletto e da esso derivano c o n c e t t i. L’azione di un oggetto sulla capacità rappresentativa, in quanto noi ne siamo affetti, è s e n s a z i o n e . Quella i n t u i z i o n e, che si riferisce all’oggetto mediante la sensazione, dicesi e m p i r i c a. L’oggetto indeterminato di un’intuizione empirica dicesi f e n o m e n o.”
- E dunque?
- Per pensare la r a g i o n p u r a di Kant, io ti propongo, Decio Livio, un’immagine.
- E quale?
- Un’immagine tratta dal suo stesso discorso speculativo: la colomba. Nel cielo azzurro leggera vola una bianca colomba. Crede la candida colomba che volerebbe in maniera ancora più leggera, senza l’impedimento dell’aria; non sa che è proprio l’aria su cui poggia le ali che le permette di volare. Senz’aria la colomba non può librarsi, non può volare: una colomba impensabile, dunque, senza l’aria; una ragion pura impensabile quindi, senza l’esperienza.
- Il paragone non regge.
- E perché?
- Perché impensabile senza l’aria è il volo della colomba, nell’immagine della colomba che vola, non la colomba; impensabile, pertanto, senza l’esperienza è il lavoro della ragion pura, una ragion pura in elaborazione senza dati da elaborare, non la ragion pura.
- Non sono d’accordo, Decio.
- E perché?
- Nel cielo azzurro vola la colomba bianca; noi vediamo la colomba, Livio?
- Certo.
- Vediamo l’aria?
- È l’azzurro del cielo.
- Una cosa è l’azzurro del cielo, altro l’aria, in verità, ne convieni?
- Potrei.
- L’aria dunque è invisibile, ma io ti concedo una sua “visibilità”.
- Non capisco, Nera.
- Nell’immagine della colomba bianca che vola nel contrasto del cielo azzurro, che cosa ci incanta, Decio?
- La suggestione dei colori, forse: l’azzurro ed il bianco, la loro purezza.
- Soltanto?
- Lo spettacolo, direi, di infinita bellezza.
- Bravo, mio caro Decio, lo spettacolo, il thauma.
- Thaumazein, la meraviglia che genera, come ci insegnano Platone ed Aristotele, l’amore per il sapere, il desiderio di sapere, la filo-sofia.
- È visibile lo spettacolo, Livio?

Silvio Minieri ha detto...

- A quale spettacolo ti riferisci, in questo tuo dire, Nera? Se mi parli dello spettacolo della colomba che vola nel cielo azzurro, non ho nessuna esitazione nell’affermare che esso è visibile, l’immagine si fa “spettacolo” ai nostri occhi.
- Con il modo con cui hai dato la tua risposta, Decio Livio, tu dimostri di conoscere molto bene l’argomento e le sue insidie.
- Dimmi, Nera.
- Quando l’immagine si fa spettacolo, è visibile l’immagine dello spettacolo senza la sua concretezza figurativa? Togliamo dallo spettacolo della colomba bianca che vola nel cielo azzurro il cielo azzurro e la colomba bianca in volo: che rimane dello spettacolo?
- Dello spettacolo, la visione svanisce, lasciando in noi un sentimento di incanto e di stupore: con un certo linguaggio filosofico e poetico, direi che lo spettacolo s’interiorizza, si fa meraviglia.
- La visione svanisce: che cosa rimane della visione?
- Il “nulla” dello sfondo dello spettacolo.
- Io non ti domanderò, Decio Livio, del “nulla” dello sfondo dello spettacolo, ma ti porrò un altro quesito: se togliamo dallo spettacolo della colomba bianca che vola nel cielo azzurro l’elemento del cielo azzurro, che cosa rimane?
- La bianca colomba in volo.
- E te la sai raffigurare, senza il cielo azzurro?
- È molto difficile, molto problematica una tale raffigurazione: bisognerebbe pensare ad uno sfondo non raffigurabile in immagine, contro cui peraltro il volo della colomba non potrebbe avere risalto e sarebbe a sua volta di difficile con-figurazione.
- E se, in questo caso, non è immaginabile una colomba in volo a sé stante nello “spettacolo”, sarebbe essa pensabile?
- Dovrei rispondere di no, Traseo Nera.
- E non ti sembra questa tua conclusione, seppure di un discorso, dove io ti ho costretto a seguirmi e dove tu mi hai seguito, benché tu potessi seguire altri sentieri ed in maniera niente affatto capricciosa, non ti sembra questa conclusione, dicevo, in contrasto con quanto più sopra tu avevi sostenuto e che cioè “… impensabile senza l’aria è il volo della colomba, nell’immagine della colomba che vola, non la colomba…”?
- No, non mi sembra, a rigore.
- Ma se, dati determinati presupposti, e cioè l’assenza dell’immagine di uno sfondo, che per contrasto potrebbe mettere in risalto la figura rappresentata, impensabile è una colomba in volo, non ti sembra a maggior ragione ancora più impensabile una colomba non in volo?
- Rispondendoti prima: “No, non mi sembra a rigore”, poteva sembrare la mia risposta surrettizia, in quanto nella mia prima proposizione si affermava quanto asserito nella seconda: “l’impensabilità e inimmaginabilità” di un volo della colomba o di una colomba in volo, che è lo stesso; io, però, mostrando questo collimare tra le due asserzioni, avrei dato l’impressione di voler nascondere, con la mia precisazione: “a rigore”, una circostanza fondamentale, quella da te ben messa in evidenza: che, cioè, il più contiene il meno, per cui se impensabile è, in una determinata situazione, una colomba in volo, tanto meno pensabile è una colomba non in volo, una colomba in volo cioè a cui si toglie l’elemento del volo. Eppure, Traseo Nera, così non è.
- E come? E perché?

Silvio Minieri ha detto...

- Perché, caro Traseo, una cosa tò òn, è l’inimmaginabilità, altro l’impensabilità, che io con la congiunzione “e” pure avevo, in maniera grammaticalmente scorretta, disgiunto e non congiunto. Pertanto, se l’immagine mi si presenta nello “spettacolo” oggetto di visione, non così il pensato oggetto di pensiero; per usare il linguaggio kantiano da te poc’anzi illustrato, una cosa è la s e n s a z i o n e che riceviamo dall’oggetto “colomba”, altro il suo c o n c e t t o.
- Non facciamo confusione, Decio Livio, la mia “colomba” è un oggetto meta-empirico, no empirico.
- E quindi in conoscibile.
- Ma pensabile.
- Pensabile, certo, però soltanto se prima oggetto di intuizione sensibile, empirica.
- Forse ci siamo soffermati troppo a lungo su un punto “ozioso” del discorso, Decio Livio. Siamo nell’ocium, mio caro, argomento questo, l’ocium, su cui t’invito sin d’ora ad un prossimo colloquio o confronto, se così vogliamo definire i nostri incontri “oziosi”.
- L’ocium, Traseo, molto volentieri.
- Ora torniamo alla nostra prima ipotesi e consideriamo “la ragion pura in sé come assoluto”, abbandonando l’immagine della bianca colomba, che sembra abbia finito per sviarci, perché noi ci siamo ritrovati, così d’un tratto, senza accorgercene, in cul-de-sac.
- Condivido quello che dici, Traseo Nera.
- Il pensiero e l’immagine, la conoscenza come visione: percorrendo una direzione che sfiorava questo collaudato “sentiero” del conoscere, siamo finiti nel cul-de-sac; tornando indietro potremmo imboccare questa “via”.
- Comprendo quello che dici: già per Platone e poi anche per Aristotele, la conoscenza è visione o anche la visione è conoscenza..
- Bravo, Decio Livio, approfondiremo questo argomento un’altra volta con tutta la dovuta attenzione che un tale discorso merita, è tempo, ora, di giungere alla conclusione della prima ipotesi, almeno.
- Certamente.
- Dunque la ragione sé, a quanto pare inconoscibile, ma pensabile, in assoluto non dovrebbe avere in sé il “grigio”, ovvero l’esperienza.
- Eppure, Traseo Nera, io non mi sento del tutto convinto.
- Forse abbiamo sottovalutato il problema della prospettiva del pensiero interno a sé stesso, l’unità sintetica originaria dell’appercezione, per usare le parole di Kant, il filosofo dal cui pensiero dobbiamo trarre ispirazione e guida, per non errare lungo il sentiero parmenideo delle false apparenze: “L’Io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni; ché altrimenti verrebbe rappresentato in me qualcosa che non potrebbe essere per nulla pensato, il che poi significa appunto che la rappresentazione o sarebbe impossibile, o, almeno per me, non sarebbe.” (p.110)
- “L’Io penso, altrimenti, non essere”: la testa al toro è stata tagliata; Cogito, ergo sum: in proposito Cartesio era stato più lapidario ed anche più “categorico”.
- Non è possibile negare che il “francese” sia stato il vero e primo matador del pensiero moderno, quello che ha aperto la strada alla cesura tra res cogitans e res extensa.
- No, non lo si può negare; sono d’accordo con te, Nera.
- Dunque la ragione in sé, come dicevamo, per sé configurabile, come correggiamo la nostra espressione di inconoscibilità ma pensabilità di poco sopra, secondo la successiva riflessione sul testo kantiano, in assoluto non dovrebbe avere in sé il “grigio”. La singolarità, l’essere “in me” cioè, della rappresentazione originaria dell’ “Io penso” , che Kant definisce “appercezione pura” o “appercezione originaria” porta a concludere della in-appartenenza del “grigio” alla ragione.

Silvio Minieri ha detto...

- Così pare e così dovrebbe risultare attenendosi strettamente alla formulazione dell’ipotesi.
- Tutto sta nel chiarire, nello “spiegare” se l’intuizione che noi abbiamo di “ragione” celi in sé anche il “grigio”. Togliamo dunque le “pieghe” al discorso, per vedere se in esso si nasconda altro oltre quello che viene formulato in ipotesi e procediamo nell’esame delle altre ipotesi, anche se io suggerisco di farlo con una certa “ironia”.
- Ironia come eironeia, simulazione di non sapere.
- Ironia socratica, Decio Livio.
- Certo, convengo, Traseo Nera.
- La seconda ipotesi, quella che ora dobbiamo esaminare, riguarda la “ragione in relazione con altro da sé”, dico bene?
- Sì, dici bene.
- Ora, questa seconda ipotesi, già nella sua formulazione, sembra scindersi in due sub-ipotesi, almeno così intuitivamente mi appare in una prima immediata riflessione.
- E quali?
- Ragione in relazione con altro da sé come un “tutt’uno” e ragione in relazione con altro da sé come un “composto di due elementi”, solo apparentemente un tutt’uno. Non è così?
- Devo dire, Traseo Nera, che questo nostro esercizio dialettico sulla “ragione” e il suo “grigio”, attraverso la dissezione, passami questo termine anatomico, del problema nelle sei ipotesi e l’esame minuzioso di ognuna di esse mi sembra un andare e ritornare sugli stessi argomenti senza innovare rispetto alla formulazione delle ipotesi.
- Non so darti torto, Decio Livio; ma dobbiamo, comunque, continuare nel compito che ci siamo assegnati e t’invito a non demordere: sei d’accordo?
- Ma certo, Traseo Nera, non intendo affatto tirarmi indietro.
- Esaminiamo allora la prima sub-ipotesi: la ragione in relazione ad altro da sé come un tutt’uno. Ad un primo sommario esame questa prima sub-ipotesi della seconda nostra ipotesi potrebbe apparire simile alla quinta ipotesi, se limitata al suo contrario, il “grigio”, come altro da sé, se noi non avessimo escluso però proprio questa possibilità, il “contrario” dei due termini dati, nel considerare l’ipotesi seconda e le altre anche. Sei d’accordo su questo, Decio Livio? Dimmi.
- Seguo con attenzione quello che dici, Traseo Nera; e non ti preoccupare se mostro qualche segno di perplessità, più che altro dovuto alla possibilità che le tue parole offrono di apertura ad un diverso corso dei pensieri.
- Bene, caro Decio, ascoltami, dunque. La proposizione del tutt’uno della ragione in relazione con l’altro da sé, che però non è ‘come altro da sé’ il ‘grigio’ della ragione, comporta l’im-mediato, la non mediatezza, della conciliazione tra due termini contraddittori: il sé della ragione e l’altro da sé della ragione. Non è così?
- Sì, è così.
- E questo procedere dialettico tra il sé e l’altro da sé, l’affermativo e il negativo, non ci richiama una certa dialettica di memoria hegeliana, dove la posizione di un lato positivo di un termine comporta l’immediata posizione del suo lato negativo e contestuale annullamento di ognuno dei due lati nell’altro?
- Sì, con la conseguente sintesi tra tesi ed antitesi.

Silvio Minieri ha detto...

- Orbene, se la ragione incontra l’altro da sé, la sintesi dei due termini qual è?
- Il tutt’uno del sé con l’altro da sé, mi pare, Nera.
- E qual è la novità di questa sintesi sulla proposizione iniziale?
- Io ci penso, Traseo Nera, ma non riesco a trovare una risposta, così immediatamente. Più che altro mi pare questa sintesi un’addizione quantitativa, un quantum che si aggiunge, più che un cambio di qualitas dei due termini, che possa rispondere alla tua domanda sulla novità qualitativa, il “qual” della proposizione: “qual è la novità”.
- Bene, Decio Livio, procediamo allora in questo modo: osserviamo che cosa perde la “ragione” nell’incontro con l’ “altro da sé”. Che cosa diventa nulla della ragione, se non la ragione stessa?
- Direi.
- E che cosa diventa nulla dell’ “altro da sé” della ragione, se non l’altro da sé, il non-ragione della ragione?
- Convengo con te, Traseo Nera, su questo.
- Ed allora, annullandosi il negativo della ragione nella ragione stessa, non risulta questo negativo ragione?
- Direi di sì, ma subito un’obiezione mi si presenta?
- E quale, Decio Livio? Mi sembra d’intuirla.
- Traseo Nera, qual è la novità, il novum del risultato rispetto al prius dell’incontro dei due termini, rimanendo essi identici a sé stessi, per l’annullamento del termine contrario che ognuno dei due reciprocamente incontra?
- Ma il loro divenire, Decio Livio, il divenire! La ragione diviene altro da sé e l’altro da sé della ragione diviene ragione, capisci?
- Un’inversione dei termini, vuoi dire?
- Certo! E come possiamo formulare ora la nostra nuova proposizione, quella risultata dal reciproco annullarsi di ognuno dei due termini nell’altro e divenire così rispettivamente l’uno l’altro e l’altro l’uno, se non come l’avevi tu definita un attimo fa: un’inversione dei termini? E qual è il risultato di questa inversione dei termini? Il rovesciamento dell’ordine iniziale della proposizione: “il sé della ragione e l’altro da sé della ragione”, con il seguente risultato: “l’altro da sé della ragione e il sé della ragione”.
- Non mi sembra che vi sia alternativa possibile, Nera.
- E dunque?
- E dunque mi pare che siamo finiti in un circolo, da cui mi sembra problematico uscire, perché ogni volta un termine della proposizione ci rimanda all’altro in un reciproco e rispettivo scambio di posizioni senza fine: l’uno diventa l’altro e l’altro l’uno e poi di nuovo quest’ultimo uno diventa l’altro e questo risultante altro uno e così via all’infinito. Non sembra anche a te questo?
- Certo, Decio Livio, anche se forse in un’ottica hegeliana avrei qualche cosa da obiettare; ma senza avventurarci oltre in una tale direzione, io ti vorrei però porre un quesito per uscire da questo circolo, che tu dici.
- E quale?
- Io ti domando questo, Decio Livio: la non-ragione è il contrario della ragione, ma la ragione di cui parliamo qual è?
- La “ragion pura”, Nera.
- Ed il contrario della ragion pura non è una ragion pura non pura?
- Può esserlo.

Silvio Minieri ha detto...

- Può esserlo, dunque. Bene hai detto: “Può esserlo”, Decio Livio, perché il contrario della ragion pura può anche essere, oltre che una ragion pura non pura, anche una ragion pura che non è ragione, una non ragione in assoluto, all’infuori della ferrea logica delle coppie degli opposti; e come mi sarebbe piaciuto, in proposito, leggere l’opera andata perduta di Aristotele, che lui cita nel quarto libro della Metafisica su “La divisione dei contrari”. Non sembra anche a te che sia così?
- Ma certo; noi però, Nera, ci occuperemo del contrario della ragion pura che consiste nella ragion pura non pura, non è vero?
- Certo, caro.
- Ma allora, Traseo, permettimi un’osservazione, prima d’intraprendere il cammino di quest’ultima argomentazione.
- Sono qui ad ascoltarti
- Se per un istante, ci fermiamo a riflettere su quello che diciamo e su come lo diciamo, dobbiamo ammettere che nei nostri discorsi è celata una buona dose d’ironia, quell’eironeia, di cui abbiamo già parlato, la simulazione di non sapere, che spesso si traduce in oziose circonvoluzioni del linguaggio e passi lenti e difficoltosi per sentieri del pensiero che non conducono da nessuna parte e che dopo tanti giri in tondo, i volubili cerchi, riportano il discorso al punto di partenza, come ora: siamo partiti dalla ragione in relazione con l’altro da sé e siamo giunti alla ragion pura non pura, che è la relazione della ragione, la ragion pura, con altro da sé , ragion pura non pura. Convieni con me, Traseo Nera, su quanto ho ora appena detto?
- Non posso negare che finiamo ogni tanto per aggirarci attorno agli stessi argomenti, trattenendoci “per via” invece di procedere oltre (meta-hodòs); ma forse questo trattenersi “per via”, nel corso del quale “scopriamo” sorprendenti argomenti, quali l’eironeia, l’ocium, il metodo, ed attorno ad essi ci aggiriamo e lo stesso argomento del trattenersi “per via”, che è sempre un “tra”, un porsi tra due termini, un partecipare cioè dell’uno e dell’altro, una metaxy, costituiscono un senso del nostro peregrinare, un andare per-ager, girovagare per i campi del pensiero, senza seguire la strada maestra, il tracciato principale del sentiero, la via francigena che dal Settentrione ci conduca fino a Roma, per restare nella metafora del pellegrino medievale. E questo nostro stesso scherzoso procedere, che appare quasi un divertimento, una parodia (para-oidòs), un imitare il sentiero della verità, nel giuoco delle nostre opinioni, non ti sembra, Decio Livio, che possa essere questo il vero metodo del nostro discorrere per scoprire nuove mete del pensiero e compiere nuove conquiste nel campo della conoscenza?
- Mi viene in mente, Traseo Nera, l’immagine eraclitea del fanciullo.
- Ma certo, Decio Livio! E del fanciullo avremo sicuramente modo di parlare in un’altra occasione. Qui vorrei soltanto dire che sicuramente anche tu lo vedi all’inizio del sentiero giocare a dadi.
- È il problema dell’Inizio quello che viene in rilievo con l’immagine del fanciullo.

Silvio Minieri ha detto...

- Ma io, Decio Livio, vorrei discorrere ora non del fanciullo, ma del metodo, seppure lasciando in ombra l’origine del nostro sentiero, lungo il quale dobbiamo procedere. Ebbene, il metodo dovrebbe costituire, come tu sai, un caposaldo, un fondamento della metafisica, una maniera di fondare e stabilire un principio scientifico, cioè esatto e valido universalmente nel campo del pensiero. Deve comunque restare questo andare-per-via, questo andare-oltre (meta-hodòs) nel cammino speculativo un procedimento che pur portandosi oltre il pensiero conosciuto o già svolto non costituisca oltraggio al già dato o già esperito in precedenza, oltraggio come figura di parricidio, pure già commesso o tentato non soltanto nel tempo mitico, ma anche in quello logico che da Platone ed anche prima ci appartiene. Orbene, Decio Livio, ti sembra che il metodo nella storia del nostro amore del sapere sia mai stato seriamente fondato e sia rimasto poi stabile nell’ulteriore corso della storia della filosofia? Dalla dialettica platonica al sillogismo aristotelico, dal discorso sul metodo di Cartesio alla fenomenologia di Husserl? Ma l’esame di questo problema, il metodo, la necessità di fondare una scienza rigorosa del pensiero, ci porterebbe al solito fuori dalla via che ci siamo proposti di percorrere, cioè l’esame delle sei ipotesi sul grigio di ragione e più in generale l’esame di alcuni punti nodali del pensiero di Immanuel Kant, desumibili dalla sua “Critica della ragion pura”. Ed in proposito non sembra che si possa sottacere come il problema del metodo, quello di fondare una scienza del sapere si sia presentato anche al filosofo di Konisberg: “Com’è possibile la metafisica come scienza?” Ed ecco la spiegazione che egli dà del problema: “La critica della ragione, dunque, conduce alla fine necessariamente alla scienza; l’uso dogmatico, invece, di essa senza critica, ad affermazioni prive di fondamento, alle quali si potrà sempre contrapporre altre egualmente verosimili, e perciò allo scetticismo.” Siamo allo snodo principale, la krisis del pensiero, il giudizio a cui viene sottoposta la forma tradizionale del pensare, che porta al fondamento della metafisica: “Da tutto ciò scaturisce dunque l’idea di una scienza speciale, che si può chiamare C r i t i c a d e l l a r a g i o n p u r a . Poiché la ragione è la facoltà che ci fornisce i principi a priori della conoscenza. Ragion pura è perciò quella che contiene i principi per conoscere qualche cosa assolutamente a priori.” (p.46)

Silvio Minieri ha detto...

- E il grigio della ragione è parte della ragion pura oppure no?
- Comprendo la tua impazienza, Decio Livio, ma dobbiamo procedere per gradi. A tempo debito risponderemo, o cercheremo di farlo, se il “grigio” è un prodotto dei principi del conoscere della ragion pura: “l’esperienza … il primo prodotto che dà il nostro intelletto” oppure se indubitabilmente “ogni nostra conoscenza incomincia con l’esperienza” (il “grigio”). Ora continuiamo la nostra disamina delle sei ipotesi: eravamo fermi all’esame della prima sub-ipotesi della seconda ipotesi, non è vero, Decio?
- Il problema della relazione tra ragion pura e ragion pura non pura, come relazione tra ragione e altro da sé, considerata un tutt’uno.
- Il volubile cerchio di cui eravamo prigionieri. Che dire, ora? Nel mutarsi della ragion pura in ragion pura non pura e nel movimento contrario della ragion pura non pura che torna ad essere ragion pura, possiamo affermare che l’elemento per così dire im-puro si aggiunga dall’esterno o sia già all’interno di questa giostra dell’anello? Così, intuitivamente, non ti sembra, Decio, che nulla esca dall’anello come nulla entri?
- Ho le mie perplessità, Traseo Nera; come tu sai, la dialettica hegeliana è un continuo progredire, un andare sempre oltre fino al sapere assoluto, il regno degli spiriti, dal cui calice spumeggia fino allo Spirito assoluto la sua infinità; qui non si tratta dell’anello del ritorno, il nuziale anello degli anelli…
- Caro Decio, scusami se t’interrompo, ma queste immagini ci scagliano d’un tratto lontano come una scheggia schizzata via dall’orbita in cui la forza di gravità la trattiene e poi diventa difficile un improbabile ritorno alla propria orbita. Tu forse ti eri lasciato un po’ andare sull’onda di queste immagini poetiche.
- Forse, Traseo Nera; ma come vogliamo diversamente sfuggire alla prigione dell’anello?
- Io ti proporrei questo, Decio… passaggio alla seconda sub-ipotesi dei due distinti ragione altro da sé…

Silvio Minieri ha detto...

POSTILLA
Il testo di questo "fantastico" colloquio si interrompe qui, segue poi il congedo. E ru che hai fatto il viaggio con questi due fini interlocutori, che cosa hai capito? Nulla. Allora, quella era la vera filosofia. La filosofia del nulla. Ben detto. Ciao, a domani.