Due frammenti di Plutarco, “De defectu oraculorum”, menzionano la figura di un pitagorico, Petrone di Imera, di cui non avendo altre notizie all’infuori di queste, non sappiamo se si trattasse veramente di un pitagorico o se sia realmente esistito. “Lo straniero, […] disse che il numero dei mondi non era infinito, né ce n'era uno solo, né cinque; ma centottantatré, allineati in forma di triangolo, e su ogni lato c’erano sessanta mondi; dei tre rimasti, ogni angolo ne aveva uno. Erano disposti in ordine a contatto tra loro e giravano insieme lentamente come in una danza. La superficie all'interno del triangolo è il focolare (ἑστίαν) comune a tutti i mondi, ed è chiamato la Pianura della Verità, in cui si trovano i fondamenti, le idee e i modelli invariabili di tutte le cose che erano e saranno sempre; e intorno a queste cose eterne, come un fiume scorre in questi mondi il tempo. L'opportunità di vedere e contemplare queste cose è concessa alle anime umane una volta ogni diecimila anni, se hanno vissuto una vita buona; e il migliore dei riti iniziatici qui non è che un sogno di quel rito e iniziazione più elevato; e le parole della nostra indagine filosofica sono strutturate per ricordare queste belle visioni là - altrimenti è vana la nostra fatica. Questo è il racconto che gli ho sentito recitare proprio come se fosse in un rito di iniziazione mistica, ma senza offrire nessuna dimostrazione o prova di quanto detto.” (422) “Era "esperto quell’uomo e abile davvero” in ogni sorta di dottrine e ragionamenti. Grande è la sua conoscenza degli studi del suo paese, e sembra greco di razza, non un barbaro, tanto è pervaso della musa ellenica. A rivelarlo è il suo computo dei mondi, che non è dottrina né egiziana né indiana, ma dei Dori di Sicilia, precisamente di un uomo di Imera di nome Petrone. Non conosco la sua opera, e non posso dire se si è conservata. Ma Ippi, nativo di Reggio, menzionato da Fania l'Eresiano, riporta come dottrina di Petrone la teoria che ci fossero centottantatré mondi, attaccati l'uno all'altro per elemento; non spiega però in modo chiaro la teoria, né offre alcuna prova per dimostrarla.” (423) Il nostro compito allora è quello di tentare di spiegare, con ipotesi e ragionamenti, questa singolare dottrina sul numero dei mondi e la loro disposizione triangolare. Nel dialogo di Plutarco, essa è attribuita indirettamente a Petrone d’Imera, in quanto la fonte diretta è un barbaro affascinato dalla musa ellenica. Di questo personaggio riferisce uno dei protagonisti principali del dialogo, lo spartano Cleombroto, che è riuscito ad avere con lui un colloquio diretto, fornendone un ritratto: “È l’uomo più bello che io abbia mai visto e vive immune da ogni malattia, grazie all’amaro frutto di un’erba medicinale, che egli ingerisce una volta al mese. Sa parlare molte lingue: con me ha usato quasi sempre un dorico simile a poesia. Quando parla , il luogo si riempie di un dolcissimo profumo che alita dalla sua bocca. Ogni sorta di scienze e di studi vive tutto il tempo con lui, ma l’arte profetica lo ispira una sola volta all’anno, ed è allora che scende al mare per dare responsi. Là vanno a consultarlo sovrani e grandi dignitari, che poi tornano ai loro paesi.” (421b)
Questo è il contesto, in cui s’inserisce la notizia originaria della dottrina dei 183 mondi, che Plutarco dice libera da ogni influenza indiana o egizia, due dei tre poli mondiali, assieme all’Ellade, della scienza dell’epoca. In tale guisa la dottrina è greca, in particolare pitagorica, per l’atmosfera che la circonda, e il suo autore viene indicato nella persona di un dorico di Sicilia, Petrone d’Imera. Questo nome non risulta nel catalogo dei pitagorici di Giamblico (III sec. d.C.), in tutto 218 uomini e 17 donne (“De vita Pythagorica”, 267), ma è compreso nella raccolta dei frammenti dei presocratici (“Die Fragmente Vorsokratiker”, Berlino 1903) di Hermann Diels, poi curata e aggiornata da Walter Kranz, per cui l’opera oggi viene citata con i nomi di entrambi. Nella sistemazione Diels-Kranz, i frammenti relativi a Petrone sono contrassegnati con il numero 16 DK, e quindi tutto quello che sappiamo del filosofo imerese lo dobbiamo a Plutarco (I sec. d. C.). Quest’ultimo, nel riferire la notizia, si rifà al filosofo peripatetico Fania, nativo di Ereso in Lesbo, discepolo diretto di Aristotele, poco meno anziano di Teofrasto. A sua volta Fania l’Eresiano, seguace dell’indirizzo storico e scientifico della scuola aristotelica, riporta la testimonianza di Ippi di Reggio. Sulla biografia di quest’ultimo abbiamo notizie dalla Suida, che lo colloca nel V sec. a.C., ai tempi delle guerre persiane, la cui opera sulle colonie greche dell’Italia meridionale sarebbe stata riassunta in seguito da un tale Myes. Dalla personalità di Ippi si coglie il suo interesse per il pitagorismo e pitagorico sarebbe stato anche il suo epitomatore. L’incertezza delle notizie sulla figura di Ippi di Reggio, la cui collocazione nel V secolo è stata contestata dal filologo tedesco Felix Jacoby, storico dell’antichità, autore di una raccolta di frammenti dei presocratici (“Die Fragmente der griechischen Historiker”, 1925), e l’indiretto riferimento di Plutarco sulla figura e la dottrina di Petrone, attraverso la menzione del già discusso Ippi, rendono problematica la verità storica sull’imerese, tanto da far dubitare non solo della sua appartenenza alla scuola pitagorica, ma della sua esistenza stessa, e farlo ritenere un personaggio fittizio, come fa Walter Burkert, filologo e storico tedesco dell’antichità (“Stoicheion”, 1959). Esaminando il frammento 422, risulta evidente la riformulazione terminologica di Plutarco, soprattutto in riferimento ai modelli ideali e all’espressione la “Pianura della Verità”, di cui Platone parla nel “Fedro”. Per quanto riguarda il numero dei mondi non infinito, né uno, né cinque, ma centottantatré allineati in forma triangolare, bisogna subito chiedersi che cosa debba intendersi con il termine “mondo”, κόσμος , che noi traduciamo più fedelmente con cosmo, un termine più squisitamente pitagorico: “Ritengono [i Pitagorici] che cielo e terra, dèi e uomini sono tenuti insieme dalla comunanza di amicizia, saggezza e giustizia: ed è proprio per tale ragione che essi chiamano questo tutto cosmo (κόσμον), ordine.” (Platone, “Gorgia”, 507e-508a) Nel testo, quindi, “mondo” sta per “Universo”, un termine che già rivela nella sua radice semantica una vocazione all’unità, il volgersi all’Uno.
Nel “De defectu oraculorum”, (Περὶ τῶν ἐκλελοιπότων χρηστηρίων), Plutarco cita Petrone, in quanto il dialogo che si svolge principalmente tra il grammatico Demetrio di Tarso e il teologo Cleombroto di Sparta, convenuti a Delfi, in occasione dei giochi pitici, riguarda il tema del titolo, “Il tramonto degli oracoli”, ma per un certo verso, anche se incidentalmente, il discorso sul possibile numero dei mondi (Universi) esistenti: “Eppure mi sembra che esso [il discorso] nasca direttamente dallo studio della natura, ed è stato Platone ad offrirne lo spunto, senza peraltro chiarire del tutto l’oscurità della sua idea, che mascherò per cautela sotto una veste enigmatica. E tuttavia grande si è fatta la sua risonanza presso gli altri filosofi.” Nel dialogo, la questione sull’unità e l’infinità dei mondi è un discorso scaturito da quello sulla immortalità dei demoni o degli dèi, e la loro possibile scomparsa, come lascia presagire la morte del grande Pan, il tema nostalgico del tramonto dell’antica civiltà dell’Ellade. All’interrogativo di uno dei presenti, Eracleone, di come s’inserisca nel tema del discorso il riferimento a Platone, risponde Cleombroto: “Tu certo ricorderai che Platone negò decisamente l’infinità dei mondi, ma che si trovò in difficoltà nel determinarne il numero. A quelli che avanzano l’ipotesi di un mondo per ciascun’elemento esistente concesse che arrivare a cinque è verosimile, ma per parte sua restò fisso al principio dell’unità. Solo Platone, mi sembra, assunse questa posizione: gli altri filosofi hanno avuto una eccessiva paura di ammettere il molteplice, con l’idea che il non circoscrivere la materia a un solo mondo, oltrepassandone il limite, lasciasse senz’altro spazio ad un’infinità sconfinata e pericolosa.” Il riferimento è al “Timeo”(55 c-d): “Se qualcuno, meditando con attenzione su tutte queste cose, sollevasse il dubbio se si debba dire che i mondi sono infiniti o finiti di numero, potrebbe ritenere veramente che il dire che sono infiniti è l’opinione di uno che non è in possesso di quelle conoscenze che conviene avere. Invece, per quanto riguarda la questione se siano stati veramente generati uno o cinque, chi si soffermasse su tale questione potrebbe sollevare il dubbio in modo ragionevole. Dunque, la nostra convinzione dichiara che, secondo un ragionamento plausibile, il dio ha prodotto un solo cosmo; altri invece, riferendosi ad altre considerazioni, avrà forse altre opinioni.” Il “Timeo” è il dialogo cosmologico, d’ispirazione pitagorica, in cui Platone attraverso un racconto verosimile (εἰκότα λόγον) descrive la genesi dell’universo sensibile. Nel dialogo, il pitagorico Timeo di Locri narra come il Demiurgo, la somma divinità artefice, generò il mondo, ordinandolo a cosmo dal caos primordiale, guardando alle eterne Idee. Nel racconto cosmologico, Platone definisce gli elementi primigeni, identificandoli nei cinque solidi regolari, la cui scoperta dei primi tre, il tetraedro, il cubo e il dodecaedro, è dovuta alla Scuola pitagorica, e gli altri due, l’ottaedro e l’icosaedro al matematico Teeteto. Deve ancora dirsi che per il pitagorismo delle origini il numero è l’essenza del reale, poiché ne costituisce la natura fondante. Scrive Aristotele: “Essi [i Pitagorici] per primi si applicarono alle matematiche e le fecero progredire, e nutriti delle medesime, credettero che i principi di queste fossero principi di tutti gli esseri.” (“I Pitagorici”, Fr.4) [1]
E anche se pensabili in sé astrattamente, i Pitagorici ritenevano che i numeri fossero connaturati nel sensibile. La conoscenza matematica offriva dunque la possibilità di risolvere il problema della physis, cioè della natura e origine degli enti corporei. Essi ritenevano il numero non solo come principio costitutivo materiale degli esseri, ma anche come costitutivo delle proprietà e degli stati dei medesimi. (Fr.5, 7, 8, 19) Per Platone, invece, la realtà dei numeri non è intrinseca alla realtà sensibile, ma i numeri sono enti matematici intermedi tra la realtà sensibile e quella intellegibile, e i Numeri ideali, al pari delle Idee, sono fuori dalla sfera sensibile. (Fr.10) Aristotele critica entrambe le concezioni, ritenendole sostanzialmente simili: “Platone ha innovato soltanto il nome. Infatti i Pitagorici dicono che le cose sono per imitazione dei numeri, Platone dice per partecipazione, cambiando soltanto il nome. Ma in che cosa consista l’imitazione o la partecipazione, trascurano di indicare.” (Fr.9) Una tale critica conferma l’ispirazione di Platone alla dottrina dei numeri e alla geometria pitagorica, applicata poi alla generazione dell’Universo ad opera del Demiurgo. Resta ancora da risolvere il problema sui principi e l’unicità dell’Universo, in relazione alla molteplicità degli enti e alla loro illimitatezza. Nel senso dell’unità e della diade indefinita come i due principi, riferibili il primo alla causa attiva, l’intelletto divino, e il secondo alla causa passiva e materiale, il mondo visibile, si esprime Aristotele, ascrivendo la distinzione ai Pitagorici. (Fr.1) A differenza, Platone aveva posto la diade in luogo dell’illimitato inteso come unità, e concepito l’illimitato come derivante dal grande e dal piccolo. (Fr.10) Ma sia i Pitagorici sia Platone affermavano l’unicità dell’Universo, ascrivendone la generazione a un intelletto divino: 1) i primi attraverso un atto di fede mistico: “Io giuro per colui che diede alla nostra anima la tetractys, in cui è la fonte e la radice dell’eterna natura”; 2) Platone attraverso un racconto verosimile (εἰκότα μῦθον). Nell’esporre il pensiero dei Pitagorici, Aristotele espone le sue critiche alla dottrina dei numeri, considerati causa e sostanza della realtà, essendo privi di una loro consistenza materiale (Fr.16), ed estende la critica Platone, pur ricordandone la distinzione tra numeri ideali e numeri sensibili. “Ebbene, si deve forse intendere che questo numero che è nell’universo coincide con ciascuna di quelle cose, oppure che si tratta di un altro numero oltre questo? Platone afferma che è un numero diverso. Eppure, anch’egli ritiene che siano numeri e queste cose e le loro cause; egli però ritiene che le cause siano i numeri intelligibili, e che gli altri siano invece numeri sensibili.” (Fr.11) Come abbiamo ricordato sopra, Platone sembra aver lasciato insoluto il problema del numero dei mondi (κόσμος , universo) possibili, pur esprimendosi chiaramente per l’unicità con il suo ragionamento probabile e le sue argomentazioni razionali: “Ma noi abbiamo forse detto rettamente che il mondo è uno solo, oppure era più esatto dire che sono molti e infiniti? Il mondo è uno solo e deve essere costituito secondo l’esemplare. Infatti, quello che comprende tutti quanti gli animali intellegibili non potrebbe mai essere secondo, insieme ad un altro. Infatti, in tal caso, ci dovrebbe essere ulteriormente un altro vivente che li comprenderebbe ambedue, e di cui quei due sarebbero parti; e si direbbe più rettamente che questo universo è stato fatto simile non più a quei due, ma a quello che li comprende. Dunque, affinché questo mondo, anche nell’essere uno solo, fosse simile a quel vivente perfetto, per questo motivo colui che fece il cosmo non ne fece due né infiniti, ma uno solo è questo cielo generato unigenito, e così sarà anche in futuro. (“Timeo”, 31 ab)
Platone, qui, ragiona secondo il senso comune della reductio ad unum, un “uno” però che appena raggiunto apre il dubbio al “due”, in relazione all’essenza del numero, come si rileva nella critica aristotelica ai Pitagorici (Fr.6): “Essi incominciarono anche a parlare dell'essenza e a dare definizioni, ma procedettero in modo troppo rozzo. Infatti definirono in modo superficiale, giacché ritenevano che ciò a cui in primo luogo si addiceva una data definizione, fosse la sostanza delle cose: come se uno credesse che siano la stessa cosa il doppio e il numero due, perché il numero due è ciò di cui in primo luogo il doppio si afferma. Ma non sono certamente la stessa cosa l'essenza del doppio e l'essenza del due; altrimenti, l'uno sarebbe, ad un tempo, molte cose: ed è questa, appunto, la conseguenza in cui cadono.” È quindi una scelta quella di Platone, di fronte alle possibili confutazioni, dovute a ragionevoli dubbi: “Sulla questione se siano stati veramente generati uno o cinque [cosmi], chi si soffermasse su tale questione potrebbe sollevare il dubbio in modo ragionevole. Dunque, la nostra convinzione dichiara che, secondo un ragionamento plausibile, il dio ha prodotto un solo cosmo; altri invece, riferendosi ad altre considerazioni, avrà forse altre opinioni.” (“Timeo”, 35d) Cade a questo punto un’osservazione di fondo, per comprendere e risolvere il tema in trattazione, la tesi del pitagorico del V secolo, Petrone d’Imera, dell’esistenza non di uno o cinque o infiniti mondi, ma centottantatré. Come conciliarla con le altre, in primis quella dell’unicità, e soprattutto perché quel numero così particolare? Qui bisogna osservare come Plutarco sia giunto a far disquisire i suoi due principali personaggi del dialogo sul tramonto degli oracoli da questo tema a quello sul numero dei mondi. Il discorso era partito dall’abbandono da parte del dio del santuario del suo oracolo, in cui non si sentiva più risuonare la sua voce, scivolando poi sulla sparizione stessa dell’oracolo: “Lasciate, dunque, che io [Cleombroto] degnamente concluda i miei primi argomenti, ormai è tempo. Dobbiamo avere il coraggio anche noi, dopo tanti altri, di affermare che insieme ai demoni preposti alla divinazione spariscono del tutto anche gli oracoli stessi, e che se i demoni se ne vanno o vengono messi al bando, se ne va anche il potere dell’oracolo. Quando poi i demoni, dopo un gran tempo ricompaiono, anche gli oracoli ritrovano voce, come strumenti al tocco di nuove sapienti dita.” (418-d) Al discorso di Cleombroto replica il giovane Eracleone: “Pensare che gli oracoli siano presieduti non dagli dèi – è giusto, infatti, che si tengano lontani dalle cose terrene – ma da demoni ministri degli dèi, non mi sembra un’opinione sbagliata. Attribuire però a questi demoni […] colpe, peregrinazioni volute dagli dèi, e farli poi morire di morte umana, questo mi sembra davvero azzardato, vorrei dire barbaro.” Ma al giovane, una volta saputo il suo nome e la città da cui veniva, Cleombroto, rilevando una contraddizione nella sua interlocuzione, così risponde: “Ci rendiamo conto anche noi, Eracleone, di esserci addentrati in un discorso insolito. Ma non è possibile intraprendere importanti questioni, senza premesse altrettanto gravi, se si vuole raggiungere la soluzione più logica. Tu stesso non ti accorgi di contraddire quanto avevi affermato: se ammetti che i demoni esistono, ma neghi che siano deboli e mortali, tu in realtà li escludi. In che cosa, infatti, si differenziano gli dèi, se anch’essi sono per natura immortali e per virtù esenti da colpe e da passioni?” (418-f) E Filippo, altro interlocutore del dialogo, ribadisce al giovane rimasto a meditare su quanto a lui replicato, che non solo Empedocle, ma anche Platone, Senocrate, Crisippo e pure Democrito, il quale si augurava “benevoli apparizioni”, ammettevano l’esistenza di demoni malvagi ed ostili. A questo punto, a rafforzare la tesi della fuga divina dal mondo, Plutarco introduce il celebre passo della morte del grande Pan.” [2]
E infine arriva allo snodo del discorso, che qui interessa, ponendo a confronto Stoici ed Epicurei, nelle parole di Cleombroto: “Gli Stoici hanno sui demoni la nostra stessa opinione. Non solo, essi ritengono addirittura che nella massa di tutti gli dèi esistenti uno solo sia eterno e incorruttibile, mentre gli altri sono nati e destinati a perire. Quanto poi al sarcasmo e all’ironia degli Epicurei, non c’è proprio da averne paura, poiché essi si rivolgono contro la provvidenza stessa, che considerano un’ubbia. Siamo noi piuttosto a ritenere un’ubbia quella loro “infinità”, che fra tanti mondi non ne ammette neppure uno che sia governato dalla ragione divina: per loro sarebbe il caso (αὐτόματον) a farli nascere tutti e perdurare.” (420b) Ecco, questo è il nodo cruciale, ovvero considerare il “mondo” come l’espressione di una ragione divina, che ordinando il caos, genera il cosmo. Ed in tale prospettiva il discorso si lega al problema di uno o più mondi, uno solo o più universi, e qui Plutarco, tira in ballo Platone, annunciando un racconto più strano dei precedenti discorsi: “Eppure mi sembra che esso nasca direttamente dallo studio della natura, ed è stato Platone ad offrirne lo spunto, senza peraltro chiarire del tutto l’oscurità della sua idea, in quanto la mascherò per cautela sotto una veste enigmatica.” Subito dopo queste parole, Cleombroto narra del barbaro, che era possibile avvicinare una volta solo all’anno sulle rive del Mar Rosso, passando il resto del tempo in compagnia di ninfe erranti e di demoni, riportando il colloquio intercorso tra loro due e la sorprendente affermazione dell’esistenza dei centottantatré mondi, dottrina dei Dori di Sicilia, e più precisamente di Petrone di Imera. Si respira in questa narrazione quell’aura mistica di un modo di vivere proprio dei Pitagorici della Scuola di Crotone fondata da Pitagora. A questo punto sorge la necessità di una distinzione di carattere terminologico, ma non solo, per capire il significato da attribuire a quello che riteniamo l’Universo fisico e visibile, qui detto mondo (κόσμον), e distinguerlo dai suoi elementi (στοιχεῖον), in tal modo interpretando il “dubbio ragionevole”, che Platone concede a chi afferma la generazione non di uno, ma cinque mondi, i quattro più l’uno che li comprende. Sin dall’inizio della sua apparizione, il pensiero occidentale si pose il problema dell’origine dell’Universo, il principio (ἀρχή) di tutte le cose. Il primo fu Talete: “Disse che principio degli elementi è l’acqua, e che il cosmo è animato e pieno di divinità.” (Schol. Plat. Resp. 600 A) Egli sosteneva anche l’unicità dell’Universo: “Talete e i suoi discepoli [dicevano che] uno è il cosmo.” (Aezio, I 17, 1 (Dox. 315) Pitagora, che era stato suo discepolo a Mileto, riprendeva la sua dottrina del principio, non l’elemento (στοιχεῖον) dell’acqua, ma l’Uno, da cui discendevano tutti i numeri, costituenti un tutto armonico, il cosmo. Per i Pitagorici, i numeri sono in tutte le cose e tutto si genera dai numeri, il primo numero è il pari, a cui si aggiunge il dispari, dando inizio alla serie dei numeri, ed essendo il numero pari sempre divisibile per due, procede all’infinito, al contrario del dispari che lo limita. (Fr.15, 16, 19, 20) I Pitagorici avevano dunque la necessità di delimitare il tutto e la sacra tetrade racchiudeva nel simbolo del numero 10 la limitazione del tutto. Il calcolo del sistema decimale, riproponendo la limitazione del ritornare indietro una volta esaurita la decina, bene si prestava a questa necessità di simboleggiare un tutto non infinito ma limitato. (Fr.17)
Abbiamo voluto ripercorrere a grandi linee le convinzioni pitagoriche, derivanti dalle loro dottrine, con i riferimenti puntuali alla nostra raccolta di frammenti, per stabilire quali erano le verosimili conoscenze di Petrone d’Imera e ricostruirne il modo di ragionare, nella formulazione della sua tesi dei centottantatré mondi. E siccome nel testo di Plutarco, unica fonte del pensiero di questo pitagorico di Sicilia, si parla di mondi (cosmi), è necessaria qualche osservazione sulla differenza tra cosmo (κόσμον) ed elemento (στοιχεῖον), come si presenta nella cosmologia degli inizi. Dopo Talete, Anassimene aveva ritenuto come elemento originario dell’Universo l’aria, un principio non indeterminato, come l’apeiron di Anassimandro: “Anch’egli dice che una è la sostanza che fa da sostrato e infinita, come l’altro [Anassimandro], ma non indeterminata come quello [apeiron], bensì determinata, e la chiama aria. L’aria differisce nelle sostanze per rarefazione e condensazione. Attenuandosi diventa fuoco, condensandosi vento e poi nuvola, e crescendo la condensazione, acqua e poi terra e poi pietre e il resto, poi, di queste. Anch’egli suppone eterno il movimento, mediante il quale si ha la trasformazione.” (Simplicio, “Fisica”, 24, 26) Ed ancora un altro frammento di Simplicio risulta illuminante: “Bisogna sapere che altro è l’infinito e il limitato quanto al numero, il che è proprio di coloro che ammettono molteplicità di principi, altro l’infinito e il limitato quanto a grandezza, il che… conviene ad Anassimandro e Anassimene.” (”Fisica”, 22,9) Dobbiamo quindi desumere che ogni elemento (στοιχεῖον), in tale ottica, caratterizza un mondo (κόσμον), e pertanto la diversità e molteplicità dei principi e degli elementi caratterizzino la diversità e molteplicità dei mondi, anche se una tale caratterizzazione appare confusa, stando ad altre testimonianze dei Presocratici, come ad esempio per il pensiero di Senofane. “Dice che gli elementi delle cose sono quattro, che i mondi sono infiniti.” (Diogene Laerzio, IX, 19) A tale proposito, si è fatto osservare come quella dell’infinità dei mondi sia un’illazione di molti testi dossografici della genuina dottrina di Senofane di una molteplicità di soli e di lune. “[Senofane dice] che la terra è infinita e che né l’aria né il cielo l’avvolgono tutta, che ci sono infiniti soli e infinite lune, e che le cose tutte vengono dalla terra” (Ippolito, ref. I 14, 12 [Dox. 565]) Anche in Senofane, il principio originario è uno, la terra. Agli elementi originari finora indicati dobbiamo aggiungere il fuoco di Eraclito, Fr.30: “Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era, è, e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura.” (Clem. Alex. “Stromata” v.105)
I naturalisti ionici e l’eleatico Senofane avevano dunque delineato in quella che oggi chiameremmo conoscenza scientifica dell’epoca (VI, V sec.) i quattro elementi che ritenevano all’origine dell’Universo. E questi quattro elementi li ritroviamo insieme, come radici dell’universo, nella filosofia del siceliota Empedocle: “Egli dice che quattro sono gli elementi, fuoco, aria, acqua e terra e due forze originarie, Amicizia (Φιλότης) e Discordia (Νεῖκος), di cui unificatrice l’una, separatrice l’altra, […] Chiama Zeus la sostanza ignea e l’etere, Hera “avvivatrice” l’aria, Edoneo [Ade] la terra, Nesti “fonte mortale” il seme e l’acqua.” Questa indicazione di un dio che identifica l’elemento materiale, tale da renderlo un universale divino, era una connotazione già presente nei naturalisti ionici, per Talete il cosmo è animato e pieno di divinità. Platone, per il quale il demiurgo aveva modellato un universo animato, con i quattro elementi in esso avvolti, generando un “dio felice” (Timeo, 34d) ha quindi motivo di non eludere la questione della generazione di uno o cinque mondi, ritendo il dubbio ragionevole. In tale contesto, possiamo discutere la dottrina dei 183 mondi di Petrone, disposti a triangolo. Questa figura non può che riferirsi alla divina Tetraktys come raffigurazione simbolica dell’unità del tutto. Non è l’immagine di un grande triangolo che si staglia in uno spazio vuoto euclideo, ma soltanto il riferimento simbolico all’unità cosmica della tetrade (Fr.1). Su un tale schema preesistente raffigurabile, si può disegnare il numero geometrico triangolare, che delimita il tutto: “Come anche i Pitagorici dicono, il tutto e ogni cosa hanno il loro limite nel tre, perché in principio, mezzo e fine, che sono tre, è il numero del tutto.” (Fr.18) Secondo il pitagorico Petrone di Imera, i centottantatré mondi sono allineati in forma di triangolo, e su ogni lato vi sono sessanta mondi. Perché una tale configurazione? Non è difficile rifarsi alla scoperta dei pitagorici del teorema della somma di 180 gradi degli angoli interni del triangolo (Fr.2), in quello equilatero 60 gradi per ogni angolo. Questi numeri in sessantesimi rispecchiano il sistema di calcolo sessagesimale proprio dei Sumeri di Mesopotamia, travasato da fonti egizie nella geometria pitagorica. La dottrina del dorico di Sicilia Petrone, che nel testo plutarcheo ci viene raccontata non a caso da un barbaro soggiornante sulle rive d’Egitto, non poteva sottrarsi ad una tale suggestione. Se si voleva dare solidità, quella propria dei corpi materiali, e consistenza alla formazione numerica di un mondo sensibile, occorreva delimitare il triangolo, con linee e superfici, secondo la concezione pitagorica. “Alcuni filosofi [i Pitagorici] ritengono che siano sostanze i limiti dei corpi, per esempio superficie, linea, punto, unità, e che siano sostanze a maggior ragione che non il corpo e il solido.” (Fr.12) “Alcuni [i Pitagorici], per essere il punto limite ed estremo della linea, il piano del solido, pensano che nature tali devono esistere.” (Fr.13) Le linee del triangolo non sono limiti che delimitano la figura, ma sono come “carne e ossa” per l’uomo. (fr.14) È come dire che le linee sono la sostanza del mondo, non la loro figura. Ed ovviamente in un triangolo perfetto, quello equilatero, per formare universi fisici, troviamo 60 mondi per lato, secondo una numerazione sessagesimale. Abbiamo così ottenuto 180 mondi, restano da giustificare gli altri 3, e subito pensiamo ai tre vertici del triangolo. Ora, in una tale concezione, quella che viene a rilevare è la distinzione tra cosmo ed elemento, che abbiamo ampiamente esaminato, ma non del tutto a fondo, anche perché l’enigmatico dubbio di Platone ci ha lasciato nell’incertezza. Egli aveva negato l’infinità dei mondi ed aveva affermato l’unità, ma aveva concesso ad altri il dubbio di un mondo per ciascun elemento (κατὰ στοιχεῖον ἕνα κόσμον).
Ora la teoria di Petrone prevedeva che i 183 mondi fossero in contatto tra loro per “elemento”: “Egli però non spiega in modo chiaro la teoria, né offre alcuna prova per dimostrarla.” E allora dobbiamo trovare una nostra spiegazione, e la fondiamo sulla convinzione dei Pitagorici che al centro dell’Universo non vi fosse la terra, ma il fuoco. “Per i più [la terra] è nel centro… Il contrario affermano gli Italici, detti Pitagorici. Essi dicono che nel centro è il fuoco, che la terra è un astro e che essa, ruotando intorno alla parte centrale, dà origine al giorno e la notte.” [Fr.23] La conferma la troviamo nel testo plutarcheo: “La superficie all'interno del triangolo è il focolare (ἑστίαν) comune a tutti i mondi, ed è chiamato la Pianura della Verità” τὸ δ᾽ ἐντὸς ἐπίπεδον τοῦ τριγώνου κοινὴν ἑστίαν εἶναι πάντων, καλεῖσθαι δὲ πεδίον ἀληθείας. Possiamo dubitare sull’ultima espressione, che incontriamo nel “Fedro”(248c) di Platone, e che verosimilmente dobbiamo a Plutarco, suggestionato dalla bella immagine del testo platonico. [3] Tolta questa, il pensiero del pitagorico Petrone resta fermo nell’indicare il centro dell’Universo come il focolare (ἑστίαν) comune a tutti i mondi. Se andiamo a riprendere il citato passo del “Fedro”, leggiamo una delle pagine del dialogo, che più ci lasciano incantati dalla descrizione dello spettacolo, il grande corteo divino nei cieli: “Zeus, il grande sovrano che è in cielo, procede per primo alla guida del carro alato, dà ordine a tutto e di tutto si prende cura; lo segue un esercito di dèi e di demoni, ordinato in undici schiere. La sola Estia (ἑστίαν) resta nella dimora degli dèi; quanto agli altri dèi, quelli che in numero di dodici sono stati posti come capi guidano ciascuno la propria schiera secondo l'ordine assegnato. Molte e beate sono le visioni e i percorsi entro il cielo, per i quali si volge la stirpe degli dèi eternamente felici, adempiendo ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro chi sempre lo vuole e lo può; infatti, l'invidia sta fuori del coro divino.” (247a) Nel pantheon greco, Estia è la dea del focolare, la custode della casa divina. “I Pitagorici, anche perché deve essere custodita la parte più importante del tutto (e tale è appunto il centro, che essi chiamano custodia di Zeus) dicono che nel centro è il fuoco.” (Fr.24) Se il fuoco è il centro del triangolo, gli altri tre elementi, l’acqua, l’aria e la terra completano la figura nella congiunzione ai vertici dei tre lati del triangolo. Se non respingiamo la teoria che il mondo, l’Universo, può corrispondere a un solo elemento, da cui hanno origine tutte le cose, possiamo intendere questa differenza tra mondo (κόσμον) ed elemento (στοιχεῖον). La pluralità dei mondi, per ogni lato 60, come il calcolo sessagesimale suggerisce, è quindi compresa nella dimensione dell’elemento primigenio che caratterizza un mondo. Ed è necessario che ogni mondo risulti legato con gli altri mondi in ragione dell’elemento, costituendo un continuo geometrico lineare, che rappresenta la materia, l’elemento fisico del cosmo (Fr.12,13, 14), rispetto al discontinuo numerico (Fr.21). Se questa è la descrizione spaziale, rimane da configurare il tempo, che nell’immagine attribuita a Petrone scorre sull’orlo dell’eternità: “E intorno a queste cose eterne, come un fiume scorre in questi mondi il tempo.” È un senso avvolgente del tempo, che certe fonti attribuiscono ai Pitagorici e anche direttamente a Pitagora.” (Fr.22) Dopo questo nostro tentativo di spiegazione logica da dare all’asserzione di un Universo, il Tutto, la tetrade pitagorica, formato da 183 mondi, un numero troppo preciso, per non essere stato evocato a caso, la conclusione da trarre è che sullo spunto di questa notizia, Plutarco abbia influito a presentarla alla luce dei principi di ispirazione platonica di un mondo di eterne Idee, che modella il cosmo.
[1] Il richiamo numerico dei frammenti è quello relativo alla numerazione nel mio scritto sui Pitagorici dell’elenco dei frammenti espunti dalla raccolta di Diels-Kranz, c.d. “Presocratici”
[2] “Alcuni di voi hanno ascoltato il retore Emiliano, che era figlio di Epiterse, mio concittadino e maestro di grammatica. Proprio lui mi raccontò che una volta si era imbarcato per l’Italia su un mercantile con molti passeggeri a bordo: alla sera, quando già si trovavano presso le isole Echinadi, il vento cadde di colpo, e la nave fu trasportata dalla corrente fino a Paxos. Quasi tutti i passeggeri erano svegli, e molti, terminata la cena, stavano ancora bevendo. All’improvviso di sentì una voce dall’isola di Paxos, come di uno che gridasse il nome di Tamo. Tutti restarono sbalorditi. Questo Tamo era un pilota egiziano, ma quasi nessuno dei passeggeri lo conosceva per nome. Due volte la voce dell’uomo lo chiamò, e lui stava zitto. Alla terza rispose, e allora quello con tono più alto disse: «Quando sarai a Palodes, annuncia che il grande Pan è morto». A queste parole, diceva Epiterse, tutti restarono sbalorditi, e si domandavano se fosse meglio eseguire l’ordine oppure non darsene cura. Allora Tamo decise che, se ci fosse stato vento, avrebbe costeggiato la riva in silenzio; se invece, giunti là, avessero trovato bonaccia, avrebbe riferito la notizia. Quando infine arrivarono a Palodes, non un soffio di vento, non un’onda. Allora Tamo, sulla poppa, guardò verso terra e gridò: «Il grande Pan è morto». Non aveva quasi finito di dirlo, che subito si levò un gran gemito, non di una persona sola, ma di tante, pieno di stupore. In molti avevano assistito al fatto, e ben presto la sua fama si sparse per Roma. L’imperatore Tiberio, allora, mandò a chiamare Tamo, e tanta fu la sua fede nel racconto del marinaio che volle informarsi e fare indagini su questo Pan: i filologi di corte congetturarono che fosse il figlio di Ermes e Penelope.” (Plutarco, “Il tramonto degli oracoli”, 419de)
[3] Anche il seguito del passo è d’impronta platonica, e corrisponde ai contenuti del “Fedro”, relativo alla visione sopraceleste e alla legge di Adrastea, il ciclo di vita delle anime: “L'opportunità di vedere e contemplare queste cose è concessa alle anime umane una volta ogni diecimila anni, se hanno vissuto una vita buona; e il migliore dei riti iniziatici qui non è che un sogno di quel rito e iniziazione più elevato; e le parole della nostra indagine filosofica sono strutturate per ricordare queste belle visioni là - altrimenti è vana la nostra fatica.”
IMMAGINE Il tempio della vittoria di Imera (Ἱμέρα), colonia greca sulla costa nord della Sicilia, presso la foce del fiume omonimo. Le sue rovine sorgono nel territorio di Termini Imerese, comune della città metropolitana di Palermo.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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L’UNIVERSO TRIANGOLARE
Due frammenti di Plutarco, “De defectu oraculorum”, menzionano la figura di un pitagorico, Petrone di Imera, di cui non avendo altre notizie all’infuori di queste, non sappiamo se si trattasse veramente di un pitagorico o se sia realmente esistito.
“Lo straniero, […] disse che il numero dei mondi non era infinito, né ce n'era uno solo, né cinque; ma centottantatré, allineati in forma di triangolo, e su ogni lato c’erano sessanta mondi; dei tre rimasti, ogni angolo ne aveva uno. Erano disposti in ordine a contatto tra loro e giravano insieme lentamente come in una danza. La superficie all'interno del triangolo è il focolare (ἑστίαν) comune a tutti i mondi, ed è chiamato la Pianura della Verità, in cui si trovano i fondamenti, le idee e i modelli invariabili di tutte le cose che erano e saranno sempre; e intorno a queste cose eterne, come un fiume scorre in questi mondi il tempo. L'opportunità di vedere e contemplare queste cose è concessa alle anime umane una volta ogni diecimila anni, se hanno vissuto una vita buona; e il migliore dei riti iniziatici qui non è che un sogno di quel rito e iniziazione più elevato; e le parole della nostra indagine filosofica sono strutturate per ricordare queste belle visioni là - altrimenti è vana la nostra fatica. Questo è il racconto che gli ho sentito recitare proprio come se fosse in un rito di iniziazione mistica, ma senza offrire nessuna dimostrazione o prova di quanto detto.” (422)
“Era "esperto quell’uomo e abile davvero” in ogni sorta di dottrine e ragionamenti. Grande è la sua conoscenza degli studi del suo paese, e sembra greco di razza, non un barbaro, tanto è pervaso della musa ellenica. A rivelarlo è il suo computo dei mondi, che non è dottrina né egiziana né indiana, ma dei Dori di Sicilia, precisamente di un uomo di Imera di nome Petrone. Non conosco la sua opera, e non posso dire se si è conservata. Ma Ippi, nativo di Reggio, menzionato da Fania l'Eresiano, riporta come dottrina di Petrone la teoria che ci fossero centottantatré mondi, attaccati l'uno all'altro per elemento; non spiega però in modo chiaro la teoria, né offre alcuna prova per dimostrarla.” (423)
Il nostro compito allora è quello di tentare di spiegare, con ipotesi e ragionamenti, questa singolare dottrina sul numero dei mondi e la loro disposizione triangolare. Nel dialogo di Plutarco, essa è attribuita indirettamente a Petrone d’Imera, in quanto la fonte diretta è un barbaro affascinato dalla musa ellenica. Di questo personaggio riferisce uno dei protagonisti principali del dialogo, lo spartano Cleombroto, che è riuscito ad avere con lui un colloquio diretto, fornendone un ritratto: “È l’uomo più bello che io abbia mai visto e vive immune da ogni malattia, grazie all’amaro frutto di un’erba medicinale, che egli ingerisce una volta al mese. Sa parlare molte lingue: con me ha usato quasi sempre un dorico simile a poesia. Quando parla , il luogo si riempie di un dolcissimo profumo che alita dalla sua bocca. Ogni sorta di scienze e di studi vive tutto il tempo con lui, ma l’arte profetica lo ispira una sola volta all’anno, ed è allora che scende al mare per dare responsi. Là vanno a consultarlo sovrani e grandi dignitari, che poi tornano ai loro paesi.” (421b)
Questo è il contesto, in cui s’inserisce la notizia originaria della dottrina dei 183 mondi, che Plutarco dice libera da ogni influenza indiana o egizia, due dei tre poli mondiali, assieme all’Ellade, della scienza dell’epoca. In tale guisa la dottrina è greca, in particolare pitagorica, per l’atmosfera che la circonda, e il suo autore viene indicato nella persona di un dorico di Sicilia, Petrone d’Imera.
Questo nome non risulta nel catalogo dei pitagorici di Giamblico (III sec. d.C.), in tutto 218 uomini e 17 donne (“De vita Pythagorica”, 267), ma è compreso nella raccolta dei frammenti dei presocratici (“Die Fragmente Vorsokratiker”, Berlino 1903) di Hermann Diels, poi curata e aggiornata da Walter Kranz, per cui l’opera oggi viene citata con i nomi di entrambi. Nella sistemazione Diels-Kranz, i frammenti relativi a Petrone sono contrassegnati con il numero 16 DK, e quindi tutto quello che sappiamo del filosofo imerese lo dobbiamo a Plutarco (I sec. d. C.). Quest’ultimo, nel riferire la notizia, si rifà al filosofo peripatetico Fania, nativo di Ereso in Lesbo, discepolo diretto di Aristotele, poco meno anziano di Teofrasto. A sua volta Fania l’Eresiano, seguace dell’indirizzo storico e scientifico della scuola aristotelica, riporta la testimonianza di Ippi di Reggio. Sulla biografia di quest’ultimo abbiamo notizie dalla Suida, che lo colloca nel V sec. a.C., ai tempi delle guerre persiane, la cui opera sulle colonie greche dell’Italia meridionale sarebbe stata riassunta in seguito da un tale Myes. Dalla personalità di Ippi si coglie il suo interesse per il pitagorismo e pitagorico sarebbe stato anche il suo epitomatore. L’incertezza delle notizie sulla figura di Ippi di Reggio, la cui collocazione nel V secolo è stata contestata dal filologo tedesco Felix Jacoby, storico dell’antichità, autore di una raccolta di frammenti dei presocratici (“Die Fragmente der griechischen Historiker”, 1925), e l’indiretto riferimento di Plutarco sulla figura e la dottrina di Petrone, attraverso la menzione del già discusso Ippi, rendono problematica la verità storica sull’imerese, tanto da far dubitare non solo della sua appartenenza alla scuola pitagorica, ma della sua esistenza stessa, e farlo ritenere un personaggio fittizio, come fa Walter Burkert, filologo e storico tedesco dell’antichità (“Stoicheion”, 1959).
Esaminando il frammento 422, risulta evidente la riformulazione terminologica di Plutarco, soprattutto in riferimento ai modelli ideali e all’espressione la “Pianura della Verità”, di cui Platone parla nel “Fedro”. Per quanto riguarda il numero dei mondi non infinito, né uno, né cinque, ma centottantatré allineati in forma triangolare, bisogna subito chiedersi che cosa debba intendersi con il termine “mondo”, κόσμος , che noi traduciamo più fedelmente con cosmo, un termine più squisitamente pitagorico: “Ritengono [i Pitagorici] che cielo e terra, dèi e uomini sono tenuti insieme dalla comunanza di amicizia, saggezza e giustizia: ed è proprio per tale ragione che essi chiamano questo tutto cosmo (κόσμον), ordine.” (Platone, “Gorgia”, 507e-508a) Nel testo, quindi, “mondo” sta per “Universo”, un termine che già rivela nella sua radice semantica una vocazione all’unità, il volgersi all’Uno.
Nel “De defectu oraculorum”, (Περὶ τῶν ἐκλελοιπότων χρηστηρίων), Plutarco cita Petrone, in quanto il dialogo che si svolge principalmente tra il grammatico Demetrio di Tarso e il teologo Cleombroto di Sparta, convenuti a Delfi, in occasione dei giochi pitici, riguarda il tema del titolo, “Il tramonto degli oracoli”, ma per un certo verso, anche se incidentalmente, il discorso sul possibile numero dei mondi (Universi) esistenti: “Eppure mi sembra che esso [il discorso] nasca direttamente dallo studio della natura, ed è stato Platone ad offrirne lo spunto, senza peraltro chiarire del tutto l’oscurità della sua idea, che mascherò per cautela sotto una veste enigmatica. E tuttavia grande si è fatta la sua risonanza presso gli altri filosofi.”
Nel dialogo, la questione sull’unità e l’infinità dei mondi è un discorso scaturito da quello sulla immortalità dei demoni o degli dèi, e la loro possibile scomparsa, come lascia presagire la morte del grande Pan, il tema nostalgico del tramonto dell’antica civiltà dell’Ellade. All’interrogativo di uno dei presenti, Eracleone, di come s’inserisca nel tema del discorso il riferimento a Platone, risponde Cleombroto: “Tu certo ricorderai che Platone negò decisamente l’infinità dei mondi, ma che si trovò in difficoltà nel determinarne il numero. A quelli che avanzano l’ipotesi di un mondo per ciascun’elemento esistente concesse che arrivare a cinque è verosimile, ma per parte sua restò fisso al principio dell’unità. Solo Platone, mi sembra, assunse questa posizione: gli altri filosofi hanno avuto una eccessiva paura di ammettere il molteplice, con l’idea che il non circoscrivere la materia a un solo mondo, oltrepassandone il limite, lasciasse senz’altro spazio ad un’infinità sconfinata e pericolosa.” Il riferimento è al “Timeo”(55 c-d): “Se qualcuno, meditando con attenzione su tutte queste cose, sollevasse il dubbio se si debba dire che i mondi sono infiniti o finiti di numero, potrebbe ritenere veramente che il dire che sono infiniti è l’opinione di uno che non è in possesso di quelle conoscenze che conviene avere. Invece, per quanto riguarda la questione se siano stati veramente generati uno o cinque, chi si soffermasse su tale questione potrebbe sollevare il dubbio in modo ragionevole. Dunque, la nostra convinzione dichiara che, secondo un ragionamento plausibile, il dio ha prodotto un solo cosmo; altri invece, riferendosi ad altre considerazioni, avrà forse altre opinioni.”
Il “Timeo” è il dialogo cosmologico, d’ispirazione pitagorica, in cui Platone attraverso un racconto verosimile (εἰκότα λόγον) descrive la genesi dell’universo sensibile. Nel dialogo, il pitagorico Timeo di Locri narra come il Demiurgo, la somma divinità artefice, generò il mondo, ordinandolo a cosmo dal caos primordiale, guardando alle eterne Idee. Nel racconto cosmologico, Platone definisce gli elementi primigeni, identificandoli nei cinque solidi regolari, la cui scoperta dei primi tre, il tetraedro, il cubo e il dodecaedro, è dovuta alla Scuola pitagorica, e gli altri due, l’ottaedro e l’icosaedro al matematico Teeteto. Deve ancora dirsi che per il pitagorismo delle origini il numero è l’essenza del reale, poiché ne costituisce la natura fondante. Scrive Aristotele: “Essi [i Pitagorici] per primi si applicarono alle matematiche e le fecero progredire, e nutriti delle medesime, credettero che i principi di queste fossero principi di tutti gli esseri.” (“I Pitagorici”, Fr.4) [1]
E anche se pensabili in sé astrattamente, i Pitagorici ritenevano che i numeri fossero connaturati nel sensibile. La conoscenza matematica offriva dunque la possibilità di risolvere il problema della physis, cioè della natura e origine degli enti corporei. Essi ritenevano il numero non solo come principio costitutivo materiale degli esseri, ma anche come costitutivo delle proprietà e degli stati dei medesimi. (Fr.5, 7, 8, 19)
Per Platone, invece, la realtà dei numeri non è intrinseca alla realtà sensibile, ma i numeri sono enti matematici intermedi tra la realtà sensibile e quella intellegibile, e i Numeri ideali, al pari delle Idee, sono fuori dalla sfera sensibile. (Fr.10) Aristotele critica entrambe le concezioni, ritenendole sostanzialmente simili: “Platone ha innovato soltanto il nome. Infatti i Pitagorici dicono che le cose sono per imitazione dei numeri, Platone dice per partecipazione, cambiando soltanto il nome. Ma in che cosa consista l’imitazione o la partecipazione, trascurano di indicare.” (Fr.9) Una tale critica conferma l’ispirazione di Platone alla dottrina dei numeri e alla geometria pitagorica, applicata poi alla generazione dell’Universo ad opera del Demiurgo.
Resta ancora da risolvere il problema sui principi e l’unicità dell’Universo, in relazione alla molteplicità degli enti e alla loro illimitatezza. Nel senso dell’unità e della diade indefinita come i due principi, riferibili il primo alla causa attiva, l’intelletto divino, e il secondo alla causa passiva e materiale, il mondo visibile, si esprime Aristotele, ascrivendo la distinzione ai Pitagorici. (Fr.1) A differenza, Platone aveva posto la diade in luogo dell’illimitato inteso come unità, e concepito l’illimitato come derivante dal grande e dal piccolo. (Fr.10) Ma sia i Pitagorici sia Platone affermavano l’unicità dell’Universo, ascrivendone la generazione a un intelletto divino: 1) i primi attraverso un atto di fede mistico: “Io giuro per colui che diede alla nostra anima la tetractys, in cui è la fonte e la radice dell’eterna natura”; 2) Platone attraverso un racconto verosimile (εἰκότα μῦθον). Nell’esporre il pensiero dei Pitagorici, Aristotele espone le sue critiche alla dottrina dei numeri, considerati causa e sostanza della realtà, essendo privi di una loro consistenza materiale (Fr.16), ed estende la critica Platone, pur ricordandone la distinzione tra numeri ideali e numeri sensibili. “Ebbene, si deve forse intendere che questo numero che è nell’universo coincide con ciascuna di quelle cose, oppure che si tratta di un altro numero oltre questo? Platone afferma che è un numero diverso. Eppure, anch’egli ritiene che siano numeri e queste cose e le loro cause; egli però ritiene che le cause siano i numeri intelligibili, e che gli altri siano invece numeri sensibili.” (Fr.11)
Come abbiamo ricordato sopra, Platone sembra aver lasciato insoluto il problema del numero dei mondi (κόσμος , universo) possibili, pur esprimendosi chiaramente per l’unicità con il suo ragionamento probabile e le sue argomentazioni razionali: “Ma noi abbiamo forse detto rettamente che il mondo è uno solo, oppure era più esatto dire che sono molti e infiniti? Il mondo è uno solo e deve essere costituito secondo l’esemplare. Infatti, quello che comprende tutti quanti gli animali intellegibili non potrebbe mai essere secondo, insieme ad un altro. Infatti, in tal caso, ci dovrebbe essere ulteriormente un altro vivente che li comprenderebbe ambedue, e di cui quei due sarebbero parti; e si direbbe più rettamente che questo universo è stato fatto simile non più a quei due, ma a quello che li comprende. Dunque, affinché questo mondo, anche nell’essere uno solo, fosse simile a quel vivente perfetto, per questo motivo colui che fece il cosmo non ne fece due né infiniti, ma uno solo è questo cielo generato unigenito, e così sarà anche in futuro. (“Timeo”, 31 ab)
Platone, qui, ragiona secondo il senso comune della reductio ad unum, un “uno” però che appena raggiunto apre il dubbio al “due”, in relazione all’essenza del numero, come si rileva nella critica aristotelica ai Pitagorici (Fr.6): “Essi incominciarono anche a parlare dell'essenza e a dare definizioni, ma procedettero in modo troppo rozzo. Infatti definirono in modo superficiale, giacché ritenevano che ciò a cui in primo luogo si addiceva una data definizione, fosse la sostanza delle cose: come se uno credesse che siano la stessa cosa il doppio e il numero due, perché il numero due è ciò di cui in primo luogo il doppio si afferma. Ma non sono certamente la stessa cosa l'essenza del doppio e l'essenza del due; altrimenti, l'uno sarebbe, ad un tempo, molte cose: ed è questa, appunto, la conseguenza in cui cadono.”
È quindi una scelta quella di Platone, di fronte alle possibili confutazioni, dovute a ragionevoli dubbi: “Sulla questione se siano stati veramente generati uno o cinque [cosmi], chi si soffermasse su tale questione potrebbe sollevare il dubbio in modo ragionevole. Dunque, la nostra convinzione dichiara che, secondo un ragionamento plausibile, il dio ha prodotto un solo cosmo; altri invece, riferendosi ad altre considerazioni, avrà forse altre opinioni.” (“Timeo”, 35d)
Cade a questo punto un’osservazione di fondo, per comprendere e risolvere il tema in trattazione, la tesi del pitagorico del V secolo, Petrone d’Imera, dell’esistenza non di uno o cinque o infiniti mondi, ma centottantatré. Come conciliarla con le altre, in primis quella dell’unicità, e soprattutto perché quel numero così particolare?
Qui bisogna osservare come Plutarco sia giunto a far disquisire i suoi due principali personaggi del dialogo sul tramonto degli oracoli da questo tema a quello sul numero dei mondi. Il discorso era partito dall’abbandono da parte del dio del santuario del suo oracolo, in cui non si sentiva più risuonare la sua voce, scivolando poi sulla sparizione stessa dell’oracolo: “Lasciate, dunque, che io [Cleombroto] degnamente concluda i miei primi argomenti, ormai è tempo. Dobbiamo avere il coraggio anche noi, dopo tanti altri, di affermare che insieme ai demoni preposti alla divinazione spariscono del tutto anche gli oracoli stessi, e che se i demoni se ne vanno o vengono messi al bando, se ne va anche il potere dell’oracolo. Quando poi i demoni, dopo un gran tempo ricompaiono, anche gli oracoli ritrovano voce, come strumenti al tocco di nuove sapienti dita.” (418-d) Al discorso di Cleombroto replica il giovane Eracleone: “Pensare che gli oracoli siano presieduti non dagli dèi – è giusto, infatti, che si tengano lontani dalle cose terrene – ma da demoni ministri degli dèi, non mi sembra un’opinione sbagliata. Attribuire però a questi demoni […] colpe, peregrinazioni volute dagli dèi, e farli poi morire di morte umana, questo mi sembra davvero azzardato, vorrei dire barbaro.” Ma al giovane, una volta saputo il suo nome e la città da cui veniva, Cleombroto, rilevando una contraddizione nella sua interlocuzione, così risponde: “Ci rendiamo conto anche noi, Eracleone, di esserci addentrati in un discorso insolito. Ma non è possibile intraprendere importanti questioni, senza premesse altrettanto gravi, se si vuole raggiungere la soluzione più logica. Tu stesso non ti accorgi di contraddire quanto avevi affermato: se ammetti che i demoni esistono, ma neghi che siano deboli e mortali, tu in realtà li escludi. In che cosa, infatti, si differenziano gli dèi, se anch’essi sono per natura immortali e per virtù esenti da colpe e da passioni?” (418-f) E Filippo, altro interlocutore del dialogo, ribadisce al giovane rimasto a meditare su quanto a lui replicato, che non solo Empedocle, ma anche Platone, Senocrate, Crisippo e pure Democrito, il quale si augurava “benevoli apparizioni”, ammettevano l’esistenza di demoni malvagi ed ostili. A questo punto, a rafforzare la tesi della fuga divina dal mondo, Plutarco introduce il celebre passo della morte del grande Pan.” [2]
E infine arriva allo snodo del discorso, che qui interessa, ponendo a confronto Stoici ed Epicurei, nelle parole di Cleombroto: “Gli Stoici hanno sui demoni la nostra stessa opinione. Non solo, essi ritengono addirittura che nella massa di tutti gli dèi esistenti uno solo sia eterno e incorruttibile, mentre gli altri sono nati e destinati a perire. Quanto poi al sarcasmo e all’ironia degli Epicurei, non c’è proprio da averne paura, poiché essi si rivolgono contro la provvidenza stessa, che considerano un’ubbia. Siamo noi piuttosto a ritenere un’ubbia quella loro “infinità”, che fra tanti mondi non ne ammette neppure uno che sia governato dalla ragione divina: per loro sarebbe il caso (αὐτόματον) a farli nascere tutti e perdurare.” (420b)
Ecco, questo è il nodo cruciale, ovvero considerare il “mondo” come l’espressione di una ragione divina, che ordinando il caos, genera il cosmo. Ed in tale prospettiva il discorso si lega al problema di uno o più mondi, uno solo o più universi, e qui Plutarco, tira in ballo Platone, annunciando un racconto più strano dei precedenti discorsi: “Eppure mi sembra che esso nasca direttamente dallo studio della natura, ed è stato Platone ad offrirne lo spunto, senza peraltro chiarire del tutto l’oscurità della sua idea, in quanto la mascherò per cautela sotto una veste enigmatica.” Subito dopo queste parole, Cleombroto narra del barbaro, che era possibile avvicinare una volta solo all’anno sulle rive del Mar Rosso, passando il resto del tempo in compagnia di ninfe erranti e di demoni, riportando il colloquio intercorso tra loro due e la sorprendente affermazione dell’esistenza dei centottantatré mondi, dottrina dei Dori di Sicilia, e più precisamente di Petrone di Imera. Si respira in questa narrazione quell’aura mistica di un modo di vivere proprio dei Pitagorici della Scuola di Crotone fondata da Pitagora.
A questo punto sorge la necessità di una distinzione di carattere terminologico, ma non solo, per capire il significato da attribuire a quello che riteniamo l’Universo fisico e visibile, qui detto mondo (κόσμον), e distinguerlo dai suoi elementi (στοιχεῖον), in tal modo interpretando il “dubbio ragionevole”, che Platone concede a chi afferma la generazione non di uno, ma cinque mondi, i quattro più l’uno che li comprende.
Sin dall’inizio della sua apparizione, il pensiero occidentale si pose il problema dell’origine dell’Universo, il principio (ἀρχή) di tutte le cose. Il primo fu Talete: “Disse che principio degli elementi è l’acqua, e che il cosmo è animato e pieno di divinità.” (Schol. Plat. Resp. 600 A) Egli sosteneva anche l’unicità dell’Universo: “Talete e i suoi discepoli [dicevano che] uno è il cosmo.” (Aezio, I 17, 1 (Dox. 315) Pitagora, che era stato suo discepolo a Mileto, riprendeva la sua dottrina del principio, non l’elemento (στοιχεῖον) dell’acqua, ma l’Uno, da cui discendevano tutti i numeri, costituenti un tutto armonico, il cosmo. Per i Pitagorici, i numeri sono in tutte le cose e tutto si genera dai numeri, il primo numero è il pari, a cui si aggiunge il dispari, dando inizio alla serie dei numeri, ed essendo il numero pari sempre divisibile per due, procede all’infinito, al contrario del dispari che lo limita. (Fr.15, 16, 19, 20) I Pitagorici avevano dunque la necessità di delimitare il tutto e la sacra tetrade racchiudeva nel simbolo del numero 10 la limitazione del tutto. Il calcolo del sistema decimale, riproponendo la limitazione del ritornare indietro una volta esaurita la decina, bene si prestava a questa necessità di simboleggiare un tutto non infinito ma limitato. (Fr.17)
Abbiamo voluto ripercorrere a grandi linee le convinzioni pitagoriche, derivanti dalle loro dottrine, con i riferimenti puntuali alla nostra raccolta di frammenti, per stabilire quali erano le verosimili conoscenze di Petrone d’Imera e ricostruirne il modo di ragionare, nella formulazione della sua tesi dei centottantatré mondi. E siccome nel testo di Plutarco, unica fonte del pensiero di questo pitagorico di Sicilia, si parla di mondi (cosmi), è necessaria qualche osservazione sulla differenza tra cosmo (κόσμον) ed elemento (στοιχεῖον), come si presenta nella cosmologia degli inizi.
Dopo Talete, Anassimene aveva ritenuto come elemento originario dell’Universo l’aria, un principio non indeterminato, come l’apeiron di Anassimandro: “Anch’egli dice che una è la sostanza che fa da sostrato e infinita, come l’altro [Anassimandro], ma non indeterminata come quello [apeiron], bensì determinata, e la chiama aria. L’aria differisce nelle sostanze per rarefazione e condensazione. Attenuandosi diventa fuoco, condensandosi vento e poi nuvola, e crescendo la condensazione, acqua e poi terra e poi pietre e il resto, poi, di queste. Anch’egli suppone eterno il movimento, mediante il quale si ha la trasformazione.” (Simplicio, “Fisica”, 24, 26) Ed ancora un altro frammento di Simplicio risulta illuminante: “Bisogna sapere che altro è l’infinito e il limitato quanto al numero, il che è proprio di coloro che ammettono molteplicità di principi, altro l’infinito e il limitato quanto a grandezza, il che… conviene ad Anassimandro e Anassimene.” (”Fisica”, 22,9) Dobbiamo quindi desumere che ogni elemento (στοιχεῖον), in tale ottica, caratterizza un mondo (κόσμον), e pertanto la diversità e molteplicità dei principi e degli elementi caratterizzino la diversità e molteplicità dei mondi, anche se una tale caratterizzazione appare confusa, stando ad altre testimonianze dei Presocratici, come ad esempio per il pensiero di Senofane.
“Dice che gli elementi delle cose sono quattro, che i mondi sono infiniti.” (Diogene Laerzio, IX, 19) A tale proposito, si è fatto osservare come quella dell’infinità dei mondi sia un’illazione di molti testi dossografici della genuina dottrina di Senofane di una molteplicità di soli e di lune. “[Senofane dice] che la terra è infinita e che né l’aria né il cielo l’avvolgono tutta, che ci sono infiniti soli e infinite lune, e che le cose tutte vengono dalla terra” (Ippolito, ref. I 14, 12 [Dox. 565]) Anche in Senofane, il principio originario è uno, la terra. Agli elementi originari finora indicati dobbiamo aggiungere il fuoco di Eraclito, Fr.30: “Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era, è, e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura.” (Clem. Alex. “Stromata” v.105)
I naturalisti ionici e l’eleatico Senofane avevano dunque delineato in quella che oggi chiameremmo conoscenza scientifica dell’epoca (VI, V sec.) i quattro elementi che ritenevano all’origine dell’Universo. E questi quattro elementi li ritroviamo insieme, come radici dell’universo, nella filosofia del siceliota Empedocle: “Egli dice che quattro sono gli elementi, fuoco, aria, acqua e terra e due forze originarie, Amicizia (Φιλότης) e Discordia (Νεῖκος), di cui unificatrice l’una, separatrice l’altra, […] Chiama Zeus la sostanza ignea e l’etere, Hera “avvivatrice” l’aria, Edoneo [Ade] la terra, Nesti “fonte mortale” il seme e l’acqua.” Questa indicazione di un dio che identifica l’elemento materiale, tale da renderlo un universale divino, era una connotazione già presente nei naturalisti ionici, per Talete il cosmo è animato e pieno di divinità. Platone, per il quale il demiurgo aveva modellato un universo animato, con i quattro elementi in esso avvolti, generando un “dio felice” (Timeo, 34d) ha quindi motivo di non eludere la questione della generazione di uno o cinque mondi, ritendo il dubbio ragionevole. In tale contesto, possiamo discutere la dottrina dei 183 mondi di Petrone, disposti a triangolo. Questa figura non può che riferirsi alla divina Tetraktys come raffigurazione simbolica dell’unità del tutto. Non è l’immagine di un grande triangolo che si staglia in uno spazio vuoto euclideo, ma soltanto il riferimento simbolico all’unità cosmica della tetrade (Fr.1). Su un tale schema preesistente raffigurabile, si può disegnare il numero geometrico triangolare, che delimita il tutto: “Come anche i Pitagorici dicono, il tutto e ogni cosa hanno il loro limite nel tre, perché in principio, mezzo e fine, che sono tre, è il numero del tutto.” (Fr.18)
Secondo il pitagorico Petrone di Imera, i centottantatré mondi sono allineati in forma di triangolo, e su ogni lato vi sono sessanta mondi. Perché una tale configurazione? Non è difficile rifarsi alla scoperta dei pitagorici del teorema della somma di 180 gradi degli angoli interni del triangolo (Fr.2), in quello equilatero 60 gradi per ogni angolo. Questi numeri in sessantesimi rispecchiano il sistema di calcolo sessagesimale proprio dei Sumeri di Mesopotamia, travasato da fonti egizie nella geometria pitagorica. La dottrina del dorico di Sicilia Petrone, che nel testo plutarcheo ci viene raccontata non a caso da un barbaro soggiornante sulle rive d’Egitto, non poteva sottrarsi ad una tale suggestione. Se si voleva dare solidità, quella propria dei corpi materiali, e consistenza alla formazione numerica di un mondo sensibile, occorreva delimitare il triangolo, con linee e superfici, secondo la concezione pitagorica. “Alcuni filosofi [i Pitagorici] ritengono che siano sostanze i limiti dei corpi, per esempio superficie, linea, punto, unità, e che siano sostanze a maggior ragione che non il corpo e il solido.” (Fr.12) “Alcuni [i Pitagorici], per essere il punto limite ed estremo della linea, il piano del solido, pensano che nature tali devono esistere.” (Fr.13) Le linee del triangolo non sono limiti che delimitano la figura, ma sono come “carne e ossa” per l’uomo. (fr.14) È come dire che le linee sono la sostanza del mondo, non la loro figura. Ed ovviamente in un triangolo perfetto, quello equilatero, per formare universi fisici, troviamo 60 mondi per lato, secondo una numerazione sessagesimale. Abbiamo così ottenuto 180 mondi, restano da giustificare gli altri 3, e subito pensiamo ai tre vertici del triangolo. Ora, in una tale concezione, quella che viene a rilevare è la distinzione tra cosmo ed elemento, che abbiamo ampiamente esaminato, ma non del tutto a fondo, anche perché l’enigmatico dubbio di Platone ci ha lasciato nell’incertezza. Egli aveva negato l’infinità dei mondi ed aveva affermato l’unità, ma aveva concesso ad altri il dubbio di un mondo per ciascun elemento (κατὰ στοιχεῖον ἕνα κόσμον).
Ora la teoria di Petrone prevedeva che i 183 mondi fossero in contatto tra loro per “elemento”: “Egli però non spiega in modo chiaro la teoria, né offre alcuna prova per dimostrarla.” E allora dobbiamo trovare una nostra spiegazione, e la fondiamo sulla convinzione dei Pitagorici che al centro dell’Universo non vi fosse la terra, ma il fuoco. “Per i più [la terra] è nel centro… Il contrario affermano gli Italici, detti Pitagorici. Essi dicono che nel centro è il fuoco, che la terra è un astro e che essa, ruotando intorno alla parte centrale, dà origine al giorno e la notte.” [Fr.23] La conferma la troviamo nel testo plutarcheo: “La superficie all'interno del triangolo è il focolare (ἑστίαν) comune a tutti i mondi, ed è chiamato la Pianura della Verità” τὸ δ᾽ ἐντὸς ἐπίπεδον τοῦ τριγώνου κοινὴν ἑστίαν εἶναι πάντων, καλεῖσθαι δὲ πεδίον ἀληθείας. Possiamo dubitare sull’ultima espressione, che incontriamo nel “Fedro”(248c) di Platone, e che verosimilmente dobbiamo a Plutarco, suggestionato dalla bella immagine del testo platonico. [3] Tolta questa, il pensiero del pitagorico Petrone resta fermo nell’indicare il centro dell’Universo come il focolare (ἑστίαν) comune a tutti i mondi. Se andiamo a riprendere il citato passo del “Fedro”, leggiamo una delle pagine del dialogo, che più ci lasciano incantati dalla descrizione dello spettacolo, il grande corteo divino nei cieli: “Zeus, il grande sovrano che è in cielo, procede per primo alla guida del carro alato, dà ordine a tutto e di tutto si prende cura; lo segue un esercito di dèi e di demoni, ordinato in undici schiere. La sola Estia (ἑστίαν) resta nella dimora degli dèi; quanto agli altri dèi, quelli che in numero di dodici sono stati posti come capi guidano ciascuno la propria schiera secondo l'ordine assegnato. Molte e beate sono le visioni e i percorsi entro il cielo, per i quali si volge la stirpe degli dèi eternamente felici, adempiendo ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro chi sempre lo vuole e lo può; infatti, l'invidia sta fuori del coro divino.” (247a) Nel pantheon greco, Estia è la dea del focolare, la custode della casa divina. “I Pitagorici, anche perché deve essere custodita la parte più importante del tutto (e tale è appunto il centro, che essi chiamano custodia di Zeus) dicono che nel centro è il fuoco.” (Fr.24)
Se il fuoco è il centro del triangolo, gli altri tre elementi, l’acqua, l’aria e la terra completano la figura nella congiunzione ai vertici dei tre lati del triangolo. Se non respingiamo la teoria che il mondo, l’Universo, può corrispondere a un solo elemento, da cui hanno origine tutte le cose, possiamo intendere questa differenza tra mondo (κόσμον) ed elemento (στοιχεῖον). La pluralità dei mondi, per ogni lato 60, come il calcolo sessagesimale suggerisce, è quindi compresa nella dimensione dell’elemento primigenio che caratterizza un mondo. Ed è necessario che ogni mondo risulti legato con gli altri mondi in ragione dell’elemento, costituendo un continuo geometrico lineare, che rappresenta la materia, l’elemento fisico del cosmo (Fr.12,13, 14), rispetto al discontinuo numerico (Fr.21). Se questa è la descrizione spaziale, rimane da configurare il tempo, che nell’immagine attribuita a Petrone scorre sull’orlo dell’eternità: “E intorno a queste cose eterne, come un fiume scorre in questi mondi il tempo.” È un senso avvolgente del tempo, che certe fonti attribuiscono ai Pitagorici e anche direttamente a Pitagora.” (Fr.22)
Dopo questo nostro tentativo di spiegazione logica da dare all’asserzione di un Universo, il Tutto, la tetrade pitagorica, formato da 183 mondi, un numero troppo preciso, per non essere stato evocato a caso, la conclusione da trarre è che sullo spunto di questa notizia, Plutarco abbia influito a presentarla alla luce dei principi di ispirazione platonica di un mondo di eterne Idee, che modella il cosmo.
[1] Il richiamo numerico dei frammenti è quello relativo alla numerazione nel mio scritto sui Pitagorici dell’elenco dei frammenti espunti dalla raccolta di Diels-Kranz, c.d. “Presocratici”
[2] “Alcuni di voi hanno ascoltato il retore Emiliano, che era figlio di Epiterse, mio concittadino e maestro di grammatica. Proprio lui mi raccontò che una volta si era imbarcato per l’Italia su un mercantile con molti passeggeri a bordo: alla sera, quando già si trovavano presso le isole Echinadi, il vento cadde di colpo, e la nave fu trasportata dalla corrente fino a Paxos. Quasi tutti i passeggeri erano svegli, e molti, terminata la cena, stavano ancora bevendo. All’improvviso di sentì una voce dall’isola di Paxos, come di uno che gridasse il nome di Tamo. Tutti restarono sbalorditi. Questo Tamo era un pilota egiziano, ma quasi nessuno dei passeggeri lo conosceva per nome. Due volte la voce dell’uomo lo chiamò, e lui stava zitto. Alla terza rispose, e allora quello con tono più alto disse: «Quando sarai a Palodes, annuncia che il grande Pan è morto». A queste parole, diceva Epiterse, tutti restarono sbalorditi, e si domandavano se fosse meglio eseguire l’ordine oppure non darsene cura. Allora Tamo decise che, se ci fosse stato vento, avrebbe costeggiato la riva in silenzio; se invece, giunti là, avessero trovato bonaccia, avrebbe riferito la notizia. Quando infine arrivarono a Palodes, non un soffio di vento, non un’onda. Allora Tamo, sulla poppa, guardò verso terra e gridò: «Il grande Pan è morto». Non aveva quasi finito di dirlo, che subito si levò un gran gemito, non di una persona sola, ma di tante, pieno di stupore. In molti avevano assistito al fatto, e ben presto la sua fama si sparse per Roma. L’imperatore Tiberio, allora, mandò a chiamare Tamo, e tanta fu la sua fede nel racconto del marinaio che volle informarsi e fare indagini su questo Pan: i filologi di corte congetturarono che fosse il figlio di Ermes e Penelope.” (Plutarco, “Il tramonto degli oracoli”, 419de)
[3] Anche il seguito del passo è d’impronta platonica, e corrisponde ai contenuti del “Fedro”, relativo alla visione sopraceleste e alla legge di Adrastea, il ciclo di vita delle anime: “L'opportunità di vedere e contemplare queste cose è concessa alle anime umane una volta ogni diecimila anni, se hanno vissuto una vita buona; e il migliore dei riti iniziatici qui non è che un sogno di quel rito e iniziazione più elevato; e le parole della nostra indagine filosofica sono strutturate per ricordare queste belle visioni là - altrimenti è vana la nostra fatica.”
IMMAGINE
Il tempio della vittoria di Imera (Ἱμέρα), colonia greca sulla costa nord della Sicilia, presso la foce del fiume omonimo. Le sue rovine sorgono nel territorio di Termini Imerese, comune della città metropolitana di Palermo.
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