“Noi uomini vorremmo essere… qualcosa di assolutamente incomparabile e meraviglioso. La nostra unicità nel mondo!... Forse la formica del bosco è altrettanto fermamente convinta di essere scopo e meta dell’esistenza del bosco…” Friedrich Nietzsche, Il viandante e la sua ombra, fr.14
1. L’attentato
Quando l’automobile blu scuro di rappresentanza, un’alfa romeo 166, dopo avere affrontato l’ultima rampa in salita, sbucò in cima al Campidoglio, preceduta dal motociclista della polizia urbana e seguita a ridosso dall’autovettura pure della polizia municipale, anch’essa blu scuro, senza però i contrassegni e i colori d’istituto e con a bordo due agenti, sulla piazza erano presenti soltanto un piccolo gruppo di turisti e qualche raro passante. I turisti erano riconoscibili come tali dalle macchine fotografiche al collo, dal loro parlare una lingua dai suoni gutturali, forse norvegese o danese o svedese, sicuramente scandinava e dai tratti somatici della maggior parte di essi, alti, biondi se non di canizie candida, gli occhi blu. Stavano contemplando la piazza e ammirando la statua di Marco Aurelio a cavallo o forse la copia e qualcuno anche fotografando; quando sbucò il minicorteo della moto e delle due autovetture, soltanto pochi di essi si distrassero, vagamente intuendo che un personaggio forse di un certo rilievo era lì giunto alle nove del mattino di un martedì di inizio d’aprile del settimo anno del terzo millennio, sebbene qualche erudito personaggio, che non crede all’anno zero, pur ammettendo l’esistenza dello zero, con i suoi ragionamenti ci costringe a dover calcolare un tale anno come sesto ed il millennio come secondo, nientificando, come dire sospingendo nel nulla, lo spazio tempo da zero a uno. Molto probabilmente però la questione non è di logica-matematica, ma di carattere diciamo metafisico, il così detto problema dell’Inizio, l’Arché. Ma perché queste divagazioni sull’inizio matematico e metafisico del tempo, un tempo che invece nelle sue necessità storiche ci appare ad ogni momento cruciale? Riflettere sulla crucialità del tempo, già! Un tempo verosimilmente considerato cruciale (a croce), forse perché continuo divenire punto d’incontro nel suo orizzonte di sempre nuovi eventi, tutti in relazione tra loro appunto nel tessuto della trama degli infiniti momenti del tempo cruciale. Che dire? Nel 44 a.C., come riferiscono gli storici Tito Livio e Polibio, le mandrie di cavalli consacrate alle divinità del fiume, nell’attraversamento del Rubicone dell’armata di Giulio Cesare, nei giorni precedenti le Idi di marzo, si erano rifiutate di pascolare e piangevano a dirotto. La mattina del 15 gennaio del 69 d.C., il vecchio imperatore Galba stava sacrificando, pontefice massimo, davanti al tempio di Apollo, quando l’aruspice Umbricio gli presagì come sfavorevole, a quanto sembra, lo strano volo a sinistra degli uccelli nel cielo; in verità Tacito riferisce di inquietanti segni nelle viscere degli animali sacrificati, mentre Svetonio parla più genericamente di premonizioni ostili. Venti secoli dopo queste cronache, nella splendida mattina di inizio d’aprile del ventunesimo secolo d.C., in un momento cruciale, uno dei tanti momenti cruciali della politica dell’Urbe, in Campidoglio, l’alfa 166 di colore blu scuro, in assegnazione al sindaco della capitale, si bloccò accanto alla statua o alla copia della statua del Marco Aurelio a cavallo, al centro della piazza, alcuni metri dietro l’autovettura della polizia municipale di scorta, che all’ultimo momento l’aveva sorpassata, andando a parcheggiare più avanti, a ridosso del motociclista, che aveva fatto da staffetta per tutto il percorso.
Tutta la manovra attirò, come avevamo detto, l’attenzione di pochi soltanto fra i turisti presenti in piazza in quel momento, forse i più incuriositi di fronte allo spettacolo per loro insolito di passaggi o arrivi di cortei di scorta a personaggi di rilievo della vita pubblica. Per essi è normale vedere la loro regina fermarsi al semaforo rosso in strada, mentre raggiunge in bicicletta la reggia, anonimamente o quasi tra i suoi sudditi; al massimo è degna dell’attenzione di qualche svelto fotografo la manovra del Re, che sull’autobus delle linee cittadine è intento a obliterare il biglietto. In verità non è poi così anonimo il passaggio di un reale, perché come dice Victor Hugo “un roi qui passe, c’est toujours un tumulte”. Così commenta in “I Miserabili”, quando racconta delle corse sfrenate al galoppo della carrozza reale di Luigi XVIII e del corteo dei cavalieri di scorta per i boulevard di Parigi nell’inverno del 1823, apparizioni improvvise e maestose di un re, che aveva il gusto delle grandi cavalcate. E invero, al passaggio di moderni cortei presidenziali di autovetture e motociclisti che scortano l’ammiraglia, l’automobile di massimo lustro, i movimenti di folla attirati dallo spettacolo lasciano intuire la fugace apparizione di un “personaggio” di rango. La scena del breve corteo municipale che pallidamente adombrava il più colorito “tumulto”, quello che accompagna “sempre” il passaggio di un re o di un capo di stato poteva pertanto richiamare l’attenzione soltanto di un qualche turista incuriosito ed in cerca di folklore, quella mattina in Campidoglio, mentre nel cielo al di sopra del colle, nessun volo di uccelli rigava di uno sfumato nero evanescente e sottile il sereno azzurro dell’aria, neppure uno sparuto volo di rondine. Questo però non si può dire, da parte nostra, improvvisati aruspici moderni, che fosse un segnale negativo, semmai di assenza, questo sì. Seppure non esperti di mantica, possiamo interpretare l’assenza, in quel giorno, delle linee nere in dissolvenza nel cielo, che vengono disegnate dai voli di stormi di uccelli, come la figurazione simbolica di un’altra assenza, come dire il nascondersi di una possibile traccia del destino. Da circa una settimana il primo cittadino era assente da Roma, perché impegnato in un giro di visite nelle capitali dell’America meridionale, il “sud del mondo” aveva detto lui, per discutere con i suoi “omologhi” (si dice così?) dei problemi di sopravvivenza delle sovraffollate aree metropolitane di quel continente. Ma la nostra più che una divinazione, è una semplice associazione di idee, l’idea della mancanza, perché l’assenza di un segnale in sé logicamente non può definirsi né indice positivo né tanto meno negativo, un silenzio del cielo o degli astri, nella scienza o arte di indovinare il futuro, non un segno avverso della fortuna. E tali, cioè fortunosi, gli eventi che veniamo raccontando si rivelarono, secondo una certa prospettiva, e così potrebbero essere considerati in riferimento alla trasferta del sindaco all’estero; una tale prospettiva però non si può correttamente dire che fosse lo specchio della realtà, se per realtà intendiamo la “sorte” dei fatti, dovuta alle umane azioni, ed invero presto essa si sarebbe rivelata fallace.
Dall’automobile blu scuro di rappresentanza, di proprietà della municipalità di Roma e in assegnazione al suo primo cittadino, l’alfa romeo 166, bloccatasi un po’ oltre il monumento del Marco Aurelio a cavallo, quella mattina non scese il titolare; ma come da copione di tutti i giorni, da circa una settimana, sortì la figura slanciata ed atletica del vice sindaco della capitale, l’architetto Claudio Petrone, che in ragione della sua carica, era obbligato per legge a sostituire il sindaco assente. È da notare che all’epoca dei fatti, di cui andiamo stendendo la cronaca, a Roma come del resto in tutti gli altri comuni d’Italia, per una modifica della legge elettorale, tra i due principali candidati nella corsa alla poltrona di primo amministratore civico, chi otteneva più voti veniva eletto sindaco, l’altro arrivato secondo assumeva la carica di vicesindaco. Ognuno dei due costituiva una sua giunta per l’amministrazione cittadina, con materie di competenza esclusiva su alcune materie e “reciproca”, i.e. di entrambi, sulle restanti altre; sempre però per queste ultime, in caso di conflitto, prevaleva la volontà deliberativa della giunta del sindaco. E poiché, tranne rari casi, i candidati appartenevano a schieramenti opposti, in genere il sindaco ed il vicesindaco “coabitavano” nell’amministrazione cittadina, in un regime di sostanziale “semi-municipalismo”. La legge di riforma in questione, salutata con grande clamore alla sua approvazione come il raggiungimento del traguardo più alto di democrazia compiuta, in verità fu definita da una sparuta minoranza come il trionfo di una spartizione partitocratrica fra i due maggiori raggruppamenti politici della Repubblica. “Simul una manu rei publicae fata omnes cives capiunt”: questa sentenza, erroneamente attribuita a Lucio Anneo Seneca, espressione dello spirito di coinvolgimento di tutta la popolazione nel governo dello Stato (“I cittadini tutti insieme reggono con unica mano le sorti dello Stato”) fu inserita nel titolo della nuova legge elettorale; subito però la sparuta minoranza contestatrice definì quell’incipit legislativo come una clausola “compromissoria”, vale a dire il compromesso per la spartizione del potere tra i due maggiori partiti, una sorta di democrazia quasi totalitaria, se non fosse stato per la intransigente opposizione di essa minoranza ad ogni forma di mercanteggiamento delle cariche e degli onori di governo. In questo clima politico, anche quella mattina di aprile, le Idi di marzo erano già passate, Claudio Petrone si apprestava a recitare il suo ruolo di sindaco supplente in carica, seguendo il copione, di cui lui stesso aveva scritto alcuni minori dettagli, che rispettava pedissequamente, pur non ritenendoli fatali, vale a dire dal compimento necessitante, un destino. Il copione era stabilito dall’ufficio del cerimoniale del comune, i dettagli invece consistevano in alcune sfumature del suo comportamento nella successione degli atti da compiere, già inscritti nell’agenda degli affari del prosindaco. Uno di questo dettagli, nell’ambito del quotidiano arrivo, ogni mattina, in Comune, ove non fossero previsti impegni ufficiali in altri luoghi della città, era costituito dal momento dell’arresto dell’autovettura principale del piccolo corteo motorizzato nella piazza del Campidoglio. A differenza del sindaco che più ordinariamente si lasciava condurre sino al palazzo con vista sul Foro romano, l’architetto Petrone, suo sostituto ed oppositore politico, aveva adottato una linea, che potrebbe definirsi in un certo senso demagogica, facendosi lasciare dall’autista, ogni volta, per quelle poche volte della sua supplenza, al centro della piazza capitolina, accanto alla statua di Marco Aurelio, dove eseguiva il suo piccolo rito mattutino di discesa dall’autovettura e proseguimento a piedi fino alla sede del suo ufficio.
Così anche quella mattina, dicevamo, il cittadino risultato secondo eletto nelle ultime elezioni municipali, Claudio Petrone, quando la sua automobile si fermò, spalancò la portiera destra, balzò agilmente fuori e tenendosi dritto accanto allo sportello si stirò le braccia, spingendo i gomiti dietro le spalle e ruotando leggermente gli avambracci attorno al baricentro delle scapole; poi ostentatamente, l’espressione sorridente del volto, alzò in alto il capo, fissando lo sguardo nell’azzurro del cielo. L’autista e le guardie municipali, che da qualche giorno seguivano i suoi movimenti, si erano rassegnati ad aspettarlo, mentre lui si godeva con il solito sorriso soddisfatto il suo effimero momento di gloria raggiunta per supplenza. Bisogna dire che Petrone era anche un bell’uomo, di taglia atletica e indubbio fascino personale, a sentire i commenti dell’elettorato femminile e sulla scia di questi anche quelli degli elettori maschili, i quali però consideravano frivola dal punto di vista politico la dimensione estetica. E non era una riprova della giustezza di questi loro pensieri quella pantomima vanesia mattutina del vicesindaco in quei giorni? Ma forse non era semplice vanità maschile quella di Petrone e neppure appagamento per l’effimera gloria del potere; era forse un sentimento di più intima e segreta soddisfazione, che lui celava dietro la pubblica pantomima, sviando nei discorsi confidenziali anche con i suoi più stretti collaboratori ogni possibile intrusione nelle sfere più recondite della sua vita privata. Al contrario delle guardie municipali, la cui rassegnazione alla breve esibizione quotidiana del vice-sindaco non impediva di lasciare trapelare nelle loro espressioni e nel loro atteggiamento un certo nervosismo malcelato, l’autista, cittadino romano di origine napoletana, era riuscito a rilevare la dimensione umoristica della situazione, grazie alla sua innata saggezza partenopea ed anche alla sua curiosità; ogni volta osservava di sottecchi i movimenti del vice-sindaco, con un mezzo sorriso venato d’ironia, perché ora ne conosceva il pensiero o quanto meno ne intuiva certi aspetti, per averne avuto confidenza diretta dall’interessato, anche se in maniera non del tutto esplicita, anzi in un certo modo enigmatico e scherzoso. “Architetto, in questi giorni, quando la mattina lei arriva sulla piazza del Campidoglio, sembra veramente soddisfatto!” “Certo, sono riuscito finalmente a raggiungere la skranna.” “Come?” “Skranna in longobardo significa scranno, scanno, seggio; per me, significa il seggio più alto, il vertice, capito Iarmillo?” “I longobardi, architetto?” “Sì, i longobardi, ma penso anche al sole.” “Il sole?” Con il riferimento al sole, Petrone aveva lasciato cadere il discorso sui longobardi, introducendone un altro, quasi per sviare l’attenzione da quel tema facilmente equivocabile o forse per dare un contenuto più decifrabile ai suoi discorsi.” “Sì, certo, signor autista, monsieur le chauffeur, il sole di Prévert, il poeta.” “Architetto, come dice?” “Allora, dice Prévert, anzi l’operaio di Prévert: “Su dimmi compagno Sole / forse non trovi / che è piuttosto una idiozia / offrire una simile giornata / a un padrone?” “Ah, adesso ho capito!” Però, Iarmillo, monsieur le chauffeur, da buon romano con sangue napoletano nelle vene, non si fidava molto di questi operai francesi o piuttosto dei politici italiani, perché ebbe subito modo di ribattere, celando con seriosa espressione il suo sarcasmo: “Architetto, tra qualche giorno ritorna il Sindaco e forse il sole…” “… giallo e rosso non brillerà più nel cielo bianco e azzurro, non è vero?” Lo chauffeur non rispose.
Dunque, anche quella mattina, dopo avere fissato per lunghi istanti l’azzurro terso del cielo, dove grazie al dolce clima della primavera romana, brillava in tutto il suo splendore il “compagno Sole”, il vicesindaco Petrone riabbassò il capo, si abbottonò con una certa posa ed una certa cura il bottone centrale della sua giacca, in cui straripava il suo torace quadrato, per avviarsi lentamente verso le guardie municipali, che lo avrebbero pazientemente scortato fino alla soglia del palazzo. Prima di muoversi però, non mancò di lanciare un’occhiata al gruppetto di turisti lì vicino, in visita in uno dei luoghi di maggiore interesse storico e artistico della capitale; ma sicuramente non dovette accorgersi subito dello strano movimento di un individuo del gruppo, perché forse ancora con lo sguardo trasognato o abbagliato dalla luce del sole splendente nel cielo o magari perché preso da altri sentimenti dell’animo, che trasportandolo altrove in spirito, lo rendevano estraneo ai luoghi in cui si stava materialmente muovendo e non pienamente cosciente di quanto avveniva intorno a lui. Difatti mentre si accingeva ad incamminarsi verso la sua scorta costituita dalle due guardie municipali, in attesa alcuni metri più avanti, si era avvicinato a lui, a non più di due passi di distanza, un uomo in pantaloni neri e camicia bianca aperta sul collo, che sembrava farsi scudo all’altezza della vita con una borsa in pelle nera, tenuta in pugno orizzontalmente davanti a sé con la mano destra. Prima che il vicesindaco potesse rendersi conto del perché del gesto, l’uomo sollevò in alto la borsa e con mossa tutta teatrale, la fece ruotare con ampia voluta nell’aria. Tutti i presenti, che osservavano la scena, compreso il vicesindaco stesso, attirati dalla teatralità del gesto, seguirono con lo sguardo la giravolta in aria della borsa, che infine lo sconosciuto portò sul suo fianco destro, senza intanto prestare attenzione all’altro braccio dell’uomo venuto allo scoperto, quello sinistro. Fu un tiro mancino, ci divertiamo a dirlo, anche se non ci “divertiamo” molto a raccontare l’episodio, nel senso che non ci “distraiamo” dalla concentrazione nel dover narrare i fatti. Quando il vice-sindaco si accorse della verità del gesto dell’uomo di fronte a sé, vale a dire la portata di minaccia che esso conteneva, fu tardi; l’altro aveva già steso per intero il braccio sinistro, arretrando di un passo e ponendosi di fianco; quindi, mentre l’uomo politico, lo sguardo fisso sulla pistola che lo sconosciuto gli puntava contro, aveva allungato la mano per bloccare il polso assassino, lo storico grido urlato in silenzio: “Casca, scellerato, che fai?”, l’altro esplose in successione tre colpi, uno dopo l’altro. Il primo proiettile raggiunse l’architetto Petrone poco sotto la costola sinistra, il secondo gli trapassò il fianco destro, il terzo lo mancò, perché il vicesindaco era già caduto per terra sanguinante. L’ultimo proiettile sparato strisciò fischiando sul parabrezza dell’automobile di rappresentanza, andandosi a conficcare a circa venti metri di distanza sulla facciata barocca dei musei capitolini; il cristallo anteriore dell’alfa romeo 166 s’incrinò, senza però andare in frantumi.
L’attentatore si girò di colpo su sé stesso e corse via, cercando di confondersi di nuovo tra i turisti, che gridando terrorizzati fuggivano da tutte le parti, in cerca di riparo. Nel sentire fischiare il proiettile che scheggiava il parabrezza, l’autista istintivamente aveva abbassato la testa sul volante, coprendosi con le mani; una guardia municipale si mosse svelta verso il vicesindaco esanime a terra; l’altra guardia invece aveva sfoderato la pistola e dopo alcuni attimi di esitazione, era corso in direzione dell’attentatore in fuga. Questi vedendo il gruppetto dei turisti diradarsi in un baleno, si lanciò sulla persona più vicina, una ragazza bionda paralizzata dal terrore, le cinse con il braccio destro la vita e stringendola a sé, la strattonò, puntandole la pistola alla testa. “Via, via! Via, via!” urlò. Si era voltato verso il suo inseguitore ed arretrando a grandi passi verso la scalinata, trascinando con sé l’ostaggio, esplose un colpo in aria. “Via, via! Via!” urlò di nuovo, grida terribili. La guardia municipale che inseguiva si era fermata di colpo, la piazza del Campidoglio appariva quasi del tutto deserta, l’autovettura blu scuro bloccata accanto alla statua di Marco Aurelio, il corpo esanime del vicesindaco disteso nella pozza del suo sangue, il soccorritore inginocchiatogli accanto e qualche altra figura fantasma. Su quella funesta scena, per uno spiegabilissimo raggrumarsi di atomi, secondo le dottrine di Democrito ed Epicuro, riportate nella cultura romana da Tito Lucrezio Caro, giunsero in volo, trasportate sulle ali dei secoli e provenienti da piazza Farnese, dove anticamente sorgeva il Teatro di Pompeo, i simulacri sonori di alcuni pezzetti di frasi urlate il 15 marzo di oltre duemila anni prima, pronunciate alcune in latino ed altre in greco, ma che ora risuonavano nel timbro di un duplice dialetto italico, l’uno romanesco e l’altro levantino: “Ma che sta’ affà!”; “Pìgghialo, pìgghialo!” Verosimilmente la prima voce apparteneva al più grande protagonista della storia secolare di Roma, su cui lo storico Thomas Mommsen esprime questo giudizio: “Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore” . La voce levantina invece doveva appartenere verosimilmente a uno dei congiurati contro Giulio Cesare, ed esattamente quel Caio Servilio Casca, fratello di Publio Servilio; quest’ultimo, dopo avere vibrato il primo colpo di pugnale contro il “dittatore”, avendone avuto il polso bloccato, all’intimazione ricevuta (“Casca, scellerato, che fai?”) e che il vento dei secoli riportava, quella mattina in Campidoglio, in maniera parziale e mutata in un italico dialetto moderno: “Ma che sta’ affà!”, non aveva saputo fare altro di meglio che rivolgersi al proprio congiunto, implorandone l’aiuto; come risposta pare che avesse ricevuto l’astratta ed affannosa incitazione, non si sa bene se peraltro indirizzata a lui: “Pìgghialo, pìgghialo!
Ma come è possibile, pure volendo aderire alle dottrine degli atomisti greci, per cui le immagini ed i suoni non sono altro che dei “simulacri”, un insieme di atomi, che staccandosi dai corpi, a loro volta raggruppamenti di atomi, volteggiano perenni nell’aria, facendosi e disfacendosi, come è possibile, dicevamo, che l’urlo sovrano di Cesare gridato nella lingua latina, oltre venti secoli fa ed a cui aveva fatto eco lo strillo isterico in greco del traditore regicida Caio Servilio Casca, sia giunto fino a noi assieme alla replica trasmutato in moderni dialetti? Se i proditorii assassini, che avevano ordito la congiura, si rimbeccavano e incitavano tra loro in greco, per mostrare al “dittatore” romano nel momento più ignominioso del loro tradimento di non voler capire la lingua latina, perché ora i fonemi di queste due antichi idiomi si trasmutavano negli attuali dialetti romanesco e levantino? Per quale fenomeno avveniva una tale trasformazione dei “simulacri” di voci? Forse per una scomposizione e ricomposizione di gruppi di atomi, dovute al “caso”, quello stesso “caso”, di cui riferisce Dante nella sua Commedia, quando dell’antico filosofo greco dice: “Eraclito, che ‘l mondo a caso pone”? Un caso fortuito, una coincidenza del tutto casuale, nel vasto oceano dell’infinita causalità casuale, dunque? Un momento, però! Eraclito? Pardon, parbleu! “Democrito che ‘l mondo a caso pone”. Avevo scambiato i “simulacri” dei due o meglio i nomina? I nomina? Ma che stai a dì? Nella ridda di voci o “simulacri” di voci che perenni si agitano nell’aria, a dire di Epicuro e di Tito Lucrezio Caro, dalla lontananza dei secoli giungono fino a noi voci e sentenze romane che si mescolano e rimescolano; e poiché le aggregazioni degli atomi nello spazio vuoto variano continuamente e casualmente, essendo il rapporto di causa ed effetto permeato di casualità, le nuove aggregazioni atomiche danno vita a trasmutazioni dal latino antico in moderno dialetto romanesco, originando frasi del tipo: “Ma che stai a dì?” (“Quid dicis?”) Ora in quella mattina di aprile, sulla piazza del Campidoglio, mentre un pazzo fanatico in pantaloni neri e camicia bianca sparava proditoriamente tre colpi di pistola al vice-sindaco Claudio Petrone, così attentando alla vita dell’uomo politico e nell’occorso causando il panico e la fuga subitanea e terrorizzata in tutte le direzioni dei pochi turisti presenti, un passante lì occasionalmente di passaggio, alle tre secche detonazioni che echeggiarono in cima a uno dei più attuali tra i celebri sette colli dell’antica Roma, rimase come bloccato, in un atteggiamento tutto speciale, che ora tenteremo di descrivere al meglio. Era questo occasionale passante un personaggio molto comune, uno di quei soggetti, che noi incontriamo ogni giorno per le scale di casa, per la strada, in ufficio, nei locali pubblici, diciamo l’italiano medio dai tratti mediterranei; era vestito in abito rigorosamente scuro, in giacca e cravatta, di statura media, una lieve pancetta, i capelli scuri, leggermente ricciuti, qualche filo bianco, radi sulla fronte, con gli occhiali, sui cinquant’anni, l’aria di essere un intellettuale; e invero il tizio in questione era, e lo è ancora, un professore di latino e greco in servizio nei licei classici romani, dopo essere stato professore sempre di lettere classiche per oltre un ventennio nella sua regione d’origine, la Basilicata, ed esattamente a Gaglianello, in provincia di Potenza.
Quando nell’azzurro mattino di primavera sull’alto colle della capitale d’Italia, “alto”, ma non il più “alto”, che tale per prestigio (miracolo) politico appare a quanto pare il Quirinale, echeggiarono nell’aria i colpi di pistola assassini, il passante era di spalle; quindi fu sorpreso dalle detonazioni diciamo “a tradimento”, nel senso che non se le poteva aspettare, perché non poteva unire alla sensazione recepita dall’organo dell’udito quella recata dalla vista, che a dire di Platone e Aristotele, è il senso per eccellenza, come dire la visione o conoscenza. Non avendo visto l’attentatore sortire dal gruppetto dei turisti né tanto meno la piccola sceneggiata di sapore rocambolesco da quello teatralmente posta in essere, prima di tendere il braccio e puntare la pistola contro la sua vittima, il passante distratto, forse perché più attento a sue interiori riflessioni o sopite emozioni di un tempo, non poteva prevedere le detonazioni, che lo colsero quindi di sorpresa. Ora, bisogna dire che istintivamente il passante, nell’udire i colpi ebbe un moto che lo portò a piegarsi sulla destra, alzando la spalla sinistra e voltando a metà il capo, e quindi a bloccarsi di colpo; ed in tale atteggiamento lo possiamo plasticamente cogliere, descrivendolo come l’emblema di un soggetto non immobilizzato dal panico, ma sorpreso da un avvenimento, che pur giungendo inatteso non distoglie del tutto chi ne investito da una sua precedente e più impegnata attenzione ad altre occorrenze. Quali fossero queste occorrenze, ora ci tocca spiegare. Quando poco prima vi era stato il breve “tumulto” provocato dall’arrivo di Petrone, il piccolo cesare municipale per una settimana o poco più, Nicola Vannuzzi, cioè a dire l’occasionale passante di cui stiamo narrando, non aveva mostrato molto interesse per quella scena, a cui aveva subito voltato le spalle, dopo avervi lanciato soltanto un’occhiata distratta. Qui, però, bisogna riferire qualche particolare biografico in più del Vannuzzi, per spiegarne e quindi capirne il comportamento, che in ogni caso non differisce molto da quello di ogni comune cittadino, quel tipo di uomo medio, che risponde non all’inauspicabile criterio dell’aurea mediocritas, ma al parametro più decisamente accettabile, contenuto nel brocardo di antica sapienza latina: “In medio stat virtus”. Il professore di liceo si era trasferito soltanto da pochi anni nella capitale, per offrire un miglioramento di sede, diciamo così, alla sua figlia unica, iscrittasi all’Università “La Sapienza” in Ingegneria Matematica, un nuovo avveniristico corso di studi a carattere scientifico, e ormai prossima al conseguimento del diploma di laurea. Egli aveva potuto ottenere una cattedra a Roma, grazie alla sua grande preparazione culturale e professionale, su suggerimento di un suo illustre concittadino parlamentare, l’onorevole Piccione. E forse tutto questo sfoggio di erudizione, che ambiguamente andiamo esibendo, è ascrivibile in buona parte ai “simulacri” dei classici latini e greci, che agitandosi nell’aria, nel loro moto perenne nello spazio vuoto, si muovevano e si muovono attorno a lui, il professore di lettere classiche.
Orbene, il Vannuzzi, pur essendosi ambientato a Roma, non poteva certo recidere, così d’amblai, non dico le sue radici, ma le sue abitudini e memorie; in verità un invisibile cordone ombelicale lo teneva collegato alla sua regione d’origine, fattore che non gli aveva impedito di apprendere in breve la lingua del Trilussa, anche per quelle cadenze ed accenti linguistici che cinema e televisione inevitabilmente si trascinano dietro. In questa condizione, il professor Vannuzzi parlava l’italiano con un accento romanese, un misto di romano e pugliese, sempre e soltanto nell’accento però, perché da buon accademico, egli era solito esprimersi in maniera grammaticalmente corretta, usando i congiuntivi anche nel discorso corrente. Questa classe del professore non impediva all’uomo di intendere e pensare nel suo dialetto di origine, quello calabro-lucano, essendo i suoi originari di Altamura, cittadina di una delle antiche Calabrie, i.e. la moderna Puglia meridionale. Nel corso del suo soggiorno romano, specie all’inizio, egli apprendeva e traduceva mentalmente buona parte delle espressioni romanesche, che gli capitava di ascoltare, soprattutto le più caratteristiche, per cui alla fine padroneggiava, in un certo senso, entrambi gli idiomi dialettali, uno che potremmo definire “levantino” e l’altro, il cui aggettivo assumiamo dal lessico del dialetto stesso, il “romanesco”. Ora, il Vannuzzi nell’attraversare la piazza del Campidoglio, per dirigersi verso l’ufficio postale, che si trova lì poco distante nell’omonima via, non fece molta attenzione al minicorteo di automezzi municipali, che irruppe in quell’area pedonale, la quale per disposizione del vicesindaco, in quei giorni era stata resa accessibile alla sua autovettura ed ai mezzi motorizzati di scorta. La sua coscienza registrò il passaggio e le sensazioni ad esso legate, le quali però subito affondarono nel subconscio, ma non del tutto. E invero, pur non assistendo al dramma che si andava rappresentando alle sue spalle, un attimo prima degli istanti fatali, il Vannuzzi ebbe la percezione netta di alcune voci che aleggiavano nell’aria: “Pìgghialo, pìgghialo! Auànn, auànn!” Io non so se i turisti scandinavi, presenti in piazza, percepirono quelle voci o ebbero vaghe sensazioni di echi orientaleggianti e arabi, vaganti nell’aria e provenienti da chissà dove, ma posso dire che il Vannuzzi associò, lui sicuramente, l’espressione più puramente apulo-levantina: “Auann!” all’altra di maggiore intonazione calabro mediterranea: “Pigghialo!”. E questo con buona pace della casualità dell’associazione degli atomi tra loro, che creano “simulacri” d’immagini e suoni sparsi nell’etere, quelli oggi catturati da tubi catodici, inseriti in scatole metalliche, presenti ormai in quasi tutte le case d’Italia. Ogni atomo in verità, a seguito di una inclinazione originaria, il clinamen, è causa dell’aggregazione successiva di altri atomi, creando un’infinita rete causale di fatti, che però nel suo insieme si rivela come casuale, secondo una buona dottrina che si è andata tematizzando lungo il corso della storia del pensiero e della scienza.
Ma perché in quel momento supremo di vita o di morte, verso il quale il Fato conduceva un quasi arrendevole o dire rassegnato Petrone, niente affatto comunque trascinandolo contro la sua volontà, Vannuzzi che gli stava di spalle e quindi non poteva accorgersi di quanto avveniva al centro della piazza del Campidoglio, colse con il proprio udito le isteriche urla di incitazione di Caio Servilio Casca, pronunciate in lingua greca, venti secoli prima, all’indirizzo dell’implorante fratello Publio Servilio, ma che gli giunsero come simulacri di voce di un moderno dialetto “levantino”: “Pìgghialo, pìgghialo!”? Fu un caso, ci domandiamo? Un Caso (la Sorte) come quello che il Democrito dantesco pone a base del mondo, abbiamo detto che forse lo scartiamo, pur servendoci della dottrina dei “simulacri”, per spiegare certi fenomeni visivi o auditivi, “fantasmi” aleggianti nell’aria, che forse alcuni potrebbero definire nel contenuto “intuizioni” o anche, perché no?, “presagi”, insomma “idee”, i così detti idola, e che nella forma possiamo denominare come “fantasie”, “raffigurazioni immaginarie”, “immagini fantastiche”, secondo quella distinzione che la lingua francese nomina con l’uso di due termini simili: “fantômes” e “fantasmes”. Si può dire che il Vannuzzi, quella mattina, era in compagnia dei suoi fantasmi interiori, quelli generati dalla sua memoria? Noi le nostre cicatrici le portiamo dentro di noi, “per tutto il fulgorato scoscendere di una vita, più grevi ogni giorno, immedicate”, come recita la “cognizione del dolore”, e così anche Nicola Vannuzzi. Anche il professore di liceo, trasferitosi dalla Lucania a Roma, guardava nella sera, dall’alto del promontorio, le luci della baia di San Francisco, quelle che riflettevano “l’inverno del nostro scontento” ed anche per lui era ben visibile che non esiste una comunità di luci, un falò del mondo, perché a ciascuno tocca portare la propria luce solitaria. Quale quella del Vannuzzi? E siamo al dato biografico annunciato. Dicono che quando stiamo per morire, ci sfilano davanti come veloci fotogrammi tutti i momenti essenziali, i “nodi”, della nostra vita. Ma nella situazione che stiamo raccontando, il momento prossimo alla morte non era quello del Vannuzzi, bensì quello di Claudio Petrone: a hora da verdade; e allora ci sembra opportuno a questo punto illustrare prima l’ora della verità del vicesindaco, supplente del sindaco e in tale veste o quanto meno durante l’espletamento di questo incarico, abbattuto da tre colpi di pistola. Del testimone, il professor Vannuzzi, il cui tratto destinale non fa parte di questa storia, parleremo subito dopo, per inoltrarci rapidamente nel suo passato, al solo ed esclusivo fine di spiegare il ruolo da lui tenuto sulla scena del tragico presente dell’agguato. Il capo politico, dunque, era stato colpito a morte, ma la sua agonia poteva durare all’infinito, nel senso di un tempo illimitato, se fosse entrato in coma; avremo comunque modo in seguito di vedere come andò a finire per Petrone, nelle cui vene, come in quelle di tutti noi, scorreva sangue mortale. Dopo l’attimo di sbigottita sorpresa, in cui lanciò uno sguardo fulminante all’ignoto attentatore che gli puntava la pistola contro, e muto a costui indirizzò un inquieto grido di spiegazione, un’espressione esclamativa più che un interrogativa (“Che fai, scellerato!”), Claudio Petrone fu sconvolto da un lampo e da un altro lampo ancora, mentre sentiva penetrare nella carne con dolore acutissimo dei pezzetti di piombo, per poi venire sbalzato in aria e un attimo dopo repentinamente sbattuto a terra. Forse non stava per abbandonare definitivamente questo mondo, perché non rivide gli attimi decisivi della sua vita, ma ebbe solo un pensiero, che comunque era di congedo. Pensò con fredda nostalgia a lei, Petrone, un istante prima di chiudere gli occhi e perdere conoscenza, a lei che in quell’istante, sospirò, gli sfuggiva e forse irrimediabilmente e per sempre, una giovane donna bionda, alta e con gli occhi azzurri, quasi un addio.
“Quid agis?” Nel momento in cui il vicesindaco cadde riverso a terra, l’interrogativo aleggiante nell’aria da secoli era sospeso nello spazio immediatamente sovrastante la piazza del Campidoglio e raggiunse le antenne del testimone presente, portandole a vibrare al suono di due parole soltanto, smarrendo invece il vocativo (“scelerate Casca”), sfuggito chissà dove o forse no, forse semplicemente non decodificato e quindi non recepito ed interiorizzato nella coscienza del Vannuzzi. Questa, a dire il vero, percepì l’espressione verbale latina, simultaneamente traducendola nel più corrente linguaggio parlato romanesco: “Ma che sta’ affà!”, non recepì invece l’invocazione: “Frate, auxiliare mihi”, pronunciata greco sermone e non latinis verbis dal vigliacco assalitore Publio Servilio. Presumibilmente, a differenza dell’imperiosa e regia intimazione cesariana “Quid agis?”, la pusillanime implorazione del vile attentatore non si era configurata nell’aggregazione di atomi, fluttuanti nell’aria come simulacro sonoro, secondo una nostra estensiva interpretazione della dottrina atomista ed epicurea, che a dire il vero, riferisce i “simulacri” alle immagini, non proprio ai suoni, anch’essi però fenomeni sensibili. Colse invece, abbiamo detto, parole non citate dagli storiografi romani, quella incitazione del levantino Caio Servilio, da noi sopra riportata: “Pìgghialo, pìgghialo!” In precedenza stavamo dunque spiegando di questa sensazione auditiva del Vannuzzi, ancorata al suo dato autobiografico, quando il discorso è scivolato dal teste alla vittima dell’agguato, ma ora di questo particolare di una dolente umana esistenza, sebbene non proprio del tutto essenziale all’economia del nostro racconto, vorremmo lo stesso parlare. Intanto diciamo che è tempo di andare un po’ oltre l’asserzione epicurea dell’esistenza dei simulacri fluttuanti nello spazio vuoto; qui, vogliamo ora ascrivere tali fenomeni a più generici criteri di istinti e sensazioni, una sorta di teoria delle emozioni, in cui rientrano senz’altro anche le intuizioni e le premonizioni; e ci guardiamo bene dal volerci incautamente avventurare negli insidiosi sentieri del poco credibile “paranormale”. Quando il testimone – e lo definiamo tale, perché il Vannuzzi, seppure nella sua prospettiva di passante, si può già definire quantomeno uno spettatore non ignaro – nell’attraversare la piazza, aveva rallentato il cammino, per lasciare passare davanti a sé il piccolo corteo motorizzato del vicesindaco romano, lanciando un’occhiata scettica a quella pallida imitazione di uno spettacolo di ben altre proporzioni, che aveva imparato a sperimentare per le vie della capitale, con traffico bloccato, per il passaggio di teste coronate o capi di stato, versione moderna del “regale tumulto” parigino descritto da Victor Hugo, non si può dire che non avesse associato nell’inconscio quel simulacro di tumulto, è il caso di dire, pallida immagine del “vero”, a sensazioni di premonizione o attesa già vissuti, non un presagio, ma l’impercettibile malessere della sempre possibile evenienza di un accidente, un caso fortuito, il richiamo alla precarietà dell’esistenza. Un tale senso di precarietà era ben radicato nell’animo di Nicola Vannuzzi da un lontano giorno della sua infanzia, che aveva segnato e accompagnato tutti i giorni seguenti della sua vita, sebbene l’episodio fosse stato rimosso e fosse in seguito riaffiorato alla coscienza raramente come uno sbiadito ricordo, che ne occultava un altro, poi improvvisamente riapparso e di colpo in tutta la sua tragica evidenza figurativa, in una notte di angoscia nei primi tempi del suo matrimonio e quindi definitivamente sopito e abbandonato all’oblio degli anni maturi trascorsi.
Nella campagna del Salento degli anni Sessanta, un ragazzetto in calzoncini corti, nel caldo estivo del pomeriggio, cammina tra i tronchi degli ulivi e dei mandorli, affondando con le scarpe nelle rosse zolle di terra e si avvicina a un casolare abbandonato; ha raggiunto l’ingresso spalancato e si affaccia cauto all’interno, dove tutto s’illumina di bianco e sbiadisce; poi ode la voce furiosa del padre alle sue spalle: “Colino, quann vold t’ so ditt d’ non vnì chiù do’!” Il bambino viene trascinato via, tenuto bruscamente per mano, i lacrimoni agli occhi. Nicolino, quante volte ti ho detto che non devi venire più qui! Arrestato di colpo dalle tre detonazioni, nel suo tragitto verso l’ufficio postale, sito nella via del Campidoglio e da dove era sopraggiunto Petrone con il suo breve corteo motorizzato, che cosa propriamente era teso ad ascoltare il Vannuzzi, lì sulla piazza capitolina, nella sua posa direi quasi ieratica, con la spalla piegata a destra, la testa volta in alto a sinistra, come intento a recepire con l’orecchio voci nello spazio? Forse un indistinto accavallarsi di voci, che non riusciva a sbrogliare dalla loro matassa e che a senso inconsciamente traduceva e quindi portava alla coscienza come espressioni dialettali urlate in drammatici momenti di un quotidiano tragico ordinariamente velato, tipo: “Auann, auann!”, “accidilo, a chillo! accidilo! accid’ a chillullà!”? Frasi gridate greco sermone (“Agguantalo! Uccidilo, quello là!”) nell’antichità dai cospiratori, mentre si accalcavano attorno al loro Cesare, questi vili traditori, alzando i ferri contro il supremus dominus, il Princeps, e colpendolo, dicono gli storici, ventitrè volte? Chissà se, ritornando per un momento ad Epicuro, i turisti scandinavi, terrorizzati testimoni del moderno agguato al vicesindaco romano, per uno strana aggregazione di atomi rimbalzanti tra il passato dei secoli e la mente vibrante di neuroni in fibrillazione del Vannuzzi, erano stati raggiunti dalla confusa nube sonora di voci levantine risuonanti però nella loro coscienza come eco lontana di nenie da muezzin, specie in quell’aspirato finale tronco di lettere “a”, scambiate con le “ah”: “accid’ah chillullah!”? Al primo botto, Vannuzzi si arrestò più perplesso che sorpreso o intimorito, sebbene la posa che assunse e che abbiamo dipinto come posizione d’ascolto, diciamo così, possa doppiamente tradire un moto di spavento e di riparo; la successiva calma o meglio freddezza però elimina ogni dubbio, perché l’emozione che lo colse allo sparo, attimi di sbigottimento che colpiscono chiunque in circostanze di quel genere, si sciolse subito per poi immediatamente comporsi con una tensione emotiva più forte, giacente da sempre camuffata nel suo subconscio. La piazza del Campidoglio allora, dove uno sconosciuto, stava esplodendo tre colpi di pistola contro il vicesindaco supplente Claudio Petrone, era lontana; il dramma della morte invece accanto a lui, no dentro di lui: “Colino, quann vold t’ so ditt d’ non vnì chiù do’!” L’immagine dell’interno del casolare vuoto, questa volta, non s’illuminò di bianco, per sbiadire, ma rivelò di colpo la scena tragica: i piedi nudi delle gambe penzolanti della mamma, di cui risalendo con gli occhi si vedeva il vestito scuro e la testa reclinata, gli occhi sbarrati, la fune legata ad una trave del soffitto. Un attimo ancora, la visione sparì e Vannuzzi si ricompose; colto dall’eco degli ultimi due spari, si voltò e vide un uomo che correva verso il caduto; vide inoltre la fuga dello sconosciuto in pantaloni neri e camicia bianca, l’ inseguimento della guardia municipale, la presa dell’ostaggio.
“Via, via! Via, via!” urlava il fuggiasco; aveva raggiunto la balaustra, in cima alla scalinata centrale che scende sulla piazza Venezia, sempre trascinando con sé la giovane donna bionda, la pelle bianca, di origine nordica, l’espressione terrorizzata del volto; si arrestò e con la pistola minacciò direttamente la guardia municipale ferma a una decina di metri; in quei momenti un uomo venne avanti a passi misurati, era alto, i capelli a spazzola canuti, la carnagione bianca; l’attentatore lo minacciò, puntandogli l’arma e a sorpresa avanzò di qualche passo verso di lui, sempre stringendo a sé la giovane donna folle di paura; l’uomo alto si fermò. A questo punto avvenne un fatto abbastanza bizzarro, lo sparatore, invece di fare fuoco, gridò due volte, con espressione minacciosa (ma sembrava una ridicola smorfia): “Bum, bum! Bum, bum!”; quindi si liberò della ragazza e con una violenta spinta la lanciò contro l’anziano uomo di fronte a lui, verosimilmente un congiunto dell’ostaggio; poi si voltò verso la guardia municipale ed in maniera del tutto imprevista, gli lanciò contro l’arma, colpendolo in fronte, con una mira perfetta; infine con un balzo fu oltre la balaustra sullo spiazzo erboso a ridosso della scale di via delle Tre Pile, fiancheggianti la scalinata centrale e scartò a sinistra sulla strada. Tutta l’azione si svolse in pochissimi incredibili attimi, non sembrava vero, assomigliava alla scena di un film di Rocambole: ecco, il susseguirsi di quei rapidi gesti spavaldi, le minacce guasconi e grottesche, la spinta con cui aveva liberato l’ostaggio, il perfetto lancio della pistola, la fuga, il tutto poteva definirsi con questo termine: “rocambolesco”. La guardia municipale, colpita dalla botta in fronte, che peraltro cominciava a sanguinare, rimase intontita per alcuni istanti, poi si riprese e ricominciò l’inseguimento, ma era troppo tardi e un imprevisto complicò e vanificò la sua caccia. Come arrivano i cinesi? Arrivano cantando, dice la canzone. In cima al colle era giunta una schiera numerosissima di turisti asiatici, non si può propriamente dire cinesi, ma tutti con le fattezze orientali. Non cantavano, è vero, il loro esteso chiacchierio però era simile al canto, modulando proprio i toni musicali la lingua cinese. “Arrivano i cinesi, arrivano cantando. Non se ne vanno più!” E non se ne andavano più sul serio, anzi continuavano ad arrivare.
Non si spostavano minimamente, intralciavano la fuga… no… la corsa, cioè l’inseguimento. L’agente della polizia municipale era ancora intontito dalla botta in fronte, in gergo una vera e propria tranvata, e si faceva largo a fatica tra le fitte schiere di visi gialli sorridenti, che sopraggiungevano a ondate sempre nuove, una marea. Sorridevano gli orientali, sorridono sempre, quasi non sembrano vedere un uomo con la fronte insanguinata, pistola alla mano, che corre all’inseguimento di un qualche fuggiasco. Chissà che cosa pensano! Non si sono accorti di nulla? Largo, largo! Via, via, spostatevi! Non se ne vanno più! Dalla sua postazione fissa in basso, si era mosso e veniva su di corsa un altro agente di polizia municipale, che aveva udito gli spari e le urla e ora, faticando anche lui nella marea orientale, aveva quasi raggiunto la cima della scala laterale di via delle Tre Pile, dove incrociò il collega ferito. Questi sparò un colpo in aria, quasi a richiamare l’attenzione del commilitone, che soltanto in quel momento capì che l’ombra volata via alla sua sinistra, a stento notata con la coda dell’occhio, mentre lui saliva tutto affannato, era un fuggiasco. Allora, entrambi rimasero fermi, alcuni istanti, in cima al colle, a scrutare giù. Troppo tardi! Rocambole era lontano già e confuso tra la folla dei passanti. A balzi aveva tagliato i tornanti di via delle Tre Pile ed era fuggito per via del Teatro Marcello, mentre le guardie scrutavano in direzione di via dell’Aracoeli. Non è mai troppo tardi! Gli agenti della polizia municipale si rianimarono e ripresero l’inseguimento, scendendo di corsa le scale. Quando giunsero sulla via, passò un autobus; una volta che i diciotto metri dell’automezzo urbano finirono di sfilare davanti a loro, non seppero più quale direzione prendere. L’ultimo colpo sparato per aria intanto sembrò avere dato il segnale e scatenato l’allarme; in piazza Venezia si sentì l’eco di alcune sirene e presto le prime autoradio della polizia repubblicana raggiunsero il luogo dell’attentato. Ma era stato un attentato? Infine, annunciata dall’urlo di un’ultima sirena, da via del Campidoglio un’autoambulanza sbucò sulla piazza in cima al colle. Dal canto suo, Rocambole era sparito, anche se poche ore dopo, un avvenimento nell’infinita casualità dei fatti umani, altrimenti definibile come la bizzarria di un destino sbeffeggiante, non pose fine alla sua fuga e alla sua libertà.
Erano circa le tre del pomeriggio, quando il sor Nicola, sì proprio il titolare del ristorante sulla cui insegna campeggiavano queste due parole in corsivo rosso sgargiante, si affacciò sulla soglia per dare uno sguardo agli ultimi clienti seduti ai tavolini del dehors della sua hostaria. La sua fu un’occhiata rapida e professionale, sufficiente a fargli formulare mentalmente il giudizio di approvazione della prima parte della giornata lavorativa, che in tal modo nella tarda serata poteva tramutarsi, nel bilancio definitivo dell’intera giornata, in un giudizio di soddisfazione completa, ove anche la frazione serale si fosse svolta come quella meridiana. Subito dopo, il sor Nicola allontanò lo sguardo dai clienti, intenti a consumare i cibi, per non disturbarli da una tale occupazione, sana per loro e redditizia per lui e sollevò gli occhi guardando lontano nella strada. “Oillòco!” c’est à dire: “Eccolo!” Formulò l’esclamazione proprio in dialetto napoletano il sor Nicola, che pure era un gran conoscitore e parlatore della lingua di Trilussa, essendo romano di origine, anche se non di sette generazioni, cioè tante quante ne servono, così dicono, ai fini del diritto ai sette scudi papali. E il perché il sor Nicola esclamasse: “Oillòco!”, invece dell’omologo “Eccallà!” romanesco, vengo a spiegarlo subito, anche se tale spiegazione implica una, diciamo, breve digressione, che di tal guisa viene a combinarsi con l’altra spiegazione più sostanziale del perché dell’esclamazione stessa. . . . (Segue la seconda e ultima parte)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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IL CENTRO DELLA FORMICA
“Noi uomini vorremmo essere…
qualcosa di assolutamente incomparabile e meraviglioso.
La nostra unicità nel mondo!... Forse la formica
del bosco è altrettanto fermamente convinta
di essere scopo e meta dell’esistenza del bosco…”
Friedrich Nietzsche, Il viandante e la sua ombra, fr.14
1. L’attentato
Quando l’automobile blu scuro di rappresentanza, un’alfa romeo 166, dopo avere affrontato l’ultima rampa in salita, sbucò in cima al Campidoglio, preceduta dal motociclista della polizia urbana e seguita a ridosso dall’autovettura pure della polizia municipale, anch’essa blu scuro, senza però i contrassegni e i colori d’istituto e con a bordo due agenti, sulla piazza erano presenti soltanto un piccolo gruppo di turisti e qualche raro passante. I turisti erano riconoscibili come tali dalle macchine fotografiche al collo, dal loro parlare una lingua dai suoni gutturali, forse norvegese o danese o svedese, sicuramente scandinava e dai tratti somatici della maggior parte di essi, alti, biondi se non di canizie candida, gli occhi blu. Stavano contemplando la piazza e ammirando la statua di Marco Aurelio a cavallo o forse la copia e qualcuno anche fotografando; quando sbucò il minicorteo della moto e delle due autovetture, soltanto pochi di essi si distrassero, vagamente intuendo che un personaggio forse di un certo rilievo era lì giunto alle nove del mattino di un martedì di inizio d’aprile del settimo anno del terzo millennio, sebbene qualche erudito personaggio, che non crede all’anno zero, pur ammettendo l’esistenza dello zero, con i suoi ragionamenti ci costringe a dover calcolare un tale anno come sesto ed il millennio come secondo, nientificando, come dire sospingendo nel nulla, lo spazio tempo da zero a uno. Molto probabilmente però la questione non è di logica-matematica, ma di carattere diciamo metafisico, il così detto problema dell’Inizio, l’Arché.
Ma perché queste divagazioni sull’inizio matematico e metafisico del tempo, un tempo che invece nelle sue necessità storiche ci appare ad ogni momento cruciale? Riflettere sulla crucialità del tempo, già! Un tempo verosimilmente considerato cruciale (a croce), forse perché continuo divenire punto d’incontro nel suo orizzonte di sempre nuovi eventi, tutti in relazione tra loro appunto nel tessuto della trama degli infiniti momenti del tempo cruciale.
Che dire? Nel 44 a.C., come riferiscono gli storici Tito Livio e Polibio, le mandrie di cavalli consacrate alle divinità del fiume, nell’attraversamento del Rubicone dell’armata di Giulio Cesare, nei giorni precedenti le Idi di marzo, si erano rifiutate di pascolare e piangevano a dirotto. La mattina del 15 gennaio del 69 d.C., il vecchio imperatore Galba stava sacrificando, pontefice massimo, davanti al tempio di Apollo, quando l’aruspice Umbricio gli presagì come sfavorevole, a quanto sembra, lo strano volo a sinistra degli uccelli nel cielo; in verità Tacito riferisce di inquietanti segni nelle viscere degli animali sacrificati, mentre Svetonio parla più genericamente di premonizioni ostili.
Venti secoli dopo queste cronache, nella splendida mattina di inizio d’aprile del ventunesimo secolo d.C., in un momento cruciale, uno dei tanti momenti cruciali della politica dell’Urbe, in Campidoglio, l’alfa 166 di colore blu scuro, in assegnazione al sindaco della capitale, si bloccò accanto alla statua o alla copia della statua del Marco Aurelio a cavallo, al centro della piazza, alcuni metri dietro l’autovettura della polizia municipale di scorta, che all’ultimo momento l’aveva sorpassata, andando a parcheggiare più avanti, a ridosso del motociclista, che aveva fatto da staffetta per tutto il percorso.
Tutta la manovra attirò, come avevamo detto, l’attenzione di pochi soltanto fra i turisti presenti in piazza in quel momento, forse i più incuriositi di fronte allo spettacolo per loro insolito di passaggi o arrivi di cortei di scorta a personaggi di rilievo della vita pubblica. Per essi è normale vedere la loro regina fermarsi al semaforo rosso in strada, mentre raggiunge in bicicletta la reggia, anonimamente o quasi tra i suoi sudditi; al massimo è degna dell’attenzione di qualche svelto fotografo la manovra del Re, che sull’autobus delle linee cittadine è intento a obliterare il biglietto. In verità non è poi così anonimo il passaggio di un reale, perché come dice Victor Hugo “un roi qui passe, c’est toujours un tumulte”. Così commenta in “I Miserabili”, quando racconta delle corse sfrenate al galoppo della carrozza reale di Luigi XVIII e del corteo dei cavalieri di scorta per i boulevard di Parigi nell’inverno del 1823, apparizioni improvvise e maestose di un re, che aveva il gusto delle grandi cavalcate. E invero, al passaggio di moderni cortei presidenziali di autovetture e motociclisti che scortano l’ammiraglia, l’automobile di massimo lustro, i movimenti di folla attirati dallo spettacolo lasciano intuire la fugace apparizione di un “personaggio” di rango.
La scena del breve corteo municipale che pallidamente adombrava il più colorito “tumulto”, quello che accompagna “sempre” il passaggio di un re o di un capo di stato poteva pertanto richiamare l’attenzione soltanto di un qualche turista incuriosito ed in cerca di folklore, quella mattina in Campidoglio, mentre nel cielo al di sopra del colle, nessun volo di uccelli rigava di uno sfumato nero evanescente e sottile il sereno azzurro dell’aria, neppure uno sparuto volo di rondine. Questo però non si può dire, da parte nostra, improvvisati aruspici moderni, che fosse un segnale negativo, semmai di assenza, questo sì. Seppure non esperti di mantica, possiamo interpretare l’assenza, in quel giorno, delle linee nere in dissolvenza nel cielo, che vengono disegnate dai voli di stormi di uccelli, come la figurazione simbolica di un’altra assenza, come dire il nascondersi di una possibile traccia del destino.
Da circa una settimana il primo cittadino era assente da Roma, perché impegnato in un giro di visite nelle capitali dell’America meridionale, il “sud del mondo” aveva detto lui, per discutere con i suoi “omologhi” (si dice così?) dei problemi di sopravvivenza delle sovraffollate aree metropolitane di quel continente. Ma la nostra più che una divinazione, è una semplice associazione di idee, l’idea della mancanza, perché l’assenza di un segnale in sé logicamente non può definirsi né indice positivo né tanto meno negativo, un silenzio del cielo o degli astri, nella scienza o arte di indovinare il futuro, non un segno avverso della fortuna. E tali, cioè fortunosi, gli eventi che veniamo raccontando si rivelarono, secondo una certa prospettiva, e così potrebbero essere considerati in riferimento alla trasferta del sindaco all’estero; una tale prospettiva però non si può correttamente dire che fosse lo specchio della realtà, se per realtà intendiamo la “sorte” dei fatti, dovuta alle umane azioni, ed invero presto essa si sarebbe rivelata fallace.
Dall’automobile blu scuro di rappresentanza, di proprietà della municipalità di Roma e in assegnazione al suo primo cittadino, l’alfa romeo 166, bloccatasi un po’ oltre il monumento del Marco Aurelio a cavallo, quella mattina non scese il titolare; ma come da copione di tutti i giorni, da circa una settimana, sortì la figura slanciata ed atletica del vice sindaco della capitale, l’architetto Claudio Petrone, che in ragione della sua carica, era obbligato per legge a sostituire il sindaco assente.
È da notare che all’epoca dei fatti, di cui andiamo stendendo la cronaca, a Roma come del resto in tutti gli altri comuni d’Italia, per una modifica della legge elettorale, tra i due principali candidati nella corsa alla poltrona di primo amministratore civico, chi otteneva più voti veniva eletto sindaco, l’altro arrivato secondo assumeva la carica di vicesindaco. Ognuno dei due costituiva una sua giunta per l’amministrazione cittadina, con materie di competenza esclusiva su alcune materie e “reciproca”, i.e. di entrambi, sulle restanti altre; sempre però per queste ultime, in caso di conflitto, prevaleva la volontà deliberativa della giunta del sindaco. E poiché, tranne rari casi, i candidati appartenevano a schieramenti opposti, in genere il sindaco ed il vicesindaco “coabitavano” nell’amministrazione cittadina, in un regime di sostanziale “semi-municipalismo”.
La legge di riforma in questione, salutata con grande clamore alla sua approvazione come il raggiungimento del traguardo più alto di democrazia compiuta, in verità fu definita da una sparuta minoranza come il trionfo di una spartizione partitocratrica fra i due maggiori raggruppamenti politici della Repubblica.
“Simul una manu rei publicae fata omnes cives capiunt”: questa sentenza, erroneamente attribuita a Lucio Anneo Seneca, espressione dello spirito di coinvolgimento di tutta la popolazione nel governo dello Stato (“I cittadini tutti insieme reggono con unica mano le sorti dello Stato”) fu inserita nel titolo della nuova legge elettorale; subito però la sparuta minoranza contestatrice definì quell’incipit legislativo come una clausola “compromissoria”, vale a dire il compromesso per la spartizione del potere tra i due maggiori partiti, una sorta di democrazia quasi totalitaria, se non fosse stato per la intransigente opposizione di essa minoranza ad ogni forma di mercanteggiamento delle cariche e degli onori di governo.
In questo clima politico, anche quella mattina di aprile, le Idi di marzo erano già passate, Claudio Petrone si apprestava a recitare il suo ruolo di sindaco supplente in carica, seguendo il copione, di cui lui stesso aveva scritto alcuni minori dettagli, che rispettava pedissequamente, pur non ritenendoli fatali, vale a dire dal compimento necessitante, un destino. Il copione era stabilito dall’ufficio del cerimoniale del comune, i dettagli invece consistevano in alcune sfumature del suo comportamento nella successione degli atti da compiere, già inscritti nell’agenda degli affari del prosindaco. Uno di questo dettagli, nell’ambito del quotidiano arrivo, ogni mattina, in Comune, ove non fossero previsti impegni ufficiali in altri luoghi della città, era costituito dal momento dell’arresto dell’autovettura principale del piccolo corteo motorizzato nella piazza del Campidoglio. A differenza del sindaco che più ordinariamente si lasciava condurre sino al palazzo con vista sul Foro romano, l’architetto Petrone, suo sostituto ed oppositore politico, aveva adottato una linea, che potrebbe definirsi in un certo senso demagogica, facendosi lasciare dall’autista, ogni volta, per quelle poche volte della sua supplenza, al centro della piazza capitolina, accanto alla statua di Marco Aurelio, dove eseguiva il suo piccolo rito mattutino di discesa dall’autovettura e proseguimento a piedi fino alla sede del suo ufficio.
Così anche quella mattina, dicevamo, il cittadino risultato secondo eletto nelle ultime elezioni municipali, Claudio Petrone, quando la sua automobile si fermò, spalancò la portiera destra, balzò agilmente fuori e tenendosi dritto accanto allo sportello si stirò le braccia, spingendo i gomiti dietro le spalle e ruotando leggermente gli avambracci attorno al baricentro delle scapole; poi ostentatamente, l’espressione sorridente del volto, alzò in alto il capo, fissando lo sguardo nell’azzurro del cielo. L’autista e le guardie municipali, che da qualche giorno seguivano i suoi movimenti, si erano rassegnati ad aspettarlo, mentre lui si godeva con il solito sorriso soddisfatto il suo effimero momento di gloria raggiunta per supplenza.
Bisogna dire che Petrone era anche un bell’uomo, di taglia atletica e indubbio fascino personale, a sentire i commenti dell’elettorato femminile e sulla scia di questi anche quelli degli elettori maschili, i quali però consideravano frivola dal punto di vista politico la dimensione estetica. E non era una riprova della giustezza di questi loro pensieri quella pantomima vanesia mattutina del vicesindaco in quei giorni?
Ma forse non era semplice vanità maschile quella di Petrone e neppure appagamento per l’effimera gloria del potere; era forse un sentimento di più intima e segreta soddisfazione, che lui celava dietro la pubblica pantomima, sviando nei discorsi confidenziali anche con i suoi più stretti collaboratori ogni possibile intrusione nelle sfere più recondite della sua vita privata.
Al contrario delle guardie municipali, la cui rassegnazione alla breve esibizione quotidiana del vice-sindaco non impediva di lasciare trapelare nelle loro espressioni e nel loro atteggiamento un certo nervosismo malcelato, l’autista, cittadino romano di origine napoletana, era riuscito a rilevare la dimensione umoristica della situazione, grazie alla sua innata saggezza partenopea ed anche alla sua curiosità; ogni volta osservava di sottecchi i movimenti del vice-sindaco, con un mezzo sorriso venato d’ironia, perché ora ne conosceva il pensiero o quanto meno ne intuiva certi aspetti, per averne avuto confidenza diretta dall’interessato, anche se in maniera non del tutto esplicita, anzi in un certo modo enigmatico e scherzoso.
“Architetto, in questi giorni, quando la mattina lei arriva sulla piazza del Campidoglio, sembra veramente soddisfatto!”
“Certo, sono riuscito finalmente a raggiungere la skranna.”
“Come?”
“Skranna in longobardo significa scranno, scanno, seggio; per me, significa il seggio più alto, il vertice, capito Iarmillo?”
“I longobardi, architetto?”
“Sì, i longobardi, ma penso anche al sole.”
“Il sole?”
Con il riferimento al sole, Petrone aveva lasciato cadere il discorso sui longobardi, introducendone un altro, quasi per sviare l’attenzione da quel tema facilmente equivocabile o forse per dare un contenuto più decifrabile ai suoi discorsi.”
“Sì, certo, signor autista, monsieur le chauffeur, il sole di Prévert, il poeta.”
“Architetto, come dice?”
“Allora, dice Prévert, anzi l’operaio di Prévert: “Su dimmi compagno Sole / forse non trovi / che è piuttosto una idiozia / offrire una simile giornata / a un padrone?”
“Ah, adesso ho capito!”
Però, Iarmillo, monsieur le chauffeur, da buon romano con sangue napoletano nelle vene, non si fidava molto di questi operai francesi o piuttosto dei politici italiani, perché ebbe subito modo di ribattere, celando con seriosa espressione il suo sarcasmo:
“Architetto, tra qualche giorno ritorna il Sindaco e forse il sole…”
“… giallo e rosso non brillerà più nel cielo bianco e azzurro, non è vero?”
Lo chauffeur non rispose.
Dunque, anche quella mattina, dopo avere fissato per lunghi istanti l’azzurro terso del cielo, dove grazie al dolce clima della primavera romana, brillava in tutto il suo splendore il “compagno Sole”, il vicesindaco Petrone riabbassò il capo, si abbottonò con una certa posa ed una certa cura il bottone centrale della sua giacca, in cui straripava il suo torace quadrato, per avviarsi lentamente verso le guardie municipali, che lo avrebbero pazientemente scortato fino alla soglia del palazzo. Prima di muoversi però, non mancò di lanciare un’occhiata al gruppetto di turisti lì vicino, in visita in uno dei luoghi di maggiore interesse storico e artistico della capitale; ma sicuramente non dovette accorgersi subito dello strano movimento di un individuo del gruppo, perché forse ancora con lo sguardo trasognato o abbagliato dalla luce del sole splendente nel cielo o magari perché preso da altri sentimenti dell’animo, che trasportandolo altrove in spirito, lo rendevano estraneo ai luoghi in cui si stava materialmente muovendo e non pienamente cosciente di quanto avveniva intorno a lui.
Difatti mentre si accingeva ad incamminarsi verso la sua scorta costituita dalle due guardie municipali, in attesa alcuni metri più avanti, si era avvicinato a lui, a non più di due passi di distanza, un uomo in pantaloni neri e camicia bianca aperta sul collo, che sembrava farsi scudo all’altezza della vita con una borsa in pelle nera, tenuta in pugno orizzontalmente davanti a sé con la mano destra. Prima che il vicesindaco potesse rendersi conto del perché del gesto, l’uomo sollevò in alto la borsa e con mossa tutta teatrale, la fece ruotare con ampia voluta nell’aria. Tutti i presenti, che osservavano la scena, compreso il vicesindaco stesso, attirati dalla teatralità del gesto, seguirono con lo sguardo la giravolta in aria della borsa, che infine lo sconosciuto portò sul suo fianco destro, senza intanto prestare attenzione all’altro braccio dell’uomo venuto allo scoperto, quello sinistro.
Fu un tiro mancino, ci divertiamo a dirlo, anche se non ci “divertiamo” molto a raccontare l’episodio, nel senso che non ci “distraiamo” dalla concentrazione nel dover narrare i fatti.
Quando il vice-sindaco si accorse della verità del gesto dell’uomo di fronte a sé, vale a dire la portata di minaccia che esso conteneva, fu tardi; l’altro aveva già steso per intero il braccio sinistro, arretrando di un passo e ponendosi di fianco; quindi, mentre l’uomo politico, lo sguardo fisso sulla pistola che lo sconosciuto gli puntava contro, aveva allungato la mano per bloccare il polso assassino, lo storico grido urlato in silenzio: “Casca, scellerato, che fai?”, l’altro esplose in successione tre colpi, uno dopo l’altro. Il primo proiettile raggiunse l’architetto Petrone poco sotto la costola sinistra, il secondo gli trapassò il fianco destro, il terzo lo mancò, perché il vicesindaco era già caduto per terra sanguinante. L’ultimo proiettile sparato strisciò fischiando sul parabrezza dell’automobile di rappresentanza, andandosi a conficcare a circa venti metri di distanza sulla facciata barocca dei musei capitolini; il cristallo anteriore dell’alfa romeo 166 s’incrinò, senza però andare in frantumi.
L’attentatore si girò di colpo su sé stesso e corse via, cercando di confondersi di nuovo tra i turisti, che gridando terrorizzati fuggivano da tutte le parti, in cerca di riparo. Nel sentire fischiare il proiettile che scheggiava il parabrezza, l’autista istintivamente aveva abbassato la testa sul volante, coprendosi con le mani; una guardia municipale si mosse svelta verso il vicesindaco esanime a terra; l’altra guardia invece aveva sfoderato la pistola e dopo alcuni attimi di esitazione, era corso in direzione dell’attentatore in fuga. Questi vedendo il gruppetto dei turisti diradarsi in un baleno, si lanciò sulla persona più vicina, una ragazza bionda paralizzata dal terrore, le cinse con il braccio destro la vita e stringendola a sé, la strattonò, puntandole la pistola alla testa.
“Via, via! Via, via!” urlò. Si era voltato verso il suo inseguitore ed arretrando a grandi passi verso la scalinata, trascinando con sé l’ostaggio, esplose un colpo in aria. “Via, via! Via!” urlò di nuovo, grida terribili. La guardia municipale che inseguiva si era fermata di colpo, la piazza del Campidoglio appariva quasi del tutto deserta, l’autovettura blu scuro bloccata accanto alla statua di Marco Aurelio, il corpo esanime del vicesindaco disteso nella pozza del suo sangue, il soccorritore inginocchiatogli accanto e qualche altra figura fantasma.
Su quella funesta scena, per uno spiegabilissimo raggrumarsi di atomi, secondo le dottrine di Democrito ed Epicuro, riportate nella cultura romana da Tito Lucrezio Caro, giunsero in volo, trasportate sulle ali dei secoli e provenienti da piazza Farnese, dove anticamente sorgeva il Teatro di Pompeo, i simulacri sonori di alcuni pezzetti di frasi urlate il 15 marzo di oltre duemila anni prima, pronunciate alcune in latino ed altre in greco, ma che ora risuonavano nel timbro di un duplice dialetto italico, l’uno romanesco e l’altro levantino:
“Ma che sta’ affà!”; “Pìgghialo, pìgghialo!”
Verosimilmente la prima voce apparteneva al più grande protagonista della storia secolare di Roma, su cui lo storico Thomas Mommsen esprime questo giudizio: “Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore” .
La voce levantina invece doveva appartenere verosimilmente a uno dei congiurati contro Giulio Cesare, ed esattamente quel Caio Servilio Casca, fratello di Publio Servilio; quest’ultimo, dopo avere vibrato il primo colpo di pugnale contro il “dittatore”, avendone avuto il polso bloccato, all’intimazione ricevuta (“Casca, scellerato, che fai?”) e che il vento dei secoli riportava, quella mattina in Campidoglio, in maniera parziale e mutata in un italico dialetto moderno: “Ma che sta’ affà!”, non aveva saputo fare altro di meglio che rivolgersi al proprio congiunto, implorandone l’aiuto; come risposta pare che avesse ricevuto l’astratta ed affannosa incitazione, non si sa bene se peraltro indirizzata a lui: “Pìgghialo, pìgghialo!
Ma come è possibile, pure volendo aderire alle dottrine degli atomisti greci, per cui le immagini ed i suoni non sono altro che dei “simulacri”, un insieme di atomi, che staccandosi dai corpi, a loro volta raggruppamenti di atomi, volteggiano perenni nell’aria, facendosi e disfacendosi, come è possibile, dicevamo, che l’urlo sovrano di Cesare gridato nella lingua latina, oltre venti secoli fa ed a cui aveva fatto eco lo strillo isterico in greco del traditore regicida Caio Servilio Casca, sia giunto fino a noi assieme alla replica trasmutato in moderni dialetti? Se i proditorii assassini, che avevano ordito la congiura, si rimbeccavano e incitavano tra loro in greco, per mostrare al “dittatore” romano nel momento più ignominioso del loro tradimento di non voler capire la lingua latina, perché ora i fonemi di queste due antichi idiomi si trasmutavano negli attuali dialetti romanesco e levantino? Per quale fenomeno avveniva una tale trasformazione dei “simulacri” di voci? Forse per una scomposizione e ricomposizione di gruppi di atomi, dovute al “caso”, quello stesso “caso”, di cui riferisce Dante nella sua Commedia, quando dell’antico filosofo greco dice: “Eraclito, che ‘l mondo a caso pone”? Un caso fortuito, una coincidenza del tutto casuale, nel vasto oceano dell’infinita causalità casuale, dunque? Un momento, però! Eraclito? Pardon, parbleu! “Democrito che ‘l mondo a caso pone”. Avevo scambiato i “simulacri” dei due o meglio i nomina? I nomina? Ma che stai a dì?
Nella ridda di voci o “simulacri” di voci che perenni si agitano nell’aria, a dire di Epicuro e di Tito Lucrezio Caro, dalla lontananza dei secoli giungono fino a noi voci e sentenze romane che si mescolano e rimescolano; e poiché le aggregazioni degli atomi nello spazio vuoto variano continuamente e casualmente, essendo il rapporto di causa ed effetto permeato di casualità, le nuove aggregazioni atomiche danno vita a trasmutazioni dal latino antico in moderno dialetto romanesco, originando frasi del tipo: “Ma che stai a dì?” (“Quid dicis?”)
Ora in quella mattina di aprile, sulla piazza del Campidoglio, mentre un pazzo fanatico in pantaloni neri e camicia bianca sparava proditoriamente tre colpi di pistola al vice-sindaco Claudio Petrone, così attentando alla vita dell’uomo politico e nell’occorso causando il panico e la fuga subitanea e terrorizzata in tutte le direzioni dei pochi turisti presenti, un passante lì occasionalmente di passaggio, alle tre secche detonazioni che echeggiarono in cima a uno dei più attuali tra i celebri sette colli dell’antica Roma, rimase come bloccato, in un atteggiamento tutto speciale, che ora tenteremo di descrivere al meglio.
Era questo occasionale passante un personaggio molto comune, uno di quei soggetti, che noi incontriamo ogni giorno per le scale di casa, per la strada, in ufficio, nei locali pubblici, diciamo l’italiano medio dai tratti mediterranei; era vestito in abito rigorosamente scuro, in giacca e cravatta, di statura media, una lieve pancetta, i capelli scuri, leggermente ricciuti, qualche filo bianco, radi sulla fronte, con gli occhiali, sui cinquant’anni, l’aria di essere un intellettuale; e invero il tizio in questione era, e lo è ancora, un professore di latino e greco in servizio nei licei classici romani, dopo essere stato professore sempre di lettere classiche per oltre un ventennio nella sua regione d’origine, la Basilicata, ed esattamente a Gaglianello, in provincia di Potenza.
Quando nell’azzurro mattino di primavera sull’alto colle della capitale d’Italia, “alto”, ma non il più “alto”, che tale per prestigio (miracolo) politico appare a quanto pare il Quirinale, echeggiarono nell’aria i colpi di pistola assassini, il passante era di spalle; quindi fu sorpreso dalle detonazioni diciamo “a tradimento”, nel senso che non se le poteva aspettare, perché non poteva unire alla sensazione recepita dall’organo dell’udito quella recata dalla vista, che a dire di Platone e Aristotele, è il senso per eccellenza, come dire la visione o conoscenza. Non avendo visto l’attentatore sortire dal gruppetto dei turisti né tanto meno la piccola sceneggiata di sapore rocambolesco da quello teatralmente posta in essere, prima di tendere il braccio e puntare la pistola contro la sua vittima, il passante distratto, forse perché più attento a sue interiori riflessioni o sopite emozioni di un tempo, non poteva prevedere le detonazioni, che lo colsero quindi di sorpresa.
Ora, bisogna dire che istintivamente il passante, nell’udire i colpi ebbe un moto che lo portò a piegarsi sulla destra, alzando la spalla sinistra e voltando a metà il capo, e quindi a bloccarsi di colpo; ed in tale atteggiamento lo possiamo plasticamente cogliere, descrivendolo come l’emblema di un soggetto non immobilizzato dal panico, ma sorpreso da un avvenimento, che pur giungendo inatteso non distoglie del tutto chi ne investito da una sua precedente e più impegnata attenzione ad altre occorrenze. Quali fossero queste occorrenze, ora ci tocca spiegare.
Quando poco prima vi era stato il breve “tumulto” provocato dall’arrivo di Petrone, il piccolo cesare municipale per una settimana o poco più, Nicola Vannuzzi, cioè a dire l’occasionale passante di cui stiamo narrando, non aveva mostrato molto interesse per quella scena, a cui aveva subito voltato le spalle, dopo avervi lanciato soltanto un’occhiata distratta. Qui, però, bisogna riferire qualche particolare biografico in più del Vannuzzi, per spiegarne e quindi capirne il comportamento, che in ogni caso non differisce molto da quello di ogni comune cittadino, quel tipo di uomo medio, che risponde non all’inauspicabile criterio dell’aurea mediocritas, ma al parametro più decisamente accettabile, contenuto nel brocardo di antica sapienza latina: “In medio stat virtus”.
Il professore di liceo si era trasferito soltanto da pochi anni nella capitale, per offrire un miglioramento di sede, diciamo così, alla sua figlia unica, iscrittasi all’Università “La Sapienza” in Ingegneria Matematica, un nuovo avveniristico corso di studi a carattere scientifico, e ormai prossima al conseguimento del diploma di laurea. Egli aveva potuto ottenere una cattedra a Roma, grazie alla sua grande preparazione culturale e professionale, su suggerimento di un suo illustre concittadino parlamentare, l’onorevole Piccione. E forse tutto questo sfoggio di erudizione, che ambiguamente andiamo esibendo, è ascrivibile in buona parte ai “simulacri” dei classici latini e greci, che agitandosi nell’aria, nel loro moto perenne nello spazio vuoto, si muovevano e si muovono attorno a lui, il professore di lettere classiche.
Orbene, il Vannuzzi, pur essendosi ambientato a Roma, non poteva certo recidere, così d’amblai, non dico le sue radici, ma le sue abitudini e memorie; in verità un invisibile cordone ombelicale lo teneva collegato alla sua regione d’origine, fattore che non gli aveva impedito di apprendere in breve la lingua del Trilussa, anche per quelle cadenze ed accenti linguistici che cinema e televisione inevitabilmente si trascinano dietro. In questa condizione, il professor Vannuzzi parlava l’italiano con un accento romanese, un misto di romano e pugliese, sempre e soltanto nell’accento però, perché da buon accademico, egli era solito esprimersi in maniera grammaticalmente corretta, usando i congiuntivi anche nel discorso corrente. Questa classe del professore non impediva all’uomo di intendere e pensare nel suo dialetto di origine, quello calabro-lucano, essendo i suoi originari di Altamura, cittadina di una delle antiche Calabrie, i.e. la moderna Puglia meridionale. Nel corso del suo soggiorno romano, specie all’inizio, egli apprendeva e traduceva mentalmente buona parte delle espressioni romanesche, che gli capitava di ascoltare, soprattutto le più caratteristiche, per cui alla fine padroneggiava, in un certo senso, entrambi gli idiomi dialettali, uno che potremmo definire “levantino” e l’altro, il cui aggettivo assumiamo dal lessico del dialetto stesso, il “romanesco”.
Ora, il Vannuzzi nell’attraversare la piazza del Campidoglio, per dirigersi verso l’ufficio postale, che si trova lì poco distante nell’omonima via, non fece molta attenzione al minicorteo di automezzi municipali, che irruppe in quell’area pedonale, la quale per disposizione del vicesindaco, in quei giorni era stata resa accessibile alla sua autovettura ed ai mezzi motorizzati di scorta. La sua coscienza registrò il passaggio e le sensazioni ad esso legate, le quali però subito affondarono nel subconscio, ma non del tutto. E invero, pur non assistendo al dramma che si andava rappresentando alle sue spalle, un attimo prima degli istanti fatali, il Vannuzzi ebbe la percezione netta di alcune voci che aleggiavano nell’aria: “Pìgghialo, pìgghialo! Auànn, auànn!”
Io non so se i turisti scandinavi, presenti in piazza, percepirono quelle voci o ebbero vaghe sensazioni di echi orientaleggianti e arabi, vaganti nell’aria e provenienti da chissà dove, ma posso dire che il Vannuzzi associò, lui sicuramente, l’espressione più puramente apulo-levantina: “Auann!” all’altra di maggiore intonazione calabro mediterranea: “Pigghialo!”. E questo con buona pace della casualità dell’associazione degli atomi tra loro, che creano “simulacri” d’immagini e suoni sparsi nell’etere, quelli oggi catturati da tubi catodici, inseriti in scatole metalliche, presenti ormai in quasi tutte le case d’Italia. Ogni atomo in verità, a seguito di una inclinazione originaria, il clinamen, è causa dell’aggregazione successiva di altri atomi, creando un’infinita rete causale di fatti, che però nel suo insieme si rivela come casuale, secondo una buona dottrina che si è andata tematizzando lungo il corso della storia del pensiero e della scienza.
Ma perché in quel momento supremo di vita o di morte, verso il quale il Fato conduceva un quasi arrendevole o dire rassegnato Petrone, niente affatto comunque trascinandolo contro la sua volontà, Vannuzzi che gli stava di spalle e quindi non poteva accorgersi di quanto avveniva al centro della piazza del Campidoglio, colse con il proprio udito le isteriche urla di incitazione di Caio Servilio Casca, pronunciate in lingua greca, venti secoli prima, all’indirizzo dell’implorante fratello Publio Servilio, ma che gli giunsero come simulacri di voce di un moderno dialetto “levantino”: “Pìgghialo, pìgghialo!”?
Fu un caso, ci domandiamo? Un Caso (la Sorte) come quello che il Democrito dantesco pone a base del mondo, abbiamo detto che forse lo scartiamo, pur servendoci della dottrina dei “simulacri”, per spiegare certi fenomeni visivi o auditivi, “fantasmi” aleggianti nell’aria, che forse alcuni potrebbero definire nel contenuto “intuizioni” o anche, perché no?, “presagi”, insomma “idee”, i così detti idola, e che nella forma possiamo denominare come “fantasie”, “raffigurazioni immaginarie”, “immagini fantastiche”, secondo quella distinzione che la lingua francese nomina con l’uso di due termini simili: “fantômes” e “fantasmes”.
Si può dire che il Vannuzzi, quella mattina, era in compagnia dei suoi fantasmi interiori, quelli generati dalla sua memoria? Noi le nostre cicatrici le portiamo dentro di noi, “per tutto il fulgorato scoscendere di una vita, più grevi ogni giorno, immedicate”, come recita la “cognizione del dolore”, e così anche Nicola Vannuzzi. Anche il professore di liceo, trasferitosi dalla Lucania a Roma, guardava nella sera, dall’alto del promontorio, le luci della baia di San Francisco, quelle che riflettevano “l’inverno del nostro scontento” ed anche per lui era ben visibile che non esiste una comunità di luci, un falò del mondo, perché a ciascuno tocca portare la propria luce solitaria. Quale quella del Vannuzzi?
E siamo al dato biografico annunciato. Dicono che quando stiamo per morire, ci sfilano davanti come veloci fotogrammi tutti i momenti essenziali, i “nodi”, della nostra vita. Ma nella situazione che stiamo raccontando, il momento prossimo alla morte non era quello del Vannuzzi, bensì quello di Claudio Petrone: a hora da verdade; e allora ci sembra opportuno a questo punto illustrare prima l’ora della verità del vicesindaco, supplente del sindaco e in tale veste o quanto meno durante l’espletamento di questo incarico, abbattuto da tre colpi di pistola. Del testimone, il professor Vannuzzi, il cui tratto destinale non fa parte di questa storia, parleremo subito dopo, per inoltrarci rapidamente nel suo passato, al solo ed esclusivo fine di spiegare il ruolo da lui tenuto sulla scena del tragico presente dell’agguato.
Il capo politico, dunque, era stato colpito a morte, ma la sua agonia poteva durare all’infinito, nel senso di un tempo illimitato, se fosse entrato in coma; avremo comunque modo in seguito di vedere come andò a finire per Petrone, nelle cui vene, come in quelle di tutti noi, scorreva sangue mortale. Dopo l’attimo di sbigottita sorpresa, in cui lanciò uno sguardo fulminante all’ignoto attentatore che gli puntava la pistola contro, e muto a costui indirizzò un inquieto grido di spiegazione, un’espressione esclamativa più che un interrogativa (“Che fai, scellerato!”), Claudio Petrone fu sconvolto da un lampo e da un altro lampo ancora, mentre sentiva penetrare nella carne con dolore acutissimo dei pezzetti di piombo, per poi venire sbalzato in aria e un attimo dopo repentinamente sbattuto a terra. Forse non stava per abbandonare definitivamente questo mondo, perché non rivide gli attimi decisivi della sua vita, ma ebbe solo un pensiero, che comunque era di congedo. Pensò con fredda nostalgia a lei, Petrone, un istante prima di chiudere gli occhi e perdere conoscenza, a lei che in quell’istante, sospirò, gli sfuggiva e forse irrimediabilmente e per sempre, una giovane donna bionda, alta e con gli occhi azzurri, quasi un addio.
“Quid agis?” Nel momento in cui il vicesindaco cadde riverso a terra, l’interrogativo aleggiante nell’aria da secoli era sospeso nello spazio immediatamente sovrastante la piazza del Campidoglio e raggiunse le antenne del testimone presente, portandole a vibrare al suono di due parole soltanto, smarrendo invece il vocativo (“scelerate Casca”), sfuggito chissà dove o forse no, forse semplicemente non decodificato e quindi non recepito ed interiorizzato nella coscienza del Vannuzzi. Questa, a dire il vero, percepì l’espressione verbale latina, simultaneamente traducendola nel più corrente linguaggio parlato romanesco: “Ma che sta’ affà!”, non recepì invece l’invocazione: “Frate, auxiliare mihi”, pronunciata greco sermone e non latinis verbis dal vigliacco assalitore Publio Servilio. Presumibilmente, a differenza dell’imperiosa e regia intimazione cesariana “Quid agis?”, la pusillanime implorazione del vile attentatore non si era configurata nell’aggregazione di atomi, fluttuanti nell’aria come simulacro sonoro, secondo una nostra estensiva interpretazione della dottrina atomista ed epicurea, che a dire il vero, riferisce i “simulacri” alle immagini, non proprio ai suoni, anch’essi però fenomeni sensibili. Colse invece, abbiamo detto, parole non citate dagli storiografi romani, quella incitazione del levantino Caio Servilio, da noi sopra riportata: “Pìgghialo, pìgghialo!”
In precedenza stavamo dunque spiegando di questa sensazione auditiva del Vannuzzi, ancorata al suo dato autobiografico, quando il discorso è scivolato dal teste alla vittima dell’agguato, ma ora di questo particolare di una dolente umana esistenza, sebbene non proprio del tutto essenziale all’economia del nostro racconto, vorremmo lo stesso parlare.
Intanto diciamo che è tempo di andare un po’ oltre l’asserzione epicurea dell’esistenza dei simulacri fluttuanti nello spazio vuoto; qui, vogliamo ora ascrivere tali fenomeni a più generici criteri di istinti e sensazioni, una sorta di teoria delle emozioni, in cui rientrano senz’altro anche le intuizioni e le premonizioni; e ci guardiamo bene dal volerci incautamente avventurare negli insidiosi sentieri del poco credibile “paranormale”.
Quando il testimone – e lo definiamo tale, perché il Vannuzzi, seppure nella sua prospettiva di passante, si può già definire quantomeno uno spettatore non ignaro – nell’attraversare la piazza, aveva rallentato il cammino, per lasciare passare davanti a sé il piccolo corteo motorizzato del vicesindaco romano, lanciando un’occhiata scettica a quella pallida imitazione di uno spettacolo di ben altre proporzioni, che aveva imparato a sperimentare per le vie della capitale, con traffico bloccato, per il passaggio di teste coronate o capi di stato, versione moderna del “regale tumulto” parigino descritto da Victor Hugo, non si può dire che non avesse associato nell’inconscio quel simulacro di tumulto, è il caso di dire, pallida immagine del “vero”, a sensazioni di premonizione o attesa già vissuti, non un presagio, ma l’impercettibile malessere della sempre possibile evenienza di un accidente, un caso fortuito, il richiamo alla precarietà dell’esistenza. Un tale senso di precarietà era ben radicato nell’animo di Nicola Vannuzzi da un lontano giorno della sua infanzia, che aveva segnato e accompagnato tutti i giorni seguenti della sua vita, sebbene l’episodio fosse stato rimosso e fosse in seguito riaffiorato alla coscienza raramente come uno sbiadito ricordo, che ne occultava un altro, poi improvvisamente riapparso e di colpo in tutta la sua tragica evidenza figurativa, in una notte di angoscia nei primi tempi del suo matrimonio e quindi definitivamente sopito e abbandonato all’oblio degli anni maturi trascorsi.
Nella campagna del Salento degli anni Sessanta, un ragazzetto in calzoncini corti, nel caldo estivo del pomeriggio, cammina tra i tronchi degli ulivi e dei mandorli, affondando con le scarpe nelle rosse zolle di terra e si avvicina a un casolare abbandonato; ha raggiunto l’ingresso spalancato e si affaccia cauto all’interno, dove tutto s’illumina di bianco e sbiadisce; poi ode la voce furiosa del padre alle sue spalle: “Colino, quann vold t’ so ditt d’ non vnì chiù do’!” Il bambino viene trascinato via, tenuto bruscamente per mano, i lacrimoni agli occhi. Nicolino, quante volte ti ho detto che non devi venire più qui!
Arrestato di colpo dalle tre detonazioni, nel suo tragitto verso l’ufficio postale, sito nella via del Campidoglio e da dove era sopraggiunto Petrone con il suo breve corteo motorizzato, che cosa propriamente era teso ad ascoltare il Vannuzzi, lì sulla piazza capitolina, nella sua posa direi quasi ieratica, con la spalla piegata a destra, la testa volta in alto a sinistra, come intento a recepire con l’orecchio voci nello spazio? Forse un indistinto accavallarsi di voci, che non riusciva a sbrogliare dalla loro matassa e che a senso inconsciamente traduceva e quindi portava alla coscienza come espressioni dialettali urlate in drammatici momenti di un quotidiano tragico ordinariamente velato, tipo: “Auann, auann!”, “accidilo, a chillo! accidilo! accid’ a chillullà!”? Frasi gridate greco sermone (“Agguantalo! Uccidilo, quello là!”) nell’antichità dai cospiratori, mentre si accalcavano attorno al loro Cesare, questi vili traditori, alzando i ferri contro il supremus dominus, il Princeps, e colpendolo, dicono gli storici, ventitrè volte? Chissà se, ritornando per un momento ad Epicuro, i turisti scandinavi, terrorizzati testimoni del moderno agguato al vicesindaco romano, per uno strana aggregazione di atomi rimbalzanti tra il passato dei secoli e la mente vibrante di neuroni in fibrillazione del Vannuzzi, erano stati raggiunti dalla confusa nube sonora di voci levantine risuonanti però nella loro coscienza come eco lontana di nenie da muezzin, specie in quell’aspirato finale tronco di lettere “a”, scambiate con le “ah”: “accid’ah chillullah!”?
Al primo botto, Vannuzzi si arrestò più perplesso che sorpreso o intimorito, sebbene la posa che assunse e che abbiamo dipinto come posizione d’ascolto, diciamo così, possa doppiamente tradire un moto di spavento e di riparo; la successiva calma o meglio freddezza però elimina ogni dubbio, perché l’emozione che lo colse allo sparo, attimi di sbigottimento che colpiscono chiunque in circostanze di quel genere, si sciolse subito per poi immediatamente comporsi con una tensione emotiva più forte, giacente da sempre camuffata nel suo subconscio. La piazza del Campidoglio allora, dove uno sconosciuto, stava esplodendo tre colpi di pistola contro il vicesindaco supplente Claudio Petrone, era lontana; il dramma della morte invece accanto a lui, no dentro di lui: “Colino, quann vold t’ so ditt d’ non vnì chiù do’!” L’immagine dell’interno del casolare vuoto, questa volta, non s’illuminò di bianco, per sbiadire, ma rivelò di colpo la scena tragica: i piedi nudi delle gambe penzolanti della mamma, di cui risalendo con gli occhi si vedeva il vestito scuro e la testa reclinata, gli occhi sbarrati, la fune legata ad una trave del soffitto. Un attimo ancora, la visione sparì e Vannuzzi si ricompose; colto dall’eco degli ultimi due spari, si voltò e vide un uomo che correva verso il caduto; vide inoltre la fuga dello sconosciuto in pantaloni neri e camicia bianca, l’ inseguimento della guardia municipale, la presa dell’ostaggio.
“Via, via! Via, via!” urlava il fuggiasco; aveva raggiunto la balaustra, in cima alla scalinata centrale che scende sulla piazza Venezia, sempre trascinando con sé la giovane donna bionda, la pelle bianca, di origine nordica, l’espressione terrorizzata del volto; si arrestò e con la pistola minacciò direttamente la guardia municipale ferma a una decina di metri; in quei momenti un uomo venne avanti a passi misurati, era alto, i capelli a spazzola canuti, la carnagione bianca; l’attentatore lo minacciò, puntandogli l’arma e a sorpresa avanzò di qualche passo verso di lui, sempre stringendo a sé la giovane donna folle di paura; l’uomo alto si fermò.
A questo punto avvenne un fatto abbastanza bizzarro, lo sparatore, invece di fare fuoco, gridò due volte, con espressione minacciosa (ma sembrava una ridicola smorfia): “Bum, bum! Bum, bum!”; quindi si liberò della ragazza e con una violenta spinta la lanciò contro l’anziano uomo di fronte a lui, verosimilmente un congiunto dell’ostaggio; poi si voltò verso la guardia municipale ed in maniera del tutto imprevista, gli lanciò contro l’arma, colpendolo in fronte, con una mira perfetta; infine con un balzo fu oltre la balaustra sullo spiazzo erboso a ridosso della scale di via delle Tre Pile, fiancheggianti la scalinata centrale e scartò a sinistra sulla strada.
Tutta l’azione si svolse in pochissimi incredibili attimi, non sembrava vero, assomigliava alla scena di un film di Rocambole: ecco, il susseguirsi di quei rapidi gesti spavaldi, le minacce guasconi e grottesche, la spinta con cui aveva liberato l’ostaggio, il perfetto lancio della pistola, la fuga, il tutto poteva definirsi con questo termine: “rocambolesco”.
La guardia municipale, colpita dalla botta in fronte, che peraltro cominciava a sanguinare, rimase intontita per alcuni istanti, poi si riprese e ricominciò l’inseguimento, ma era troppo tardi e un imprevisto complicò e vanificò la sua caccia.
Come arrivano i cinesi? Arrivano cantando, dice la canzone. In cima al colle era giunta una schiera numerosissima di turisti asiatici, non si può propriamente dire cinesi, ma tutti con le fattezze orientali. Non cantavano, è vero, il loro esteso chiacchierio però era simile al canto, modulando proprio i toni musicali la lingua cinese. “Arrivano i cinesi, arrivano cantando. Non se ne vanno più!” E non se ne andavano più sul serio, anzi continuavano ad arrivare.
Non si spostavano minimamente, intralciavano la fuga… no… la corsa, cioè l’inseguimento. L’agente della polizia municipale era ancora intontito dalla botta in fronte, in gergo una vera e propria tranvata, e si faceva largo a fatica tra le fitte schiere di visi gialli sorridenti, che sopraggiungevano a ondate sempre nuove, una marea. Sorridevano gli orientali, sorridono sempre, quasi non sembrano vedere un uomo con la fronte insanguinata, pistola alla mano, che corre all’inseguimento di un qualche fuggiasco. Chissà che cosa pensano! Non si sono accorti di nulla? Largo, largo! Via, via, spostatevi! Non se ne vanno più!
Dalla sua postazione fissa in basso, si era mosso e veniva su di corsa un altro agente di polizia municipale, che aveva udito gli spari e le urla e ora, faticando anche lui nella marea orientale, aveva quasi raggiunto la cima della scala laterale di via delle Tre Pile, dove incrociò il collega ferito. Questi sparò un colpo in aria, quasi a richiamare l’attenzione del commilitone, che soltanto in quel momento capì che l’ombra volata via alla sua sinistra, a stento notata con la coda dell’occhio, mentre lui saliva tutto affannato, era un fuggiasco. Allora, entrambi rimasero fermi, alcuni istanti, in cima al colle, a scrutare giù. Troppo tardi! Rocambole era lontano già e confuso tra la folla dei passanti. A balzi aveva tagliato i tornanti di via delle Tre Pile ed era fuggito per via del Teatro Marcello, mentre le guardie scrutavano in direzione di via dell’Aracoeli. Non è mai troppo tardi! Gli agenti della polizia municipale si rianimarono e ripresero l’inseguimento, scendendo di corsa le scale. Quando giunsero sulla via, passò un autobus; una volta che i diciotto metri dell’automezzo urbano finirono di sfilare davanti a loro, non seppero più quale direzione prendere.
L’ultimo colpo sparato per aria intanto sembrò avere dato il segnale e scatenato l’allarme; in piazza Venezia si sentì l’eco di alcune sirene e presto le prime autoradio della polizia repubblicana raggiunsero il luogo dell’attentato. Ma era stato un attentato? Infine, annunciata dall’urlo di un’ultima sirena, da via del Campidoglio un’autoambulanza sbucò sulla piazza in cima al colle.
Dal canto suo, Rocambole era sparito, anche se poche ore dopo, un avvenimento nell’infinita casualità dei fatti umani, altrimenti definibile come la bizzarria di un destino sbeffeggiante, non pose fine alla sua fuga e alla sua libertà.
2. Hunter
Erano circa le tre del pomeriggio, quando il sor Nicola, sì proprio il titolare del ristorante sulla cui insegna campeggiavano queste due parole in corsivo rosso sgargiante, si affacciò sulla soglia per dare uno sguardo agli ultimi clienti seduti ai tavolini del dehors della sua hostaria. La sua fu un’occhiata rapida e professionale, sufficiente a fargli formulare mentalmente il giudizio di approvazione della prima parte della giornata lavorativa, che in tal modo nella tarda serata poteva tramutarsi, nel bilancio definitivo dell’intera giornata, in un giudizio di soddisfazione completa, ove anche la frazione serale si fosse svolta come quella meridiana. Subito dopo, il sor Nicola allontanò lo sguardo dai clienti, intenti a consumare i cibi, per non disturbarli da una tale occupazione, sana per loro e redditizia per lui e sollevò gli occhi guardando lontano nella strada.
“Oillòco!” c’est à dire: “Eccolo!” Formulò l’esclamazione proprio in dialetto napoletano il sor Nicola, che pure era un gran conoscitore e parlatore della lingua di Trilussa, essendo romano di origine, anche se non di sette generazioni, cioè tante quante ne servono, così dicono, ai fini del diritto ai sette scudi papali. E il perché il sor Nicola esclamasse: “Oillòco!”, invece dell’omologo “Eccallà!” romanesco, vengo a spiegarlo subito, anche se tale spiegazione implica una, diciamo, breve digressione, che di tal guisa viene a combinarsi con l’altra spiegazione più sostanziale del perché dell’esclamazione stessa.
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(Segue la seconda e ultima parte)
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