martedì 7 luglio 2026

Narrativa

 

                  Il centro della formica (2)



21 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

2. Hunter

Erano circa le tre del pomeriggio, quando il sor Nicola, sì proprio il titolare del ristorante sulla cui insegna campeggiavano queste due parole in corsivo rosso sgargiante, si affacciò sulla soglia per dare uno sguardo agli ultimi clienti seduti ai tavolini del dehors della sua hostaria. La sua fu un’occhiata rapida e professionale, sufficiente a fargli formulare mentalmente il giudizio di approvazione della prima parte della giornata lavorativa, che in tal modo nella tarda serata poteva tramutarsi, nel bilancio definitivo dell’intera giornata, in un giudizio di soddisfazione completa, ove anche la frazione serale si fosse svolta come quella meridiana. Subito dopo, il sor Nicola allontanò lo sguardo dai clienti, intenti a consumare i cibi, per non disturbarli da una tale occupazione, sana per loro e redditizia per lui e sollevò gli occhi guardando lontano nella strada.
“Oillòco!” c’est à dire: “Eccolo!” Formulò l’esclamazione proprio in dialetto napoletano il sor Nicola, che pure era un gran conoscitore e parlatore della lingua di Trilussa, essendo romano di origine, anche se non di sette generazioni, cioè tante quante ne servono, così dicono, ai fini del diritto ai sette scudi papali. E il perché il sor Nicola esclamasse: “Oillòco!”, invece dell’omologo “Eccallà!” romanesco, vengo a spiegarlo subito, anche se tale spiegazione implica una, diciamo, breve digressione, che di tal guisa viene a combinarsi con l’altra spiegazione più sostanziale del perché dell’esclamazione stessa.
Nel momento in cui il titolare del ristorante, lui in persona (e darò subito conto di quest’ultima precisazione che nell’economia del discorso appare o pleonastica o quanto meno enigmatica), si era affacciato alla porta del suo locale, cioè sulla soglia, che divideva l’interno dall’esterno del suo locale sito nella piazzetta in prossimità dell’angolo tra corso Vittorio Emanuele e via dei Chiavaiuoli, ed ivi sostando aveva sollevato lo sguardo, dopo la rapida occhiata di rassegna sulla clientela seduta davanti a lui, proprio in quel momento era apparso in fondo al suo panorama visivo, che comprendeva una vista parziale del corso Vittorio Emanuele, un personaggio tale da farlo prorompere mentalmente nella esclamazione di cui si discute.
Prima della discussione su tale forma dialettale di esclamazione, che poi non sarà lunga e spero se non divertente, almeno non noiosa, do intanto conto del perché ho precisato che ad affacciarsi sulla soglia del locale “Er sor Nicola”, era stato il titolare in persona, quel sor Nicola, al secolo Nicola Giandomenico, dal cognome verosimilmente di lontana origine abruzzese aquilana. Quando la figura dell’oste era apparsa sulla soglia, i clienti di sfuggita ne avevano colto l’immagine identificandola a ragione con il sor Nicola dell’insegna, sapendo che si trattava di lui anche se non era lui, nel senso che quell’oste se non era il sor Nicola, però ne interpretava il ruolo. Io ho conosciuto personalmente Nicola Giandomenico e posso assicurare che si trattava proprio del gestore del locale, che non so se poi è riuscito a comperarlo come progettava, essendone al tempo in cui ci siamo conosciuti soltanto locatario.

Silvio Minieri ha detto...

Dico questo non per vantarmi di avere conosciuto un tale caratteristico ristoratore, ma per spiegare il perché avesse mentalmente formulato l’esclamazione in dialetto napoletano (“Oillòco!”) e non in quello romano (“Eccallà!”), forme entrambe rese dall’italiano: “Ecco là!”, espressione di sorpresa che sta a significare: “Ecco che accade quello che temevo!” e più estensivamente: “Ecco che mi tocca intervenire, come al solito!” Ora, il concetto di questa partecipazione indesiderata ad una prova, a cui però non si pensa affatto di sottrarsi, bensì di sostenere con dignità e decoro, può rendersi con il noto verso dantesco: “Qui si parrà la tua nobilitate”! Oillòco! Insomma è richiesto un certo impegno in quel che si viene a fare.
Ma qual era questo “certo impegno” per il sor Nicola, tale da fargli usare un dialetto non suo? La stranezza presentita del personaggio avvistato da lontano, che si sarebbe materializzato in uno scomodo avventore, forse? Forse sì, ma non era soltanto questo l’unico aspetto, sicuramente ostico, della situazione che veniva a dover essere fronteggiata, quanto anche l’altro altrettanto complicato. Questo secondo aspetto che si profilava nella coscienza del ristoratore romano non è in verità definibile come propriamente ostico, ma come irritante, proprio perché dal contenuto più familiare, e quindi meglio conosciuto ed in tale guisa altrettanto sgradito. Ed allora? Allora, uno non soltanto doveva occuparsi di un avventore indesiderato, quanto anche disputare con quello tra i suoi dipendenti, che era senz’altro il più polemico, vale a dire tale Alvaro Manzetta da Caserta o meglio della provincia di Caserta, volenteroso ragazzo di bottega, che in certe occasioni però assumeva delle posizioni decisamente da reprimere a parere del Giandomenico; in quei momenti egli cessava nel mostrarsi come il “sor Nicola” sorridente per tutti e si trasformava nel Nicola Giandomenico, difensore obbligato dell’interesse del sor Nicola dell’insegna, vale a dire gli affari della ditta, di cui era l’omonimo rappresentante, anche se per Manzetta restava più semplicemente: il principale.
Come si è capito, era un contrasto sindacale tra i due, definiamolo così, anche se in verità la questione veniva poi sempre a definirsi e risolversi in una lite breve e violenta, subito repressa nell’interesse di entrambi. E non veniva ad immedesimarsi nel punto di vista del Manzetta il suo principale, il sor Nicola, assumendone il dialetto nel momento soprastante il diverbio, anche se nella sola esclamazione iniziale? Beh, non diremmo! E non lo diceva e riteneva neppure il Manzetta, che reputava pertanto necessario ogni volta esprimere la sua protesta, visto che l’altro non capiva. Che cosa non capiva il principale? Se l’orario di chiusura della cucina, vale a dire dell’attività del locale nel ricevere ulteriori avventori, era stato stabilito alle tre del pomeriggio, come garantito da accordi sindacali, perché il principale si ostinava a non voler rispettare l’impegno? Forse gli orologi dei due, che peraltro entrambi non portavano mai al polso né con sé, segnavano sempre orari differenti? Sicuramente andava più avanti quello del Manzetta e più indietro quello del Giandomenico.

Silvio Minieri ha detto...

Ora, in quella occasione, quando il sor Nicola si era affacciato sulla soglia del suo locale, per quella sua rapida occhiata ai clienti rimasti e poi subito aveva sollevato lo sguardo, ora capiamo per accertarsi se nessun altro avventore fosse in vista, era stato subito quasi affiancato dal garzone, anche se nel nostro racconto dei fatti, noi non avevamo avuto ancora l’occasione di dirlo. Non c’era dubbio che fosse scoccata l’ora di chiusura della cucina del sor Nicola e ne dovevano essere consci entrambi, sia il principale che il garzone, quest’ultimo subito dopo il primo: ed “ecco qui” forse l’invadenza del dipendente, subito colta dal suo datore di lavoro. Quando aveva sollevato lo sguardo, avvertendo la presenza poco dietro di lui del suo “fedelissimo”, egli non aveva potuto fare a meno di esclamare tra sé e sé, con il solito disincanto venato d’irritazione: “Oillòco!”
In verità quando una volta io assistetti per la prima volta a questo loro screzio, il sor Nicola, si trovò a venire subito da me, certo per rasserenare l’atmosfera, ma sicuramente anche per trovare conforto nella sua posizione, da una parte intransigente per il dipendente, dall’altra però indulgente per il cliente. In quell’occasione la nostra conversazione cadde proprio sulla particolarità dell’uso del dialetto partenopeo, di cui il Giandomenico esibì lo sprazzo di una certa conoscenza della grammatica, nel distinguere due termini per due rispettive situazioni nell’espressione di moto in luogo: “Oillòco! Oillànno!” Ed invero io commentai: “Eccolo qui! Eccolo là!” Spiegai anche che per esempio, nella lingua francese, equiparando in suo favore la conoscenza dei dialetti con la conoscenza delle lingue, onde stigmatizzare un suo virtuale grado di intelligenza e di cultura, la distinzione è resa dai due termini: “Voici”, “Ecco qui”; “Voilà”, “Ecco là”.
Devo confessare che in seguito andai a controllare i topos grammaticali, a cui Giandomenico aveva accennato, enunciandone i termini dialettali e che io avevo integrato con nozioni di lingua francese, più per mostrare comprensione del fenomeno e sua universalizzazione che per ostentare erudizione, anche se poi forse non è così. Sta di fatto che nel prendere cognizione dei termini dialettali, dirò in breve che annotai la distinzione nel dialetto partenopeo tra vari termini al singolare ed al plurale: Oikkann', oillok', oillann', ebbikkann, ebbillok, ebbillann! Io propongo questa mia traduzione in italiano: Eccolo qua, eccolo lì, eccolo là, eccoli qui, eccoli lì, eccoli là! Ça va? Chissà! Ah, ah! Esporrò meglio dopo le mie osservazioni sui topos grammaticali, qui dico che non ho aggiunto soltanto per puro divertimento queste tre ultime espressioni scherzose (Ça va? Chissà! Ah, ah!), che danno alla frase un’intonazione forse cacofonica per qualche orecchio non abituato a tali modi di divertirsi, ma l’ho fatto per meglio far comprendere l’atmosfera di malcelato umorismo, in cui si svolse la conversazione tra me e il Giandomenico, quella volta, in cui volemmo cogliere entrambi l’aspetto ameno della piccola commedia tra lui e il suo dipendente, per lui un policinella, un po’ lazzarone.

Silvio Minieri ha detto...

E non sto qui a raccontare di quella volta in cui cogliemmo una certa affinità in alcuni termini dei due dialetti, romano e napoletano, che indubbiamente sottintendono alcune sfumature di carattere, comuni a entrambe le cittadinanze, come ad esempio la similitudine nella desinenza dei due termini: chiavaiuoli, fabbricanti di chiavi; mariuoli, trafficanti di chiavi (grimaldelli). Non vi è un’affinità e continuità in queste due attività artigiane, definiamole così? E non è una tale affinità e continuità riscontrabile nelle moderne attività di fabbrica di impianti di allarme e sicurezza e quelle specializzate nell’uso professionale della così detta lancia termica, tale da farci coniare un nuovo termine di genere dialettale meridionale da porre accanto a quello italiano di armaioli (se per tali intendiamo, estendendo arbitrariamente il significato del termine, non solo i tecnici delle armi, ma anche quelli delle armature), vale a dire gli allarmaiuoli, “esperti” in sistemi di antifurto?
Et voilà! Diremmo, usando la lingua francese per porre termine alla mia digressione, in cui mostro tutta la mia erudizione di maestro elementare, che però non è la mia professione, quando non faccio lo scrittore, appunto con la tecnica didascalica propria del maestro elementare. E questo dico con grande stima dei maestri elementari, categoria benemerita eccetera eccetera…a questo punto non so come continuare e non so neppure come ha fatto ad infilarmi in questo cul-de-sac del discorso. Evidentemente ci sarà un motivo, che però non sto qui a spiegare o ad illustrare, con l’esposizione e la discussione di tutti gli argomenti pro e contro, ma che mi limito soltanto ad enunciare: una mia amica, nel commentare la mia arte di raccontare, uso parole mie, con sorridente candore, mi ha definito appunto: “maestro elementare”. Che cosa avrà contro i maestri elementari, questa mia amica, io non lo so. Indubbiamente non è una posizione, la sua, a favore di una certa aria naif nell’arte del raccontare. E così sono riuscito a far passare per naif il mio stile letterario, che esibisco con tutto un mio furbesco “candore” nella narrazione in definitiva di un semplice episodio di cronaca nera, come poi si rivelò essere quello che in un primo tempo poteva apparire come un grave attentato politico, l’omicidio o tentato omicidio del sindaco supplente della capitale d’Italia.
E qui debbo abbandonare la disquisizione sul termine: “Oillòco”, con tutte le sotterranee e dense implicazioni che l’uso di un tale termine comporta nella illustrazione dei fatti ed abbandonare conseguentemente il racconto del profilarsi nell’orizzonte visivo ravvicinato del Giandomenico, ovvero il sor Nicola, e del suo fido collaboratore, il Manzetta, della sagoma di un personaggio inquietante. Riprenderò poi, è tempo ora, invece, mi sembra, di dare qualche notizia sul ricovero in rianimazione dell’architetto Claudio Petrone, il povero vicesindaco ferito a morte e dell’evolversi degli avvenimenti per lui.
Mentre l’autoambulanza, a sirene spiegate, raggiungeva il pronto soccorso dell’ospedale San Giacomo, in via del Corso, quella strada che turisti incantati di Roma, nel chiedere informazioni a non ignari passanti, per sapere dove si trova (e magari ci stanno passeggiando, guardandone le vetrine), indicano con il loro inglese universal: Del Corso Street, ed i portantini scaricavano dai portelloni posteriori la lettiga su cui giaceva il corpo esanime del Petrone, in tutti i palazzi del potere capitolino squillavano i telefoni, rendendo incandescenti le linee, al fine di avere conferma da parte dei titolari delle utenze telefoniche di rango, sull’identità della vittima di turno dell’attentato. “Petrone, ah!”: sembravano quasi delusi, quando sentivano pronunziare il nome dello sconosciuto vicesindaco e non del sindaco. “Ma è morto?” Non si sa. Molti riagganciavano, prima di finire di ascoltare la risposta.
Petrone, lui, era morto?

Silvio Minieri ha detto...

Per i medici un caso disperato vale a dire che non aveva speranza di sopravvivere. E invece sopravvisse, è il caso di dire in barba (per non dire alla faccia) di tutti quelli che lo volevano morto. Ma c’era poi della gente che voleva morto il vicesindaco? Forse nemmeno il suo assassino, a cui in pubblico Petrone avrebbe in seguito rimproverato di non saper sparare: “Se non ha mirato al cuore e non ha colpito, allora è scusabile; ma se ha mirato e non ha colpito, allora ho ragione io.”
Sono convinto che, venuto a conoscenza dell’episodio, i.e. la superficiale ironia della vittima sulle qualità di buon tiratore del suo, chiamiamolo, attentatore, il sindaco abbia pensato nel fondo della sua coscienza: “Volevo proprio vedere se quello mirava giusto, come Petrone…” E qui il sindaco capiva di non poter procedere oltre nell’ipotesi, anche se non stava a chiedersi il perché dell’impossibilità logica e non certo morale di dare ulteriore corso a quel suo pensiero, cioè a quel pensiero che si era affacciato alla sua mente senza esserne richiesto.
Ma quello che oscuramente il sindaco titolare, il vero e legittimo primo cittadino, venuto a sapere dell’attentato, per ora definiamolo così, rimuoveva dalla sua coscienza, non dando ulteriore corso al suo pensiero, era lo stesso contenuto che si affacciava alla mente di tutti coloro, che volendolo o no erano parte del gotha del potere capitolino. E quale dunque? “Potevo esserci io al suo posto!” Una sorta di trattenuta e subito rimossa invidia. Non abbiamo bisogni di eroi o quanto meno di protagonisti! Ma qualcuno al potere, diciamo al governo della città deve pur esserci! Nell’occasione Petrone, architetto e non filosofo come avrebbe voluto Platone, forse troppo idealista, ovvero “palazzinaro” come direbbe qualchedun’altro, non certo correttamente informato sulla trasparenza professionale del vicesindaco e troppo, forse, preso da polemica politica.
E intanto Petrone? Nella sala di rianimazione del “San Giacomo”, la vittima… ma sappiamo che si sarebbe ripreso ed in barba a tutti i suoi nemici, virtuali o reali, sarebbe tornato tra noi. Pertanto, soprassiedo su tutta quella che è la cronaca minuta del suo ricovero e delle ore successive, soffermandomi invece a dare qualche cenno di come egli, il vicesindaco, aveva trascorso la sera precedente al suo drammatico giorno, onde cercare di chiarire e commensurare la portata esatta del gesto criminale compiuto ai suoi danni, in confronto alla valutazione che ne avrebbe fatta la cronaca giudiziaria e politica.

Silvio Minieri ha detto...

Io posso dire che presagi funesti per Petrone ce ne furono eccome, soltanto il vicesindaco, come abbiamo già cercato di illustrare, in quei suoi giorni di potere e di gloria, era rapito nelle fantastiche visioni di un suo ultimo recente sogno e vagava per i cieli del suo spirito, pur registrando biologicamente, direi, i passi della sua vita animale: una kenosi (scissione)! Che cosa sognava Petrone, tanto da esserne inconsciamente sconvolto nella mente e nel cuore e reggersi a stento con i piedi per terra, se non la suprema bellezza, quella bellezza che ci appare nel sensibile, rendendo vero il Bene sommo? La Bellezza che, inverandolo, realizza il Bene, trascinandoci più in alto del Sole. Poteva la vista dei sensi del vicesindaco, così offuscata dal baratro di luce del Bene, cogliere i presagi di un agguato mortale? Ma, soprattutto, quale dunque era la figura, sintesi di estrema Bellezza che rapiva nel sogno l’architetto Claudio Petrone, estatico nel cerchio risplendente del suo successo e dei suoi onori dell’effimera, se non addirittura illusoria vita terrena?
Quando cadde, prima di chiudere gli occhi, perdendosi nel buio dell’incoscienza, come abbiamo detto, l’uomo ebbe la visione di un’immagine femminile, una giovane donna dai caratteri indubbiamente nordici allo sguardo del mediterraneo Petrone, che ammaliato si era andato smarrendo nell’azzurro intenso degli occhi di lei. Chi era questa giovane donna?
Cherchez la femme e risolverete il mistero. L’inchiesta giudiziaria rivelò il nome e l’identità di Marlene Ferrari Rüegg, cittadina svizzera di origine tedesca, fashion styilist, con regolare titolo accademico conseguito Firenze, nonché mannequin dal fascino indiscusso. Quali rapporti legavano la stilista di moda elvetica al vicesindaco di Roma? Il naturale rapporto che può legare un uomo a una donna ovviamente, di cui solo ognuno dei due in relazione tra loro conosce la profondità e intimità, che poi i media vanno a scrutare.
Al nostro microscopio, possiamo dire, attenendoci ai risultati dell’inchiesta giudiziaria e di quanto riportato dalle cronache, che l’esame delle minime particelle del rapporto tra Claudio Petrone e Marlene Ferrari rivelano indubbiamente un legame sentimentale, di cui però, come per l’anima, è insondabile stabilire la profondità. Ma non avevamo detto che l’architetto Petrone era annegato in un oceano di luce? Petrone, certo; ma il mistero qui è rappresentato dal grado della comunione di spirito raggiunto tra i due, la cui ponderabilità sempre scivola sulla superficialità di analisi degli aspetti prossimi. Facciamo un esempio: la fotografia estrapolata dal suo contesto, senza dicitura esplicativa, di un abbraccio tra un ministro e un’artista del mondo dello spettacolo che cosa rivela? Un abbraccio. E poi? Non lo so, un amore platonico o forse un amore più tangibilmente sensibile, o forse niente, un comune spettacolare abbraccio, come dire un gesto da spettacolo.
Poi vedremo, adesso torniamo al nostro mini Petronegate, vale a dire risaliamo all’esame dei fatti certi, quanto meno a quelli della sera precedente all’attentato.

Silvio Minieri ha detto...

Era andato a letto abbastanza tardi, quella notte Claudio Petrone, poco prima delle due, avendo trascorso la sera precedente fino ad oltre la mezzanotte, quasi l’una, a “Il Burattino”, il più noto locale di varietà della capitale, le cui rappresentazioni andavano spesso in onda in televisione e con la partecipazione quasi sempre di personalità politiche o di personaggi del mondo dello spettacolo. Quella domenica sera il politico di maggiore rango era appunto l’architetto nella veste ufficiale di Sindaco di Roma, nel pieno della sua euforia umana e professionale, che comunque riusciva a mantenere un grado di effervescenza misurata, come si addice ad un uomo pubblico di un certo rilievo e soprattutto sotto i riflettori delle telecamere.
Il capo comico Bartolini, benché contornato da attraenti ballerine, tra cui la stella del locale e della televisione Caterina Nuovo, riusciva grazie alla sua simpatia a tener desta l’attenzione su di lui; ma sarà stato perché quella sera la primadonna di “Il Burattino” era particolarmente interessata alla persona del Sindaco, da cui emanava tutto un fascino virile di prestanza fisica, che aggiunto alle sue riconosciute doti intellettuali e al suo ruolo di successo, la costringevano a un supplementare sforzo di seduzione, certo De Vita Bartolo, in arte Bartolini, capiva di non farcela, in quella occasione, ad adempiere ad un suo compito, che qualcuno sembrava avergli assegnato, quasi di ammonimento verso la persona del Petrone sindaco, ma non desisteva.
“Dottòre, dottòre” invocava e si sporgeva di fronte allo spettatore più in vista della serata, seduto al centro in prima fila, proprio sotto il piccolo palcoscenico; ed in tal guisa Bartolini gelosamente contendeva, sotto gli occhi di tutti, alla stellina del ballo e del canto di varietà, l’interesse del primo cittadino della capitale.
E qui bisogna aprire una parentesi per illustrare brevemente la personalità umana e professionale del De Vita Bartolo, dato il suo ruolo svolto nella vicenda dell’attentato all’architetto Claudio Petrone, diremmo più di attore secondario che non di comparsa o figurante, per restare nel gergo teatrale o di sceneggiatura cinematografica.
La primadonna di “Il Burattino” sembrava essere Caterina Nuovo, come prima di lei Adriana Savio e le altre soubrette che le avevano precedute, avvicendandosi nel tempo, ché il palcoscenico di quello storico teatro di varietà della capitale serviva da trampolino di lancio alle aspiranti star, per raggiungere il punto estremo di un’esplosione stellare, tale da creare una nuova stella nella sfera celeste dello spettacolo, una “supernova” da offuscare tutte le altre stelle di quel firmamento, ridotte a nane bianche, che prima di esaurirsi definitivamente come nane nere, al massimo potevano rischiarare ancora la loro parte di cielo come giganti rosse.
Ma perché tanta insistenza nella illustrazione, in un certo senso astronomica, del mondo dello spettacolo? Semplicemente per poter affermare, sempre restando nell’ambito della metafora cosmica, che l’intelligenza divina celata dietro le stelle e che presiedeva alle loro sorte di esplosione in supernove o al diverso destino di nane bianche e giganti rosse era quella di Bartolomeo De Vita, il celebre Bartolini, lui la più luminosa e spettacolare supernova di tutto il cielo blu notte del divertimento, la vera stella di prima grandezza e non solo di “Il Burattino”, ma direi dell’intero mondo del varietà italiano del suo tempo, vera sublime soubrette, quella più autentica nel senso etimologico del termine provenzale, soubret come femminile di soubreto, da soubra, al di sopra, più in alto, lassù nello cielo altissimo e infinito, ad usare un’espressione ottocentesca e romantica: un buffone, certo, ma un buffone irraggiungibile e sublime, insuperabile!

Silvio Minieri ha detto...

E quella sera Bartolini, il buffone, il comico divino? In un ruolo e in un giuoco non suo, l’informatore, l’obbligato persuasore, l’indovino d’occasione, ma con tutta la sua classe. “Dottòre, dottòre” invocava, l’inumidito sguardo implorante e tenero, l’animo turbato, il viso imbiancato dal gesso, gli occhi cerchiati di nero, le labbra rosso vivo e turgide.
Petrone e tutto il pubblico presente nel teatro e quello seduto a casa davanti alla televisione si divertirono molto quella sera, grazie a quelle arti comiche dell’ambiguo Bartolini, che nel suo femmineo personaggio sempre interpretava sé stesso, nella maniera appunto più sublime, vale a dire più al di sopra (super) del limite (limen), dove ovviamente sub-lime è contrazione di super-limen. Il capocomico e la prima ballerina, il duo simbolo delle scene della rivista, si contendeva, ognuno per la sua parte, il cuore del Sindaco, che rideva assieme a tutta la platea di quella grottesca e donchisciottesca battaglia per ottenere la sua indulgente benevolenza.
Soltanto da dietro le quinte si poteva cogliere con sguardo più smaliziato e cosciente il vero senso della contesa: da una parte un attore incaricato di un compito non di sua pertinenza, dall’altro un’impertinente attrice che voleva cogliere la sua occasione con una supernova della politica, il Sindaco di Roma. Ed ostacolata nelle sue arti di seduzione femminile dall’esperienza dal reggitore ultimo e superiore della scena, Caterina Nuovo s’impuntò. Ma doveva proprio lasciarsi invaghire quella sera, la soubrette, in concorrenza con una più sublime soubrette, dall’avvenenza tutta maschile dell’architetto Petrone, ci domandiamo? E chi sa rispondere?
Infine Bartolini prese l’iniziativa, discese i pochi gradini del palco, fece pochi passi in platea, prese per mano Petrone e lo condusse sulla scena, con grazia superiore, si fa per dire, a quella femminile. Ebbe il tempo di condurre una breve intervista, che riuscì a tenere nei binari di un fine duetto di spirito, condito da qualche ammonimento, che poteva sembrare soltanto una corretta satira del potere, ma che fuori dal comico contesto erano dei veri e propri avvertimenti, come il gustoso ritornello: “E poi viene l’uomo nero / e ti prende tutto intero”. Quindi tirò fuori da una tasca della giacca ricamata di lustrini una busta, estrasse la lettera e la consegnò al sindaco, invitandolo a leggere, mettendosi leggermente in disparte in trepida attesa. Petrone, subito circondato dalle ballerine e maggiormente stretto da Caterina Nuovo, prese la lettera e la dispiegò tenendola distrattamente davanti a sé in guisa proprio di chi legge, ma si capiva che era preso da altre più immediate attenzioni. Bartolini era in apprensione, si fece largo tra le colleghe e cantando: “e poi viene l’uomo nero / e ti prende tutto intero”, cercò di liberare Petrone dalle braccia di Caterina Nuovo, che vedendoselo sottrarre, maggiormente si avvinse a lui sbaciucchiandolo in viso. Infine il sindaco fu liberato, richiuse la lettera, la ripose in tasca e condotto per mano da Bartolini, raggiunse di nuovo il suo posto in platea, dove il capocomico si chinò su di lui, lo baciò in viso e gli sussurrò qualcosa; ma Petrone non riuscì ad afferrare il messaggio, perché il sussurro fu coperto dal clamore dell’applauso, in cui in quell’istante il pubblico proruppe, per mostrare approvazione e sottolineare la gustosità di tutte quelle leggerezze, a favore dei buoni sentimenti dell’animo umano, seppure a detrimento dell’autorità del potere. E non era commovente e comico vedere un capocomico invaghito del Sindaco, che lo bacia e lo guarda con inequivocabile sguardo di tenerezza e protezione, diremmo quasi materna?

Silvio Minieri ha detto...

Aveva capito la sua raccomandazione quell’uomo, s’interrogava intanto Bartolini, avvertiva il pericolo, dunque! Lui, tutto quello che poteva fare lo aveva fatto. Il sindaco aveva infilato la lettera in tasca, il suo compito poteva dirsi terminato, anche se il suo cuore trepidava.
Qui competono delle spiegazioni, altrimenti risulta incomprensibile tutto questo passaggio, relativo alle mosse del capocomico di “Il Burattino”, per il quale dobbiamo spendere ancora qualche parola, un personaggio in verità dotato di rara intelligenza e cultura e che aveva curato il suo aspetto professionale in maniera straordinaria, nel senso di avere condotto i suoi anni di frequenza dell’accademia artistica, al di fuori dei comuni canoni di studio e preparazione.
Noi abbiamo descritto il Bartolini che, rivolgendosi all’architetto Petrone, usava il vocativo accademico di “dottore” ed abbiamo peraltro sottolineato l’inflessione dialettale della “o” larga nella sua pronuncia. Bartolini non era stato sufficientemente addestrato alla scuola di dizione? Questo dubbio risulta immediatamente incongruente con quanto abbiamo appena riferito sulla sua persona e le sue ambizioni per raggiungere la perfezione. Ed allora? Non poteva il capocomico usare l’appellativo più confacente di “architetto” nell’invocare la persona del sindaco col suo appropriato titolo professionale?
Noi, con questi nostri interrogativi, facciamo torto all’intelligenza di Bartolomeo De Vita, rendiamo offesa alle sue meditate scelte umane e professionali, noi non dobbiamo. Ebbene no. Come aveva dichiarato ai media, confessandosi e denudando in pubblico la sua anima, col massimo pudore, come si addiceva alla sua candida, seppure pervicace personalità, nel migrare a Roma dalla sua insulare patria mediterranea, in accademia Bartolini aveva perseguito fino al limite estremo l’obiettivo di una dizione nella recita teatrale, rispecchiante alla perfezione la purezza della lingua italiana. Erano celebri alcune sue interpretazioni di ruoli da commedia cinematografica, in cui rifulgeva questa sua dote di eccellenza, questo suo avvincente e coinvolgente impegno, condotto allo spasimo e tale da riuscire ad inumidire il ciglio dello spettatore.
Ed allora il “dottòre”? Aveva spiegato, in alcune interviste televisive il De Vita, che col tempo quel suo impegno nella purezza e nella perfezione della recita lo aveva a condotto sull’orlo della disumanità dei sentimenti ed allora egli aveva preferito ritornare alle sue origini, alla sua situazione esistenziale, più facilmente comprensibile ed accettabile dal grande pubblico. Ed ecco il suo “dottòre”, tutto meridionale e tutto mediterraneo, più solare, più umano, più consono al suo ed all’altrui sentire. Sic, Bartolini!
Il dottore in questione, l’architetto Claudio Petrone non colse il senso sinistro negli ambigui avvertimenti lanciati con caldo afflato di carezzevole sollecitudine promanante da un comico, che si comportava in maniera troppo comica, per prestare al suo comportamento una maggiore attenzione di quella dovuta ad un guitto, seppure d’eccezione. Ahi, Petrone, politico accorto, ma troppo rapito dall’euforia del suo successo e dei suoi sogni! Ahi, ahi, ahi! E pronuncio queste interiezioni con il viso triste e truccato col cerone del policinella Bartolini.

Silvio Minieri ha detto...

Bevve alcuni calici di spumante Petrone, prima di lasciare il locale e poi subito si recò a casa, accompagnato da Iarmillo, dove intorpidito presto si coricò in quell’appartamento deserto, perché i figli grandi erano ormai altrove e la moglie lo aveva lasciato per conto suo, ai suoi impegni professionali e politici, alle sue amicizie e “quant’altro”. Dormì male, svegliato più volte nella notte da un insistente abbaiare di cani e sognando strani sogni che svanirono al suo risveglio. Restò soltanto con la sensazione di alcune immagini strane: Marlene Ferrari scriveva una lettera, di cui lui non riusciva a decifrare la scrittura, e sembrava piangesse, come se qualcuno fosse morto; ma questa visione fugace gli ricordava alcune scene di un film visto tempo prima.
Un ultimo episodio va comunque menzionato, a cui non avevamo fatto cenno, quando abbiamo iniziato a raccontare la vicenda di Claudio Petrone, partendo dal momento in cui l’automobile del primo cittadino della capitale, l’alfa romeo 166 di colore blu scuro, dopo avere affrontato l’ultima rampa in salita, sbucò in cima al Campidoglio, preceduta dal motociclista della polizia urbana e seguita a ridosso dall’autovettura pure della polizia municipale.
Prima di svoltare nella via del Foro Romano provenendo dal Teatro Marcello, per affrontare la prima rampa della salita, che porta in cima al colle (non il “Colle”), sul marciapiede sostava un uomo che teneva in alto un cartello, bene in mostra, nell’atteggiamento proprio di chi aspetta il passaggio del potente, a cui lanciare il proprio messaggio, in questo caso enigmatico a dire il vero: “Cave hominem negantem”. E che vor dì? Io non so perché, ma dal latino a volte si salta direttamente al romanesco, senza passare, non dico fermarsi, all’italiano. E possiamo capire lo sforzo compiuto e confessato ai media dal De Vita, che stanco della sua magnifica solitudine, ripiega poi sulle sue più familiari inflessioni della sua provenienza. E se arbitrariamente attribuiamo agli uomini di scorta al sindaco un dialetto, forse da loro usato anch’esso come ripiego o vezzo, devo dire che l’architetto Petrone tradusse la frase con “Attento all’opposizione”. Tradusse cioè in perfetta lingua italiana non solo, ma nell’accezione del linguaggio politico più congruente al monito; ed ancora, tradusse non troppo alla lettera, usando un termine collettivo astratto e preferendo lasciare nel vago la conseguente investigazione, traducendo al singolare, sull’identità dell’individuo, che unico a lui poteva veramente opporsi e che poi in verità lo aveva già sconfitto alle elezioni municipali. E subito scacciò dalla mente questa coda di pensiero molesto, dimenticando, ma sarebbe meglio dire archiviando in memoria cartello e messaggio e comunque rimuovendone subito ogni altra interpretazione di senso.
Deve dirsi che l’alfa romeo blu scuro svoltò rapidamente in via del Foro Romano, per cui tutti i componenti del corteo che avevano lanciato l’occhiata sul cartello subito distolsero il pensiero dall’enigmatica frase, non appena essa scomparve al loro sguardo. E questo accadde anche per Petrone, con tutte le sfumature nel registro della sua coscienza, che abbiamo illustrato e di cui lui aveva coscienza.

Silvio Minieri ha detto...

Ma il discorso sulla coscienza è un tantino più complicato e allora bisogna affrontarlo, anche se in maniera rapida, così come ci proponiamo per tutte le digressioni che andiamo compiendo, i mille rivoli del discorso, in cui rischiamo di finire per perderci. Freud e la sua psicopatologia della vita quotidiana? Sì il discorso sui lapsus, nel nostro caso per estensione un lapsus di lettura, rivelatore di un conflitto tra ciò che è scritto e quello che si vuole leggere nello scritto, alterando involontariamente nella lettura una o più lettere. Fu questa la stessa riflessione che Petrone fece in seguito, quando fu edotto della corretta dicitura della frase in latino sul cartello: “Cave hominem necantem”. Come avrebbe tradotto Petrone se avesse letto in maniera giusta l’ammonimento? Io penso che avrebbe tradotto in questo modo: “Attenzione che vogliono farti fuori”. E chi, per Petrone, voleva far fuori Petrone. Sempre lui: l’altro che in verità, nell’accezione meno letterale dell’espressione “fare fuori”, lo aveva in verità già fatto fuori, nell’elezione alla carica pubblica più alta della capitale. Ecco perché se anche Petrone avesse letto in maniera corretta, non avrebbe modificato sostanzialmente l’interpretazione del testo del messaggio, pur formalmente traducendolo in maniera diversa nella lingua italiana.
E va da sé che gli episodi, di cui abbiamo raccontato, veri e propri avvertimenti, compresi il sogno e l’abbaiare dei cani, come poi vedremo, si devono quindi considerare non segni di funesti presagi, ma soprattutto quelli del capocomico e dell’uomo del cartello come informazioni precise, provenienti da fonti in possesso di notizie in sommo grado attendibili. E così considerò gli episodi enunciati la relativa inchiesta giudiziaria, anche se come abbiamo visto tutti questi segnali furono ignorati da Petrone, che nello stato d’animo rapito in cui viveva, lasciava come motivo di preoccupazione ai margini della sua coscienza soltanto la figura assente del Sindaco titolare, come abbiamo annotato a proposito del messaggio relativo all’hominem necantem.
Ma chi era l’hominem necantem? Oillòco! Ci siamo! Achtung, bitte! Roma è una città cosmopolita, che ospita non soltanto i dialetti d’Italia, ma anche le lingue straniere. E straniero sembrava all’apparenza il soggetto, che ormai si dirigeva senz’alcuna esitazione verso il ristorante “Er Sor Nicola”, uno strano tipo, a dire il vero, non uno straniero, che parlava un italiano dall’accento indefinibile sia per Nicola Giandomenico che per il suo collaboratore Manzetta.
L’uomo si chiamava Hunter, anche se ovviamente non si presentò e non dichiarò la sua provenienza dal Canton Ticino; per completezza deve dirsi che nelle sue vene scorreva per metà sangue calabrese, per parte di madre e metà alemanno, per parte di padre. Aggiungerò che subito dopo aver chiesto educatamente se la cucina fosse ancora aperta e se era ancora possibile mangiare, senza attendere risposta, si sedette ad un tavolino, chiudendosi in un improvviso mutismo.
Il sor Nicola che lo aveva visto arrivare e che con la coda dell’occhio aveva visto affacciarsi sulla soglia dietro di sé il suo polemico collaboratore, quando gli era andato incontro, aveva deciso a dispetto del Manzetta di servirlo, anche se un attimo dopo, vedendo quello stranito cliente sedersi, senza il suo assenso su un pasto caldo, si limitò a dire: “Posso servirle soltanto qualcosa di freddo: formaggio o salumi, un’insalata.” L’altro non rispose, allora Giandomenico si voltò e si mosse in direzione dell’interno del locale, tenendosi subito pronto a ribattere a qualche beccata del suo garzone; questi però era fermo sulla soglia, l’espressione perplessa e non diede segno di curarsi affatto del suo principale, quando questi gli passò davanti, rientrando.

Silvio Minieri ha detto...

Poco dopo il sor Nicola servì un piatto di prosciutto, formaggi e insalata all’attardato cliente e gli domandò se preferiva del vino bianco o rosso, Hunter rispose con un cenno della testa, che doveva significare un sì, ma non si capiva bene quale preferenza volesse esprimere questo cenno di assenso. Giandomenico optò per il rosso, secondo una sua convenienza, avendo capito che all’altro, per motivi suoi, non importava molto stare a scegliere che cosa mangiare o bere. Quando ritornando all’interno, incrociò lo sguardo del suo garzone, si accorse che il giovane aveva assunto un’aria distratta e pensierosa, riguardo all’ultimo arrivo.
Hunter mangiava lentamente, lo sguardo perso davanti a sé, Giandomenico lo osservava dalla soglia, Manzetta a fianco a lui taceva. Oltre all’ultimo cliente solitario, ai tavolini del dehors era rimasta seduta soltanto una coppia di turisti americani, lui massiccio e il cappello alla texana, che aveva deposto sulla sedia, lei di forme abbondante, diciamo leggermente obesa. Erano seduti al tavolino accanto a quello di Hunter, ma in verità non facevano molto caso alla persona di costui, dopo avergli dato soltanto una semplice occhiata, al suo arrivo.
Fu allora che accadde un episodio abbastanza inconsueto, di quelli che fanno la felicità del cronista nel raccontare un episodio curioso e strampalato, irresistibilmente comico. Sono notizie che ogni tanto si leggono in cronaca, ma nel nostro caso dall’episodio scaturì un ulteriore passaggio, che rivela il ghigno derisore di un buffone senza volto, raffigurante una niente affatto improbabile maschera della giustizia. E dunque?
La signora americana, che per tutto il pranzo non aveva fatto altro che corteggiare il suo uomo, come si poteva desumere dalle sue mosse, le sue premure, le sue risa incoraggianti nei confronti di lui, all’improvviso fu colta da una indifferibile necessità di starnutire; allora, per non disturbare il suo prezioso commensale, la donna si voltò e di colpo, prima di avere il tempo di proteggere con una mano la bocca, emise un sonoro e violentissimo starnuto.
Giandomenico e Manzetta, poco distanti, subito si volsero nella sua direzione, notando i segni di agitazione, che nella circostanza sembrava aver colpito sia lei che il suo commensale ed ebbero modo di osservare che la donna si era alzata ed ora esitava in piedi accanto al tavolino di Hunter, una mano sulla bocca. La donna però, con quel gesto, non voleva nascondere un suo smarrimento, che pure ora la possedeva, ma più di ogni altra cosa dissimulare una sua manchevolezza, si può proprio dire così. Fu a quel punto che Hunter compì un gesto, che considerato il suo comportamento complessivo, assunse un aspetto ridicolo e sospetto a un tempo, in sostanza un gesto impensabile e grottesco. Ma bisogna spiegare.
Girandosi da una parte, per evitare di starnutire di fronte al suo uomo, diremo in faccia a lui, la donna si era voltata in direzione del tavolino del suo vicino e quando emise il violento starnuto, avvenne l’incidente. Evidentemente non trattenuta da ulteriori agganci o impedimenti o travolgendoli nell’occorso, la dentiera volò via dalla sua bocca aperta e dopo un breve volo a parabola, andò ad infilarsi dritta nel bicchiere colmo di vino di Hunter. Tutto intorno la tovaglia si macchiò di liquido rosso, ma l’avventore non si scompose, allungò una mano, tolse la dentiera della vicina dal bicchiere e la depose di fianco, poi bevve il vino rimasto e depose di nuovo il bicchiere, rimanendo immobile a fissare il vuoto.

Silvio Minieri ha detto...

La signora americana esitava e l’esitare della donna rivelò d’intuito al Giandomenico che nel comportamento di quell’avventore insolito “qualcosa non andava”; allora, il sor Nicola, mostrando tutta la sua presenza di spirito, corse verso il tavolino e col tovagliolo pronto nella mano, raccolse la dentiera e la porse assieme alla salvietta alla donna, esortandola con ampio gesto d’invito a recarsi all’interno per risistemarsi e quindi subito dopo scortandola verso l’interno del locale. Il Manzetta, intanto, si avvicinò al tavolino di Hunter, per cambiare la tovaglia, ma di fronte all’espressione fissa e perduta del cliente, rimase anch’egli esitante, per poi ritirarsi, sotto lo sguardo perplesso dell’altro avventore americano, notando anche quest’ultimo nel comportamento del vicino delle anomalie.
Dieci minuti dopo, non di più, Hunter era ancora seduto al tavolino con quella sua indefinita espressione, gli americani erano andati via da poco, Manzetta riordinava i tavolini per la chiusura pomeridiana, al ristorante si presentarono due guardie municipali. Gli agenti si avvicinarono e si misero alle spalle dell’avventore, che sembrava non essersi accorto della loro presenza, mentre il sor Nicola e il suo garzone osservavano immobili sulla soglia. Hunter si alzò in piedi, si voltò verso le guardie municipali e disse: “Sono io, Hunter” Quindi tutti e tre si recarono all’interno del locale, seguiti da Giandomenico e Manzetta.
Alcuni minuti dopo si udì la sirena di una autovettura della polizia municipale, che arrivava a grande velocità. L’automobile si fermò con un violento stridio di gomme davanti al ristorante, un ufficiale, un uomo calvo e con gli occhiali, scese di corsa e seguito da un altro agente si diresse di corsa all’interno. Era Di Giulio, il comandante della polizia municipale di Roma, il personaggio che poi diresse tutta l’operazione dell’arresto di Hunter, nonché lo stesso che diede successivamente l’intervista alla televisione, abbastanza singolare a giudizio dei suoi sottoposti, in cui spiegò i dettagli dell’operazione. Dichiarò che subito dopo i colpi sparati in piazza del Campidoglio, erano scattate le ricerche e che l’attentatore in fuga non era mai stato mollato dai suoi inseguitori, benché contro di loro avesse esploso colpi di arma da fuoco ed uno di loro era stato anche ferito. Localizzato quindi in un ristorante del centro, a poca distanza in linea d’aria dal luogo dell’attentato il ricercato era stato bloccato e quindi arrestato. Si chiamava Hunter, cittadino svizzero di nazionalità italiana, che aveva sparato per odio contro la persona del Sindaco della capitale d’Italia. Così si espresse il Di Giulio nella sua conferenza stampa, assumendosi la paternità dell’operazione di ricerca ed arresto, da lui diretta con continuità sin dai primi momenti dell’attentato.
Qui vogliamo fare alcune breve osservazioni, secondo lo stile proprio di tutta la nostra presente narrazione, per chiarire dal nostro punto di vista personale i fatti, i quali però agli occhi di tanti potrebbero risultare ancora più nebulosi che chiariti da queste mie glosse interpretative e commenti forse un po’ superflui, sparsi qua e là lungo il racconto.

Silvio Minieri ha detto...

Sta di fatto che il comandante della polizia municipale, a mio parere, si era visto costretto a riassumere nella sua persona e nel suo operato la conduzione delle indagini, travolgendo nella necessaria sintesi finale particolari tra loro contrastanti, superati con una dialettica diremmo hegeliana, anche se il Di Giulio era più un giurista che un filosofo, da bravo uomo d’azione. E infatti come avrebbe potuto diversamente giustificare lo stato di flagranza o quasi flagranza, per procedere all’arresto di Hunter, se non ventilando l’ipotesi di una continuità nell’azione d’indagine e inseguimento, che in verità aveva subito una frattura sin dall’inizio? Come abbiamo visto, subito dopo l’attentato, Hunter era fuggito in modo rocambolesco fin giù, ai piedi della scalinata del Campidoglio, svanendo nel nulla di piazza Venezia agli occhi dei suoi smarriti inseguitori, anche forse per colpa dell’ondata asiatica umana. Ed alcune ore dopo si era materializzato nel corso Vittorio Emanuele II, nel ristorante “Er Sor Nicola”, per destare con il suo anomalo comportamento il sospetto nel garzone del locale e nel suo principale, che al momento del grottesco incidente, si era risolto a telefonare a un suo amico della “municipale”, per metterlo a parte della presenza di quello strano individuo, stante il tam tam nell’ambiente dei gestori di esercizi pubblici del centro cittadino del grave attentato al Campidoglio consumato nella mattinata.
In conclusione, da un punto di vista del comandante della polizia municipale di Roma, la continuità dello stato di flagranza o quasi flagranza era dato dalla sua propria continua attenzione nel seguire le indagini e ricerche condotte dalle sue pattuglie sul territorio, con il puntuale riscontro del rintraccio e della identificazione del colpevole in fuga e quindi del suo arresto, a cui egli aveva proceduto personalmente. Qui, per inciso, bisogna aggiungere che con provvedimento giudiziario di ordine di cattura fu subito sanata qualsiasi contraddizione giuridica, soprattutto perché con l’arresto dell’attentatore, l’avvenimento, almeno nelle prime fasi delle immagini televisive trasmesse e delle dichiarazioni, rilasciate nell’immediato dall’ufficiale comandante di polizia municipale, aveva destato un certo scalpore, per l’asserito movente: odio contro la persona del Sindaco della capitale d’Italia e da parte di un cittadino svizzero per giunta. Il caso, come in episodi analoghi accaduti a Roma, poteva incominciare ad apparire un affare internazionale. L’inchiesta giudiziaria doveva chiarire in fretta tutta la dinamica dell’episodio e mettere in luce tutti i particolari sul movente del gesto criminale e soprattutto accertare se l’attentatore avesse agito con dei complici oppure da solo.
“Quando crolla un trono trascina tutta una corte nella sua rovina” dice Shakespeare, ma nel caso dell’architetto Petrone non sembrò verificarsi una tale catastrofe. Come ebbe a chiarire il colpevole, il movente era strettamente privato e di nessun complotto si poteva parlare, in quanto egli aveva agito da solo.
In verità la tesi della congiura era stata portata avanti nelle contestazioni al reo da parte del giudice inquisitore, non sull’onda delle affermazioni della stampa, che spingeva in quella direzione, ma dai fatti concreti che emergevano nel corso dell’inchiesta, interrogativi a cui bisognava dare risposta: chi aveva fornito informazioni così circostanziate a Bartolomeo De Vita, detto Bartolini, il capocomico di “Il Burattino” sulla congiura? Chi aveva stilato in latino il messaggio di avvertimento dell’attentato riportato sul cartello, mostrato in pubblico al Sindaco da un uomo pagato per una tale incombenza? Chi aveva fatto sognare a Claudio Petrone le lacrime di una donna che gli scriveva una lettera presagio di sventura? Quando quest’ultima domanda fu posta a Hunter, nel corso dell’interrogatorio tenuto durante la fase dell’inquisizione, l’imputato non fece una piega.

Silvio Minieri ha detto...

Ma qui sono necessarie alcune spiegazioni, prima di arrivare al momento delle contestazioni d’accusa, formulate sul modello degli interrogativi emersi subito nel corso dell’inchiesta. Noi abbiamo parlato di “giudice inquisitore”, ma questa figura giudiziaria non era a composizione monocratica, bensì costituita da un organo collettivo, di cui facevano parte tre magistrati: l’avvocato d’accusa, il difensore inquirente e l’istruttore decidente.
Orbene, quest’organo inquisitorio, nel corso dell’inchiesta sull’attentato, aveva acquisito la lettera consegnata da Bartolini a Petrone, ma che l’architetto non aveva sciaguratamente letto. Qual era dunque il testo della lettera?
“Attento Claudio Petrone. Un cittadino svizzero di nazionalità italiana, Hunter, ti odia e ha preparato per domani mattina alle nove un attentato contro la tua vita. Quando giungerai con l’automobile di servizio in cima alla piazza del Campidoglio e scenderai dall’autovettura, ti verrà incontro vestito con pantaloni neri e una camicia bianca aperta sul collo e ti sparerà contro tre colpi di pistola. Non andare in Campidoglio, domani mattina, Claudio.”
Quando lessero il testo della lettera a Petrone i tre giudici e gli chiesero un commento, l’architetto assunse un’aria svagata. “Lei conosceva Hunter?” domandò espressamente l’istruttore decidente, una donna sui quarant’anni, una figura minuta, bruna, nervosa, ma decisa. “No, non lo conoscevo” rispose l’architetto. D’altronde la lettura del testo dava per scontata questa risposta, ma l’istruttore decidente non demorse: “Non ne aveva mai sentito parlare?” L’ interrogato non rispose, guardò la donna e poi si volse all’altro giudice accanto, il difensore (dell’accusato) inquirente, un uomo sui cinquanta, biondiccio e stempiato, gli occhi azzurri dietro i vetri degli occhiali, che lo guardava attento. “Forse un presagio” disse Petrone. “E quale?” domandò quest’ultimo, un’aria furba o forse tale solo in apparenza, che un po’ si celava pure dietro la serenità dell’espressione. “Io ho fatto un sogno la notte prima” disse Petrone e raccontò del sogno fatto, riferendo di quella figura femminile in lacrime che scriveva una lettera, di cui lui però non riusciva a decifrare il testo e concluse sul triste presagio di morte che accompagnava il sogno, non dimenticandosi di accennare alla somiglianza col film in una certa ambientazione di scena. I tre giudici lo guardavano indecisi. Che cosa Petrone non diceva?
Alla fine il terzo componente dell’organo collegiale d’inquisizione, un uomo alto, di età indefinibile, i capelli sicuramente tinti, l’atteggiamento tipico e rappresentativo di una giustizia che ci raffiguriamo adorna dei suoi simboli, quali toga, parrucca bianca, codici, pose il suo quesito: “Chi ha, dunque, scritto la lettera?” Petrone si limitò ad alzare le spalle: “Una donna” rispose. Ah!
I due giudici uomini sembrarono di colpo più interessati all’argomento, mentre l’istruttore decidente riuscì a simulare un breve moto di irritazione, nel notare quell’aria di sorpresa nei due colleghi maschi, e si tirò un po’ indietro.
“È una mia amica, che ho sognato e quindi non vedo…”, restò un attimo indeciso l’architetto con l’aria di chi insegue i propri pensieri, quindi concluse, abbozzando un sorriso, una leggera piega del labbro: “È solo un mio sogno.”

Silvio Minieri ha detto...

“Marlene Ferrari Rüegg!” disse a sorpresa il giudice istruttore decidente. Tutti e tre gli uomini si destarono, nel senso che i due colleghi si voltarono verso di lei e anche Petrone, che veniva interrogato disteso nel suo letto di convalescenza sollevò il busto. Et voilà! Il nome di donna, che il senso di riservatezza e pudore dell’architetto Claudio Petrone gli impediva di pronunziare, era stato pronunciato. Chi aveva fatto il nome della donna fatale alla pubblica giustizia?
“Non andare in Campidoglio domani, sindaco!” Il monito raggiunse la coscienza del convalescente, sollevatosi a metà sul letto, assieme all’immagine del viso impiastricciato di cerone di Bartolini che si risollevava dal suo volto, dopo avergli impresso il bacio sulla guancia e sussurratogli quella frase che allora non aveva capito.
Ma come è possibile che ora gli si formulasse in maniera così chiara, con le precise parole, la severa ammonizione sfuggita al suo udito per il clamore dell’applauso circostante?
Io, come tentativo di spiegazione di questo arcano psichico, posso portare soltanto una mia particolare testimonianza, che a suo tempo apparve inverosimile anche a me. Ebbene che cosa mi è accaduto mai di così incredibile come fenomeno della coscienza e dell’immaginazione da dovere qui riferirne il contenuto, come contributo a favore della riferita circostanza che l’architetto Petrone d’improvviso ricordò, nella sua formulazione esatta, una frase che non aveva mai raggiunto distintamente il suo senso dell’udito?
Niente di particolare, in verità, ma il fatto è questo. Tempo fa, dovevo fare un viaggio a Parigi, io risiedo a Roma, e mancavo nella capitale francese, dove avevo fatto soltanto delle gite, da circa vent’anni. Alcuni giorni prima di partire cominciai a sognare la città, nel senso che feci letteralmente un sogno, realizzando in anticipo il desiderio che nutrivo ormai in quegli ultimi tempi molto intenso. Sognai che entravo in città attraverso una particolare porta monumentale di colore ocra, fra gente di altre etnie. Dimenticai il sogno e andai a Parigi, dove rividi dal vivo meravigliose immagini, non so perché obliate nella mia memoria; poi sono tornato altre volte nella ville lumière e un giorno, passeggiando per i grandi boulevard, l’ho vista. Era là, l’ho riconosciuta subito: la Porte Saint-Martin!
Si può obiettare che il paragone non regge e che io ho riferito un piccolo episodio autobiografico, abbastanza anodino, forse soltanto per una forma di vanità, se poi tale può apparire raccontare di essere stati a Parigi e di avere passeggiato per grandi boulevard e avere ammirato la monumentale Porte Saint-Martin. L’obiezione può apparire effettivamente fondata, perché io, ma sarebbe meglio dire il tempo, essendo l’Io fatto di tempo, avevo cancellato un’immagine, che però un tempo, un diverso tempo del mio Io, aveva pur raggiunto il senso della vista, al contrario della frase sussurrata da Bartolini a Petrone, di cui abbiamo detto che non raggiunse il senso dell’udito del protagonista vittima nella storia che vado narrando.

Silvio Minieri ha detto...

Ma, riflettiamo. Se io uso un certo tono emotivo nei confronti di un altro, nel pronunciare una frase che indubbiamente lo riguarda, quale può essere quella che gli viene sussurrata sottovoce, l’altro prima delle parole coglie il tono, che può essere dolce, agrodolce, severo, grave, agitato, minaccioso etc. Ecco il tono può essere anche allarmante, inquietante; e che cosa si annuncia sottovoce con tonalità inquietante? Qualcosa di non quieto, che è in movimento, non pacifico, che non promette nulla di buono.
“Non andare in Campidoglio domani, sindaco!” E perché? L’interrogativo Petrone non se lo pose, nel momento in cui riaffiorò alla coscienza quella frase, forse da lui così formulata e non da Bartolini, anche se il senso sostanziale era quello; non pensò che aveva sottovalutato una minaccia, perché è dovere inevitabile del politico che occupa una carica elevata esporsi al rischio, anche perché ad esso non ci si può sottrarre. A che cosa: al rischio o al destino? Al rischio, che è il destino del politico, infatti costoro sono soliti prendere, come suol dirsi, le loro precauzioni.
Comunque Petrone non pensò al suo ruolo pubblico e quale immagine di lui uscisse dallo scampato pericolo, rifletteva sulla maschera del clown, sulla luce ambigua di quel volto di buffone. Perché Marlene aveva affidato a lui la lettera, anche se in maniera anonima? Ecco ora veniva fuori il suo nome in una pubblica inchiesta. Addio al sogno.
A questo pensava l’architetto e pensieri analoghi frullavano nella mente dei giudici inquisitori, che bene conoscevano gli aspetti meno esaltanti delle vicende dei pubblici personaggi, la loro ordinarietà, anzi più che altri quelli, su cui poi investigavano, buon ultimi, dopo i media, chissà perché sempre meglio informati.
Intanto il giudice donna attendeva la risposta o forse no; la risposta era nell’espressione assunta da Petrone. L’architetto si limitò a pronunziare a sua volta un nome: “Bartolini!” E non si diede la pena di controllare sul volto della sua interlocutrice la conferma di avere intuito il nome di chi aveva dato l’informazione. Capiva che la sua vicenda privata era una vicenda pubblica e quest’aspetto, che prima della sparatoria, in un certo senso lo esaltava ora sembrava invece deprimerlo. Una certa disforia seguiva all’euforia, come accade: Marlene Ferrari Rüegg e quell’Hunter là, che non sapeva neppure sparare!
Quest’ultimo pensiero lo rincuorò, aveva individuato una via da seguire, verosimilmente di successo; Petrone non demordeva e come poteva un cuor di leone come il suo? Sorrise infine e disinvolto si concentrò sulla inquisitrice pronto a rispondere senza più nessuna remora o reticenza ad ogni altra ulteriore domanda su di sé e il suo “privato”.
“E quale film le ricordava il sogno?” domandò lei.
Petrone restò per un attimo interdetto, poi disse sorridente: “Mazzini”.

Silvio Minieri ha detto...

Era un film sulla vita romanzata da esule di Giuseppe Mazzini, che egli aveva visto ultimamente assieme a Marlene, accogliendone con piacere l’invito ad accompagnarla a una delle prime visioni. Al patriota italiano, il regista sudamericano Carlo Orlando da Sylva aveva attribuito un amore sfortunato, impersonato da un’attrice che somigliava come tipo a Marlene, capelli biondi e occhi azzurri, e che nella scena vagamente riportata nel sogno scriveva una lettera con la classica carta, penna e calamaio, ovviamente una lettera d’amore. Ma non era stata quella la scena che più aveva impressionato Petrone, bensì quella in cui si vedeva il personaggio del principe di Metternich pronunciare le celebri frasi sul cospiratore in fuga, ricercato da tutte le polizie d’Europa: “Nella mia lunga carriera politica, ho conosciuto re, regine, principi, duchi, ministri, ambasciatori e tanti altri eccellenti personaggi di tutti i Paesi del mondo, eppure nessuno mi diede tanti fastidi mai come il piccolo brigante italiano, magro, pallido, cencioso, ma eloquente, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, che ha nome Giuseppe Mazzini.” Nel buio della sala Petrone avvertì una forte sensazione al petto: era la sua anima (tymos) guerriera che si destava, mossa da quelle parole ardenti. Si riconobbe nella figura del cospiratore e perseguitato politico, l’eroe romantico del nostro Risorgimento e si sentì votato alla gloria, rapito in alto, dove quella presenza femminile al suo fianco perdeva la sua sostanza corporea, per essere trasfigurata in un ideale di bellezza assoluto, un “principio superiore”. Pensò proprio quelle due ultime parole, nel loro significato più strettamente etico, come mutuato dalla sceneggiatura della pellicola di Jiri Krejcik, di sede di un dovere più alto nell’uomo.
Petrone era ritornato a terra, cioè nel suo letto d’ospedale e vide i due occhi neri della donna bruna, che l’osservava sorpresa, di fronte a quell’improvvisa luce che si era sprigionata dal volto del convalescente, e in un certo senso trepida, come se attendesse la realizzazione di un evento più che una risposta a una domanda che gli doveva aver rivolto, ma che lui non aveva neppure percepito.
“In quale sala, dunque?” domandò infine.
Questi giudici erano uomini più attratti dal quotidiano di quanto uno non potesse immaginare, arrivavano sempre al “dunque”, al di là di ogni speculazione teorica, erano molto pragmatici. Non che dell’agere, il politico non fosse all’altezza, anzi, anzi… e forse per questo stupiva quegli uomini della legge, compresa la donna. Interpretò rapidamente il “dunque” il politico in via di guarigione: “Dove era stato visto assieme a Marlene Ferrari?” Questa domanda ne implicava un’altra: “Chi era a conoscenza del suo legame sentimentale?”
“Il Burattino” disse Petrone.

Silvio Minieri ha detto...

La risposta non era a tono, in quanto il locale ospitava soltanto il varietà teatrale, dove egli si era recato qualche settimana prima in privato assieme all’amica e plausibilmente era stato notato; ma la precisazione del teste soddisfece la curiosità del giudice, che evidentemente nelle risposte alle sue domande cercava la conferma alle sue ipotesi. Ipotesi? Petrone si domandò se Marlene Ferrari non fosse stata già interrogata dai giudici, anche se la sorpresa degli altri due componenti del collegio d’inquisizione lo induceva a pensare il contrario. “È stata già ascoltata?” stava per domandare, ma si trattenne; da buon politico sapeva che non è opportuno fare domande ai giudici, perché le domande i giudici, si sa, le fanno loro e non gli sembrava conveniente urtarne inutilmente la suscettibilità. Ad ogni buon conto, quella donna sapeva e se non sapeva comunque intuiva, d’altronde faceva il suo mestiere.
Non insistettero troppo infine gli inquisitori sull’uomo del cartello, avvicinato verosimilmente per interposta persona e istruito dietro adeguato compenso dalla stessa persona, che aveva recapitato il plico e la congrua mancia al pirandelliano comico di “Il Burattino”. Precisarono a Petrone il particolare che l’hominem era necantem e non negantem, e aggiunse, il giudice biondiccio, con un sorriso rassicurante e ironico a un tempo, che Hunter aveva subito ammesso le sue responsabilità e non negava quindi la sua colpevolezza. Ora che le motivazioni del gesto delittuoso sembravano acclarate, anche se non definitivamente, con la storia venuta fuori dell’ombra di Giuseppe Mazzini, l’audizione del teste ebbe termine e la seduta inquisitoria fu sciolta.
Si deve aggiungere, per quanto riguarda Petrone, che qualche giorno dopo il suo interrogatorio, egli venne a conoscenza, da notizie ampiamente riportate in cronaca dai giornali, delle dichiarazioni testimoniali rilasciate da Marlene Ferrari Rüegg. La donna riferiva di essere una buona conoscente e amica del sindaco Petrone, con cui era entrata in rapporto in ragione di alcune autorizzazioni comunali da lei richieste; riferiva ancora che nel passato aveva stretto un rapporto di amicizia con Hunter, conosciuto in Svizzera, dove quest’ultimo insegnava presso l’Università di Basilea, ma di non averlo più visto da quando si era trasferita da circa sei mesi in Italia, a Roma, dove esercitava la sua professione di fashion styilist ed aveva aperto uno studio di moda. Dichiarava di avere saputo da parte di un inviato della madre di Hunter, che gli aveva recapitato una lettera, del progetto dell’attentato alla vita del Sindaco; per questo lei aveva cercato di fare avvertire la sera prima l’architetto Petrone, quando questi si era recato a vedere, in veste ufficiale di autorità capitolina, lo spettacolo di varietà a “Il Burattino”. Verosimilmente l’uomo del cartello doveva essere stato avvicinato da qualcuno del teatro, che aveva suggerito quella formula in latino, dietro cui si avvertiva lo zampino di Bartolini.
In verità questi retroscena del suo attentato, dell’attentato alla sua vita, Claudio Petrone li accolse senza entusiasmo, senza molto interesse. I colpi di pistola sparati contro di lui avevano come d’incanto distrutto una sua grande illusione, non quella di essere immortale, ma quella di essere stato il fortunato prescelto e baciato dalla dea dell’amore. Nell’occasione, Marlene Ferrari Rüegg gli aveva inviato un formale biglietto d’auguri di pronta guarigione, aggiungendo che era pronta a proseguire la sua collaborazione con il Comune, non appena lui sarebbe rientrato ad esercitare le sue funzioni. Quali? si chiese Petrone, il sindaco non era lui. Che delusione!

Silvio Minieri ha detto...

Anche se non lo diede a vedere in pubblico, l’uomo s’incupì e pensò al destino del re Ferdinando II, leggermente ferito dal colpo di baionetta infertogli da Agesilao Milano, fervente mazziniano. Il sovrano, dopo l’attentato, invecchiò prima del tempo, si ammalò e morì neppure cinquantenne. Petrone si rivide nel film su Mazzini di Orlando da Sylva non più come l’esule ardente di libertà, ma come il suo avversario, il Metternich, a cui il brigantello italiano procurava solo fastidi. Considerò infine e lo dichiarò in pubblico che il suo attentatore non sapeva neppure sparare. Nel processo non si costituì parte civile e dichiarò di non essere interessato al destino processuale dell’imputato; sostanzialmente uscì di scena.
Ma neppure Hunter tenne a lungo la ribalta. Torniamo, per un momento a quella domanda, rivoltagli: “Chi aveva fatto sognare a Claudio Petrone le lacrime di una donna che gli scriveva una lettera presagio di sventura?” Questo interrogativo fu posto dall’istruttore decidente, dopo che all’imputato erano stati posti dal collegio inquisitorio le prime due domande: “Chi aveva fornito le informazioni sull’attentato a Bartolini? Chi aveva stilato in latino il messaggio di avvertimento?”
Alle prime due domande, Hunter scrollò la testa e si limitò a dire che negli ultimi giorni, quando era tornato a Roma, probabilmente era stato spiato dalla madre, venuta a trovarlo dalla Toscana, dove risiedeva assieme alla nipote, cioè sua figlia. In effetti, in sede d’interrogatorio, la madre aveva dichiarato che accortasi della brutta piega che aveva preso l’incapricciamento del figlio nei confronti della sua amica elvetica, una volta che lui era tornato a Roma, lei si era premurata di fare avvertire quella sua mancata nuora del pericolo che correva il vicesindaco, su cui si era appuntato l’odio del figlio.
Nel ricostruire poi la sua vicenda, l’accusato disse di avere conosciuto Marlene Rüegg due anni prima in Svizzera e di averla frequentata fino a quando la donna non si era trasferita in Italia, mantenendo con lei soltanto sporadici contatti telefonici, definitivamente interrotti negli ultimi tempi; concluse affermando di essere rientrato a Roma da una settimana soltanto. Alla contestazione dei particolari esatti dell’attentato contenuti nella lettera di avvertimento recapitata a Petrone, sembrò riflettere e poi commentò dicendo che non si trattava di attentato politico, ma di un affare privato tra lui e la vittima, che è vero lui non conosceva, anche se sapeva del legame con Marlene Rüegg.
“E come?” chiese il giudice avvocato d’accusa.
“Era su tutti i cartelli pubblicitari municipali.”
“Ah!”
In quei giorni, l’immagine di Marlene Ferrari Rüegg, fashion styilist, ma anche mannequin di inconfutabile fascino, campeggiava sui manifesti affissi negli appositi spazi del comune, un po’ dappertutto nella capitale, pubblicizzando la sua casa di moda. La donna aveva ottenuto la pubblica concessione regolarmente e battendo tutta la concorrenza, perché era riuscita a risalire, e d’un sol colpo, sembra ovvio, tutta la scala gerarchica amministrativa del comune di Roma, giungendo fino al vicesindaco. Per tutti, la vittoria della Rüegg sulla concorrenza era la dimostrazione eloquente che la bellezza non svanirà, per Hunter era la prova senza necessità di ulteriori riscontri del tradimento, per i giudici che ne avevano contezza il movente del gesto delittuoso.

Silvio Minieri ha detto...

“Chi ha causato a Petrone il sogno della donna in lacrime che scrive una lettera di presagio funesto?” domandò l’istruttore decidente. La domanda posta a sorpresa a Hunter sembrava fuori luogo; l’imputato però non si scompose e cominciò a rispondere a un tale estemporaneo quesito, che solo all’intuito femminile di chi l’aveva posto sembrava adatto a raccogliere tutti gli altri irrisolti interrogativi di quella vicenda. E infatti Hunter ne diede una soddisfacente ed esauriente spiegazione, tale da poter in un certo senso attenuare la sua responsabilità, nel mostrare la sua disponibilità a collaborare all’inchiesta.
Raccontò che in un una delle ultime conversazioni telefoniche, la donna gli aveva parlato di un film visto di recente sulla vita di Giuseppe Mazzini, descrivendo l’esule vestito con un paio di pantaloni neri ed una camicia bianca aperta sul collo. Verosimilmente la Rüegg aveva visto il film assieme a qualche suo nuovo amico e non riuscendogli a confessare un tale nuovo legame, aveva fatto scivolare il discorso sul film. Sta di fatto che lui si era andato a vedere il film e nell’ultima telefonata all’amica aveva commentato che l’abbigliamento del protagonista corrispondeva alla divisa degli eroi, esiliati e vendicatori. “Bastano tre colpi per abbattere un tiranno”, aveva egli detto testualmente, in conclusione. Petrone non aveva fatto altro che raccontarsi in immagini nel sogno i timori della donna, per lui oscuri, perché non era riuscito a conoscere il contenuto di quella strana lettera consegnatagli dal capo dei buffoni in un teatrino di varietà. E i timori del sogno lo avevano svegliato nel cuore della notte, in cui era stato colto da un insistente abbaiare di cani, come è d’uso nelle grandi tragedie.
“Per esempio la congiura contro Giulio Cesare” commentò il difensore inquirente.
I fatti erano chiari, ma bisognava definitivamente sgomberare dal campo del triangolo Claudio Petrone, Marlene Rüegg e Hunter quelle figure ingombranti tipo Giuseppe Mazzini e Giulio Cesare ultimo evocato. A questo pensò Hunter stesso, ridimensionando tutta la vicenda, che aveva suscitato tanto clamore per il ruolo pubblico impersonato dalla vittima, riducendo l’affare a un comunissimo delitto di gelosia, un tentato omicidio, che non aveva niente a che fare con un attentato politico, anche se per la sua scena, il Campidoglio e la capitale d’Italia, sembrava rivelarsi addirittura d’interesse nazionale. Spiegò che l’uomo è granello di polvere nel cosmo, anche se egli si considera forse il fine di tutta l’esistenza dell’Universo: “Noi uomini vorremmo essere… qualcosa di assolutamente incomparabile e meraviglioso. La nostra unicità nel mondo!... Forse la formica del bosco è altrettanto fermamente convinta di essere scopo e meta dell’esistenza del bosco…”
“Crediamo noi tutti e probabilmente anch’io di trovarci sempre al centro di ogni attenzione – concluse Hunter, dopo aver citato il frammento di Nietzsche – ma il nostro centro si riduce sempre ad essere un centro d’attenzione illusoria, il centro della formica.”
Infine, a conclusione del processo a suo carico, verosimilmente anche grazie alla desistenza di Petrone, Hunter fu condannato a una pena abbastanza lieve, rispetto al crimine commesso, e soltanto sei mesi dopo uscì dal carcere; ad attenderlo fuori, trovò la sua unica figlia diciottenne, che era venuto a prenderlo, per portarlo a casa e ricominciare insieme una nuova vita, ma già questa è un’altra storia.