lunedì 13 luglio 2026

Narrativa

 

         Le luci di Place de la Concorde



15 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LE LUCI DI PLACE DE LA CONCORDE

UNO
Ho preso la linea due del metrò in direzione di “Nation” e sono sceso alla stazione di Ménilmontant. Ho riconosciuto subito il quartiere di Parigi, dove circa due anni prima, allora per conto mio, ero approdato presagendo la vicenda di cappuccio blu. Quella volta era estate e davanti alla fermata del metrò avevo acquistato da un venditore di frutta alcuni freschi e gradevolissimi grappoli d’uva bianca, con mia grande soddisfazione e ristoro nell’opprimente calura della città.
Chi è cappuccio blu e come sono arrivato oggi sulle sue tracce a Parigi e poi fin qui alla stazione del metrò di Ménilmontant?
La storia, quella ufficiale, ha avuto inizio due anni fa a Roma, l’altra più sotterranea molto prima, tredici quattordici anche. Una mattina, era uno degli ultimi giorni d’inverno, vicino all’ippodromo delle Capannelle, in una stradina interna conducente ad un circolo ricreativo e culturale con piscina e campi da tennis era stato ritrovato il corpo senza vita di una donna di mezza età: era morta strangolata verosimilmente durante la notte, qualche ora prima dell’alba. La novità, per me cronista di nera, consisteva nella tecnica avveniristica delle investigazioni scientifiche, applicata per la prima volta al caso: il riscontro dell’iride. In breve, grazie ad un congegno miniaturizzato, con una procedura informatica digitale, si potevano ottenere le immagini rispecchiate nell’iride della vittima, al momento della morte: come dire la fotografia dell’assassino o quasi. Quando nella sede nazionale della polizia scientifica, assieme a tanti altri colleghi della stampa invitati per l’occasione, vidi comparire sul monitor l’immagine del volto del presunto assassino, ebbi un brivido, che comunque riuscii a celare ai presenti a me vicini. In verità con un lavoro di ricostruzione era stato realizzato l’identikit di un volto intero, ricavato però da un taglio parziale, un quarto di sbieco del viso, comprendente mezzo occhio e l’intero orecchio destro, che era stato fissato nell’iride della vittima e ripreso dal congegno digitale di riscontro; ne risultava un volto abbastanza surreale, anche se non per me, con un colorito estremamente pallido ed uno sguardo sbarrato nel vuoto, incorniciato in un lembo superiore e laterale da quello che doveva essere un cappuccio. Il giorno dopo, su tutti i giornali della capitale, comparve in prima pagina il volto del presunto strangolatore, con un cappuccio scuro alzato sul capo, come quello del saio dei frati, nero e lucido del tipo impermeabile.
Io scrissi sul mio giornale che il delitto poteva essere attribuito a “cappuccio blu” attirando l’attenzione del direttore, Valiani, il quale mi chiese il perché di quel colore “blu”.
“Ma perché i cappucci di quel tipo sono tutti neri o blu scuro” dissi. “Cappuccio blu fa più notizia” aggiunsi ed avevo ragione, perché poi in cronaca la storia di successivi simili delitti fu battezzata e sempre ripresa con questo nome.
“E’ per questo che ho fatto pubblicare la notizia, senza chiederti modifiche su quel particolare” rispose Valiani, che fra noi due aveva sempre ragione e che con me ostentava sempre la sua aria compassata di implicita superiorità, anche se siamo amici d’infanzia, abbiamo fatto le scuole insieme, io gli ho fatto da testimone al matrimonio ed ho frequentato lui e la moglie fino a circa tre anni fa, quando vi è stata la rottura fra i due. Devo aggiungere che Valiani è stato sempre più brillante negli studi e meglio e maggiormente integrato nel lavoro di me, che un po’ gli devo il mio posto di cronista; in definitiva, per me Valiani rappresenta l’uomo di successo.

Silvio Minieri ha detto...

Dopo tutta una serie di delitti simili al primo, una decina circa in due anni, tutti attribuiti a cappuccio blu per le modalità di esecuzione, ovvero lo strangolamento di donne di mezza età in ore notturne ed in luoghi appartati della capitale, anche se il riscontro digitale dell’iride aveva fornito la prova “fotografica” sempre parziale e sempre la stessa soltanto in tre casi, compreso il primo, Valiani decise di mandarmi a Parigi, perché una traccia lì conduceva sin dall’inizio, come io gli avevo subito suggerito e poi con il passare del tempo lui convenne, forse solo per accondiscendenza; infatti egli considerava questa mia trasferta più una vacanza, un capriccio che un vero e proprio impegno di lavoro.
“Ma perché l’assassino compare sempre in quella posizione nella fotografia realizzata con il riscontro digitale dell’iride?” mi chiese un giorno a sorpresa il mio amico direttore.
“Per lo sforzo” dissi e mimai il gesto: strinsi un collo di donna immaginario tra le mie mani e nel farlo, sollevai leggermente la testa in alto e la piegai a sinistra.
Valiani mi guardò sorpreso.
“Beh!” dissi.
Sorrise. “E come fai a dirlo? Non può essere mancino e sforzarsi con la mano e la spalla sinistra e quindi inclinare la testa a destra.”
Anche lui aveva mimato il gesto mentre lo descriveva, seppure soltanto abbozzandolo per poi subito ricomporsi.
“Hai alzato la spalla sinistra” osservai per criticare il suo aplomb.
Sorrisi ed aggiunsi: “Comunque le foto digitali rivelano che cappuccio blu è destrimano.”
Non replicò, ma continuò a riflettere, fissando un punto sulla scrivania ed assumendo un sorriso leggermente sornione, poi disse:
“Quindi l’assassino è cappuccio blu.”
Tacqui: mi toccava riflettere. Chissà che cosa stava congetturando Valiani!
“Le foto digitali” mormorò il direttore, manifestando ora con aperto sorriso tutto il suo scetticismo sull’intera vicenda.
In ogni caso quell’identikit, contrabbandato come foto digitale, che mostrava quasi il volto senz’anima di un manichino mi turbava e non certo per l’orrore che avrebbe dovuto ispirare dei delitti commessi: conoscevo molto bene l’espressione di quel volto; sì, era lui! Questo mio segreto, che mi stringeva il cuore, io non comunicai a Valiani, che certo non conosceva o non sospettava di poter riconoscere quel fanciullo adulto della fotografia. Eppure con dovere professionale gli mostrai la notizia di un delitto simile avvenuto in quei giorni a Parigi, senza però che fosse stata rilevata nessuna fotografia digitale dell’assassino. Poi nei mesi seguenti gli mostrai una notizia di un delitto avvenuto nell’Ile de France, dove accanto al cadavere della donna strangolata era stato rinvenuto un impermeabile blu scuro lucido con annesso cappuccio. Qualche giorno fa ho insistito con il direttore su una notizia apparentemente senza nesso con la vicenda: la denuncia di scomparsa a Parigi di un bimbo con un montgomery blu, che era appassionato di un gioco ultimamente abbastanza diffuso di biglie di vetro, che si svolge in tornei.

Silvio Minieri ha detto...

E così sono arrivato a Parigi, qui a Ménilmontant, ed ora sto fermo a contemplare la fermata del metrò, da cui sono emerso. Poi non ho potuto fare a meno d’imboccare sulla sinistra rue Oberkampf, svoltando alla terza traversa in avenue J.Aicard e giungendo fino all’immobile, dove allora l’avevo spiato. Parlava con un adolescente dai capelli lunghi stretti in una coda di cavallo, che presto l’ha introdotto al gioco, che si teneva lì in sala, delle biglie di vetro, di cui cappuccio blu era già un esperto. Ricordo di essermi recato nei giardinetti lì di fronte, ad aspettare che passasse il tempo; poi mi sono alzato ed ho fatto un giro di perlustrazione per le vie adiacenti. Mi sono fermato davanti ad una serranda abbassata, in dubbio se quello fosse il locale dove l’avevo visto entrare la prima volta. E poi ho avuto una visione inappropriata: nella notte io e lei, la madre, lo avevamo ritrovato rincantucciato in attesa forse proprio in quel luogo, dove io ero adesso fermo; quella volta, sentendoci arrivare, ci corse incontro sbucando dall’oscurità, in cui vidi brillare il suo inconfondibile sguardo, i suoi lucidi occhi marrone.
Aggirando la siepe, mi sono affacciato ai giardini dove avevo sostato due anni prima: bambini giocavano ed adulti erano seduti alle panchine, a differenza dell’altra volta, in cui il luogo appariva deserto, forse a causa della stagione estiva, quando le grandi città si vuotano. Infine ho abbandonato la strada e sono tornato in boulevard Ménilmontant. Mi sono incamminato per il viale e dopo un tratto ho riconosciuto il profilo architettonico del Lycée Voltaire, che si contraddistingue facilmente tra le facciate meno adorne degli altri edifici della zona. In poco tempo sono giunto sulla piazza, dove a sinistra, venendo dal boulevard, si nota il muro di cinta del Cimetière du Père Lachaise. Ho intuito che si trattava proprio di quel complesso monumentale, rilevando il nome dall’omonima stazione del metrò situata lì accanto sul marciapiede del viale. Al cimitero leggermente sollevato rispetto al suolo stradale si accede da quel punto, salendo da una scala in pietra, che ho intravisto attraverso una porta in ferro color ruggine, a quest’ora ancora aperta, situata alla base del muro di cinta, probabilmente un ingresso secondario.
E’ l’ora che precede il crepuscolo, ma la luce del giorno appare notevolmente diminuita a causa di nubi nerastre che hanno coperto il cielo. L’aria grigio cupa di quest’ora vespertina mi trasmette una sensazione di smarrimento, un vago senso d’angoscia non dovuto al sentimento del giorno che se ne va né tanto meno alla vista di tombe e croci visibili oltre il muro di cinta del cimitero. Oltrepassso la porta semichiusa e salgo su, quindi mi fermo a dare un’occhiata al grande cartello con l’elenco dei nomi dei personaggi lì seppelliti, posto all’inizio dell’incrocio dei viali. Alcuni turisti, tra cui degli italiani, studiano le coordinate per rintracciare le tombe di illustri defunti. Io sono più che altro colpito dall’annotazione a margine dell’elenco dei nomi che le ceneri di Vincenzo Bellini e di Gioacchino Rossini sono state da tempo traslate in Italia.

Silvio Minieri ha detto...

Il primo musicista mi richiama la città con il Vulcano di un mio improbabile sogno d’amore sognato qualche anno prima ed alla statua del grande operista allora di sfuggita intravista tra i giardini nel giorno assolato, mentre il secondo compositore mi ricorda l’iscrizione del suo nome tra i grandi della musica in rilievo sul frontone lucente d’oro dell’Opéra Garnier. Ma qui, all’inizio dei viali del Cimetière du Père Lachaise, le incerte ombre dovute all’incupirsi dell’ora del giorno accentuano quel latente stato d’ansia e di attesa che mi pervade ed ora capisco il motivo: ho un rendez-vous, a quest’ora ed in questo luogo preciso, le cinque e mezzo del pomeriggio e quindi non posso visitare a mio agio e con calma il cimitero, come ogni tranquillo turista.
Noto un uomo alto dai capelli grigi e riccioluti che fornisce indicazioni ai visitatori, indirizzandoli da una parte o dall’altra e forse anche fornendo informazioni sui tempi della visita e l’orario di chiusura. Non riesco comunque a concentrarmi su quello che dice, perché presto vedo apparire ed avanzare verso di me un uomo, anch’egli di alta statura e con i capelli ricci, ma dall’aspetto più riservato e distinto. Veste un elegante abito con giacca blu e pantaloni grigi, dimostra tra quaranta e cinquant’anni, un’età non esattamente definibile a causa di un viso prematuramente rugoso e tendente al rossiccio, i capelli brizzolati in cui prevale comunque un colore tra il biondo e l’arancione.
“Siete voi, vero?” mi dice, accostandosi.
“Sì” rispondo.
“Venga” dice, invitandomi a seguirlo nel viale di sinistra.
Noto che è passato dalla seconda persona plurale della forma di cortesia propria della lingua francese alla terza singolare della lingua italiana. Vado con lui e mi predispongo ad ascoltarlo.
“Vede, signore,” mi dice “io sono il padre del ragazzo che lei cerca.” Il tono della sua voce è diventato triste, l’incerta luce della giornata si confonde con le ombre che scendono dall’alto del cielo coperto di nubi scure.
Marc Périgord è inquieto, parla con la voce smorzata, quasi en chuchottant. Dice come il bambino appena nato avesse imprevedibilmente spalancato gli occhi di un lucido colore marrone, come a tre mesi lo avesse già sorpreso dritto appoggiato alle barre della culla, intento a fissarlo in maniera inquietante; mai un pianto o un sorriso, monsieur, sempre quell’incredibile espressione lucida dello sguardo marrone, in cui brillava una luce inesprimibile. A neppure quattro mesi, il bebè si era arrampicato in cima alla culla, scivolando fuori con agilità impressionante e raggiungendo rapidamente a gattoni l’uscio, prima di venire riagguantato. A sette mesi era riuscito a raggiungere e ad aprire la porta di casa da solo, scendendo in strada dal terzo piano; la madre lo aveva raggiunto appena in tempo, mentre si allontanava caracollando in precario equilibrio tra increduli passanti. Prima ancora di compiere undici mesi già parlava correttamente, sorprendendo non poco stupefatti ascoltatori grandi.

Silvio Minieri ha detto...

Io e sua mamma, monsieur, eravamo sempre in ansia per questo piccolo prodigio, che comunque se la cavava sempre. A cinque anni era così cresciuto da dimostrarne dieci undici ed una volta, un pomeriggio, prese l’autobus sotto casa, ritornando soltanto la sera, senza dire dove fosse andato. Queste sue fughe, in seguito, divennero sempre più ricorrenti, ma la madre fu in grado di scoprire dove andava riuscendo in un’occasione a seguirlo, senza farsene accorgere. Mister baby, cinque anni e mezzo, frequentava un circolo di giocatori di biglie di vetro, dove s’impegnava in lunghissime partite con quelli molto più grandi di lui d’età. A nove anni, monsieur, il nostro fantolino raggiunse l’altezza di un adulto medio, la figura slanciata e sottile, il viso glabro e fanciullesco e quello sguardo in cui brillava una strana luce… da rabbrividire, monsieur…
Eravamo giunti in fondo ad un vialetto interno tra tombe e cippi funerari ed in quella luce oscura del giorno abbiamo fatto dietro front ed abbiamo iniziato a tornare indietro, rifacendo il cammino all’inverso. Périgord tace per un po’, poi torna a parlare. A undici anni, cappuccio blu, che indossava sempre un soprabito blu con il cappuccio calzato, fuggì di casa e dopo due mesi di ricerche fu scovato in un atollo del Pacifico della Polinesia francese e rispedito indietro. Ma rifuggì subito dopo in Francia, come voi sapete, due anni fa e qui si sono perse le sue tracce.
Il mio accompagnatore s’interrompe, siamo giunti al punto di partenza, all’inizio del viale e ci spostiamo verso il cartellone all’ingresso, a poca distanza dalla scala di pietra che conduce in strada. Sostiamo ancora in silenzio, poi il padre di cappuccio blu assume il contegno di chi sta per congedarsi: “Lunedì sera, alle nove, è fissata una riunione al club dei poeti nel settimo arrondissement: mi auguro d’incontrarla lì, se potrò venire” dice e mi tende un bigliettino che ha estratto dall’interno della giacca; io lo prendo e svelto l’infilo in tasca, senza guardarlo.
“L’indirizzo è segnato lì sopra” dice Périgord, indicando la tasca, dove ho infilato il suo biglietto; poi mi saluta: “Allora a dopodomani, signore.” Quindi mi stringe la mano e se ne va scendendo le scale d’ingresso del cimitero.
Il custode o quello che tale appare, ancora lì presente, continua intanto a dare indicazioni a qualche visitatore. Penso non abbia notato l’ultimo breve e discreto colloquio tra me e Périgord, svoltosi sotto i sui occhi oppure se l’ha notato, non deve avervi dato molta importanza. Lascio passare un po’ di tempo, rimanendo fermo, apparentemente intento a leggere sul cartellone i numeri dei loculi ed i nominativi dei rispettivi illustri titolari.
Cappuccio blu, i brevi tratti della vita di cappuccio blu, che Périgord mi ha appena finito di raccontare io li avevo già da prima, da sempre direi, scolpiti nel cuore. Io la storia, la vera storia di cappuccio blu posso riassumerla con una poesia che composi quando la mamma, a cui mi legava un vincolo di conoscenza e di frequentazione forse ignorato da Périgord, mi raccontò l’avventura delle fughe del bimbo ed i pedinamenti da lei messi in atto.
Ma ora, dov’era cappuccio blu? Stacco gli occhi dal cartellone, mi guardo distrattamente in giro, poi mi muovo, raggiungo le scale e scendo in strada; alla fermata del metrò di Père Lachaise, un avventizio espone in offerta mazzetti di fiori gialli, sono indeciso se comperarli, poi decido di scendere nel sottopassaggio e raggiungo i tornelli d’ingresso della stazione sotterranea, infilo il biglietto nella guida metallica che comanda l’apertura automatica delle porte di accesso alla banchina, la oltrepasso e vado ad attendere il treno, destinazione “Opéra”.

Silvio Minieri ha detto...

DUE
La signora con un impermeabile nero lucido ed una capigliatura striata di giallo oro mi attende in cima alle scale della fermata del metrò, mi vede salire, sorride, solleva il polso sinistro e mi indica l’ora.
“Sei in ritardo, Piersilvio” dice.
“Ciao, scusa” rispondo e guardo l’orologio: segna circa le sei e mezzo, quasi mezz’ora di ritardo. “Sono desolato” aggiungo con aria disinvolta.
Ci scambiamo un leggero bacio sulle guance. Nora, la moglie separata di Valiani, il direttore di “Cronaca Italia”, ha da poco superato i quarant’anni e vive da un po’ di tempo a Parigi, circa un anno. Quando ci siamo salutati, prima della mia partenza, Valiani mi ha pregato d’incontrarla: sono rimasti buon amici; io li frequentavo spesso, all’inizio del loro matrimonio e li ho frequentati anche in seguito, per tutta la durata del loro ménage coniugale, dodici anni buoni, fino alla rottura.
Eleonora Riccobono mi prende allegramente sottobraccio ed insieme scendiamo per rue de la Paix verso place Vendôme.
“Ed allora, Piersilvio?” dice invitante e si volta a guardare le vetrine dei negozi.
Non so che cosa risponderle. “Ti trovo bene” dico.
“Ah, grazie!” risponde.
Si ferma e senza lasciarmi il braccio mi guarda negli occhi, una luce di gioia nel suo sguardo: “Ed allora?” ripete sempre con aria festosa. Non so che cosa dire e rimango in silenzio, lei riprende a camminare ed in breve raggiungiamo la place Vendôme; andiamo ancora un po’ avanti ancora sottobraccio, sempre con lei che mi attira a sé, stringendosi e poi allentando la presa. Siamo fermi di fronte al Ministero della Giustizia; mi volto a guardare la facciata e così facendo mi sciolgo dal suo braccio. Sto per parlare, ma lei mi guarda, un’ombra sembra attraversare il suo sguardo luminoso, sorride e mi dice: “Domani, dobbiamo assolutamente vederci, adesso debbo scappare.”
Non ho il tempo di replicare, perché lei si è già avviata di corsa verso il porticato in direzione di rue de Rivoli, si volta con la testa a metà, allarga di lato il braccio sinistro e fa un cenno di saluto con la mano: ciao! Distolgo infine lo sguardo da lei scomparsa sotto il portico e torno a guardare intorno la piazza e fisso la colonna Vendôme, con incise le gesta di Napoleone. Mi attardo ancora un momento a respirare quell’aura in un certo modo sensuale trasmessami dalla carica vitale della moglie separata di Valiani, quasi anche a voler fugare presagi o strani pensieri che mi si affacciano alla mente, suscitati dal ricordo dell’incontro di poco prima al cimitero di Père Lachaise, poi mi muovo anch’io in direzione di rue de Rivoli. Percorro il tratto di porticato della via e mi ritrovo in place de la Concorde, ma prima di fermarmi registro nella mia mente un’informazione suggeritami quasi da un futuro prossimo. Ho notato che all’angolo di via Mondovì staziona un agente di polizia, verosimilmente in servizio di guardia a qualche obiettivo istituzionale.

Silvio Minieri ha detto...

Sto per risalire la rue Royale in direzione della Madeleine, quando colgo a volo un breve scambio di battute tra due giovani italiani, che in quel momento si affacciano su place de la Concorde. Hanno entrambi i capelli scuri, lui ben pettinato con la riga a sinistra e con gli occhiali, lei con i capelli a caschetto, leggermente grassottella.
“Vedi, questa è la piazza, dove durante la Rivoluzione hanno ghigliottinato Luigi XVI e Maria Antonietta” dice lui.
“Eh, non è vero!” risponde lei. “Chi te l’ha detto?”
“Ah! Come non lo sai?”
“Ma che dici!”
“Ah, non ci credi!”
“Vogliamo chiedere a quel poliziotto?” Sic!
Mi volto: il poliziotto in questione è un ufficiale della Gendarmeria, che ha attraversato la strada e si avvia a passi decisi verso la rue de Rivoli. Rimango a guardare l’obelisco, importato da Luxor nell’Ottocento, situato al centro della grande spianata della piazza e più in fondo il colonnato dell’Assemblea Nazionale: da lì si poteva controllare a vista l’esecuzione dei condannati.
Riprendo ad andare verso la Madeleine e mi fermo accanto al tempio: l’aria è grigia, ma rispetto alle ombre di luce crepuscolare del cimitero di Père Lachaise, la giornata sembra essersi schiarita. Osservo i furgoni della polizia parcheggiati ai lati del viale ed alcuni agenti fermi sul marciapiede, intenti a parlare tra loro. Davanti agli automezzi è ferma un’autovettura ed a fianco ad essa due giovani in piedi conversano tranquillamente. Uno dei due ha il colorito bruno ed il cranio rasato, indossa un’elegante giacca a righe larghe con prevalenza verde e viola e la camicia celestina aperta sul collo; ogni tanto sorride al suo interlocutore, quest’ultimo in giacca e cravatta, i pantaloni jeans. Immagino che il primo dei due sia un commissario di polizia, noto che ogni tanto si pone a braccia conserte: ascolta, più che parlare; ogni tanto fa un cenno di assenso con il capo.
Un altro uomo con un cappello grigio, a falde larghe ed un lungo impermeabile bianco con una cintura stretta alla vita, che gli evidenzia lo stomaco prominente passeggia nervosamente avanti e indietro, poco distante dalla colonna di mezzi parcheggiata: deve verosimilmente trattarsi di un ispettore lì in servizio di ordine pubblico.
La presenza della polizia e l’imminenza del corteo in arrivo chissà perché m’inquietano. In cielo le nubi sono divenute più gonfie e scure, sembra che voglia piovere. Si sono accese le luci della sera, scendo nella stazione del metrò, per tornare al mio albergo nel XV° Arrondissement.

Silvio Minieri ha detto...

TRE
Questa mattina, Nora mi ha telefonato e mi ha dato appuntamento alla fermata del metrò “Richelieu-Drouot”, pregandomi di assisterla in una denuncia che deve sporgere al Commissariato di polizia del quartiere, per il furto di un portafogli subito ieri ai grandi magazzini, di cui si era accorta soltanto in serata.
“Non tardare” mi ha detto.
Passeggio per boulevard Haussmann, alzo lo sguardo sulla facciata dell’edificio che lo divide dal Boulevard des Italiens e riconosco un luogo della memoria di vent’anni prima: era la prima volta che venivo a Parigi ed avevo trovato un piccolo albergo proprio da queste parti, ora i ricordi riemergono; venivo da Torino con un’automobile nuova ed avevo parcheggiato quasi sicuramente nei paraggi. Poi ero andato un po’ a zonzo, senza preoccuparmi di rilevare il nome della strada e nel ritornare indietro mi ero preoccupato, non riuscendo a rintracciare subito il luogo dove avevo lasciato la mia autovettura; nella circostanza avevo alzato lo sguardo non riconoscendo quell’immobile ora davanti ai miei occhi. Che cosa mi legava a quel passato?
Sono molto in anticipo rispetto all’appuntamento con Nora ed allora mi avventuro fino all’altezza di un palazzo barocco che ho scorto da lontano; mi avvicino e scopro che si tratta del teatro dell’Opéra Comique: nella piazza prospiciente, vado a leggere l’iscrizione sulla lastra in marmo ed apprendo che in quella casa ha vissuto Alexandre Dumas junior. È domenica ed i cinema sono affollati, dice Prévert, il poeta dei boulevard. È domenica e la piazza è deserta, ecco mi sembra di stare nella piazza del municipio di Torino, come un po’ di tempo fa, anche allora era domenica ed in giro non c’era molta gente. Ritorno alla fermata del metrò “Richelieu-Drouot”.
Nora mi viene incontro e mi pilota in una traversa del boulevard, dove ha sede il Commissariato di polizia del quartiere. “Une plainte?” riassume interrogativo l’agente di servizio, condensando in una sola parola il breve resoconto della piccola disavventura occorsa alla mia amica. “Oui, un portefeuille” risponde lei.
Aspettiamo seduti, in attesa nella saletta d’ingresso, Nora si alza e sosta in piedi, mentre agenti di polizia in divisa entrano ed escono. In quel momento il mio sguardo finisce sulla parete di fronte, dove su una bacheca esposta al pubblico vedo una serie di fotografie in bianco e nero ed a colori, tutte bene allineate, con una scritta in francese ed inglese come intestazione: “Enfants disparus”, “Children kidnapped”. Rimango per un attimo di gelo: il volto infantile ed inconfondibile di cappuccio blu, con i suoi occhi marrone mi fissa dal riquadro. Un brivido mi assale, ma resto impassibile; con aria indifferente mi alzo e mi giro verso la parete alle mie spalle, dove leggo l’avviso, in cui si spiega come in caso di aggressioni o di violenze subite è possibile indirizzare la denuncia direttamente all’autorità giudiziaria. Poi, sempre ostentando indifferenza, mi volto verso la bacheca con le fotografie dei bambini scomparsi e mi sento di nuovo trasalire. Vado a risedermi. Chi ha denunciato la scomparsa (fuga) di cappuccio blu?

Silvio Minieri ha detto...

Nora ha finito di rendere la sua denunzia ed ora usciamo, una copia dell’atto tra le sue mani, io lancio un breve cenno di saluto al piantone, ma non capisco se il movimento del capo di quest’ultimo sia una risposta o un’occasionale mossa per nulla intenzionale. Siamo in boulevard Haussmann ed io mi guardo intorno leggermente intontito. Mentre camminiamo, noto che da una traversa si vede uno scorcio delle bianche cupole del Sacré-Coeur. I miei pensieri vagano altrove, non rispondo a tono alle domande che Nora mi rivolge, lei se ne accorge e mi chiede a che cosa penso, poi ci lasciamo con l’intesa di sentirci per telefono. Nel vederla allontanare, di colpo, con mia somma sorpresa, mi scopro a lanciare uno sguardo di concupiscenza a quelle sue curvilinee forme, vorrei correrle dietro ed in un qualche modo fermarla, ma non so come fare, ritornano le ombre del cimitero di Père Lachaise. Prendo il metrò e scendo a République.
Sono rimasto a contemplare la grande statua al centro della piazza, alla cui base sono raffigurati gli avvenimenti salienti della storia della Repubblica, ma questa notazione culturale che m’impongo non riesce a distogliere il mio pensiero dalla considerazione sulla toponomastica della città, registrata ieri, quando nel prendere il metrò a Père Lachaise, ho letto il nome dell’avenue de la République, che dipartiva dallo slargo. Dove sto andando? Sono tornato indietro ed ho imboccato la rue du Temple, raggiungo una chiesa ed impiego un po’ di tempo per scoprire che è dedicata a santa Elisabetta; ora sono di fronte alla Mairie del III° Arrondissement e vi giro intorno: sul retro l’edificio mi sembra trascurato. Sento uno squillo del telefonino, che segnala l’arrivo di un messaggio: mi è stata fatta una ricarica di 12 euro e cinquanta. Sento la presenza di qualcuno nei dintorni oppure è soltanto un mio pensiero?
Nel pomeriggio inoltrato (ma con chi sono stato a pranzo e dove?), mi ritrovo ancora da solo per le strade, soffia un vento freddo; due spose in abito bianco posano per i fotografi sul ponte con lo sfondo della Tour Eiffel e dell’inconfondibile cielo azzurro di Parigi macchiato da nuvole grigie; una delle due si è messa di profilo e si copre una spalle nuda, celata all’obiettivo delle macchine fotografiche con un plaid; uno degli sposi in un completo bianco crema e con le scarpe gialle va chiamare l’autista della Limousine parcheggiata lì vicino: il terzetto si pone in posa per i fotografi.

Silvio Minieri ha detto...

QUATTRO
È lunedì mattina e mi alzo ben riposato. Quando esco dalla mia residenza, avverto la freschezza della giornata; prendo l’autobus e raggiungo il lungosenna, scendo nei pressi della Esplanade des Invalides e lì vengo raggiunto dalla telefonata di Valiani.
“Ciao, sono Giangiacomo, che tempo fa a Parigi?” domanda con voce squillante Valiani.
Guardo il cielo e dico: “Qui è coperto, tempo variabile. Fa un po’ più freddo che a Roma.” Ho di fronte la Cupola des Invalides. L’aria è secca.”
“Ah, bene!” commenta Valiani e poi aggiunge: “Ed allora, cappuccio blu?”
“Sono sulle sue tracce” rispondo. Una folata di vento spazza la spianata ed io avverto un brivido, ma non è solo di freddo. Vedo gli occhi marrone, lo sguardo lucido e brillante di cappuccio blu: è un’immagine, non un fantasma.
“Dove conducono le tracce?”
“Qui a Parigi, caro Direttore.”
“Ah, bene! Al tuo ritorno pubblicheremo un bell’articolo.”
“Senz’altro.”
Una piccola pausa, ma riprendo subito a parlare.
“Ho visto Eleonora” dico.
Non risponde.
“Sta bene: in movimento come sempre.”
“Ah, ciao Piersilvio.”
“Ciao, Giangiacomo.”
Mi sposto in direzione dell’Ecole Militaire ed alla fermata prendo l’autobus, l’80 con destinazione Montmartre. Scendo al capolinea di fronte alla Mairie del XVIII° Arrondissement. Vedo una leggera agitazione: dal Municipio entrano ed escono persone vestiti a festa, su una lussuosa autovettura di rappresentanza sale una sposa, uscita ora dall’ingresso principale. Tito Lucrezio Caro ha cantato la primavera come la stagione degli amori e non solo lui; e non solo nella Roma antica è valida questa passione della stagione del risveglio, sebbene il tempo di marzo a Parigi alterni la luce grigia di improvvisi acquazzoni a schiarite con sprazzi di sole, come ora. A piedi raggiungo boulevard Ornano e salgo su un altro autobus in direzione centro. Scendo alla gare di Saint Lazare e m’infilo in un internet-café. Scrivo il testo di una lettera al computer, lo rileggo e quindi lo spedisco come messaggio di posta elettronica all’indirizzo: piersimiglio@mail.it.
Quindi, esco. Risalgo la strada a piedi verso la Trinité, poi prendo il metrò, la linea dodici in direzione di Porte de la Chapelle, scendo ad Abesses, salgo a piedi le scale interne ed all’uscita mi trovo in buona posizione sulla butte de Montmartre, quindi a passo sostenuto giungo fin su al piazzale degli artisti; vedo uno sparuto gruppetto di ritrattisti che, parlando tra loro, con le cartelle da disegno sotto il braccio si avviano verso lo spiazzo della Basilica. Seguendoli, sbuco sulla piccola spianata antistante la grande scalinata, che conduce giù fino al boulevard de Rochechuart.

Silvio Minieri ha detto...

Sento che questo è il mio ultimo giorno a Parigi e sono salito fin quassù al Sacré-Coeur, quasi per congedarmi dalla città. Compio un rapido giro all’interno della cattedrale, alzando lo sguardo verso il punto più alto della cupola centrale, poi mi ritrovo fuori: sulla destra nascosta dai rami degli alberi, osservo l’immagine azzurrina della parte superiore della Tour Eiffel. Scendo rapidamente le scale, alla base alcuni ambulanti tentano di vendere braccialetti ed orologi, in breve raggiungo il metrò, scendo all’Opéra, dove cambio e prendo la linea otto in direzione del capolinea “Balard”. Sul convoglio, rivedo il disegnatore con il suo abbigliamento bohémien, che fino a poco fa si trovava sulla stessa mia carrozza del treno dell’altra linea; questa volta, si è seduto accanto a me, ha estratto dalla tasca un quaderno ed una penna nera ed ora posso osservare come con rapidi tratti della sua penna si metta a schizzare il profilo di una viaggiatrice in piedi ed immobile davanti a noi, con un basco ed un impermeabile. Alza il capo a guardare e poi subito disegna delle linee sul foglio.
Io ho sotto gli occhi il foglio di quaderno di questo coraggioso artista e fisso incantato il disegno che si viene formando, ma prima con sorpresa, poi con incredulità ed infine con sgomento mi accorgo che quello che appare sul foglio non è il profilo della donna con impermeabile e basco, ma il ritratto di cappuccio blu e come in un passato che viene a fondersi con il presente lo vedo seduto accanto a me: lui, il fanciullo inseguito (o inseguitore?), un mantello blu ed un cappuccio dello stesso colore, mi è seduto accanto ed alza lo sguardo verso di me. In quel momento mi coglie una sensazione di infinita e desolata tenerezza ed allora per resistere all’assalto della carica emotiva, mi alzo e mi avvicino alla porta d’uscita. Poi, mentre il convoglio del metrò corre verso “Balard”, l’onda emotiva diventa insostenibile ed alla fermata, di colpo mi sbalza fuori; resto alcuni istanti oscillante in precario equilibrio e disorientato sulla banchina sotterranea, poi mi avvio verso la corrispondenza della linea sei per “Nation”.
Mi ritrovo qualche ora più tardi sotto un forte acquazzone, di fronte alla facciata illuminata dell’Hotel de Ville, mi rifugio sotto il cornicione del palazzo di fronte. Sopraggiunge una donna magra ed anziana, piccolina e con un impermeabile chiaro, un barboncino al guinzaglio, guarda verso le luci della piazza; la coppia di giovani innamorati corre via sotto l’acqua; aspetto che spiova per andare a prendere il metrò e raggiungere il luogo del rendez-vous di questa sera.

Silvio Minieri ha detto...


CINQUE
Alle nove circa, sono entrato nel Club des poètes, sito nelle vicinanze di rue Grenelle nel VII° Arrondissement. Dalla porta sulla strada si accede in una sala e poi, attraverso un’altra saletta, in un più ampio e vasto locale, che d’abitudine dovrebbe essere o essere stata una libreria, come si desume da alte scansie di libri accatastate ai muri ed altre ancora ordinate sul fondo. Nello spazio vuoto ricavato sono state disposte due file di sedie con un passaggio al centro, come spesso in teatri o sale cinematografiche. Al posto del palcoscenico o dello schermo è situato un tavolino allungato, come nei convegni e congressi, ma in un ambiente più raccolto.
La vasta sala è abbastanza in ombra, seppure vi siano numerose fonti di luce laterale lungo le pareti, ma si riescono a distinguere tutte le persone presenti; rivolgo un’occhiata in giro, raggiungo il tavolino degli oratori, per mettermi in vista, ma non vedo Périgord; infine prendo posto su una delle sedie più esterne di una delle file in corrispondenza con la saletta adiacente alla sala d’ingresso, per meglio osservare le poche persone che ancora affluiscono.
L’incontro sta per avere inizio: al tavolino degli oratori hanno preso posto Raffaele Di Nardo, poeta napoletano trapiantato a Parigi, al centro Kiki Delou, poetessa parigina amante dell’Italia, in specie della Toscana, dove ha risieduto a lungo, a fianco Alex Molinari, titolare di una piccola casa editrice con capitale misto italo-francese, che pubblica le opere della Delou. Di lato al tavolino e un po’ di traverso è posto un pianoforte: il programma prevede alcune suonate del pianista veneziano Antoine Perot e l’accompagnamento musicale di alcune canzoni di Charles Trenet, che verranno cantate da Sirio Cravero, un romano-piemontese, come sorridente egli stesso si presenta al pubblico, circa una cinquantina di persone, uomini e donne di ogni età.
Parla Molinari ed illustra l’attività poetica di Kiki Delou; dalle parole del suo editore capisco che la donna deve essere legata da vincoli coniugali o familiari con famiglie dell’alta finanza della società francese del momento e per questo viene tenuta in grande considerazione. Molinari presenta l’ultima fatica in versi della poetessa: è un poemetto sul fascino femminile della Luna; l’editore ci mostra il piccolo volume, indicando il disegno di copertina ed il titolo.
Quando smette di parlare, è il turno del giovane musicista che esegue alcuni brani musicali al pianoforte, tra cui la suonata al chiaro di luna di Beethoven; alla fine la platea applaude convinta.
Ora l’atmosfera è pronta: parla Kiki Delou e racconta in corretto italiano delle sue esperienze poetiche, di cui gran parte maturate nei suoi viaggi intorno al mondo; insiste soprattutto sul ricordo dei suoi due ultimi viaggi, uno ai Caraibi e l’altro in Sicilia. Narra di come ha vissuto specialmente nell’isola mediterranea sensazioni ed emozioni, che l’hanno avvicinata sempre più verso l’esistenza di quel mondo, da cui sentiva provenire delle voci, vere e proprie indicazioni di comportamenti da tenere e da lei trasmesse anche a suoi amici e conoscenti.
Continua ancora, la poetessa, raccontando come in questi ultimi tempi abbia dedicato la sua maggiore attenzione al fascino della Luna, dopo avere a lungo esaltato nei suoi versi il vigore maschile del Sole, perché ha scoperto nella forza femminile un elemento primordiale preminente rispetto alla componente maschile. Apre il libretto e legge alcuni suoi versi, evocando l’ambiente delle calde e silenziose notti dei Caraibi e le luci del mare della morbida notte siciliana.

Silvio Minieri ha detto...

Alla fine interviene Molinari e dice che al termine della serata Kiki risponderà alle domande del pubblico. Poi è la volta delle canzoni e di Sirio Cravero, che si dispone di fronte alla platea, mentre il musicista siede al pianoforte e le prime note musicali si spandono per la sala. Sirio chiude gli occhi ed ondeggia leggermente sulle gambe allargate, un sorriso serafico sul volto; ha circa sessant’anni, i capelli rossicci sicuramente tinti, l’aspetto giovanile.
Poi socchiude gli occhi e comincia a cantare:

“Ménilmontant mais oui madame
C’est là que j’ai laissé mon coeur
C’est là que je viens retrouver mon âme
Tout ma flamme
Tout mon bonheur... »

Mentre Sirio Cravero ondeggia ad occhi chiusi e continua a cantare nel suo stato di dolce sonnambulo, io guardo verso l’ingresso della saletta in ombra, per scrutare l’arrivo di Périgord, ma nel buio non vedo nessuno. Ho avuto il timore che, preso dalla musica delle canzoni di Charles Trenet, non mi sia accorto del sopraggiungere del mio uomo. Sirio non ha finito. Canta ancora altre canzoni della Parigi degli anni Trenta il bravo cantante piemontese ed alla fine merita l’applauso.
Interviene Molinari ed informa che Sirio canterà ancora, ma adesso dà la parola a Di Nardo. In quel momento, inquadro il personaggio: Di Nardo, oltre che poeta, era stato anche un noto velista, che aveva partecipato alle Olimpiadi del 1960, facendo coppia con Luigi Bandolino ed arrivando se ben ricordo in zona medaglie. Si capisce che deve aver superato i settant’anni dalle macchie sulla pelle tipiche di quell’età; si rivolge a Kiki con affetto da anziano, si gratta la guancia e parla della luce, la lumière; dice della felicità che può recarci un raggio di luce e dell’invidia degli dèi nei confronti di noi mortali per i nostri momenti felici.
Il discorso di Raffaele Di Nardo rispecchia la sua cultura classica, cita i versi iniziali di due celebri sonetti del Foscolo: “Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque…”, “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, me vedrai seduto / su la tua pietra…” Guarda rapito in aria, ricordando un giorno d’inverno, nella sua casa di fanciullo a Napoli, quando attraverso uno spiraglio della persiana, vide risplendere un raggio di sole sulla parete, la lumière; quindi tace, assorto nella sua nostalgia.
Il finale è per Sirio Cravero ed il suo Charles Trenet, un discreto applauso chiude la performance. Interviene Molinari ed invita chi vuole del pubblico a passare nella sala accanto per un piccolo rinfresco, poi inizia il dibattito e nessuno ancora si alza. Un anziano signore che si definisce giornalista e con una fluente chioma bianca vuole sapere da Kikì Delou se le voci che la poetessa asserisce di sentire siano vere oppure immaginarie.
A questo punto mi alzo e prima di uscire, sosto un attimo in piedi girandomi a guardare intorno nella sala, mentre Kikì spiega come quelle voci che lei in questi ultimi tempi sente siano reali. Penso che il giornalista non abbia compreso (o forse l’ha compreso, ma il particolare non lo tange) che il vero ruolo della Delou, come tutti i presenti in sala certamente sanno, è quello di essere l’anello di congiunzione tra il mondo dell’alta finanza e la realtà povera della letteratura e della poesia, a cui basta solo la sua griffe, per renderne possibile la commercializzazione

Silvio Minieri ha detto...

Périgord non si è visto, vado al buffet e bevo un calice di spumante italiano brut, quindi esco nel fresco della sera, incamminandomi per le strade semibuie. Ho preso per una via stretta e breve, poi mi ritrovo su un’altra strada più lunga e la percorro fino in fondo, riconoscendo il caratteristico aspetto del quartiere più raccolto rispetto a quello dei grandi boulevard. I passanti sono rari e comincio ad avvertire un sottile disagio nell’attraversare ampie zone in penombra, ho strane sensazioni, come se le ombre disegnate dai chiaroscuri dell’illuminazione pubblica celassero la presenza alle mie spalle di persone di cui non si odono i passi; raggiungo leggermente ansante un crocicchio, dove mi fermo. Sono agitato: un’ombra, ne sono certo, è scivolata alla mia sinistra; è la conferma dei miei timori: è lui, lo sento, è cappuccio blu!
Mi volto indietro: la strada è deserta, ma in fondo al mio sguardo appare l’immagine del volto cereo, gli occhi marrone che brillano al buio, il cappuccio sollevato sulla testa. Ho un brivido: è l’immagine rilevata dal lettore ottico dall’iride degli occhi vitrei dell’ultima vittima delle aggressioni mortali, la cui cronaca mi ha condotto qui a Parigi. Sono sgomento, poi vedo avanzare due donne sulla strada, che incrocia con rue Grenelle, di cui ho rilevato il nome dalla targa blu d’angolo, verso cui ho alzato lo sguardo. Approfitto del momento e vado nella loro direzione, le due donne giungono alla mia altezza, mi superano, le sento parlare alle mie spalle.
Mi sento per un po’ sollevato, come se la momentanea presenza sulla via di quelle due persone lì di passaggio mi proteggesse; le voci alle mie spalle sia allontanano e si spengono, affretto il passo e raggiungo un altro incrocio. Procedo oltre, ma nel momento in cui svolto e prendo la rue de Varenne, mi sembra di scorgere distintamente l’ombra di una figura con il cappuccio alzato scivolare alle mie spalle. Fortunatamente all’angolo della strada, più avanti, staziona un poliziotto. So dell’esistenza di altri punti presidiati della rue de Varenne. L’altra volta, due anni fa, trovandomi a passare per questa strada, avevo notato che la sede dell’Ambasciata italiana era vigilata in permanenza da un furgone della polizia: fortunatamente c’è ancora. Cammino deciso e sento risuonare i tacchi delle mie scarpe sull’asfalto del marciapiede, più avanti passo accanto ad altre sedi di Ministeri, anch’esse presidiate da agenti di polizia. Non vado oltre e torno indietro, sono l’unico passante, sento che l’ombra di cappuccio blu è appostata da qualche parte. Svolto improvvisamente a sinistra e quasi di corsa raggiungo le luci di un boulevard; con il cuore in gola mi precipito verso le scale del metrò della stazione “Rue du Bac”. Attraverso a passo rapido le gallerie illuminate, incrociando sparuti frequentatori e raggiungo i binari. Salgo sul treno che sopraggiunge e mi sento in salvo. Nella luce a giorno dei sotterranei del metrò, l’ombra angosciante di cappuccio blu è scomparsa; svanisce alla luce, come ogni ombra. Mando un messaggio sul telefonino di Valiani, indicando la parola chiave: “cablu”.

Silvio Minieri ha detto...

Scendo a “Concorde” e riemergo sulla piazza, mi sposto verso le Tuileries e da quell’angolo rimango incantato a guardare nel buio della sera la Tour Eiffel, che risplende di mille luci brillanti e alla sua sinistra la cupola d’oro des Invalides. È uno spettacolo di sorprendente bellezza, che mi riporta al fascino della visione di vent’anni prima: la piazza sconosciuta e deserta e la corona di luci della sera, allora un incanto inesprimibile. Il mio occhio scivola verso la grande macchia scura del colonnato dell’Assemblea Nazionale, da dove uno sguardo impersonale, in un secolo trascorso, assisteva ad esecuzioni di reali e rivoluzionari. Ed ora, nella notte buia, a chi tocca?
Rabbrividisco, un’ombra è scivolata sul muro delle Tuileries alla mia sinistra: non ho bisogno di volgere il capo all’indietro per scorgere il volto pallidissimo e lo sguardo che brilla nella notte; mi sento invaso da un sentimento di profondo rimpianto e struggente nostalgia, un desiderio morente. Tento di raggiungere il sottopassaggio della stazione del metrò “Concorde”, da cui sono appena risalito; muovo qualche passo, mi sento smarrito, poi lo smarrimento diventa panico: la salvezza è a pochi metri di distanza, dove vedo la figura in ombra di un agente di polizia che sosta all’angolo di rue Mondovì con la piazza. Avevo già notato come quell’incrocio fosse presidiato ed avevo mentalmente registrato ed archiviato questa circostanza, che poteva risultarmi favorevole al momento opportuno.
Con il cuore in gola, tento di abbandonare l’angolo buio dove mi trovo, per precipitarmi verso l’ingresso illuminato del metrò. Prendo lo slancio per quest’ultima breve corsa verso la vita e sento il gelido silenzio della morte alle mie spalle: invece di andare avanti, mi sembra stranamente di scendere, è come se cadessi; ho la sensazione di andare giù nel vuoto, mentre una fredda lama sembra essermi penetrata tra le scapole con una trafittura inverosimile, che mi immobilizza. Vedo svanire nel buio le luci di place de la Concorde. È la mia fine.