Sono giunto in fondo al viale Trastevere, poi di fronte alla stazione ferroviaria, ho piegato giù sulla sinistra verso la discesa del sottovia, in direzione della fermata dell’autobus, dove una piccola folla di passeggeri era in attesa del mezzo pubblico. Ho raggiunto e superato il gruppetto, poi di colpo mi sono fermato, girandomi su me stesso e rivolgendo lo sguardo di fronte: così, in un improvviso lampo di flash, un’istantanea, ho rivisto l’immagine di oltre vent’anni prima nella stessa luce grigia di questo pomeriggio di ottobre, in cui soffia un vento leggero ed il cielo è coperto. Sono i componenti di un piccolo gruppo familiare e formano un quadretto di personaggi, che lascia sbiadire sullo sfondo tutti gli altri presenti, divenuti anonime comparse. Osservo i loro volti mi accorgo che non guardano nella mia direzione, ma fissano immobili, il capo rivolto in alto, il cartello della fermata dell’autobus, scrutando le destinazioni delle linee urbane lì sopra indicate. Sono i componenti, non tutti, della mia cerchia familiare, ed io li passo in rassegna uno per uno. In primo piano c’è Roberto, il mio fratello di dodici anni, circa cinque meno dei miei, che nel vedermi mette a fuoco lo sguardo ed ora mi sorride; indossa i pantaloni corti e noto che ha i calzettoni grigi uno ben calzato sino al ginocchio, l’altro calato un po’ giù fin quasi alla caviglia; non dà importanza al particolare, quando con lo sguardo glielo faccio notare. Dietro di lui ci sono i grandi: da sinistra, il papà, paffuto e con la sua aria beata, sempre aperta al sorriso; Roberto gli assomiglia molto, molto più di me, che invece ricordo più il viso della mamma, per l’espressione quasi sempre severa. La mamma, che in questa foto di famiglia non compare, è svizzera, tedesca di Zurigo, ma vissuta sempre a Roma, sin da piccola; mio nonno materno, infatti, secondo Araldo d’ambasciata del governo elvetico presso la Santa Sede, aveva sposato un’italiana, mia nonna, con genitori italo-latinoamericani. Al contrario della mamma però, che nella sua vita ha sempre tenuto un contegno controllato, io spesso mi sono lasciato trascinare da brevi crisi di euforia, suscitando forti reprimende da parte sua; mio fratello Roberto invece era più smaliziato o almeno a me così sembrava per la sua età. Ed infatti mi è rimasta impressa una scena di quando lui aveva otto nove anni ed aveva rincorso la mamma, che dopo averlo sgridato si stava allontanando verso la cucina; suscitando la mia ilarità, aveva allungato una gamba, come a simulare di darle un calcio nel sedere, a mo’ di rappresaglia per il rimprovero ricevuto; io, con mia grande sorpresa, mi resi conto che la mamma, pur essendosi accorta di quella piccola bravata, non aveva reagito, come pensavo. Riflettendo poi su questa scenetta, ho sempre sospettato che quel gesto irriguardoso nei confronti della mamma, deve essere stato suggerito a mio fratello dal papà, come la sua furba espressione immortalata in questa immagine di circa vent’anni fa lascia trasparire.
Nella foto, accanto a papà, c’è zia Else, gli occhi nerissimi leggermente a mandorla, i lunghi capelli neri riccioluti, sempre elegante, sempre raffinata, molto più della mamma, sua sorella. Anche lei sta scrutando l’elenco delle corse degli autobus sul cartello di questa fermata di corso Marconi, i capelli leggermente smossi dalle lievi folate del vento ottobrino. È molto bella zia Else, ha quasi quarant’anni ed è sposata da quando ne aveva diciotto; al contrario della mamma, ha un carattere gioioso ed espansivo, un senso festaiolo della vita, che però non scade mai, a mio giudizio, in superficialità o leggerezza; alla zia piace molto stare in compagnia assieme ad altra gente, nelle cui premure e attenzioni vede forse rispecchiare la sua bellezza ed il suo fascino. Accanto a lei c’è mia cugina quindicenne, Ursula, alta quasi quanto la madre, gli stessi occhi e capelli nerissimi, lo stesso bianco ovale del viso. In privato, tra noi, la mamma qualche volta si è lasciata andare, esprimendo giudizi negativi su mia cugina adolescente e criticandone certi modi e atteggiamenti, secondo lei non consoni all’età della signorina, che giudica frivola come la madre, che lei dice di conoscere bene. Io penso che la malevolenza della mamma nei confronti di zia Else degli ultimi tempi, riferibili a questa immagine di venti anni fa, siano dovuti a certe sue irritazioni, per comportamenti di sua sorella relativi più a interessi economico familiari comuni che alla condotta di vita sua e della figlia. Più in là, anche lui lo sguardo in alto fisso sul cartello a cercare di leggere gli orari e i passaggi degli autobus, si staglia con la sua bella e prestante figura il marito di zia Else, Francesco Villerose, un gentiluomo siciliano di nobile famiglia, i capelli brizzolati alle tempie, alto, giovanile ed atletico; pare infatti che nei suoi verdi anni avesse gareggiato in atletica leggera nel mezzofondo, raggiungendo livelli di valore quasi nazionale. Sorride anche lui leggermente come tutti nella foto, anche lui guarda verso l’obiettivo, il cartello della fermata dell’autobus, situato un po’ più in alto sulla mia testa, con quel prudente ottimismo e quella fiducia in un futuro invitante propri delle persone che hanno raggiunto la stabilità delle proprie attese e dei propri affetti più personali. Oltre alla mamma, nel mio quadretto familiare, manca Annalisa, mia sorella, che allora aveva dieci anni, ed era la più piccola. Dov’era quel giorno? Forse già a casa con la mamma? Sono passati circa vent’anni da allora, la stessa luce grigia dell’aria, che tiene in sospeso il giorno prima del sopraggiungere del vespro, nell’ora in cui già molti romani affollano le fermate della metropolitana, degli autobus urbani e di quelli con destinazione i Castelli o gli altri comuni dell’hinterland. Poi è sopraggiunta la sagoma scura di un autobus, la mia scena si dissolve e torna il gruppetto di persone in attesa, che ora si muovono e si affrettano verso le porte spalancate del mezzo pubblico. Molti salgono, anch’io, poi le portiere si richiudono e l’autobus riparte, passando sotto il cavalcavia ferroviario, per sbucare in piazzale della Radio e raggiungere l’affollato viale Marconi; abbiamo superato il ponte sul Tevere all’altezza della Basilica di San Paolo ed in breve abbiamo raggiunto a sinistra la Cristoforo Colombo, proseguendo per l’Ardeatina fino all’Appia antica, dove sono sceso, raggiungendo dopo un tratto a piedi di poche centinaia di metri la mia abitazione. È il crepuscolo, quando entro in casa, mi preparo la cena, guardo un po’ la televisione e vado a dormire.
Vengo svegliato nel cuore della notte da rumori e suoni di campanello al citofono. Ma che ore sono? Nel buio guardo il quadrante del mio orologio da polso e noto che le lancette fosforescenti segnano poco dopo le tre. Mi alzo dal letto e contemporaneamente prendo le due pistole cariche, posate sul comodino, dove le metto ogni notte, prima di andare a dormire, perché ho paura dei ladri notturni e dei rumori cupi nelle tenebre e di quello che dietro ad essi si cela, come l’urlo prolungato e gutturale del coyote o il lugubre ed intermittente verso della civetta o del gufo. Stringo con la destra un revolver e con la sinistra una pistola semiautomatica e resto immobile in ascolto ritto accanto al letto; ora posso sentire distintamente il suono del cicalino del citofono. Scendo rapidamente la scala interna che dai piani superiori porta giù nel salone e raggiunto l’ingresso mi avvicino al video del citofono. Posso osservare i volti di due o tre giovani che appaiono e scompaiono sul piccolo monitor; sembrano chiassosi e ridenti, poso il revolver sulla mensola e alzo la cornetta: nel microfono sento dei rumori, risa e frasi indistinte, riesco soltanto a capire una frase che i giovani ripetono un po’ insieme: “Siamo gli ufficiali giudiziari.” Percepisco ancora voci e risa ed alcune anche convulse, con timbro tipicamente femminile; quindi, sento riferire di un atto giudiziario del 1982 che mi deve essere notificato. “Ma nel 1982 io non ero ancora…” dico. “Non cominciate a gridare…” sento rispondere tra risatine e commenti a bassa voce indistinguibili. “Non gridate, come d’abitudine…” dicono più o meno a più voci i giovani di sotto; poi ancora risatine leggermente isteriche. “Va bene, portatelo, firmo…” dico allora con un tono calmo, quasi come se fossi rassegnato. Non so come, ma dopo qualche minuto, sono in possesso dell’atto giudiziario, a cui do una rapida occhiata, prima di metterlo da parte. Torno indietro in salone ed accendo il televisore, ma dall’esterno del terrazzino balcone, sento provenire dal basso ancora il trambusto dei giovani sulla strada, che lì si trattengono. Sullo schermo intanto è apparsa l’immagine di una giovane donna bionda con gli occhi azzurri, che mostra molto meno dei quarant’anni che sicuramente deve avere, facendo riferimento ai dati temporali relativi alla sua vita ed età, che ella stessa dichiara nel confrontarli con le date degli avvenimenti politici salienti degli anni della nostra storia recente. Sotto l’immagine della giovane donna bionda, ogni tanto compare una dicitura con il suo nome e cognome e l’incarico di presidente di una istituzione umanitaria a carattere nazionale, per il sostegno e l’assistenza agli immigrati stranieri in Italia e nell’Europa occidentale. Rifletto sui suoi caratteri somatici che a mio giudizio rivelano una relazione nelle sue ascendenze sicuramente slava, ma forse mi sbaglio; non ho comunque il tempo di essere assorbito dai discorsi della singolare messaggera televisiva, perché sento parlare e vedo scendere dalla scala dei piani di sopra un giovane o meglio un adolescente magro ed esile, con una capigliatura castano chiara che gli cade sulla fronte e gli copre gli occhi, in bermuda lunghi sotto il ginocchio e zoccoli da mare. Il giovane sta parlando al telefonino ed ha una borsa a tracolla e con la mano libera regge una specie di valigetta. Sorpreso, vado incontro a lui e gli domando dove sta andando; mi guarda e dice, senza smettere di conversare al telefono: “Ah!” Poi si ferma e annuncia: “Ho lasciato un messaggio di sopra, Werther; sto andando all’isola di Ischia con i miei viaggiatori amici.” Quindi riprende la sua conversazione al telefonino e si avvia verso la porta. Ma chi sono i viaggiatori? Chi è questo adolescente, così stranamente familiare, sceso a sorpresa dalla scala di casa nel cuore della notte, proprio quando sono stato svegliato dal rumore e dal chiasso degli ufficiali giudiziari e in preda ai timori di assalti di ladri notturni o dell’ululato cupo e angosciante del coyote?
Rincorro il giovane e gli chiedo se ha bisogno dei documenti di viaggio, mi risponde di no che non sono necessari, ma io estraggo dal tiretto del comò un lasciapassare a lui intestato da esibire alla Guardia Costiera. Mi risponde che quel documento non è più richiesto, ma lo prende lo stesso, forse per accontentarmi; in quel momento sento strombazzare un’autovettura di sotto e mi volto verso la finestra; intanto l’adolescente viaggiatore apre la porta e si allontana. Quando mi volto verso di lui, mi accorgo che è già uscito e sta scendendo le scale del palazzo; allora corro verso la finestra e vado ad affacciarmi dal terrazzino e lancio un’occhiata in basso sulla strada. Un’autovettura con una portiera aperta è ferma, ma pronta per partire, presumibilmente con l’autista alla guida ed altri passeggeri sistemati sui sedili di dietro; lì intorno sostano altri giovani tra cui una ragazza, non so se viaggiatori o ufficiali giudiziari. L’adolescente di casa mia è uscito dal portone e si avvia verso la portiera spalancata dell’autovettura ancora ferma, ma con il motore acceso. Sento l’autista sbraitare e lanciare delle imprecazioni, poco dopo squilla il mio telefonino, allora rientro in fretta nel salone e vado a prendere l’apparecchio, posato accanto alle due pistole cariche sullo spazio libero della mensola, che sostiene il busto in marmo rosato siriano di Leonida Vasile, l’ultimo discendente del famoso scrittore del Seicento napoletano suo omonimo. Apro la comunicazione e sento una voce familiare che dice: “Werther, per favore, mi vai a prendere le scarpe in vernice nera, che stanno sotto l’armadio in camera mia?” Sono tentato di andare di nuovo ad affacciarmi dal terrazzino, per controllare de visu se l’adolescente sta parlando al telefonino o quanto meno che cosa sta facendo, poi rifletto che non c’è tempo da perdere e corro su per la scala fino ai piani superiori; entro in camera mia e prendo una lampada portatile, poggiata sul mobile a specchiera, l’accendo e nella luce giallastra diffusa intorno, vedo il mio viso riflesso nello specchio. Rifletto sui tratti del mio volto: dimostro molti anni più della mia età, poco sopra i trentasette, con i capelli castano chiari ampiamente striati di bianco, soprattutto alle tempie. Mi colpisce soprattutto il mio sguardo sereno o quanto meno in apparenza tale compatibilmente con l’espressione mia abituale sempre un po’ accigliata, tratto che purtroppo ho ereditato da mia madre. “Ma perché non ho l’espressione del volto della nonna?” ricordo di averle domandato una volta, quando ero piccolissimo, avevo appena cinque sei anni. A distanza di tempo, crescendo mi sono reso conto che la mia domanda conteneva una dose di ambigua ingenuità, che allora non mi era dato cogliere, in quanto avrei potuto riferirmi anche a sua madre e non invece alla nonna paterna. Ma la mamma con intuito comprese subito che mi riferivo a nonna Silvana, sua suocera, perché mi rispose con una domanda, quasi un rimprovero, niente affatto a tono con il mio interrogativo: “Ma tu non obbedisci mai a tua madre?” Così disse ed io risposi prontamente: “Mai!”
In verità non era difficile capire che nella mia domanda, io mi riferivo senza dubbio a nonna Silvana, in quanto la mamma più di una volta mi aveva sorpreso ad osservare una foto di famiglia incorniciata, che si trovava nella loro camera da letto sul comodino di papà. “Che fai?” mi domandò la prima volta. “Questa è tua madre?” domandai, indicando la nonna. “È la famiglia di papà” rispose la mamma e mi trascinò subito via. “Ma che fai lì incantato?” si spazientì altre volte, sorprendendomi in quell’atteggiamento di contemplazione in camera loro, davanti all’immagine della nonna. Mi risolsi allora di domandare una volta migliori spiegazioni a papà e approfittando di un’assenza della mamma, lo condussi nella loro camera da letto. “Chi sono?” domandai indicando la fotografia, dove si vedevano una coppia di adulti e quattro bambini. “Questo è tuo nonno Carlo, biologo ed entomologo” disse papà, indicando il suo proprio padre, che in verità di professione era stato militare di carriera, ufficiale di cavalleria; questa è tua nonna Silvana e questo in braccio a lei sono io, avevo tre anni allora. La nonna ha un viso bellissimo e dolcissimo, il sorriso felice, rimango incantato a contemplarla, un’immagine di oltre mezzo secolo fa, un interno di famiglia, che sento come una mia radice prossima. Intanto sono entrato nella camera del mio adolescente e frugo sotto l’armadio, ma non trovo nulla, sto quasi per telefonargli, quando squilla di nuovo il mio portatile: è lui. Dico che non riesco a trovare le scarpe e proprio quando apro la scarpiera e le trovo, lui mi dice di guardare appunto nella scarpiera, vicino all’armadio. “Le ho trovate!” esclamo esultante. “Ah, mettile nell’ascensore.” “Va bene” dico e scendo di corsa. Sono già fuori dell’appartamento, ho chiamato l’ascensore e quando arriva e si aprono le porte, io metto le scarpe, che avevo provveduto ad infilare in una busta di plastica, sul pavimento e premo il pulsante, che manda l’ascensore a piano terra. Poi rientro in casa e vado ad affacciarmi di nuovo al terrazzino, per controllare se le scarpe sono giunte a destinazione. L’autovettura è ancora ferma con il motore acceso, alcuni ufficiali giudiziari si stanno allontanando in motorino e sta per partire anche un’altra autovettura con dei giovani viaggiatori a bordo. Sento squillare di nuovo il mio telefonino: “Ho trovato le scarpe, Werther, grazie” dice il giovane. “Ah, bene” rispondo. “Ciao”, dice. “Ciao”, dico io e chiudo. Poi vedo il suo profilo esile e magro che raggiunge la portiera spalancata dell’autovettura in partenza. In quel momento sopraggiunge in senso contrario un’altra autovettura, in questa movimentata notte di strani furtivi arrivi di viaggiatori ed ufficiali giudiziari notturni; guardo l’autovettura sopraggiungente che si ferma, scende il giardiniere, che accompagna il sovrintendente all’area verde condominiale e consorte; il giardiniere, un uomo molto anziano di quasi ottant’anni, si attarda incuriosito ad osservare la comitiva di giovani motorizzati che si allontana; poi il terzetto si avvia verso l’alloggio separato, dall’altro lato del giardino.
Ora sulla strada è tornata la calma ed io rientro nel salone e mi metto a guardare di nuovo la televisione: la donna giovane e bionda continua a parlare ancora incessantemente con calma e determinazione; sta parlando della emancipazione delle classi lavoratrici e storicamente soggette, che hanno dato luogo a quelle forme di mutua assistenza e solidarietà, a cui s’ispira anche l’associazione, di cui ella è presidente; ricorda qualche particolare biografico dell’eminente figura del suo predecessore e fondatore dell’associazione, guarda l’interlocutore invisibile di fronte a sé direttamente negli occhi, con quel suo sguardo azzurro e volitivo che sembra interrogare, ma subito fugare ogni dubbio con il sopraggiungere di nuovi argomenti che sempre trova. Sono catturato dall’immagine e completamente assorbito da quell’apparizione televisiva, anch’essa notturna, e non mi accorgo subito che qualcuno, provenendo dall’ingresso, sta entrando nel salone, dopo avere aperto la porta di casa, pur avendo sentito con un sottile sgomento girare la chiave nella toppa; ma forse non volevo prestare attenzione a quella strana intrusione. Mi volto meravigliato verso la figura ora apparsa alle mie spalle, un giovane alto e robusto che mi rivolge un’occhiata quieta, tipica di chi ti conosce familiarmente da sempre. Chi è? È Nicola Indro, il torriere. Dico: “Ma tu sei torriere?” “Sì” risponde con l’aria soddisfatta di chi si sente attribuire una qualifica di rispetto. “Ma…” aggiungo dubbioso “dalla torre poco fa è sceso…” Alludo all’adolescente, sceso poco fa dalla sua camera, posta in cima alla torre in un angolo della casa e poi uscito, per allontanarsi con quella strana compagnia di viaggiatori notturni, sotto lo sguardo leggermente perplesso, ma dopo tutto disincantato del giardiniere ottantenne, rientrato nel cuore della notte in compagnia del sovrintendente dell’area verde condominiale. “Caio Giulio” mi risponde il torriere con aria di sufficienza; poi aggiunge con un sorrisino di superiorità: “È soltanto aspirante secondo alfiere.” Si avvia verso la scala che conduce su alla torre da loro abitata. “E Serenella?” Domando a sorpresa. “Una pedina, una pedina della scacchiera” dice il torriere, con aria ormai annoiata; quindi, prima di allontanarsi definitivamente verso la scala, precisa: “Ma no… una pedina della damiera.” E senza più voltarsi indietro, sale le scale e se ne va a dormire.
Nicola Indro, Caio Giulio e Serenella sono i miei molto più giovani fratelli; in quest’ora profonda della notte, in cui lo scampanellio di chiassosi ed improbabili ufficiali giudiziari e la partenza di indaffarati viaggiatori notturni mi ha svegliato di soprassalto, ne avevo occasionalmente e temporaneamente smarrito la memoria, per un improvviso vuoto di angoscia e di paura, dovuto allo sconcerto… Werther… io sono Werther… Guardo con concentrazione lo schermo del televisore, dove l’immagine della bionda donna, che si confessava davanti ad invisibili insonni spettatori, meglio che si raccontava davanti alle telecamere in una trasmissione registrata e mandata in onda in ore della notte, favorevoli a più diverse e lusinghevoli immagini, è ora inopinatamente scomparsa. Cambio canale, ma sullo schermo compare soltanto il grigio sfarfallio della mancata sincronizzazione della emittente su quella banda di frequenza; ed allora ripongo il telecomando e mi nascondo il volto tra le mani, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e mentre sto lì in quella posa, mi assale nitido il ricordo di quel giorno tragico di circa vent’anni fa, quando tornai a casa dopo avere lasciato gli altri alla fermata dell’autobus, che li doveva portare alle giostre dell’Eur, in una giornata di festa per noi della famiglia. È notte profonda, in questo salone buio della mia casa, illuminato dai grigi balenii dello schermo del televisore, che nel silenzio in sottofondo emette il suo irregolare fruscio.
“Signori della Corte, guardate bene in viso questo giovane, che con volto angelico ora recita una commedia fascinosa e ricca di mistero, questo adolescente pallido, dalla cui espressione non traspare nessun sentimento, nessuna emozione, nessuna umana passione. Questo freddo giovane, che in preda ai suoi “demoni negativi”, è diventato l’assassino di sua madre, un…” Quando l’avvocato della Pubblica Accusa aveva iniziato la sua arringa, io ho iniziato ad ascoltarlo con una certa attenzione ragionevole e critica: “pallido”, perché non tradivo nessuna emozione, che mi colorisse il volto; io “pallido” delinquente e tu, tu… “rosso” giudice! Ero critico, mi permettevo di giudicare, io, l’imputato; all’inizio, ero persino attento a quanto il mio accusatore declamava sul mio conto; poi, immediatamente dopo, la rovina! Uno schianto! Una valanga si è abbattuta sul mio capo, senza travolgere la mia vita vegetativa ed animale, ma lasciandomi istupidito, in uno stato di semicoscienza crepuscolare: “m-a-t-r-i-c-i-d-a!” Ho incominciato a guardarmi intorno, volgendo il capo a destra e sinistra: tutti i presenti, tra spettatori, giudici, avvocati, ufficiali giudiziari, compresi i Signori della Corte, guardavano fissamente il pubblico accusatore che parlava con forza e determinazione, scandendo le frasi terribili nel silenzio generale, senza neppure lui guardare nella mia direzione, ma solo accennandovi genericamente con la mano sinistra levata in avanti. Se un medico della psiche mi avesse osservato in quel momento, non avrebbe sicuramente fallito nella sua diagnosi: crisi acuta di patologia mentale. Ero un malato, un sofferente psichico in preda ad un violento attacco della sua affezione morbosa, che si voltava intorno a sé in cerca di aiuto, per trovare un cenno di assenso e di compassione per la sua sciagura.
Eppure non era così! Certo, in quel momento, io stavo male; forse un’altra persona al mio posto avrebbe tradito, attraverso una più colorita espressione del volto, sentimenti più umani; ma io… io… non avevo ucciso! Mia madre ed io eravamo ruzzolati abbracciati per le scale, lei aveva battuto la testa ed era morta, ma io non ero stato a volere che accadesse così. La scena mi appariva, come mi è sempre apparsa e come mi appare ancora adesso, come il succedersi di fotogrammi sbiaditi tra loro scollegati, alcuni più nitidi altri in più scura penombra… Ecco, sono tornato a casa e Annalisa mi è corsa incontro: io le ho dato un buffetto sulla guancia, così amichevolmente, per scherzare ed invece lei si è risentita un po’; allora io, per coinvolgerla un po’ più nello scherzo, le ho tirato leggermente un ciuffo dei capelli. Ha iniziato a strepitare: che carattere! Suscettibilissima ed orgogliosa sino alla cima dei capelli, come nostra madre, ma non come me che ho sicuramente preso da papà, più ridanciano, “beota”, come lo insultava la mamma. Annalisa è corsa a lamentarsi da lei, che è venuta fuori irritata come una tigre, una reazione spropositata; gridava contro di me sempre più minacciosa la mamma, avvicinandosi sotto il mio muso, mentre io indietreggiavo sorpreso ed ancora sorridente. Ha cominciato a spingermi con le mani, fino a quando non siamo giunti al limite della lunga e ripida scalinata d’ingresso della casa, con gli antichi ed aguzzi gradini di pietra; sembrava quasi volesse scacciarmi in malo modo via dal posto, ma perché? mi chiedevo. In quel momento, mi è sembrato di scorgere un’ombra slittare rapida nel chiaroscuro del corridoio, per poi dileguare alle mie spalle, proprio mentre la mamma, fermatasi di colpo, ha cominciato a tirarmi verso di sé, invertendo la sua direzione di marcia ed al contempo, alzando più forte il tono della voce. Mah! Ho deciso di por fine a quella scoperta commedia, in cui la mamma recitava un ruolo isterico, certamente a lei congeniale, ma non del tutto veridico in relazione alla causa dei fatti in questione; regnava in quella casa, ancora prima che io arrivassi un’atmosfera elettrica, che aveva coinvolto, ora me ne rendevo conto, anche la sorellina. Ho allungato dunque le mani fino al collo della mamma, sfiorandolo con ripetute allusive carezze, un ambiguo sorriso sul mio volto; era un gioco, ma stante il suo carattere fragile di mente, la mamma si è inferocita ancora di più, ho visto infatti una strana luce balenare nei suoi occhi. Allora, conoscendola io bene, come per farla rinsavire, l’ho afferrata per le spalle ed ho cominciato a scuoterla violentemente, con sempre maggior vigore; lei si è irrigidita ed è divenuta come un improvviso blocco di marmo; io le ho dato uno scossone e tirandola da una parte, ho cominciato a girarle intorno, riuscendo infine a smuoverla ed a trascinarla in tondo, non sapendo neppure io bene dove andare. Potevamo sembrare una coppia legata in un grottesco girotondo nella penombra dell’atrio, che ci ha portato di nuovo sull’orlo della scalinata; qui, ho allentato la presa, sgomento nel vedere la mamma in bilico sul precipizio; lei ne ha approfittato per divincolarsi e compiere un insano balzo all’indietro; io mi sono slanciato in avanti, per salvarla dalla inevitabile caduta, ma non ho potuto fare altro che assecondarla, perché lei ha alzato le mani per difendersi; io non sono riuscito ad afferrarla in tempo e nell’impeto dello slancio siamo entrambi precipitati per le scale, ruzzolando poi avvinghiati in un abbraccio di follia e di morte per quasi tutti i gradini, fin giù in fondo, lei sotto, io sopra, mentre un urlo agghiacciante sibilava altissimo ed acuto fino a perforarmi i timpani delle orecchie: era l’ululato infinito e lacerante del coyote…?
Ed ora un silenzio di gelido cristallo, surreale. Mi risollevavo dal corpo stranamente immobile della mamma, tenendomi una mano premuta sul labbro superiore, mentre mi passavo la lingua sugli incisivi. La mamma giaceva supina ed inerte, di traverso sulle scale, la testa rovesciata all’indietro, il suo sguardo celeste inesorabilmente fisso sulla porta d’ingresso, che nella prospettiva rovesciata avrebbe dovuto esser vista da sotto all’insù; un rivolo di sangue vermiglio le scivolava da dietro la nuca, allungandosi sugli ultimi gradini, per allargarsi a formare una pozza nerastra sul pavimento in prossimità dell’uscio di casa. Fissavo il corso umido del rivolo di sangue, fino alla riga di luce delineata sotto la porta d’ingresso e stavo per posare lo sguardo sui polpastrelli delle dita della mano che avevo inumidito con la lingua, al fine di accertare se la saliva fosse rosata, perché nella caduta ero andato a sbattere col muso contro quello della mamma, precisamente con i miei denti sul suo labbro superiore ed avevo avuto la peggio, perché lei era dotata di una robusta dentiera su tutta l’arcata superiore della bocca. Ho sentito gridare : “Mamma, mamma” ed ho visto la sorellina che accorreva fermandosi accanto a noi e piegando la sua testolina su quella della mamma. Annalisa doveva avere assistito in disparte alla lotta fra i grandi e forse, ritenendosi leggermente coinvolta, aveva prima tentato di intromettersi; in verità, mi era sembrato di sentire poco prima, durante quel tragico e grottesco girotondo, una piccola mano che mi afferrava la gamba, ma che subito dopo lasciava la presa. Ero stanchissimo. Hanno bussato sorprendentemente alla porta, ho alzato il capo stupito, ma ero stordito, la sorellina si è risollevata; poi abbiamo sentito girare la chiave nella toppa, la porta si è aperta e nel riquadro di luce è apparsa la figura del professor Di Sanzio. È il dottore che ha in cura la mamma da diversi mesi, anzi da qualche anno; è diventato così familiare a noi tutti che gli abbiamo dato le chiavi di casa, per quando la mamma rimane in casa da sola, in verità pochissime volte; e pensare che io poco fa… è così rassicurante la figura del nostro medico, soltanto a guardarlo in viso capisci che è luminoso e chiaro, con i suoi capelli bianchi folti, candidi come la sua anima, i suoi occhiali, il volto serio che pure sorride, quella sua rotondità della persona, come il papà, che ispira fiducia e serenità. In quel momento, oltre alla mortale stanchezza, ho sentito un’arsura lacerante che mi attanagliava la gola secchissima; mi sono alzato in piedi con il proposito di risalire su e andare in cucina per farmi una lunga fresca bevuta: in quell’istante un brivido di gelo improvviso mi ha percorso tutto il corpo, dandomi un tremito convulso. Che cosa era accaduto? In quell’attimo di gelo nella mia mente era riapparsa l’ombra scivolata alle mie spalle, poco prima, quando la mamma veniva da me scossa ed essa stessa si scuoteva tutta, urlando come un’ossessa; non era un clandestino che magari godeva della complicità della padrona di casa, quale io mi ero figurato incoerentemente per un istante poter essere il nostro amico medico psichiatra, ma una più tenebrosa ed impalpabile figura: il nero angelo della Morte, il demone negativo comprovante l’esistenza reale del Male! Ecco perché, dunque, ora il mio gelo, gelo di morte.
Annalisa cantilenava accanto alla mamma: “Mamma, mamma, svegliati, apri gli occhi: è arrivato il professore.” E mentre la figura quieta del medico si è accostata alla morta ed alla bambina, che la cullava e vegliava, io ho risalito le scale e mi sono diretto in cucina. Qui, ho aperto lo sportello del frigorifero ed ho allungato una mano verso la bottiglia dell’aranciata amara; ma quando ho afferrato il collo di vetro, sono rimasto come paralizzato ed il muscoli del corpo se ne sono andati per conto loro, incontrollati. Guardavo stupito il mio petto che e le braccia che si contraevano e distendevano brevemente, in un moto di ordinata convulsione e la mano avvinghiata al collo della bottiglia di aranciata amara che sbatteva ritmicamente contro l’interno dello sportello del frigorifero, facendo tintinnare tutti i vetri delle altre bottiglie in un chiasso indominabile. Avevo la bocca semiaperta, pronta per avvicinarla all’orlo della bevanda ed allora ho tentato di chiuderla, ma ogni volta che la chiudevo, contro la mia volontà si riapriva, facendo ticchettare un sinistro battere di denti. Ero in preda ad una crisi di terrore. Il ritmo degli spasmi del mio corpo era all’unisono con il ritmo vibrante dei movimenti di poco prima, quando nella rovinosa e mortale caduta avvinghiato alla mamma, ero inopinatamente riuscito ad afferrarle la testa per i capelli, cercando di tenerla sollevata rispetto al corpo, ma ad ogni scossone della nostra scivolata sui gradini con forza le mie mani disobbedienti la sbattevano sugli spigoli, forse comandate da quei “demoni negativi”, evocati dalla pubblica accusa. Fu invero questa circostanza, lo sbattere da parte mia della testa della mamma contro i gradini di pietra aguzza, uno di quei particolari aspetti portato in evidenza dalla perizia tecnica processuale, che portò alla mia condanna al manicomio criminale per un periodo di ventidue anni, prevedendo la fattispecie dell’omicidio volontario una pena non inferiore ad anni ventuno. L’arsura, l’arsura mi bruciava la gola ed io stessi mi meravigliai, quando cessò la crisi di terrore, di cui ero stato improvvisa preda, e potetti accostare con calma le labbra all’orlo della bottiglia di aranciata amara; la bevanda fredda m’invase il corpo e l’anima e ben presto rinfrescato, cominciai da avere tremiti di freddo, diventando in breve zuppo di sudore. Ritornai verso la scala e scesi verso la mamma e la sorellina e il dottore, che tentava di stornarla dal corpo inerte. Annalisa, povera creaturina fragile e indifesa… mi avvicinai per confortarla, mentre lei sussurrava alle orecchie della mamma supina di risvegliarsi. La bimba si voltò e mi fissò con gli occhi celesti, come si fissa uno sconosciuto, poi lanciò alcune urla e cominciò a tremare tutta scossa dai singhiozzi, mentre il medico pietoso la sollevava tra le braccia, portandola via di corsa sulle scale. Sentii un forte colpo di vento ed un suo successivo sibilare e lo sbattere ripetuto della porta, mentre tutto intorno a me si oscurava. Nel silenzio intangibile dell’oscurità della notte, inaudito e insostenibile si ripete il sibilo del vento – si è mai sentito il vento sibilare così?
Ho sollevato la testa dalle mani mie conchiuse a semisfera ed ho guardato verso i vetri della finestra balcone, dove un leggero vento ha sollevato e gonfia le tende sottili; penso all’adolescente partito per l’isola d’Ischia, al torriere ed alla pedina di damiera. Ma non siamo noi tutti le pedine di una più vasta ed inaccessibile damiera, dove il fanciullo divino gioca il suo capriccioso gioco, che informa i nostri destini? Ho lasciato un messaggio di sopra, Werther… ha detto l’adolescente, prima di partire: è forse lui l’umana raffigurazione della forma divina dell’innocenza e della fanciullezza? “Riesce a comporre, signor Werther, una frase con le parole: pescatore, lenza, fiume?” Mi domandava in aula uno dei due periti nominati dal tribunale, per accertare la sanità delle mie facoltà mentali, subito dopo la rissa verbale di poco prima con il suo collega, che contrariamente a lui sosteneva la tesi di una mia perfetta simulazione di infermità di mente. Spostavo lo sguardo sui visi dei componenti la Corte di giustizia, che mi fissavano silenziosi e attenti, poi mi voltavo verso il pubblico, gli avvocati, gli ufficiali giudiziari, i guardiani della legge; quindi, tornavo a guardare il medico psichiatra, che mi aveva posto la domanda: “La lenza… nel fiume… del pescatore…” Tutti ascoltavano attentamente queste mie sconnesse parole. Nel silenzio generale, ho ripreso a balbettare: “Il fiume… del pescatore… la lenza… il pescatore…” Ho borbottato ancora qualche altra parola incomprensibile, non senza incespicare ed infine restando in silenzio, perché non riuscivo a proseguire. “Basta, grazie così, signor Werther” ha detto l’interrogante, sul viso dipinta l’espressione di umana pietà, un sentimento che forse al momento attraversava l’animo di un po’ tutti i presenti, di fronte alla evidente prova di quella mia grave forma di debolezza mentale e di insopportabile indigenza spirituale. Sono uscito dal manicomio criminale, dopo quindici anni, per buona condotta e perché giudicato guarito. Io, oggi, so che il pescatore lancia la lenza nell’acqua del fiume, con l’amo all’estremità, per farvi abboccare i pesci e poi tirarli dal basso in su; in definitiva lancia nella corrente del fiume la lenza, al fine di pescare animali acquatici; ma allora… allora… io, in quell’aula, avevo di fronte a me la visione di uno sguardo celeste vitreo, un rivolo di sangue rossastro che scivolava sui gradini e si allargava in una pozza accanto alla riga di luce sotto la porta e quei colpi della testa che sbatteva sugli spigoli di pietra… la povera mamma…
Il pescatore ritiene che lanciando la lenza nell’acqua del fiume, può catturare i pesci, crede di essere capace cioè di sciogliere il nesso che lega il pesce all’acqua del fiume, di de-cidere del destino dei pesci, applicando la sua arte… eppure la pesca con la lenza… non è poi tanto facile coglierne la spiegazione, essendo nel complesso dell’arte umana un’arte acquisitiva, dell’arte acquisitiva quella parte che è arte dell’impadronirsi, dell’arte dell’impadronirsi quella parte che è arte della caccia, della caccia quella parte che è caccia ad esseri viventi, della caccia ad esseri viventi caccia a viventi fluttuanti in un elemento umido, di quest’ultima parte di caccia quella speciale caccia che si chiama pesca, della pesca la pesca con colpi, quindi della pesca con colpi la pesca con l’amo, con colpi dal basso verso l’alto, vale a dire la pesca con la lenza… Io, oggi, riesco a ragionare e mi sono lasciato alle spalle quella parte malata di me, che rappresentava della mia personalità l’aspetto della mia follia più essenziale ed estrema, io, oggi so di poter de-cidere… e riesco a guardare alla Vita con una più umana comprensione e una maggiore indulgenza… oh, se soltanto…! Nicola Indro, Caio Giulio e Serenella sono i miei molto più giovani fratelli. Dopo la disgrazia della mamma, il papà si risposò ed ora il torriere, l’aspirante alfiere e la pedina della damiera vivono con me nella casa che abbiamo ereditato da papà; se ne andato anche lui, il povero papà, purtroppo ancora prima che io uscissi e già tragicamente di nuovo vedovo. I parenti della seconda defunta moglie di papà ci hanno fatto causa e vogliono riprendersi la casa e ci mandano spesso gli ufficiali giudiziari, veri e propri assurdi personaggi, che vengono a bussare anche di notte, come questa volta, quando nella casa e nelle adiacenze c’è stato questo strano movimento dei viaggiatori, del giardiniere e del torriere. Oh! Vado a dormire, sono molto stanco.
È mattina e mi sono svegliato molto presto, con nelle orecchie il sinistro gracchiare delle cornacchie; questi volatili, come ricorda il conte Sangermano, pur vivendo nell’ambiente plasmato dall’uomo, non hanno però sviluppato caratteristiche simili a lui, come invece altri animali domestici, per esempio il porco da cortile, che condivide con gli umani la rosea nudità della pelle ed anche altri tratti del carattere, quali un certo modo di cedere all’istinto sessuale, la propensione a rivoltolarsi nel sudiciume, la fiacchezza e più in generale la mancanza di difesa davanti alla natura; così il cane che come l’uomo ha paura degli spettri oppure il cavallo che facilmente si adombra di fronte a visioni fantasmatiche; le cornacchie invece volano in bassi circoli radenti l’habitat umano, per allontanarsi poi in più ampi giri, con quel cupo e ostinato gracchiare, in cui risuona tutta la loro avversione di fauna aerea. Risvegliato, dunque, dal livido gracchiare delle cornacchie, ho immediatamente avvertito un umore nerastro, ma non potevo riprendere sonno; allora mi sono alzato e senza lavarmi, mi sono vestito e sono uscito. Nelle grigie righe dell’aria, lo spleen del mattino, l’animo illividito, ho raggiunto in breve con l’autobus il centro di una Roma domenicale e deserta. Ho percorso un tratto del lungotevere, gli alberi con le foglie cadute dai rami, l’acqua del fiume torbida e verdastra, alcuni barboni accanto ai loro stracci sul greto, nel fumo di un fuoco della notte appena spento. Vado girovagando per le strade, con pochi passanti, fermandomi a leggere ogni tanto le targhe commemorative dei caduti durante l’occupazione nazista della città e di altre vittime dei successivi tormentati anni dell’Italia degli anni Settanta. Mi fermo in un bar accanto al Largo Argentina e nello stretto locale tento di scaldarmi con i sorsi di un caffè, poi esco. Ed ora nella livida nebbia irreale del mattino, mi accorgo che progressivamente sfumano e svaporano dileguandosi nell’aria i fantasmi notturni dei temuti ladri, dei viaggiatori indaffarati e di altre cangianti instabili ombre.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
14 commenti:
IL NERO DELLA SCRITTURA
“De la scrigiura negra da dir sì ven la sorte…
la qual ki la lezesse col core e co la mente
e sospirar e planz devrav amaramente…”
dal “Libro delle tre scritture” di Bonavesin de la Riva
“E’ ora il momento di parlare della scrittura nera
e chi leggerà con intelligenza e sentimento
piangere e sospirare dovrà amaramente…”
DEI LADRI NOTTURNI, DEI VIAGGIATORI E DELLE OMBRE
Sono giunto in fondo al viale Trastevere, poi di fronte alla stazione ferroviaria, ho piegato giù sulla sinistra verso la discesa del sottovia, in direzione della fermata dell’autobus, dove una piccola folla di passeggeri era in attesa del mezzo pubblico. Ho raggiunto e superato il gruppetto, poi di colpo mi sono fermato, girandomi su me stesso e rivolgendo lo sguardo di fronte: così, in un improvviso lampo di flash, un’istantanea, ho rivisto l’immagine di oltre vent’anni prima nella stessa luce grigia di questo pomeriggio di ottobre, in cui soffia un vento leggero ed il cielo è coperto. Sono i componenti di un piccolo gruppo familiare e formano un quadretto di personaggi, che lascia sbiadire sullo sfondo tutti gli altri presenti, divenuti anonime comparse.
Osservo i loro volti mi accorgo che non guardano nella mia direzione, ma fissano immobili, il capo rivolto in alto, il cartello della fermata dell’autobus, scrutando le destinazioni delle linee urbane lì sopra indicate. Sono i componenti, non tutti, della mia cerchia familiare, ed io li passo in rassegna uno per uno. In primo piano c’è Roberto, il mio fratello di dodici anni, circa cinque meno dei miei, che nel vedermi mette a fuoco lo sguardo ed ora mi sorride; indossa i pantaloni corti e noto che ha i calzettoni grigi uno ben calzato sino al ginocchio, l’altro calato un po’ giù fin quasi alla caviglia; non dà importanza al particolare, quando con lo sguardo glielo faccio notare. Dietro di lui ci sono i grandi: da sinistra, il papà, paffuto e con la sua aria beata, sempre aperta al sorriso; Roberto gli assomiglia molto, molto più di me, che invece ricordo più il viso della mamma, per l’espressione quasi sempre severa. La mamma, che in questa foto di famiglia non compare, è svizzera, tedesca di Zurigo, ma vissuta sempre a Roma, sin da piccola; mio nonno materno, infatti, secondo Araldo d’ambasciata del governo elvetico presso la Santa Sede, aveva sposato un’italiana, mia nonna, con genitori italo-latinoamericani. Al contrario della mamma però, che nella sua vita ha sempre tenuto un contegno controllato, io spesso mi sono lasciato trascinare da brevi crisi di euforia, suscitando forti reprimende da parte sua; mio fratello Roberto invece era più smaliziato o almeno a me così sembrava per la sua età. Ed infatti mi è rimasta impressa una scena di quando lui aveva otto nove anni ed aveva rincorso la mamma, che dopo averlo sgridato si stava allontanando verso la cucina; suscitando la mia ilarità, aveva allungato una gamba, come a simulare di darle un calcio nel sedere, a mo’ di rappresaglia per il rimprovero ricevuto; io, con mia grande sorpresa, mi resi conto che la mamma, pur essendosi accorta di quella piccola bravata, non aveva reagito, come pensavo. Riflettendo poi su questa scenetta, ho sempre sospettato che quel gesto irriguardoso nei confronti della mamma, deve essere stato suggerito a mio fratello dal papà, come la sua furba espressione immortalata in questa immagine di circa vent’anni fa lascia trasparire.
Nella foto, accanto a papà, c’è zia Else, gli occhi nerissimi leggermente a mandorla, i lunghi capelli neri riccioluti, sempre elegante, sempre raffinata, molto più della mamma, sua sorella. Anche lei sta scrutando l’elenco delle corse degli autobus sul cartello di questa fermata di corso Marconi, i capelli leggermente smossi dalle lievi folate del vento ottobrino. È molto bella zia Else, ha quasi quarant’anni ed è sposata da quando ne aveva diciotto; al contrario della mamma, ha un carattere gioioso ed espansivo, un senso festaiolo della vita, che però non scade mai, a mio giudizio, in superficialità o leggerezza; alla zia piace molto stare in compagnia assieme ad altra gente, nelle cui premure e attenzioni vede forse rispecchiare la sua bellezza ed il suo fascino. Accanto a lei c’è mia cugina quindicenne, Ursula, alta quasi quanto la madre, gli stessi occhi e capelli nerissimi, lo stesso bianco ovale del viso. In privato, tra noi, la mamma qualche volta si è lasciata andare, esprimendo giudizi negativi su mia cugina adolescente e criticandone certi modi e atteggiamenti, secondo lei non consoni all’età della signorina, che giudica frivola come la madre, che lei dice di conoscere bene. Io penso che la malevolenza della mamma nei confronti di zia Else degli ultimi tempi, riferibili a questa immagine di venti anni fa, siano dovuti a certe sue irritazioni, per comportamenti di sua sorella relativi più a interessi economico familiari comuni che alla condotta di vita sua e della figlia.
Più in là, anche lui lo sguardo in alto fisso sul cartello a cercare di leggere gli orari e i passaggi degli autobus, si staglia con la sua bella e prestante figura il marito di zia Else, Francesco Villerose, un gentiluomo siciliano di nobile famiglia, i capelli brizzolati alle tempie, alto, giovanile ed atletico; pare infatti che nei suoi verdi anni avesse gareggiato in atletica leggera nel mezzofondo, raggiungendo livelli di valore quasi nazionale. Sorride anche lui leggermente come tutti nella foto, anche lui guarda verso l’obiettivo, il cartello della fermata dell’autobus, situato un po’ più in alto sulla mia testa, con quel prudente ottimismo e quella fiducia in un futuro invitante propri delle persone che hanno raggiunto la stabilità delle proprie attese e dei propri affetti più personali.
Oltre alla mamma, nel mio quadretto familiare, manca Annalisa, mia sorella, che allora aveva dieci anni, ed era la più piccola. Dov’era quel giorno? Forse già a casa con la mamma? Sono passati circa vent’anni da allora, la stessa luce grigia dell’aria, che tiene in sospeso il giorno prima del sopraggiungere del vespro, nell’ora in cui già molti romani affollano le fermate della metropolitana, degli autobus urbani e di quelli con destinazione i Castelli o gli altri comuni dell’hinterland.
Poi è sopraggiunta la sagoma scura di un autobus, la mia scena si dissolve e torna il gruppetto di persone in attesa, che ora si muovono e si affrettano verso le porte spalancate del mezzo pubblico. Molti salgono, anch’io, poi le portiere si richiudono e l’autobus riparte, passando sotto il cavalcavia ferroviario, per sbucare in piazzale della Radio e raggiungere l’affollato viale Marconi; abbiamo superato il ponte sul Tevere all’altezza della Basilica di San Paolo ed in breve abbiamo raggiunto a sinistra la Cristoforo Colombo, proseguendo per l’Ardeatina fino all’Appia antica, dove sono sceso, raggiungendo dopo un tratto a piedi di poche centinaia di metri la mia abitazione. È il crepuscolo, quando entro in casa, mi preparo la cena, guardo un po’ la televisione e vado a dormire.
Vengo svegliato nel cuore della notte da rumori e suoni di campanello al citofono. Ma che ore sono? Nel buio guardo il quadrante del mio orologio da polso e noto che le lancette fosforescenti segnano poco dopo le tre. Mi alzo dal letto e contemporaneamente prendo le due pistole cariche, posate sul comodino, dove le metto ogni notte, prima di andare a dormire, perché ho paura dei ladri notturni e dei rumori cupi nelle tenebre e di quello che dietro ad essi si cela, come l’urlo prolungato e gutturale del coyote o il lugubre ed intermittente verso della civetta o del gufo. Stringo con la destra un revolver e con la sinistra una pistola semiautomatica e resto immobile in ascolto ritto accanto al letto; ora posso sentire distintamente il suono del cicalino del citofono. Scendo rapidamente la scala interna che dai piani superiori porta giù nel salone e raggiunto l’ingresso mi avvicino al video del citofono. Posso osservare i volti di due o tre giovani che appaiono e scompaiono sul piccolo monitor; sembrano chiassosi e ridenti, poso il revolver sulla mensola e alzo la cornetta: nel microfono sento dei rumori, risa e frasi indistinte, riesco soltanto a capire una frase che i giovani ripetono un po’ insieme: “Siamo gli ufficiali giudiziari.” Percepisco ancora voci e risa ed alcune anche convulse, con timbro tipicamente femminile; quindi, sento riferire di un atto giudiziario del 1982 che mi deve essere notificato. “Ma nel 1982 io non ero ancora…” dico. “Non cominciate a gridare…” sento rispondere tra risatine e commenti a bassa voce indistinguibili. “Non gridate, come d’abitudine…” dicono più o meno a più voci i giovani di sotto; poi ancora risatine leggermente isteriche. “Va bene, portatelo, firmo…” dico allora con un tono calmo, quasi come se fossi rassegnato.
Non so come, ma dopo qualche minuto, sono in possesso dell’atto giudiziario, a cui do una rapida occhiata, prima di metterlo da parte. Torno indietro in salone ed accendo il televisore, ma dall’esterno del terrazzino balcone, sento provenire dal basso ancora il trambusto dei giovani sulla strada, che lì si trattengono. Sullo schermo intanto è apparsa l’immagine di una giovane donna bionda con gli occhi azzurri, che mostra molto meno dei quarant’anni che sicuramente deve avere, facendo riferimento ai dati temporali relativi alla sua vita ed età, che ella stessa dichiara nel confrontarli con le date degli avvenimenti politici salienti degli anni della nostra storia recente. Sotto l’immagine della giovane donna bionda, ogni tanto compare una dicitura con il suo nome e cognome e l’incarico di presidente di una istituzione umanitaria a carattere nazionale, per il sostegno e l’assistenza agli immigrati stranieri in Italia e nell’Europa occidentale. Rifletto sui suoi caratteri somatici che a mio giudizio rivelano una relazione nelle sue ascendenze sicuramente slava, ma forse mi sbaglio; non ho comunque il tempo di essere assorbito dai discorsi della singolare messaggera televisiva, perché sento parlare e vedo scendere dalla scala dei piani di sopra un giovane o meglio un adolescente magro ed esile, con una capigliatura castano chiara che gli cade sulla fronte e gli copre gli occhi, in bermuda lunghi sotto il ginocchio e zoccoli da mare. Il giovane sta parlando al telefonino ed ha una borsa a tracolla e con la mano libera regge una specie di valigetta. Sorpreso, vado incontro a lui e gli domando dove sta andando; mi guarda e dice, senza smettere di conversare al telefono: “Ah!” Poi si ferma e annuncia: “Ho lasciato un messaggio di sopra, Werther; sto andando all’isola di Ischia con i miei viaggiatori amici.” Quindi riprende la sua conversazione al telefonino e si avvia verso la porta. Ma chi sono i viaggiatori? Chi è questo adolescente, così stranamente familiare, sceso a sorpresa dalla scala di casa nel cuore della notte, proprio quando sono stato svegliato dal rumore e dal chiasso degli ufficiali giudiziari e in preda ai timori di assalti di ladri notturni o dell’ululato cupo e angosciante del coyote?
Rincorro il giovane e gli chiedo se ha bisogno dei documenti di viaggio, mi risponde di no che non sono necessari, ma io estraggo dal tiretto del comò un lasciapassare a lui intestato da esibire alla Guardia Costiera. Mi risponde che quel documento non è più richiesto, ma lo prende lo stesso, forse per accontentarmi; in quel momento sento strombazzare un’autovettura di sotto e mi volto verso la finestra; intanto l’adolescente viaggiatore apre la porta e si allontana. Quando mi volto verso di lui, mi accorgo che è già uscito e sta scendendo le scale del palazzo; allora corro verso la finestra e vado ad affacciarmi dal terrazzino e lancio un’occhiata in basso sulla strada. Un’autovettura con una portiera aperta è ferma, ma pronta per partire, presumibilmente con l’autista alla guida ed altri passeggeri sistemati sui sedili di dietro; lì intorno sostano altri giovani tra cui una ragazza, non so se viaggiatori o ufficiali giudiziari. L’adolescente di casa mia è uscito dal portone e si avvia verso la portiera spalancata dell’autovettura ancora ferma, ma con il motore acceso. Sento l’autista sbraitare e lanciare delle imprecazioni, poco dopo squilla il mio telefonino, allora rientro in fretta nel salone e vado a prendere l’apparecchio, posato accanto alle due pistole cariche sullo spazio libero della mensola, che sostiene il busto in marmo rosato siriano di Leonida Vasile, l’ultimo discendente del famoso scrittore del Seicento napoletano suo omonimo. Apro la comunicazione e sento una voce familiare che dice: “Werther, per favore, mi vai a prendere le scarpe in vernice nera, che stanno sotto l’armadio in camera mia?” Sono tentato di andare di nuovo ad affacciarmi dal terrazzino, per controllare de visu se l’adolescente sta parlando al telefonino o quanto meno che cosa sta facendo, poi rifletto che non c’è tempo da perdere e corro su per la scala fino ai piani superiori; entro in camera mia e prendo una lampada portatile, poggiata sul mobile a specchiera, l’accendo e nella luce giallastra diffusa intorno, vedo il mio viso riflesso nello specchio. Rifletto sui tratti del mio volto: dimostro molti anni più della mia età, poco sopra i trentasette, con i capelli castano chiari ampiamente striati di bianco, soprattutto alle tempie. Mi colpisce soprattutto il mio sguardo sereno o quanto meno in apparenza tale compatibilmente con l’espressione mia abituale sempre un po’ accigliata, tratto che purtroppo ho ereditato da mia madre. “Ma perché non ho l’espressione del volto della nonna?” ricordo di averle domandato una volta, quando ero piccolissimo, avevo appena cinque sei anni. A distanza di tempo, crescendo mi sono reso conto che la mia domanda conteneva una dose di ambigua ingenuità, che allora non mi era dato cogliere, in quanto avrei potuto riferirmi anche a sua madre e non invece alla nonna paterna. Ma la mamma con intuito comprese subito che mi riferivo a nonna Silvana, sua suocera, perché mi rispose con una domanda, quasi un rimprovero, niente affatto a tono con il mio interrogativo: “Ma tu non obbedisci mai a tua madre?” Così disse ed io risposi prontamente: “Mai!”
In verità non era difficile capire che nella mia domanda, io mi riferivo senza dubbio a nonna Silvana, in quanto la mamma più di una volta mi aveva sorpreso ad osservare una foto di famiglia incorniciata, che si trovava nella loro camera da letto sul comodino di papà. “Che fai?” mi domandò la prima volta. “Questa è tua madre?” domandai, indicando la nonna. “È la famiglia di papà” rispose la mamma e mi trascinò subito via. “Ma che fai lì incantato?” si spazientì altre volte, sorprendendomi in quell’atteggiamento di contemplazione in camera loro, davanti all’immagine della nonna. Mi risolsi allora di domandare una volta migliori spiegazioni a papà e approfittando di un’assenza della mamma, lo condussi nella loro camera da letto. “Chi sono?” domandai indicando la fotografia, dove si vedevano una coppia di adulti e quattro bambini. “Questo è tuo nonno Carlo, biologo ed entomologo” disse papà, indicando il suo proprio padre, che in verità di professione era stato militare di carriera, ufficiale di cavalleria; questa è tua nonna Silvana e questo in braccio a lei sono io, avevo tre anni allora. La nonna ha un viso bellissimo e dolcissimo, il sorriso felice, rimango incantato a contemplarla, un’immagine di oltre mezzo secolo fa, un interno di famiglia, che sento come una mia radice prossima.
Intanto sono entrato nella camera del mio adolescente e frugo sotto l’armadio, ma non trovo nulla, sto quasi per telefonargli, quando squilla di nuovo il mio portatile: è lui. Dico che non riesco a trovare le scarpe e proprio quando apro la scarpiera e le trovo, lui mi dice di guardare appunto nella scarpiera, vicino all’armadio. “Le ho trovate!” esclamo esultante. “Ah, mettile nell’ascensore.” “Va bene” dico e scendo di corsa. Sono già fuori dell’appartamento, ho chiamato l’ascensore e quando arriva e si aprono le porte, io metto le scarpe, che avevo provveduto ad infilare in una busta di plastica, sul pavimento e premo il pulsante, che manda l’ascensore a piano terra. Poi rientro in casa e vado ad affacciarmi di nuovo al terrazzino, per controllare se le scarpe sono giunte a destinazione. L’autovettura è ancora ferma con il motore acceso, alcuni ufficiali giudiziari si stanno allontanando in motorino e sta per partire anche un’altra autovettura con dei giovani viaggiatori a bordo. Sento squillare di nuovo il mio telefonino: “Ho trovato le scarpe, Werther, grazie” dice il giovane. “Ah, bene” rispondo. “Ciao”, dice. “Ciao”, dico io e chiudo. Poi vedo il suo profilo esile e magro che raggiunge la portiera spalancata dell’autovettura in partenza. In quel momento sopraggiunge in senso contrario un’altra autovettura, in questa movimentata notte di strani furtivi arrivi di viaggiatori ed ufficiali giudiziari notturni; guardo l’autovettura sopraggiungente che si ferma, scende il giardiniere, che accompagna il sovrintendente all’area verde condominiale e consorte; il giardiniere, un uomo molto anziano di quasi ottant’anni, si attarda incuriosito ad osservare la comitiva di giovani motorizzati che si allontana; poi il terzetto si avvia verso l’alloggio separato, dall’altro lato del giardino.
Ora sulla strada è tornata la calma ed io rientro nel salone e mi metto a guardare di nuovo la televisione: la donna giovane e bionda continua a parlare ancora incessantemente con calma e determinazione; sta parlando della emancipazione delle classi lavoratrici e storicamente soggette, che hanno dato luogo a quelle forme di mutua assistenza e solidarietà, a cui s’ispira anche l’associazione, di cui ella è presidente; ricorda qualche particolare biografico dell’eminente figura del suo predecessore e fondatore dell’associazione, guarda l’interlocutore invisibile di fronte a sé direttamente negli occhi, con quel suo sguardo azzurro e volitivo che sembra interrogare, ma subito fugare ogni dubbio con il sopraggiungere di nuovi argomenti che sempre trova. Sono catturato dall’immagine e completamente assorbito da quell’apparizione televisiva, anch’essa notturna, e non mi accorgo subito che qualcuno, provenendo dall’ingresso, sta entrando nel salone, dopo avere aperto la porta di casa, pur avendo sentito con un sottile sgomento girare la chiave nella toppa; ma forse non volevo prestare attenzione a quella strana intrusione. Mi volto meravigliato verso la figura ora apparsa alle mie spalle, un giovane alto e robusto che mi rivolge un’occhiata quieta, tipica di chi ti conosce familiarmente da sempre. Chi è? È Nicola Indro, il torriere. Dico: “Ma tu sei torriere?” “Sì” risponde con l’aria soddisfatta di chi si sente attribuire una qualifica di rispetto. “Ma…” aggiungo dubbioso “dalla torre poco fa è sceso…” Alludo all’adolescente, sceso poco fa dalla sua camera, posta in cima alla torre in un angolo della casa e poi uscito, per allontanarsi con quella strana compagnia di viaggiatori notturni, sotto lo sguardo leggermente perplesso, ma dopo tutto disincantato del giardiniere ottantenne, rientrato nel cuore della notte in compagnia del sovrintendente dell’area verde condominiale. “Caio Giulio” mi risponde il torriere con aria di sufficienza; poi aggiunge con un sorrisino di superiorità: “È soltanto aspirante secondo alfiere.” Si avvia verso la scala che conduce su alla torre da loro abitata. “E Serenella?” Domando a sorpresa. “Una pedina, una pedina della scacchiera” dice il torriere, con aria ormai annoiata; quindi, prima di allontanarsi definitivamente verso la scala, precisa: “Ma no… una pedina della damiera.” E senza più voltarsi indietro, sale le scale e se ne va a dormire.
Nicola Indro, Caio Giulio e Serenella sono i miei molto più giovani fratelli; in quest’ora profonda della notte, in cui lo scampanellio di chiassosi ed improbabili ufficiali giudiziari e la partenza di indaffarati viaggiatori notturni mi ha svegliato di soprassalto, ne avevo occasionalmente e temporaneamente smarrito la memoria, per un improvviso vuoto di angoscia e di paura, dovuto allo sconcerto… Werther… io sono Werther…
Guardo con concentrazione lo schermo del televisore, dove l’immagine della bionda donna, che si confessava davanti ad invisibili insonni spettatori, meglio che si raccontava davanti alle telecamere in una trasmissione registrata e mandata in onda in ore della notte, favorevoli a più diverse e lusinghevoli immagini, è ora inopinatamente scomparsa. Cambio canale, ma sullo schermo compare soltanto il grigio sfarfallio della mancata sincronizzazione della emittente su quella banda di frequenza; ed allora ripongo il telecomando e mi nascondo il volto tra le mani, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e mentre sto lì in quella posa, mi assale nitido il ricordo di quel giorno tragico di circa vent’anni fa, quando tornai a casa dopo avere lasciato gli altri alla fermata dell’autobus, che li doveva portare alle giostre dell’Eur, in una giornata di festa per noi della famiglia. È notte profonda, in questo salone buio della mia casa, illuminato dai grigi balenii dello schermo del televisore, che nel silenzio in sottofondo emette il suo irregolare fruscio.
“Signori della Corte, guardate bene in viso questo giovane, che con volto angelico ora recita una commedia fascinosa e ricca di mistero, questo adolescente pallido, dalla cui espressione non traspare nessun sentimento, nessuna emozione, nessuna umana passione. Questo freddo giovane, che in preda ai suoi “demoni negativi”, è diventato l’assassino di sua madre, un…”
Quando l’avvocato della Pubblica Accusa aveva iniziato la sua arringa, io ho iniziato ad ascoltarlo con una certa attenzione ragionevole e critica: “pallido”, perché non tradivo nessuna emozione, che mi colorisse il volto; io “pallido” delinquente e tu, tu… “rosso” giudice! Ero critico, mi permettevo di giudicare, io, l’imputato; all’inizio, ero persino attento a quanto il mio accusatore declamava sul mio conto; poi, immediatamente dopo, la rovina! Uno schianto!
Una valanga si è abbattuta sul mio capo, senza travolgere la mia vita vegetativa ed animale, ma lasciandomi istupidito, in uno stato di semicoscienza crepuscolare: “m-a-t-r-i-c-i-d-a!” Ho incominciato a guardarmi intorno, volgendo il capo a destra e sinistra: tutti i presenti, tra spettatori, giudici, avvocati, ufficiali giudiziari, compresi i Signori della Corte, guardavano fissamente il pubblico accusatore che parlava con forza e determinazione, scandendo le frasi terribili nel silenzio generale, senza neppure lui guardare nella mia direzione, ma solo accennandovi genericamente con la mano sinistra levata in avanti. Se un medico della psiche mi avesse osservato in quel momento, non avrebbe sicuramente fallito nella sua diagnosi: crisi acuta di patologia mentale. Ero un malato, un sofferente psichico in preda ad un violento attacco della sua affezione morbosa, che si voltava intorno a sé in cerca di aiuto, per trovare un cenno di assenso e di compassione per la sua sciagura.
Eppure non era così! Certo, in quel momento, io stavo male; forse un’altra persona al mio posto avrebbe tradito, attraverso una più colorita espressione del volto, sentimenti più umani; ma io… io… non avevo ucciso! Mia madre ed io eravamo ruzzolati abbracciati per le scale, lei aveva battuto la testa ed era morta, ma io non ero stato a volere che accadesse così.
La scena mi appariva, come mi è sempre apparsa e come mi appare ancora adesso, come il succedersi di fotogrammi sbiaditi tra loro scollegati, alcuni più nitidi altri in più scura penombra…
Ecco, sono tornato a casa e Annalisa mi è corsa incontro: io le ho dato un buffetto sulla guancia, così amichevolmente, per scherzare ed invece lei si è risentita un po’; allora io, per coinvolgerla un po’ più nello scherzo, le ho tirato leggermente un ciuffo dei capelli. Ha iniziato a strepitare: che carattere! Suscettibilissima ed orgogliosa sino alla cima dei capelli, come nostra madre, ma non come me che ho sicuramente preso da papà, più ridanciano, “beota”, come lo insultava la mamma. Annalisa è corsa a lamentarsi da lei, che è venuta fuori irritata come una tigre, una reazione spropositata; gridava contro di me sempre più minacciosa la mamma, avvicinandosi sotto il mio muso, mentre io indietreggiavo sorpreso ed ancora sorridente. Ha cominciato a spingermi con le mani, fino a quando non siamo giunti al limite della lunga e ripida scalinata d’ingresso della casa, con gli antichi ed aguzzi gradini di pietra; sembrava quasi volesse scacciarmi in malo modo via dal posto, ma perché? mi chiedevo. In quel momento, mi è sembrato di scorgere un’ombra slittare rapida nel chiaroscuro del corridoio, per poi dileguare alle mie spalle, proprio mentre la mamma, fermatasi di colpo, ha cominciato a tirarmi verso di sé, invertendo la sua direzione di marcia ed al contempo, alzando più forte il tono della voce. Mah!
Ho deciso di por fine a quella scoperta commedia, in cui la mamma recitava un ruolo isterico, certamente a lei congeniale, ma non del tutto veridico in relazione alla causa dei fatti in questione; regnava in quella casa, ancora prima che io arrivassi un’atmosfera elettrica, che aveva coinvolto, ora me ne rendevo conto, anche la sorellina. Ho allungato dunque le mani fino al collo della mamma, sfiorandolo con ripetute allusive carezze, un ambiguo sorriso sul mio volto; era un gioco, ma stante il suo carattere fragile di mente, la mamma si è inferocita ancora di più, ho visto infatti una strana luce balenare nei suoi occhi. Allora, conoscendola io bene, come per farla rinsavire, l’ho afferrata per le spalle ed ho cominciato a scuoterla violentemente, con sempre maggior vigore; lei si è irrigidita ed è divenuta come un improvviso blocco di marmo; io le ho dato uno scossone e tirandola da una parte, ho cominciato a girarle intorno, riuscendo infine a smuoverla ed a trascinarla in tondo, non sapendo neppure io bene dove andare. Potevamo sembrare una coppia legata in un grottesco girotondo nella penombra dell’atrio, che ci ha portato di nuovo sull’orlo della scalinata; qui, ho allentato la presa, sgomento nel vedere la mamma in bilico sul precipizio; lei ne ha approfittato per divincolarsi e compiere un insano balzo all’indietro; io mi sono slanciato in avanti, per salvarla dalla inevitabile caduta, ma non ho potuto fare altro che assecondarla, perché lei ha alzato le mani per difendersi; io non sono riuscito ad afferrarla in tempo e nell’impeto dello slancio siamo entrambi precipitati per le scale, ruzzolando poi avvinghiati in un abbraccio di follia e di morte per quasi tutti i gradini, fin giù in fondo, lei sotto, io sopra, mentre un urlo agghiacciante sibilava altissimo ed acuto fino a perforarmi i timpani delle orecchie: era l’ululato infinito e lacerante del coyote…?
Ed ora un silenzio di gelido cristallo, surreale. Mi risollevavo dal corpo stranamente immobile della mamma, tenendomi una mano premuta sul labbro superiore, mentre mi passavo la lingua sugli incisivi. La mamma giaceva supina ed inerte, di traverso sulle scale, la testa rovesciata all’indietro, il suo sguardo celeste inesorabilmente fisso sulla porta d’ingresso, che nella prospettiva rovesciata avrebbe dovuto esser vista da sotto all’insù; un rivolo di sangue vermiglio le scivolava da dietro la nuca, allungandosi sugli ultimi gradini, per allargarsi a formare una pozza nerastra sul pavimento in prossimità dell’uscio di casa. Fissavo il corso umido del rivolo di sangue, fino alla riga di luce delineata sotto la porta d’ingresso e stavo per posare lo sguardo sui polpastrelli delle dita della mano che avevo inumidito con la lingua, al fine di accertare se la saliva fosse rosata, perché nella caduta ero andato a sbattere col muso contro quello della mamma, precisamente con i miei denti sul suo labbro superiore ed avevo avuto la peggio, perché lei era dotata di una robusta dentiera su tutta l’arcata superiore della bocca.
Ho sentito gridare : “Mamma, mamma” ed ho visto la sorellina che accorreva fermandosi accanto a noi e piegando la sua testolina su quella della mamma. Annalisa doveva avere assistito in disparte alla lotta fra i grandi e forse, ritenendosi leggermente coinvolta, aveva prima tentato di intromettersi; in verità, mi era sembrato di sentire poco prima, durante quel tragico e grottesco girotondo, una piccola mano che mi afferrava la gamba, ma che subito dopo lasciava la presa.
Ero stanchissimo. Hanno bussato sorprendentemente alla porta, ho alzato il capo stupito, ma ero stordito, la sorellina si è risollevata; poi abbiamo sentito girare la chiave nella toppa, la porta si è aperta e nel riquadro di luce è apparsa la figura del professor Di Sanzio. È il dottore che ha in cura la mamma da diversi mesi, anzi da qualche anno; è diventato così familiare a noi tutti che gli abbiamo dato le chiavi di casa, per quando la mamma rimane in casa da sola, in verità pochissime volte; e pensare che io poco fa… è così rassicurante la figura del nostro medico, soltanto a guardarlo in viso capisci che è luminoso e chiaro, con i suoi capelli bianchi folti, candidi come la sua anima, i suoi occhiali, il volto serio che pure sorride, quella sua rotondità della persona, come il papà, che ispira fiducia e serenità.
In quel momento, oltre alla mortale stanchezza, ho sentito un’arsura lacerante che mi attanagliava la gola secchissima; mi sono alzato in piedi con il proposito di risalire su e andare in cucina per farmi una lunga fresca bevuta: in quell’istante un brivido di gelo improvviso mi ha percorso tutto il corpo, dandomi un tremito convulso. Che cosa era accaduto? In quell’attimo di gelo nella mia mente era riapparsa l’ombra scivolata alle mie spalle, poco prima, quando la mamma veniva da me scossa ed essa stessa si scuoteva tutta, urlando come un’ossessa; non era un clandestino che magari godeva della complicità della padrona di casa, quale io mi ero figurato incoerentemente per un istante poter essere il nostro amico medico psichiatra, ma una più tenebrosa ed impalpabile figura: il nero angelo della Morte, il demone negativo comprovante l’esistenza reale del Male! Ecco perché, dunque, ora il mio gelo, gelo di morte.
Annalisa cantilenava accanto alla mamma: “Mamma, mamma, svegliati, apri gli occhi: è arrivato il professore.” E mentre la figura quieta del medico si è accostata alla morta ed alla bambina, che la cullava e vegliava, io ho risalito le scale e mi sono diretto in cucina. Qui, ho aperto lo sportello del frigorifero ed ho allungato una mano verso la bottiglia dell’aranciata amara; ma quando ho afferrato il collo di vetro, sono rimasto come paralizzato ed il muscoli del corpo se ne sono andati per conto loro, incontrollati. Guardavo stupito il mio petto che e le braccia che si contraevano e distendevano brevemente, in un moto di ordinata convulsione e la mano avvinghiata al collo della bottiglia di aranciata amara che sbatteva ritmicamente contro l’interno dello sportello del frigorifero, facendo tintinnare tutti i vetri delle altre bottiglie in un chiasso indominabile. Avevo la bocca semiaperta, pronta per avvicinarla all’orlo della bevanda ed allora ho tentato di chiuderla, ma ogni volta che la chiudevo, contro la mia volontà si riapriva, facendo ticchettare un sinistro battere di denti. Ero in preda ad una crisi di terrore. Il ritmo degli spasmi del mio corpo era all’unisono con il ritmo vibrante dei movimenti di poco prima, quando nella rovinosa e mortale caduta avvinghiato alla mamma, ero inopinatamente riuscito ad afferrarle la testa per i capelli, cercando di tenerla sollevata rispetto al corpo, ma ad ogni scossone della nostra scivolata sui gradini con forza le mie mani disobbedienti la sbattevano sugli spigoli, forse comandate da quei “demoni negativi”, evocati dalla pubblica accusa. Fu invero questa circostanza, lo sbattere da parte mia della testa della mamma contro i gradini di pietra aguzza, uno di quei particolari aspetti portato in evidenza dalla perizia tecnica processuale, che portò alla mia condanna al manicomio criminale per un periodo di ventidue anni, prevedendo la fattispecie dell’omicidio volontario una pena non inferiore ad anni ventuno.
L’arsura, l’arsura mi bruciava la gola ed io stessi mi meravigliai, quando cessò la crisi di terrore, di cui ero stato improvvisa preda, e potetti accostare con calma le labbra all’orlo della bottiglia di aranciata amara; la bevanda fredda m’invase il corpo e l’anima e ben presto rinfrescato, cominciai da avere tremiti di freddo, diventando in breve zuppo di sudore. Ritornai verso la scala e scesi verso la mamma e la sorellina e il dottore, che tentava di stornarla dal corpo inerte. Annalisa, povera creaturina fragile e indifesa… mi avvicinai per confortarla, mentre lei sussurrava alle orecchie della mamma supina di risvegliarsi. La bimba si voltò e mi fissò con gli occhi celesti, come si fissa uno sconosciuto, poi lanciò alcune urla e cominciò a tremare tutta scossa dai singhiozzi, mentre il medico pietoso la sollevava tra le braccia, portandola via di corsa sulle scale. Sentii un forte colpo di vento ed un suo successivo sibilare e lo sbattere ripetuto della porta, mentre tutto intorno a me si oscurava. Nel silenzio intangibile dell’oscurità della notte, inaudito e insostenibile si ripete il sibilo del vento – si è mai sentito il vento sibilare così?
Ho sollevato la testa dalle mani mie conchiuse a semisfera ed ho guardato verso i vetri della finestra balcone, dove un leggero vento ha sollevato e gonfia le tende sottili; penso all’adolescente partito per l’isola d’Ischia, al torriere ed alla pedina di damiera. Ma non siamo noi tutti le pedine di una più vasta ed inaccessibile damiera, dove il fanciullo divino gioca il suo capriccioso gioco, che informa i nostri destini? Ho lasciato un messaggio di sopra, Werther… ha detto l’adolescente, prima di partire: è forse lui l’umana raffigurazione della forma divina dell’innocenza e della fanciullezza?
“Riesce a comporre, signor Werther, una frase con le parole: pescatore, lenza, fiume?” Mi domandava in aula uno dei due periti nominati dal tribunale, per accertare la sanità delle mie facoltà mentali, subito dopo la rissa verbale di poco prima con il suo collega, che contrariamente a lui sosteneva la tesi di una mia perfetta simulazione di infermità di mente.
Spostavo lo sguardo sui visi dei componenti la Corte di giustizia, che mi fissavano silenziosi e attenti, poi mi voltavo verso il pubblico, gli avvocati, gli ufficiali giudiziari, i guardiani della legge; quindi, tornavo a guardare il medico psichiatra, che mi aveva posto la domanda:
“La lenza… nel fiume… del pescatore…” Tutti ascoltavano attentamente queste mie sconnesse parole. Nel silenzio generale, ho ripreso a balbettare: “Il fiume… del pescatore… la lenza… il pescatore…” Ho borbottato ancora qualche altra parola incomprensibile, non senza incespicare ed infine restando in silenzio, perché non riuscivo a proseguire.
“Basta, grazie così, signor Werther” ha detto l’interrogante, sul viso dipinta l’espressione di umana pietà, un sentimento che forse al momento attraversava l’animo di un po’ tutti i presenti, di fronte alla evidente prova di quella mia grave forma di debolezza mentale e di insopportabile indigenza spirituale.
Sono uscito dal manicomio criminale, dopo quindici anni, per buona condotta e perché giudicato guarito. Io, oggi, so che il pescatore lancia la lenza nell’acqua del fiume, con l’amo all’estremità, per farvi abboccare i pesci e poi tirarli dal basso in su; in definitiva lancia nella corrente del fiume la lenza, al fine di pescare animali acquatici; ma allora… allora… io, in quell’aula, avevo di fronte a me la visione di uno sguardo celeste vitreo, un rivolo di sangue rossastro che scivolava sui gradini e si allargava in una pozza accanto alla riga di luce sotto la porta e quei colpi della testa che sbatteva sugli spigoli di pietra… la povera mamma…
Il pescatore ritiene che lanciando la lenza nell’acqua del fiume, può catturare i pesci, crede di essere capace cioè di sciogliere il nesso che lega il pesce all’acqua del fiume, di de-cidere del destino dei pesci, applicando la sua arte… eppure la pesca con la lenza… non è poi tanto facile coglierne la spiegazione, essendo nel complesso dell’arte umana un’arte acquisitiva, dell’arte acquisitiva quella parte che è arte dell’impadronirsi, dell’arte dell’impadronirsi quella parte che è arte della caccia, della caccia quella parte che è caccia ad esseri viventi, della caccia ad esseri viventi caccia a viventi fluttuanti in un elemento umido, di quest’ultima parte di caccia quella speciale caccia che si chiama pesca, della pesca la pesca con colpi, quindi della pesca con colpi la pesca con l’amo, con colpi dal basso verso l’alto, vale a dire la pesca con la lenza…
Io, oggi, riesco a ragionare e mi sono lasciato alle spalle quella parte malata di me, che rappresentava della mia personalità l’aspetto della mia follia più essenziale ed estrema, io, oggi so di poter de-cidere… e riesco a guardare alla Vita con una più umana comprensione e una maggiore indulgenza… oh, se soltanto…!
Nicola Indro, Caio Giulio e Serenella sono i miei molto più giovani fratelli. Dopo la disgrazia della mamma, il papà si risposò ed ora il torriere, l’aspirante alfiere e la pedina della damiera vivono con me nella casa che abbiamo ereditato da papà; se ne andato anche lui, il povero papà, purtroppo ancora prima che io uscissi e già tragicamente di nuovo vedovo. I parenti della seconda defunta moglie di papà ci hanno fatto causa e vogliono riprendersi la casa e ci mandano spesso gli ufficiali giudiziari, veri e propri assurdi personaggi, che vengono a bussare anche di notte, come questa volta, quando nella casa e nelle adiacenze c’è stato questo strano movimento dei viaggiatori, del giardiniere e del torriere. Oh! Vado a dormire, sono molto stanco.
È mattina e mi sono svegliato molto presto, con nelle orecchie il sinistro gracchiare delle cornacchie; questi volatili, come ricorda il conte Sangermano, pur vivendo nell’ambiente plasmato dall’uomo, non hanno però sviluppato caratteristiche simili a lui, come invece altri animali domestici, per esempio il porco da cortile, che condivide con gli umani la rosea nudità della pelle ed anche altri tratti del carattere, quali un certo modo di cedere all’istinto sessuale, la propensione a rivoltolarsi nel sudiciume, la fiacchezza e più in generale la mancanza di difesa davanti alla natura; così il cane che come l’uomo ha paura degli spettri oppure il cavallo che facilmente si adombra di fronte a visioni fantasmatiche; le cornacchie invece volano in bassi circoli radenti l’habitat umano, per allontanarsi poi in più ampi giri, con quel cupo e ostinato gracchiare, in cui risuona tutta la loro avversione di fauna aerea.
Risvegliato, dunque, dal livido gracchiare delle cornacchie, ho immediatamente avvertito un umore nerastro, ma non potevo riprendere sonno; allora mi sono alzato e senza lavarmi, mi sono vestito e sono uscito. Nelle grigie righe dell’aria, lo spleen del mattino, l’animo illividito, ho raggiunto in breve con l’autobus il centro di una Roma domenicale e deserta. Ho percorso un tratto del lungotevere, gli alberi con le foglie cadute dai rami, l’acqua del fiume torbida e verdastra, alcuni barboni accanto ai loro stracci sul greto, nel fumo di un fuoco della notte appena spento.
Vado girovagando per le strade, con pochi passanti, fermandomi a leggere ogni tanto le targhe commemorative dei caduti durante l’occupazione nazista della città e di altre vittime dei successivi tormentati anni dell’Italia degli anni Settanta. Mi fermo in un bar accanto al Largo Argentina e nello stretto locale tento di scaldarmi con i sorsi di un caffè, poi esco.
Ed ora nella livida nebbia irreale del mattino, mi accorgo che progressivamente sfumano e svaporano dileguandosi nell’aria i fantasmi notturni dei temuti ladri, dei viaggiatori indaffarati e di altre cangianti instabili ombre.
Posta un commento