martedì 28 luglio 2026

Poesia e musica

 



                  Nella soffusa sera




4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

Sorriso esangue, languido pallore,
fuga confusa, sbandato muovere
tra sconosciuta gente, che ti assale
alla rinfusa. Che cosa resta
in questa affollata sera?

Paralisi dei sensi, delle ore,
solo le gialle luci, nuove
comete, vivida spirale
di sogno, l’incanto della festa
rinnovano leggera.

Si specchia nello sguardo la fissità
del cuore, lacrime di vetro
smerigliato brillano nebbiose là
nell’agguato del silenzio tetro.



POESIA E MUSICA

https://radioalma.blogspot.com/2010/05/aspettando-silvio-minieri.html

Uguali passeranno tutti i giorni (Testo: Silvio Minieri; Musica: Michael Theosodiasis Interpretazione: Micheal Theosodiasis e Sophia Zissi) Scarica.

Sul sito web indicato è possibile sentire il testo musicato della poesia, a cui si dedicano alcune riflessioni richiamate in una “Postilla”, successiva e a distanza nel tempo, a un mio saggio incompleto di una quindicina di anni fa: “Nella confusa sera”. Il saggio era stato composto, a commento della silloge poetica, “La maschera e i giorni”, in cui è compresa la poesia, che dà il titolo all’intera silloge.

Silvio Minieri ha detto...

POSTILLA
Quando, a distanza di diversi anni, ho pensato di pubblicare il commento alla silloge, e sono andato a ricercare il file, non ho prestato molta attenzione al titolo, che avevo in mente: “Nella soffusa sera”. Poi, quando ho prestato maggiore attenzione a quello che leggevo e volevo postare, sono rimasto lievemente sorpreso nel leggere quello che era il titolo: “Nella confusa sera”, simile per assonanza, ma anche per un certo significato, simiglianza dovuta alla costellazione semantica, a cui entrambi i termini appartengono, ed ho ricostruito il mio ragionamento di allora. La mia prima intenzione era quella di scrivere “soffusa”, tale mi appariva l’immagine suggerita dal mio stato emotivo di allora: la luce della sera diffusa in maniera leggera e delicata in una piazza cittadina frequentata dalla gente di passaggio. Nel dover mettere poi una citazione in epigrafe, ho ripreso alcuni versi della lirica principale, quella tradotta anche in francese (ed inglese) e musicata: “Uguali passeranno tutti i giorni”, quindi quella da me più studiata e ascoltata. L’epigrafe era in lingua francese, perché metteva maggiormente in rilievo il passaggio tra i primi due versi e il terzo, separati dai puntini sospensivi, almeno così mi sembra ripensandoci. Forse era un passaggio che non avevo colto allora, ma riflettendo ora sul cambio del titolo è come se fosse venuto alla luce uno dei motivi che giacevano sul fondo della mia coscienza, quelli che muovono il processo generativo della composizione poetica, nel mio caso una sorta di quiete, di cui poi meglio spiego.
Ora, vorrei compiere una riflessione sulla interpretazione canora dell’arrangiamento del brano musicale. Il duo che lo interpreta procede in alternanza a due e ad una voce. La strofa cantata come assolo dall’interprete femminile era quella che mi aveva colpito, forse perché squillando saltava fuori dalla monotonia, che rispecchia l’incedere dei giorni tutti eguali “sous le masque de tous les jours”. E qui, cambiando ritmo musicale, mi risuonava la voce di Charles Aznavour: “Il faut savoir cacher ses larmes…/ Sous le masque de tous les jours”. Ecco perché avevo posto come epigrafe della silloge i due versi, di cui per il momento ci soffermiamo sul secondo, quello che ha generato il titolo della raccolta, ma che vale anche per la prima lirica.
Uguali passeranno tutti i giorni
fino all’esilio ultimo
e sempre fissa e uguale
la tua immortale maschera
mi accompagnerà, fino all’addio.
In questa prima strofa c’è quello che nella Introduzione avevo definito il “poema”, ossia il motivo ispiratore di fondo, che compone in una trama unica tutte le liriche della silloge: la maschera e tutti i giorni, ovvero tutto quello che è fisso e tutto quello che scorre, una dualità che anche per chi non ha una formazione filosofica subito comprende trattarsi delle due vie maestre del pensiero: l’essere e il divenire. Sono le due strade, i due sentieri irriducibili tra loro che vengono congiunti con la copula, la “e”, sebbene dovrebbero essere tenuti divisi dalla disgiuntiva “o”. […]

Silvio Minieri ha detto...

La contraddizione accennata percorre tutta la lirica, il cui titolo altro: “La maschera e i giorni”, ha dato il titolo all’intera silloge, e pertanto mi è stato naturale scrivere in epigrafe il verso della canzone di Charles Aznavour: “sous le masque de tous les jours”, che poi ha trascinato l’altro precedente, di cui daremo ragione altrove, pure prendendo spunto dalla lirica in esame, dove al secondo verso della quinta strofa si accenna a “lacrime di vetro”, un tema che si lega a quello della nostalgia.
Ma ora concentriamo l’attenzione sui versi, in lingua francese, posti in epigrafe al saggio di commento alla silloge, tratti dalla terza strofa, cantata dalla voce femminile:
“Sorriso esangue, languido pallore,
fuga confusa, sbandato muovere
tra sconosciuta gente, che ti assale
alla rinfusa. Che cosa resta
in questa affollata sera?”
« …fuite confuse, mouvement éperdu
au milieu d’une foule inconnue…
Que reste-t-il de cette soirée bondée ? »
I versi ci dicono di “qualcosa” “nella confusa sera”. Che cosa? Un qualche cosa che accade, suscitando l’emozione di una fuga confusa nella folla dei passanti, che poi piano si va smorzando nella quiete, nella luce soffusa della sera. Ora, “soffusa” è un aggettivo che non compare nella lirica, anche se traluce, nel terzo verso dell’epigrafe. Traluce dove? Proprio nella sua versione in lingua francese: “Que reste-t-il”. Chi non conosce la celebre canzone di Charles Trenet? Ed ecco allora che si comprende la diversità di due intonazioni differenti: la fuga confusa, lo sbandato muovere tra gente sconosciuta nell’affollata sera e la malinconia del “Que reste-t-il”.
Ma sull’affollata sera vorrei fare un’osservazione solo apparentemente curiosa, e infatti bisogna diffidare delle apparenze. Nell’arrangiamento musicale del brano poetico, lavoro di organizzazione strumentale e strutturale, il compositore ha dovuto eliminare alcune strofe, mantenendosi fedele alla lettera in tutte le altre, con la sola eccezione, guarda caso, proprio dell’ultimo verso della terza strofa, dove “in quest’affollata sera” è stato ridotto a “in questa sera”. Se si segue il ritmo musicale, si avverte subito che l’accordo tra parole e musica risuona consonante, e diversamente sarebbe stato stonato o dissonante. Inoltre l’eliminazione dell’aggettivo “affollata” nulla toglie al significato d’insieme della strofa, tanto che io stesso devo averlo aggiunto forse solo per ragioni di metro. E allora? Perché questo particolare?

Silvio Minieri ha detto...

E qui entra in gioco il gioco dell’enantiodromia. Che cosa significa questa parola? E che cosa c’entra con il nostro discorso? In verità ci era già entrata sotto altra forma di espressione concettuale. Enantiodromia, ἐναντιοδρομία, in greco, è parola composta da enantios, contrario e dromos, corsa, e significa letteralmente corsa nel contrario. Nella filosofia di Eraclito, sta a indicare il gioco degli opposti, in base al quale nel divenire ogni ente si risolve nel suo contrario. È il gioco del pensiero alla base della dialettica triadica di Hegel, dove la tesi passa nell’antitesi, generando la sintesi, che dà luogo a una nuova contrapposizione, dove la tesi confluisce nell’antitesi e così via.
Jung ha ripreso da Eraclito queto concetto e lo ha applicato all’Inconscio, dove il muoversi ogni volta di una condizione dell’anima nel proprio opposto è un fiume sotterraneo. Ecco che cosa dice dell’opera principale di Nietzsche: “Lo Zarathustra, nel suo complesso, è una specie di movimento enantiodromico, è il fiume dell’inconscio, e i suoi capitoli sono come immagini dei flutti di quella corrente sotterranea. Presumo che ogni giorno, Nietzsche si sedesse a trascrivere il fiume che inondava la sua coscienza, elaborando così una rappresentazione di ciò che accadeva nel suo inconscio.” Se possiamo definire l’inconscio lo specchio oscuro dell’anima, allora possiamo dire che il materiale psichico, sotto la spinta emotiva che genera l’espressione artistica, alla stessa stregua dei sogni, emerge al livello della coscienza nelle maniere e i modi di ogni coscienza individuale. Ora, se il processo psichico dell’inconscio individuale altro non è che una frazione dell’Inconscio collettivo, un arcipelago di isole, secondo un’immagine riconducibile a Jung, allora si verifica quel fenomeno che nell’estetica, la filosofia dell’arte, definiamo semplicemente come l’universalità dell’arte. In tal senso, ogni artista riconduce ad un genere universale le proprie espressioni creative. È forse questo il motivo per cui l’affollata sera è diventata semplicemente la sera, la sera della vita, come cantano i poeti? Ad esempio, Foscolo, Leopardi, Quasimodo e tanti altri, come i miei interpreti musicali. Nella strofa della lirica in esame la enantiodromia si rivela attraverso quello sbandato muoversi verso sconosciuti che ti assalgono, in verità sei tu che ti muovi in maniera confusa incontro a loro, alla rinfusa, per ritrovarti alla fine nella tua solitudine: “Che cosa resta di questa sera?”, come la voce femminile del duo musicale canta. La folla non c’è più, “Que reste-t-il”? Che cosa resta alla fine del giorno?
“Il viandante svanisce nei passi della sera, evolvendo in forme evanescenti di fantasma ed ombra, in suoni ed echi soffusi.” Avevo lasciato questa nota in corsivo, quando interruppi la stesura del mio saggio, forse riservandomi di completarla in seguito, per illustrare il motivo in cui il muoversi della folla serale si va confondendo nell’indistinzione dell’ombra, un’eco di suoni e di voci nella luce soffusa della sera.