“La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” (Galileo Galilei, “Il Saggiatore”)
“E qual cosa è più vergognosa che il sentir dire nelle pubbliche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all’avversario? Ma quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare , deponete il modo di filosofi , e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l’onorato titolo di filosofo.” (Galileo Galilei, “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”)
1. I due massimi sistemi “Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte dai fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e dai seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia dei processi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sostanze diverse tra loro, cioè la celeste e la elementare , quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento egli tratta nei libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dipendenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo lo stesso ordine, proporrò e poi liberamente dirò il mio parere, esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, strenuo campione e mantenitore della dottrina aristotelica.” Chi parla è Salviati, uno dei tre personaggi del trattato di Galileo Galilei: “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. I massimi sistemi in questione, ossia le teorie sulla configurazione dell’Universo, sono il sistema geocentrico di Tolomeo e Aristotele e quello eliocentrico di Copernico. E benché l’autore abbia presentato le sue teorie come ipotesi, non riuscì a sfuggire all’accusa di eresia, al processo e condanna del Sant’Uffizio e agli arresti domiciliari ad Arcetri, dove morì.
Nell’introduzione: “Al discreto lettore”, Galilei aveva scritto: “Si promulgò a gli anni passati in Roma un salutifero editto, che per ovviare a pericolosi scandali dell’età presente, imponeva opportuno silenzio all’opinione Pitagorica della mobilità della Terra.” Nel “De caelo” (II, 13, 293a), Aristotele attribuisce ai Pitagorici l’opinione, secondo cui “al centro si trova il fuoco, mentre la terra è uno degli astri, e si muove in circolo attorno al centro, producendo la notte e il giorno.” Nel Cinque-Seicento, l’opinione pitagorica veniva identificata con l’ipotesi della mobilità della Terra e in particolare con la teoria copernicana. Quindi Galilei passa ad esprimere il suo intento nella stesura dell’opera: “Ho presa nel discorso la parte copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica, cercando per ogni strada artifiziosa di rappresentarla superiore, non a quella della fermezza della Terra assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni che, di professione peripatetici, ne ritengono solo il nome, contenti senza passeggio di adorar le ombre, non filosofando con l’avvertenza propria, ma con solo la memoria di quattro principii mal intesi.” Dopo questa frecciata ai “dottori di memoria”, coloro che riferiscono opinioni mnemonicamente apprese, senza saperle elaborare con il proprio intelletto, Galilei annuncia i tre argomenti che verrà a discutere: “Prima cercherò di mostrare tutte le esperienze fattibili nella Terra essere mezzi insufficienti a concludere la sua mobilità, ma indifferentemente potersi adattare così alla terra mobile, come anco quiescente.” Qui Galilei sta enunciando il principio di relatività, uno dei due principi che Einstein assumerà come assoluti, nella sua teoria della relatività ristretta, assieme a quello della velocità della luce. E della novità del suo principio, Galilei aveva assoluta coscienza: “In questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all’antichità.” Il principio afferma che tutte le leggi fisiche valide per un sistema in stato di inerzia sono valide in riferimento a un sistema in stato di moto rettilineo uniforme. Farà l’esempio della nave, che poi Einstein riprenderà con la sua osservazione sul treno in movimento rispetto alla banchina della stazione. “Secondariamente si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzandosi l’ipotesi copernicana come se assolutamente dovesse rimaner vittoriosa.” In terzo luogo, Galilei si propone di discutere il flusso delle maree, che secondo la sua convinzione dovrebbe ascriversi alla mobilità della terra. Infine, l’autore dichiara di avere adottato la forma di dialogo, per meglio chiarire i suoi concetti e presenta i tre personaggi: Filippo Salviati (1582-1614), gentiluomo fiorentino, amico e probabile discepolo di Galilei, la cui morte prematura addolorò molto lo scienziato; il gentiluomo veneziano Giovanni Francesco Sagredo (1571-1620), nel cui palazzo sul Canal Grande si svolge il “Dialogo”, anch’egli discepolo e amico di Galilei; Simplicio, in riferimento al filosofo bizantino Simplicio (490-560 a.C.), commentatore delle opere di Aristotele, in particolare la “Fisica” e il “De caelo”.
2. La triade aristotelica “Delle grandezze, quella che ha una dimensione è linea, quella che ne ha due è superficie, quella che ne ha tre è corpo, e al di fuori di queste non si danno altre grandezze, perché “tre” è tutti , e “tre volte uno” dà tutte le dimensioni. Come infatti dicono anche i Pitagorici, il “Tutto” e “tutte le cose” sono definiti dal tre, perché fine, mezzo e principio hanno il numero del tutto, ma il numero che essi hanno è quello della triade. Perciò, avendolo direttamente dalla natura, quasi legge di esso, ci serviamo di questo numero anche nei riti che celebriamo in onore degli dèi.” (Aristotele, “De caelo”, A, 1, 268a 8-15) In questo passo iniziale della sua fisica del cielo, Aristotele descrive lo spazio euclideo, e ritenendolo completo, ne ricava la perfezione del Tutto, l’Universo. La sua convinzione logica trova riscontro nella dottrina pitagorica e nel valore sacro dato al numero tre. E sulla sacralità del numero tre, non possiamo ignorare l’incipit del “Timeo” di Platone: “Socrate: - Uno, due, tre, il quarto dov’è?” [1] Il dialogo tratta dell’origine divina del cosmo e della sua struttura spiegata in termini numerici e geometrici, quella lingua matematica del grande libro dell’Universo di cui parla Galilei. Omne trinum est perfectum, la massima medievale di origine cabalistica conferma il significato esoterico del numero tre.
[1] Nel “Saggio sull’interpretazione psicologica del dogma della Trinità”, Jung così scrive, a proposito del simbolo religioso: “Triadi divine si presentano già in uno stadio primitivo. Nelle religioni antiche ed esotiche vi sono innumerevoli triadi arcaiche che non occorre ricordare.” E in riferimento alla religione cristiana, così svolge l’idea trinitaria: “L’Uno assoluto è innumerabile, indeterminabile e inconoscibile; diventa conoscibile soltanto quando appare nel numero uno, poiché l’altro […] manca nello stato dell’uno. La triade è dunque uno sviluppo dell’uno nella conoscibilità. Tre è “l’Uno” diventato conoscibile, che senza la risoluzione nella opponibilità dell’uno e dell’altro sarebbe rimasto in uno stato privo di qualunque determinabilità. Quindi il tre appare di fatto come un adatto sinonimo per un processo di sviluppo nel tempo, e costituisce con ciò un parallelo all’autorivelazione di Dio, come dell’Uno assoluto nello svolgimento del tre.” E richiama, Jung, anche la filosofia cosmologica di Platone, per svolgere l’idea trinitaria: “Più immediatamente della pitagorica interpretazione dei numeri, si potrebbe prendere in considerazione l’enigmatico “Timeo” quale fonte delle rappresentazioni trinitarie dello spirito greco.”
3. Teoria della fisica Nella sua ricerca volta alla conoscenza delle leggi della natura, Aristotele dichiara che, come per ogni altro campo dello scibile, oggetto principale d’investigazione devono essere i principi o le cause o gli elementi, che regolano quella determinata materia, nell’occasione la scienza della natura. (Fisica, A, 1, 184a) Pertanto, quando si tratta di ricercare quali siano i principi regolatori della conoscenza umana, che è una facoltà propria dell’anima, bisogna orientare l’indagine proprio su quest’ultima: “Sembra che la conoscenza dell’anima molto contribuisca alla verità in generale e specialmente allo studio della natura, perché l’anima è come il principio degli esseri viventi.” (De anima, A, 1, 402a 5-7) E quindi, dice Aristotele, bisogna stabilire quale sia l’essenza dell’anima e quali le sue proprietà, di cui alcune le appartengono esclusivamente e altre si estendono anche ai viventi. In particolare, poi, per quanto riguarda le affezioni dell’anima umana, osserva che “nella maggior parte dei casi si vede che l’anima non ne riceve né ne produce alcuna senza il corpo […] in una parola, la sensazione.” Quindi aggiunge: “Per eccellenza proprio dell’anima sembra il pensare: ma se anche il pensare è una specie di immaginazione o non si ha senza l’immaginazione, ne segue che neppur esso esisterà indipendentemente dal corpo.” (De anima, A, 1, 403 aa 5-10) Nel suo trattato, egli distingue l’anima in tre parti principali, corrispondenti alle tre funzioni vitali del corpo: l’anima vegetativa, sensitiva, intellettiva. Quindi, la ricerca verte prima sulla conoscenza sensibile, ascritta ai cinque sensi dell’organismo, poi su quella intellettiva, che assimila alla parte senziente: “Ora sembra che e il pensare e il comprendere siano una sorta di sentire (infatti in entrambi i casi l’anima giudica e conosce una qualche realtà) e gli antichi per lo meno affermano che è lo stesso il comprendere e il sentire.” (De anima, III, 3, 427a 20-22) … Esiste una duplice interpretazione sulla teoria della conoscenza di Aristotele, una di natura empirista corporea, l’altra di carattere spiritualistico o incorporeo. Nell’interpretazione del primo tipo, si sostiene che Aristotele affermò una stretta continuità tra esperienza e pensiero, quali momenti successivi di un unico progresso conoscitivo, che parte dalla percezione e attraverso il ricordo, giunge all’universale. Esiste una forte connessione tra sensazione e percezione intellettiva, come risulta da un passo degli “Analitici posteriori” (A,18, 81a 38-40): “Risulta evidente che, se viene a mancare un qualche senso, viene pure a mancare per necessità una qualche scienza, che sarà impossibile acquisire, dal momento che noi impariamo o per induzione o mediante dimostrazione.” Il processo conoscitivo viene distinto in due situazioni tra loro contrapposte di proposizioni universali o particolari. E se la dimostrazione parte da proposizioni universali, l’induzione si fonda, invece, su proposizioni particolari. Tuttavia, alle proposizioni universali sui giunge soltanto attraverso l’induzione, perché le determinazioni che appartengono ad un singolo genere in quanto tale non sono separabili dagli oggetti della sensazione. Il processo conoscitivo non può fare a meno del dato empirico, in quanto l’induzione, dice Aristotele, non è possibile se non si si possiede la sensazione. “D’altro canto è impossibile che chi non possiede sensazione venga guidato induttivamente. La sensazione si rivolge infatti agli oggetti singolari: in tal caso, non è possibile acquistare la scienza di questi oggetti, dato che da proposizioni universali non la si può trarre senza induzione, e che mediante l’induzione non la si può raggiungere in mancanza di sensazione.” (Ivi, 81b 5-10) …
POSTILLA La stesura sull’elaborato, risalente ad anni fa, relativo al tema: “Il libro della natura”, doveva riguardare la differenziazione tra il linguaggio della filosofia aristotelica, in quel tempo considerato quello che oggi definiamo linguaggio scientifico, ovvero la scienza distinta dalla filosofia, e il linguaggio della scienza moderna, che si andava affermando proprio con Galilei e il suo metodo sperimentale. Quest’ultimo infatti usava il termine “filosofia” per la sua speculazione scientifica ed intendeva “filosofia” la “scienza”, secondo il costume dell’epoca. E come appare dalle due citazioni in epigrafe, criticava gli oppositori nelle dispute, declassandoli da filosofi a istorici o dottori di memoria. Quello che appare singolare è il fatto che agli inizi, Talete e i suoi successori si ritenevano degli scienziati e invece erano dei filosofi, l’esatto contrario di Galilei, che si definiva un filosofo e invece era uno scienziato. In questa prospettiva, risalendo all’indietro, per andare a stabilire i fondamenti delle tesi aristoteliche sulla natura, il discorso era scivolato sulla validità degli strumenti conoscitivi e del metodo teorico od empirico da applicare, vale a dire passare dall’interpretazione del testo della “Fisica” a quello del “De anima”. Assumendo il discorso, quindi, una piega abbastanza delineata, affrontando un tema ben specifico da approfondire, la natura dell’intelletto (nous), la mia elaborazione si è interrotta, anche perché premeva un argomento a cui si era accennato: la triade. Questa ha una sua valenza non solo nella realtà fisica dello spazio tridimensionale della geometria euclidea, insufficiente per le teorie della relatività di Einstein, ma prima ancora matematica, richiamando la dottrina pitagorica e la sua origine esoterica, il simbolo sacro della τετρακτύς tetraktýs: un quartetto di numeri (1,2,3,4), disposto nella figura geometrica di un triangolo equilatero, come vedremo in seguito.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
IL LIBRO DELLA NATURA
“La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” (Galileo Galilei, “Il Saggiatore”)
“E qual cosa è più vergognosa che il sentir dire nelle pubbliche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all’avversario? Ma quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare , deponete il modo di filosofi , e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l’onorato titolo di filosofo.”
(Galileo Galilei, “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”)
1. I due massimi sistemi
“Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte dai fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e dai seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia dei processi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sostanze diverse tra loro, cioè la celeste e la elementare , quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento egli tratta nei libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dipendenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo lo stesso ordine, proporrò e poi liberamente dirò il mio parere, esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, strenuo campione e mantenitore della dottrina aristotelica.”
Chi parla è Salviati, uno dei tre personaggi del trattato di Galileo Galilei: “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. I massimi sistemi in questione, ossia le teorie sulla configurazione dell’Universo, sono il sistema geocentrico di Tolomeo e Aristotele e quello eliocentrico di Copernico. E benché l’autore abbia presentato le sue teorie come ipotesi, non riuscì a sfuggire all’accusa di eresia, al processo e condanna del Sant’Uffizio e agli arresti domiciliari ad Arcetri, dove morì.
Nell’introduzione: “Al discreto lettore”, Galilei aveva scritto: “Si promulgò a gli anni passati in Roma un salutifero editto, che per ovviare a pericolosi scandali dell’età presente, imponeva opportuno silenzio all’opinione Pitagorica della mobilità della Terra.” Nel “De caelo” (II, 13, 293a), Aristotele attribuisce ai Pitagorici l’opinione, secondo cui “al centro si trova il fuoco, mentre la terra è uno degli astri, e si muove in circolo attorno al centro, producendo la notte e il giorno.” Nel Cinque-Seicento, l’opinione pitagorica veniva identificata con l’ipotesi della mobilità della Terra e in particolare con la teoria copernicana.
Quindi Galilei passa ad esprimere il suo intento nella stesura dell’opera: “Ho presa nel discorso la parte copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica, cercando per ogni strada artifiziosa di rappresentarla superiore, non a quella della fermezza della Terra assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni che, di professione peripatetici, ne ritengono solo il nome, contenti senza passeggio di adorar le ombre, non filosofando con l’avvertenza propria, ma con solo la memoria di quattro principii mal intesi.” Dopo questa frecciata ai “dottori di memoria”, coloro che riferiscono opinioni mnemonicamente apprese, senza saperle elaborare con il proprio intelletto, Galilei annuncia i tre argomenti che verrà a discutere: “Prima cercherò di mostrare tutte le esperienze fattibili nella Terra essere mezzi insufficienti a concludere la sua mobilità, ma indifferentemente potersi adattare così alla terra mobile, come anco quiescente.” Qui Galilei sta enunciando il principio di relatività, uno dei due principi che Einstein assumerà come assoluti, nella sua teoria della relatività ristretta, assieme a quello della velocità della luce. E della novità del suo principio, Galilei aveva assoluta coscienza: “In questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all’antichità.” Il principio afferma che tutte le leggi fisiche valide per un sistema in stato di inerzia sono valide in riferimento a un sistema in stato di moto rettilineo uniforme. Farà l’esempio della nave, che poi Einstein riprenderà con la sua osservazione sul treno in movimento rispetto alla banchina della stazione. “Secondariamente si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzandosi l’ipotesi copernicana come se assolutamente dovesse rimaner vittoriosa.” In terzo luogo, Galilei si propone di discutere il flusso delle maree, che secondo la sua convinzione dovrebbe ascriversi alla mobilità della terra.
Infine, l’autore dichiara di avere adottato la forma di dialogo, per meglio chiarire i suoi concetti e presenta i tre personaggi: Filippo Salviati (1582-1614), gentiluomo fiorentino, amico e probabile discepolo di Galilei, la cui morte prematura addolorò molto lo scienziato; il gentiluomo veneziano Giovanni Francesco Sagredo (1571-1620), nel cui palazzo sul Canal Grande si svolge il “Dialogo”, anch’egli discepolo e amico di Galilei; Simplicio, in riferimento al filosofo bizantino Simplicio (490-560 a.C.), commentatore delle opere di Aristotele, in particolare la “Fisica” e il “De caelo”.
2. La triade aristotelica
“Delle grandezze, quella che ha una dimensione è linea, quella che ne ha due è superficie, quella che ne ha tre è corpo, e al di fuori di queste non si danno altre grandezze, perché “tre” è tutti , e “tre volte uno” dà tutte le dimensioni. Come infatti dicono anche i Pitagorici, il “Tutto” e “tutte le cose” sono definiti dal tre, perché fine, mezzo e principio hanno il numero del tutto, ma il numero che essi hanno è quello della triade. Perciò, avendolo direttamente dalla natura, quasi legge di esso, ci serviamo di questo numero anche nei riti che celebriamo in onore degli dèi.”
(Aristotele, “De caelo”, A, 1, 268a 8-15)
In questo passo iniziale della sua fisica del cielo, Aristotele descrive lo spazio euclideo, e ritenendolo completo, ne ricava la perfezione del Tutto, l’Universo. La sua convinzione logica trova riscontro nella dottrina pitagorica e nel valore sacro dato al numero tre. E sulla sacralità del numero tre, non possiamo ignorare l’incipit del “Timeo” di Platone: “Socrate: - Uno, due, tre, il quarto dov’è?” [1] Il dialogo tratta dell’origine divina del cosmo e della sua struttura spiegata in termini numerici e geometrici, quella lingua matematica del grande libro dell’Universo di cui parla Galilei.
Omne trinum est perfectum, la massima medievale di origine cabalistica conferma il significato esoterico del numero tre.
[1] Nel “Saggio sull’interpretazione psicologica del dogma della Trinità”, Jung così scrive, a proposito del simbolo religioso: “Triadi divine si presentano già in uno stadio primitivo. Nelle religioni antiche ed esotiche vi sono innumerevoli triadi arcaiche che non occorre ricordare.” E in riferimento alla religione cristiana, così svolge l’idea trinitaria: “L’Uno assoluto è innumerabile, indeterminabile e inconoscibile; diventa conoscibile soltanto quando appare nel numero uno, poiché l’altro […] manca nello stato dell’uno. La triade è dunque uno sviluppo dell’uno nella conoscibilità. Tre è “l’Uno” diventato conoscibile, che senza la risoluzione nella opponibilità dell’uno e dell’altro sarebbe rimasto in uno stato privo di qualunque determinabilità. Quindi il tre appare di fatto come un adatto sinonimo per un processo di sviluppo nel tempo, e costituisce con ciò un parallelo all’autorivelazione di Dio, come dell’Uno assoluto nello svolgimento del tre.” E richiama, Jung, anche la filosofia cosmologica di Platone, per svolgere l’idea trinitaria: “Più immediatamente della pitagorica interpretazione dei numeri, si potrebbe prendere in considerazione l’enigmatico “Timeo” quale fonte delle rappresentazioni trinitarie dello spirito greco.”
3. Teoria della fisica
Nella sua ricerca volta alla conoscenza delle leggi della natura, Aristotele dichiara che, come per ogni altro campo dello scibile, oggetto principale d’investigazione devono essere i principi o le cause o gli elementi, che regolano quella determinata materia, nell’occasione la scienza della natura. (Fisica, A, 1, 184a)
Pertanto, quando si tratta di ricercare quali siano i principi regolatori della conoscenza umana, che è una facoltà propria dell’anima, bisogna orientare l’indagine proprio su quest’ultima: “Sembra che la conoscenza dell’anima molto contribuisca alla verità in generale e specialmente allo studio della natura, perché l’anima è come il principio degli esseri viventi.” (De anima, A, 1, 402a 5-7) E quindi, dice Aristotele, bisogna stabilire quale sia l’essenza dell’anima e quali le sue proprietà, di cui alcune le appartengono esclusivamente e altre si estendono anche ai viventi. In particolare, poi, per quanto riguarda le affezioni dell’anima umana, osserva che “nella maggior parte dei casi si vede che l’anima non ne riceve né ne produce alcuna senza il corpo […] in una parola, la sensazione.” Quindi aggiunge: “Per eccellenza proprio dell’anima sembra il pensare: ma se anche il pensare è una specie di immaginazione o non si ha senza l’immaginazione, ne segue che neppur esso esisterà indipendentemente dal corpo.” (De anima, A, 1, 403 aa 5-10)
Nel suo trattato, egli distingue l’anima in tre parti principali, corrispondenti alle tre funzioni vitali del corpo: l’anima vegetativa, sensitiva, intellettiva. Quindi, la ricerca verte prima sulla conoscenza sensibile, ascritta ai cinque sensi dell’organismo, poi su quella intellettiva, che assimila alla parte senziente: “Ora sembra che e il pensare e il comprendere siano una sorta di sentire (infatti in entrambi i casi l’anima giudica e conosce una qualche realtà) e gli antichi per lo meno affermano che è lo stesso il comprendere e il sentire.” (De anima, III, 3, 427a 20-22)
…
Esiste una duplice interpretazione sulla teoria della conoscenza di Aristotele, una di natura empirista corporea, l’altra di carattere spiritualistico o incorporeo.
Nell’interpretazione del primo tipo, si sostiene che Aristotele affermò una stretta continuità tra esperienza e pensiero, quali momenti successivi di un unico progresso conoscitivo, che parte dalla percezione e attraverso il ricordo, giunge all’universale. Esiste una forte connessione tra sensazione e percezione intellettiva, come risulta da un passo degli “Analitici posteriori” (A,18, 81a 38-40): “Risulta evidente che, se viene a mancare un qualche senso, viene pure a mancare per necessità una qualche scienza, che sarà impossibile acquisire, dal momento che noi impariamo o per induzione o mediante dimostrazione.” Il processo conoscitivo viene distinto in due situazioni tra loro contrapposte di proposizioni universali o particolari. E se la dimostrazione parte da proposizioni universali, l’induzione si fonda, invece, su proposizioni particolari. Tuttavia, alle proposizioni universali sui giunge soltanto attraverso l’induzione, perché le determinazioni che appartengono ad un singolo genere in quanto tale non sono separabili dagli oggetti della sensazione. Il processo conoscitivo non può fare a meno del dato empirico, in quanto l’induzione, dice Aristotele, non è possibile se non si si possiede la sensazione. “D’altro canto è impossibile che chi non possiede sensazione venga guidato induttivamente. La sensazione si rivolge infatti agli oggetti singolari: in tal caso, non è possibile acquistare la scienza di questi oggetti, dato che da proposizioni universali non la si può trarre senza induzione, e che mediante l’induzione non la si può raggiungere in mancanza di sensazione.” (Ivi, 81b 5-10)
…
POSTILLA
La stesura sull’elaborato, risalente ad anni fa, relativo al tema: “Il libro della natura”, doveva riguardare la differenziazione tra il linguaggio della filosofia aristotelica, in quel tempo considerato quello che oggi definiamo linguaggio scientifico, ovvero la scienza distinta dalla filosofia, e il linguaggio della scienza moderna, che si andava affermando proprio con Galilei e il suo metodo sperimentale. Quest’ultimo infatti usava il termine “filosofia” per la sua speculazione scientifica ed intendeva “filosofia” la “scienza”, secondo il costume dell’epoca. E come appare dalle due citazioni in epigrafe, criticava gli oppositori nelle dispute, declassandoli da filosofi a istorici o dottori di memoria. Quello che appare singolare è il fatto che agli inizi, Talete e i suoi successori si ritenevano degli scienziati e invece erano dei filosofi, l’esatto contrario di Galilei, che si definiva un filosofo e invece era uno scienziato. In questa prospettiva, risalendo all’indietro, per andare a stabilire i fondamenti delle tesi aristoteliche sulla natura, il discorso era scivolato sulla validità degli strumenti conoscitivi e del metodo teorico od empirico da applicare, vale a dire passare dall’interpretazione del testo della “Fisica” a quello del “De anima”. Assumendo il discorso, quindi, una piega abbastanza delineata, affrontando un tema ben specifico da approfondire, la natura dell’intelletto (nous), la mia elaborazione si è interrotta, anche perché premeva un argomento a cui si era accennato: la triade. Questa ha una sua valenza non solo nella realtà fisica dello spazio tridimensionale della geometria euclidea, insufficiente per le teorie della relatività di Einstein, ma prima ancora matematica, richiamando la dottrina pitagorica e la sua origine esoterica, il simbolo sacro della τετρακτύς tetraktýs: un quartetto di numeri (1,2,3,4), disposto nella figura geometrica di un triangolo equilatero, come vedremo in seguito.
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