lunedì 10 agosto 2026

Critica letteraria



                               La poetica del dolore



9 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
In occasione della ricorrenza del 10 agosto - San Lorenzo, le stelle cadenti - pubblico ancora una volta un breve saggio su Giovanni Pascoli. Intanto, sto scrivendo la storia tra Roberto Serra e Gabriella Sciuto, ma per conoscere che cosa accade in quella storia , devo attendere l'eclissi di sole del prossimo12 agosto, coincidente peraltro con il novilunio di agosto

Silvio Minieri ha detto...

GIOVANNI PASCOLI. LA POETICA DEL DOLORE. COMMENTO ALLE LIRICHE: “LA VOCE”, “LA CAVALLA STORNA”, “X AGOSTO”.

1. Il desiderio e il simbolo

“Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone.”
(“La voce”)

Freud sosteneva che il sogno è la realizzazione di un desiderio, almeno questa è la definizione che si può trarre dalla lettura del suo trattato: Die Traumdeutung. Jung del sogno, invece, dà un’interpretazione più complessa, ricercandone il significato negli archetipi dell’inconscio collettivo. Senza voler approfondire le differenze tra le due posizioni, atteniamoci alla definizione di Freud, ricordando soltanto quello che Jung riferisce in proposito. In linea generale, dice, che la natura umana per Freud si fonda sul principio del piacere (il sesso), per Adler la sete di dominio (la volontà di potenza), per lui sulla composizione di entrambe le pulsioni psichiche, l’egoismo, dovuto al processo d’individuazione, in base al quale l’io individuale si stacca dal Sé rappresentato dall’inconscio collettivo. In questa prospettiva possiamo dire che Freud si attiene di più alla neurofisiologia, fondando i desideri che si realizzano nel sogno sull’aspetto che possiamo definire organico. E così si può, avvertendo il desiderio di mangiare, soddisfare la fame in sogno. In verità immagini di pietanze appetitose si presentano alla mente anche in visioni a occhi aperti, da svegli, in maniera più vivida quanto più acuto è il desiderio, che al momento non è possibile soddisfare. E così dicasi per tutte le altre necessità dell’organismo, compresi i desideri dell’amore fisico. In quest’ultimo campo, le immagini del sogno possono venire sublimate e in maniera maggiore, quanto più forte è il sentimento di repressione del soggetto, dovuto alle regole sociali, il “disagio della civiltà”, per usare un’espressione di Freud.
Ora, estrapolare i versi della lirica di Pascoli, per adattarne il contenuto alla specificità del nostro discorso, può apparire arbitrario e in ogni caso abbastanza riduttivo. Il poeta, si potrebbe osservare, si esprime per metafora, indicando la sua triste condizione, non ci racconta certo un suo sogno, le cui immagini peraltro ci vengono rimandate in maniera astratta e ad ogni modo in simboli. Il “pane” è l’essenza della nostra necessità di sopravvivenza quotidiana, “compassione” l’indice dell’infelicità di un triste stato della nostra vita.
Ma è possibile interpretare i versi della lirica, “La voce”, isolandoli dal contesto? Certamente, no. E allora, come interpretarne il tono elegiaco?
Scorrendo più avanti i versi della poesia, troviamo la dolorosa esclamazione: “Oh! la terra, com'è cattiva! / La terra, che amari bocconi!” Ecco, il boccone è amaro. Può influire questo riferimento del boccone amaro di terra a quello parallelo del pane, che provoca il risveglio al suo primo offrirsi soltanto?

Silvio Minieri ha detto...

È noto che le esigenze insoddisfatte dell’organismo, quelle strettamente necessarie alle funzioni fisiologiche primarie, non si realizzano nel sogno, comportando invece un immediato risveglio, come nella poesia riferisce l’immagine: “svegliandomi al primo boccone”. Ma abbiamo già riconosciuto come riduttivo fermarci ad una stretta interpretazione di un sogno o sogni verosimilmente sognati dal poeta, che però ad essi accenna in maniera apparentemente vaga. Perché definiamo apparente questa vaghezza d’immagini, il pane e la compassione?
Noi abbiamo seguito Freud, che parla di desiderio e realizzazione nel sogno di pulsioni psichiche più o meno rimosse dalla coscienza. Jung, invece, insiste sui simboli: le immagini oniriche apparentemente indecifrabili si presentano in figure simboliche, spesso confuse, che si riferiscono agli archetipi propri dell’inconscio collettivo.
Non stiamo interpretando un sogno che Giovanni Pascoli ci descrive nella poesia, non è necessario precisarlo, ma stiamo cercando di ricavare dalle sue immagini poetiche il desiderio che giace nel fondo della coscienza del poeta. E seguiamo un metodo di analisi della sua anima, una discesa sotto la superficie del dolore e del pianto, nel fondo della terra. Ecco, abbiamo usato l’espressione “fondo della terra”, un’immagine subconscia, il battito di un cuore, che viene su come un sospiro, un soffio: “Zvanì”.
È questo, invero, l’incipit rivelatore della poesia: “C'è una voce nella mia vita, / che avverto nel punto che muore; / voce stanca, voce smarrita, / col tremito del batticuore.” Il cuore che batte, batte dal fondo della terra, e la voce del cuore è “voce d'una accorsa anelante, / che al povero petto s'afferra / per dir tante cose e poi tante, / ma piena ha la bocca di terra.” Dobbiamo tenere bene a mente questi versi se vogliamo approfondire la coscienza poetica del Pascoli e non limitarci alla superficie dei sentimenti elegiaci di dolore e di pianto, che traducono la tragedia familiare del poeta, l’uccisione del padre e la morte della madre, quando egli era ancora fanciullo e rimase solo e abbandonato assieme ai fratelli piccoli. Dai dati biografici, sappiamo che nella Romagna di fine Ottocento, in cui imperversava il brigantaggio, il padre Ruggero, amministratore dei beni dei principi Torlonia, fu assassinato da sicari prezzolati. Vi furono alcuni arresti nell’ambito della criminalità politica e comune, ma non si arrivò mai a un processo e a una condanna, gli assassini rimasero ignoti. Questa triste vicenda ebbe riflessi sulla coscienza del poeta, la cui poesia, intrisa di malinconia e di angoscia esistenziale, può collocarsi tra romanticismo e decadentismo.
Se però vogliamo andare oltre la poetica letteraria ed esplorare intimità ed angoli più reconditi della sua anima, dobbiamo leggere i suoi versi con un’attenzione meno velata di quella che suggeriscono lo struggimento e la malinconia delle immagini poetiche. Per questa ricerca, noi ci soffermiamo sulla lirica in questione, “La voce”, e scendendo nel fondo attraverso la lettura dei versi del sogno, ma soprattutto di quelli iniziali, da cui ricaviamo due termini fondamentali: il “cuore” e il suo battito e la “terra”. E se possiamo dire di essere entrati all’inizio a gamba tesa nell’interpretazione della poesia, ponendo in evidenza le immagini più materiali e a un tempo penose, vogliamo anche mettere in risalto ora che quel “desiderio”, il sogno dovuto alla fame e all’ingiustizia della vita, che domanda compassione, può anche junghianamente essere letto come “simbolo”. È indubbiamente, quest’ultima, una lettura più difficile e in ogni modo congetturale, ma possiamo aiutarci, riferendoci alle immagini di altri versi, soprattutto, come detto, quelli iniziali.

Silvio Minieri ha detto...

Un primo risultato è stato raggiunto con il cuore e la terra, ma cosa nascondono il cuore e la terra? Non sono radici oscure o indecifrabili, a prima vista. È il cuore della madre morta, che manda il suo compassionevole richiamo da sottoterra, il soffio di una voce, un sospiro: “Zvanì”. Il diminutivo richiama la dolcezza dell’infanzia e la malinconia per la pietosa condizione di bisogno materiale, il “pane”, e indigenza morale, la “compassione”. È uno stato così miserevole, aggravato dalla condizione di emarginazione sociale, dovuta alla detenzione (il Pascoli era stato arrestato, mentre partecipava a una manifestazione di protesta contro il governo) da indurre il poeta a propositi suicidi: “Una notte, su la spalletta / del Reno, coperta di neve, / dritto e solo (passava in fretta / l'acqua brontolando, si beve?); /dritto e solo, con un gran pianto / d'avere a finire così.” Quindi si susseguono nei versi i ricordi suggellati dal soffio della voce materna: “Zvanì”. Che cosa aggiungere?
Se vogliamo restare in superficie, nulla. Tutto è stato già detto dalla critica letteraria per oltre un secolo di cultura della letteratura italiana. E allora, che cosa di nuovo?
Ritorniamo alla distinzione tra desiderio e simbolo nei sogni, secondo la dicotomia da noi tracciata tra il pensiero di Freud e quello di Jung. Su quell’irrealizzato desiderio di un ordinario pane quotidiano, dovuto al digiuno e infranto al risveglio, accompagnato dall’altro desiderio di compatimento per le disgrazie della propria esistenza, reso nella suggestione delle immagini poetiche non ci soffermiamo oltre. Fame e giustizia sono i sentimenti che ricorrono in maniera più o meno contingente un po’ in tutti noi, le cui impressioni nei sogni lasciano tracce che subito svaniscono al risveglio nella realtà. Quali i simboli da decifrare, allora, seguendo il pensiero di Jung?
Un’immagine ricorre nella seconda parte, verso la fine della poesia, che si riaggancia ai versi iniziali: “Quante volte sei rivenuta / nei cupi abbandoni del cuore, / voce stanca, voce perduta, / col tremito del batticuore: / voce d'una accorsa anelante / che ai poveri labbri si tocca / per dir tante cose e poi tante; / ma piena di terra ha la bocca.”
Il mangiare del sogno, quando il sognatore si sveglia sgomento al primo boccone, può essere allora interpretato come il simbolo di un nutrimento non di pane, ma di terra, viverne il battito del cuore. È un desiderio di comunione con i defunti, al richiamo di quella voce, che giunge da sotto terra, dove batte il cuore materno, e di cui il poeta avverte un leggero soffio di voce: “Zvanì”. E non a caso quest’ultimo appellativo, così dolce e familiare induce all’assonanza con un verbo: “svanì”. È una rima, che il poeta non ha cercato, benché ne avesse creato l’opportunità per ben sette volte in tutta la lirica, quasi un desiderio di non dirsi che quella voce: “svanì”.
È una voce perduta, ritorna ormai soltanto nel ricordo, “nei cupi abbandoni del cuore”, la voce trafelata, che tanto dovrebbe dire, ma rimane solo la terra, lì sotto, dove il cuore batte ancora. È il battito del cuore della terra.

Silvio Minieri ha detto...

2. Il cielo lontano

Giovanni Pascoli, lo sappiamo, si trovò già nell’infanzia, all’età di dodici anni, a doversi confrontare con un dolore tremendo, quando assieme ai suoi fratelli e sorelle, tutti piccoli, fu raggiunto dalla drammatica notizia della morte del padre Ruggero, ucciso in un agguato, il 10 agosto 1867. Seguirono altre sventure con la morte della madre e della sorella Margherita l’anno seguente e di un altro fratello qualche anno dopo. Tutte queste disgrazie trovano eco nelle sue poesie, tra cui spiccano “La cavallina storna”, “La voce” e “X agosto”.
Ora, nella prima lirica, la rievocazione della morte del padre sembra avere il significato di voler sciogliere il nodo di mistero attorno alla sua morte e nella seconda la voce della madre defunta lo accompagna nei suoi giorni difficili. Nella terza poesia, viene ancora rievocato il delitto, ma questo evento della sua storia familiare assume un significato più vasto, più generale, come a smarrirsi in uno spazio cosmico universale. E cerchiamo di capire il motivo di quest’ultima intenzione poetica, così come andiamo meglio a configurarla, commentando i versi di “X agosto”, soprattutto la prima e l’ultima strofa.
“San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.”
Nell’incipit è il segreto della poesia, il suo pensiero non detto, che costituisce la trama di fondo dell’episodio tragico poeticamente evocato. Abbiamo detto segreto della poesia e con quest’espressione volevamo accennare a quello che è un po' il contenuto esoterico della lirica, il pensiero di fondo non rivelato, seppure indicato per indizi.
L’interpretazione di questo pensiero è già tutta nella prima affermazione: “Io lo so”. Che cosa sa, che cosa conosce il poeta? Il perché di quelle fiamme di stelle che cadono dal cielo è data nelle strofe seguenti: la rondine caduta in croce tra le spine con nel becco la cena dei suoi rondinini e l’uomo ucciso mentre torna a casa con le due bambole in dono per le sue bambine. È il dolore per la vita spezzata e la sofferenza degli orfani privi di affetto e protezione, l’ombra sul loro avvenire.
È questo quello che sa il poeta? Sì, siamo portati a rispondere, la sua è la conoscenza di chi s’imbatte nella tragedia della morte e il dolore che il lutto provoca, e questi sentimenti esprime attraverso l’immagine poetica delle fiamme di stelle che piovono dal cielo. Ora, lo spettacolo delle stelle cadenti nella notte di San Lorenzo viene in genere riferito al martirio del diacono del III sec. d.C., che una leggenda vuole bruciato su una graticola, anche se pare sia stato decapitato al pari di tutti gli altri cristiani del tempo. E quindi si crede che le fiamme delle stelle cadenti raffigurano il sangue delle lacrime versate dal Santo durante il supplizio oppure le scintille del rogo su cui venne bruciato. Giovanni Pascoli avrebbe accostato questa rappresentazione del supplizio alla tragedia del padre, e l’immagine della rondine crocifissa tra gli spini rafforza questo giudizio, una visione tipicamente cristiana.

Silvio Minieri ha detto...

A questo punto, dobbiamo allontanarci per un momento dall’esegesi del testo della poesia, e compiere una breve digressione riguardante notizie biografiche sul poeta, andando a ritroso dalla sua morte e dai suoi funerali.
Il 6 aprile 1912, morì a Bologna Giovanni Pascoli. La camera ardente fu tenuta aperta per due giorni e una notte, e davanti al feretro sfilarono autorità politiche, culturali, rappresentanti di partiti e gente del popolo. I funerali solenni vennero celebrati nella Basilica di San Petronio martedì 9 aprile. Quindi la salma venne trasferita in treno a Castelvecchio di Barga in Garfagnana, dove il poeta aveva ricostruito il suo “nido” di strutto a San Mauro di Romagna. Sul convoglio speciale prese posto anche il Ministro dell’Istruzione, e ad ogni stazione, moltitudini di gente accorsero a rendere omaggio alla salma del poeta. Questa almeno l’iconografia ufficiale.
Perché ci siamo dilungati su questi particolari? Per inquadrare la figura di Giovanni Pascoli nell’Italia del primo Novecento, dobbiamo considerare di quale fama godesse il il poeta nella società culturale e politica. Negli ultimi anni egli era succeduto a Giosuè Carducci nella cattedra di Letteratura Italiana all’Alma Mater di Bologna, e questo incarico gli conferiva quella particolare importanza derivante anche dallo spessore del personaggio che lo aveva preceduto e di cui veniva considerato l’allievo eretico. Era così definito, perché ormai entrava a far parte della nuova corrente culturale del ‘900, il decadentismo, ormai distaccata dal secolo precedente.
Nella società ottocentesca, Giosuè Carducci era un intellettuale, che interpretava il suo ruolo, dichiarandosi rivoluzionario e garibaldino, repubblicano e anticlericale – celebre il suo brindisi, in polemica con Pio IX: “Cittadino Mastai, bevi un bicchiere!” Nel corso della sua vita, però, egli si andò integrando nella società politica, ottenendo la nomina a senatore del Regno e ricevendo diverse onorificenze dalla Corona. Ai suoi funerali, tenutisi a Bologna cinque anni prima di quelli del Pascoli, la salma era rivestita delle insegne della massoneria, di cui era affiliato.
Per un certo periodo, anche Giovanni Pascoli, fu affiliato alla massoneria, da cui si allontanò e in gioventù ebbe alcuni trascorsi politici burrascosi. Il 7 settembre 1879, per aver partecipato ad una protesta contro la condanna di alcuni anarchici, Pascoli fu arrestato, ma poi assolto al processo, in cui depose come testimone a suo favore anche Giosuè Carducci.
Ma un’altra più profonda affinità legava i due, il maestro e l’allievo, ed era l’amore per la cultura antica e la profonda conoscenza dei classici greci e latini – Pascoli fu autore di numerose poesie in lingua latina, vincendo per tredici volte il Certamen Hoeufftianum, un prestigioso concorso annuale di poesia latina ad Amsterdam, fondato dal giurista e poeta olandese Jacob Hendrik Hoeufft.

Silvio Minieri ha detto...

Storicamente, nella società italiana, si dice, se grattiamo sotto la vernice cristiana, si troverà la radice di un’anima pagana, quella della civiltà greco romana preesistente all’affermarsi del cristianesimo e al suo riconoscimento come religione, con l’Editto di Costantino del III secolo. Quest’anima ha accompagnato tutto il cammino della nostra storia dagli anni bui del Medio Evo fino al Rinascimento e ai nostri giorni. Nell’Italia postunitaria e umbertina del XIX secolo, la contrapposizione culturale e ideologica era quella tra i cattolici e i liberali e repubblicani, protagonisti anticlericali questi ultimi delle lotte risorgimentali. Una tale contrapposizione si profilava nella società di allora come un conflitto ideale tra la Chiesa e i suoi fedeli e gli affiliati alla Massoneria, un conflitto che trovava espressione soprattutto in campo culturale prima ancora che politico e sociale. Ed era questo il contesto culturale in cui si muoveva Pascoli, al seguito di Carducci, ed ecco il perché della solennità dei funerali di entrambi, figure simbolo della cultura italiana e della tradizione romana in una società dove in larghi strati della popolazione prevaleva l’analfabetismo e la scarsa istruzione scolastica.
Ed ora, alla fine di questa digressione, possiamo tornare alla esegesi della lirica, “10 agosto”, spiegandone l’incipit a nostro modo di vedere, soprattutto l’affermazione di esordio: “Io lo so.” E qui possiamo ripeterci di nuovo l’interrogativo: che cosa sa il poeta? E di nuovo ripetere la risposta: la tragedia e il dolore di cui ci fa partecipi, in particolare la drammatica morte del padre, il delitto.
Come abbiamo già rilevato, la spiegazione di quel delitto è principalmente ricercato in “La cavallina storna”. Il dolore, lì, cerca una risposta. È una lunga e appassionata invocazione all’animale fedele che trainava il calesse del suo padrone, abbattuto da una fucilata sulla via di casa:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna.”
Il distico è riportato quattro volte, con una piccola variante nella quarta, e introduce l’interrogativo angosciante e il gesto infine d’interrogazione e di accusa:
“Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come„
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote;
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.”
Se si scorrono i versi dell’intera lirica, oltre alla madre, al colloquio con la cavallina storna, nel silenzio serale della Torre, è presente anche il poeta fanciullo:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano
tu dai retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla„ “

Silvio Minieri ha detto...

Possiamo dire, infine, che pur con il cuore stretto dal dolore e dall’angoscia, il fanciullo ha saputo, il nitrito ha rivelato il nome, il delitto ha un nome.
E ritorniamo ancora una volta, la terza, all’incipit della lirica “X agosto”: “Io lo so”. Qui in discussione non è più il nome dell’autore del gesto delittuoso, di chi compiendo il male ha inflitto sofferenza, qui il sapere del poeta si estende oltre la sua tragedia familiare, come rivela l’immagine della rondine trafitta in croce sulle spine. Il sapere del poeta è il sapere di un fenomeno cosmico. Quale? Le stelle cadenti nel cielo di agosto, allegoria di un dolore che investe l’intero cosmo. Non si cerca una spiegazione, la si conosce, ma è meglio dire che della sofferenza e il dolore il poeta ne ha fatto esperienza, la sua conoscenza del dolore non è un’astrazione del pensiero, ma un fatto concreto, esperito nel corso della sua vita, all’inizio, nella sua età di fanciullo.
“Il dolore si conosce per esperienza.” Così esordisce Salvatore Natoli, nel suo saggio “L’esperienza del dolore”. E subito dopo aggiunge: “Questo fatto è talmente evidente da sembrare perfino ovvio.” Quindi prosegue, rilevando come il conoscere non può che accadere all’interno di un più generale esperire. Come dire che il dolore non lo si conosce, se non lo si prova, un’esperienza di maggiore intensità rispetto all’amore, di cui Dante dice che “intender non lo può chi non lo prova”.
Il discorso è filosofico e ribalta quello che a parere dell’autore è un antico preconcetto ossia l’opposizione tra esperienza sensibile e mondo intellegibile, di cui si ha notizia a prescindere dalla percezione o sensibilità. “Al contrario, se l’esperienza è cognizione dell’accadere, in quanto essa stessa flusso di accadimenti, essa è anche il luogo in cui accadono quegli eventi che siamo usi distinguere in fisici, psichici, ideali.” Rovesciata la prospettiva, la conseguenza è naturale: “Se le cose stanno così, rilevare che il dolore si conosce per esperienza è rilevare l’ovvio, poiché ogni conoscenza si dà nella luce dell’esperienza.” Se il pensiero conosce attraverso l’esperienza dell’oggetto sensibile, come insegna Kant, allora conoscenza del dolore vuol dire esperienza del dolore.
La drammatica morte del padre è l’esperienza del dolore e quindi la conoscenza che il Pascoli fanciullo ha avuto del dolore. E nella coincidenza delle date, è un tale sentimento di dolore che accende la sua fantasia poetica nella notte di San Lorenzo delle stelle cadenti, le scie luminose che piovono dal cielo. È la comprensione di un dolore che trascende la sua esperienza particolare e gli ispira lo spettacolo poetico di un evento cosmico: “un pianto di stelle”.
“II dolore è veicolo di conoscenza non per astrazione, ma per immedesimazione: oltre certi limiti dall’uomo controllabili, esso si fa experimentum crucis, sottopone a prova l’individuo che lo vive e si erge a controprova del senso dell’esistenza.” Così scrive Natoli, quindi prosegue: “A questo titolo il dolore è fatto personale, ma è anche evento cosmico: questo intreccio di singolare e di universale, mai del tutto districabile nell’esperienza del dolore, permette a questa esperienza di farsi linguaggio.” E in Pascoli linguaggio poetico, completiamo noi. “Se nel dolore non si intrecciassero in modo indissolubile, seppur enigmatico, l’individuale e il totale, mai esso giungerebbe alla parola: la sofferenza rimarrebbe l’esperienza muta che è. Solo il riverbero di universale, che è presente in ogni esperienza individuale di dolore, permette a chi soffre di comunicarlo e a chi guarda di presentirlo e di riconoscerlo.”

Silvio Minieri ha detto...

Registrando l’universalità del dolore espresso in versi poetici, nella suggestione della notte dei fuochi di San Lorenzo, l’illustrazione della lirica potrebbe fermarsi qui; ma in tal caso lasceremo in sospeso la nostra affermazione iniziale: “Nell’incipit è il segreto della poesia, il suo pensiero non detto, che costituisce la trama di fondo dell’episodio tragico poeticamente evocato.” E avevamo accennato al “contenuto esoterico della lirica, il pensiero di fondo non rivelato, seppure indicato per indizi.”
Che cosa intendevamo? Nel riferire episodi biografici illuminanti della personalità del Pascoli, avevamo parlato di una sua breve affiliazione alla massoneria, come a volergli attribuire la dimensione di un pensiero dai contenuti erranti lontano dalle dottrine ufficiali, una dimensione appunto segreta, esoterica. All’interrogativo se l’anima di Pascoli, quella poetica, fosse cristiana, in genere la critica risponde negativamente, sebbene in molti tratti della sua poesia si possano incontrare caratteristiche proprie della religione cristiana: gli ideali di fratellanza, la pietà per gli infelici e i sofferenti, la compassione e la ricerca della consolazione, una tendenza al bene e al perdono.
A tal riguardo, senza esprimere giudizi in merito, noi ci limitiamo ad un’osservazione dell’atteggiamento del Pascoli di fronte al tema del dolore, che riflette nella coscienza il contrasto irriducibile tra il Bene e il Male. E proprio l’analisi non in superficie della lirica “X agosto” può guidarci a comprendere il suo atteggiamento, la sua convinzione forse non del tutto cosciente, che esprime artisticamente: “San Lorenzo, io lo so…” La conoscenza del Pascoli è conoscenza del dolore non soltanto attraverso la tragica esperienza familiare, ma conoscenza vera, anche se non razionale. È una conoscenza mistica, quella che alle origini del cristianesimo si profilò come “gnosi”, una dottrina eretica, irriducibilmente dualistica nella lotta tra Luce e Tenebre, Spirito e Materia, Bene e Male. Le scintille cadute dal cielo sulla terra sono le particelle di luce dello Spirito rimaste imprigionate nella Materia, il Male quaggiù, in contrapposizione al Bene lassù , nella lontananza irraggiungibile del Cielo.
Il Male è la morte e l’ombra: la rondine trafitta in croce sulle spine e il pigolio che si va spegnendo dei rondinini nell’ombra del nido.
“Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.”
L’immagine della morte, della solitudine degli orfani, del cielo lontano corrisponde all’altra, quella delle strofe seguenti:
“Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.”
Se ricolleghiamo la prima all’ultima strofa, il quadro si completa, ecco perché il poeta recita: “Io lo so.” Ha raggiunto la conoscenza, sperimentando in sé non solo il suo dolore singolare, ma quello più vasto di respiro cosmico, il conflitto tra il Bene e il Male, che indica un “cielo lontano”, “l’alto dei mondi”, dove l’immaginazione poetica trasfigura la pioggia di stelle cadenti in un pianto universale di luci che inonda la terra.
“E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!”