[N. d. B.] Pubblico in fretta e furia questo racconto, che mi risultata datato cinque anni fa, ma credo di averlo pubblicato anche successivamente, ancora sotto l’impressione per la della spettacolare tempesta di fulmini, che si è abbattuta ieri sera su Roma e il litorale romano, di cui ho sono rimasto a contemplare i bagliori tra le nuvole, per qualche minuto. Poi, sono andato a dormire, e adesso da sveglio, registro queste note in fretta, perché devo andare al mare. Pare che verso le dieci la temperatura salga a trenta gradi, la spiaggia si asciughi e il mare sia calmo, per una bella nuotata. Dicevo della spettacolare tempesta di fulmini, si può parlare di una vera e propria aurora boreale mediterranea, e io dedico questo mirabile fenomeno atmosferico alla memoria di Evaristo, di cui è apparso enigmatico il messaggio, che egli ci ha voluto mandare con la sua improvvisa morte. Está muerto! Mala suerte! "È morto! Che sfortuna!" Dici? Eh? Chi è? Sono Evaristo. Dove sei? Nell’Aldilà. E restaci. Vieni da me. Domani, ciao.
Il temporale lampo che ha colpito Roma nella serata del 17 agosto 2026 è durato circa il tempo di un acquazzone, sebbene l'intensa attività elettrica e la spettacolare tempesta di fulmini in cielo siano poi proseguite per diverse ore, con stime dei residenti che indicano una durata complessiva di circa 3 ore. Il fenomeno si è sviluppato così: Il temporale di pioggia: È stato un vero e proprio "temporale lampo", caratterizzato da forti raffiche di vento iniziali e una rapida bomba d'acqua. È passato rapidamente, lasciando accumuli d'acqua differenti a seconda dei quartieri. La tempesta di fulmini: Anche dopo la fine della pioggia battente, le nubi hanno continuato a scaricare un'impressionante quantità di saette e lampi continui che hanno illuminato a giorno il cielo sopra la Capitale e sul litorale romano.
L'EQUAZIONE DI EVARISTO La donna aveva salito in fretta i gradini della scala interna, che portavano dal piano giorno di sotto al corridoio delle camere da letto di sopra, irritata perché il marito non aveva risposto a più di un suo richiamo dal basso. “Evaristo, ma che stai facendo?” gridò entrando in camera da letto, prima ancora di affacciarsi nel bagno, che aveva la porta aperta. Silenzio. La donna entrò nel bagno e lanciò un grido. Evaristo giaceva riverso a terra supino, vicino all’angolo doccia, gli occhi aperti, lo sguardo vitreo, con l’accappatoio arancione aperto sul corpo nudo. Uscì di corsa e scese precipitosamente le scale, attraversò il salone e andò verso la porta di casa, poi si fermò. Voleva avvertire qualcuno, non sapeva chi, riprese fiato e andò a prendere il telefonino, per avvertire Elisea, la sorella, ma esitava. Erano in cattivi rapporti e non la sentiva da diverso tempo, forse era meglio chiamare un medico. Nel dubbio risalì e andò a vedere di nuovo il corpo riverso del marito, questa volta osservandolo con maggiore calma. Si chinò sul viso di lui, non respirava, era morto, gli abbassò le palpebre e gli richiuse l’accappatoio, si rialzò e restò a contemplare la sua immobilità. Quindi scese giù, e telefonò alla sorella, rispose la segreteria, al momento non era raggiungibile, allora mandò un sms: “Vieni, Evaristo è morto.” Ritornò su in bagno e tentò di trascinare il corpo del marito in camera da letto, ma rinunciò. Poi andò all’armadietto, cercò e prese un costume da bagno e con un po' di sforzo glielo infilò addosso e l’aggiustò alla meglio. Rimase a contemplare quella sua immobilità nella morte, che la teneva come paralizzata, il pensiero fisso su quella immagine davanti a lei. Fu riscossa da questo suo stato di veglia dallo squillo del telefonino, rispose, Elisea, la voce agitata, domandava com’era successo: “Non lo so, è stato all’improvviso.” La sorella disse che si trovava fuori Roma, nel viterbese, sarebbe arrivata appena possibile. Annamaria ridiscese nel salone, si sedette sul divano, e rimase ad aspettare. Com’era tutto irreale! Sentì arrivare un segnale dal tablet del marito, l’aprì, era Fernandez, il cugino di Evaristo, ritornato di recente dall’Argentina, lesse la chat, gli domandava se avesse dimostrato l’equazione. Annamaria chiuse senza rispondere, poi ebbe la sensazione che Fernandez avesse scritto ancora qualcosa, forse sarebbe passato di persona, ma non controllò. Fernandez era un tipo strano, dopo un po' di tempo nelle poche conversazioni, a cui aveva assistito, tra lui e il marito, l’argentino cominciava a parlare spagnolo e spesso si irritava e gridava.
Dopo un’ora, suonò il citofono, corse ad aprire, era Elisea. “Ma come è morto?” “Vieni a vedere.” Salirono di sopra, la sorella guardò il cognato immobile nella fissità della morte. “Spostiamolo” disse Annamaria “aiutami a metterlo sul letto.” Con sforzo le due donne ci riuscirono, quindi rimasero ad osservare il defunto steso sul letto. “Ma si faceva la doccia in costume?” “No, Elisea, gliel’ho messo io.” “Dobbiamo vestirlo” disse la cognata. Andarono a prendere l’abito buono che Evaristo aveva nell’armadio, una camicia stirata, la cravatta, le calze, le scarpe, e dopo un po' completarono la vestizione. Ora, il morto era pronto per la veglia funebre, bisognava avvertire le autorità sanitarie. La telefonata fu abbastanza lineare, in sintonia con le necessità dei tempi. “Come è morto?” “Non respirava più.” “Aveva sintomi: febbre, tosse, respiro affannoso?” Sì.” Elisea, ascoltando questa risposta di Annamaria, ebbe un moto di sorpresa. “Siete soli in casa?” “Sì.” Elisea si fece attenta. “Rimanga in quarantena, passeremo domani a ritirare la salma.” “Aveva il covid?” Annamaria scosse la testa in segno di no, ma non ebbe il tempo di rispondere all’interrogativo di Elisea, avevano suonato al citofono. Era Fernandez. “Ho detto così per semplificare” disse ad Elisea, in attesa del parente argentino, che stava salendo le scale a piedi, senza prendere l’ascensore. “Oh, Annamaria! Evaristo?” “Questa è Elisea” “Ah, sì, Evaristo mi aveva parlato di te.” Salirono, Fernandez spiò nella camera da letto. “Dorme vestito?” Scesero le scale. “Ma aveva anche le scarpe! Giacca e cravatta…” “È morto” disse Annamaria. “Mala suerte!” Erano in piedi nel salone, si sedettero sul divano. “Dovevamo parlare della sua equazione.” Le due donne non risposero, Fernandez si alzò in piedi: “Está muerto! Mala suerte!” Passeggiava nervosamente in silenzio, poi sbottò: “Ma, insomma, Evaristo, che cosa ci ha voluto dimostrare con questa sua morte?” Annamaria andò a prendere un quadernetto del morto e lo diede a Fernandez, questi l’aprì, sfogliò le pagine, quindi trovò l’equazione di Evaristo: 5x^2 + (-) 9x + (-2) = 0. Rimase pensoso per alcuni momenti, poi scrisse e lesse la soluzione alle due donne: a = 5; b = -9; c = -2. ax2 + bx + c = 0 x1,2 = - b ± √b^2- 4ac 2a x1,2= -(-9) ± √9^2- 4(5)(-2) 2(5) x1,2= 9 ± √81+40 10 x1,2= 9 ± √121 = 9± 11 10 10 x1= 20 = 2 ; x2 = -2 = - 1 10 10 5
“È una normale equazione di secondo grado, con la caratteristica: a>b, a>c, c>b” disse Fernandez. “Questa caratteristica rivela l’ipotesi del continuo: (a) grandezza vita, sempre superiore a (b) grandezza morte e (c) grandezza confine vita/morte, (c) sempre superiore (b). Una continuità tra la vita e la morte, questo ci dice l’equazione, Evaristo non ci ha lasciati soli.” Chiuse il quadernetto, lo consegnò ad Annamaria e tutti e tre insieme salirono al piano di sopra, per andare a vegliare il morto.
NOTA Nel "copia e incolla", l'equazione non risulta decifrabile, per le intervenute imperfezioni, che cerco di spiegare, considerando le 12 righe. 2° rigo ax2 sta per ax^2 elevato al quadrato 3° rigo x1,2 sta per i due valori di x i numeri 1,2 andrebbero scritti in piccolo a piè di x 4° rigo 2a è il denominatore del numeratore - b ± √b^2- 4ac Manca la linea indicante la frazione, e numeratore e denominatore non sono allineati. Così dicasi per le restanti righe, nelle ultime due righe 10 10 5 sono i denominatori rispettivamente di 20 2 -2 Spero che il lettore riesca a risolvere l'equazione di secondo grado se non da solo, almeno con questo mio chiarimento o con aiuti di altre fonti. Nel chiedere scusa per l'inconveniente, mi riprometto di commentarlo in un qualche prossimo colloquio con il mio demone, reso sotto forma di soliloquio. Grazie per la vostra comprensione (come avverte lo speaker nel metrò parigino, quando si verifica un disservizio).
Post-Scriptum Sull’ipotesi del continuo, è bene consultare “Gatti e Tiranni”, “2. Lectio magistralis”. (post del 3 maggio 2024) Il professor Rosiello ha illustrato molto meglio la questione. Fernandez, date anche le circostanze del lutto, si è espresso in maniera ellittica, spiegando in maniera molto confusa la sequenza: a>b, a>c, c>b. La fonte, a cui ha attinto il defunto Evaristo, sono i “Principia Mathematica” di Bertrand Russell, e allora andiamo a consultare il testo: “Se A e B sono due qualunque grandezze di un genere, ed A è maggiore di B, esiste sempre una terza grandezza C tale che A è maggiore di C e C maggiore di B. Chiamerò questo, per il momento, assioma di continuità.” (§ 181) Qui, appare verosimile, si era fermata l’attenzione del defunto, che aveva adattato a un’equazione di secondo grado la notazione di Russell. Nella formula matematica, era rispettata l’assunzione delle grandezze e la relazione tra loro della sequenza: a>b, a>c, c>b. Il problema da risolvere non era quello matematico, ma quello logico che si voleva dimostrare matematicamente. Credo, ma questa è una mia illazione, che Fernandez volesse discutere con il cugino proprio questa deduzione logica dalla formula matematica, peraltro neppure tanto chiara anche a lui. Io propongo di risolvere il problema, suggerendo di mettere in relazione fra loro le tre progressioni: (A) V- v1, v2, v3… vn… V = Vita, v= viventi. (B) M- m1, m2, m3… mn… M = Morte, m = morti. (C) F- f1, f2, f3… fn…; F= in Fin di vita, f = moribondi. Quindi, se a>b, a>c, c>b, allora V-F-M costituisce una ipotesi di continuo tra questi insiemi. Il problema, però, sorge a proposito di quello che Russell chiama “l’assioma del filosofo sulla finitezza”. Infatti, la mia soluzione è relativa alla enunciazione della teoria degli insiemi infiniti di Cantor, e pertanto il modello matematico da assumere per una deduzione logica si fonda su quella teoria che Gödel dimostrò non essere falsa, ma in linea con il suo teorema di incompletezza, non può neppure dimostrarsi vera. La verità matematica, peraltro, era difficilmente estensibile alla verità logica sul genere degli insiemi proposti. Un luogo comune vuole che il mondo dei morti sia “il mondo dei più” (rispetto ai vivi). Non è una definizione logica o un assioma, ma un’ipotesi che andrebbe dimostrata. Era questa ipotesi o quella contraria che Evaristo aveva voluto dimostrare con la sua morte? Era l’interrogativo di Fernandez, che poi aveva concluso sulla comunione tra i vivi e i morti. Requiem.
L'INTERROGATIVO DI FERNANDEZ In conformità ad un apposito articolo, 14, b), dei regolamenti sui servizi funebri e cimiteriali, la vedova Annamaria ottenne il permesso della sepoltura, per il defunto marito Evaristo, sulla collina degli asfodeli. E furono Elisea e Fernandez a scortare il feretro fino al luogo della tumulazione, assistendo al relativo rito dell’inumazione. Infatti, la vedova non potette muoversi di casa, per osservare la quarantena, sebbene sussista il dubbio se Evaristo sia veramente morto per covid. A noi pare di no, stando al teorema di semplificazione enunciato da Annamaria. Comunque, adesso che il defunto ha lasciato la sua dimora abituale in vita per l’altra sulla collina sul mare, noi dobbiamo confrontarci ancora con l’interrogativo di Fernandez: “Ma, insomma, Evaristo, che cosa ci ha voluto dimostrare con questa sua morte?” Noi conosciamo la risposta, attraverso l’esempio dell’equazione di secondo grado: ax^2 + bx + c = 0, in cui a>b, a>c, c>b, formula quest’ultima dell’assioma provvisorio del continuo, e quindi adattabile ad una logica di contiguità tra la vita e la morte. E possiamo anche darne risposta discorsiva, e la daremo presto, attraverso il testo “Le ossa e lo spirito”. [1] Qui, però, vogliamo domandarci del perché l’interrogativo di Fernandez risuona quanto meno insolito al nostro orecchio, ossia vogliamo investigare non sulla risposta data che ci soddisfa, la comunione tra i vivi e i morti, ma sul fondamento della domanda. Nel modo in cui viene posta, la domanda adombra una spiritualità del defunto, che sembra andare al di là della sua morte, o quanto meno una sua responsabilità lasciata insoluta nel campo dei vivi, come ad esempio uno che lascia debiti (te possino! ...) ? [2] Scusate la parentesi. Nel caso di Evaristo, il lascito debitorio è di carattere spirituale, e questo potrebbe giustificare l’insofferenza di Fernandez, che avendo esaurite in sé stesso le ipotesi di spiegazione della morte del cugino, tirandone le somme, sbotta: “Ma, insomma, Evaristo, che cosa ci ha voluto dimostrare con questa sua morte?” Evaristo non può rispondere perché è morto, ma la vedova che ne raccoglie l’eredità subito va a prendere il quadernetto con l’equazione. Può esaurire il nostro desiderio di conoscenza una tale risposta così raffazzonata (non nel senso attuale di “aggiustata alla meglio”, ma in quello arcaico di “adornata con cura”), senza peraltro nulla togliere al genio matematico di Evaristo? L’interrogativo di Fernandez non sembra un irritato rivolgersi a una presunzione di spiritualità della morte, che invece nello spettacolo di un cadavere immobile, mostra tutta la sua banalità, insignificante di altro?
[1] “Le ossa e lo spirito” è un capitolo della seconda parte del saggio “L’uomo e il suo destino”, che riproporremo in seguito, in quanto cancellato dalla “mano” del tempo. Poi spieghiamo che cos’è questa “mano” del tempo.
[2] Espressione dialettale romanesca in forma abbreviata, che sta per “Che tte pòssin' ammazzà!", facilmente traducibile in “Che possano ammazzarti!”. Viene perlopiù usata in forma affettuosa nei confronti di qualcuno, che ci ha suscitato una qualche forte emozione con il suo comportamento. È un’espressione abbastanza lontana, ma non tanto, dalla più truce espressione napoletana di maledizione: “Puozze jettà 'o sango!”, “possa tu versare il sangue!”, in cui si augura al nemico la morte, con relativa emissione di sangue, quello che sappiamo rappresenta lo spirito liquido della vita.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
6 commenti:
[N. d. B.]
Pubblico in fretta e furia questo racconto, che mi risultata datato cinque anni fa, ma credo di averlo pubblicato anche successivamente, ancora sotto l’impressione per la della spettacolare tempesta di fulmini, che si è abbattuta ieri sera su Roma e il litorale romano, di cui ho sono rimasto a contemplare i bagliori tra le nuvole, per qualche minuto. Poi, sono andato a dormire, e adesso da sveglio, registro queste note in fretta, perché devo andare al mare. Pare che verso le dieci la temperatura salga a trenta gradi, la spiaggia si asciughi e il mare sia calmo, per una bella nuotata. Dicevo della spettacolare tempesta di fulmini, si può parlare di una vera e propria aurora boreale mediterranea, e io dedico questo mirabile fenomeno atmosferico alla memoria di Evaristo, di cui è apparso enigmatico il messaggio, che egli ci ha voluto mandare con la sua improvvisa morte. Está muerto! Mala suerte! "È morto! Che sfortuna!" Dici? Eh? Chi è? Sono Evaristo. Dove sei? Nell’Aldilà. E restaci. Vieni da me. Domani, ciao.
Il temporale lampo che ha colpito Roma nella serata del 17 agosto 2026 è durato circa il tempo di un acquazzone, sebbene l'intensa attività elettrica e la spettacolare tempesta di fulmini in cielo siano poi proseguite per diverse ore, con stime dei residenti che indicano una durata complessiva di circa 3 ore. Il fenomeno si è sviluppato così: Il temporale di pioggia: È stato un vero e proprio "temporale lampo", caratterizzato da forti raffiche di vento iniziali e una rapida bomba d'acqua. È passato rapidamente, lasciando accumuli d'acqua differenti a seconda dei quartieri. La tempesta di fulmini: Anche dopo la fine della pioggia battente, le nubi hanno continuato a scaricare un'impressionante quantità di saette e lampi continui che hanno illuminato a giorno il cielo sopra la Capitale e sul litorale romano.
L'EQUAZIONE DI EVARISTO
La donna aveva salito in fretta i gradini della scala interna, che portavano dal piano giorno di sotto al corridoio delle camere da letto di sopra, irritata perché il marito non aveva risposto a più di un suo richiamo dal basso. “Evaristo, ma che stai facendo?” gridò entrando in camera da letto, prima ancora di affacciarsi nel bagno, che aveva la porta aperta. Silenzio. La donna entrò nel bagno e lanciò un grido. Evaristo giaceva riverso a terra supino, vicino all’angolo doccia, gli occhi aperti, lo sguardo vitreo, con l’accappatoio arancione aperto sul corpo nudo. Uscì di corsa e scese precipitosamente le scale, attraversò il salone e andò verso la porta di casa, poi si fermò. Voleva avvertire qualcuno, non sapeva chi, riprese fiato e andò a prendere il telefonino, per avvertire Elisea, la sorella, ma esitava. Erano in cattivi rapporti e non la sentiva da diverso tempo, forse era meglio chiamare un medico. Nel dubbio risalì e andò a vedere di nuovo il corpo riverso del marito, questa volta osservandolo con maggiore calma. Si chinò sul viso di lui, non respirava, era morto, gli abbassò le palpebre e gli richiuse l’accappatoio, si rialzò e restò a contemplare la sua immobilità.
Quindi scese giù, e telefonò alla sorella, rispose la segreteria, al momento non era raggiungibile, allora mandò un sms: “Vieni, Evaristo è morto.” Ritornò su in bagno e tentò di trascinare il corpo del marito in camera da letto, ma rinunciò. Poi andò all’armadietto, cercò e prese un costume da bagno e con un po' di sforzo glielo infilò addosso e l’aggiustò alla meglio. Rimase a contemplare quella sua immobilità nella morte, che la teneva come paralizzata, il pensiero fisso su quella immagine davanti a lei. Fu riscossa da questo suo stato di veglia dallo squillo del telefonino, rispose, Elisea, la voce agitata, domandava com’era successo: “Non lo so, è stato all’improvviso.” La sorella disse che si trovava fuori Roma, nel viterbese, sarebbe arrivata appena possibile. Annamaria ridiscese nel salone, si sedette sul divano, e rimase ad aspettare. Com’era tutto irreale! Sentì arrivare un segnale dal tablet del marito, l’aprì, era Fernandez, il cugino di Evaristo, ritornato di recente dall’Argentina, lesse la chat, gli domandava se avesse dimostrato l’equazione. Annamaria chiuse senza rispondere, poi ebbe la sensazione che Fernandez avesse scritto ancora qualcosa, forse sarebbe passato di persona, ma non controllò. Fernandez era un tipo strano, dopo un po' di tempo nelle poche conversazioni, a cui aveva assistito, tra lui e il marito, l’argentino cominciava a parlare spagnolo e spesso si irritava e gridava.
Dopo un’ora, suonò il citofono, corse ad aprire, era Elisea. “Ma come è morto?” “Vieni a vedere.” Salirono di sopra, la sorella guardò il cognato immobile nella fissità della morte. “Spostiamolo” disse Annamaria “aiutami a metterlo sul letto.” Con sforzo le due donne ci riuscirono, quindi rimasero ad osservare il defunto steso sul letto. “Ma si faceva la doccia in costume?” “No, Elisea, gliel’ho messo io.” “Dobbiamo vestirlo” disse la cognata. Andarono a prendere l’abito buono che Evaristo aveva nell’armadio, una camicia stirata, la cravatta, le calze, le scarpe, e dopo un po' completarono la vestizione. Ora, il morto era pronto per la veglia funebre, bisognava avvertire le autorità sanitarie. La telefonata fu abbastanza lineare, in sintonia con le necessità dei tempi. “Come è morto?” “Non respirava più.” “Aveva sintomi: febbre, tosse, respiro affannoso?” Sì.” Elisea, ascoltando questa risposta di Annamaria, ebbe un moto di sorpresa. “Siete soli in casa?” “Sì.” Elisea si fece attenta. “Rimanga in quarantena, passeremo domani a ritirare la salma.”
“Aveva il covid?” Annamaria scosse la testa in segno di no, ma non ebbe il tempo di rispondere all’interrogativo di Elisea, avevano suonato al citofono. Era Fernandez. “Ho detto così per semplificare” disse ad Elisea, in attesa del parente argentino, che stava salendo le scale a piedi, senza prendere l’ascensore.
“Oh, Annamaria! Evaristo?” “Questa è Elisea” “Ah, sì, Evaristo mi aveva parlato di te.” Salirono, Fernandez spiò nella camera da letto. “Dorme vestito?” Scesero le scale. “Ma aveva anche le scarpe! Giacca e cravatta…” “È morto” disse Annamaria. “Mala suerte!” Erano in piedi nel salone, si sedettero sul divano. “Dovevamo parlare della sua equazione.” Le due donne non risposero, Fernandez si alzò in piedi: “Está muerto! Mala suerte!” Passeggiava nervosamente in silenzio, poi sbottò: “Ma, insomma, Evaristo, che cosa ci ha voluto dimostrare con questa sua morte?”
Annamaria andò a prendere un quadernetto del morto e lo diede a Fernandez, questi l’aprì, sfogliò le pagine, quindi trovò l’equazione di Evaristo:
5x^2 + (-) 9x + (-2) = 0.
Rimase pensoso per alcuni momenti, poi scrisse e lesse la soluzione alle due donne:
a = 5; b = -9; c = -2.
ax2 + bx + c = 0
x1,2 = - b ± √b^2- 4ac
2a
x1,2= -(-9) ± √9^2- 4(5)(-2)
2(5)
x1,2= 9 ± √81+40
10
x1,2= 9 ± √121 = 9± 11
10 10
x1= 20 = 2 ; x2 = -2 = - 1
10 10 5
“È una normale equazione di secondo grado, con la caratteristica: a>b, a>c, c>b” disse Fernandez. “Questa caratteristica rivela l’ipotesi del continuo: (a) grandezza vita, sempre superiore a (b) grandezza morte e (c) grandezza confine vita/morte, (c) sempre superiore (b). Una continuità tra la vita e la morte, questo ci dice l’equazione, Evaristo non ci ha lasciati soli.” Chiuse il quadernetto, lo consegnò ad Annamaria e tutti e tre insieme salirono al piano di sopra, per andare a vegliare il morto.
NOTA
Nel "copia e incolla", l'equazione non risulta decifrabile, per le intervenute imperfezioni, che cerco di spiegare, considerando le 12 righe.
2° rigo ax2 sta per ax^2 elevato al quadrato
3° rigo x1,2 sta per i due valori di x i numeri 1,2 andrebbero scritti in piccolo a piè di x
4° rigo 2a è il denominatore del numeratore - b ± √b^2- 4ac Manca la linea indicante la frazione, e numeratore e denominatore non sono allineati.
Così dicasi per le restanti righe, nelle ultime due righe 10 10 5 sono i denominatori rispettivamente di 20 2 -2
Spero che il lettore riesca a risolvere l'equazione di secondo grado se non da solo, almeno con questo mio chiarimento o con aiuti di altre fonti.
Nel chiedere scusa per l'inconveniente, mi riprometto di commentarlo in un qualche prossimo colloquio con il mio demone, reso sotto forma di soliloquio.
Grazie per la vostra comprensione (come avverte lo speaker nel metrò parigino, quando si verifica un disservizio).
Post-Scriptum
Sull’ipotesi del continuo, è bene consultare “Gatti e Tiranni”, “2. Lectio magistralis”. (post del 3 maggio 2024) Il professor Rosiello ha illustrato molto meglio la questione. Fernandez, date anche le circostanze del lutto, si è espresso in maniera ellittica, spiegando in maniera molto confusa la sequenza: a>b, a>c, c>b. La fonte, a cui ha attinto il defunto Evaristo, sono i “Principia Mathematica” di Bertrand Russell, e allora andiamo a consultare il testo: “Se A e B sono due qualunque grandezze di un genere, ed A è maggiore di B, esiste sempre una terza grandezza C tale che A è maggiore di C e C maggiore di B. Chiamerò questo, per il momento, assioma di continuità.” (§ 181) Qui, appare verosimile, si era fermata l’attenzione del defunto, che aveva adattato a un’equazione di secondo grado la notazione di Russell. Nella formula matematica, era rispettata l’assunzione delle grandezze e la relazione tra loro della sequenza: a>b, a>c, c>b. Il problema da risolvere non era quello matematico, ma quello logico che si voleva dimostrare matematicamente. Credo, ma questa è una mia illazione, che Fernandez volesse discutere con il cugino proprio questa deduzione logica dalla formula matematica, peraltro neppure tanto chiara anche a lui. Io propongo di risolvere il problema, suggerendo di mettere in relazione fra loro le tre progressioni:
(A) V- v1, v2, v3… vn… V = Vita, v= viventi.
(B) M- m1, m2, m3… mn… M = Morte, m = morti.
(C) F- f1, f2, f3… fn…; F= in Fin di vita, f = moribondi.
Quindi, se a>b, a>c, c>b, allora V-F-M costituisce una ipotesi di continuo tra questi insiemi. Il problema, però, sorge a proposito di quello che Russell chiama “l’assioma del filosofo sulla finitezza”. Infatti, la mia soluzione è relativa alla enunciazione della teoria degli insiemi infiniti di Cantor, e pertanto il modello matematico da assumere per una deduzione logica si fonda su quella teoria che Gödel dimostrò non essere falsa, ma in linea con il suo teorema di incompletezza, non può neppure dimostrarsi vera. La verità matematica, peraltro, era difficilmente estensibile alla verità logica sul genere degli insiemi proposti. Un luogo comune vuole che il mondo dei morti sia “il mondo dei più” (rispetto ai vivi). Non è una definizione logica o un assioma, ma un’ipotesi che andrebbe dimostrata. Era questa ipotesi o quella contraria che Evaristo aveva voluto dimostrare con la sua morte? Era l’interrogativo di Fernandez, che poi aveva concluso sulla comunione tra i vivi e i morti. Requiem.
L'INTERROGATIVO DI FERNANDEZ
In conformità ad un apposito articolo, 14, b), dei regolamenti sui servizi funebri e cimiteriali, la vedova Annamaria ottenne il permesso della sepoltura, per il defunto marito Evaristo, sulla collina degli asfodeli. E furono Elisea e Fernandez a scortare il feretro fino al luogo della tumulazione, assistendo al relativo rito dell’inumazione. Infatti, la vedova non potette muoversi di casa, per osservare la quarantena, sebbene sussista il dubbio se Evaristo sia veramente morto per covid. A noi pare di no, stando al teorema di semplificazione enunciato da Annamaria. Comunque, adesso che il defunto ha lasciato la sua dimora abituale in vita per l’altra sulla collina sul mare, noi dobbiamo confrontarci ancora con l’interrogativo di Fernandez: “Ma, insomma, Evaristo, che cosa ci ha voluto dimostrare con questa sua morte?” Noi conosciamo la risposta, attraverso l’esempio dell’equazione di secondo grado: ax^2 + bx + c = 0, in cui a>b, a>c, c>b, formula quest’ultima dell’assioma provvisorio del continuo, e quindi adattabile ad una logica di contiguità tra la vita e la morte. E possiamo anche darne risposta discorsiva, e la daremo presto, attraverso il testo “Le ossa e lo spirito”. [1] Qui, però, vogliamo domandarci del perché l’interrogativo di Fernandez risuona quanto meno insolito al nostro orecchio, ossia vogliamo investigare non sulla risposta data che ci soddisfa, la comunione tra i vivi e i morti, ma sul fondamento della domanda. Nel modo in cui viene posta, la domanda adombra una spiritualità del defunto, che sembra andare al di là della sua morte, o quanto meno una sua responsabilità lasciata insoluta nel campo dei vivi, come ad esempio uno che lascia debiti (te possino! ...) ? [2] Scusate la parentesi. Nel caso di Evaristo, il lascito debitorio è di carattere spirituale, e questo potrebbe giustificare l’insofferenza di Fernandez, che avendo esaurite in sé stesso le ipotesi di spiegazione della morte del cugino, tirandone le somme, sbotta: “Ma, insomma, Evaristo, che cosa ci ha voluto dimostrare con questa sua morte?” Evaristo non può rispondere perché è morto, ma la vedova che ne raccoglie l’eredità subito va a prendere il quadernetto con l’equazione. Può esaurire il nostro desiderio di conoscenza una tale risposta così raffazzonata (non nel senso attuale di “aggiustata alla meglio”, ma in quello arcaico di “adornata con cura”), senza peraltro nulla togliere al genio matematico di Evaristo? L’interrogativo di Fernandez non sembra un irritato rivolgersi a una presunzione di spiritualità della morte, che invece nello spettacolo di un cadavere immobile, mostra tutta la sua banalità, insignificante di altro?
[1] “Le ossa e lo spirito” è un capitolo della seconda parte del saggio “L’uomo e il suo destino”, che riproporremo in seguito, in quanto cancellato dalla “mano” del tempo. Poi spieghiamo che cos’è questa “mano” del tempo.
[2] Espressione dialettale romanesca in forma abbreviata, che sta per “Che tte pòssin' ammazzà!", facilmente traducibile in “Che possano ammazzarti!”. Viene perlopiù usata in forma affettuosa nei confronti di qualcuno, che ci ha suscitato una qualche forte emozione con il suo comportamento. È un’espressione abbastanza lontana, ma non tanto, dalla più truce espressione napoletana di maledizione: “Puozze jettà 'o sango!”, “possa tu versare il sangue!”, in cui si augura al nemico la morte, con relativa emissione di sangue, quello che sappiamo rappresenta lo spirito liquido della vita.
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