mercoledì 12 agosto 2026

Narrativa


                                     Vuoto di Luna


17 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

IN NAVIGAZIONE LUNGO L'ELLISSI DEL VUOTO DI LUNA

IL SOGNO

"Almeridi? svegliati! Almeridi? Al? svegliati!"
Nel sonno Almeridi percepì il tono di voce della moglie, prima sussurrato e poi perentorio, che lo invitava a svegliarsi. Prese flebilmente coscienza.
"Al, svegliati!" Il tono di voce aveva acquistato insistenza, ma Al decise di non aprire gli occhi, si voltò dall'altra parte e riprese sonno. Il gruppo di case del paesino di montagna giacente nel candore della neve si donava allo sguardo dall'alto. La prospettiva mostrava l'immagine di una piazzetta con porticato: il paesaggio notturno era illuminato dalla luce spiovente da alti lampioni, che disegnava sul manto imbiancato un gioco di linee d'ombra. Sull'ingresso di una bassa costruzione brillava
tremolante un'insegna di luce al neon. Nel predominante biancore del panorama di neve e di ghiaccio luccicava il verde luminoso della scritta in corsivo "Moonlight", recante attorno a sé un alone di luce più diffuso. La piazzetta era vuota e nessun passo si avvertiva, neppure tendendosi in ascolto verso l'angolo in ombra del portico, aperto su altre strade nascoste. Nell'atmosfera sospesa della notte si coglievano silenzio e attesa e quasi un impercettibile ronzio, proveniente dall'insegna luminosa, che rifletteva il pallore del verde sullo splendore del ghiaccio. Sognava Almeridi.
"Al? Al!" sentì di nuovo la voce fluttuare nel sonno. Si sentì scuotere, afferrato per il braccio. "Al, svegliati! Al!... la luna!"
Almeridi si rigirò e, in posizione supina, sollevò appena le palpebre nel buio, per richiuderle subito dopo e tornare all'immagine vivida e bellissima di un attimo prima di quell'angolo di paesaggio alpino di case splendente di neve.
"Che cosa vuoi?" mormorò rincorrendo il sonno ed il sogno.
"Al! Hanno rubato la luna!" disse la donna. “È scomparsa dal cielo! Sparita nel nulla!" Percependo con chiarezza la frase, Almeridi spalancò gli occhi e restò per alcuni istanti a fissare punti indistinti nel buio, mentre rifletteva sull'improvviso annuncio. Si tirò su, sedendo al centro del letto, con la schiena appoggiata al cuscino sollevato contro la spalliera. Era completamente sveglio. Tacque ancora un istante, poi domandò incredulo: "Hanno rubato la luna? ... "
"Ne hanno parlato in televisione. Ne parlano ancora. È un fenomeno inspiegabile. Non si tratta di eclissi o tramonto, ma di reale scomparsa. È come se il satellite si fosse disintegrato nel nulla in un istante!"
"Il satellite... disintegrato..." rimarcò Almeridi. Poi allungò una gamba fuori dal letto, indeciso se alzarsi. "Ma se non ci è accaduto nulla finora, perché ti preoccupi?" domandò. Vi fu un breve silenzio, in cui Almeridi temette di ricevere gli improperi della moglie. Ma la donna si limitò a sospirare. Poi, dopo una pausa, disse: “È per via del bambino... capisci? ... ". Sospirò: "Vivrà una vita senza la luna... la sua vita non sarà come la nostra..."
Forse perché ancora assonnato, Almeridi non riusciva a farsi contagiare da quella inquietudine. Si alzò ed aprì la finestra. Un fascio di luce argentato rischiarò il buio della stanza. Sporse la testa in fuori, per accertare meglio: non era il chiaro di luna, ma la luce bianca dell'illuminazione pubblica. Non poté fare a meno di controllare il cielo: nell'aria fresca della notte, la volta scura brillava di stelle. Mancava la luna. Rientrò e socchiuse l'imposta. Girò intorno al letto grande e prima di varcare l'ingresso, guardò nella culla. Il bambino, vestito soltanto col pannolino mutandina, dormiva rannicchiato su un fianco. Almeridi ne spiò il lieve respiro nel sonno.
"Prepara il caffè" ingiunse la moglie alle sue spalle.

Silvio Minieri ha detto...

Almeridi si era seduto sul divano del salotto, di fronte alla televisione, cercando di seguire la conversazione che alcuni esperti stavano tenendo sull'argomento. Di là in cucina, sul fornelletto a gas, la caffettiera cominciò a gorgogliare. Almeridi corse a versare il caffè in due tazzine, mise lo zucchero, bevve dalla sua tazzina e portò l'altra alla moglie.
"Elli! Elli! il caffè!", sussurrò, chinandosi sul viso della dormiente. Il volto di lei rimase immobile: non aprì gli occhi né rispose. Almeridi percepì soltanto il lieve respiro del sonno. Cautamente rientrò in salotto. Erano le tre del mattino. Nella calda notte estiva, la città era deserta. Erano tutti in montagna o al mare: ecco perché nessuno si era riversato nelle strade.
"Non si può propriamente parlare di scomparsa", diceva attraverso il teleschermo uno dei commentatori, "ma il termine scomparsa è l'unico adattabile al fenomeno." La trasmissione era condotta e moderata da un noto giornalista, dall'eloquio forbito e dal tono conciliante, mentre il dibattito si svolgeva tra due scienziati, entrambi eminenti fisici, con la partecipazione di un teologo. Parlavano delle origini dell' Universo e delle sue leggi, della Grande Teoria Unificata e di relatività, di buchi neri, Big Bang e Big Crunch, di antimateria e materia oscura. Le posizioni dei due fisici erano contrapposte: l'uno, quello in gran parte calvo, parlava di un possibile scivolamento in un vuoto nero della massa lunare e riconduceva la formazione di questo vuoto nero a cause non ancora conosciute. Del vuoto nero dava poi una definizione assimilabile a quella dei "buchi neri". L'altro, la chioma bianca e fluente, contrastava la teoria del vuoto nero. Meglio conosciuto del suo interlocutore dal grande pubblico, era molto popolare per la chiarezza con cui esponeva le teorie della fisica. Inoltre era autore di numerose pubblicazioni divulgative sull'origine e sulla struttura dell'universo. Sebbene ispirasse anche a lui istintivamente una maggiore simpatia, Almeridi non poteva fare a meno di giudicare troppo audace la teoria che lo scienziato dalla chioma bianca andava esponendo: "Poniamo" diceva "che gli elaboratori elettronici abbiano raggiunto un grado di sofisticazione e perfezione tale da permettere all'intelligenza artificiale un determinato quoziente di autocoscienza; ebbene questo livello di autocoscienza raggiunto offrirebbe la possibilità alla macchina di generare ulteriori macchine. In una tale situazione non si potrebbe escludere che il nostro universo sia una "simulazione" in un gigantesco computer e che noi, esseri "simulati", nasciamo, viviamo e periamo, credendo di essere "reali", ma nell'impossibilità di renderci mai conto di questo nostro stato virtuale. D'altronde lo stesso Platone non ci ha insegnato a considerare reale il mondo delle Idee e soltanto un riflesso - noi moderni diciamo simulazione - il mondo sensibile?" Intervenne il teologo: "Non vedo perché dobbiamo ricorrere a questa teoria, definita "inverosimile" dallo stesso Dawston, che l'ha formulata, riprendendola dal Benrose. Manca infatti la spiegazione del perché l'uomo e l'universo debbano consistere in un modello virtuale o simulato, generato in un computer, quando abbiamo la spiegazione più semplice..."

Silvio Minieri ha detto...

Almeridi chiuse gli occhi e si distese sul divano, per tentare di riaddormentarsi, ma il caffè appena sorbito riusciva a contrastare il sopravvento del sonno. Decise di rialzarsi e seduto al centro del divano, seguì ancora il dibattito in televisione.
"Non è una questione di fede" stava rispondendo al teologo il professore di fisica "ma un'ipotesi che riesce a dare una spiegazione convincente; fino a quando non si riesca a dimostrare che tale spiegazione sia falsa deve pur ammettersi che possa accettarsi per vera." "Karl Popper è morto un secolo fa" replicò con foga il teologo "e con lui sono tramontate le sue teorie sulla scienza". "Sì, con un paradosso. E' stato veramente paradossale quel tramonto! Eppure nulla mi impedisce di opinare che nel gigantesco computer, di cui noi e l'universo siamo le realtà virtuali, il bit luna si sia fulminato oppure sia stato spento dall'intervento di un operatore più o meno inavveduto." "Ecco" intervenne ancora il teologo "opinare mi sembra il termine giusto, nel suo senso parmenideo di doxa, più adatto al falso che al vero..."
Almeridi si distese di nuovo e di nuovo non riuscì ad addormentarsi. Ma questa volta tenne più a lungo gli occhi chiusi. Ascoltava le voci, senza vedere le immagini. Restò immobile e si assopì leggermente. Riaprendo ora gli occhi, notò che il buio della stanza si andava diradando. Albeggiava. Si rimise seduto. Il dibattito doveva essere giunto al termine, perché il conduttore della trasmissione aveva ripreso la parola, dopo aver interrotto lo scienziato calvo, che stava ancora spiegando come la luna era collassata sotto l'azione del proprio campo gravitazionale e risucchiata nel vuoto nero.

Silvio Minieri ha detto...

"Quali le spiegazioni che i nostri scienziati, cosmologi e teologi ci possono dare" concludeva suadente "e ci hanno dato sull'avvenimento, unico e impressionante di questa notte, denso di mistero e di gravida incertezza per il futuro nostro e del nostro destino, possiamo dire che la scomparsa della luna, il suo svanire nel nulla, è un fatto che ci riguarda e che ci riguarda da vicino. Non è una stella lontana o un'altra galassia, che sono sparite dal firmamento, ma un corpo celeste a noi molto prossimo, così prossimo che ha concorso a formare la storia mitica, scientifica e poetica dell'umanità. La dea Iside non c'è più. La luna di Saffo e di Plutarco è sparita. Non potremo più, come uomini del domani, capire la suonata al chiaro di luna di Beethoven e l'inguaribile romanticismo del nostro Leopardi. Il cielo notturno è diventato più buio. Possiamo dire che, andandosene, la luna si è portata via non soltanto le stazioni scientifiche che le orbitavano attorno, la cittadella costruita per gli studi spaziali, un tempo abitata da una numerosa colonia terrestre, poi abbandonata e deserta, i relitti delle astronavi di tante spedizioni lunari, l'imponente monumento ad Armstrong, scolpito nel Mare della Tranquillità, lo sconosciuto e gigantesco Monolite, ritrovato tra i crateri del Mare del Silenzio, ma anche tanta parte dei nostri sogni e delle nostre angosce, i dèmoni e le meraviglie, i venti e le maree, il chiaro della sua luce notturna. Andandosene, la nostra complice amica ha lasciato lassù nel cielo scuro un grande vuoto, quel vuoto che oggi, pare, dobbiamo imparare a definire "vuoto di luna"."
Almeridi aveva sonno. Il lirico cantilenare di quella voce gli giungeva come un bisbiglio. "Dèmoni e meraviglie, venti e maree", i versi citati di quel poeta francese, Trévert o Prévert, come si chiamava, gli conciliavano il sonno. Aveva chiuso gli occhi. Immagini, suoni e nomi si confondevano. Si ridistese sul divano ed appoggiò il dorso della mano sulle palpebre abbassate. Riapparve l'immagine, ma questa volta meno vivida, della piazzetta imbiancata di neve nel silenzio e nella solitudine del minuscolo raggruppamento di case del paesaggio alpino. Stava ricordando l'immagine del sogno oppure risognava lo stesso sogno? Sullo schermo televisivo, l'inquadratura risaliva lungo il groviglio geometrico delle linee dell'antenna, la cui punta estrema si stagliava contro le nuvole bianche, alte nel cielo, accompagnata dalle note musicali della sigla di chiusura delle trasmissioni. La luce bianca dell'alba aveva inondato la stanza, Almeridi dormiva.

Silvio Minieri ha detto...

IL VIAGGIO

Almeridi jr. premette il tasto "stop". L'immagine si bloccò e scomparve, mentre lo sfarfallio sullo schermo indicava che il nastro si era interrotto. Pigiò su "rewind" ed il nastro cominciò a riavvolgersi. Dopo un certo tempo, premette di nuovo "stop" e quindi "play". Tornò l'immagine e sullo schermo comparve il cielo notturno e una luna piena, tendente al rossastro, che occupava gran parte del riquadro. Erano le immagini registrate nei giorni precedenti il verificarsi improvviso, trentacinque anni prima, del vuoto di luna. Allungò la mano sinistra ed agì sul pulsante, che comandava il sollevamento della tendina, posta a copertura del grande oblò di sinistra della cabina comando dell'astronave. Scrutò nella notte cosmica, in direzione del vuoto di luna, ma la scura immobilità non rimandava nessun segno, nessuna presenza.
Volse di nuovo lo sguardo verso lo schermo sulla consolle: l'immagine rossastra del disco lunare emergeva immobile sullo sfondo buio. Sulla superficie del satellite s'indovinavano le macchie, corrispondenti ai grandi crateri lunari e nient'altro.
Almeridi jr. spostò un interruttore su "on". S'illuminò il display e una cifra in decrescita cominciò a lampeggiare in brillanti caratteri verdi: "17,800... 17,700... 17,600...". L'astronave si avvicinava verso il punto dell'equigravisfera, il punto L5. La velocità di accelerazione del veicolo spaziale si andava riducendo progressivamente con l'allontanarsi dalla sfera di attrazione terrestre. Sul display le cifre continuavano a lampeggiare. Mancavano poco più di Km 17 al segnale del raggiungimento del traguardo del cosiddetto punto zero, ovvero il punto 5 di Lagrange.
Agendo su una leva, Al jr. cominciò a far ruotare la capsula spaziale sul proprio asse, per rovesciarne la prospettiva. Quando l'operazione stava per completarsi, orientò una telecamera esterna ed osservò il monitor in alto. Comparve la sfera azzurrina, impercettibilmente tremolante, della Terra, che netta si stagliava sullo sfondo del buio cosmico. Il navigante contemplò l'immagine; poi l'azzurro della luce terrestre cominciò a sorgere sul grande oblò centrale. Almeridi jr. volse lo sguardo in quella direzione, affascinato dal chiarore di Terra.
Un improvviso suono smorzato lo destò dal suo torpore. L'attenzione di Al jr. si spostò sul quadro dei comandi; l'allarme sonoro era accompagnato dal lampeggiare di una spia luminosa. Era il segnale che la navicella aveva raggiunto ed ora superava il margine di entrata della zona di sicurezza, la zona S, una fascia di dieci chilometri, il cui limite estremo, sul versante del vuoto di luna, rappresentato dal punto L5, indicava l'invalicabile distanza zero. Almeridi jr. premette il tasto, un rettangolino illuminato da una fioca luce opacizzata, su cui si evidenziava la scritta in rosso "alarm". Il segnale luminoso e quello sonoro cessarono. Contemporaneamente su un riquadro più in alto a destra apparvero i caratteri luminosi in verde della dicitura "E-10", indicante dieci chilometri alla fine.

Silvio Minieri ha detto...

Sul punto dello spazio, in cui cessava ogni influenza della forza di gravità terrestre e sarebbe dovuta iniziare quella di attrazione della luna ormai scomparsa, che cosa era stato accertato? Studi ed esperimenti scientifici sembravano aver provato che, non ostante la luna fosse scomparsa, era comunque rimasta la forza di attrazione gravitazionale, come se la luna assente fosse ancora presente. Si era congetturato di un fenomeno analogo a quello di un buco nero, il cui orizzonte degli eventi era costituito dalla superficie della sfera che idealmente avvolgeva tutto lo spazio attorno alla luna collassata, fino ai limiti in cui il satellite scomparso esercitava un tempo - e sembrava ancora esercitare - la sua forza di attrazione gravitazionale. In definitiva si era giunti alla conclusione che, per strani destini dell'universo, la luna fosse precipitata in un punto "vuoto": in tale luogo si erano verificate le condizioni per cui la massa lunare era crollata su sé stessa. La contrazione causata dalla forza di attrazione del proprio campo gravitazionale non aveva incontrato, nel punto "vuoto", quelle sufficienti resistenze interne, che ne avevano fino ad allora garantito l'equilibrio. La teoria, poi risultata dominante, era stata presentata, in sintesi, in questo modo: quello che fino ad allora era stato creduto l' universo ed era stato conosciuto e studiato come tale in realtà non era altro che una regione soltanto dell'universo. Questa regione, come in una deriva, non misurabile con strumenti scientifici, per mancanza di riferimenti attendibili, andava scivolando verso un altrove. L'inavvertito mutamento del fondo dello spazio-tempo, in cui si espandevano gli ammassi di galassie e quindi anche la galassia comprendente il sistema solare e con esso la Terra e la Luna, aveva provocato la novità: la Luna, correndo lungo la sua ellissi, era finita in un punto "vuoto", non ancora scientificamente descrivibile, che aveva provocato il collasso, mutando il campo della massa lunare in una sorta di "buco nero". Le spedizioni fino ad allora compiute e l'invio di sonde o stazioni spaziali avevano provato con certezza soltanto un fatto: il punto di non ritorno in direzione del vuoto di luna coincideva con l'orizzonte degli eventi di quella sorta di buco nero, confine tra lo spazio-tempo e l'ignoto.
La missione di Almeridi jr. apparteneva a quel programma di ricerche sull'ellissi del vuoto di luna, osservabile in prossimità del punto L5, giudicato un tempo il punto d'insediamento ottimale di una colonia spaziale.

Silvio Minieri ha detto...

"Comandante! Comandante!" la voce risuonò imperiosa nella cuffia d'ascolto. Il collegamento con la base spaziale della Terra si era attivato: sullo schermo televisivo comparve in primo piano il volto leggermente pallido della giovane assistente di volo.
"Comandante Almeridi junior!"
"Sono qui", rispose Almeridi jr., aggiustandosi il microfono.
"Parla il tenente Foster, Anna Foster, signore! Ho l'obbligo di avvertirla che la navicella ha oltrepassato il margine di sicurezza del volo. Lei si trova nella zona FL-LAT10-0. Ne era a conoscenza, vero?"
"Certo! Il piano di volo prevedeva questa opzione come facoltativa."
"Ritiene, signore, che vi sia una ragione precisa per la sua scelta tale da dover essere registrata?"
"Non ancora, tenente!"
"Fino a quale latitudine ha programmato di volare, signore?"
"Ho programmato fino a latitudine zero, tenente Foster."
"Grazie, signore. Procedo al controllo dell'inserimento del volo automatico fino a latitudine zero. Le darò una conferma, dopo l'OK."
Vi fu una breve pausa. Almeridi jr. osservò sullo schermo il volto della ragazza intenta a digitare sulla tastiera della consolle. Poi la vide sollevare leggermente il capo e guardare in direzione del video, prima della risposta, che giunse quasi subito: "Le confermo FL-AUT LAT-0, la prego di segnalare ogni variazione. Grazie, signore."
Il colloquio era terminato. Almeridi jr. osservò sullo schermo il volto della ragazza,
che si era di nuovo chinata a digitare sulla tastiera. Poi l'immagine si allargò a fondo campo. Si potevano osservare tutti gli operatori in movimento attorno alla sala oppure occupati a curare le unità di elaborazione o seduti di fronte alle consolle. Almeridi jr. aveva la possibilità di attraversare la sala, orientando il campo visivo della telecamera. Ritornò con l'immagine sull'assistente di volo. Stava lavorando alla video tastiera. Almeridi jr. si fermò ad osservare la pettinatura a riccioli della bionda capigliatura della giovane. L'immagine era ripresa dall'alto e di profilo. Per ottenere un primo piano, Almeridi jr. avrebbe dovuto pigiare il tasto SELECT-FL-ASS e si sarebbe accesa la luce rossa della telecamera, innescando un segnale sonoro, che indicava l'attivazione del collegamento.

Silvio Minieri ha detto...

Almeridi jr. fissò il profilo del volto di Anna Foster. Ripresa di fronte, l'assistente di volo assomigliava al generale Foster, scomparso qualche anno prima in missione di volo spaziale. Almeridi jr. digitò sulla video tastiera di uno dei computer di bordo e rintracciò sul monitor il quadro con la lista dei voli lunari. Selezionò il nominativo "Foster". Apparve la dicitura: "Ingmar Foster flight 142. Missing".
Distolse lo sguardo. Fece ruotare la capsula di 180 gradi. Fuori dall'oblò grande il buio dello spazio cosmico non recava segni in direzione dell'immobile oscurità del vuoto di luna. La navicella aveva oltrepassato la latitudine 9 e viaggiava in direzione di latitudine 8. Almeridi jr. sembrava assorto a contemplare la profondità del vuoto nero, in cui si andava inoltrando. Passò del tempo, Almeridi jr. lesse sul quadrante la posizione raggiunta: "LAT-7". Calcolò il tempo, si rilassò leggermente. Posizionò la telecamera posteriore esterna in direzione della sfera terrestre e fissò l'immagine azzurrina sullo schermo. Poi spinse la leva di comando che faceva ruotare la navicella su sé stessa. Dopo che la rotazione fu terminata, ebbe modo di osservare dall'oblò il pianeta azzurro splendente nel buio cosmico. Da quel punto di osservazione, il chiaro di Terra dominava lo sfondo di una volta buia, punteggiata da lumi infinitesimali e indistinti. Ruotò di nuovo di 180 gradi in direzione del vuoto lunare. Poi rimase ad osservare il suo inoltrarsi nel buio, senza variazioni. La navicella era giunta a LAT-4. Si distese leggermente, in posizione rilassata, ora sembrava seguire l'eco dei ritmi di una musica, che non proveniva dall'esterno, ma da un margine interno al suo spirito.
La navicella intanto aveva raggiunto LAT-2 e già oltrepassava quel limite. Almeridi jr. chiuse gli occhi e rivide l'immagine del chiaro azzurro di Terra. Non percepiva il rallentare della velocità del veicolo spaziale, che andava lentamente riducendosi fino al limite ultimo di decelerazione. Si riscosse ed azionò il display, che ora lampeggiava LAT-1. Da brevi occhiate sul millesimale si rese conto che non mancava molto alla meta: "384... 383... 382..." e subito dopo: "321... 320... 319..." e poi ancora: "278... 277... 276...". Lo scalare delle cifre scorreva rapido. Quando il millesimale giunse a "002... 001... 000", il display lampeggiò LAT-O. Agendo su un pulsante il display finì di lampeggiare e rimase fisso a LAT-0.
Omega XZ32 galleggiava sospesa nello spazio, navigando lungo l'ellissi del vuoto di luna, priva di moto proprio nel punto L5 dell' Universo, così denominato dalla scoperta dello astronomo Lagrange. Almeridi jr. impiegò alcune ore a compiere tutte le operazioni di servizio, predisposte per la missione spaziale. Quando ebbe terminato di orientare le antenne paraboliche di ricezione di segnali cosmici e registrato l'invio di sonde parallele alla distanza zero dal presunto confine dell'orizzonte degli eventi del vuoto di luna, reclinò lo schienale della poltrona e chiuse gli occhi per riposare. Il sonno sembrava cullarlo lievemente. Almeridi jr. si abbandonò a quel dolce rollio.

Silvio Minieri ha detto...

"Comandante! Comandante!" Fu svegliato da una voce femminile insistente, che lo raggiungeva nella cuffia. Almeridi jr. azionò la leva, riportando lo schienale reclinato della poltrona in posizione normale.
"Comandante Almeridi junior!" Il tono di voce era allarmato.
Almeridi jr. spinse il pulsante FL-ASS: "Sono in ascolto" disse, fissando la luce rossa della telecamera, che rinviava l'immagine del suo volto in primo piano sullo schermo televisivo posto sulla consolle dell'operatore di terra. Dalla base gli giunse l'immagine della giovane Foster: “Deve allontanarsi subito, signore! Deve immediatamente abbandonare LAT-0! Abbiamo registrato delle vibrazioni."
Almeridi jr. attese un attimo e poi disse: "Perché non avete compiuto l'operazione da terra? Non..."
"Il volo da terra è disattivato, mi scusi, signore! Vi sono perturbazioni del campo elettromagnetico. Deve immediatamente abbandonare LAT-O!"
"Il volo automatico non funziona?!" disse Almeridi jr. agendo sul tasto FL-AUT.
"No, signore! Non funziona! Disattivi FL-AUT!"
Almeridi jr. eseguì l'ordine. Guardò in direzione dello schermo che gli rimandava in primo piano l'immagine della giovane. Notò che aveva cambiato l'acconciatura dei capelli o almeno così appariva il volto ripreso frontalmente. In quel momento avvertì alcune oscillazioni. Le oscillazioni aumentarono. Almeridi jr. mise in azione il
dispositivo per l'accensione dei razzi di ritorno. Premette il tasto comando. Non funzionò. Le oscillazioni continuarono ad aumentare d'intensità. Guardò oltre l'oblò
in direzione del chiaro di Terra. La voce interrogativa della Foster echeggiò nella cuffia: "Vi sono difficoltà, signore?" Almeridi jr. manovrò di nuovo l'accensione dei razzi di ritorno. Agì sul tasto comando, inutilmente. Tornò a volgere lo sguardo verso il chiaro di Terra. La voce della Foster giunse concitata: "Il primo modulo di soccorso in zona S è in arrivo. Ha oltrepassato latitudine uno. Giungerà a minuti."
Almeridi jr. azionò i razzi di riserva. Il dispositivo non funzionò. Si guardò intorno a bordo. Le oscillazioni erano diminuite, poi sembrarono attenuarsi ancora e infine sparire. La navicella si era stabilizzata e priva del moto di accelerazione, immobile volava nello spazio cosmico sulla scia tracciata dalla ellissi del vuoto di luna.
Nella base di terra l'attenzione generale era concentrata sullo schermo grande, dove appariva l'immagine di Omega XZ32 sospesa nel vuoto cosmico al punto L5, che segnava l'equigravisfera tra la Terra e il Vuoto di luna. Il visore del conto alla rovescia indicante il momento di impatto del modulo di soccorso era giunto alla cifra dei secondi: "- 24".
A bordo Almeridi jr. mise di nuovo in azione il dispositivo che comandava i razzi di riserva. Il segnatempo indicava: "- 15". Pose la mano sul tasto comando e guardò all'esterno verso il chiarore del Pianeta, che splendeva di luce azzurra nella notte cosmica. Guardò il segnatempo, mentre venivano scanditi i secondi: "-9...-8...-7...". Il modulo di soccorso era accanto ad Omega XZ32. Almeridi jr. guardò il chiaro di azzurro lontano: "-3...-2...-1...". Premette il tasto, il chiaro di Terra scomparve.
Contestualmente, nella base di terra, Omega XZ32 sparì dallo schermo. Nessun bagliore, nessun segnale, nulla. Il collegamento tra la Terra e la navicella spaziale si era interrotto. Intanto il Modulo di soccorso, nel momento stesso in cui raggiungeva il punto 0 all'impatto, per l'aggancio e il recupero, iniziava da solo il rientro.

Silvio Minieri ha detto...

Il generale comandante la base di terra fissava lo schermo gigante: “Confermate le tre sonde-R?" interrogò con tono di voce perentorio. L'ingiunzione risuonò secca in sala, amplificata dai microfoni.
"Confermiamo, signore" rispose lo speaker dalla cabina comando. "R-1 è visibile ora, signore" aggiunse subito dopo.
Il generale Cowelly concentrò meglio la sua attenzione sullo schermo: la prima sonda di riserva del Modulo di soccorso aveva raggiunto a vuoto LAT-0 ed iniziato il rientro; poi era apparsa R-2, che toccata a sua volta a vuoto LAT-0 iniziava il rientro.
"Nessun segnale finora, signore" annunciò la voce dello speaker.
"Inviate R-P-1" ordinò il generale, mentre sullo schermo si disegnava il diagramma dell'arrivo a LAT-0 di R-3 e il contestuale rientro.
"Già eseguito, signore" rispose la voce dello speaker.
Cowelly aveva distolto lo sguardo dallo schermo. "Missing", mormorò tra sé. "Dichiarate: ZX32 scomparso - provvisorio - ricerche in corso" ordinò. Si rivolse al suo aiutante: "Indìca la riunione con l'unità di crisi. Compilate il primo comunicato sul volo e portatemelo in visione. E prepari anche il telegramma a mia firma."
"L'unità di crisi è già pronta, signore. Provvedo al resto", rispose l'aiutante, allontanandosi subito dopo. Cowelly riportò lo sguardo sullo schermo.
"R-P-1 è giunta a LAT-0, signore" annunciò lo speaker. "Ha iniziato l'emissione e ricezione impulsi radar lungo tutto il circuito dell'ellissi."
Sullo schermo si vedeva la prima sonda di riserva permanente del Modulo di soccorso disegnare una linea uniforme, quasi impercettibile, accompagnata dal bip sonoro dei segnali di emissione".
Il generale cercò con gli occhi l'aiutante già di ritorno.
"Nessun segnale di ricezione, signore: lungo tutta l'ellissi", annunciava lo speaker.
"Segua R-P-1, colonnello" disse Cowelly. "Io vado in riunione. Mi avverta al primo rilevamento di particelle sull'ellissi. Grazie". Stava per muovere verso la sala riunioni, quando fu raggiunto dal maggiore Angie Ford, una signora quarantenne che reggeva una cartella: "Il telegramma, signor generale. È pronto," disse, porgendo la cartella aperta e reggendola con la presa della mano.
Cowelly lesse il testo: "Alle ore 16,42 odierne - ora di Greenwich - il colonnello Almeridi junior, astronauta in servizio presso questa Agenzia Ricerche Spaziali, è scomparso in volo a latitudine zero del punto Lagrange cinque, in navigazione lungo l'ellissi del vuoto di luna. Nell'annunciare la scomparsa, l'ARS esprime i sentimenti del suo più profondo cordoglio. Firmato Direttore Generale Cowelly."
Il generale prese la cartella, raccolse la penna, che il maggiore Ford gli porgeva e firmò. Poi chiuse la cartella, ringraziò e si avviò verso la sala riunioni.

Silvio Minieri ha detto...

LA NEVE

Nell'aria gelida del mattino, l'automobile nera imboccò il vialetto in direzione dell'ingresso della villa. La stradina si apriva tra due cumuli di neve depositati in maniera uniforme sulle due file di siepe, che correvano parallele ai lati del viale. Poi, con uno stridio delle ruote sulla ghiaia, frantumando piccole lastre di ghiaccio, il grosso autoveicolo si bloccò a metà percorso, accanto alla figura di donna, che procedeva a piedi in senso contrario, accompagnata dai tre giovanissimi figli.
Il borgomastro di Lindstrom scese dalla parte anteriore destra dell'autovettura, dove sedeva accanto all'autista e subito salutò la donna, incrociandone lo sguardo al di sopra del tettuccio dell'automobile. Quindi, con la sua figura imponente, si avviò in fretta verso di lei, che aveva risposto al saluto con un impercettibile cenno del capo.
Quando le fu vicino, il signor Eklund s'inchinò lievemente alla donna e sorrise premuroso alle due biondissime fanciulle, che stavano accanto alla madre, mentre il ragazzo si teneva più indietro con aria distratta.
Ingrid Angelsson era una donna sui quarant'anni, che dimostrava però molto meno anni della sua età. Aveva i capelli biondi, come le figlie, ma di un colore giallo più intenso. Era pettinata allo stesso modo di una delle ragazze, quella più grande, con i capelli arricciati sulla fronte e ai lati del viso. L'altra ragazza aveva invece i capelli interamente lisci e di un colore più vistosamente pallido. Il giovanetto, fermo più indietro, che mostrava una maggiore ritrosia nell'atteggiamento rispetto alle sorelle, aveva i capelli neri brillanti ed accuratamente pettinati, con la riga a sinistra. Tutti e tre i figli, pur essendo più sottili nella figura, raggiungevano però in altezza la statura della madre.
Il borgomastro di Lindstrom allungò il braccio e porse una busta bianca alla donna:
"Sono venuto a consegnare l'invito all'annuale cerimonia di commemorazione, che terremo nella sala consiliare del municipio il prossimo dodici giugno" disse.
La Angelsson, senza mutare l'espressione seria del volto, prese la busta e continuò in silenzio a fissare in viso l'anziano borgomastro con ostentata disinvoltura. L'altro restituì con timidezza lo sguardo, soffermandosi per un attimo su quegli occhi celesti ed apparentemente inespressivi. La donna aveva una figura molto attraente, messa sapientemente in risalto dal vestito nero molto attillato, che aderendole al corpo sinuoso ne disegnava le forme piene e robuste.
Eklund le diede un'ultima occhiata, poi svelto tornò verso l'automobile, seguito dallo sguardo fermo della Angelsson, che continuava ad osservare la corpulenta figura del borgomastro, imponente anche nell'altezza, ma ancora agile non ostante superasse abbondantemente il quintale di peso e senza dubbio i settanta anni di età. Il viso rugoso appariva giovanile, forse anche per i folti capelli quasi tutti neri ed i grossi baffi appena brizzolati.

Silvio Minieri ha detto...

Dopo averlo visto risalire sull'autovettura, la donna non distolse lo sguardo né si mosse, ma accompagnò con gli occhi il tragitto a marcia indietro, compiuto dalla grossa automobile nera di rappresentanza sullo stretto viale di casa sua, finché non giunse sullo spiazzo prospiciente la strada. Qui l'autista compì la manovra, per riprendere il senso di marcia in avanti, svoltò quindi a sinistra e l'autovettura scomparve dalla vista.
"Almeridi!" chiamò la donna, voltandosi verso il giovane figlio, intento a frantumare un'incrostazione di ghiaccio sulla siepe innevata, assestando piccoli colpi con la lama di una delle scarpe da pattinaggio, che stringeva nelle mani. Il ragazzo alzò il capo in direzione della madre. "Andiamo!" esortò lei.
Poi s'incamminarono tutti insieme e percorso il breve tratto di viale e attraversato lo spiazzo finale, raggiunsero il ciglio della strada, dove si fermarono in attesa. Poco dopo sopraggiunse un camper bianco, condotto dal titolare della officina meccanica di Lindstrom, che parcheggiò il grande mezzo nello spiazzo, dopo una opportuna manovra. Dalla cabina di guida, con agile balzo, il meccanico saltò giù:
"Ecco, signora! Per domenica mattina, alle dieci. Sono in orario con la consegna" disse, rivolgendosi alla donna con aria soddisfatta.
"La ringrazio molto" rispose con gentilezza la Angelsson, senza mutare la serietà del contegno, che aveva tenuto fino a poco prima con il borgomastro.
Il meccanico elencò la serie dei lavori compiuti, girando attorno al mezzo ed indicando le gomme delle ruote. Aprì e richiuse il vano motore, dopo avere brevemente illustrato gli interventi effettuati e i pezzi sostituiti. Infine porse alla donna, che lo aveva attentamente seguito nelle spiegazioni, la bolletta, dove erano specificate le varie voci con accanto i prezzi, l'indicazione della tassa percentuale sul costo della lavorazione eseguita e il totale da pagare. La Angelsson diede una rapida occhiata al foglio, lo ripiegò con cura e disse al meccanico che sarebbe passata il giorno dopo in officina per saldare quanto dovuto.
Mentre Oertsen ringraziava, comparve sullo spiazzo l'automobile grigia condotta dal suo aiutante, che veniva a rilevarlo. Il meccanico salutò un'ultima volta, poi salì a bordo e l'autovettura si allontanò, svoltando a sinistra sulla strada, in direzione dell'abitato di Lindstrom.
Dopo aver compiuto una breve perlustrazione della parte abitabile del camper, Ingrid Angelsson salì al posto di guida e, mentre i figli si allontanavano in cerchio, fece manovra ed a marcia indietro risalì il tratto di viale, che conduceva all'ingresso dell'abitazione, dove parcheggiò a ridosso della porta d'entrata principale. “Venite!” gridò, mentre scendeva, ma già i ragazzi si stavano avvicinando.

Silvio Minieri ha detto...

Da casa portarono sul camper le provviste e l'occorrente per imbandire lo spuntino all'aperto, compreso un tavolinetto e quattro sedie. Poi, chiusa la porta di casa, salirono tutti davanti sul mezzo. Ingrid si sistemò al posto di guida, con a fianco le due ragazze, mentre il giovane Al chiudeva a destra la fila, seduto accanto allo sportello di destra. La donna accese il motore dell'automezzo, attese un attimo e quindi partì, percorrendo il vialetto e giungendo fino al ciglio della strada. Qui si fermò, per accertarsi che la strada fosse libera; poi svoltò a destra in direzione del lago ghiacciato della foresta di Karlstadt, dove in quella mattina di primavera si poteva ancora pattinare.
Quando parcheggiò il camper in riva al lago, le due ragazze si avviarono subito a pattinare sul ghiaccio. Da questa parte della riva, oltre loro, non vi era ancora nessuno, mentre dal movimento appena distinguibile in lontananza di alcuni puntini neri sulla superficie gelata si arguiva che dall'altra parte erano già arrivati altri gitanti e già pattinavano.
Ingrid era scesa dal posto di guida ed era entrata nell'interno del camper dalla porta posteriore, che aveva lasciato socchiusa e sulla cui soglia esterna il giovane Almeridi si apprestava a calzare i pattini. Qui, nella zona notte, accese il riscaldamento e si sfilò il vestito nero, rimanendo soltanto con indosso la biancheria intima. Si osservò allo specchio interno dell'armadio, che rifletteva la sua immagine. Guardava la sua intera figura, mentre si tastava i fianchi; poi, con la mano sinistra sull'anca, si sollevò sulle punte dei piedi e ruotò la sua persona verso destra, per controllare la linea vista di profilo. Tornata di nuovo in posizione frontale, rimase immobile a contemplare l'immagine del suo corpo riflessa nello specchio; quindi, si passò la mano destra sul ventre, per controllare: era ancora liscio e sodo. Si sentì rassicurata, poteva ancora figurare bene.
In quell'istante un soffio di vento spalancò e fece sbattere la porta posteriore del camper. Colpita dal gelo subitaneo e improvviso, Ingrid ebbe un brivido e d’istinto si coprì con le braccia, come se fosse stata sorpresa nuda e volesse a un tempo ripararsi dal freddo e nascondersi.
"Non andiamo, mamma?" domandò Almeridi, che aspettava dietro la porta.
"Avviati" rispose la madre dall'interno "devo ancora finire di vestirmi".
"Sbrigati" disse imperioso il ragazzo.
Poco dopo, Ingrid in tuta da pattinatrice scese sul ghiaccio e accompagnata dal figlio, con prime aggraziate spinte iniziò a scivolare sulla superficie gelata. Almeridi aumentò la velocità, allontanandosi. Ingrid compì una giravolta e si spinse più oltre di lato a cercare spazio, rimanendo da sola. Guardò lontano verso il centro del lago, dove cominciavano a distinguersi a distanza alcune piccole figure di pattinatori.
Slittò, roteando di lato in ampie volute, poi prese a pattinare all'indietro, tornando verso la riva. Con la coda dell'occhio intravide la sagoma sottile di Almeridi, che sopraggiungeva a gran velocità verso di lei. Allora frenò, voltandosi di colpo con le braccia aperte a raccogliere sorridente e gioiosa il figlio che le finì addosso, costringendola ad una scivolata all'indietro.

Silvio Minieri ha detto...

Ora il ragazzo prese la rincorsa e puntò deciso verso il centro del lago, chinandosi e muovendo in sincronia e sempre più rapidamente le braccia e le spalle, per acquistare velocità. Poi rallentò, smise di mulinare le braccia, si rialzò, sfruttò la velocità di spinta a pattini uniti e piegando sulla sinistra, cominciò a descrivere un circolo attorno a sé stesso. Giunto a metà alzò la testa in direzione della madre e salutò con la mano. Poi finì di descrivere il circolo, si chinò di nuovo ed in linea retta si allontanò, aumentando progressivamente la velocità.
La madre rimase ad osservare nella direzione del figlio, mentre lo sguardo le si andava sfuocando, insieme con il perdersi dell'immagine che aveva dinanzi. Ora si potevano vedere soltanto piccole figure indistinte muoversi in lontananza sulla distesa ghiacciata. Ingrid riprese lentamente a pattinare con aria sognante, scivolando in direzione del bosco, che costituiva la propaggine di Karlstadt in riva al lago. Muoveva in direzione degli alberi, ma un'altra scena le si svolgeva davanti ed altri echi le giungevano nella memoria.
Una forte musica accompagnava le evoluzioni dei pattinatori sulla pista del palazzo del ghiaccio di Saint-Gervais. Non gli spazi, la solitudine, il silenzio della sua regione artica, ma il fragore della musica ed il chiasso dei pattinatori, che affollavano la pista di quella località alpina di soggiorno turistico invernale a ridosso del Mont Blanc.
Si mosse verso la figura incerta del principiante, che a fatica cercava di pattinare a ritroso, lo raggiunse alle spalle e con una giravolta compiutagli davanti, scivolando disinvolta all'indietro, andò ad appoggiarsi con la schiena al parapetto, sul cui bordo posò allargandole le braccia. Il pattinatore principiante sollevò la testa e incrociò lo sguardo di Ingrid, rimanendo colpito dal sottile enigma di quegli occhi celesti.
Se comunque, intervenendo nel campo visivo dell'incerto praticante, la pattinatrice aveva voluto dare un piccolo esempio dell'arte di scorrere all'indietro sul ghiaccio coi pattini, tendendo un invito all'imitazione, un tale invito non fu raccolto. Ma se aveva voluto anche esporre all'attenzione di quello l'immagine della propria grazia femminile, il tentativo di approccio ebbe una maggiore fortuna.
La scena si dissolse e riapparirono gli alberi della foresta di Karlstadt. Ingrid scivolava sempre più verso quel bosco di betulle, che appariva come una massa scura rispetto al biancore riflesso nell'aria dalla liscia lastra di ghiaccio della superficie del lago. E più si avvicinava alle ombre scure degli alberi, più lo sguardo si perdeva nel vuoto. Emersero allora le immagini dell'anno prima.
Erano tutti raccolti, i rappresentanti di quella piccola comunità del borgo di Lindstrom, nella sala dei ricevimenti del municipio, per la cerimonia funebre.

Silvio Minieri ha detto...

Il pastore aveva citato dai "Salmi": "Gradita agli occhi del Signore è la morte del giusto". Poi aveva spiegato come la contraddizione, che a prima vista sembra insita nel versetto biblico, dove Dio gioisce della morte invece che della vita di un uomo, fosse solo apparente. Lì dove si recita la gioia del Signore per un evento luttuoso, in quello stesso passo si deve leggere inespressa la Sua tristezza per la morte di chi non abbia rettamente vissuto. Ecco perché la morte di un giusto rallegra il Suo animo, perché arricchisce la schiera degli eletti presso di Lui. La morte non è per il giusto. Quindi, il pastore aveva concluso il suo sermone, ricordando le parole rivelate al profeta Abacuc: "Morirà l'uomo infedele a Dio, ma il giusto vivrà per la sua devozione a Lui." Al termine, la piccola folla si era stretta intorno a lei ed ai tre ragazzi, per esprimere il cordoglio e accomiatarsi.
Ingrid rimise a fuoco la macchia scura degli alberi del bosco di Karlstadt, il cui fronte si andava allargando al suo avvicinarsi ad essa. E di nuovo tornarono le immagini dell'anno prima.
Qualche giorno dopo la cerimonia funebre era tornata in municipio. Nel suo studio il borgomastro le spiegò che l'ARS aveva assegnato alla vedova di Almeridi junior un vitalizio, costituito da una indennità mensile e da una somma concessa come liquidazione e le mostrò la documentazione che era stata inviata a Lindstrom. Poi, mentre lei si chinava sulle carte per consultarle, il signor Eklund si alzò dalla scrivania e si andò a sedere su una poltrona del salottino, da dove poté continuare ad osservare la donna intenta a scorrere i documenti.
Dopo che ebbe finito, Ingrid radunò e raccolse le carte, quindi pose le mani in grembo e guardò in direzione del borgomastro, ma ampiamente assorta nei suoi pensieri. Il signor Eklund, imbarazzato, per non disturbarla, prese dal tavolinetto un libro con la copertina nera, lo aprì ed iniziò a leggerlo.
Inaspettatamente fu raggiunto dalla voce di lei: "Può leggerne un brano ad alta voce? La prego." Eklund alzò lo sguardo sorpreso, Ingrid lo fissava inespressiva.
"Volentieri" rispose, girando impacciato alcuni fogli del libro, che aveva tra le mani. Lesse ad alta voce: "Questa malattia non è mortale. Eppure Lazzaro morì; e siccome i discepoli fraintesero ciò che Cristo aggiungeva più tardi: "Lazzaro, nostro amico, dorme; ma io non vado per svegliarlo dal sonno", Egli disse loro apertamente: "Lazzaro è morto". Lazzaro, dunque, è morto, eppure questa malattia non era mortale; egli era morto, eppure questa malattia non è mortale.”
“È la Bibbia?" interrogò Ingrid con voce sommessa, guardandolo fissa in volto.
"No, è Kierkegaard" rispose il borgomastro, restituendole lo sguardo aperto e mostrandole al contempo la copertina del libro".
"È perché Lazzaro viene resuscitato con un miracolo, dunque, che la malattia non è mortale?" sorprendentemente interloquì Ingrid.
"No, non è perché Lazzaro fu risuscitato dai morti che si può dire che questa malattia non è mortale... " lesse Eklund.

Silvio Minieri ha detto...

Ingrid si fece più attenta.
"... è perché c'è Lui che questa malattia non è mortale. Infatti umanamente parlando, c'è speranza soltanto finché c'è vita. Cristianamente intesa, invece, la morte non è affatto la fine di tutto; anch'essa è soltanto un piccolo avvenimento compreso nel tutto che è la vita eterna..."
Eklund sollevò gli occhi su Ingrid, che lo invitò con lo sguardo a continuare. E allora continuò: "Soltanto il cristiano sa che cosa si deve intendere per malattia mortale."
Alzò lo sguardo in attesa di una domanda, che non tardò a giungere: "Qual è dunque la malattia mortale?" interrogò lei paziente, mostrando di voler tenere viva con il dialogo l'attenzione del borgomastro sulla sua persona. O almeno all'uomo così parve di capire. Più incoraggiato infatti continuò:
"La malattia mortale è la disperazione. La disperazione è il peccato. Il peccato è il disperare di sé e dei propri peccati. Ma il peccato porta con sé la possibilità dello scandalo. Lo scandalo è il peccato più grande, il peccato di chi dispera della remissione dei peccati. Gli ebrei avevano perfettamente ragione di scandalizzarsi di quell'Uomo, che diceva di volere perdonare i peccati."
Eklund tacque. “È la filosofia di Kierkegaard" commentò un istante dopo. Chiuse il libro: “ È la sua filosofia religiosa" aggiunse come postilla finale.
L'uscio alle spalle di Ingrid si socchiuse leggermente. Eklund lanciò uno sguardo in quella direzione. Ingrid non si mosse, fissava il borgomastro, questi imbarazzato continuò l'argomento del discorso, che sembrava avere concluso:
"Un filosofo posteriore all'epoca di Kierkegaard, da cui pure ha tratto spunti di filosofia dell'esistenza, l'ha liquidato dicendo che Kierkegaard non è uno scrittore di cose filosofiche, ma è uno scrittore di cose religiose."
S'interruppe e non riuscì a nascondere il suo disagio, mentre alzava di nuovo lo sguardo verso l'uscio alle spalle di Ingrid, che immobile lo fissava al centro della stanza. Il borgomastro Gustav Eklund considerò che alla figlia del pastore luterano, il reverendo Jostin Angelsson, prima sposata a un pilota di corse automobilistiche francese e poi divorziata e ora vedova dell'astronauta italiano dell'ARS Almeridi junior, con tre figli a carico, poco potevano interessare quelle osservazioni a margine di speculazioni filosofiche. Allora si decise, si alzò in piedi: “È la mamma" disse e indicò verso l'uscio, dove la signora novantenne, madre del borgomastro di Lindstrom, apparve nel riquadro della porta, che aveva alfine completamente spalancato, nel momento in cui veniva nominata e indicata dal figlio. Ingrid si voltò e indirizzò all'anziana donna un cenno di saluto, a cui l'altra rispose con un lieve sorriso.
Poi Ingrid Angelsson si alzò: "Grazie di tutto, signor borgomastro, grazie. Devo andare, ora." Salutò entrambi e si congedò.

Silvio Minieri ha detto...

ESPERO

Apro la lettera. Proviene da Lindstrom (Sweden). La carta è intestata a Ingrid Eklud. Leggo il testo:
"Caro avvocato,
sono molto felice di scriverti e darti buone notizie. Almeridi è stato ammesso al collegio militare di Pasadena, grazie alla borsa di studio dell'ARS, che tu sei riuscito ad ottenere per vie legali. È felicissimo, io no. Le ragazze, alla fine dell'estate, partiranno per Avignone. Per tutto il prossimo anno scolastico rimarranno con il padre. Pierre ha accettato l'accordo che tu avevi proposto. In settembre saremo in Italia, a Roma, in viaggio per la Sicilia. Potrai così conoscere mio marito Gustav. Allego copia dell'ordine di accredito sul tuo conto in banca della somma dovuta come onorario.
Ti saluto affettuosamente
Ingrid Eklund".

Ripiego la lettera e guardo nell'ombra dello studio, oltre l'alone di luce azzurrina della lampada sulla scrivania.
Rivedo la Saint-Gervais di quindici anni prima. È pieno inverno. Tutto il paesaggio alpino è bianco di neve. Siamo andati a Chamonix. La giornata è grigia e scura. Un elicottero ronza a quota tremila, risalendo la parete del Mont Blanc. Cominciano a cadere i primi fiocchi di neve. Da Chamonix sud siamo andati al palazzo del ghiaccio. Rimango in tribuna, mentre Almeridi jr. si avventura sulla pista, incerto sui pattini. Una giovane donna bionda continua a sfrecciargli davanti. Infine si ferma davanti a lui, si volta e scivolando all'indietro, lo fissa con i suoi occhi celesti.
È sera inoltrata. Nel buio passeggiamo sulla strada sporca di neve tutti e tre insieme. Andiamo verso il recinto illuminato. Un giovane coi pattini da corsa si appresta ad entrare nell'anello di “grande vitesse”, rischiarato dalla luce artificiale. Scivolano sul ghiaccio geometriche linee d'ombra.
Ingrid ed Almeridi jr. si sono sposati quell'anno stesso. Ho trattato io la causa di divorzio tra lei e Pierre Juppin. Alla fine lui accettò e le bambine furono affidate alla madre. Quando dieci anni dopo, in Texas, Almeridi jr. fu ammesso al programma spaziale dell'ARS di esplorazione lungo l'ellissi del vuoto di luna, Ingrid partì da Roma con le sue due figlie e con il ragazzo di nove anni avuto dal nuovo marito.
Non è più tornata e l'anno scorso mi aveva scritto per affidarmi la sua causa di divorzio da Almeridi jr., che non aveva più incontrato. Sono riuscito ad ottenerle la separazione legale ed eravamo in attesa della pronuncia giudiziale di scioglimento del matrimonio. Ma è stato grazie alla sussistenza del vincolo coniugale, ancora valido al momento della scomparsa di Almeridi jr. nello spazio, che sono riuscito a far ammettere il figlio all'accademia militare di Pasadena.
Ho spento la lampada. Sono rimasto immerso nella penombra della sera. Poi mi alzo e mi accosto alla finestra. Apro i vetri e mi sporgo all'esterno. Aria fresca mi colpisce il viso. Guardo in alto il cielo che scurisce. Le luci verdi e rosse intermittenti di un aeroplano lentamente si allontanano, scomparendo con lo smorzarsi dell'eco del rombo supersonico. Più in alto, nel profondo azzurro incupito della sera, vivida brilla la prima stella: Espero.

F i n e