giovedì 6 agosto 2026

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               Il cortese portinaio




9 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

CINQUE

Nella Bibbia, Zebedeo è un pescatore del Lago di Galilea, marito di Salomè e padre degli apostoli Giacomo e Giovanni. Nel linguaggio comune italiano, la parola è nota soprattutto nell'espressione eufemistica "rompere gli zebedei", derivata proprio dal frequente richiamo evangelico ai "figli di Zebedeo". (IA)

La musichetta del mio telefonino mi svegliò. Mi voltai verso il comodino nella piena luce del giorno, che invadeva la mia camera da letto, esposta a sud-ovest, erano quasi le quattro del pomeriggio. “Ciao Serra, stai dormendo?” Riconobbi la voce del capo reparto, Gabriella. “Mi hai svegliato, capo” risposi assonnato. “Roberto, stammi bene a sentire: domani a mezzogiorno arrivano i francesi.” Balzai a sedere sul letto, pronto ad alzarmi: “Chi?” domandai allarmato. “I tuoi amici, Serra.” Non capivo, o meglio, non capivo bene: “Chi sono?” “I Legret, Serra. Svegliati, datti una mossa.” Cercai di schiarirmi le idee: “Il mio turno comincia alle cinque” dissi. “Ti aspetto in ufficio, muoviti.” Mi alzai, lei aveva chiuso. I francesi? I Legret? Ma che c’entrava, lei?
Gabriella Sciuto, dottore in fisica teorica ed ingegnere elettronico, è la responsabile del settore robotica dell’azienda di componentistica elettronica, società nella cui sede di Roma sono stato assunto circa dieci mesi fa, come guardiano dello stabile. Espleto il mio servizio dalle 17 alle 24, quando gli uffici sono chiusi, di notte subentra un servizio di vigilanza mobile esterna di una ditta di sorveglianza privata, coordinato con il sistema di allarme interno. È stata la Sciuto ad assumermi, in qualità di vicecapo del personale dell’azienda, funzione da lei svolta durante un periodo di assenza del dottor Manfredi Esposito, capo della divisione amministrativa. Nel corso del tempo, ho avuto sporadici rapporti con lei, rispondendo direttamente al responsabile del servizio di sicurezza della società, un ex graduato delle forze dell’ordine. Ultimamente, però, da alcune settimane, la Sciuto mi ha avvicinato, informandosi sulle mie condizioni di lavoro e chiedendo se fossi soddisfatto delle mie mansioni. Non capivo il motivo di questa particolare attenzione, l’avrei scoperta in seguito, e quindi mi tenni sulle mie. Gabriella Sciuto, oltre ai suoi titoli e alla sua posizione elevata, diciamo di scienziata esperta in robotica, possedeva un suo fascino femminile, fisico longilineo, capelli scuri quasi sempre raccolti sul capo, elegante nel vestire e nei modi, giovane, diciamo sulla quarantina. Che cosa cercava questa donna in carriera, funzioni da dirigente, in un dipendente di basso livello come me, assunto a termine, una retribuzione non dico da fattorino, ma quasi? “Nel suo curriculum, lei, Serra, aveva omesso un particolare,” mi disse una sera, uscendo dopo la fine dell’orario di lavoro. Ogni tanto si tratteneva in ufficio fino a sera inoltrata, e qualche volta l’avevo vista uscire con il dottor Esposito, altre volte da sola, e in quest’ultime occasioni, si fermava a parlare con me, in verità parlava quasi sempre lei, in genere del suo lavoro di robotica. Era brava, aveva progettato e costruito alcuni modelli di animali meccanici, in verità alcuni cani robot. “Perché una mattina, quando è libero, non viene e sale da me in ufficio?” mi propose, una volta. Era una proposta di lavoro, magari un auspicio a salire di livello. Non mi interessava, ma se avessi espresso questo pensiero, correvo il rischio concreto di essere licenziato. “Domani” dissi, cogliendo la palla al balzo. Lei si illuminò in viso: “Bravo, Roberto” disse con entusiasmo. E all’indomani, cominciai a capire quei suoi atteggiamenti, quel suo interesse, in fondo lo sospettavo.

Silvio Minieri ha detto...

Io sono uno spiantato, almeno così pensano mia sorella Marianna e suo marito, e me lo dicono spesso e volentieri entrambi, peraltro disapprovando una mia relazione di amicizia, ormai quasi quinquennale con una pseudo principessa di origine balcanica, conosciuta nel corso di un mio viaggio e soggiorno turistico a Praga, quando avevo l’età di mezzo di Dante, lei qualche anno in più, non di più. Alloggiavamo nello stesso hotel, e una sera ci eravamo ritrovati a cena a tu per tu nella sala ristorante, ci avevano messo allo stesso tavolo, eravamo gli unici avventori. Poi capii, o credetti di capire da alcuni sorrisini di una giovane cameriera, che quell’incontro era stato in un certo modo combinato. Ma da chi? Il destino? E non ero anche io parte del destino, della mia sorte? Certo, fino alla morte. E con queste mie rime, rievoco quel primo incontro. Il nostro fu un legame di amicizia, una strana farsa di amore platonico, nel cui ambito riuscivo a coltivare altre più concrete amicizie femminili, qualcuna, forse una o due, ma niente di definitivo, resto nel vago. E la storia andò avanti fino a un certo giorno, in cui si sciolsero i nodi di quella vicenda.
“Roberto, ma tu e la principessa avete mai concretizzato il vostro rapporto, questa vostra amicizia sentimentale?” Così mi domandò esplicitamente mio cognato Enrico, all’anagrafe Eurico, approfittando di uno dei nostri frequenti incontri, quando andavo a pranzo a casa loro, e non solo la domenica. La domanda di Eurico mi infastidì: “No!” risposi secco. “E allora vedi di farlo urgentemente, Roberto!” “Certo” commentai a bassa voce. Dovevo trovare un lavoro, la nobildonna mia amica rispondeva al cliché dei nobili spiantati, al pari mio, ecco perché frequentava illustri uomini d’affari, banchieri, dirigenti dell’alta amministrazione, ufficiali delle gerarchie militari più elevate di grado. Ma dopo queste fiammate, si ritrovava sempre con me, la storia, la nostra farsa, doveva finire, Eurico aveva ragione. Presi la decisione, e un giorno l’affrontai, chiedendole se era stata promessa sposa ad Amedeo. Roxanna, che aveva presunte origini nobiliari balcaniche, ma di fatto era romana, insospettita, non replicò. Ultimamente, frequentava Amedeo di Racconigi, e una tale definizione del nome diceva tutto. “Allora, Amedeo?” insistetti. Mi guardava con altero cipiglio, tacendo. “Amedeo, figlio di Zebedeo” esclamai, sghignazzando. Lei non parlava, allora cambiai discorso, ma quando l’accompagnai a casa, cominciò a gridare, accusandomi di essere un maleducato, in verità urlò: “Cafone!”, perché non mi ero pulito le scarpe sullo zerbino davanti al portone. Ma se non dovevo entrare in quella casa? Mi allontanai e raggiunsi la macchina, senza neppure guardarla. Sentii delle ultime urla alle mi spalle, prima di salire a bordo dell’autovettura e ripartire con calma.
Mi auguravo di non vederla o sentirla più, ma tempo dopo, mi telefonò lanciando improperi e chiudendo la comunicazione senza attendere le mie repliche. Come liberarmi di quella donna? Cercai un lavoro e lo trovai, grazie ad Eurico.

Silvio Minieri ha detto...

SEI
Quando morirono, uno dopo l’altro, i miei genitori, prima la mamma e qualche mese dopo papà, ai loro funerali eravamo presenti solo noi tre figli, tutti sui vent’anni: io, Marianna e l’infelice Raffaele. In eredità ci lasciarono una grande casa, in zona ardeatina, affacciata assieme ad atri villini e condominii su un grande parco, dove d’estate cantavano le cicale, nell’aria danzavano zanzare e nugoli di moscerini, d’intorno gracchiavano le cornacchie e tra i rami degli alberi lanciavano acute strida i pappagalli verdi. Presto mia sorella, si fidanzò con suo collega d’università, lui, Eurico, ingegneria meccanica, lei, scienze matematiche. Dopo la laurea, furono entrambi assunti da una ditta di componentistica elettronica, e presero a girare per le varie sedi sparse in Europa, America e Asia. Eurico di fatto era il rappresentante commerciale dell’impresa, che apparteneva al gruppo “Giaco informatica e figli”, e Marianna la sua collaboratrice. Quando, si sposarono smisero di viaggiare, ed entrambi si licenziarono: Eurico era diventato professore di fisica e mia sorella insegnante di matematica. Presero un appartamento per conto loro, ed io rimasi da solo nella grande casa del parco. Raffaele, infatti, schizofrenico, a dodici anni era stato ricoverato in una casa di cura per malati mentali, parlava con esseri immaginari, e prima del crollo psichico era un genio matematico, moltiplicava mentalmente numeri a quattro cifre, una mania da cui ero stato presto contagiato. Io, però, nel fare queste complicate operazioni aritmetiche senza ausilio di supporti scritti o visivi, impiego ore, mi distraggo e spesso commetto errori. E forse queste mie distrazioni naturali, mi hanno salvato, Raffaele non si distraeva, nelle sue innaturali concentrazioni mentali, quindi il crollo. Sono comunque tutte mie elucubrazioni, prive di riscontri psichici.
I nostri genitori avevano lasciato un fondo, per le spese di cura del nostro infelice (o forse felice nella sua ebetudine) fratello, che viveva in una struttura di ricovero. Quando Marianna andò via di casa, io cominciai a pagarle l’affitto mensile, spesso però, in verità molto spesso, saltavo il pagamento, e avevo accumulato un debito abbastanza consistente, da non saldare a babbo morto, dicevo io, anche se il babbo era morto. Ma queste battute non la divertivano, e ad un certo punto, i primi tempi del matrimonio, pensò di vendere casa. Desistette, quando pagai l’arretrato, mi ero indebitato, lei mi chiese chi mi avesse dato i soldi, io le dissi dei debiti, e lei pagò i debiti, invitandomi a trovare un lavoro stabile. In quel tempo, io facevo il guardiano di un cimitero privato, e provvedevo anche al mantenimento della pulizie attorno alle tombe, al ricambio delle luci e dei fiori sulle lapidi, e ad altre simili incombenze. Con le generose mance dei visitatori e la retribuzione mensile, guadagnavo bene, ed avevo accumulato un certo risparmio, che mi permise di contribuire in maniera parziale all’estinzione del mio ultimo debito. Una vita banale e quotidiana.
Quando ruppi, finalmente, con la presunta nobile balcanica, Eurico mi esortò a trovare un impiego, indicandomi una delle sedi dell’impresa “Giaco informatica e figli”, che si trovava non molto distante da casa. Inviai il curriculum, il diploma in “Educazione ginnica”, la precedente esperienza di guardiano del cimitero, il titolo di frequenza di un corso di tiro a segno, omisi di dichiarare il titolo e la precedente esperienza di programmatore in un centro elettronico, come mi aveva raccomandato Eurico. Se vengono a sapere, che sei demansionato per il posto richiesto, non ti assumono oppure ti licenziano, temono cause di lavoro. E così fui assunto come guardiano dalla Sciuto, che ora mi rivelava di conoscere il mio titolo di studio e mi convocava al piano superiore: “Perché una mattina, quando è libero, non viene e sale da me in ufficio?”

Silvio Minieri ha detto...

SETTE

“Ci fu un breve istante di luce
chiamato Camelot.” (XII sec.)

Andai la mattina dopo, e salii direttamente da lei, sperando di trovarla, e infatti c’era. Sembrò quasi sorpresa di vedermi, forse aveva dimenticato, presa da altri pensieri. Ma fu soltanto un attimo d’incertezza, si alzò in fretta, venne verso di me, mi prese quasi sottobraccio e mi accompagnò alla sedia davanti alla sua scrivania: “Siediti, Roberto”, disse sorridendo in maniera confidenziale. Andò a sedersi al suo posto, e tramite interfono chiamò Manfredi, vale a dire il dottor Esposito: “Il giovane Serra è qui da me, ti aspetto.” Poco dopo, apparve, restò in piedi e si rivolse alla Sciuto: “Il progetto Abu Dabi?” Lei fece cenno di sì. Esposito si rivolse a me: “Resta con noi anche il prossimo anno?” A settembre mi scadeva il contratto. Risposi di sì, senza esitare, non avevo tempo di riflettere. “Va bene, ci pensi su, poi ci dà la conferma.” Aveva finito. “Sbrighi tu la pratica, Gabri?” Lei accennò di sì con il capo. Esposito uscì dalla stanza. “Tra qualche giorno ti preparo il nuovo contratto, ti licenziamo e assumiamo con la nuova qualifica di impiegato, un rapporto triennale?” L’ultima frase era una domanda rivolta da lei direttamente a me. Assentii con il capo. “Allora, ci vediamo tra qualche giorno, per i dettagli e la firma, ti avverto io.” Mi alzai in piedi, anche lei si alzò, e mi accompagnò alla porta: “Allora, a presto” disse. “Sì, grazie, d’accordo” dissi e stavo per allontanarmi, ma lei mi trattenne per il braccio, si sporse e mi baciò sfiorandomi le gote: “Ciao, Roberto.” Salutai con un cenno della mano e andai via. E ora? Avevo addosso quel suo profumo femminile, l’improvvisa fugacità del suo abbraccio. Avrei potuto mai sottrarmi al suo abbraccio, l’abbraccio dell’azienda?
Qualche giorno dopo, ero ancora da lei, mi disse che a settembre avrebbero aperto la nuova sede di Abu Dabi, quindi Esposito sarebbe andato via per qualche tempo, lei l’avrebbe sostituito, in seguito si sarebbe assentata anche lei. “Tu rimani in questo mio ufficio, te lo sgombro. Intanto, se vieni qualche mattina, prendi confidenza con il nuovo impiego nel settore, ti affido anche qualche progetto in prova. Ovviamente, avrai le gratifiche, ad agosto andiamo un po' tutti in ferie.” Aveva finito di illustrare i miei compiti, ma doveva aggiungere ancora qualcosa. Si avvicinò per dirmelo: “Senti, Roberto, prima della chiusura per Ferragosto, ci sarà una cena aziendale.” Si fermò, tacque, mi stava dicendo di andare, ma non si decideva. Si avvicinò ancora di più, stavo quasi per ritrarmi, quando lei mormorò a bassa voce: “Mi fai da cavaliere?” Dovevo prendere tutto il pacchetto, segretario e cavalier servente e chissà altro. Mi scostai: “Ti vengo a prendere a casa.” Lei s’illuminò felice: “Ti telefono.” Mi abbracciò con più effusione. Non capivo che cosa mi accadeva, forse presentivo, e fu allora che si presentò l’occasione: l’invito di Legret per Parigi. Presi alcuni giorni di congedo dal lavoro e partii. Avvertii Gabriella, sarei tornato per la cena aziendale.

Silvio Minieri ha detto...

OTTO

“Molti i chiamati
pochi gli eletti”
(Massima evangelica)

Prima di entrare nella sala ristorante, Gabriella mi chiese la mia carta di credito: “Non c’è molto,” dissi, “poco più di duecento euro, non so se bastano per due.” Prese la carta dalle mie mani e disse: “Ci sono mille e duecento, o poco più.” Aveva fatto una ricarica a mia insaputa. Entrai prima io e poi lei, come mi chiese di fare. E appena dentro, mi prese sottobraccio e andammo a salutare i primi arrivati, c’era pure il cavaliere Giacometti, fondatore e proprietario dell’azienda, da cui lei andò dritta subito, staccandosi da me. C’erano un po' tutti quelli che conoscevo, e tanti altri. Avevamo preso posto nella tavolata principale, io di fronte a Giacometti, io ultimo di fronte al primo, Gabriella alla mia destra. Ai lati del titolare dell’impresa, erano seduti a destra la moglie del dottor Esposito, il marito a sinistra. La signora Esposito mi fissò per tutta la sera, tranne quando si sporgeva un po' per dar modo al principale di scambiare qualche frase scherzosa con una giovane che si era alzata un paio di volte per andare a parlottare con lui. Anche il dottor Esposito faceva lo stesso, quando altre giovani arrivavano da sinistra, per ascoltare le facezie di Giacometti, richiamate ai suoi cenni. Devo dire che lui, il cavaliere, compiva queste manovre, dopo avermi fissato e tornando a guardarmi quando scherzava con queste sue dipendenti. Chi era la sua preferita? Gabriella Sciuto, a cui aveva riservato solo qualche sguardo distratto, ci avrei messo la mano sul fuoco, ma sarei rimasto bruciato. La vice di Esposito era la sua amante? Non credo proprio, e forse mi sbagliavo. Il suo dirigente era quello con cui parlava perlopiù, senza dimenticare le attenzioni dovute alla moglie. L’unica volta che con mossa goffa avevo tentato di versargli il vino nel calice vuoto, da lui tenuto in mano, con un cenno mi indicò di farlo alla mia vicina, il vino glielo versò Esposito, Gabriella mi fermò subito, quando provai. A questo punto, mi versai il vino, alzai il calice, ma Giacometti aveva voltato la testa dall’altra parte, allora bevvi. Non posso negarlo, ero molto a disagio, e la moglie di Esposito continuava a osservare il mio comportamento, senza rivolgermi la parola. Perché? Era lei che assumeva il personale dell’azienda, di cui Giacometti era il padrone e il marito il massimo dirigente. Non lo avevo ancora capito? E tra le ragazze che avevano avvicinato il padrone c’era una sua figlia, come scopersi dopo. Ma perché proprio io ero al centro dell’attenzione, l’ultimo assunto, a cui Giacometti aveva riservato solo qualche occhiata distratta? Lasciava fare ai suoi dipendenti, era giusto che non si intromettesse, bastava essere informato.
E allora? La spiegazione la trovai nel commento a un passo biblico, citato dall’autore di un libro sulla figura umana e divina del Cristo. Il mio caso, mi era chiaro, si confaceva non alla scena evangelica propriamente, ma al discutibile commento dell’interprete.
“A dispetto del titolo redazionale, la parabola del banchetto nuziale è tutt’altro che gioiosa: parla di un re che aveva organizzato la festa di nozze del figlio e aveva mandato i servi a chiamare gli invitati, ma questi non erano venuti, accampando diverse scuse, anzi avevano insultato e ucciso pure i servi del re; così il re s’indignò, mandò le sue truppe, e fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Silvio Minieri ha detto...

Questo è il tragico antefatto, quanto al fatto vero e proprio, esso consiste nella decisione del re di mandare i servi per le strade e invitare tutti quelli che avrebbero trovato, e così avvenne che la sala si riempì di commensali; il re, però, passando vide uno che non indossava l’abito da festa e allora lo rimproverò aspramente e poi disse ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.” Dopo avere citato il passo evangelico, l’autore del trattato si domanda: “Dov’è la buona notizia? E cosa pensare di questo re, che prima fa invitare a palazzo i semplici passanti e poi tratta a questo modo chi, del tutto logicamente, è sprovvisto dell’abito da festa?” Vogliamo discutere questi interrogativi?
Una prima osservazione da porre sta in quel commento: “del tutto logicamente”. Che cosa c’è di illogico, domandiamo noi, nel comportamento del re? Un invitato senza l’abito della festa è un’offesa per il re. Questo è il punto di vista dei potenti. Il nostro autore, invece, mettendosi ovviamente, ma non del tutto logicamente, dalla parte dei sudditi, obietta: qual è la colpa del poveretto sprovvisto dell’abito da festa? Nessuno ha pensato di darglielo, si presume. E ti presenti al banchetto? Sono due punti di vista differenti, quello dei potenti, e l’altro dei poveracci, quelli per i quali, ai nostri giorni, istituzioni benefiche mettono a disposizione le mense dei poveri, dove essi si presentano senza l’abito buono, che non hanno, infatti a stento hanno da mangiare. La perplessità dell’autore su un trattamento così poco “evangelico” riservato allo sventurato sprovvisto dell’abito da festa, in quest’ottica, sembra giustificato; infatti, ironicamente parla di buona notizia, eu (buono) e anghèlion (annuncio), evangelo appunto. E poi così continua: “Non a caso, la parabola si conclude con la seguente massima rigorista dalla logica arbitraria (di nuovo!), per non dire iniqua: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti.” Ecco la massima da mettere in discussione.
Ora, lasciamo stare le simpatie, o le ingenuità apparenti, dell’autore per i sudditi in opposizione ai potenti, quando commenta: “Ma perché mai? Perché non molti chiamati, molti eletti?” Sono domande di carattere teologico, lasciate in sospeso dall’autore stesso che le ha proposte, e subito dopo così commentate: “Se nei secoli successivi un’intelligenza come quella di Sant’Agostino giunse a parlare dell’umanità come “massa dannata” o “massa perditionis”, sostenendo che il destino dei più sarebbe stato l’Inferno, non fu perché non aveva letto i vangeli. Anzi, esattamente al contrario, fu perché li aveva letti bene. Torna la domanda: dov’è qui la buona notizia?” Forse sono andato troppo in là nel discorso di carattere teologico, ma se vogliamo fare un paragone, seppure non appropriato, tra il banchetto della parabola evangelica e la cena aziendale, la figura del re era rappresentata da Giacometti. Potevo io presentarmi alla cena vestito in abiti dimessi, che so, i jeans strappati, un maglione sdrucito? Neppure i camerieri di un ristorante stellato si presentano così. Gabriella si era raccomandata per il mio abito, giacca e cravatta (da lei regalatami) e camicia bianca. Ecco, io avevo l’angelo custode, e proprio in quel tempo mi stavo occupando dell’apocrifo dantesco. Forse per questo faccio riferimenti a testi biblici, influenzato dalle mie letture, ma anche dagli angeli del Purgatorio del divino poeta. E visto che sono in tema, continuo con la metafora dei regni ultraterreni, e mi figuro Gabriella come la mia Beatrice, mia intermediaria nell’ascensione in Paradiso.

Silvio Minieri ha detto...

IMMAGINE
L’angelo custode, illustrazione “Gustavo Dorè.

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi»
(Purgatorio, Canto IX, v. 88-93)

Silvio Minieri ha detto...

NOVE
Verso la fine della cena, stavo commentando la vittoria della maglia gialla al Tour de France, quando Gabriella attirò l’attenzione di Giacometti, e quindi di tutti gli altri, con l’endorsement a mio favore: “Il nostro giovane Serra è un esperto di sicurezza robotica.” Spiegò della mia relazione finale al corso per programmatore, risalente a diversi anni prima, quando il tema della ricerca e realizzazione scientifica dei robot, e la loro applicazione industriale, era ancora agli albori. In quegli anni, il problema dell’infiltrazione e spionaggio non presentava ancora quei profili di pericolo, dovuti all’attuale sviluppo di umanoidi e modelli robotici di animali. Bastavano brevi corsi di aggiornamento in azienda, cioè i suoi, e la mia formazione sarebbe stata completata. Giacometti parlottò con Esposito, entrambi approvarono. Intanto, dal fondo della sala si era fatto avanti un uomo, che aspettava già da un po' di tempo, e veniva a rilevare il nostro influente magnate, a conclusione della serata, che però non era ancora finita. Infatti, quando tutti si furono assicurati che Giacometti fosse uscito, all’ingresso aveva salutato amichevolmente un vecchio dipendente in pensione venuto appositamente a salutarlo e si era trattenuto un po' con lui, Esposito si alzò in piedi e tenne un breve discorsetto. Ringraziò tutti i presenti, parlò dell’apertura della nuova sede in Medio Oriente, della sua assenza, della sua sostituzione con Gabriella Sciuto, che comunque avrebbe tenuto i contatti con lui, in fondo erano soltanto sei ore di aereo, concluse con i migliori auguri per lo sviluppo futuro dell’azienda.
Passò un impiegato per riscuotere le quote della cena, centoquaranta l’una: Gabriella pagò per me e lei, poi mi restituì la carta di credito, sotto gli occhi distratti di Esposito, ma attenti della moglie. Che cosa c’era tra noi due? Un recita, che ne celava un’altra? Tutti ci alzammo, io fui molto lesto a porre i miei omaggi alla signora Esposito e poi al marito, quindi con Gabriella e gli altri uscimmo un po' tutti. Sulla soglia, ognuno scambiava con i colleghi gli ultimi saluti. Gabriella si attardava immobile, mentre io mi ero diretto alla macchina. Tornai indietro: “Non vieni?” dissi. Mi toccò un braccio, ma sembrava una piccola spinta: “No, vai, io chiamo un taxi.” Ero diventato un robot, quindi eseguii l’ordine, ma a differenza di un robot, mi voltai un attimo a spiare. La mia anfitriona aspettava i domini: Esposito e la moglie. Tutto regolare.
Nei giorni successivi gli uffici erano quasi del tutto deserti, avevo firmato il contratto: “Hai sempre il diritto di recesso, Roberto” mi disse lei mentre apponevo la mia firma. Quindi mi lasciò la sua poltrona e la sua scrivania: “Torno tra qualche giorno” disse e se ne andò in fretta. Guardai la porta che aveva richiuso alle sue spalle, quando era uscita. Mi teneva in standby sotto il profilo non professionale ormai definito, ma sotto quello relazionale privato, che pure mi sembrava essere stato in un certo senso iniziato. Non mi aveva chiesto però nulla di Parigi né io le avevo riferito nulla al ritorno. Continuavo a guardare la porta chiusa: se n’era andata con Esposito? E chi lo sa? E tu te ne vai a Parigi e non dici altro? In quel primo engagement restava un nodo irrisolto. Pensai ad Eurico. Avevo risolto con lei? No. E allora vedi di farlo immediatamente. Fu in quell’istante che la porta chiusa, che stavo fissando, si spalancò di colpo, ed io ebbi come un contraccolpo. Eugenio, il capo della sicurezza, apparve nel riquadro: “Oh, scusa, Roberto!” esclamò, forse considerando la mia espressione spaventata. Stava per richiudere, quando mi alzai e gli andai incontro: “Dove vai, Eugenio?” Disse che andava a provvedere per la mia sostituzione nel servizio di guardiania, anzi aveva già provveduto: il figlio Federico prendeva il mio posto. “Tutto in fretta?” “E chi dobbiamo aspettare, dottor Serra?” Ecco, ornai, il dado era tratto, la nomina ratificata de facto. “Andiamoci a prendere un caffè” dissi rinfrancato. “Offre lei?” disse. “Volentieri.”

Silvio Minieri ha detto...

DIECI
Si stava avvicinando il giorno delle stelle cadenti, non mi ero ancora ripreso dai miei vecchi orari, e la sera la computer, facevo tardi con l’apocrifo dantesco, e la sorpresa parigina mi rimandava sempre la stessa un’immagine: Crystel, l’amica di Legret.
Una sera, decisi di interrogare l’ Intelligenza Artificiale, ero molto scettico, non sapevo se comunicare che i versi erano un apocrifo, sicuramente avrebbe riconosciuto che si trattava del Purgatorio dantesco, non ricordavo però se le avessi già posto il quesito.
(Segue)