E tu che fai qui? – Io sono stanziale o quasi. – Come? – Piuttosto che ci fai tu qui? – Sono venuto a incontrare uno come te. – Sei il solito buffone. – Uno schizzo della mia anima gemella. – Esattamente mia moglie. – Ma quale tua moglie? – Come? – Io sono il tuo io allo specchio. – Ah! La mia scimmia astuta, che confonde la destra con la sinistra. – Ma quale scimmia astuta – Come? – Io sono il tuo io allo specchio dell’anima – E nello specchio dell’anima non c’è né destra né sinistra, dici? – Certo! L’anima si estende all’infinito, lì dalla sua regione celeste. – Quale? – Lì onde prese origine la tua anima e scese giù a incarnarsi nel carcere del tuo corpo, ormai vecchio e raggrinzito. – Senti, Platone o pseudo tale, mi hai cominciato a stufare, e sono ancora le due del mattino. – Veramente, sono le due e quarantasette minuti. – Sei sicuro? – Almeno lo erano. – Il tempo scorre. – E la luna è tramontata. – Non ancora. – Come? – In verità, quest’oggi, tramonta alle cinque e trenta del mattino. – Ah, ecco! Quindi l’hai vista splendere nel cielo notturno? –Gibbosa crescente (Gobba a ponente, Luna crescente), quasi piena (in avvicinamento all'eclissi del 28 agosto). – L’hai vista sul web, AI. – No, l’ho vista in cielo. – Ma se la serranda della tua finestra (l’osservatorio astronomico) era abbassata! – L’ho intravista tra le maglie, non era chiusa del tutto. – La luce lunare, non la Luna, coperta forse dalle nuvole. – Forse. – Quindi se hai visto la luna, vuol dire che sei stato nella realtà, al di fuori del nostro scenario illusorio, in cui recitiamo la nostra parte, tu la tua di io, ed io quella dello specchio del tuo io. – Come sei contorto! – Io seguo la logica analitica, quella dell’enunciazione, enunciante ed enunciato. – E che altro? – Nient’altro. – E quindi? – Enuncia.
INTERVALLO
Che cosa è successo? – C’è stato un blackout. – Il tizio si è alzato dal computer ed è andato a controllare la luna. – E brillava la luna? – Non era ancora tramontata, ma era leggermente offuscata. – E poi? – Ha pensato al copione di questo secondo atto. – Quello che dovremmo recitare noi. – Sì. – E che prevede? – Dobbiamo riassumere il primo atto. – Prego. – Ha parlato, tramite la nostra recita, del mito dell’anima, che Platone narra nel “Fedro”. – Diciamo che l’ha soltanto enunciato. – Infatti non ha ancora elaborato un testo in proposito, come commento. – E poi? – Noi o lui, è lo stesso, abbiamo enunciato il tema dell’enunciazione. – La filosofia analitica. – Abbiamo dei suoi testi in proposito? – Sì, Russell. – Poi lo pubblichiamo. – L’abbiamo già fatto. – Lo faremo ancora. – Così mi piaci. – Certo, dobbiamo avere tempo, il tempo fugge. – Era un po' il tema di questa seconda parte del soliloquio. – Sì, le creature letterarie che sopravvivono al loro creatore. – Un esempio. – Quando noi, come personaggi di questo teatrino odierno, figureremo nella coscienza di qualche lettore, sparuto o meno, lui magari è sparito. – Ed è andato dove? – Lì da quella regione celeste, donde mosse la sua prima origine. (Poi discutiamo sulla frase “mosse la sua prima origine”. – Ovviamente dopo il ciclo delle incarnazioni. – Rana o delfino? – Vedremo. – E la luna sul mare d’argento? – Apuleio. – No, quella è Venere. – Ne riparliamo. – Sì. – E quindi? – “Tutta Tragára luce 'mmiez'ô mare / 'Na fascia 'argiento sott'ê Faragliune.” – Come? – Significa che la splendida via e belvedere di Tragara a Capri brilla in mezzo al mare grazie alla luce della luna, creando una fascia d'argento sotto i famosi Faraglioni. – Ah, ecco! – Ma noi, siamo a Capri? – No, il mare notturno di Roma, Ostia, la luna e l’argento sull’acqua. – Un incanto. – Sì, ma ora presta l’orecchio. – Quale orecchio? – L’orecchio di Nearco, la storia di Eudoxian. – Ah, ecco!
L’ORECCHIO DI NEARCO Ero quasi arrivato a casa, quando un ragazzino mi è venuto incontro: “Signore?” Il ragazzino si rivolgeva a me. “Che cosa vuoi? Una moneta?” “No, signore.” “E allora?” “Devo ricordarle la promessa.” “Quale?” “Deve spiegare perché Zenone di Elea non aveva torto.” Sono rimasto a fissarlo interdetto. “Beh! … no! No, proprio no!” Ha detto il fanciullo. Ero in preda allo stupore. “Chi te l’ha detto?” Ho detto bruscamente, riprendendomi dallo stupore. Il ragazzino si è rattristato. Allora, ho sorriso mi sono chinato verso di lui e ho detto: “È stato lui?” Il ragazzino ha assentito con il capo. “Quello là?” Ho detto ammiccando. Sì è voltato e ha indicato il portone di casa mia: “Sì, il signore del terzo piano.” Quindi è tornato a guardarmi. Ho tirato fuori dalla tasca una banconota di venti euro (dieci erano poco, cinquanta troppo), gliel’ho tesa e ho detto: “Ti devo pagare l’informazione.” Il ragazzino lesto ha afferrato la banconota e l’ha messa in tasca : “Grazie, signore.” Ho fatto un gesto di saluto con la mano e ho detto: “Ciao, Trasillo.” Ha fatto una mossettina con il viso, poi ha gridato: “Ciao, Eudoxian.” Ed è fuggito via. Mi sono voltato a guardarlo, mentre scompariva di corsa dietro l’angolo del palazzo, il monello di Charlie Chaplin. In quel momento gli avevo dato quel nome, per favorire la sua buona sorte un domani, come il grammatico egiziano di lingua greca Trasillo di Mende, che ha editato le opere di Platone, ma anche perché, guardando all’oggi, il nome di Trasillo fa rima con piccirillo. Poi sono andato a casa, e mentre salivo a piedi le scale, ho pensato che al terzo piano eravamo tre inquilini: io, la vedova Carrieri che abita da sola, e una nuova coppia di giovani sposi venuti a stare da noi nel palazzo, da poco tempo. E quindi? Sono giunto al piano, dove non c’era nessuno, e con la chiave ho aperto l’uscio di casa. Ho girato per le stanze vuote, quasi alla ricerca di qualcuno, forse inconsciamente Pamela, ma se n’è andata via già da qualche anno, e non l’ho più vista, credo che sia andata in America, alla ricerca di sé stessa, a suo dire. Mi sono fermato davanti alla specchiera del salotto dove lei rimaneva ad osservarsi la figura, teneva alla sua immagine con cura. E nello specchio sono comparso io, no, cioè la mia immagine, la “dicotomia”, come mi accorgevo. Ero accigliato, ho fatto qualche smorfia da clown, imitazione perfetta, o quasi. Come, quasi? La “dicotomia”. Come? “Alza, o bestia, la mano destra,” ho detto sorridente ebete allo specchio, alzando la mano destra, e la mia immagine, identico sorriso ebete, ha alzato la sinistra. Allora mi sono subito corretto, ho abbassato la destra e ho alzato la mano sinistra e sorridente trionfante ho guardato la mia immagine che sorrideva trionfante, la mano destra alzata. Ma ho subito distolto lo sguardo, per non vedere smorzare il mio sorriso nell’immagine riflessa: manca la rima, sì, ma anche senza rima, rimango sempre io, un io dimezzato non esiste, è sempre uno, come pensava Zenone (non credeva alla mente bipolare). All’euforia di tutti questi giochetti insulsi davanti allo specchio è subentrata una leggera disforia, più grave sarebbe stata depressione. E allora non guardarti allo specchio!
Se prendiamo una bacchetta, la bacchetta è “uno”, se la spezziamo in parti è “molti” “uno”, la bacchetta non è più una unità, ma una molteplicità. Siccome, però, la molteplicità non esiste, ma soltanto l’essere uno immobile, la bacchetta spezzata è un’illusione dei nostri sensi, la frattura dell’unità della bacchetta non è logica. Infatti, i molti uno della bacchetta spezzata starebbero a indicare che l’uno è molteplice, molti uno, ma questa è una contraddizione. E invero, se uno è uno, come fa ad essere uno e molti uno, senza contraddirsi. Ecco la dialettica di Zenone. Bene, avevo in mente il tema da svolgere, ma ora dovevo stendere il testo, Silvia Napolitano ricordati che quando torni… dov’era andata? A Porto Said, adesso forse era in navigazione nel Golfo Persico, verso Gibuti o lo Yemen… ma no, il movimento non esiste… Silvia Napolitano non si è mai mossa. Eudoxian? Eh? Lascia perdere questi pensieri e pensa alla logica e alla logica matematica. Vado al computer e scrivo. “Zenone di Elea era discepolo di Parmenide…” Eudoxian? Che c’è? Il monello di Chaplin. Ah, già, dimenticavo! Allora, ecco alcune testimonianze che parlano da sole. “E pensano di poter commettere ingiustizia coloro per cui, al contrario, l’ingiustizia si converte in una lode; per esempio, se si ottiene insieme di vendicare il padre o la madre, come fece Zenone.” (Aristotele, “Retorica”, A, 12, 1372b 3) “Siccome la sua patria era duramente tiranneggiata da Nearco, ordì una congiura contro il tiranno. Scoperto e interrogato da Nearco nei tormenti della tortura su chi fossero i suoi complici: “Magari – disse – allo stesso modo che sono padrone della lingua così fossi padrone del corpo!” Allora il tiranno lo sottopose a tormenti molto più violenti e Zenone fino a un certo punto resistette; poi, volendo essere liberato dai tormenti e nello stesso tempo punire Nearco, meditò un inganno di questo genere. Alla massima tensione dello strumento di tortura, fingendo di esalare l’anima, gridò: Lasciate! Dirò tutta la verità”. Sospesa la tortura, richiese che il tiranno si avvicinasse per ascoltarlo da solo a solo, perché molte delle cose che stava per dire, era opportuno che rimanessero segrete. Il tiranno si avvicinò con gioia e accostò l’orecchio alla bocca di Zenone, il quale con un morso gliel’afferrò con i denti. I servi subito accorsero e usarono contro il torturato ogni tormento, perché egli lasciasse la presa; ma egli molto più si attaccava. Alla fine, non potendo vincere la sua forza d’animo, lo trafissero ai lati, perché lasciasse la presa. Con questo espediente fu liberato dai tormenti e subì da parte del tiranno l’inevitabile punizione.” Quest’ultima testimonianza ci è stata resa dallo storico siceliota Diodoro Siculo (I sec. a.C.). “Ermippo dice che egli fu gettato in un mortaio e pestato a morte.” (Diogene Laerzio) E vogliamo mettere a confronto Zenone l’eleate con Antistene il cinico? Ancora Diogene riferisce: “I cittadini, incitati dal suo esempio, subito abbatterono il tiranno.”
REGRESSUS IN INFINITUM La dicotomia ovvero la divisione di uno in due è una contraddizione. Argomenta Zenone: l’uno diventa uno e uno, ogni successiva dicotomia comporta sempre molti uno, ma molti uno, la molteplicità dell’uno è impossibile. Se uno è uno, non può essere uno e molteplice, una contraddizione logica. Per Aristotele, però, un tale modo di argomentare non è un sillogismo, ragionamento logicamente corretto che congiunge termini diversi, ma un paralogismo, ovvero un falso sillogismo, ragionamento errato quanto alla forma, a causa della presenza di un termine medio non univoco, avente significati diversi in ciascuna delle premesse. E così confuta i paralogismi di Zenone. “Quattro sono i ragionamenti di Zenone intorno al movimento, che mettono di cattivo umore quelli che tentano di risolverli. Il primo intende provare l’inesistenza del movimento, per il fatto che l’oggetto spostato deve giungere alla metà, prima che al termine finale.” (Fisica, Z, 9, 239b, 10-15) “Il ragionamento di Zenone erroneamente presuppone l’impossibilità che si possano percorrere gli infiniti o che possano toccarsi ciascuno successivamente in un tempo finito. Difatti, tanto la grandezza, quanto il tempo e in generale ogni cosa continua si dicono infiniti in due sensi, cioè o per divisione o per gli estremi. Pertanto, gli infiniti che sono tali secondo la quantità, non possono toccarsi in un tempo finito; quelli, invece, che sono tali secondo la divisione, lo possono, perché il tempo stesso è infinito sotto questo aspetto. Sicché nell’infinito, e non già nel finito, capita che si percorra l’infinito, e che gli infiniti si tocchino con gli infiniti, e non con i finiti.” (Fisica, Z, 233a, 20-30) (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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TEATRINO
E tu che fai qui? – Io sono stanziale o quasi. – Come? – Piuttosto che ci fai tu qui? – Sono venuto a incontrare uno come te. – Sei il solito buffone. – Uno schizzo della mia anima gemella. – Esattamente mia moglie. – Ma quale tua moglie? – Come? – Io sono il tuo io allo specchio. – Ah! La mia scimmia astuta, che confonde la destra con la sinistra. – Ma quale scimmia astuta – Come? – Io sono il tuo io allo specchio dell’anima – E nello specchio dell’anima non c’è né destra né sinistra, dici? – Certo! L’anima si estende all’infinito, lì dalla sua regione celeste. – Quale? – Lì onde prese origine la tua anima e scese giù a incarnarsi nel carcere del tuo corpo, ormai vecchio e raggrinzito. – Senti, Platone o pseudo tale, mi hai cominciato a stufare, e sono ancora le due del mattino. – Veramente, sono le due e quarantasette minuti. – Sei sicuro? – Almeno lo erano. – Il tempo scorre. – E la luna è tramontata. – Non ancora. – Come? – In verità, quest’oggi, tramonta alle cinque e trenta del mattino. – Ah, ecco! Quindi l’hai vista splendere nel cielo notturno? –Gibbosa crescente (Gobba a ponente, Luna crescente), quasi piena (in avvicinamento all'eclissi del 28 agosto). – L’hai vista sul web, AI. – No, l’ho vista in cielo. – Ma se la serranda della tua finestra (l’osservatorio astronomico) era abbassata! – L’ho intravista tra le maglie, non era chiusa del tutto. – La luce lunare, non la Luna, coperta forse dalle nuvole. – Forse. – Quindi se hai visto la luna, vuol dire che sei stato nella realtà, al di fuori del nostro scenario illusorio, in cui recitiamo la nostra parte, tu la tua di io, ed io quella dello specchio del tuo io. – Come sei contorto! – Io seguo la logica analitica, quella dell’enunciazione, enunciante ed enunciato. – E che altro? – Nient’altro. – E quindi? – Enuncia.
INTERVALLO
Che cosa è successo? – C’è stato un blackout. – Il tizio si è alzato dal computer ed è andato a controllare la luna. – E brillava la luna? – Non era ancora tramontata, ma era leggermente offuscata. – E poi? – Ha pensato al copione di questo secondo atto. – Quello che dovremmo recitare noi. – Sì. – E che prevede? – Dobbiamo riassumere il primo atto. – Prego. – Ha parlato, tramite la nostra recita, del mito dell’anima, che Platone narra nel “Fedro”. – Diciamo che l’ha soltanto enunciato. – Infatti non ha ancora elaborato un testo in proposito, come commento. – E poi? – Noi o lui, è lo stesso, abbiamo enunciato il tema dell’enunciazione. – La filosofia analitica. – Abbiamo dei suoi testi in proposito? – Sì, Russell. – Poi lo pubblichiamo. – L’abbiamo già fatto. – Lo faremo ancora. – Così mi piaci. – Certo, dobbiamo avere tempo, il tempo fugge. – Era un po' il tema di questa seconda parte del soliloquio. – Sì, le creature letterarie che sopravvivono al loro creatore. – Un esempio. – Quando noi, come personaggi di questo teatrino odierno, figureremo nella coscienza di qualche lettore, sparuto o meno, lui magari è sparito. – Ed è andato dove? – Lì da quella regione celeste, donde mosse la sua prima origine. (Poi discutiamo sulla frase “mosse la sua prima origine”. – Ovviamente dopo il ciclo delle incarnazioni. – Rana o delfino? – Vedremo. – E la luna sul mare d’argento? – Apuleio. – No, quella è Venere. – Ne riparliamo. – Sì. – E quindi? – “Tutta Tragára luce 'mmiez'ô mare / 'Na fascia 'argiento sott'ê Faragliune.” – Come? – Significa che la splendida via e belvedere di Tragara a Capri brilla in mezzo al mare grazie alla luce della luna, creando una fascia d'argento sotto i famosi Faraglioni. – Ah, ecco! – Ma noi, siamo a Capri? – No, il mare notturno di Roma, Ostia, la luna e l’argento sull’acqua. – Un incanto. – Sì, ma ora presta l’orecchio. – Quale orecchio? – L’orecchio di Nearco, la storia di Eudoxian. – Ah, ecco!
L’ORECCHIO DI NEARCO
Ero quasi arrivato a casa, quando un ragazzino mi è venuto incontro: “Signore?” Il ragazzino si rivolgeva a me. “Che cosa vuoi? Una moneta?” “No, signore.” “E allora?” “Devo ricordarle la promessa.” “Quale?” “Deve spiegare perché Zenone di Elea non aveva torto.” Sono rimasto a fissarlo interdetto. “Beh! … no! No, proprio no!” Ha detto il fanciullo. Ero in preda allo stupore. “Chi te l’ha detto?” Ho detto bruscamente, riprendendomi dallo stupore. Il ragazzino si è rattristato. Allora, ho sorriso mi sono chinato verso di lui e ho detto: “È stato lui?” Il ragazzino ha assentito con il capo. “Quello là?” Ho detto ammiccando. Sì è voltato e ha indicato il portone di casa mia: “Sì, il signore del terzo piano.” Quindi è tornato a guardarmi. Ho tirato fuori dalla tasca una banconota di venti euro (dieci erano poco, cinquanta troppo), gliel’ho tesa e ho detto: “Ti devo pagare l’informazione.” Il ragazzino lesto ha afferrato la banconota e l’ha messa in tasca : “Grazie, signore.” Ho fatto un gesto di saluto con la mano e ho detto: “Ciao, Trasillo.” Ha fatto una mossettina con il viso, poi ha gridato: “Ciao, Eudoxian.” Ed è fuggito via. Mi sono voltato a guardarlo, mentre scompariva di corsa dietro l’angolo del palazzo, il monello di Charlie Chaplin. In quel momento gli avevo dato quel nome, per favorire la sua buona sorte un domani, come il grammatico egiziano di lingua greca Trasillo di Mende, che ha editato le opere di Platone, ma anche perché, guardando all’oggi, il nome di Trasillo fa rima con piccirillo. Poi sono andato a casa, e mentre salivo a piedi le scale, ho pensato che al terzo piano eravamo tre inquilini: io, la vedova Carrieri che abita da sola, e una nuova coppia di giovani sposi venuti a stare da noi nel palazzo, da poco tempo. E quindi? Sono giunto al piano, dove non c’era nessuno, e con la chiave ho aperto l’uscio di casa. Ho girato per le stanze vuote, quasi alla ricerca di qualcuno, forse inconsciamente Pamela, ma se n’è andata via già da qualche anno, e non l’ho più vista, credo che sia andata in America, alla ricerca di sé stessa, a suo dire. Mi sono fermato davanti alla specchiera del salotto dove lei rimaneva ad osservarsi la figura, teneva alla sua immagine con cura. E nello specchio sono comparso io, no, cioè la mia immagine, la “dicotomia”, come mi accorgevo. Ero accigliato, ho fatto qualche smorfia da clown, imitazione perfetta, o quasi. Come, quasi? La “dicotomia”. Come? “Alza, o bestia, la mano destra,” ho detto sorridente ebete allo specchio, alzando la mano destra, e la mia immagine, identico sorriso ebete, ha alzato la sinistra. Allora mi sono subito corretto, ho abbassato la destra e ho alzato la mano sinistra e sorridente trionfante ho guardato la mia immagine che sorrideva trionfante, la mano destra alzata. Ma ho subito distolto lo sguardo, per non vedere smorzare il mio sorriso nell’immagine riflessa: manca la rima, sì, ma anche senza rima, rimango sempre io, un io dimezzato non esiste, è sempre uno, come pensava Zenone (non credeva alla mente bipolare). All’euforia di tutti questi giochetti insulsi davanti allo specchio è subentrata una leggera disforia, più grave sarebbe stata depressione. E allora non guardarti allo specchio!
Se prendiamo una bacchetta, la bacchetta è “uno”, se la spezziamo in parti è “molti” “uno”, la bacchetta non è più una unità, ma una molteplicità. Siccome, però, la molteplicità non esiste, ma soltanto l’essere uno immobile, la bacchetta spezzata è un’illusione dei nostri sensi, la frattura dell’unità della bacchetta non è logica. Infatti, i molti uno della bacchetta spezzata starebbero a indicare che l’uno è molteplice, molti uno, ma questa è una contraddizione. E invero, se uno è uno, come fa ad essere uno e molti uno, senza contraddirsi. Ecco la dialettica di Zenone.
Bene, avevo in mente il tema da svolgere, ma ora dovevo stendere il testo, Silvia Napolitano ricordati che quando torni… dov’era andata? A Porto Said, adesso forse era in navigazione nel Golfo Persico, verso Gibuti o lo Yemen… ma no, il movimento non esiste… Silvia Napolitano non si è mai mossa. Eudoxian? Eh? Lascia perdere questi pensieri e pensa alla logica e alla logica matematica. Vado al computer e scrivo.
“Zenone di Elea era discepolo di Parmenide…” Eudoxian? Che c’è? Il monello di Chaplin. Ah, già, dimenticavo! Allora, ecco alcune testimonianze che parlano da sole.
“E pensano di poter commettere ingiustizia coloro per cui, al contrario, l’ingiustizia si converte in una lode; per esempio, se si ottiene insieme di vendicare il padre o la madre, come fece Zenone.” (Aristotele, “Retorica”, A, 12, 1372b 3)
“Siccome la sua patria era duramente tiranneggiata da Nearco, ordì una congiura contro il tiranno. Scoperto e interrogato da Nearco nei tormenti della tortura su chi fossero i suoi complici: “Magari – disse – allo stesso modo che sono padrone della lingua così fossi padrone del corpo!” Allora il tiranno lo sottopose a tormenti molto più violenti e Zenone fino a un certo punto resistette; poi, volendo essere liberato dai tormenti e nello stesso tempo punire Nearco, meditò un inganno di questo genere. Alla massima tensione dello strumento di tortura, fingendo di esalare l’anima, gridò: Lasciate! Dirò tutta la verità”. Sospesa la tortura, richiese che il tiranno si avvicinasse per ascoltarlo da solo a solo, perché molte delle cose che stava per dire, era opportuno che rimanessero segrete. Il tiranno si avvicinò con gioia e accostò l’orecchio alla bocca di Zenone, il quale con un morso gliel’afferrò con i denti. I servi subito accorsero e usarono contro il torturato ogni tormento, perché egli lasciasse la presa; ma egli molto più si attaccava. Alla fine, non potendo vincere la sua forza d’animo, lo trafissero ai lati, perché lasciasse la presa. Con questo espediente fu liberato dai tormenti e subì da parte del tiranno l’inevitabile punizione.” Quest’ultima testimonianza ci è stata resa dallo storico siceliota Diodoro Siculo (I sec. a.C.).
“Ermippo dice che egli fu gettato in un mortaio e pestato a morte.” (Diogene Laerzio) E vogliamo mettere a confronto Zenone l’eleate con Antistene il cinico? Ancora Diogene riferisce: “I cittadini, incitati dal suo esempio, subito abbatterono il tiranno.”
REGRESSUS IN INFINITUM
La dicotomia ovvero la divisione di uno in due è una contraddizione. Argomenta Zenone: l’uno diventa uno e uno, ogni successiva dicotomia comporta sempre molti uno, ma molti uno, la molteplicità dell’uno è impossibile. Se uno è uno, non può essere uno e molteplice, una contraddizione logica. Per Aristotele, però, un tale modo di argomentare non è un sillogismo, ragionamento logicamente corretto che congiunge termini diversi, ma un paralogismo, ovvero un falso sillogismo, ragionamento errato quanto alla forma, a causa della presenza di un termine medio non univoco, avente significati diversi in ciascuna delle premesse. E così confuta i paralogismi di Zenone.
“Quattro sono i ragionamenti di Zenone intorno al movimento, che mettono di cattivo umore quelli che tentano di risolverli. Il primo intende provare l’inesistenza del movimento, per il fatto che l’oggetto spostato deve giungere alla metà, prima che al termine finale.” (Fisica, Z, 9, 239b, 10-15) “Il ragionamento di Zenone erroneamente presuppone l’impossibilità che si possano percorrere gli infiniti o che possano toccarsi ciascuno successivamente in un tempo finito. Difatti, tanto la grandezza, quanto il tempo e in generale ogni cosa continua si dicono infiniti in due sensi, cioè o per divisione o per gli estremi. Pertanto, gli infiniti che sono tali secondo la quantità, non possono toccarsi in un tempo finito; quelli, invece, che sono tali secondo la divisione, lo possono, perché il tempo stesso è infinito sotto questo aspetto. Sicché nell’infinito, e non già nel finito, capita che si percorra l’infinito, e che gli infiniti si tocchino con gli infiniti, e non con i finiti.” (Fisica, Z, 233a, 20-30)
(Segue)
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