lunedì 24 agosto 2026

Seguito

 

              L'aeroplano e la nave


5 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L’AEROPLANO E LA NAVE
“Infatti Zenone l’eleata, opponendosi a coloro che mettevano in ridicolo l’opinione del suo maestro Parmenide, che l’ente è uno, e difendendo l’opinione del maestro, tentò di dimostrare che è impossibile che ci sia una molteplicità di enti. Se infatti, dice, vi è la molteplicità , poiché la molteplicità è costituita di molte unità, è necessario che vi siano le molte unità di cui è composta la molteplicità. Ora, se riuscissimo a dimostrare che è impossibile che ci siano più unità, è chiaro che è impossibile che ci sia la molteplicità: infatti la molteplicità è costituita di unità. Se è impossibile che ci sia la molteplicità (ed è necessario che vi sia o l’unità o la molteplicità; ma che ci sia la molteplicità è impossibile) resta che ci sia l’unità…” Qui il testo di Giovanni Filopono, erudito e scienziato bizantino del VI secolo, può essere confrontato con quello di Eudemo di Rodi, ἑταῖρος ovvero compagno di Aristotele, alla maniera di Teofrasto, il successore del fondatore nella direzione del Peripato, quindi non discepolo, diremmo alla maniera inglese, un “pari” del Peripato. “Si narra che Zenone abbia detto che se qualcuno gli avesse saputo mostrare che cosa mai era l’unità avrebbe potuto affermare la molteplicità degli enti. L’aporia da lui sollevata consiste, come pare, in questo, che da un lato ciascuna delle cose sensibili è dichiarata molteplice e per la molteplicità dei predicati e per divisione, e dall’altro lato il punto non è, per lui, neppure unità.” Questo frammento di Eudemo è riportato in Simplicio, filosofo e matematico bizantino del VI secolo. Dico questo non per un’esibizione di erudizione o per acribia intellettuale, ma per mostrare da quanti grandi studiosi del passato le tesi di Zenone fossero tenute in considerazione e siano giunte fino a noi. Ora, di fronte ad una tale attenzione di studio della migliore tradizione antica e bizantina, io mi domando: “Ma non può apparire, non dico ridicolo e buffonesco, ma quanto meno discutibile l’atteggiamento tenuto da Antistene il cinico, il quale per confutare i cinque argomenti con cui Zenone provò la tesi del suo grande maestro Parmenide, che l’essere è immobile, che cosa fece? Si alzò in piedi e si mise a camminare.”
Certo, è vero, anche Russell andava cercando dietro il divano del salotto i rinoceronti di cui gli stava dicendo imperturbabile Wittgenstein, ma il filosofo e matematico inglese dubitava delle facoltà mentali di quel giovane austriaco, logico e matematico, in cui si era illuso di aver incontrato un suo epigono, questa matematica che dà alla testa. Ma vogliamo mettere a confronto Russell con Antistene il cinico? Che cosa voleva dimostrare Antistene con quel balletto, con quei suoi passettini? “Riteneva che più sicura di ogni contestazione di ragionamenti fosse la dimostrazione mediante l’evidenza sensibile.” Così conclude Proclo, e certo noi non vogliamo addebitare a Proclo questo suo dovere di cronaca.

Silvio Minieri ha detto...

È Antistene il cinico, che non riuscendo ad esprimersi concettualmente, scimmiottava la concettualità dei discorsi di Zenone, come coloro che non sapendo esprimersi a parole, per farsi capire, cominciano a gesticolare, tipo i napoletani sotto la dominazione spagnola. Anche se c’è una riserva per quei popoli, i cui territori sono conquistati dai barbari, ed essi sottomessi non capiscono i suoni gutturali che costoro emettono. Io, però, mi ricordo una volta, avevo preso l’aereo per l’America, e quando ci siamo svegliati le hostess ci hanno servito la colazione, uno si è svegliato più tardi e all’indirizzo della hostess ha fatto segno di voler mangiare, portando la mano all’altezza della bocca e muovendola a scatti con le dita chiuse in quella direzione, per indicare i dovuti bocconi di cibo da inghiottire. Non conosceva l’inglese, forse. Ma no! Era più sbrigativo! Che cosa sono queste intermediazioni del linguaggio, se il pensiero può essere espresso con semplici gesti? Ecco dove ci portano certi atteggiamenti, come quelli di Antistene il cinico. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.” Grazie, Dante. E quindi, l’aporia sollevata da Zenone non è altro che l’antinomia dell’unità del molteplice, il continuo, ovvero la molteplicità infinita dei punti sulla linea di Cantor.
Ricollegandoci a quanto asserito da Eudemo di Rodi, l’ἑταῖρος ovvero compagno di Aristotele, un suo pari, come abbiamo detto, la contraddizione tra l’unità della cosa e la molteplicità dei predicati, possiamo riprendere e concludere il discorso di Filopono su Zenone l’eleate: “Lo stesso si dimostra, partendo dalla considerazione del continuo. Infatti, se il continuo è uno, dal momento che il continuo è sempre divisibile, è sempre possibile dividere in più parti il già diviso; se è così, il continuo allora è il molteplice, di modo che la stessa cosa sarà una e molti, il che è impossibile. Ma se nessun continuo è uno, ed è necessario se c’è la molteplicità, che essa sia composta di unità, dal momento che [non è possibile che ci siano più unità di cui si componga la molteplicità], non ci sarà la molteplicità.” Qui all’Unità è contrapposta la Molteplicità.
Errando comunque tra i frammenti dei Presocratici, come ordinati in Diels-Kranz, sono risalito ad Aristotele. Che cosa dice sul tema il grande maestro? È l’esordio della Fisica.
“Poiché in ogni campo di ricerca di cui esistono principi o cause o elementi, il sapere e la scienza derivano dalla conoscenza di questi ultimi […] è evidente che anche nella scienza della natura, si deve cercare di determinare anzi tutto ciò che riguarda i principi. […] a noi risultano dapprima chiare ed evidenti le cose nel loro insieme; e solo in un secondo momento l’analisi ci consente di individuarne gli elementi e i principi. Perciò bisogna procedere dall’universale al particolare: infatti alla sensazione si presenta come più immediatamente conoscibile l’intero, e l’universale è in un certo senso l’intero, perché esso contiene molte cose come parti.” (Fisica, A, 1, 184a)

Silvio Minieri ha detto...

Stavo riflettendo sull’incipit dell’opera aristotelica, la scienza della natura, quando mi ha telefonato l’avvocato Riccio, ossia ho ricevuta una telefonata da un numero sconosciuto e quando ho aperto e ho detto: “Pronto”, ho sentito una voce femminile: “Sono l’avvocato Riccio, il signor Eudoxian?” “Sì” ho risposto, chiedendomi chi fosse, anzi no, cercando di capire chi fosse l’avvocato Riccio o meglio perché si presentava con il suo titolo professionale. “Mi scusi, Silvia Napolitano mi ha pregato di avvertirla che non può più vederla.” Ero io che non potevo più vederla o era lei che non mi poteva più vedere? Nel secondo caso, mi sentivo inquieto. E perché non poteva più vedermi? Che cosa le avevo fatto? “Perché?” ho domandato. “È partita.” Silenzio. L’avvocato Riccio ha addolcito la voce: “Vuole però che le mandi la tesi sui quattro paradossi di Zenone. Era molto dispiaciuta di non averla potuto avvertire, ma avrebbe perso la nave, se non fosse partita immediatamente. Last minute. Capisce?” Io non capivo, “quella” se ne andava all’improvviso, lasciandomi in braghe di tela, e mi faceva sapere tramite il suo avvocato che voleva pure il compitino su Zenone! Non era troppo? “Sì, ho capito!” dissi e stavo quasi chiudendo la comunicazione. “Un momento, scusi…” Con tipico intuito femminile, anzi no, dato il tono perentorio e conclusivo della mia voce, la mia interlocutrice capiva che io stavo per interrompere la comunicazione, allora si affrettò a dire: “Ma non mi chiede dove può raggiungere Silvia?” Come? Pensai. “Come?” dissi. “La nave attracca domani mattina a Patrasso, può raggiungerla in aereo.” Silvia? Un tono troppo poco professionale tra un avvocato e una sua cliente, ma… “Scusi,” dissi “ma…” Ma tu chi sei? Ehi! Che sono queste confidenze con una sconosciuta? Eppure, quel tono… come dire? una giovane voce familiare. “Mi scusi, avvocato Riccio, ma lei…” La giovane non si lasciò ulteriormente pregare: “Sono la figlia di Silvia Napolitano.” Ah! Adesso ricollegavo: Silvia aveva sposato un avvocato divorziato, Carlo, eccolo là! L’avvocato Carlo Riccio aveva già una figlia, anch’essa avvocato, diventata figlia di Silvia Napolitano, ma perché non l’aveva detto subito? “Va bene, raggiungerò sua madre, in aereo, anzi no!” “E perché? Il nostro studio (lo studio del papà, il marito di Silvia) può coprire tutte le sue spese. Non deve preoccuparsi, signor Eudoxian.” Alla fine, dissi: “Non è una questione finanziaria, ma un paradosso logico, avvocato Riccio.” “Come? Mi spieghi.” “Non ora, lo spiegherò a sua madre.” “Non capisco.” Sono secoli che se ne parla, come facevo a spiegarlo in quei pochi momenti di precaria conversazione al telefono con la figlia di Silvia Napolitano? Se prendo l’aereo e arrivo a Patrasso, la nave è salpata e ha percorso un tratto nel golfo di Corinto, arrivando all’istmo. Ma se il mio velivolo arriva all’istmo, la nave è salpata ed è in navigazione per Creta, e se l’aereo raggiunge in volo Creta, la nave da Creta sta navigando verso… Allora dissi: “Scusi, avvocato Riccio…” “Mi chiamo Giovanna.” “Scusi, Giovanna, ma la nave di sua madre dove è diretta?” “A al-Iskandariyya.” “Come?” “al-Iskandariyya.” Ma che sta dicendo? “Non ho capito,” dissi. Ero a disagio. “In Egitto.” Ah! Alessandria d’Egitto! “Pronto… pronto…” Sentii il tipico segnale di un bip intermittente: la comunicazione era stata interrotta. Come? Perché? E chi lo sa? Poi, comunque, risolsi il caso.

Silvio Minieri ha detto...

N. d. B.
È stata introdotta una variazione, nell’ultima parte del testo “L’aeroplano e la nave”, al fine di concludere il discorso di Filopono lasciato a metà. Infatti, dopo l’interruzione, il testo è passato ad esaminare un frammento di Eudemo, senza più ritornare a Filopono. Il gap era stato causato da un’incertezza della fonte, che doveva riprodurre l’originale del testo Diels-Kranz dei frammenti dei presocratici. L’aggiunta si è resa necessaria per il lettore interessato più alla dialettica di Zenone che non agli smarrimenti esistenziali di Eudoxian. Comunque, il problema filosofico dell’Uno e dei Molti costituisce il tema di discussione del “Parmenide” di Platone, dove vengono formulate le otto serie di deduzioni sulle due ipotesi dell’Essere e l’Uno.

Silvio Minieri ha detto...

HONEY ISLAND
Fu per caso, mentre uscivo dal centro commerciale vicino casa. Stavo andando verso l’uscita del secondo piano, quando intravidi la sua immagine su uno degli schermi televisivi esposti nel salone grande. Eh, sì! Era proprio lui: Consalvi! Mi fermai ad osservare le inquadrature: si vedeva un astronauta in tuta bianca e casco con visiera trasparente che entrava nell’ascensore della torretta, per salire in cima al missile e accedere alla capsula spaziale. Dovevano essere immagini di repertorio, forse non riguardavano lui, seppure erano riferibili all’ambiente in cui il mio amico si muoveva, quello dei voli spaziali. In verità, Consalvi non era proprio un mio amico, si tende a definirli tali, amici, i nostri conoscenti, quando costoro acquistano un certo spessore di notorietà e noi li rincorriamo, se non a piedi, almeno mentalmente. La buffonata di Antistene il cinico lo dimostra, la passeggiatina ironica, il movimento non significano niente. E se invece… Che cosa?... E se invece Antistene il cinico avesse ragione e Zenone di Elea avesse torto? Beh! … Ah, no! No, proprio no! E poi spiego perché.
(Segue)