Perché ridi? – Vuoi sapere del mio riso idiota dell’alba? – Sì. – Perché sono contento di avere risolto il calcolo matematico della moltiplicazione mentale di due numeri a quattro cifre prima dell’alba. – Quali numeri? – Questi: 4753 x 7926 = 37672278. – E come hai fatto? – Ho seguito il mio metodo delle aritmetiche notturne, già illustrato in passato. – Bene, per procedere oltre, dobbiamo rinviare a dopo l’illustrazione e parlare prima del fattarello, il napoletano “fattariello”. – Va bene. Passata è la tempesta: Odo augelli far festa, e la gallina, Tornata in su la via, Che ripete il suo verso. Ho ripreso questi versi leopardiani di “La quiete dopo la tempesta”, adattandoli alla bomba d’acqua di qualche giorno fa che ha colpito Roma e allagato il garage del mio condominio. – Spiegati meglio. – Subito dopo il bombardamento, un condomino è corso a dare l’allarme dell’allagamento a tutti i condomini, me compreso, e tutti siamo scesi nel garage allagato armati di badili e di ramazze. – E tu eri il caporale? – Come? – Il caporale di ramazza, quello che prima ride e poi s’incavola, tanto per non fare la rima. –Non proseguire questa canzoncina del congedante, perché la trovo fuori luogo. – Forse perché il caporale sei tu. – No. – Allora, sei il sergente. – Come? – Il sergentino comandante di squadretta, brutta firma diversamente benedetta. – Hai finito? – Non ancora. – Chi c’è ancora? – Il tenentino comandante di plotone, immagina che cosa non deve rompere, il capitano comandante di compagnia, non comanda a casa mia, il generale comandante di tutti quanti non comanda i congedanti. – Evviva! Hai finito, clown? – Io ho fatto la gavetta, ho percorso tutti i gradi fino al vertice. – Ma prendi la ramazza e vai a spazzare l’acqua che per poco non raggiunge le cantine. – Già fatto! – Ah, ecco! Missione compiuta, vieni qua che ti do una medaglia. – No, devo salire gli ottanta scalini, che separano le cantine da casa mia. – Dove non comandi tu. – E chi comanda? – La padrona di casa, quella che ti fa compagnia. – La rima. – Allora pseudo Giacomo, la poesiola. – Quale? – La quiete dopo la bomba d’acqua. – Ah, ecco! – Via! Passata è la tempesta: Odo cornacchie far festa, Tornate in aria a volteggiare Continuando a gracchiare. Bravo! Ma ti sembra una cosa seria raccontare di questi sollazzevoli fattarelli? – Io dico, interroghiamo la IA, così abbiamo una risposta oggettiva. – Va bene.
Che cosa è il fattariello napoletano e a che serve?
Il "fattariello" è un termine della lingua napoletana che significa letteralmente "fatterello", "aneddoto" o "raccontino". Si tratta del diminutivo della parola fatto. A cosa serve e quando si usa: Per raccontare pettegolezzi e curiosità: Serve a introdurre una storia breve, un retroscena curioso o un piccolo gossip (es. "Ti devo raccontare un fattariello..."). Per tramandare leggende popolari: Nella cultura partenopea, molti miti legati a monumenti o specialità gastronomiche vengono definiti fattarielli. Ad esempio, la leggenda culinaria sulla nascita della pastiera che coinvolge Ferdinando II di Borbone e Maria Teresa d'Asburgo viene spesso chiamata proprio "o' fattariello della Pastiera". Per sdrammatizzare: Riduce l'importanza di un accadimento, presentandolo non come un problema serio, ma come una piccola vicenda passeggera o un affaruccio di poco conto (fatticiello). In sintesi, serve ad alimentare l'arte della narrazione orale tipica di Napoli, trasformando un semplice aneddoto quotidiano in un momento di condivisione e intrattenimento.
Bene, così anche per oggi siamo riusciti a completare il nostro post quotidiano. – No, devo ancora illustrare il calcolo delle “aritmetiche notturne”. – Troppo tardi, troppo tardi, a domani. – E Mandrake? – Pure. – E “L’assalto della sera”? – Quello richiede più tempo. – Ma tu hai ancora tempo davanti a te? – Sì, un’eternità. – Ah, ecco!
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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LA BOMBA D’ACQUA
Perché ridi? – Vuoi sapere del mio riso idiota dell’alba? – Sì. – Perché sono contento di avere risolto il calcolo matematico della moltiplicazione mentale di due numeri a quattro cifre prima dell’alba. – Quali numeri? – Questi: 4753 x 7926 = 37672278. – E come hai fatto? – Ho seguito il mio metodo delle aritmetiche notturne, già illustrato in passato. – Bene, per procedere oltre, dobbiamo rinviare a dopo l’illustrazione e parlare prima del fattarello, il napoletano “fattariello”. – Va bene.
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso.
Ho ripreso questi versi leopardiani di “La quiete dopo la tempesta”, adattandoli alla bomba d’acqua di qualche giorno fa che ha colpito Roma e allagato il garage del mio condominio. – Spiegati meglio. – Subito dopo il bombardamento, un condomino è corso a dare l’allarme dell’allagamento a tutti i condomini, me compreso, e tutti siamo scesi nel garage allagato armati di badili e di ramazze. – E tu eri il caporale? – Come? – Il caporale di ramazza, quello che prima ride e poi s’incavola, tanto per non fare la rima. –Non proseguire questa canzoncina del congedante, perché la trovo fuori luogo. – Forse perché il caporale sei tu. – No. – Allora, sei il sergente. – Come? – Il sergentino comandante di squadretta, brutta firma diversamente benedetta. – Hai finito? – Non ancora. – Chi c’è ancora? – Il tenentino comandante di plotone, immagina che cosa non deve rompere, il capitano comandante di compagnia, non comanda a casa mia, il generale comandante di tutti quanti non comanda i congedanti. – Evviva! Hai finito, clown? – Io ho fatto la gavetta, ho percorso tutti i gradi fino al vertice. – Ma prendi la ramazza e vai a spazzare l’acqua che per poco non raggiunge le cantine. – Già fatto! – Ah, ecco! Missione compiuta, vieni qua che ti do una medaglia. – No, devo salire gli ottanta scalini, che separano le cantine da casa mia. – Dove non comandi tu. – E chi comanda? – La padrona di casa, quella che ti fa compagnia. – La rima. – Allora pseudo Giacomo, la poesiola. – Quale? – La quiete dopo la bomba d’acqua. – Ah, ecco! – Via!
Passata è la tempesta:
Odo cornacchie far festa,
Tornate in aria a volteggiare
Continuando a gracchiare.
Bravo! Ma ti sembra una cosa seria raccontare di questi sollazzevoli fattarelli? – Io dico, interroghiamo la IA, così abbiamo una risposta oggettiva. – Va bene.
Che cosa è il fattariello napoletano e a che serve?
Il "fattariello" è un termine della lingua napoletana che significa letteralmente "fatterello", "aneddoto" o "raccontino". Si tratta del diminutivo della parola fatto.
A cosa serve e quando si usa:
Per raccontare pettegolezzi e curiosità: Serve a introdurre una storia breve, un retroscena curioso o un piccolo gossip (es. "Ti devo raccontare un fattariello...").
Per tramandare leggende popolari: Nella cultura partenopea, molti miti legati a monumenti o specialità gastronomiche vengono definiti fattarielli. Ad esempio, la leggenda culinaria sulla nascita della pastiera che coinvolge Ferdinando II di Borbone e Maria Teresa d'Asburgo viene spesso chiamata proprio "o' fattariello della Pastiera". Per sdrammatizzare: Riduce l'importanza di un accadimento, presentandolo non come un problema serio, ma come una piccola vicenda passeggera o un affaruccio di poco conto (fatticiello).
In sintesi, serve ad alimentare l'arte della narrazione orale tipica di Napoli, trasformando un semplice aneddoto quotidiano in un momento di condivisione e intrattenimento.
Bene, così anche per oggi siamo riusciti a completare il nostro post quotidiano. – No, devo ancora illustrare il calcolo delle “aritmetiche notturne”. – Troppo tardi, troppo tardi, a domani. – E Mandrake? – Pure. – E “L’assalto della sera”? – Quello richiede più tempo. – Ma tu hai ancora tempo davanti a te? – Sì, un’eternità. – Ah, ecco!
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