mercoledì 30 settembre 2026

Commento

 



            Le spoglie del dio defunto




3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

NIETZSCHE E LE SPOGLIE DEL DIO DEFUNTO
Da sempre l’uomo, di fronte allo spettacolo di meraviglia dell’Universo, lo sguardo ancora illuminato dalla bellezza del giardino incantato, l’Eden, si è posto la domanda: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”
In verità, l’uomo non si è posto l’interrogativo da “sempre”; anzi nella sua storia ultramillenaria di Homo sapiens, solo recentemente l’uomo ha iniziato a ragionare, i.e. a porre domande; ed ha iniziato come Homo erectus, l’uomo inaugurato nel quarto secolo a.C. da Platone, “Infatti, tenendo sospesa con la testa la nostra radice, proprio là [il cielo] da dove l’anima ha tratto la sua prima origine, la divinità erige tutto quanto il nostro corpo…” (Timeo, 90b). Prima di allora, la provenienza dell’uomo (“Da dove veniamo?”) e il destino dell’uomo, il suo tratto destinale (“Dove andiamo?”) erano affidate al tempo “mitico”, il tempo in cui Psiche s’introdusse nella stanza di Amore dormiente ed alla luce della lampada ad olio, involontariamente lo svegliò, cagionandone la fuga: da quel tempo, la verità smarrita del racconto (Mytos) si è rifugiata nella regione del pensiero (Logos), nel cui labirinto ha finito per perdere il suo orientamento, dando inizio a quella lunga storia di un erramento, un errare della verità lontano dal suo centro, che è la storia della civiltà umana. Così la filosofia e la sua storia: un errabondare senza sosta nel dubbio, un continuo interrogare.
A contrastare ed assorbire ogni dubbio, a rispondere a tutti gli interrogativi della ragione, è poi sopravvenuta la fede nella Verità rivelata e la storia del cristianesimo. Alle domande della filosofia, azzerando ogni altro tempo della civiltà umana, ha pertanto risposto la fede, con una parola unica e definitiva: Dio. Dopo l’anno zero, quindi, ogni indagine sulla Natura, nel giungere al suo limite o principio (Archè), si è trovata di fronte alla certezza indubitabile e non più discutibile della onnipotenza e signoria divina, di un dio persona. Nel Medio Evo, l’Universo è diventato, sulla radice aristotelica del Movente Immobile ed alla luce della rivelazione cristiana, il creato che si muove verso il suo Principio (Uni-versum).
Poi è arrivato Nietzsche, ha rivolto lo sguardo nella prospettiva di questa visione del mondo (Weltanschauung), è salito sulla montagna, da eremita ha contemplato a lungo il Sole, poi ha deciso di scendere e tramontare ed ha decretato: “Dio è morto”.

Silvio Minieri ha detto...

Chi è quest’uomo? È un pensatore, un sognatore (poeta)? Un folle raggiunto dal destino della sua follia (“Diventa quello che sei” è una sua massima) a causa della sua troppo lunga eremia, quella che le sue stesse parole definiscono la “più solitaria” delle “solitudini”? Ma soprattutto che significa la sua espressione? Che senso ha la sua insana diagnosi di un Dio che è morto, nel corso della storia dell’uomo?
Forse non ha senso, verosimilmente l’affermazione del filosofo tedesco è in-sensata, come si può arguire dalla sua biografia, che ci racconta della pazzia in cui è disgraziatamente precipitato negli ultimi undici anni della sua vita. Ha contemplato in maniera troppo fissa ed insistente l’occhio abbagliante del Sole, il sommo Bene di Platone, sprofondando o tramontando nel baratro di luce della Verità.
A quanto pare, per Jung, la lettura di Così parlò Zarathustra, come scrisse nelle sue memorie, costituì un’esperienza terribile: una conferma questa, proveniente peraltro da un’autorevole fonte psichiatrica, dei nostri sospetti sulla salute mentale dell’autore dell’annuncio della morte di Dio? In verità, il giudizio dato sullo Zarathustra, l’illustre medico zurighese lo diede anche del Faust e non ci risulta di una follia di Goethe. E allora?

Qui avrei dovuto introdurre il tema fra genio e pazzia, come trattato da Jaspers, a proposito di Van Googh, ma il tempo si ridusse dagli infiniti giorni alla nullità del giorno, e dalla nullità del giorno non sarà forse impossibile un domani che il seguito ritorni, come un uomo a cavallo. Chi? Pirandello, “Enrico IV”.

Così parlò Zarathustra, come per il Faust di Goethe, si trattò di un'esperienza terribile, scrisse Jung nei suoi “Ricordi” (1962, p. 139).

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Pubblico questo frammento di uno studio interrotto sul tema, già trattato in altri miei commenti. Devo guadagnare il tempo perduto, per una interruzione improvvisa, ma non tanto improvvisa, e temporanea (24 ore) tra il mio punto luminoso invisibile della blogosfera, il mio blog, discernibile soltanto a “noi pochi”, e il resto della noosfera planetaria e tra non molto (qualche secolo?) interplanetaria. Chi sono i “noi pochi” dello shakespeariano giorno di San Crispino? Vuoi dire quei pochi del giorno di Crispino Santo? Sì. Tu. Certo! Chi se non io?

Chi è che dice così? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino.
Se destinati a morire, siamo già abbastanza numerosi. E se dobbiamo vivere, quanto più in pochi saremo, tanto più grande sarà la nostra parte di gloria. Per amor di Dio, ti prego, non volere un sol uomo di più.
Io son tutt’altro che avido d’oro; e non m’importa di chi si nutre a mie spese, né me la prendo se c’è chi indossa i miei panni: nei miei desideri non trovano posto le cose esteriori. Ma se è un peccato aspirare alla gloria, io sono il peccatore più incorreggibile che ci sia al mondo.
No, in fede mia, cugino, non volere un solo inglese di più.
Proclama piuttosto a tutto l’esercito, che chi non ha abbastanza fegato per questa battaglia può pure andarsene: noi gli daremo un passaporto, e nella borsa gli metteremo anche i soldi del viaggio.
Noi non vogliamo morire in compagnia di un uomo che teme di essere nostro compagno nella morte.
Oggi è la festa di San Crispino e San Crispiano: chi sopravvive quest’oggi per tornare a casa sano e salvo, si leverà sulle punte solo a sentire nominare questo giorno, e fremerà al nome di San Crispiano.
Chi vedrà questo giorno e arriverà alla vecchiaia, ogni anno, alla vigilia, festeggerà con i vicini, dicendo: “Domani è il giorno di San Crispino!”. Poi si rimboccherà la manica e mostrerà le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”.
I vecchi, si sa, dimenticano; e lui dimenticherà tutto il resto, eppure ricorderà, con fierezza, le gesta di quel giorno.
Saranno allora i nostri nomi che lui avrà sulle labbra, come persone di famiglia: Re Enrico, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno evocati nei suoi brindisi.
E questa storia ogni brav’uomo insegnerà a suo figlio; e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da questo giorno sino alla fine del mondo, senza che in esso ci si ricordi di noi.
Noi pochi, noi felici pochi, noi fratelli in armi.
Poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello: e per quanto sarà di umili origini, in questo giorno si farà nobile la sua condizione. E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto, si danneranno l’anima per non esserci stati, e si sentiranno menomati, quando sentiranno parlare un uomo che combatté con noi il giorno di San Crispino!