venerdì 18 settembre 2026

Commento

 

                  La fuga impazzita


3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA FUGA IMPAZZITA – Postilla a “Il sorgere del quadratino”

Rileggendo a distanza di quasi sette anni il testo sul “quadratino”, astrazione logica del gioco enigmistico del “cruciverba”, risulta che il non detto di tutto il discorso sul “quadratino” è la “pandemia” dell’epoca e del lock-down imminente, come risulta da alcuni indizi, riferibili alla descrizione di fatti concreti, disseminati nel testo.
“L’altra mattina, mi trovavo a Termini, perché dovevo rincorrere l’immagine di un altro tempo: una figura bianca che saltava tra le pozzanghere della piazza, aveva piovuto da poco.” La figura bianca altro non era che la rievocazione della mia immagine del giorno prima nello stesso luogo, indossavo un impermeabile bianco, era gennaio e il tempo piovoso del primo inverno. Siamo all’inizio della pandemia, e le preoccupazioni principali del pubblico erano la “tosse” e i “cinesi”, ma presto gli avvenimenti sarebbero precipitati negli eventi tragici che abbiamo vissuto collettivamente. Tutto, in quelle circostanze, sembrava precario, e il tempo diventava una balenante fuga in cui tutti gli accadimenti svanivano, perdendosi in un’improvvisa nebbia del passato, dove tutto era oblio. In quell’occasione, ogni presente era diventato caduco, e ogni rievocazione dello stesso immediato ieri diventava il rinvenimento di un tempo perduto. Ecco perché dico: “rincorrere l’immagine di un altro tempo”, quasi un presagio di un prima e un dopo, che venivano a configurarsi nella frattura del tempo, dovuto all’imminente tragedia collettiva su scala nazionale, prima ancora che sullo scenario mondiale, di cui quello cinese di allora era soltanto un anteprima. In tal senso deve interpretarsi l’ambiguità dell’episodio da me descritto, l’introduzione ad un discorso astratto, che rifuggiva dal presente tragico, per rifugiarsi nella soavità delle immagini del cielo, del mare e delle nuvole bianche.
“Comunque la mattina, di cui dico, era sereno, nel senso meteorologico, e anche io ero sereno, e andavo verso piazza Indipendenza, ho girato a sinistra, e nella strada laterale, sono entrato in un negozio di orologi e altri oggetti elettronici minimi, per acquistare un cinturino di gomma per il mio orologetto da polso digitale, quello che serve a cronometrare i tempi, oltre che a segnare l’ora e i minuti. Ho scelto tra le varie piccole offerte in vendita, che il negoziante asiatico mi ha mostrato, indicandone i prezzi, ed ho acquistato il mio cinturino, ho pagato, ho salutato e stavo per andare via. In quel momento, il negoziante ha mosso lo sguardo in avanti e illuminandosi in volto, ha salutato: “Ciao, Hǎi yún.” Mi sono voltato e andando all’uscita ho incrociato la nuova venuta. La cinesina mi ha sorriso, anch’io ho sorriso, poi sulla soglia, mi sono affrettato ad uscire in istrada, dove sono stato colto da un forte starnuto, e poi ancora un altro e un altro ancora, accidenti! Ho tossito varie volte: quest’anno, ma anche l’altr’anno, sono stato colpito dall’influenza di stagione, e il raffreddore non mi vuole abbandonare: sarà l’età, sicuramente l’età, che cosa altrimenti? Eh?

Silvio Minieri ha detto...

Quando sono arrivato a casa, ero soprappensiero, sono andato in bagno e mi sono accuratamente lavato le mani, fregandole a lungo sotto l’acqua – mi fregavo le mani, forse perché felice dell’ottimo acquisto del cinturino dell’orologio – e insaponando le dita una alla volta, risciacquando infine per bene tutte e due le mani. Quindi le ho asciugate con fazzoletti di carta ed ero pronto, ma a che cosa? Mi sembrava di essere un chirurgo, che dopo essersi lavate le mani, in camice verde, i guanti, la cuffia e la mascherina si appresta ad entrare in sala operatoria. Comunque sembra che siano abbigliati così anche i malati, però in bianco, quelli colpiti da malattie contagiose.”
E su questo registro deve quindi intendersi il seguito: “Yin e Yang, nella filosofia e nel pensiero cinese, sono le due componenti della totalità del Tutto e quindi anche della vita e della morte. Allo Yin, il nero, si contrappone lo Yang, il bianco, come la notte al giorno. Il bianco è il colore del lutto, indossato dai partecipanti al funerale, quelli rimasti nella vita del giorno. 海云, Hǎi yún, il nome indica due immagini di grande bellezza: il mare e le nuvole. Nell’incontro del mattino, in quel momento, il sorgere del quadratino ha rivelato tutta la pienezza del suo avvenire.”
Nella fuga della realtà, quella che a sragione viene imputata a Platone, il ritmo di tutto il discorso seguente s’intona in forme ideali. Io dico il “quadratino” στοιχεῖον, ma se osserviamo una mandria di cavalli al galoppo sfrenato sull’arenile di una spiaggia che scorre a perdita d’occhio, sullo sfondo dell’orizzonte del mare, che cosa vediamo? Vediamo concretizzarsi l’astratta idea del cavallo in quella fuga impazzita?
E forse questo interrogativo, dalla distanza di venticinque secoli, ci accosta nel grigio della luce crepuscolare di Königsberg alla “Critica” del sublime?
Quest’ultimo tema dell’accostamento della filosofia teoretica concettuale al pensiero estetico, quasi una congiunzione tra filosofia e poesia, forse attende un’ulteriore riflessione. Nell’immediatezza, rimandiamo al breve saggio: “La solitudine e la gioia”.

Silvio Minieri ha detto...

LA SOLITUDINE E LA GIOIA
Nelle pagine iniziali del suo libro La morte e la terra, se abbiamo bene interpretato il suo pensiero, l’autore esamina le obiezioni che la volontà di potenza, la follia che le cose possono stare diversamente da come stanno, oppone al destino, lo stare delle cose. L’opera d’arte – pittura, architettura, scultura, musica – è una delle più alte obiezioni (implicite) al destino. “Non la poesia (o molto meno), che si esprime nella stessa forma linguistica, che è propria del linguaggio in cui il destino è testimoniato.”
È questa un’obiezione esplicita al destino. Alla luce di queste affermazioni, cerchiamo di capire quali sono le affinità tra il linguaggio della filosofia e quello della poesia.
Nei suoi scritti, trattando il tema della poesia, ma sarebbe più esatto dire il pensiero poetico, Severino ha illustrato e commentato a lungo, in ogni suo aspetto e principalmente nell’evocazione del Nulla, i testi poetici e filosofici di Leopardi, elaborandone i pensieri nella sua riflessione. Ma anche la voce di un altro poeta sembra risuonare nel linguaggio del filosofo, con il timbro classico proprio della cultura greca, anima ed impronta della civiltà dell’Occidente. Stiamo parlando di Quasimodo e della sua più celebre lirica: Ed è subito sera. Quale la relazione tra le parole del poeta e quelle del filosofo? È questo il tema che ci proponiamo di svolgere in queste righe, cercando di cogliere nodi tra il pensiero poetante e quello filosofico.
Ebbene, a cominciare dagli interrogativi finali del primo testo, Destino della Necessità, in cui si viene a delineare un discorso con una fisionomia sistematica propria, sviluppata e conclusa soprattutto nei testi successivi La gloria, Oltrepassare, La morte e la terra, Severino nomina un termine, la “Gioia”, che assieme alla “terra” e alla “solitudine”, costituisce un momento significativo ed essenziale del suo originale linguaggio. Non a caso, dopo La morte e la terra, un testo successivo avrebbe dovuto chiamarsi: Oltre la solitudine la gioia. L’espressione può, comunque, chiaramente intendersi nella prosecuzione del nostro commento.
Riprendiamo un passaggio finale di Destino della Necessità: “Come oltrepassamento della totalità della contraddizione del finito, il Tutto è la Gioia… Il sentiero che la terra percorre inoltrandosi nel cerchio dell’apparire è già da sempre tracciato nella Gioia. Nella Gioia è già da sempre tracciato anche il Sentiero del Giorno, cioè l’oltrepassamento compiuto della solitudine della terra e del testimone della solitudine, l’Occidente. Nella Gioia il mortale è già da sempre un passato.” Qual è il significato di queste espressioni?
(Segue)