martedì 1 settembre 2026

Intermezzo

 

             L'inconscio della scrittura


3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Questa mattina, nel cielo azzurro del primo giorno di settembre, splendeva altissima nel riquadro della mia finestra, il mio osservatorio astronomico, l’argento della bianca luna nella sua prima fase decrescente.

Silvio Minieri ha detto...

LA SCRITTURA INCONSCIA
In “L’aeroplano e la nave”, attualmente ricompreso in “Eudoxian”, 23 agosto 2026, nella prima riga del terzo paragrafo, si legge: “Stavo riflettendo sull’incipit dell’opera aristotelica, la scienza della natura, quando mi ha telefonato l’avvocato Riccio, ossia ho ricevuta una telefonata da un numero sconosciuto.” Avevo scritto una frase con un errore blu di grammatica: “Ho ricevuta una telefonata”. In genere, uno corregge e tutto finisce lì, ma dovevo postare di nuovo con copia e incolla il testo intero, con la correzione del refuso. Eppure non lo consideravo un refuso. Come? Un errore blu, che rivela la violazione di una regola grammaticale viene pure rivendicato? Ricordavo che a suo tempo mi ero fatto forte di quell’errore, rammentando un brano di “I Malavoglia” di Giovanni Verga. E per confermare che si trattava di un vero e proprio svarione grammaticale, mi sono avvalso dei nuovi strumenti di verifica: la IA.
“Ho ricevuta una telefonata, il participio passato è corretto?”
“No, "ricevuta" non è corretto in questa frase; la forma giusta è "ho ricevuto una telefonata". Regole generali. Con l'ausiliare avere, il participio passato rimane invariato (al maschile singolare in -o) se il complemento oggetto segue il verbo.
Corretto: Ho ricevuto una telefonata. Errato: Ho ricevuta una telefonata.
Quando si accorda il participio con l'ausiliare avere? L'accordo al femminile o al plurale si fa solo in casi specifici: Con i pronomi atoni di terza persona (lo, la, li, le) posti prima del verbo: "La telefonata? L'ho ricevuta." Con la particella ne.” IA
Non ero soddisfatto: ricordavo l’esempio di Verga e l’ho riproposto.
“Un esempio in Giovanni Verga, “I Malavoglia”, Prefazione, dove in una frase il participio passato con l'ausiliare avere si accorda al genere della parola che segue.”
“Nella celebre Prefazione del romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga non è presente un accordo con la parola che segue, bensì una vistosa eccezione legata alla lingua letteraria dell'Ottocento, in cui il participio passato con l'ausiliare avere si accorda al genere e numero del complemento oggetto che lo precede.
Il passaggio esatto si trova nell'ultimo paragrafo del testo: «I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l'Onorevole Scipioni, l'Uomo di lusso sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati...»
Analisi della regola grammaticale
L'elemento che precede: Il pronome relativo «che» (con funzione di complemento oggetto) fa riferimento a «i vinti» (maschile plurale). L'accordo retroattivo: Verga scrive «ha deposti» proprio perché concorda il participio con il «che» che lo precede. Lo stesso meccanismo si ripete subito dopo con «averli travolti», dove il participio si accorda con il pronome clitico «-li» (riferito sempre ai vinti).
Un secondo esempio di questa struttura formale si incontra poche righe sotto:
«Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua parte nella lotta per l'esistenza...» In quest'ultimo caso, il participio passato «avuta» concorda al femminile singolare con il complemento oggetto successivo («la sua parte»).
Sebbene nell'italiano contemporaneo questa forma sia considerata arcaica e si preferisca il maschile invariabile ("ha avuto la sua parte"), nella prosa ottocentesca era una scelta stilistica comune e corretta.”

Silvio Minieri ha detto...

LA SCUOLA DEL SOSPETTO
Ma io che voglio ricercare ogni nodo recondito sotto la superficie della coscienza, ho voluto indagare, per scoprire, rendere chiaro, quello che già sapevo, e che la coscienza sembrava coprire. Ed in questo, pretenziosamente, io mi ritengo un buon allievo della scuola del sospetto, a cui si riferisce Paul Ricoeur, indicandone i maestri.

“Paul Ricœur ha definito "maestri del sospetto" Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud nella sua opera del 1965 Dell'interpretazione. Saggio su Freud.
Chi sono e cosa fanno
Karl Marx: svela che le idee e la coscienza sono determinate da interessi economici e rapporti di classe (falsa coscienza / ideologia).
Friedrich Nietzsche: smaschera i valori morali e spirituali della tradizione come maschere della volontà di potenza e impulsi vitali.
Sigmund Freud: dimostra che l'io cosciente non è padrone a casa propria, ma è dominato e minacciato dall'inconscio.
Il senso dell'espressione. Questi tre pensatori estendono il dubbio oltre Cartesio. Cartesio dubitava della realtà esterna, ma si fidava della trasparenza della coscienza. I maestri del sospetto, invece, mettono in discussione la coscienza stessa, considerandola menzognera o illusoria. Il loro obiettivo non è distruggere la verità, ma inaugurare una nuova ermeneutica: dietro ciò che appare c'è sempre un senso nascosto da decifrare.” IA

L’INCONSCIO DELLA SCRITTURA
E quindi applico la mia ermeneutica, arte dell’interpretare, al testo di Verga, dove nella prima frase, correttamente il participio passato al plurale maschile si accorda al pronome clitico «-li», riferito ai vinti. Nella seconda, invece, il participio passato si accorda al genere femminile singolare della parola che segue, il complemento oggetto “Nella prosa ottocentesca una scelta stilistica comune e corretta.”
Se non ci vogliamo fermare in superficie alla forma dello stile della prosa dell’800, ma scendere un po' più in profondo, dobbiamo cercare quale fosse il tema di fondo che muove la trama narrativa del ciclo dei romanzi, poi rimasto fermo ai primi due dei cinque annunciati, illustrato nella Prefazione: i “vinti” e la “fiumana”. “Marea” era il titolo originale dell’opera complessiva, che meglio rende l’immagine dei “vinti” travolti e sommersi dalle ondate successive,
“Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvenienti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.”
Quando Verga scrive «Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua parte nella lotta per l'esistenza...», egli è “mosso” da quello che emerge “dal” fondo della sua coscienza. Questo muovere-da è l’emozione (ex-movere) che spinge l’autore a scrivere, l’immagine della marea o fiumana, una visione che supera la sua descrizione: l'onda immensa e inarrestabile del progresso umano che travolge e sommerge ogni cosa, e di cui ciascuno ha avuta (dell’ondata) la sua parte.
La mia interpretazione di questo “inconscio della scrittura” può sembrare arbitrario e certamente lo è secondo i normali canoni dell’interpretazione di testi letterari, ma io vorrei illustrare il motivo di fondo di quell’errore, come mi è apparso subito lampante, di cui avevo smarrito la memoria della sua ragione, ora ritrovata.
(Segue)