sabato 12 settembre 2026

Racconto giallo

 

               La verità delle cicale


20 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA VERITÀ DELLE CICALE

“E mi pare, d’altra parte, che le cicale, mentre nella canicola cantano sopra le nostre teste, stiano anche ad osservarci, parlandone tra loro.” (Platone, “Fedro”, 259a)

DAMIANO
A Roma, d’estate, chi cammina a piedi nelle strade prossime alla grande macchia verde del Parco dell’Appia Antica e dell’adiacente quartiere Ardeatino, quando la città è largamente disabitata e poco frequenti o quasi del tutto assenti sono il rumore del traffico e quello del normale via vai delle persone, nel silenzio meridiano – quello del meriggiare pallido e assorto di Montale – se chi cammina si ferma ad ascoltare, può udire il caratteristico ronzio delle cicale, soprattutto nei viali e vialetti dei parchi ivi esistenti. Questo ronzio, tecnicamente un frinire, prima ancora che un vero canto, il canto delle cicale, è un richiamo d'amore, quello dei maschi per attirare le femmine. Le vibrazioni delle loro membrane addominali producono dei suoni amplificati, dando luogo a quel coro sonoro percepito da chi sta lì intorno.
Era qualche giorno dopo ferragosto, quando Damiano Giglio, nell’afosa ora meridiana, si trovò a passare nel parco prospiciente la via Heiberg, non lontano da largo Ibsen, strade vicine alla via Grottaperfetta, che unisce la Cristoforo Colombo con l’Ardeatina. Prima di scendere nel parco, attraversando il cancelletto aperto, notò una donna anziana che avanzava lentamente sorreggendosi sul deambulatore. Nessun altro era in giro a quell’ora nella calura estiva, quando si sente nell’aria il coro delle cicale, che per il loro ciclo vitale compaiono, in età adulta, nella stagione più calda, onde soddisfare la necessità naturale dell’accoppiamento. Scendendo in fretta nel viale, non si accorse delle due ragazze sedute su una panchina in un piccolo prato laterale, posto davanti alla fila del caseggiato, che sembrava stessero lì a spiarlo. Giglio, un uomo oltre la sessantina, indossante bermuda, maglietta, sandali e occhiali da sole, uno zainetto, tenuto con le bretelle dietro la spalla destra, intontito dall’afa e dalla mattinata trascorsa al mare, aveva fretta di raggiungere casa, per farsi subito una doccia e togliersi di dosso il sale. Non aveva provveduto a farlo subito in spiaggia, per volere della sua compagna Peonia, originaria dell’Est Europa, nata a Leopoli, vissuta a Mosca, naturalizzata italiana, una donna di oltre quarantacinque anni, che Damiano frequentava da circa dieci anni, senza mai sposarsi o vivere insieme.
A Peonia piaceva il sapore della salsedine sulla pelle, così diceva, e per questo lo pregava di non farsi la doccia dopo il bagno nel mare, anche se Damiano pensava a un secondo fine più banale. Comunque accondiscendeva al desiderio della sua amica, con cui fino ad allora, bene o male, era andato d’amore e d’accordo, come se fossero marito e moglie, o forse proprio perché non lo erano, pur formando una coppia affiatata. Bisogna dire che era stata Peonia a non volersi legare in matrimonio, quando Damiano gliel’aveva proposto, dopo due anni dal loro primo incontro, visto che il loro rapporto si andava stabilizzando per il meglio, grazie a una favorevole congiuntura finanziaria venuta a crearsi per entrambi, anche se prima per lui e risolutrice.
Damiano risalì il viale, attraversando il parco, solo in parte protetto dalle chiome degli alberi, in un fitto concerto di cicale, e sperando di non essere punto dalle zanzare. Infine, raggiunse il cancello della parte opposta del parco, uscì sul piazzale, girò attorno alla rotonda e si avviò verso casa. Non immaginava di essere stato osservato da due investigatrici, impegnate nella risoluzione del delitto del giorno di San Lorenzo.

Silvio Minieri ha detto...

MASTROROTA
La telefonata alla Sala Operativa della Questura, che segnalava la presenza in via Heiberg del corpo di una persona giacente priva di vita accanto ai cespugli di oleandri, giunse verso le ore diciannove del 10 agosto. “Via degli Oleandri, Centocelle?” chiese conferma l’operatore. “No, no,” rispose la voce femminile al telefono, all’Ardeatino.” Forse perché stanco o distratto dal fine turno, l’operatore insistette: “Quartiere alessandrino, via degli Oleandri?” Sembrava conoscere solo quella zona di Roma est. “No, no,” ribadì l’interlocutrice, vicino a Largo Ibsen, Parco di Grottaperfetta. Questa volta, aspettò un po' più a lungo, poi sentì la voce dell’operatore: “Rimanga in linea, signora, intanto mando una volante.” Chiese ulteriori spiegazioni sul nome della strada, e il riferimento di un numero civico, la ragazza, la voce femminile era quella di una ragazza che portava a passeggio un cagnolino, spiegò che era un breve tratto di strada, costeggiato dai cespugli del parco, prossimo alle abitazioni di Largo Ibsen. Bisogna dire che la giovane aveva indicato la via Heiberg, perché un tempo aveva letto il cartello, evidentemente rimosso, della toponomastica cittadina: “Gunnar Heiberg (1857-1929), drammaturgo norvegese.” In verità, le strade del quartiere, costruito negli anni ‘70-‘80 del secolo scorso, erano state tutte intitolate a famosi autori di teatro europei, e certamente Heiberg era molto meno conosciuto del più celebre connazionale Henrik Ibsen. La ragazza del barboncino, che aveva fatto la macabra scoperta e la successiva segnalazione, verosimilmente era a conoscenza di questa caratteristica della toponomastica del quartiere, ed aveva nominato Largo Ibsen. In effetti, l’episodio criminoso, come poi si rivelò la scoperta della persona priva di vita giacente in strada, pugnalata al ventre, una profonda ferita con grande perdita di sangue, venne poi definito dai media, in riferimento alla data, come “Il delitto del giorno di San Lorenzo” o anche impropriamente “Il delitto di Ferragosto”, e non come “Il delitto della via Heiberg”, in riferimento ai luoghi. E senz’altro la dimensione temporale caratterizzò meglio l’episodio e non quella spaziale. E perché diciamo questo, lo vedremo più avanti, ora tocca far luce sulla vittima.

Silvio Minieri ha detto...

Si chiamava Antonino Mastrorota, aveva 58 anni, ed era prossimo o forse già in pensione, come ufficiale della Guardia di Finanza, congedato per raggiunti limiti di età. E quest’ultima circostanza non sembrò sfuggire ai suoi superiori del Comando generale, quando ebbero contezza dell’accaduto, conoscendo l’indole del soggetto, attraverso il suo curriculum di servizio. Aveva iniziato la carriera dal basso ed era salito di grado, dopo aver ottenuto il diploma di laurea magistrale a quarant’anni passati. Divenuto capitano, e promosso maggiore, aveva ricevuto incarichi in Italia e all’estero, diversi encomi, arresti di numerosi criminali, decorato medaglia d’argento, per aver salvato diverse vite umane in un naufragio nell’Oceano Indiano, a rischio della sua vita stessa, sposato con due bambine ancora piccole, una figlia di oltre trent’anni da un precedente matrimonio, stava per chiudere la sua carriera a Roma. Un soggetto dalla vita abbastanza irrequieta: era questo il giudizio risultante dal suo stato di servizio. Che cosa ci faceva in un afoso pomeriggio d’agosto, in quell’angolo di Roma pressoché deserto, quasi tutte le abitazioni svuotate, per le ferie. In verità il Mastrorota abitava in quella zona da alcuni mesi, in via Schiller, vicino al luogo dov’era stato trovato morto, nell’occasione la famiglia era in vacanza al mare, in Abruzzo. Raggiunto da una qualche vendetta criminale? La pista fu agitata dai media. Un delitto passionale? Magari la vittima aveva un’amante. Non c’erano testimoni, nessuno aveva visto o sentito nulla. Era proprio così? Nessuno sguardo indiscreto dietro le persiane?
Subito dopo l’arrivo della volante, sul posto era intervenuto l’ispettore in servizio del vicino Commissariato, Maddalena Spina. Aveva subito telefonato al suo capo, il dottor Barbieri: “È stato avvertito il magistrato?” Chiese il commissario. “Sì, sta arrivando anche il funzionario della Squadra Mobile e la Scientifica.” “Bene, rimani sul posto fino all’arrivo dei necrofori, ci vediamo in ufficio, per la relazione di servizio.”
Nei giorni seguenti, le indagini furono condotte dal funzionario della Mobile, in collaborazione con il personale del commissariato, titolare dell’inchiesta giudiziaria il Sostituto Procuratore Paola Mancuso.

Silvio Minieri ha detto...

PEONIA
Si erano conosciuti al mare, il Lido di Ostia: Damiano frequentava il “Venezia”, Peonia il “Gambrinus”. Un giorno, Damiano decise di cambiare, nel senso di muoversi e uscire da quel suo stato di vedovo, viveva da solo da oltre dieci anni, due figli ormai grandi lontano. Quel giorno, si alzò dalla sdraio dove fissava immobile il cielo e il mare, e s’incamminò sul litorale verso sud-est, in direzione di Castel Porziano. Attraversò il tratto di spiaggia libera e quindi passò davanti al “Gambrinus”, dove lo vide sfilare davanti a sé Peonia, seduta sulla sdraio, accanto ad una donna anziana, di cui faceva la dama di compagnia. Erano diversi giorni che aveva notato quell’uomo passarle davanti dritto sul suo cammino, quel giorno si accorse che aveva un’andatura più lenta, lo vide girarsi e guardarsi intorno, e volgere l’attenzione soprattutto verso le sdraio allineate in prima fila, perlopiù vuote. Senz’altro l’aveva notata, a quell’ora di quella mattina, in cui lo stabilimento balneare era ancora poco frequentato. Aspettò un po', quindi si sporse a parlottare con la sua vicina, infine si alzò e andò a sedersi sul bagnasciuga, i piedi nell’acqua. Aveva ottenuto il permesso dalla signora, che standole accanto, ma soprattutto vivendo in simbiosi con lei, si accorgeva di tutto, di ogni particolare, non le sfuggiva nulla, neppure il minimo movimento della sua dama di compagnia, di fatto la sua badante. Ogni tanto, socchiudeva gli occhi, ma teneva sotto stretta sorveglianza la sua collaboratrice seduta sulla riva, che aspettava il ritorno dell’uomo, come lei già sapeva. Dopo una ventina di minuti, l’aspettativa delle due donne si realizzò, e Damiano ebbe modo, questa volta, di vedere da vicino Peonia. Era stata una sorta di primo approccio da parte di entrambi, se sono rose fioriranno, e fiorirono. Nei giorni seguenti, con gran sgomento della padrona, generale delle crocerossine in pensione, andava ancora a tutte le parate, portandosi dietro la sua accompagnatrice, come dama di compagnia, non certo come badante, sebbene senza la sua vicinanza, chiamiamola assistenza, si sentiva smarrita, sola, insicura, accadde quello che temeva. Ora, dopo quasi un anno di quel loro rapporto, sembrava essere arrivato il momento della verità, concretizzatosi nella figura di Damiano, Peonia se ne sarebbe andata. In verità, restò ancora alcuni mesi al servizio di donna Virginia, come l’anziana donna si faceva chiamare negli ambienti soprattutto militari, che era solita frequentare. A vederla, sembrava un essere fragile e minuto, in realtà aveva una forte volontà, ostinazione e determinazione, e nei confronti degli sconosciuti una sua ostentata fierezza, che però aveva mutato in dolcezza e premura estrema nei confronti di Peonia, unico modo per tenersela stretta. Infatti, nei giorni seguenti, riuscì a salvare il loro rapporto di coppia, lasciando molta libertà di movimento alla sua fedele amica e alle sue manovre per agganciare l’uomo profilatosi all’orizzonte, pensieri e trame femminili ignote all’uomo, forse.

Silvio Minieri ha detto...

Aveva registrato, Peonia, che quell’uomo da lei preso di mira, di cui aveva incrociato lo sguardo, veniva da destra, camminando sul bagnasciuga, quindi più o meno a quell’ora, nei giorni successivi lei prese a passeggiare andando a destra sulla battigia, e lo vide subito, il giorno dopo seduto, in prossimità della riva, sull’ultimo masso della scogliera, che formava in linea trasversale una sorta di confine fra il tratto di spiaggia libera e lo stabilimento balneare. Peonia si fermò a leggere il cartello, posto poco distante: “Attenzione alle correnti di risacca”. Quindi, alla fine della lettura, si volse a guardare l’uomo seduto sul masso, che in quel momento la stava osservando: “Non mi è mai capitato” disse lui. Peonia rispose con un mezzo sorriso, si voltò dandogli le spalle e riprese a camminare. Damiano continuò a seguirla con lo sguardo mentre si allontanava, una silhouette femminile aggraziata, l’andatura leggera. Peonia aveva la figura slanciata, i capelli biondi e gli occhi azzurri, nell’occasione indossava un due pezzi verde chiaro, una tonalità che bene si accordava alla sua pelle bianca. Non andò molto lontano, si fermò alle palafitte che delimitavano il “Venezia”, e tornò indietro. Damiano era disteso sul masso, su cui poco prima era seduto, gli occhi chiusi, ma percepì lo stesso la figura in piedi davanti a lui che gli faceva ombra: era Peonia. Si sollevò portandosi la mano sulla fronte, a protezione degli occhi per guardarla meglio: “Beware of rip currents” disse lei. Damiano scese dal masso e si mise di fronte a lei, Peonia indicò il cartello bilingue, italiano ed inglese, che segnalava il pericolo delle correnti di risacca. Lui lesse: “La corrente di risacca è un forte flusso d'acqua che va dalla riva verso il mare aperto. Che cosa fare se vieni trascinato.” Tacque e guardò Peonia. “Ho capito” disse lei, quindi si mise a leggere la dicitura in inglese: “Do not swim against the current. Swim parallel to the shoreline. Swim back to shore: once you are out of the main flow.” Damiano, intanto, leggeva in silenzio per conto suo, in maniera più completa: “Non nuotare controcorrente: è inutile e ti farà stancare subito. Nuota in parallelo alla costa: muoviti di lato, a destra o a sinistra, per uscire dal canale della corrente. Torna a riva: una volta uscito dal flusso principale.” Peonia si era fermata prima, allora Damiano lesse a voce alta in inglese: “Conserve your energy: stay afloat and call for help if you cannot break free”. Lei si voltò a guardarlo: “Chiedi aiuto,” disse divertita. “Call me” scherzò lui. “Tu sei Life Guard?” “No, faccio il biciclettaio.” Entrambi guardarono il bagnino con la canotta rossa, che più in là, era seduto sul pattino di salvataggio. “Io ho la giornata libera il giovedì,” disse Peonia. “Il giovedì, di solito, vado a prendere il caffè alla Galleria Colonna, alle dieci” disse lui. “Domani è giovedì” osservò lei. “Di fronte a Palazzo Chigi,” precisò Damiano. La donna si avviò, ma dopo pochi metri, si voltò: “Peonia” disse, pronunciando il suo nome. “Damiano” disse lui. Lei riprese a camminare, i fianchi lievemente ondeggianti. Restò a osservarla, mentre si allontanava, quindi andò a riva, si tuffò in mare, e cominciò a nuotare lentamente, il sole rinfrangeva mille gocce di luci tremolanti sull’acqua.
Il giorno dopo, al suggerito incontro alla galleria Colonna, Peonia non c’era, e neppure nei giorni seguenti al mare. Damiano tornò il giovedì della settimana successiva, e come la volta precedente, percorse in lungo e largo la galleria, sostò sotto il porticato, rimase in piazza Colonna per un’altra mezz’ora, poi se ne andò.

Silvio Minieri ha detto...

FIORELLA
La telefonata arrivò all’improvviso alcune settimane dopo, una mattina, mentre si recava nell’officina di biciclette dell’azienda “Giglio”, nei pressi di viale Marconi, al Portuense. “Sono Peonia” si annunciò una voce femminile. “Io sono Damiano” rispose lui. “Ciao Damiano, come stai, sono mortificata,” nella voce, una nota di pena. “Io? Io sto bene, benissimo” esclamò di colpo entusiasta Damiano, che aveva avvertito subito la venatura accorata nella voce di Peonia. La donna si rincuorò: “Grazie Damiano, sei molto gentile nel dirmi questo.” Parlava bene e appropriatamente la lingua italiana Peonia, anche se l’accento rivelava la sua identità slava, presunta da Damiano per i tratti somatici: alta, bionda, occhi azzurri. E come molte donne abbastanza colte dell’est Europa conosceva la lingua inglese, un passaporto linguistico per l’Occidente.
Ma come aveva fatto Peonia a rintracciarlo? Sui social? Era pubblicizzata l’azienda, non il suo nome. Che importanza aveva? “Quando ci vediamo?” domandò. La donna aspettava la domanda: “Presto,” disse. “Devo prima aggiustare una situazione con mia figlia lontana,” aggiunse. “Io sono qui,” disse lui. “Adesso sto partendo, ti richiamo tra qualche settimana, quando torno da San Pietroburgo,” disse Peonia. “Ti aspetto,” disse Damiano, “sempre.” “Sei un tesoro, ti bacio, dasvidania,” replicò lei e chiuse.
Nel periodo, dal primo incontro, fino alla telefonata di quel momento, Damiano aveva pensato sempre a Peonia, ogni giorno: “Un coup de foudre!”
S’incontrarono tre settimane dopo, agli inizi di ottobre, lei telefonò dall’aeroporto di Fiumicino, dove era appena sbarcata. Damiano si offrì di andarla a prendere, disse che stava a casa, bastavano una ventina di minuti, una mezz’ora se c’era traffico. Peonia gli chiese l’indirizzo di casa sua e disse di aspettarla lì. Arrivò dopo un’ora circa in taxi, suonò al citofono, Damiano scese da casa, lei gli andò incontro, l’abbracciò e lo baciò sulle labbra, tenendogli la nuca con la mano destra. “Prendo i bagagli” si offrì lui, dirigendosi verso il taxi fermo lì vicino. “No, li ho lasciati in aeroporto,” disse lei, “li ritiro domani. Ora devo andare a casa, poi ti richiamo.” Ritornò verso il taxi, e prima di risalire, lo salutò con la mano. Damiano vide l’autovettura ripartire: ma era Peonia, quella donna scesa dal taxi, che era venuta a baciarlo sulla bocca, alla maniera russa, ripartendo subito dopo? Una meteora. Sì toccò il labbro, su cui sentiva ancora l’impronta delle labbra di lei, e sul corpo il suo abbraccio. Ricordava i baci che certi leader dei Paesi dell’Est si scambiavano tra loro nelle visite ufficiali, e associò a quelle immagini le altre dei carri armati che invadevano le strade di alcune capitali degli Stati fratelli. Comunque, Peonia non era più un fantasma, una sfumata figura femminile in bikini sulla spiaggia estiva, ma una donna in carne ossa, con un lungo vestito azzurro fino ai piedi, di cui sentiva ancora il calore di quell’intenso abbraccio.

Silvio Minieri ha detto...

Si ritrovarono due giorni dopo, alle dieci del mattino di un giovedì, sotto il porticato d’ingresso della Galleria Colonna, il luogo di quel loro primo rendez-vous irrealizzato. E lei spiegò tutto, un fiume in piena, ma evidenziando chiaramente i tratti principali della sua vita. Si chiamava Yulia Polyakova Grigorievich, Peonia, il nome del fiore della bellezza e del vero amore, l’aveva adottata da quando era venuta a soggiornare in Italia. Aveva conosciuto Virginia Mercalli, generale delle crocerossine, in occasione di una sfilata militare a San Pietroburgo, nel successivo ricevimento in una sala dell’Ermitage, allestita appositamente per la cerimonia. La sua famiglia era originaria di Leopoli, quando la città non era ancora ucraina, ma sotto il dominio della Polonia. Yulia Polyakova aveva sposato uno scienziato russo, e si era trasferita a Mosca, aveva avuto una figlia, aveva divorziato, e quando la figlia si era iscritta alla facoltà di ingegneria navale di San Pietroburgo, aveva approfittato dell’occasione, per spostarsi nella città sul Baltico, quindi l’avventura in Italia. Era di ritorno dalla Russia, dove era andata a visitare la figlia, fidanzata a un ufficiale di marina, sperando che lei venisse a trovarla in Italia, a Roma, dove era riuscita a trovare una casa in affitto, una villetta nella zona di Ostia antica, lasciando l’alloggio di Prati di Virginia Mercalli. Damiano e Peonia si fidanzarono, lui andava a trovarla ad Ostia Antica, e lei ricambiava andando a trovarlo nella casa dell’Ardeatino, vicino al parco di Grotta Perfetta. Nei primi due anni girarono l’Italia, le città d’arte, le località di villeggiatura montana e marina della penisola. Poi si presentò l’occasione per Damiano di realizzare una importante somma di denaro. Era socio con il fratello maggiore Carlo dell’azienda di famiglia della fabbrica di biciclette “Giglio”, ereditata dal padre defunto. Carlo era l’amministratore e aveva trasferito la sede principale a Milano, a Roma era rimasto soltanto l’officina di viale Marconi. Damiano faceva il rappresentante e andava in giro, per conto dell’azienda, in Italia e all’estero. Quando decise di consolidare il rapporto con Peonia, aveva oltre cinquant’anni di età, i sue due figli divenuti grandi e vivevano per conto loro, uno, Giulio, lavorava con lo zio, nella sede di Milano. Damiano propose a Giulio di prendere il suo posto, vendette alcune quote sociali al fratello, distribuendo il ricavato ai figli, per sé tenne la liquidazione di circa trent’anni di lavoro. Avrebbe vissuto con una congrua pensione e il ricavato degli utili delle quote rimastegli, e poteva gestire la somma realizzata per sposare Peonia, che non volle. Accettò, però, l’offerta di denaro di Damiano di comperarle una villetta, sempre ad Ostia Antica, dove aveva la possibilità di ospitare anche stabilmente la figlia. Inoltre, aveva avviato una società di antiquariato assieme ad alcune sue amiche italiane, un negozio preso in affitto nel centro commerciale Euroma2 dell’Eur.

Silvio Minieri ha detto...

Ora si può pensare che Peonia avesse tessuto tutta una trama, nella quale aveva, con la sua bellezza e il suo fascino, attratto Damiano, e così era accaduto. E senz’altro, sin dai primi momenti, aveva calcolato chi avesse di fronte, chi veramente fosse il biciclettaio, quali le sue fortune. La prima volta non aveva affatto pensato di presentarsi all’appuntamento, considerando la possibilità di ritrovarlo in spiaggia, ed aveva fatto sue ricerche in proprio, bisogna dirlo, aiutato dalla Mercalli, che sapendo del biciclettaio, le aveva fornito il cognome: le bicilette “Giglio”. Peonia aveva telefonato in ditta e chiesto di Damiano, ed aveva ottenuto il suo numero di telefono. Aveva percepito di trovarsi di fronte all’uomo italiano che cercava? Noi sappiamo che aveva adottato il nome italiano di Peonia, il fiore della bellezza e del vero amore, che rivelava il suo intendimento e la sua scelta caduta su Damiano. I corteggiatori degli ambienti militari della signora Mercalli non corrispondevano ai suoi propositi. il suo amore era per Dùnečka, il vezzeggiativo con cui la madre chiamava la figlia Dunja. La ragazza venne in Italia con il futuro marito, e conobbe Damiano. La madre celiò sul suo nome, volendo dargliene anche uno italiano, e propose Rosa o Margherita. Alla fine, Dunja accettò l’idea di Damiano, di chiamarsi Fiorella. Era la ragazza il legame principale di Peonia, l’ancora della sua vita, dopo il fallimento del suo matrimonio con lo scienziato, che beveva vodka, molta vodka, e da allora lei aveva deciso di rimanere autonoma. La presenza di Fiorella nella sua nuova vita romana l’aiutava a chiarire i suoi sentimenti in questo tratto della sua nuova esistenza accanto a Damiano.

Silvio Minieri ha detto...

MADDALENA SPINA
Abbiamo raccontato in maniera abbastanza esauriente, e nei suoi risvolti esistenziali, il sorgere e lo svolgersi di questa relazione sentimentale, quasi un matrimonio, tra Damiano Giglio e Yulia Polyakova. Ma che cosa c’entra questa loro storia con il delitto del giorno di San Lorenzo? Se non fosse stato per l’indagine di Maddalena Spina, l’investigatrice del commissariato di polizia, nel cui territorio di competenza si trovava il luogo del commesso delitto, locus commissi delicti, Damiano non sarebbe entrato in questa storia, almeno in relazione alle sue vicende private, che abbiamo dovuto raccontare. Dopo il primo intervento, l’ispettore Spina aveva avuto assegnato più che altro il compito di reperire informazioni nella zona di competenza, per rintracciare eventuali testimoni o altri elementi utili all’indagine. Quali? La Spina, anche libera dal servizio, alloggiava nella sede del commissariato, si andava ad appostare nelle vicinanze del luogo del delitto, un parcheggio con camminamenti pedonali e panchine. In tal modo, poteva osservare il passaggio delle persone abitanti lì intorno, e anche di eventuali curiosi, tra i quali si poteva nascondere, a suo parere, anche l’assassino o gli assassini, che tornano sempre sul luogo del delitto – provare per credere. Quando si accorse che di lì non transitava quasi mai nessuno, tranne qualche sparuta automobile da largo Ibsen, sulla via Heiberg, in direzione della Via di Grottaperfetta, capì che quell’unica persona che aveva notato procedere a piedi, unico per due giorni di seguito nel caldo afoso del mezzogiorno di quei giorni di Ferragosto, poteva averla notata seduta sulla panchina. In verità, sopraggiungendo da dietro, se l’aveva vista di spalle, siccome non si era voltato a guardarla, seppure l’avesse notata, non poteva riconoscerla. Decise, allora, di cambiare posizione, e per questo si era messa d’accordo con Giuliana Moretti, marescialla dei Carabinieri, un’amica conosciuta nei mesi precedenti. La Spina era originaria della Calabria e prestava servizio a Roma, mentre Giuliana abitava stabilmente nella zona con la propria famiglia d’origine. Aveva prestato servizio in diverse sedi d’Italia, da ultimo due anni a Napoli, poi era ritornata a Roma, a casa, e ora faceva orario d’ufficio, recandosi ogni giorno presso un Comando Carabinieri del centro città. Da quando era tornata nella sua prima residenza familiare, dove aveva ritrovato qualche vecchia compagna di scuola, aveva cominciato a conoscere un po' di persone per lei nuove del quartiere, e poteva essere d’aiuto all’amica della polizia.

Silvio Minieri ha detto...

Su suo suggerimento, le due investigatrici, tali erano nell’occorso Maddalena e Giuliana, si andarono a sedere su una panchina del parco, abbigliate in maniera sportiva, l’una in calzoncini gialli e maglietta bianca, l’altra, la Spina con una canotta nera che lasciava scoperta la pancia e pantaloncini neri aderenti, una tenuta da jogger. Era uscita dal commissariato in tuta di cotone, tolta poi nel parco. La loro posizione, abbastanza distante, non era facilmente visibile a chi percorreva il viale, che scendendo dalla via Heiberg giungeva alla parte bassa del parco, da dove poi si risaliva verso il viottolo, che conduceva all’uscita dall’altra parte, sul piazzale della rotonda. Furono fortunate, perché anche quel giorno passò l’uomo con lo zainetto in spalla, notato da Maddalena Spina, e segnalato all’amica. Non le aveva potute vedere, perché aveva tirato dritto su per il viottolo, ma dal profilo intravisto da Giuliana e dall’andatura di spalle, ella riconobbe l’amico Damiano. Tempo addietro, quando uno dei suoi figli, assieme alla fidanzata Giuditta, era venuto a trovare il padre e a stare un po' di giorni con lui, Giuliana aveva avuto modo di conoscerla. Di solito, assieme ad una sua amica sposata e ai suoi figli e ad altri conoscenti, erano soliti incontrarsi e portare in giro i propri cani nei giardini di viale Londonderry e in un prato lì vicino. In una di quelle occasioni, conobbero il cane di Giuditta, un cucciolo di labrador, che andò a unirsi a loro e rallegrare la compagnia. Ebbe così modo di conoscere anche Damiano, e presto nell’ambente si seppe che egli era titolare dell’azienda di biciclette “Giglio”. Quando lo vide, in quel mezzogiorno infuocato dei giorni del ferragosto romano, Giuliana sorrise tra sé e si alzò subito in piedi, facendo qualche passo in avanti. Ma, per il posto scelto, lui che passava dritto e distante non si accorse del movimento della ragazza, ormai alle sue spalle. Giuliana ripiegò verso l’amica: “Lo conosci?” domandò Maddalena Spina. “Sì, è un amico di famiglia” si spinse a dire Giuliana, che aveva parlato di Damiano Giglio alla mamma. Carlo Giglio, il fratello di Damiano, era stato in gioventù un campione di ciclismo, al Tour era stato anche maglia gialla per un giorno. “Può essere un buon testimone” commentò Maddalena Spina. “Può darsi” rispose la marescialla dei carabinieri, “poi, un giorno glielo chiediamo.” Si salutarono, Giuliana tornò a casa, Maddalena rimase a fare jogging lungo i viali del parco, grande due campi da calcio e più con le estensioni laterali.

Silvio Minieri ha detto...

GILDO LUTRI
Sui media cominciavano a trapelare notizie sul delitto del giorno di San Lorenzo. Il funzionario della Squadra Mobile, che conduceva le indagini, sotto la direzione del PM Paola Mancuso, era partito per Genova, dove risiedeva la figlia, ormai più che trentenne, del primo matrimonio del Mastrorota. Quando i coniugi si separarono, la prima moglie si era trasferita in Liguria a Zoagli, con un nuovo compagno, e la figlia ancora adolescente, andata ad abitare con la madre, era entrata in crisi. Aveva conosciuto un tipo poco raccomandabile, Gildo Lutri, che era stato anche in carcere per traffico di sostanze stupefacenti e furti vari, e si accompagnava stabilmente a quel soggetto, ma non sapeva, e forse non voleva sapere, il Mastrorota, che addossava tutta la colpa alla ex-moglie, che anche la figlia era stata dipendente dalla droga.
Le indagini si erano concentrate sulla coppia di giovani, in particolare sul Lutri, non solo per i suoi precedenti penali, ma anche perché quando il suocero di fatto si era sposato di nuovo, dopo il divorzio, pare fosse stato ricattato e avesse subito strani furti in casa di denaro e oggetti preziosi. Comunque, erano passati un po' d’anni da quei tempi e i due giovani non si erano più fatti vivi. Ora, però, il passato riemergeva.
La seconda moglie, ancora sotto choc per la drammatica morte del marito aveva fatto cenno ai alcuni recenti inquietudini del marito, di cui non si sapeva dare conto, e che pensava fossero dovute ad una mancata promozione e alla prossima pensione. Riferiva di andare d’accordo con il marito, ed escludeva categoricamente che egli avesse altri legami sentimentali, adesso che avrebbero avuto tanti anni ancora da vivere assieme crescendo i figli ancora piccoli. Si escluse anche la possibilità di una rapina, perché alla vittima non mancava nulla, aveva con sé il portatessere con i suoi documenti, e in tasca il telefonino, le chiavi di casa e dell’automobile, e una piccola somma in tasca, una trentina di euro. L’abitazione non presentava segni di effrazione e neppure l’automobile regolarmente parcheggiata sotto casa. Non era stato un omicidio occasionale, anche se una tale ipotesi non poteva escludersi a priori. Si trattava di una vendetta o di un agguato tesogli da qualcuno che la vittima conosceva bene, che gli si era parata di fronte, visto la pugnalata direttamente al ventre.
Le intercettazioni telefoniche, subito disposte, furono estese a tutto campo: la ex-moglie e il compagno, la figlia ed Ermenegildo Lutri, anche la vedova recente. La dottoressa Mancuso giudicava utile quest’ultima circostanza, per le telefonate in arrivo. Dopo qualche giorno, Gildo Lutri venne fermato come indiziato dell’omicidio: non aveva riscontri per un vero alibi, diceva di essere andato al mare con la compagna, il 10 agosto, ma nessuno poteva confermare la circostanza, inoltre dalle telefonate seppure confuse, con i suoi amici e conoscenti, emergeva che era a conoscenza di dettagli sull’omicidio di cui non poteva sapere. Il suo avvocato fece ricorso al Tribunale della Libertà, contestando le accuse: i dettagli, che poi erano le circostanze e le modalità del crimine, erano state ampiamente diffusi dai media, e le conversazioni non erano altro che il commento a quelle notizie, le perquisizioni a suo carico erano risultate negative, non era stata trovata l’arma del delitto. Il movente, l’inimicizia con la vittima, era molto labile. Gildo Lutri venne scarcerato, anche se continuò a rimanere l’unico indiziato dell’omicidio del Mastrorota, e la sua immagine divenne pubblica. E fu questa circostanza a incoraggiare Maddalena Spina nelle sue personali indagini: doveva rintracciare qualche testimone, che riconoscesse l’indiziato, Gildo Lutri.

Silvio Minieri ha detto...

OSTIA MARE
Se l’amico di Giuliana, l’uomo dello zainetto, tornava dal mare, probabilmente il mare di Ostia, vi andava con i mezzi pubblici, e partiva la mattina presto. Maddalena Spina si appostò nel parcheggio prospiciente la via Heiberg, in un’ora presto del mattino, e lo vide passare subito la prima volta. Quindi, lo seguì a distanza, nel breve tratto fino alla Grottaperfetta, e lo vide sparire dietro la curva a destra, avanzò timorosa in quella direzione. Di che cosa aveva paura? Che potesse tornare improvvisamente indietro per scoprire che lo stava pedinando? Vide passare l’autobus che andava in direzione della Colombo. Dopo un po' si affacciò sulla via Grottaperfetta, e alla vicina fermata non c’era nessuno, aveva preso l’autobus. La conferma delle sue previsioni rafforzò il suo proposito e il giorno dopo andò direttamente alla stazione della “Metro Mare” di San Paolo: l’uomo con lo zainetto arrivò puntuale, conosceva gli orari di partenza e arrivo, quindi era un habitué, in quel periodo estivo. Decise di seguirlo fino al mare, il terzo giorno, e lo aspettò sulla banchina della metro, tenendolo d’occhio a distanza. Scese all’ultima fermata, con il gruppetto dei pochi rimasti sul treno, e si avviarono tutti all’uscita della stazione, dove erano fermi alcuni autobus delle linee litoranee. Il mare era di fronte, bastava attraversare il Lungomare Amerigo Vespucci, e si arrivava in spiaggia, un tratto libero, e gli stabilimenti balneari: a destra il “Venezia”, a sinistra il “Gambrinus”. Maddalena Spina si avviò assieme ad atri due o tre tra cui il “suo” uomo, che si fermò ad abbracciare una donna venutagli incontro. Era una donna longilinea, slanciata, il corpo flessuoso, avvolto in una lunga veste fino alle caviglie, disegnata con colori in prevalenza ciclamino, un cappello di paglia sulla testa, era Peonia. Maddalena Spina si bloccò e voltandosi, fece un passo indietro come per tornare agli autobus, guardando verso il cartello delle fermate. Attese qualche attimo, poi si girò di nuovo, quindi con piglio deciso si diresse sulla strada, la corsia dove le automobili arrivavano da sinistra, bisognava fare attenzione perché andavano a velocità elevata, per l’ampiezza della carreggiata. Con la coda dell’occhio, vide la coppia allontanarsi a sinistra, lei tirò dritto, dove andavano altri, attraversò l’altra ampia corsia, facendo attenzione alle automobili che veloci venivano da destra, superò la pista ciclabile, che correva accanto al marciapiede, scese una breve rampa di scale e fu in spiaggia. Non c’era molta gente, a quell’ora del mattino, poco dopo le otto, posò l’asciugamano, che aveva tirato fuori dal suo zainetto, la distese, si tolse il vestito estivo, raccolse i capelli in una cuffia, verde come il suo costume a un pezzo, andò a riva, s’immerse nell’acqua, si tuffò dopo pochi metri e cominciò a nuotare.
Bisogna dire che in quei giorni si era messa in ferie, quindi la sua era una vacanza al mare, in fondo quel suo pedinare l’amico di Giuliana la intrigava, si sentiva un po' in colpa nel non avere informato della sua iniziativa l’amica, ma si trovavano su diverse prospettive. E quando aveva visto quell’uomo, che era Damiano, andare all’incontro alla sua donna, a livello subliminale vi era stato un certo contraccolpo inavvertito, ma lei investigava, e un po' si aspettava quell’incontro, ma non così all’improvviso. Ed ora mentre nuotava, capiva che quel che voleva accertare, lo aveva accertato: l’uomo aveva una relazione con una donna che non viveva con lui.
Due ore dopo, attendeva i due alla stazione della “Metro Mare”, avendo calcolato il tempo di rientro, e i suoi calcoli erano giusti. Vide la donna bionda amica dell’uomo scendere a “Ostia Antica”, lui a San Paolo, lei proseguì fino a Porta San Paolo, non volle correre il rischio di essere notata e riconosciuta, ed aveva i capelli neri raccolti sotto un cappellino bianco con la visiera, gli occhiali da sole e il vestito lungo.

Silvio Minieri ha detto...

LA VERITÀ DELLE CICALE
Qualche giorno dopo l’escursione al mare di cui abbiamo detto, Giuliana aveva visto Damiano al Centro Commerciale della zona ed aveva telefonato a Maddalena, per farsi raggiungere, la sede del Commissariato era a due passi. Era l’occasione per agganciarlo, come voleva l’amica investigatrice. Giuliana sapeva o quanto meno aveva avuto contezza che Damiano era impegnato con una donna da anni. Aveva visto più di una volta la coppia a piedi nei pressi dell’abitazione di Damiano e l’aveva anche vista con lui salire e scendere dalla loro autovettura. Quello che Maddalena aveva accertato nel pedinamento della sua breve vacanza, Giuliana lo sapeva da diverso tempo. Non sarebbe bastato chiederlo all’amica?
Riuscirono a incontrarlo mentre percorreva la Grotta Perfetta, Damiano salutò per primo, Giuliana rispose, sorrise e cominciarono a camminare tutti e tre insieme. Era il primo pomeriggio, faceva caldo, lungo la siepe che costeggiava la fila degli edifici, si sentiva il ronzio delle cicale. “La poliziotta mia amica” disse Giuliana “cerca testimoni per l’omicidio.” Non poteva essere più concisa e immediata. “Passo sempre dalla via Heiberg, al rientro dal mare, dove mi vedo con la mia compagna. Siamo rientrati dalla Spagna subito dopo ferragosto, e ci godiamo ancora qualche giorno il “nostro” mare.” Damiano pensava al luogo del primo incontro con Peonia, le ragazze, non so, forse al mare nostrum? “Non ricorda nessuno?” domandò Maddalena. Damiano rifletté un attimo prima di rispondere: “Ho visto l’immagine dell’indiziato, ma qui non ho mai notato nessuno.” Avevano girato e stavano scendendo verso l’aiuola dello slargo, oltre il quale c’era il parcheggio delle macchine, che dava sulla via Heiberg, dove sostarono. Nel silenzio, si avvertiva il ronzio delle cicale, e Damiano sembrava come se stesse in ascolto, poi citò Platone: “E mi pare, d’altra parte, che le cicale, mentre nella canicola cantano sopra le nostre teste, stiano anche ad osservarci, parlandone tra loro.” Sorrise alle due ragazze, e disse: “Ora ricordo, qualche giorno fa, ho notato una donna molto anziana, che veniva avanti molto lentamente reggendosi al deambulatore.” Era come se il ricordo gli fosse stato suggerito dal canto delle cicale. Era l’indicazione di un altro possibile testimone? Così fu bene interpretato da Maddalena Spina. “Entriamo negli Horti Praefecti?” disse sorridendo Damiano indicando il cancello d’entrata nel parco. “Come ha detto?” disse Maddalena, che stando soprappensiero, non aveva colto l’espressione latina. “Secoli fa, questa zona della città apparteneva ad un alto funzionario o prefetto romano, ecco il nome Grotta Perfetta.” Con il braccio disteso indicò a destra: “Più avanti ci sono i resti archeologici di una villa patrizia dell’antica Roma, forse la domus del Prefetto.” Maddalena Spina guardava dalla parte opposta, verso il largo Ibsen, dove certamente abitava la possibile testimone. Damiano si era mosso verso l’ingresso del parco, vide che le ragazze erano rimaste ferme e non lo seguivano: “Ciao Giuliana” disse, tornò un passo indietro, allungò la mano verso Maddalena, che si affrettò a stringerla: “Mi ha fatto piacere conoscerla, ispettore. Spero che la verità delle cicale aiuti.”
Si separarono, lui scese nel parco, mentre le due ragazze ritornavano indietro, per andare a riprendere l’autovettura, che Maddalena aveva lasciato nel parcheggio del vicino Centro Commerciale.

Silvio Minieri ha detto...

IL VOLUBILE CERCHIO
Se Maddalena fosse andata a leggersi il brano del dialogo di Platone, il “Fedro”, citato da Damiano, che racconta il mito delle cicale, avrebbe colto, esclusivamente direi, il messaggio finale, racchiuso nell’alternativa dell’imperativo: parlare non dormire.
“E mi pare, d’altra parte, che le cicale, mentre nella canicola cantano sopra le nostre teste, stiano anche ad osservarci, parlandone tra loro. E se ci vedessero anche noi due sul mezzogiorno, non già a discorrere, ma come i più, a sonnecchiare e a lasciarci per pigrizia intellettuale ammaliare dal loro canto, avrebbero ben motivo di deriderci, e ci crederebbero dei servi, venuti in questo tranquillo rifugio a dormire, come pecore meriggianti presso una fontana. Ma se al contrario vedono che ragioniamo e continuiamo per la nostra rotta davanti a loro, come davanti a Sirene, senza lasciarci ammaliare, probabilmente se ne compiaceranno, e ci daranno quel premio, che per volere degli dèi possono concedere agli uomini.”
A questo punto, Platone inserisce nel suo dialogo il mito delle cicale. Parla Socrate: “Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, che vissero prima della nascita delle Muse. Ma una volta che nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni uomini di quel tempo furono colti a tal punto dal piacere, che continuando a cantare trascuravano cibi e bevande e morivano senza nemmeno accorgersene. Da loro nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse ricevette il dono di non aver bisogno di
cibo fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo e senza bevanda, e così fino alla morte, e dopo di andare al cospetto delle Muse ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori e quale di loro onori. […] Quelle che più di tutte le Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani, mandano un bellissimo suono di voce. Dunque, per molte ragioni, nel mezzogiorno, bisogna parlare e non dormire.”
Il mito delle cicale serve a Platone per introdurre nell’ultima parte del “Fedro” la teoria dei discorsi, e quindi la teoria dei rapporti tra retorica e dialettica.
A Maddalena Spina non sarebbe interessato questo racconto, se non nella sua conclusione: “Bisogna parlare e non dormire”, rafforzata dalla conferma che Socrate riceve da Fedro: “Sì, si deve parlare.” E per lei parlare significava conoscere, quello che Damiano aveva detto conoscono le cicale osservando gli uomini, e che lui aveva riferito di avere visto in quella calda ora del mezzogiorno: “Ora ricordo, qualche giorno fa, ho notato una donna molto anziana, che veniva avanti molto lentamente reggendosi al deambulatore.” Chi era quella donna?
Maddalena Spina ebbe il colpo di fortuna di poterla incontrare, se di fortuna si può parlare, visto che da giorni la via della scena del crimine era diventata la via della sua stabile dimora, punto di osservazione nell’ora meridiana, in cui perlopiù si sonnecchia ammaliati dal canto delle cicale. Ebbe modo di seguirla a distanza e vedere che abitava cento metri o poco più in Largo Ibsen, quindi decise il suo piano.

Silvio Minieri ha detto...

In commissariato andò a conferire con il suo superiore, il commissario Barbieri, a cui dichiarò di avere identificato un possibile testimone del delitto. “Ancora con questo delitto? Ma se l’assassino è stato già arrestato!” esclamò il commissario. “Sì, ma è stato scarcerato, ci vogliono le prove,” ribatté decisa Maddalena Spina. “Ma quali prove, ispettore Spina?” disse spazientito Barbieri. La ragazza tacque. “E chi sarebbe questo possibile testimone?” Lei si rianimò: “Abita in Largo Ibsen.” “E come si chiama?” “Devo identificarla”. Barbieri si fermò a riflettere, non voleva urtare la suscettibilità della ragazza. Ragazza? Aveva quasi quarant’anni, no, forse meno, comunque era giovane, era un bravo ispettore, sempre disponibile a lavorare, anche troppo. Non aveva un fidanzato, o forse ce l’aveva, ma lei stava sempre in ufficio. “La Squadra Mobile ha identificato tutti quelli del palazzo di Mastrorota, li hanno interrogati, e anche molti altri, in zona, telefona ai colleghi e fatti mandare l’elenco, così puoi controllare.” La ragazza disse: “Provvedo subito” e uscì. Aveva detto di avere identificato il testimone, ma non conosceva le generalità, sapeva che era una donna. Chi gliel’aveva detto? L’aveva vista? Il commissario non indugiò oltre in questi pensieri, ma ritornò alle sue speculazioni sull’infinito.
Si concedeva queste astrazioni, perché sapeva di avere chiuso là la carriera, se non si attivava in misure più concrete: relazioni, conoscenze, trasferimenti, ambizione che non aveva. Ecco il volubile cerchio. L’ambizione muove alle relazioni, per le quali bisogna attivarsi in conoscenze. Vuoi fare carriera? Muoviti, fatti trasferire, rincorri le tue ambizioni. Ambire a un incarico più elevato? Promoveatur ut amoveatur. Un sano principio della Pubblica Amministrazione: una rimozione mascherata da promozione, una pratica in uso non solo in campo amministrativo, ma anche politico, ecclesiastico, aziendale. Si promuove una persona a un ruolo superiore, spesso onorifico e privo di reale potere, soltanto per toglierla da un incarico delicato o scomodo senza doverla licenziare o punire. Ecco perché Barbieri scansava il pensiero della promozione.
Entrò l’ispettore Spina con un foglio in mano e lo distolse subito dalle sue astrazioni: “Ci vuole la richiesta del dirigente responsabile” disse la ragazza. Il commissario prese il foglio, firmò senza leggere, e vide l’ispettore allontanarsi di corsa. Che cosa aveva firmato? Ah, i testimoni! Cara ispettore Spina, se pure scopri l’assassino vero, quello per cui cerchi le prove, non ti promuovono, ci vuole altro, e tornò al volubile cerchio. L’infinito è un punto, attraverso il quale passano infiniti punti; una serie infinita di punti rappresenta l’infinito discreto; se allineati su una retta, l’infinito continuo; se allineati su una linea uniformemente curva, l’infinito circolare, il volubile cerchio.
Sul riquadro della porta dell’ufficio era apparso l’autista, l’ora di pranzo, bisognava in concreto muoversi e andare a casa. Diversamente, nelle sue astrazioni, si sarebbe imbattuto nella contraddizione infinita del cerchio infinito, quello su cui se parti da un punto, cominci ad allontanarti da quel punto da una parte, e cominci ad avvicinarti dall’altra al punto da cui sei partito, irraggiungibile all’infinito, ma già da sempre raggiunto, l’attimo, un punto infinito. Ma che cosa è l’infinito geometrico? Un punto, una linea retta o la linea curva di un cerchio infinito? Barbieri scese con l’autista a piano terra, all’ingresso del Commissariato, c’erano il piantone e l’ispettore Spina, che lo salutò, un impercettibile inchino.

Silvio Minieri ha detto...

TERESA LONGO
Quando giunse l’elenco dei testimoni, subito l’agente che aveva ricevuto la busta, la portò al commissario Barbieri, e nel suo ufficio si formò un capannello, formato dal vicecommissario, due ispettori anziani e due agenti della squadretta giudiziaria. Tutti in piedi attorno alla scrivania avevano il capo chino sul foglio, che il dirigente del commissariato aveva spiegato davanti a sé, per leggere i nomi in elenco. Sulla porta si era presentata Maddalena Spina: “Non c’è,” disse a voce alta. Tutti sollevarono il capo e si voltarono a guardarla, compreso Barbieri, che stando seduto si sporse per vederla meglio. “Chi?” disse, l’espressione meravigliata, come gli altri. L’agente che gli stava davanti in piedi, si spostò, e Maddalena Spina, avanzando di un passo, rispose secca: “Teresa Longo.” Un po' alla volta, tutti dicendo che dovevano sbrigare le loro pratiche lasciarono l’ufficio, compreso il vicecommissario. “Vieni” la invitò Barbieri, indicando la sedia davanti alla sua scrivania. L’ispettore Spina avanzò verso la scrivania restando in piedi: “Vado ad interrogarla,” disse. Barbieri diede un’occhiata rapida al foglio, come per sincerarsi che il nominativo citato dall’ispettore non c’era davvero, poi richiuse il foglio e disse: “Vai, e poi fammi una relazione.” “Subito” disse lei e uscì. Barbieri la vide sparire in un attimo, e rimase a guardare il riquadro vuoto della porta aperta, e intanto si chiese che cosa stesse combinando questo suo ispettore donna. Poi mise il foglio in una cartella, la spinse in avanti sul lato sinistro della scrivania e con il telecomando accese il televisore posto in un angolo dell’ufficio. Trasmettevano una gara di canottaggio, abbassò il volume e cominciò a esaminare le carte di un fascicolo, che aveva preso dal mobiletto laterale. Sulla copertina c’era una croce, all’interno una relazione di servizio degli agenti su un uomo ritrovato cadavere nel suo letto di casa: un avvocato in pensione, ottantenne, che aveva esercitato le funzioni di giudice di pace. Il certificato di morte ascriveva la causa a infarto, requiem.
L’ispettore Maddalena Spina ritornò il pomeriggio in ufficio, il dottor Barbieri non c’era, scrisse la relazione di servizio, la mise in una cartella e la lasciò sulla scrivania del commissario, dove ne avrebbe preso visione la sera o all’indomani.
La mattina, era andata a casa di Teresa Longo, aveva citofonato, ma nessuno aveva aperto. Allora, citofonò a un vicino del primo piano, la Longo abitava al piano terra. Poco dopo l’obiettivo della telecamera s’illuminò, e l’ispettore si mise in mostra, per farsi notare che stava in divisa. “Sono un ispettore del commissariato di polizia, per favore mi può aprire il portone?” Una pausa di silenzio, poi sentì la voce di un uomo, che rispondeva a qualcuno in casa: “La polizia”. Quindi, sentì lo scatto del portone e ancora la voce dell’uomo: “Primo piano.” Salì e lo trovò ad aspettarla sulla soglia.

Silvio Minieri ha detto...

“Sono venuta per l’inquilina del piano terra, ma non ha risposto,” disse. L’uomo fece il gesto di allargare le braccia: “Non so,” disse. Alla domanda se sapeva chi fosse, rispose che si trattava di una donna anziana, pensionata, forse invalida civile. Quindi aggiunse: “Sono venuti i suoi colleghi della Questura, qualche giorno fa, ci hanno mostrato anche alcune foto di un uomo, hanno chiesto a tutti quelli del palazzo, anche a quelli degli altri palazzi vicini.” Maddalena Spina chiese se avesse visto uscire quella mattina l’inquilina del piano di sotto. “Non lo so, ispettore, mi dispiace.” “Va bene, grazie, mi scusi,” disse lei. “È un dovere,” disse l’uomo. Restò sulla soglia, mentre lei scendeva di sotto. Restò ad ascoltare fuori dalla porta della Longo, quindi suonò il campanello ripetutamente due tre volte, alla fine le sembrò di sentire dei rumori, come uno strisciare di passi. Allora bussò forte con le nocche delle dita sulla porta, quindi gridò: “Signora Longo, mi apra, sono della polizia.” Sentì la voce della donna rispondere: “Siete già venuti.” “Devo farle delle domande, signora Longo, apra.” La porta fu socchiusa e nello spiraglio comparve la faccia dell’anziana donna, rugosa, l’espressione torva: “Chi siti? Chi vuliti?” Forse, avendo riconosciuto nella parlata dell’ispettore accenti familiari, aveva risposto in dialetto calabrese, tanto per farsi intendere meglio. “Sono Maddalena Spina, ispettore di polizia del commissariato, apra la porta.” Poco dopo, finalmente, la donna spalancò la porta: “Stati arreta” ingiunse subito. Era apparsa nel riquadro, appoggiata da una parte a uno stipite della porta, dall’altra alla barra del deambulatore. “Mi fa entrare?” La donna alzò il mento, il gesto di chi dice no, non parlo.” “Ha visto qualcuno il giorno del delitto?” Teresa Longo fece lo stesso gesto di diniego con il capo. L’ispettore estrasse dalla tasca la foto segnaletica di Gildo Lutri, indagato dell’omicidio: “Aviti mai vistu chistu omu, signora Longo?” Si era sporta verso di lei, ed assunto un tono complice. “Mai vistu,” rispose decisa l’altra ritraendosi.” Maddalena Spina estrasse a sorpresa dalla tasca la fotografia a mezzo busto della vittima, Mastrorota, una foto diffusa dai media. “E chistu?” Cercava di trovare un’intesa nel comune dialetto calabrese, ma forse anche altro. La donna guardò la foto, poi con aria sospettosa e interrogativa, disse: “O muortu?” “Quanno era vivu,” l’incalzò l’ispettore. "Non lu conusciu" replicò lei. “Non mi sa dire nient’altro, signora Longo?” disse l’ispettore raddrizzandosi e riprendendo il tono ufficiale. Conosceva già la risposta, che arrivò puntuale: “Non sacciu nenti.” L’ispettore desistette: “Allora, arrivederci, Teresa Longo,” disse con tono severo, girò le spalle e si avviò fuori. Sentì alle sue spalle che la donna, senza rispondere, aveva chiuso sbattendo la porta. Un comportamento omertoso, forse anche prevedibile, ma aveva rilevato una circostanza, che suscitava qualche inquietudine e più di un dubbio.
Bisogna dire che l’ispettore Spina aveva un collega di corso alla Squadra Mobile, Silvio D’Onofrio, a cui aveva chiesto delle informazioni su Teresa Longo, se fosse stata verbalizzata qualche sua dichiarazione, e lui le aveva anticipato che non aveva visto nessun verbale nel fascicolo. “Maddalena, io lo faccio proprio per amicizia, perché il fascicolo sta sulla scrivania del funzionario, rischio un rimprovero.” Ecco perché era a conoscenza di quella mancanza del nome nell’elenco dei testimoni, una mancanza che poi il rimprovero lo generò, ma di segno opposto.

Silvio Minieri ha detto...

PAOLA MANCUSO
Quando il commissario Barbieri lesse la breve relazione dell’ispettore Spina, che aveva riportato il colloquio descritto in maniera indiretta, non vi trovò nulla di interessante, neppure quando la relatrice riferiva che la donna si era espressa nella lingua dialettale della sua regione calabra d’origine. Fermò la sua attenzione sull’osservazione finale: il forte odore di candeggina che l’investigatrice aveva avvertito nell’abitazione.
Il commissario convocò l’ispettore: “Che cosa significa quest’odore di candeggina, ispettore Spina?” “Al mio paese, signor commissario, la candeggina si usa per lavare indumenti o superfici imbrattate di sangue.” Il commissario Barbieri lo sapeva, e se non lo sapeva lui, chi altro? Pensò Maddalena Spina. “Ma non l’abbiamo neppure generalizzata?” osservò Barbieri. “È stato un controllo informale” replicò l’ispettore. “Facciamo un accertamento anagrafico, e poi alleghiamolo alla relazione” disse il commissario. “Ad abundantiam,” aggiunse, “accertiamo che lavora faceva.”
L’ispettore Spina fu sollecita, e consultando la Banca Dati, grazie al consenso del Commissario, scoprì che Teresa Longo, all’età di sedici anni, era stata assunta in una salumeria della capitale, come commessa. Risultava dalla contravvenzione che era stata contestata al titolare dell’esercizio, a suo tempo. Riuscì quindi a risalire alla sua attività ultima di addetta in un reparto taglio nel supermercato della zona, come aveva intuito, ricostruendo il verosimile quadro di lavoro della sua vita nel settore. Gli atti furono quindi inviati alla Squadra Mobile, che investigava sul caso.
Per il commissario Barbieri, per quanto di sua competenza, la pratica era completata, non per l’ispettore Spina, che voleva continuare il rapporto di collaborazione sul caso con il suo collega D’Onofrio, ma la sua aspettativa andò presto delusa. Il collega era stato rimproverato dal suo funzionario di non avergli segnalato il caso, disse che poi le faceva sapere, adesso era impegnato, le indagini erano condotte dal magistrato.
In attesa di novità, andò a curiosare sulla scrivania del commissario e trovò il fascicolo del giudice trovato morto in casa. Come era morto? Si chiese. Ma non insistette nel domandarselo, perché presto la notizia di una svolta nelle indagini sul delitto del giorno di San Lorenzo si diffuse sugli organi di stampa e nei media. La titolare dell’inchiesta, la dottoressa Paola Mancuso, aveva disposto una perquisizione nella casa di Teresa Longo, dove erano stati sequestrati dei coltelli, e le era stato notificato un avviso di comparizione. Che ruolo aveva avuto nella vicenda?
Maddalena Spina premeva sul collega D’Onofrio, per ottenere informazioni, ma l’altro non rispondeva a messaggi o telefonate. La ragazza inquieta cercò di ottenere qualche notizia dal commissario, ma questi nicchiava: “Nessuna nuova, buona nuova.” Che cosa voleva dire, o che cosa non voleva dirle, pensò Maddalena Spina.

Silvio Minieri ha detto...

La buona notizia per le indagini la lessero sui giornali e sui social e l’ascoltarono per radio e televisione: Teresa Longo era stata fermata, perché gravemente indiziata dell’omicidio di Antonino Mastrorota. Qualche giorno dopo, la notizia fu confermata in maniera definitiva, la donna aveva reso ampia confessione dell’accaduto, il suo avvocato aveva invocato se non la legittima difesa, non arrischiò tanto, per non irritare i giudici, almeno l’omicidio preterintenzionale. L’imputata aveva visto venirle incontro il Mastrorota con passo deciso, e temendo di essere aggradita, non c’era nessuno in giro, aveva subito preso il coltello dalla borsa sul cestino, e aveva teso il braccio in avanti, proprio quando l’uomo le era venuto addosso. Una tale versione appariva subito ictu oculi abbastanza incongrua, in relazione alla differenza tra un uomo fisicamente abbastanza prestante, ancora nel pieno delle forze e un’anziana ottantenne semi-invalida, che per camminare doveva appoggiarsi al deambulatore.
“Ma come ha fatto ad allungare il braccio?” domandò il magistrato che interrogava, la dottoressa Paola Mancuso. Mimando il gesto compiuto, l’anziana allungò il braccio destro con il pugno chiuso, con uno scatto proprio di chi vibra un colpo. In tale atto, il suo avvocato sedutole accanto alzò la mano a mezz’aria, come a volerle trattenere il braccio. Paola Mancuso e il capo della squadra mobile, seduto alla sua destra, si voltarono entrambi a guardare insieme il gesto del legale, che vistosi osservato, aveva rapidamente ritirato la mano. “Un coltello da macellaio” commentò il poliziotto. “Mi serve per tagliare la carne” replicò Teresa Longo. Nessuno parlò, quasi a sottolineare con un eloquente silenzio l’imbarazzante risposta. “Un gesto intenzionale di difesa” si limitò a dire l’avvocato. In effetti, mancava un vero movente per quell’omicidio. Infatti, quando la vedova del Mastrorota venne a conoscenza di una tale versione, disse tra le lacrime: “Mio marito non ha mai aggredito nessuno, ha sempre voluto aiutare tutti.” Ecco, era questo il nodo della vicenda che veniva colto dal magistrato: il fraintendimento tra un gesto di aiuto non richiesto e un eccesso di difesa, che va oltre l’intenzione di chi aveva vibrato il colpo mortale. D’altronde non c’erano testimoni della presunta aggressione nell’infuocata ora del meriggio estivo, tranne il ronzio delle cicale, come ragionò Paola Mancuso, non ricordando in seguito chi le avesse suggerito quell’espressione.

Silvio Minieri ha detto...

EPILOGO
Teresa Longo fu rinviata a giudizio per omicidio preterintenzionale nei confronti del colonnello Antonino Mastrorota, promosso con decorrenza un giorno prima del decesso. Gli investigatori della squadra mobile, che avevano svolto le indagini e risolto brillantemente il caso, ricevettero un encomio, l’ispettore Maddalena Spina, che aveva dato lo spunto ricevette una parola di lode, un premio minore. Infatti, non fu molto contenta di questa disparità di trattamento: “Vuoi fare ricorso?” le domandò provocatoriamente il commissario Barbieri, seduto dietro la sua scrivania. La ragazza non rispose, una breve alzata di spalle e uscì. In fondo la marescialla sua amica era stata completamente tagliata fuori, se lo avessero saputo al suo Comando l’avrebbero punita, per avere lasciato spazio alla polizia rispetto all’Arma. La vicenda dell’indagine sembrava conclusa, tranne un ultimo aspetto, che però non entrava nell’inchiesta.
Paola Mancuso, che era attenta ad ogni parola pronunciata e a chi la pronunciava, in relazione al caso giudiziario di sua competenza, diciamo così un po' esageratamente, per descriverne non solo la scrupolosità e la particolare acribia professionale, ma anche la sua curiosità tipicamente femminile, voleva chiarire un ultimo dubbio.
Una mattina presto, Paola Mancuso la vide finalmente arrivare, mancava qualche minuto alle sette. Maddalena Spina scese dall’autobus, alla fermata corrispondente a quella della stazione metro B “San Paolo”, e si avviò per andare a prendere il trenino per Ostia, come Paola Mancuso aveva previsto, diciamo immaginato e sperato. Scese dall’autovettura parcheggiata lì vicino e la seguì a distanza. Anche se l’ispettore Spina l’avesse vista, non l’avrebbe riconosciuta, non avendola mai incontrata di persona, forse di sfuggita in televisione o sui media, se avesse avuto tale curiosità. Inoltre, il magistrato aveva cambiato look , non più bionda con i capelli lunghi, ma capelli neri corti, non più vestiti leggeri e sbracciati, ma giacca e pantaloni e camicetta.
Aveva saputo dall’ispettore D’Onofrio, un suo collaboratore diretto nell’inchiesta, che Maddalena Spina, la fonte originaria dell’indagine, gli aveva accennato di sue gite a Ostia con la Metro Mare, partendo dalla stazione, dove da qualche giorno l’aspettava, e l’attesa fu premiata. Maddalena Spina scese alla stazione di Ostia Antica, e Paola Mancuso la seguì. Si incamminarono verso il Borgo, Paola Mancuso la superò a passo svelto, per andarsi a sedere poi al tavolino di un bar della piazzetta. Quando la vide arrivare le fece un cenno d’invito, l’altra si fermò, lei si alzò e le andò incontro. Disse di essere il magistrato che aveva condotto l’inchiesta e che aveva avuto informazioni su di lei dal suo collega D’Onofrio, la stazione della metro, e il modello di automobile con cui era arrivata. “È stato un caso incontrarla, ispettore Spina.” La ragazza sorrise: “Sì, è stata ben informata dal collega.” “Un caffè?” invitò Paola Mancuso. “Come se avessi accettato, dottoressa.” “Era solo un particolare, l’inchiesta è finita.” “Chi mi ha dato lo spunto su Teresa Longo?” Maddalena Spina anticipò la domanda. “Sì,” disse Paola Mancuso, “l’ha notata lei muoversi su quella strada, vero?” Un supplemento d’inchiesta? Un’informazione data in via informale? “No, lo spunto me l’ha dato il conoscente di una mia amica, che abita come lei nella zona, e aveva notato una donna con il deambulatore, che camminava su quella via nella calura dell’ora, quando si sente soltanto il caratteristico ronzio delle cicale.” La risposta era stata conclusiva, le due donne stavano per separarsi, quando Paolo Mancuso chiese: “Conosce il nome dell’uomo?” “Damiano,” rispose Maddalena Spina. Le due donne si lasciarono, Paola Mancuso tornò al tavolino del bar, l’altra prosegui avanti in strada.