“Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,4)
I versetti dell’Apocalisse, che ritroviamo citati nel testo di Jacques Derrida: “Ogni volta unica la fine del mondo”, presentano una variazione rispetto al testo biblico, edito dalla CEI: “…perché il primo Universo (le cose di prima) sono passate.” A rigore, la variazione operata da Derrida non cambia il senso della verità di fede enunciata nel libro dell’Apocalisse: l’avvento del Regno dei Cieli. Però … … Ora se il nostro sguardo non va aldilà delle “cose di prima”, ma si ferma soltanto a indagare la presenza di queste cose che non ci saranno più, ovvero la morte, il lutto, il lamento e il dolore, può scorgere in esse quel primo Universo, di cui dice Derrida, e cercare di interpretare meglio il senso di questa sua espressione. …
Riprenderemo meglio le riflessioni sul tema del lutto dal punto di vista filosofico, ora vogliamo semplicemente soffermarci su quelle che sono la “cose ultime” delle “cose di prima”, richiamando i due scritti in proposito, nel quadro filosofico e religioso: “L’uomo e il suo destino”, 9 dicembre 2021; “Le cose ultime “, 11 dicembre 2023.
LA FRECCIA ROSSA Era arrivato alla stazione Termini abbastanza in anticipo, perché l’ultima volta aveva fatto una corsa ed era arrivato quando avevano già chiuso le porte del treno, e non ostante avesse fatto segno ad un uomo in divisa da ferroviere, l’incantesimo di “Apriti Sesamo” non era riuscito. Nell’occasione, quello che aveva colpito Eudoxian, non era stato tanto l’impassibilità del ferroviere al suo gesto, quanto il fatto che il treno era rimasto fermo senza partire. Sì? Certo, e qui bisogna precisare, abbiate pazienza, ma c’è sempre questo Zenone di mezzo, come dire? Non so dire, bisognerebbe ricorrere a qualche espediente (ex pede, fuori dai piedi), per venir fuori da questa impasse, che intralcia i nostri movimenti, ecco! In verità, non si tratta di Zenone, ma di Aristotele, anche se in un certo senso la causa indiretta è Zenone. Il gran maestro del pensiero e delle leggi del pensiero, la Logica, che Eudoxian sta studiando, nel confutare il terzo paralogismo di Zenone, il gran dialettico, quello del morso all’orecchio di Nearco (e anche qui c’è da commentare, come vedremo: “Ma che scelleratezza!”), afferma che “il tempo non risulta composto da istanti indivisibili”. E allora uno si chiede: “Ma che cos’è il tempo?” E noi non è che siamo tutti come dice Sant’Agostino: “Tutti sappiamo che cosa sia il tempo finché non ce lo domandiamo.” E come siete? “Noi non sappiamo che cosa sia il tempo e quindi non ce lo domandiamo neppure.” Ma siete degli ignoranti! E ve la ridete pure della vostra ignoranza! Ma perché voi… Eudoxian? Eh? Basta con questi siparietti! E allora? “L’esistenza del tempo non è neppure possibile senza quella del cangiamento; quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutar nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto: la stessa impressione proverebbero quegli uomini addormentati in Sardegna, secondo la leggenda, accanto agli eroi, qualora si destassero.” Nella nota del testo, consultato da Eudoxian, c’era scritto: “La leggenda è discussa dal Rhode etc.” Poi la nota conclude: “Trattasi di qualcosa di analogo al sonno di Alessandro, Carlo Magno e Barbarossa.” Nella nota non c’era scritto “e di Eudoxian”, in quanto gli estensori sono persone serie. In che senso? Che cosa è questa storia di Eudoxian? Quale? Quella del cannonau, del mirto, o del filo di ferro? Tutte e tre. È una leggenda, anche se non compare nella nota, anche se, a dire il vero, in ogni leggenda c’è un fondo di verità. Una storia di uomini ebbri, dunque? Ebbri di potere e di gloria. Bene! Adesso arriviamo al nocciolo del discorso aristotelico, dopo avere spolpato bene la scorza. “Essi, infatti, accosterebbero l’istante in cui si assopirono con l’istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola, togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso.” (Fisica, Δ, 11, 218b 21-27)
Ed era proprio quello che, ad onta di ogni inverosimiglianza, era accaduto all’eroe del nostro tempo, Eudoxian. Era fermo, sulla banchina, di fronte alle porte chiuse della “Freccia rossa” Roma-Milano, e il treno restava lì immobile senza partire. E quindi? Eudoxian rientrò nell’atrio e andò allo sportello a cambiare il biglietto per la corsa seguente, un’ora dopo. La corsa? Bisogna sperimentare se la freccia si spostasse o restasse ferma durante il movimento, il presunto movimento. Intanto, ottenne una prima spiegazione insufficiente perché la freccia stava ferma. I ferrovieri, interpellati, gli avevano riferito che quello della chiusura delle porte della “freccia rossa” era un dispositivo automatico di sicurezza, una volta chiuse, le porte non si potevano aprire, fino a quando il treno non si fosse mosso. In modo che le persone potessero scendere (o salire) soltanto quando il treno era in corsa. Ovviamente, Eudoxian non fece questo tipo di obiezione, perché eccessivamente logica, lo sapevano anche i ferrovieri. Ma essi, caro Eudoxian, sapevano quello che tu non sapevi, caro il mio ignorante, quando domandasti: “Ma la partenza non deve essere simultanea?” Che cosa pretendeva questo viaggiatore? La simultaneità della partenza con la chiusura automatica delle porte del treno superveloce, necessaria per rispettare la puntualità (i punti estremi p’ p’’ della linea L del tempo) dell’orario di partenza e di arrivo, diamine! uno paga il biglietto, un surplus. Il treno parte subito dopo. Subito o dopo? Ma come è ignorante costui! Non sa quello che tutti i ferrovieri d’Italia e del mondo sanno, ovvero che la simultaneità del tempo non esiste. Ma questo non conosce neppure Einstein! Ma che razza di viaggiatore! È da oltre un secolo che si parla di relatività ristretta, per l’esattezza dal 1905 (il tempo è un numero), i ferrovieri è gente precisa, e non mi state a correggere dicendo: “I ferrovieri sono gente precisa”. So anch’io che precidono il tempo, (precidere, pre-caedĕre, tagliare) lo dividono in due, all’istante, nel prima di partire (dividere) e nel dopo essere partiti (divisi), come dire in 0 < 1, danno origine alla serie 0,1/2, 1/4, 1/8 e così via all’infinito, come insegna Zenone. Il movimento è impossibile, e questo Eudoxian lo stava sperimentando, è il caso di dire, all’istante. Ecco perché, quando finalmente seduto al suo posto, nello scompartimento accanto al finestrino, nell’immobilità assoluta, sentì un fischio e vide la banchina della stazione allontanarsi progressivamente, ebbe un colpo, in verità sentì un contraccolpo. Come dice quello scrittore di guerra (E.M. Remarque, “Tempo di vivere, tempo di morire”): “L’artigliere tirò una correggia, il treno partì.” Si tratta della Prima guerra mondiale, quando nella locomotiva motrice dei treni a vapore, bisognava tirare una correggia, per trasmettere il moto a una biella, elemento meccanico di collegamento tra altri due membri cinematici di un meccanismo, dotato di moto rotatorio e traslatorio. In tal modo le truppe a bordo dei treni, partivano per il fronte, dove non sarebbero mai dovute arrivare, e non solo secondo Zenone. Ma per dove partiva Eudoxian?
Non partiva, restava immobile sulla freccia rossa, mostrando sperimentalmente come Parmenide, Zenone, Aristotele e last but not least Einstein avessero tutti ragione. Ma non bisogna affermarlo soltanto, bisogna dimostrarlo, in consonanza con la sesta proposizione del “Tractatus logico-philosophicus” di Wittgenstein: “La forma generale della funzione di verità è: [p, ξ, N (ξ)].” “Ed ecco la spiegazione, decodificando i simboli: p = tutte le proposizioni atomiche; ξ = qualsiasi insieme di proposizioni; N (ξ) = negazione di tutte le proposizioni di ξ. L’intero simbolo [p, ξ, N (ξ)] significa tutto ciò che può essere ottenuto, facendo poi una qualsiasi scelta dall’insieme di proposizioni ora ottenuto, insieme con alcune delle proposizioni originarie – e così via, indefinitamente.” (Bertrand Russell, Introduzione al “Tractatus”). Ma non è serio! Che cosa? Mettere insieme i filosofi greci antichi, il fisico della relatività che ha rivoluzionato il concetto fisico dello spazio-tempo, con il filosofo del linguaggio? No, non questo. E che cosa allora? Eudoxian. E che c’entra Eudoxian? È quello che dico anch’io. Comunque, il personaggio Eudoxian non è un oggetto (cosa), anche se la filosofia analitica lo tratta come tale. Anche la filosofia tradizionale, c.d. continentale, in verità. Che cosa? La “cosa”, dal latino “causa”, argomento, nell’aristotelismo il soggetto (subjectus), il sottostante ypokèimenon) del discorso. Togliamo di mezzo Eudoxian, e parliamo noi. Ma così cancelliamo la scena del mondo (del racconto). Eh, no! Chiudiamo il sipario, facciamo il nostro discorsetto, lo sproloquio del capocomico del varietà, e poi lasciamo di nuovo la scena ai nostri personaggi, il nostro personaggio, Eudoxian. E Silvia Napolitano? Ma tu ci hai una fissa! E tu no? No. Beato te, beato spirito. Tu, tu hai dimenticato Orunga. E tu no! Allora, non lo state a sentire, separiamo da una parte Parmenide e Zenone, dall’altra Aristotele, seguito da Einstein, in verità più parmenideo che aristotelico, e Russell, stralciamo Wittgenstein, e procediamo nell’esame del terzo paralogismo di Zenone, in concreto attraverso il racconto dell’avventura in treno di Eudoxian. Si era addormentato, si svegliò alla stazione centrale di Milano, non aveva avvertito il mutar di nulla, il tempo non era trascorso affatto, da un istante all’altro, era lo stesso istante, la freccia rossa non si era mossa. “Essi, infatti, accosterebbero l’istante in cui si assopirono con l’istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola, togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso.” Anche il sogno? Quale sogno? Sempre la storia di Silvia Napoletano. Ne riparliamo, non possiamo sempre correre dietro a questa signora, di cui Eudoxian possiamo immaginare si sia invaghito. E perché? Non lo so. Che cosa non sai? Perché Eudoxian si sia invaghito… Ma che hai capito? Siamo noi che non possiamo sempre correre… E perché? Il movimento non esiste. Tu sei come Wittgenstein. In che senso, scusa? Neghi la realtà empirica, sei troppo logico matematico. Ma, ricordi? abbiamo stralciato la sua posizione. E allora parliamo di Einstein. Sì, è meglio, anche se è proprio quest’ultimo che ci farà aprire una parentesi sulla prima proposizione del Tractatus di Wittgenstein.
L’OROLOGIO DEL SOLE “Nella presente edizione, ho aggiunto un’esposizione delle mie opinioni sul problema dello spazio in generale e sulla graduale modificazione delle nostre idee intorno allo spazio, dovuta all’influenza del punto di vista relativistico. Desideravo mostrare che lo spaziotempo non è di necessità qualcosa a cui si possa attribuire un’esistenza separata, indipendentemente dagli oggetti effettivi della realtà fisica. Gli oggetti fisici non sono nello spazio, bensì specialmente estesi. In tal modo, il concetto di “spazio vuoto” perde il suo significato.” Così Albert Einstein nella Nota alla 15esima edizione inglese di “Über die spezielle und die allgemeine Relativitätstheorie.” “Sulla teoria della relatività speciale e generale.” (1952) Che cosa significa questo? Rispondiamo con Wittgenstein: “Il mondo è tutto ciò che accade.” È La prima delle sette proposizioni principali del “Tractatus”, e va messa in correlazione con l’ultima: “Su quello di cui non si può parlare, si deve tacere.” (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
LE COSE DI PRIMA
“Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,4)
I versetti dell’Apocalisse, che ritroviamo citati nel testo di Jacques Derrida: “Ogni volta unica la fine del mondo”, presentano una variazione rispetto al testo biblico, edito dalla CEI: “…perché il primo Universo (le cose di prima) sono passate.” A rigore, la variazione operata da Derrida non cambia il senso della verità di fede enunciata nel libro dell’Apocalisse: l’avvento del Regno dei Cieli. Però …
…
Ora se il nostro sguardo non va aldilà delle “cose di prima”, ma si ferma soltanto a indagare la presenza di queste cose che non ci saranno più, ovvero la morte, il lutto, il lamento e il dolore, può scorgere in esse quel primo Universo, di cui dice Derrida, e cercare di interpretare meglio il senso di questa sua espressione.
…
Riprenderemo meglio le riflessioni sul tema del lutto dal punto di vista filosofico, ora vogliamo semplicemente soffermarci su quelle che sono la “cose ultime” delle “cose di prima”, richiamando i due scritti in proposito, nel quadro filosofico e religioso: “L’uomo e il suo destino”, 9 dicembre 2021; “Le cose ultime “, 11 dicembre 2023.
LA FRECCIA ROSSA
Era arrivato alla stazione Termini abbastanza in anticipo, perché l’ultima volta aveva fatto una corsa ed era arrivato quando avevano già chiuso le porte del treno, e non ostante avesse fatto segno ad un uomo in divisa da ferroviere, l’incantesimo di “Apriti Sesamo” non era riuscito. Nell’occasione, quello che aveva colpito Eudoxian, non era stato tanto l’impassibilità del ferroviere al suo gesto, quanto il fatto che il treno era rimasto fermo senza partire. Sì? Certo, e qui bisogna precisare, abbiate pazienza, ma c’è sempre questo Zenone di mezzo, come dire? Non so dire, bisognerebbe ricorrere a qualche espediente (ex pede, fuori dai piedi), per venir fuori da questa impasse, che intralcia i nostri movimenti, ecco! In verità, non si tratta di Zenone, ma di Aristotele, anche se in un certo senso la causa indiretta è Zenone. Il gran maestro del pensiero e delle leggi del pensiero, la Logica, che Eudoxian sta studiando, nel confutare il terzo paralogismo di Zenone, il gran dialettico, quello del morso all’orecchio di Nearco (e anche qui c’è da commentare, come vedremo: “Ma che scelleratezza!”), afferma che “il tempo non risulta composto da istanti indivisibili”. E allora uno si chiede: “Ma che cos’è il tempo?” E noi non è che siamo tutti come dice Sant’Agostino: “Tutti sappiamo che cosa sia il tempo finché non ce lo domandiamo.” E come siete? “Noi non sappiamo che cosa sia il tempo e quindi non ce lo domandiamo neppure.” Ma siete degli ignoranti! E ve la ridete pure della vostra ignoranza! Ma perché voi… Eudoxian? Eh? Basta con questi siparietti! E allora? “L’esistenza del tempo non è neppure possibile senza quella del cangiamento; quando, infatti, noi non mutiamo nulla entro il nostro animo o non avvertiamo di mutar nulla, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto: la stessa impressione proverebbero quegli uomini addormentati in Sardegna, secondo la leggenda, accanto agli eroi, qualora si destassero.” Nella nota del testo, consultato da Eudoxian, c’era scritto: “La leggenda è discussa dal Rhode etc.” Poi la nota conclude: “Trattasi di qualcosa di analogo al sonno di Alessandro, Carlo Magno e Barbarossa.” Nella nota non c’era scritto “e di Eudoxian”, in quanto gli estensori sono persone serie. In che senso? Che cosa è questa storia di Eudoxian? Quale? Quella del cannonau, del mirto, o del filo di ferro? Tutte e tre. È una leggenda, anche se non compare nella nota, anche se, a dire il vero, in ogni leggenda c’è un fondo di verità. Una storia di uomini ebbri, dunque? Ebbri di potere e di gloria. Bene! Adesso arriviamo al nocciolo del discorso aristotelico, dopo avere spolpato bene la scorza. “Essi, infatti, accosterebbero l’istante in cui si assopirono con l’istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola, togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso.” (Fisica, Δ, 11, 218b 21-27)
Ed era proprio quello che, ad onta di ogni inverosimiglianza, era accaduto all’eroe del nostro tempo, Eudoxian. Era fermo, sulla banchina, di fronte alle porte chiuse della “Freccia rossa” Roma-Milano, e il treno restava lì immobile senza partire. E quindi? Eudoxian rientrò nell’atrio e andò allo sportello a cambiare il biglietto per la corsa seguente, un’ora dopo. La corsa? Bisogna sperimentare se la freccia si spostasse o restasse ferma durante il movimento, il presunto movimento. Intanto, ottenne una prima spiegazione insufficiente perché la freccia stava ferma. I ferrovieri, interpellati, gli avevano riferito che quello della chiusura delle porte della “freccia rossa” era un dispositivo automatico di sicurezza, una volta chiuse, le porte non si potevano aprire, fino a quando il treno non si fosse mosso. In modo che le persone potessero scendere (o salire) soltanto quando il treno era in corsa. Ovviamente, Eudoxian non fece questo tipo di obiezione, perché eccessivamente logica, lo sapevano anche i ferrovieri. Ma essi, caro Eudoxian, sapevano quello che tu non sapevi, caro il mio ignorante, quando domandasti: “Ma la partenza non deve essere simultanea?” Che cosa pretendeva questo viaggiatore? La simultaneità della partenza con la chiusura automatica delle porte del treno superveloce, necessaria per rispettare la puntualità (i punti estremi p’ p’’ della linea L del tempo) dell’orario di partenza e di arrivo, diamine! uno paga il biglietto, un surplus. Il treno parte subito dopo. Subito o dopo? Ma come è ignorante costui! Non sa quello che tutti i ferrovieri d’Italia e del mondo sanno, ovvero che la simultaneità del tempo non esiste. Ma questo non conosce neppure Einstein! Ma che razza di viaggiatore! È da oltre un secolo che si parla di relatività ristretta, per l’esattezza dal 1905 (il tempo è un numero), i ferrovieri è gente precisa, e non mi state a correggere dicendo: “I ferrovieri sono gente precisa”. So anch’io che precidono il tempo, (precidere, pre-caedĕre, tagliare) lo dividono in due, all’istante, nel prima di partire (dividere) e nel dopo essere partiti (divisi), come dire in 0 < 1, danno origine alla serie 0,1/2, 1/4, 1/8 e così via all’infinito, come insegna Zenone. Il movimento è impossibile, e questo Eudoxian lo stava sperimentando, è il caso di dire, all’istante.
Ecco perché, quando finalmente seduto al suo posto, nello scompartimento accanto al finestrino, nell’immobilità assoluta, sentì un fischio e vide la banchina della stazione allontanarsi progressivamente, ebbe un colpo, in verità sentì un contraccolpo. Come dice quello scrittore di guerra (E.M. Remarque, “Tempo di vivere, tempo di morire”): “L’artigliere tirò una correggia, il treno partì.” Si tratta della Prima guerra mondiale, quando nella locomotiva motrice dei treni a vapore, bisognava tirare una correggia, per trasmettere il moto a una biella, elemento meccanico di collegamento tra altri due membri cinematici di un meccanismo, dotato di moto rotatorio e traslatorio. In tal modo le truppe a bordo dei treni, partivano per il fronte, dove non sarebbero mai dovute arrivare, e non solo secondo Zenone. Ma per dove partiva Eudoxian?
Non partiva, restava immobile sulla freccia rossa, mostrando sperimentalmente come Parmenide, Zenone, Aristotele e last but not least Einstein avessero tutti ragione. Ma non bisogna affermarlo soltanto, bisogna dimostrarlo, in consonanza con la sesta proposizione del “Tractatus logico-philosophicus” di Wittgenstein: “La forma generale della funzione di verità è: [p, ξ, N (ξ)].” “Ed ecco la spiegazione, decodificando i simboli: p = tutte le proposizioni atomiche; ξ = qualsiasi insieme di proposizioni; N (ξ) = negazione di tutte le proposizioni di ξ. L’intero simbolo [p, ξ, N (ξ)] significa tutto ciò che può essere ottenuto, facendo poi una qualsiasi scelta dall’insieme di proposizioni ora ottenuto, insieme con alcune delle proposizioni originarie – e così via, indefinitamente.” (Bertrand Russell, Introduzione al “Tractatus”).
Ma non è serio! Che cosa? Mettere insieme i filosofi greci antichi, il fisico della relatività che ha rivoluzionato il concetto fisico dello spazio-tempo, con il filosofo del linguaggio? No, non questo. E che cosa allora? Eudoxian. E che c’entra Eudoxian? È quello che dico anch’io. Comunque, il personaggio Eudoxian non è un oggetto (cosa), anche se la filosofia analitica lo tratta come tale. Anche la filosofia tradizionale, c.d. continentale, in verità. Che cosa? La “cosa”, dal latino “causa”, argomento, nell’aristotelismo il soggetto (subjectus), il sottostante ypokèimenon) del discorso. Togliamo di mezzo Eudoxian, e parliamo noi. Ma così cancelliamo la scena del mondo (del racconto). Eh, no! Chiudiamo il sipario, facciamo il nostro discorsetto, lo sproloquio del capocomico del varietà, e poi lasciamo di nuovo la scena ai nostri personaggi, il nostro personaggio, Eudoxian. E Silvia Napolitano? Ma tu ci hai una fissa! E tu no? No. Beato te, beato spirito. Tu, tu hai dimenticato Orunga. E tu no!
Allora, non lo state a sentire, separiamo da una parte Parmenide e Zenone, dall’altra Aristotele, seguito da Einstein, in verità più parmenideo che aristotelico, e Russell, stralciamo Wittgenstein, e procediamo nell’esame del terzo paralogismo di Zenone, in concreto attraverso il racconto dell’avventura in treno di Eudoxian.
Si era addormentato, si svegliò alla stazione centrale di Milano, non aveva avvertito il mutar di nulla, il tempo non era trascorso affatto, da un istante all’altro, era lo stesso istante, la freccia rossa non si era mossa. “Essi, infatti, accosterebbero l’istante in cui si assopirono con l’istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola, togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso.” Anche il sogno? Quale sogno? Sempre la storia di Silvia Napoletano. Ne riparliamo, non possiamo sempre correre dietro a questa signora, di cui Eudoxian possiamo immaginare si sia invaghito. E perché? Non lo so. Che cosa non sai? Perché Eudoxian si sia invaghito… Ma che hai capito? Siamo noi che non possiamo sempre correre… E perché? Il movimento non esiste. Tu sei come Wittgenstein. In che senso, scusa? Neghi la realtà empirica, sei troppo logico matematico. Ma, ricordi? abbiamo stralciato la sua posizione. E allora parliamo di Einstein. Sì, è meglio, anche se è proprio quest’ultimo che ci farà aprire una parentesi sulla prima proposizione del Tractatus di Wittgenstein.
L’OROLOGIO DEL SOLE
“Nella presente edizione, ho aggiunto un’esposizione delle mie opinioni sul problema dello spazio in generale e sulla graduale modificazione delle nostre idee intorno allo spazio, dovuta all’influenza del punto di vista relativistico. Desideravo mostrare che lo spaziotempo non è di necessità qualcosa a cui si possa attribuire un’esistenza separata, indipendentemente dagli oggetti effettivi della realtà fisica. Gli oggetti fisici non sono nello spazio, bensì specialmente estesi. In tal modo, il concetto di “spazio vuoto” perde il suo significato.” Così Albert Einstein nella Nota alla 15esima edizione inglese di “Über die spezielle und die allgemeine Relativitätstheorie.” “Sulla teoria della relatività speciale e generale.” (1952)
Che cosa significa questo? Rispondiamo con Wittgenstein: “Il mondo è tutto ciò che accade.” È La prima delle sette proposizioni principali del “Tractatus”, e va messa in correlazione con l’ultima: “Su quello di cui non si può parlare, si deve tacere.”
(Segue)
Posta un commento