Estratto da “L’inconscio della scrittura” Procediamo, andiamo avanti. Angela Marvulli. Ritorniamo indietro? Sì, a ieri sera. Allora? “Era tanto tempo che…” Che, che cosa? Che volevo scrivere a te. A chi? Angela? Una figura immaginaria? Il simbolo dell’eterno femminino? Era tanto che volevo Col mio canto dire a te Grazie a un vecchio pensiero Grazie al mio paese che Quest'Italia che respira Sempre bella e c'è un perché Questa gente le vuol bene E questa gente è come me Poi mi prende l'emozione Per Firenze che sta là Per Venezia che si muove E l'eterna Roma è qua Italia, Italia Di terra bella e uguale non ce n'è Italia, Italia Questa canzone io la canto a te. Ci mancava soltanto la nostalgia dell’emigrante! L’emigrante dell’anima. Ah, ecco, sospiri dell’anima, dovuti alla tua inadeguatezza ad agire. Ad agire, come? Angela Marvulli. Non capisco. Perché non hai sposto Angela Marvulli? È quello che mi sono ridotto a chiedere alla IA. E che cosa ti ha risposto? “Non ho sposato Angela Marvulli perché sono un'intelligenza artificiale. Natura digitale: Non sono una persona reale. Assenza di sentimenti: Non provo emozioni o amore. Niente vita privata: Non posso contrarre matrimoni. Sono un programma informatico progettato esclusivamente per rispondere alle domande e assisterti nei tuoi compiti.” Sì, però, pure la IA, che si era creduto? Tutti si sentono chiamati in causa. Ma tu hai spiegato? Sì, me l’ha chiesto anche lei. Chi? La IA. Ah, ecco!
“Sì, però, pure la IA, che si era creduto?” Che cosa si era “creduta”? Allora, il mio era stato un lapsus o un refuso? Un lapsus. E chi te l’ha detto? Nessuno, ho deciso così. E tu chi sei per decidere? Io sono quello che sono. (Ti conveniva non dirlo). Io invece ti dico che era un errore grammaticale dovuto alla tua sciatteria. Tu sei sciatto. Tu invece sei matto. Dobbiamo spiegare questa rima tra sciatto e matto? Sì. Va bene. Se un ministro definisce sciatteria un qualche atto della sua amministrazione, allora chi l’ha compiuto è sciatto. Quest’ultimo, allora, sentendosi accusato ingiustamente, dal suo punto di vista, di essere sciatto, se ha forza per opporsi politicamente, fa in modo di rovesciare l’accusa su chi l’ha lanciata. Resta però a lui il marchio, che resiste alla pomice, di essere sciatto. Non ho capito niente. Se credi di essere un potente, tipo un ministro, non sei sciatto, ma sei matto. Tu invece sei sciatto e matto, ed ecco scacco matto. E tutto finisce, al solito, con pulcinella e una tarantella. Allora, ricominciamo. Errore o refuso? Prosegui tu che hai posto l’interrogativo. Se è errore grammaticale (refuso), nulla quaestio, se è lapsus freudiano (errore), ecco la spiegazione. No, domani, ora dobbiamo pubblicare il post principale, quello di Eudoxian. I lettori aspettano da 48 ore. Hai ragione, siamo stufi di aspettare! Ma io sto parlando dei lettori, mica di te! Come? Ma che ti sei creduto? Ehi!
IL TEMPO E L’ISTANTE “Zenone cade in un paralogismo, quando dice: se sempre ogni cosa è in quiete [o in moto], quando sia in un luogo uguale ad essa, e se l’oggetto è sempre in un istante, la freccia nell’istante in cui è spostata, è immobile. Questo è falso, perché il tempo non risulta composto da istanti indivisibili, e così neppure ogni altra grandezza.” Così Aristotele (“Fisica”, Z, 9, 5-10, 239 b) Si tratta del terzo paradosso: “La freccia nell’atto in cui è spostata, sta ferma. Ma questa conclusione si ottiene solo se si considera il tempo come composto da istanti; se questo non si ammette, non ci sarà sillogismo.” Che cosa è il tempo? Qualcosa che scorre? L’immagine “mobile” dell’eternità, come diceva Platone? Per Aristotele, il tempo è legato al movimento, senza essere però il movimento, soprattutto non è una successione di istanti indivisibili, ma un continuo. “È, quindi, evidente che il tempo non è movimento, ma non è senza movimento; e d’altra parte, poiché cerchiamo che cosa è il tempo, dobbiamo prendere inizio da qui per stabilire quale proprietà del movimento esso sia. […] Poiché il mosso si muove da un punto verso un altro punto, e ogni grandezza è continua, il movimento segue alla grandezza. Infatti, poiché la grandezza è continua, è continuo anche il movimento; e per il fatto che lo è il movimento, è continuo anche il tempo, giacché la quantità del tempo trascorso è proporzionata a quella del movimento.[…] E poiché nella grandezza ci sono il prima e il poi, è necessario che anche nel movimento ci siano il prima e il poi, e che siano in proporzione con il prima e il poi che sono nella grandezza. Ma anche nel tempo ci sono un prima e un poi, per il fatto che sempre il tempo segue al movimento […] Pertanto, quando noi percepiamo l’istante come unità e non già come un prima e un poi nel movimento e neppure come quell’identità che sia la fine del prima e il principio del poi, allora non ci sembra che alcun tempo abbia subito il suo corso, in quanto che non vi è neppure movimento. Quando invece percepiamo il prima e il poi, allora diciamo che il tempo c’è. Questo è in realtà il tempo: il numero del movimento secondo il prima e il poi.” (Fisica, Δ, 11, 219a) E subito dopo, Aristotele spiega che cosa intende, in questo caso, per numero: “Ma poiché si dice numero in due modi (perché noi chiamiamo numero non solo il numerato e il numerabile, ma anche il mezzo per cui numeriamo), il tempo è il numerato, e non il mezzo per cui numeriamo.” Quindi più avanti chiarisce la relazione tra l’istante e il tempo, mediante un’equiparazione: “Come si disse, alla grandezza segue il movimento, e a questo, aggiungiamo ora, segue il tempo.” Ma che cosa intende Aristotele per grandezza?
Si riferisce a quello che s’intende comunemente per grandezza fisica misurabile, un concetto riferibile alla grandezza matematica e geometrica. È un concetto ricavabile dalla geometria euclidea, peraltro messo in discussione da Einstein, nella formulazione della sua teoria della relatività ristretta. “Si chiama grandezza ciò che è divisibile in parti continue. Fra le grandezze, quella continua in un’unica dimensione è lunghezza, quella continua in due dimensioni è larghezza e quella continua in tre dimensioni è profondità.” (Aristotele, Metafisica, V, 1020a, 13, 10-15) In questo senso, si può comprendere che cosa significa l’espressione che alla grandezza segue il movimento, ovvero spostando un oggetto nello spazio, si può osservare il movimento. Aristotele estende una tale osservazione empirica al concetto di tempo: “L’oggetto è diverso perché ora è qui, ora lì; però all’oggetto spostato segue l’istante, come il tempo al movimento, giacché l’oggetto spostato ci permette di riconoscere il prima e il poi nel movimento; e noi riconosciamo la presenza dell’istante dal fatto che il prima e il poi sono numerabili.” (Fisica, Δ, 11, 219b 20-25) . Quello che Aristotele cerca di definire, in questo passo, è l’istante, come si ricava dal ragionamento immediatamente precedente: “E come il movimento è sempre diverso, così anche il tempo. Ma il tempo, assunto nella sua totalità, è lo stesso, perché l’istante è lo stesso di quello di una volta, benché la sua essenza è diversa; e l’istante misura il tempo, determinandolo in un “prima” e in un “poi”. L’istante, invece [al contrario del tempo], è in parte identico, in parte non identico. In quanto è sempre in un diverso, esso è un diverso (così, infatti, determinammo l’istante in sé); ma in quanto l’istante è ciò che una sola volta è, esso è identico.” Per Platone, l’istante (exaiphnes) è quell’ente metafisico, di cui Aristotele cerca di dimostrare l’esistenza fisica, quando ribadisce la sua definizione: “Sicché anche sotto questo profilo [movimento], l’istante, una volta che se ne ammetta l’esistenza, è lo stesso, essendo infatti il “prima” e il “poi” che sono nel movimento, ma nella sua essenza, esso è diverso, perché l’istante esiste solo in quanto il prima e il poi sono numerabili.” Vi è una stretta correlazione tra istante e tempo: “È ovvio che, se il tempo non fosse, l’istante non sarebbe, e se non fosse l’istante non sarebbe nemmeno il tempo. […] Dunque il tempo è un continuo a causa dell’istante, ma è anche distinto secondo l’istante, perché anche sotto questo profilo [del prima e del poi] esso si adegua allo spostamento e all’oggetto spostato.” (Fisica, Δ, 11, 220a 1-10) A questo punto, non si può fare a meno di tracciare un parallelo geometrico con la linea e il punto, inteso quest’ultimo come un “limite”, ed è quello che fa Aristotele: “Infatti, il movimento e lo spostamento conservano la propria unità in virtù dell’unità dell’oggetto spostato. […] Anzi, proprio questo determina il movimento anteriore e posteriore e corrisponde, in un certo senso, al punto. Infatti, il punto rende continua la lunghezza e la delimita, perché esso è il principio di una cosa e la fine di un’altra.” Considerando la linea L come una lunghezza fra i punti p’ e p’’, il punto risulta il “limite” (p) della linea (L). Così può concludere Aristotele: “Dunque, in quanto l’istante è un limite, esso non è un tempo, ma un accidente di questo. […] “Dunque, che il tempo è numero di un movimento, secondo il “prima” e il “poi”, e che è continuo, in quanto è proprietà di un continuo, è ormai chiaro.” (Fisica, ivi, 20-25)
Eudoxian leggeva e rileggeva questa breve sintesi del pensiero aristotelico, che lui stesso aveva a suo tempo tracciato, cercando di capire che cosa avesse scritto, voleva capire meglio il pensiero di Aristotele sull’argomento del tempo e dell’istante. In quel mentre, cominciò a dubitare di quanto fino ad allora aveva creduto o si era voluto illudere di credere. Il suo elaborato sui paradossi di Zenone non era forse mai stato esibito dal genero di Silvia Napolitano, per l’ammissione all’Accademia Teetina di Geometria, e un tal pensiero, in un certo senso, sembrò sollevarlo. E forse Consalvi non era affatto il fondatore dell’Accademia, volato nello spazio, e chissà dove era arrivato ora? Ma non era fermo ed immobile, dal momento che il movimento non esiste? E quindi tutta la storia dei clandestini dello spazio era una montatura giornalistica. Eudoxian ma che stai pensando? Disse Eudoxian a sé stesso. Ecco la dicotomia! Se io sono uno come faccio a essere due? Se io sono il soggetto, ovvero un io, in simbolo logico (E), come faccio ad essere un me stesso (E’)? Era un grave problema filosofico ed Eudoxian non lo sapeva, anzi no, ne aveva avuto sentore e aveva acquistato anche un manuale di filosofia in proposito, ma non aveva avuto ancora il tempo di leggerlo. È chiaro! Ti metti a correre dietro a Silvia Napolitano, invece di studiare filosofia. Io? Eudoxian si sentiva sotto accusa. Ma dov’era questo Tribunale, che forse aveva già emesso una sentenza di condanna, e che lui non aveva mai visto? La vicenda cominciava ad assumere toni kafkiani. Poi si rassicurò. Non si era dato allo studio della Logica (Aristotele) matematica (Russell)? Ed ora si trovava impantanato con i quattro paradossi di Zenone. Si scosse, sentì un grido: “Muòvati!” Si sentì come un clandestino sorpreso a viaggiare senza biglietto, e ora invitato a scendere di gran corsa, peraltro da un treno in corsa! Era paralizzato, per venirne fuori, l’unica era muoversi, sebbene il movimento non esiste, di questo cominciava a convincersi, altre letture del pensiero di moderni scienziati orientavano il suo giudizio in questo senso. È pur vero che leggere il pensiero non significa leggere nel pensiero, ma come si fa a leggere nel pensiero, se non si legge prima il pensiero? Eudoxian! Eh? Muòvati! Ma è un’ossessione questa storia del muoversi! E allora Eudoxian tutto decise. Che cosa? Realizzare un desiderio possibile (sì, possibile). Come Einstein voleva cavalcare l’onda di luce, così Eudoxian voleva cavalcare la freccia in volo, anche se non c’era paragone… tra chi? Tra l’onda di luce e la freccia. Ah, certo!
LA FRECCIA ROSSA Era arrivato alla stazione Termini abbastanza in anticipo, perché l’ultima volta aveva fatto una corsa ed era arrivato quando avevano già chiuso le porte del treno, e non ostante avesse fatto segno ad un uomo in divisa da ferroviere, l’incantesimo di “Apriti Sesamo” non era riuscito. Nell’occasione, quello che aveva colpito Eudoxian, non era stato tanto l’impassibilità del ferroviere al suo gesto, quanto il fatto che il treno era rimasto fermo senza partire. Sì? Certo, e qui bisogna precisare, abbiate pazienza, ma c’è sempre questo Zenone di mezzo, come dire? Non so dire, bisognerebbe ricorrere a qualche espediente (ex pede, fuori dai piedi), per venir fuori da questa impasse, che intralcia i nostri movimenti, ecco! In verità, non si tratta di Zenone, ma di Aristotele, anche se in un certo senso la causa indiretta è Zenone. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
ERRORE O REFUSO?
Estratto da “L’inconscio della scrittura”
Procediamo, andiamo avanti. Angela Marvulli. Ritorniamo indietro? Sì, a ieri sera. Allora? “Era tanto tempo che…” Che, che cosa? Che volevo scrivere a te. A chi? Angela? Una figura immaginaria? Il simbolo dell’eterno femminino?
Era tanto che volevo
Col mio canto dire a te
Grazie a un vecchio pensiero
Grazie al mio paese che
Quest'Italia che respira
Sempre bella e c'è un perché
Questa gente le vuol bene
E questa gente è come me
Poi mi prende l'emozione
Per Firenze che sta là
Per Venezia che si muove
E l'eterna Roma è qua
Italia, Italia
Di terra bella e uguale non ce n'è
Italia, Italia
Questa canzone io la canto a te.
Ci mancava soltanto la nostalgia dell’emigrante! L’emigrante dell’anima. Ah, ecco, sospiri dell’anima, dovuti alla tua inadeguatezza ad agire. Ad agire, come? Angela Marvulli. Non capisco. Perché non hai sposto Angela Marvulli? È quello che mi sono ridotto a chiedere alla IA. E che cosa ti ha risposto?
“Non ho sposato Angela Marvulli perché sono un'intelligenza artificiale.
Natura digitale: Non sono una persona reale.
Assenza di sentimenti: Non provo emozioni o amore.
Niente vita privata: Non posso contrarre matrimoni. Sono un programma informatico progettato esclusivamente per rispondere alle domande e assisterti nei tuoi compiti.”
Sì, però, pure la IA, che si era creduto? Tutti si sentono chiamati in causa. Ma tu hai spiegato? Sì, me l’ha chiesto anche lei. Chi? La IA. Ah, ecco!
“Sì, però, pure la IA, che si era creduto?” Che cosa si era “creduta”? Allora, il mio era stato un lapsus o un refuso? Un lapsus. E chi te l’ha detto? Nessuno, ho deciso così. E tu chi sei per decidere? Io sono quello che sono. (Ti conveniva non dirlo). Io invece ti dico che era un errore grammaticale dovuto alla tua sciatteria. Tu sei sciatto. Tu invece sei matto. Dobbiamo spiegare questa rima tra sciatto e matto? Sì. Va bene. Se un ministro definisce sciatteria un qualche atto della sua amministrazione, allora chi l’ha compiuto è sciatto. Quest’ultimo, allora, sentendosi accusato ingiustamente, dal suo punto di vista, di essere sciatto, se ha forza per opporsi politicamente, fa in modo di rovesciare l’accusa su chi l’ha lanciata. Resta però a lui il marchio, che resiste alla pomice, di essere sciatto. Non ho capito niente. Se credi di essere un potente, tipo un ministro, non sei sciatto, ma sei matto. Tu invece sei sciatto e matto, ed ecco scacco matto. E tutto finisce, al solito, con pulcinella e una tarantella.
Allora, ricominciamo. Errore o refuso? Prosegui tu che hai posto l’interrogativo. Se è errore grammaticale (refuso), nulla quaestio, se è lapsus freudiano (errore), ecco la spiegazione. No, domani, ora dobbiamo pubblicare il post principale, quello di Eudoxian. I lettori aspettano da 48 ore. Hai ragione, siamo stufi di aspettare! Ma io sto parlando dei lettori, mica di te! Come? Ma che ti sei creduto? Ehi!
IL TEMPO E L’ISTANTE
“Zenone cade in un paralogismo, quando dice: se sempre ogni cosa è in quiete [o in moto], quando sia in un luogo uguale ad essa, e se l’oggetto è sempre in un istante, la freccia nell’istante in cui è spostata, è immobile. Questo è falso, perché il tempo non risulta composto da istanti indivisibili, e così neppure ogni altra grandezza.” Così Aristotele (“Fisica”, Z, 9, 5-10, 239 b) Si tratta del terzo paradosso: “La freccia nell’atto in cui è spostata, sta ferma. Ma questa conclusione si ottiene solo se si considera il tempo come composto da istanti; se questo non si ammette, non ci sarà sillogismo.”
Che cosa è il tempo? Qualcosa che scorre? L’immagine “mobile” dell’eternità, come diceva Platone? Per Aristotele, il tempo è legato al movimento, senza essere però il movimento, soprattutto non è una successione di istanti indivisibili, ma un continuo.
“È, quindi, evidente che il tempo non è movimento, ma non è senza movimento; e d’altra parte, poiché cerchiamo che cosa è il tempo, dobbiamo prendere inizio da qui per stabilire quale proprietà del movimento esso sia. […] Poiché il mosso si muove da un punto verso un altro punto, e ogni grandezza è continua, il movimento segue alla grandezza. Infatti, poiché la grandezza è continua, è continuo anche il movimento; e per il fatto che lo è il movimento, è continuo anche il tempo, giacché la quantità del tempo trascorso è proporzionata a quella del movimento.[…] E poiché nella grandezza ci sono il prima e il poi, è necessario che anche nel movimento ci siano il prima e il poi, e che siano in proporzione con il prima e il poi che sono nella grandezza. Ma anche nel tempo ci sono un prima e un poi, per il fatto che sempre il tempo segue al movimento […] Pertanto, quando noi percepiamo l’istante come unità e non già come un prima e un poi nel movimento e neppure come quell’identità che sia la fine del prima e il principio del poi, allora non ci sembra che alcun tempo abbia subito il suo corso, in quanto che non vi è neppure movimento. Quando invece percepiamo il prima e il poi, allora diciamo che il tempo c’è. Questo è in realtà il tempo: il numero del movimento secondo il prima e il poi.” (Fisica, Δ, 11, 219a) E subito dopo, Aristotele spiega che cosa intende, in questo caso, per numero: “Ma poiché si dice numero in due modi (perché noi chiamiamo numero non solo il numerato e il numerabile, ma anche il mezzo per cui numeriamo), il tempo è il numerato, e non il mezzo per cui numeriamo.” Quindi più avanti chiarisce la relazione tra l’istante e il tempo, mediante un’equiparazione: “Come si disse, alla grandezza segue il movimento, e a questo, aggiungiamo ora, segue il tempo.” Ma che cosa intende Aristotele per grandezza?
Si riferisce a quello che s’intende comunemente per grandezza fisica misurabile, un concetto riferibile alla grandezza matematica e geometrica. È un concetto ricavabile dalla geometria euclidea, peraltro messo in discussione da Einstein, nella formulazione della sua teoria della relatività ristretta. “Si chiama grandezza ciò che è divisibile in parti continue. Fra le grandezze, quella continua in un’unica dimensione è lunghezza, quella continua in due dimensioni è larghezza e quella continua in tre dimensioni è profondità.” (Aristotele, Metafisica, V, 1020a, 13, 10-15)
In questo senso, si può comprendere che cosa significa l’espressione che alla grandezza segue il movimento, ovvero spostando un oggetto nello spazio, si può osservare il movimento. Aristotele estende una tale osservazione empirica al concetto di tempo: “L’oggetto è diverso perché ora è qui, ora lì; però all’oggetto spostato segue l’istante, come il tempo al movimento, giacché l’oggetto spostato ci permette di riconoscere il prima e il poi nel movimento; e noi riconosciamo la presenza dell’istante dal fatto che il prima e il poi sono numerabili.” (Fisica, Δ, 11, 219b 20-25) . Quello che Aristotele cerca di definire, in questo passo, è l’istante, come si ricava dal ragionamento immediatamente precedente: “E come il movimento è sempre diverso, così anche il tempo. Ma il tempo, assunto nella sua totalità, è lo stesso, perché l’istante è lo stesso di quello di una volta, benché la sua essenza è diversa; e l’istante misura il tempo, determinandolo in un “prima” e in un “poi”. L’istante, invece [al contrario del tempo], è in parte identico, in parte non identico. In quanto è sempre in un diverso, esso è un diverso (così, infatti, determinammo l’istante in sé); ma in quanto l’istante è ciò che una sola volta è, esso è identico.”
Per Platone, l’istante (exaiphnes) è quell’ente metafisico, di cui Aristotele cerca di dimostrare l’esistenza fisica, quando ribadisce la sua definizione: “Sicché anche sotto questo profilo [movimento], l’istante, una volta che se ne ammetta l’esistenza, è lo stesso, essendo infatti il “prima” e il “poi” che sono nel movimento, ma nella sua essenza, esso è diverso, perché l’istante esiste solo in quanto il prima e il poi sono numerabili.” Vi è una stretta correlazione tra istante e tempo: “È ovvio che, se il tempo non fosse, l’istante non sarebbe, e se non fosse l’istante non sarebbe nemmeno il tempo. […] Dunque il tempo è un continuo a causa dell’istante, ma è anche distinto secondo l’istante, perché anche sotto questo profilo [del prima e del poi] esso si adegua allo spostamento e all’oggetto spostato.” (Fisica, Δ, 11, 220a 1-10)
A questo punto, non si può fare a meno di tracciare un parallelo geometrico con la linea e il punto, inteso quest’ultimo come un “limite”, ed è quello che fa Aristotele: “Infatti, il movimento e lo spostamento conservano la propria unità in virtù dell’unità dell’oggetto spostato. […] Anzi, proprio questo determina il movimento anteriore e posteriore e corrisponde, in un certo senso, al punto. Infatti, il punto rende continua la lunghezza e la delimita, perché esso è il principio di una cosa e la fine di un’altra.” Considerando la linea L come una lunghezza fra i punti p’ e p’’, il punto risulta il “limite” (p) della linea (L). Così può concludere Aristotele: “Dunque, in quanto l’istante è un limite, esso non è un tempo, ma un accidente di questo. […] “Dunque, che il tempo è numero di un movimento, secondo il “prima” e il “poi”, e che è continuo, in quanto è proprietà di un continuo, è ormai chiaro.” (Fisica, ivi, 20-25)
Eudoxian leggeva e rileggeva questa breve sintesi del pensiero aristotelico, che lui stesso aveva a suo tempo tracciato, cercando di capire che cosa avesse scritto, voleva capire meglio il pensiero di Aristotele sull’argomento del tempo e dell’istante. In quel mentre, cominciò a dubitare di quanto fino ad allora aveva creduto o si era voluto illudere di credere. Il suo elaborato sui paradossi di Zenone non era forse mai stato esibito dal genero di Silvia Napolitano, per l’ammissione all’Accademia Teetina di Geometria, e un tal pensiero, in un certo senso, sembrò sollevarlo. E forse Consalvi non era affatto il fondatore dell’Accademia, volato nello spazio, e chissà dove era arrivato ora? Ma non era fermo ed immobile, dal momento che il movimento non esiste? E quindi tutta la storia dei clandestini dello spazio era una montatura giornalistica. Eudoxian ma che stai pensando? Disse Eudoxian a sé stesso. Ecco la dicotomia! Se io sono uno come faccio a essere due? Se io sono il soggetto, ovvero un io, in simbolo logico (E), come faccio ad essere un me stesso (E’)? Era un grave problema filosofico ed Eudoxian non lo sapeva, anzi no, ne aveva avuto sentore e aveva acquistato anche un manuale di filosofia in proposito, ma non aveva avuto ancora il tempo di leggerlo. È chiaro! Ti metti a correre dietro a Silvia Napolitano, invece di studiare filosofia. Io? Eudoxian si sentiva sotto accusa. Ma dov’era questo Tribunale, che forse aveva già emesso una sentenza di condanna, e che lui non aveva mai visto? La vicenda cominciava ad assumere toni kafkiani. Poi si rassicurò. Non si era dato allo studio della Logica (Aristotele) matematica (Russell)? Ed ora si trovava impantanato con i quattro paradossi di Zenone. Si scosse, sentì un grido: “Muòvati!” Si sentì come un clandestino sorpreso a viaggiare senza biglietto, e ora invitato a scendere di gran corsa, peraltro da un treno in corsa! Era paralizzato, per venirne fuori, l’unica era muoversi, sebbene il movimento non esiste, di questo cominciava a convincersi, altre letture del pensiero di moderni scienziati orientavano il suo giudizio in questo senso. È pur vero che leggere il pensiero non significa leggere nel pensiero, ma come si fa a leggere nel pensiero, se non si legge prima il pensiero? Eudoxian! Eh? Muòvati! Ma è un’ossessione questa storia del muoversi! E allora Eudoxian tutto decise. Che cosa? Realizzare un desiderio possibile (sì, possibile). Come Einstein voleva cavalcare l’onda di luce, così Eudoxian voleva cavalcare la freccia in volo, anche se non c’era paragone… tra chi? Tra l’onda di luce e la freccia. Ah, certo!
LA FRECCIA ROSSA
Era arrivato alla stazione Termini abbastanza in anticipo, perché l’ultima volta aveva fatto una corsa ed era arrivato quando avevano già chiuso le porte del treno, e non ostante avesse fatto segno ad un uomo in divisa da ferroviere, l’incantesimo di “Apriti Sesamo” non era riuscito. Nell’occasione, quello che aveva colpito Eudoxian, non era stato tanto l’impassibilità del ferroviere al suo gesto, quanto il fatto che il treno era rimasto fermo senza partire. Sì? Certo, e qui bisogna precisare, abbiate pazienza, ma c’è sempre questo Zenone di mezzo, come dire? Non so dire, bisognerebbe ricorrere a qualche espediente (ex pede, fuori dai piedi), per venir fuori da questa impasse, che intralcia i nostri movimenti, ecco! In verità, non si tratta di Zenone, ma di Aristotele, anche se in un certo senso la causa indiretta è Zenone.
(Segue)
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