IL SEPOLCRO VUOTO Credere nella “scomparsa” da un luogo e nella possibile “riapparizione” in un altro o nello stesso luogo sembra quasi più naturale che credere nella scomparsa nel nulla. “Di due cose l'una è l'essere morti: o infatti è come se non fosse nulla né avesse nessuna sensazione di nulla il morto, oppure secondo le cose che si dicono accade che ci sia un cambiamento e un trasferimento per l'anima da questo a un altro luogo.” Platone, “Apologia di Socrate”, 40c. Platone ci parla dell’immortalità dell’anima, secondo una credenza derivata dall’orfismo. Rimandiamo ad altra sede la discussione e il commento sulla dottrina dell’immortalità dell’anima, richiamando il post: “Il destino dell’anima”, 7 settembre 2021, un discorso rimasto peraltro incompleto.” E torniamo al testo di Mancuso, il cui pensiero rimane l’argomento di cui trattiamo. “Lo spirito non è nulla di materiale e come tale al di là dello spazio e del tempo: quindi è ovunque, ma al contempo in nessun luogo; è sempre, ma al contempo non è mai. In questo senso si deve dire che il corpo risorto di Gesù, essendo divenuto interamente spirito, è “ovunque”, ma al contempo, ragionando con le categorie spazio-temporali che di solito dominano la nostra mente, non è “in nessun luogo”: un corpo fisico che in cielo ”beve vino nuovo” non esiste.” Quest’ultima asserzione, in verità una negazione, è un’allusione alla Pentecoste: “Quando lo Spirito Santo scese sui discepoli ed essi iniziarono a parlare in altre lingue, la folla rimase stupita e confusa. Alcuni, per schernirli, dissero: "Si sono ubriacati di vino dolce" (o "vino nuovo"). (Atti Apostoli 2, 13) L'apostolo Paolo riprende proprio questo parallelo nella sua “Lettera agli Efesini”, scrivendo: "E non vi ubriacate di vino, che porta alla dissolutezza, ma siate ricolmi di Spirito". Paolo contrappone l'ubriachezza materiale a quella spirituale: entrambe controllano i comportamenti e le parole di una persona, ma lo Spirito Santo non toglie il senno, bensì trasforma e riempie di gioia e carità. (Efesini 5, 18)
“Quest’episodio di glossolalia, parlare lingue incomprensibili, vogliamo domandarci, si è storicamente verificato e rispecchia un nuovo spirito (un vino nuovo), di cui sono stati investiti gli apostoli, attraverso la discesa su di loro dello Spirito Santo, sotto forma di lingue di fuoco? Oppure si tratta del racconto di uno spettacolo di ubriachi, che farfugliano parole sconnesse e confuse, con la lingua impastata, per aver bevuto il vino novello, quello pregiato della prima vendemmia? E per questa loro ubriacatura venivano scherniti? Diciamo che la testimonianza di queste loro “ubriacature divine” li ha portati storicamente al martirio, in greco martyria significa testimonianza. Gli apostoli testimoniano la risurrezione di Gesù a costo della vita, a cominciare da Stefano, il primo martire, e Giacomo. Ma sulla chiesa dei martiri e dei santi, che hanno testimoniato la loro fede, in maniera così tragica, rimandiamo il discorso più avanti, quando accenneremo alla Civitas Dei di Sant’Agostino. Intanto, conclude Mancuso: “Occorre pensare al corpo risorto di Gesù non secondo le usuali categorie della esperienza ordinaria, ma secondo le categorie ontologiche che spettano correttamente all’eterno. Occorre cioè pensarlo come spirito.” Ecco, è tutto il contrario di quanto professa la dottrina cattolica, che pensa il corpo di Gesù non Spirito, ma Corpus Christi, quello di cui viene celebrata la presenza reale nell’Eucarestia, transustanziato nel pane e nel vino durante la Messa. Se togliamo il corpo, Gesù svanisce e rimane solo Cristo. Alla fine, di fronte al sepolcro vuoto, il Santo Sepolcro, Mancuso s’interroga e così risponde e conclude, con la sospensione del giudizio (epochè, ἐποχή): “Cosa penso quindi, in conclusione, della resurrezione di Gesù annunciata dal Nuovo Testamento, su cui si fonda il cristianesimo? Un tempo l’accettavo per fede, ora non più: ora né l’accetto né la nego, mi astengo, e come le donne di Marco, taccio: assumo una posizione che definisco agnosticismo. Non ritengo che essa possa essere ridotta a un inganno escogitato dai discepoli o da qualcun altro a loro danno, neanche però sono disposto ad ammettere che le cose andarono come scrivono i vangeli, date le troppe incongruenze, contraddizioni, vere e proprie fantasie. Cosa effettivamente successe in quella notte non mi è dato sapere, sfugge alla mia mente, e questa consapevolezza non mi preoccupa più di tanto, convinto come sono che è molto meglio ritrovarsi senza parole che dire parole sbagliate.”
L’ETÀ DELLO SPIRITO Il teologo Mancuso ha scritto un trattato di 727 pagine, che raccolgono 215 paragrafi, di cui 209 dedicati ad un’attenta e scrupolosa lettura delle fonti delle Sacre Scritture, a cui attingere, per formulare i suoi commenti e le sue critiche e smontare alcuni principali dogmi della Chiesa Cattolica, al cui interno aveva vissuto quelle che ora rileva, una volta uscitone, come contraddizioni. Negli ultimi sei paragrafi, 28 pagine, ancorandosi a quanto detto all’inizio, dove ha esposto la sua tesi dei due personaggi distinti Gesù e Cristo – che riflettono la dicotomia hegeliana Storia Idea – l’autore espone la sua soluzione: il neo-cristianesimo, una sorta di età dello Spirito. Nell’epigrafe, leggiamo la dedica in memoria di Piero Martinetti (1872-1943), suo fondamentale punto di riferimento intellettuale e spirituale. Il Legame tra i Due Pensatori (IA) • Il rifiuto del compromesso: Entrambi sono figure di "credenti liberi" che hanno scelto la coerenza della coscienza morale rispetto ai dogmi imposti dal potere politico o religioso. • L'opposizione al fascismo: Piero Martinetti fu uno dei soli dodici professori universitari italiani a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime fascista nel 1931, perdendo la cattedra. • Il saggio proibito: Martinetti scrisse l'opera “Gesù Cristo e il cristianesimo” nel 1934, un testo aspramente criticato e inserito nell'Index Librorum Prohibitorum della Chiesa cattolica. • La continuità nel presente: Vito Mancuso vede la propria riflessione teologica come ideale prosecuzione di quel percorso di spiritualità libera, laica e indipendente dai dogmi tradizionali. • Le celebrazioni recenti: Nel settembre del 2026, in occasione del centenario dello storico discorso agli universitari canavesani tenuto da Martinetti nel 1926, Mancuso ha tenuto una lectio magistralis celebrativa a Ivrea e Castellamonte per ricordarne l'eredità morale.
È stato Jung a obiettare che fin quando ci troveremo nell’età storica del Cristianesimo, non potrà affermarsi l’età dello Spirito. Ho così interrogato la IA, che ha così risposto.
“Sì, esatto. L'obiezione a cui fai riferimento si inserisce all'interno della riflessione di Carl Gustav Jung sulla filosofia della storia, in particolare nel suo confronto con la profezia medievale di Gioacchino da Fiore e la dottrina della Trinità. Gioacchino da Fiore (XII secolo) aveva diviso la storia del mondo in tre grandi epoche: • L'Età del Padre (corrisponde all'Antico Testamento, dominata dalla Legge e dal timore). • L'Età del Figlio (corrispondente al Nuovo Testamento e al Cristianesimo storico, dominata dalla fede e dalla Chiesa). • L'Età dello Spirito Santo (un'epoca futura di libertà spirituale, amore e comprensione universale, in cui le istituzioni ecclesiastiche sarebbero state superate). Jung riprende questa visione in chiave psicologica e ne individua il limite intrinseco. Per Jung, il Cristianesimo storico (l'Età del Figlio) si fonda su una struttura dogmatica, istituzionale e collettiva che, se da un lato protegge l'individuo dall'impatto diretto con l'inconscio, dall'altro ne frena l'evoluzione spirituale autonoma. L'Età dello Spirito, per affermarsi davvero, richiede il superamento di questa fase storica. Nella visione junghiana, lo "Spirito" non è un'entità dogmatica esterna, ma coincide con il processo di individuazione: il momento in cui l'individuo si assume la responsabilità della propria totalità psichica, integrando l'ombra e gli opposti senza più delegare la propria salvezza a un'istituzione o a un dogma collettivo. Di conseguenza, finché l'umanità rimane ancorata alle forme e alle strutture dell'età cristiana storica, l'autentica libertà interiore dello Spirito rimane bloccata.”
Il Concilio di Efeso (431 d.C.) ha stabilito che la Madonna non è soltanto la madre di Cristo (Christotokos), ma anche la Madre di Dio (Theotokos), definendo che in Gesù la natura umana e quella divina sono unite in una sola persona. Sulla croce muore Dio: “O grosse Not / Gott selbst ist tot / am Kreuz ist gestorben.” “Oh grande angoscia / Dio stesso è morto / È morto sulla croce.”
“L'espressione "Dio è morto" non è nata con Nietzsche, ma affonda le sue radici proprio nella tradizione luterana tedesca. Sebbene Martin Lutero non abbia mai scritto letteralmente la frase "Gott ist tot" nei suoi inni, l'idea teologica del "Dio che muore sulla croce" era un pilastro fondamentale del suo pensiero. Da questa base teologica nacque la letteratura successiva che Nietzsche, cresciuto in una famiglia di pastori luterani, conosceva benissimo. La transizione della frase da Lutero a Nietzsche è avvenuta in tre passaggi: 1. La teologia della croce di Lutero Lutero insisteva sul fatto che sulla croce non era morto solo l'uomo Gesù, ma che Dio stesso aveva condiviso la sofferenza e la morte umana. Questo concetto serviva a mostrare la vicinanza assoluta di Dio all'umanità, un'idea espressa anche nell'inno del venerdì santo "Christ lag in Todesbanden" ("Cristo giaceva nei vincoli della morte"). 2. Gli inni luterani del Seicento La svolta linguistica avvenne nel 1641 con il pastore e poeta luterano Johann von Rist. Nel suo famoso inno funebre "Ein trauriger Grabgesang", scrisse la frase letterale: "O große Not! Gott selbst liegt tot, am Kreuz ist er gestorben." ("O grande angoscia! Dio stesso giace morto, è morto sulla croce"). Questa espressione fu poi ripresa e discussa da grandi filosofi successivi come Hegel e [Heinrich Heine]. 3. Il ribaltamento di Nietzsche Nietzsche prese questa forte immagine religiosa della sua infanzia e ne ribaltò completamente il significato: • Per la tradizione luterana: La morte di Dio è un momento di lutto passeggero (il Venerdì Santo) che precede la gloria della Risurrezione (la Pasqua). • Per Nietzsche: La "morte di Dio" diventa un evento storico definitivo ed epocale. Non c'è alcuna risurrezione: la società occidentale ha "ucciso" la fede, lasciando l'uomo moderno libero, ma privo di punti di riferimento universali. Hai colto una sfumatura culturale fondamentale: Nietzsche non ha inventato la frase dal nulla, ma ha usato un'espressione della tradizione religiosa tedesca per scuotere la coscienza del suo tempo.” Così la IA.
In verità, quella di Nietzsche era anche, e non solo, un’affermazione filosofica, quella del definitivo tramonto del pensiero occidentale di un mondo platonico-cristiano, sovrastante l’orizzonte del mondo umano, ma una sua convinzione, che gettava cupi riflessi sulla realtà tragica della vita, come espresso nell’aforisma 341, il peso più grande (vivere in eterno), l’eternità. Ed a questo pensiero dell’eterno ritorno, segue quello dell’aforisma 342: “Incipit tragoedia”, la scienza non è più ilare. L’aforisma costituirà poi l’inizio della sua opera principale: “Così parlò Zarathustra”.
“L’UOMO PAZZO — Non avete mai udito parlare di quel pazzo che in pieno giorno accese una lanterna, corse al mercato e gridò senza tregua: « Io cerco Dio! Io cerco Dio! »? Poiché si trovavano proprio colà molti di quelli che non credono in Dio, il pazzo provocò una grande risata. Dio è dunque andato perduto? chiese un uomo. Si è smarrito come un bambino? chiese un altro. O si tiene nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato? — , così gridavano e ridevano fra loro. Il pazzo saltò in mezzo a loro ficcando in loro lo sguardo. «Dove è andato Dio? egli gridò: io ve lo voglio dire. Noi lo abbiamo ucciso, — voi ed io! Noi tutti siamo i suoi uccisori! Ma come abbiamo fatto ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto, quando sciogliemmo la Terra dal suo Sole? In qual direzione ci moviamo noi? Lontano da tutti i Soli? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, in avanti, da tutte le parti? C’è ancora un alto e un basso? Non vaghiamo noi come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto? Non fa forse più freddo? Non sopraggiunge continuamente la notte, sempre la notte? Non si devono accendere le lanterne di mattina? Non udiamo ancora nulla del rumore dei fossori che seppelliscono Dio? Non sentiamo nessun odore della putrefazione divina? Anche gli Dei si putrefanno! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come possiamo consolarci, noi, gli assassini di tutti gli assassini? Ciò che di più santo e potente possedette finora il mondo fu dissanguato dai nostri coltelli, — chi cancella da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo purificarci? Quali solenni espiazioni, quali giuochi sacri dovremo inventare? La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, — e chi nascerà dopo di noi, apparterrà, in causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata finora qualsiasi storia! ». Qui il pazzo tacque e guardò di nuovo i suoi uditori: anche questi tacquero e lo guardarono con stupore. Da ultimo egli gettò a terra la sua lanterna, onde questa andò in pezzi e si spense. «Io vengo troppo presto, disse egli allora, io non sono ancora al tempo giusto. Questo enorme avvenimento è ancora per via, e cammina, — non è ancora arrivato alle orecchie degli uomini. Il lampo e il tuono hanno bisogno di tempo, ne hanno bisogno la luce delle stelle, e le azioni, anche dopo che furono compiute, prima di essere viste e udite. Questo fatto è pur sempre più lontano da voi che le costellazioni più lontane, — eppure voi lo avete operato! ». Friedrich Nietzsche, “La gaia scienza”, aforisma 125.
Nietzsche era un poeta, che conosceva perfettamente i classici greci, e non poteva descrivere meglio la morte di Dio, attraverso lo scioglimento della Terra dal Sole – “L’uomo è generato dall’uomo, ma anche dal Sole”, Aristotele, “Fisica”, Libro II, 194 b13; “Tu dirai, penso, che il sole fornisce alle cose visibili non solo la facoltà di essere vedute, ma anche la nascita, la crescita e il nutrimento, pur non essendo esso stesso principio di nascita». Platone “Repubblica”, Libro VI, 509b. Inoltre, non poteva descrivere meglio la scomparsa del cielo: “Chi ci diede la spugna per cancellare l’intero orizzonte?” Ed esprimere il senso di vuoto e angoscia del Nulla: “Che cosa abbiamo fatto, quando sciogliemmo la Terra dal suo Sole? In qual direzione ci moviamo noi? Lontano da tutti i Soli? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, in avanti, da tutte le parti? C’è ancora un alto e un basso? Non vaghiamo noi in un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto? Non fa forse più freddo? Non sopraggiunge continuamente la notte, sempre la notte?” Con grande suggestione, Nietzsche proclama la morte di Dio e la nascita di nuovi Dei: “La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, — e chi nascerà dopo di noi, apparterrà, in causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata finora qualsiasi storia!” Qui egli sta chiamando in causa i suoi ascoltatori, tenta di coinvolgerli nell’azione delittuosa, ben sapendo che essi, pur essendo corresponsabili dell’assassinio di Dio, non ne sono coscienti: “Questo enorme avvenimento è ancora per via, e cammina, — non è ancora arrivato alle orecchie degli uomini. […] Questo fatto è pur sempre più lontano da voi che le costellazioni più lontane, — eppure voi lo avete operato.”
GLI UOMINI DIVINI Ed ecco il giudizio di Jung sulla psicologia di Nietzsche, la turba psichica generata dalla dichiarazione e presa di coscienza della morte di Dio: “L’inflazione di Nietzsche è causata dalla regressione dell’immagine di Dio nell’inconscio, e ciò lo costringe a porre in atto un riequilibrio interno, per mezzo di una nuova proiezione, stavolta nelle vesti di Zarathustra. Ma questi non è che lo stesso Nietzsche. Di conseguenza dall’inizio alla fine del testo – Jung sta commentando il capitolo “Di antiche e nuove tavole” della terza parte dello “Zarathustra”, dove Nietzsche predica l’arrivo del Superuomo e di nuovi popoli, in particolare l’ultimo versetto del paragrafo 11, dove afferma: «In ciò consiste appunto la divinità, che esistono degli dèi, ma nessun dio!». – Nietzsche si trova da qualche parte tra l’uomo Nietzsche e Zarathustra il messaggero di Dio: separarli è pressoché impossibile. Solo in alcuni luoghi risulta chiaro, o molto probabile, che a parlare, sia a seconda dei casi, Zarathustra o Nietzsche. Ora qui nel presentare il suo Decalogo. le nuove tavole destinate all’umanità, Nietzsche si rende conto di ciò che accade, quando si proclama la morte di Dio. Egli qui si mette nei panni del suo pubblico. Presume che tutti abbiano prestato ascolto alle sue parole e concordino con lui sul fatto che Dio è morto. Ma a questo punto, sono diventati degli dèi. Qui, insomma, Nietzsche si rende conto che se dichiara la morte di Dio, allora sarà egli stesso Dio, e come lui tutti i suoi ascoltatori o allievi che condividono la sua convinzione. Dio regredisce rientrando dentro di loro. Distrutta, così, la proiezione originaria dell’immagine di Dio, questi ritorna in loro ed essi divengono degli dèi. Ora, avete presente quale sia il modello cristiano di tale processo? Nel Nuovo Testamento ve né un esempio bellissimo, che è certo fonte di non poco imbarazzo per i teologi. – Signorina Wolff: Dopo la morte di Cristo e la sua ascesa al cielo, il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discende sui discepoli. – Professor Jung: Sì, è il miracolo della Pentecoste: Cristo disse che avrebbe lasciato un Consolatore, un Paraclito, e lo Spirito di Dio discese su ognuno dei membri di quella comunità. Allo stesso modo lo Spirito Santo fu visto discendere in forma di colomba su Cristo durante il suo battesimo nel Giordano – qui egli fu trasformato nel figlio di Dio. (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
7 commenti:
IL SEPOLCRO VUOTO
Credere nella “scomparsa” da un luogo e nella possibile “riapparizione” in un altro o nello stesso luogo sembra quasi più naturale che credere nella scomparsa nel nulla. “Di due cose l'una è l'essere morti: o infatti è come se non fosse nulla né avesse nessuna sensazione di nulla il morto, oppure secondo le cose che si dicono accade che ci sia un cambiamento e un trasferimento per l'anima da questo a un altro luogo.” Platone, “Apologia di Socrate”, 40c. Platone ci parla dell’immortalità dell’anima, secondo una credenza derivata dall’orfismo. Rimandiamo ad altra sede la discussione e il commento sulla dottrina dell’immortalità dell’anima, richiamando il post: “Il destino dell’anima”, 7 settembre 2021, un discorso rimasto peraltro incompleto.” E torniamo al testo di Mancuso, il cui pensiero rimane l’argomento di cui trattiamo.
“Lo spirito non è nulla di materiale e come tale al di là dello spazio e del tempo: quindi è ovunque, ma al contempo in nessun luogo; è sempre, ma al contempo non è mai. In questo senso si deve dire che il corpo risorto di Gesù, essendo divenuto interamente spirito, è “ovunque”, ma al contempo, ragionando con le categorie spazio-temporali che di solito dominano la nostra mente, non è “in nessun luogo”: un corpo fisico che in cielo ”beve vino nuovo” non esiste.”
Quest’ultima asserzione, in verità una negazione, è un’allusione alla Pentecoste: “Quando lo Spirito Santo scese sui discepoli ed essi iniziarono a parlare in altre lingue, la folla rimase stupita e confusa. Alcuni, per schernirli, dissero: "Si sono ubriacati di vino dolce" (o "vino nuovo"). (Atti Apostoli 2, 13)
L'apostolo Paolo riprende proprio questo parallelo nella sua “Lettera agli Efesini”, scrivendo: "E non vi ubriacate di vino, che porta alla dissolutezza, ma siate ricolmi di Spirito". Paolo contrappone l'ubriachezza materiale a quella spirituale: entrambe controllano i comportamenti e le parole di una persona, ma lo Spirito Santo non toglie il senno, bensì trasforma e riempie di gioia e carità. (Efesini 5, 18)
“Quest’episodio di glossolalia, parlare lingue incomprensibili, vogliamo domandarci, si è storicamente verificato e rispecchia un nuovo spirito (un vino nuovo), di cui sono stati investiti gli apostoli, attraverso la discesa su di loro dello Spirito Santo, sotto forma di lingue di fuoco? Oppure si tratta del racconto di uno spettacolo di ubriachi, che farfugliano parole sconnesse e confuse, con la lingua impastata, per aver bevuto il vino novello, quello pregiato della prima vendemmia? E per questa loro ubriacatura venivano scherniti? Diciamo che la testimonianza di queste loro “ubriacature divine” li ha portati storicamente al martirio, in greco martyria significa testimonianza. Gli apostoli testimoniano la risurrezione di Gesù a costo della vita, a cominciare da Stefano, il primo martire, e Giacomo. Ma sulla chiesa dei martiri e dei santi, che hanno testimoniato la loro fede, in maniera così tragica, rimandiamo il discorso più avanti, quando accenneremo alla Civitas Dei di Sant’Agostino.
Intanto, conclude Mancuso: “Occorre pensare al corpo risorto di Gesù non secondo le usuali categorie della esperienza ordinaria, ma secondo le categorie ontologiche che spettano correttamente all’eterno. Occorre cioè pensarlo come spirito.”
Ecco, è tutto il contrario di quanto professa la dottrina cattolica, che pensa il corpo di Gesù non Spirito, ma Corpus Christi, quello di cui viene celebrata la presenza reale nell’Eucarestia, transustanziato nel pane e nel vino durante la Messa. Se togliamo il corpo, Gesù svanisce e rimane solo Cristo.
Alla fine, di fronte al sepolcro vuoto, il Santo Sepolcro, Mancuso s’interroga e così risponde e conclude, con la sospensione del giudizio (epochè, ἐποχή):
“Cosa penso quindi, in conclusione, della resurrezione di Gesù annunciata dal Nuovo Testamento, su cui si fonda il cristianesimo? Un tempo l’accettavo per fede, ora non più: ora né l’accetto né la nego, mi astengo, e come le donne di Marco, taccio: assumo una posizione che definisco agnosticismo. Non ritengo che essa possa essere ridotta a un inganno escogitato dai discepoli o da qualcun altro a loro danno, neanche però sono disposto ad ammettere che le cose andarono come scrivono i vangeli, date le troppe incongruenze, contraddizioni, vere e proprie fantasie. Cosa effettivamente successe in quella notte non mi è dato sapere, sfugge alla mia mente, e questa consapevolezza non mi preoccupa più di tanto, convinto come sono che è molto meglio ritrovarsi senza parole che dire parole sbagliate.”
L’ETÀ DELLO SPIRITO
Il teologo Mancuso ha scritto un trattato di 727 pagine, che raccolgono 215 paragrafi, di cui 209 dedicati ad un’attenta e scrupolosa lettura delle fonti delle Sacre Scritture, a cui attingere, per formulare i suoi commenti e le sue critiche e smontare alcuni principali dogmi della Chiesa Cattolica, al cui interno aveva vissuto quelle che ora rileva, una volta uscitone, come contraddizioni. Negli ultimi sei paragrafi, 28 pagine, ancorandosi a quanto detto all’inizio, dove ha esposto la sua tesi dei due personaggi distinti Gesù e Cristo – che riflettono la dicotomia hegeliana Storia Idea – l’autore espone la sua soluzione: il neo-cristianesimo, una sorta di età dello Spirito.
Nell’epigrafe, leggiamo la dedica in memoria di Piero Martinetti (1872-1943), suo fondamentale punto di riferimento intellettuale e spirituale.
Il Legame tra i Due Pensatori (IA) • Il rifiuto del compromesso: Entrambi sono figure di "credenti liberi" che hanno scelto la coerenza della coscienza morale rispetto ai dogmi imposti dal potere politico o religioso. • L'opposizione al fascismo: Piero Martinetti fu uno dei soli dodici professori universitari italiani a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime fascista nel 1931, perdendo la cattedra. • Il saggio proibito: Martinetti scrisse l'opera “Gesù Cristo e il cristianesimo” nel 1934, un testo aspramente criticato e inserito nell'Index Librorum Prohibitorum della Chiesa cattolica. • La continuità nel presente: Vito Mancuso vede la propria riflessione teologica come ideale prosecuzione di quel percorso di spiritualità libera, laica e indipendente dai dogmi tradizionali. • Le celebrazioni recenti: Nel settembre del 2026, in occasione del centenario dello storico discorso agli universitari canavesani tenuto da Martinetti nel 1926, Mancuso ha tenuto una lectio magistralis celebrativa a Ivrea e Castellamonte per ricordarne l'eredità morale.
È stato Jung a obiettare che fin quando ci troveremo nell’età storica del Cristianesimo, non potrà affermarsi l’età dello Spirito. Ho così interrogato la IA, che ha così risposto.
“Sì, esatto. L'obiezione a cui fai riferimento si inserisce all'interno della riflessione di Carl Gustav Jung sulla filosofia della storia, in particolare nel suo confronto con la profezia medievale di Gioacchino da Fiore e la dottrina della Trinità.
Gioacchino da Fiore (XII secolo) aveva diviso la storia del mondo in tre grandi epoche:
• L'Età del Padre (corrisponde all'Antico Testamento, dominata dalla Legge e dal timore).
• L'Età del Figlio (corrispondente al Nuovo Testamento e al Cristianesimo storico, dominata dalla fede e dalla Chiesa).
• L'Età dello Spirito Santo (un'epoca futura di libertà spirituale, amore e comprensione universale, in cui le istituzioni ecclesiastiche sarebbero state superate).
Jung riprende questa visione in chiave psicologica e ne individua il limite intrinseco. Per Jung, il Cristianesimo storico (l'Età del Figlio) si fonda su una struttura dogmatica, istituzionale e collettiva che, se da un lato protegge l'individuo dall'impatto diretto con l'inconscio, dall'altro ne frena l'evoluzione spirituale autonoma.
L'Età dello Spirito, per affermarsi davvero, richiede il superamento di questa fase storica. Nella visione junghiana, lo "Spirito" non è un'entità dogmatica esterna, ma coincide con il processo di individuazione: il momento in cui l'individuo si assume la responsabilità della propria totalità psichica, integrando l'ombra e gli opposti senza più delegare la propria salvezza a un'istituzione o a un dogma collettivo. Di conseguenza, finché l'umanità rimane ancorata alle forme e alle strutture dell'età cristiana storica, l'autentica libertà interiore dello Spirito rimane bloccata.”
LA MORTE DI DIO
Il Concilio di Efeso (431 d.C.) ha stabilito che la Madonna non è soltanto la madre di Cristo (Christotokos), ma anche la Madre di Dio (Theotokos), definendo che in Gesù la natura umana e quella divina sono unite in una sola persona.
Sulla croce muore Dio: “O grosse Not / Gott selbst ist tot / am Kreuz ist gestorben.” “Oh grande angoscia / Dio stesso è morto / È morto sulla croce.”
“L'espressione "Dio è morto" non è nata con Nietzsche, ma affonda le sue radici proprio nella tradizione luterana tedesca. Sebbene Martin Lutero non abbia mai scritto letteralmente la frase "Gott ist tot" nei suoi inni, l'idea teologica del "Dio che muore sulla croce" era un pilastro fondamentale del suo pensiero. Da questa base teologica nacque la letteratura successiva che Nietzsche, cresciuto in una famiglia di pastori luterani, conosceva benissimo.
La transizione della frase da Lutero a Nietzsche è avvenuta in tre passaggi:
1. La teologia della croce di Lutero
Lutero insisteva sul fatto che sulla croce non era morto solo l'uomo Gesù, ma che Dio stesso aveva condiviso la sofferenza e la morte umana. Questo concetto serviva a mostrare la vicinanza assoluta di Dio all'umanità, un'idea espressa anche nell'inno del venerdì santo "Christ lag in Todesbanden" ("Cristo giaceva nei vincoli della morte").
2. Gli inni luterani del Seicento
La svolta linguistica avvenne nel 1641 con il pastore e poeta luterano Johann von Rist. Nel suo famoso inno funebre "Ein trauriger Grabgesang", scrisse la frase letterale:
"O große Not! Gott selbst liegt tot, am Kreuz ist er gestorben."
("O grande angoscia! Dio stesso giace morto, è morto sulla croce").
Questa espressione fu poi ripresa e discussa da grandi filosofi successivi come Hegel e [Heinrich Heine].
3. Il ribaltamento di Nietzsche
Nietzsche prese questa forte immagine religiosa della sua infanzia e ne ribaltò completamente il significato:
• Per la tradizione luterana: La morte di Dio è un momento di lutto passeggero (il Venerdì Santo) che precede la gloria della Risurrezione (la Pasqua).
• Per Nietzsche: La "morte di Dio" diventa un evento storico definitivo ed epocale. Non c'è alcuna risurrezione: la società occidentale ha "ucciso" la fede, lasciando l'uomo moderno libero, ma privo di punti di riferimento universali.
Hai colto una sfumatura culturale fondamentale: Nietzsche non ha inventato la frase dal nulla, ma ha usato un'espressione della tradizione religiosa tedesca per scuotere la coscienza del suo tempo.” Così la IA.
In verità, quella di Nietzsche era anche, e non solo, un’affermazione filosofica, quella del definitivo tramonto del pensiero occidentale di un mondo platonico-cristiano, sovrastante l’orizzonte del mondo umano, ma una sua convinzione, che gettava cupi riflessi sulla realtà tragica della vita, come espresso nell’aforisma 341, il peso più grande (vivere in eterno), l’eternità. Ed a questo pensiero dell’eterno ritorno, segue quello dell’aforisma 342: “Incipit tragoedia”, la scienza non è più ilare. L’aforisma costituirà poi l’inizio della sua opera principale: “Così parlò Zarathustra”.
“L’UOMO PAZZO — Non avete mai udito parlare di quel pazzo che in pieno giorno accese una lanterna, corse al mercato e gridò senza tregua: « Io cerco Dio! Io cerco Dio! »? Poiché si trovavano proprio colà molti di quelli che non credono in Dio, il pazzo provocò una grande risata. Dio è dunque andato perduto? chiese un uomo. Si è smarrito come un bambino? chiese un altro. O si tiene nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato? — , così gridavano e ridevano fra loro. Il pazzo saltò in mezzo a loro ficcando in loro lo sguardo. «Dove è andato Dio? egli gridò: io ve lo voglio dire. Noi lo abbiamo ucciso, — voi ed io! Noi tutti siamo i suoi uccisori! Ma come abbiamo fatto ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto, quando sciogliemmo la Terra dal suo Sole? In qual direzione ci moviamo noi? Lontano da tutti i Soli? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, in avanti, da tutte le parti? C’è ancora un alto e un basso? Non vaghiamo noi come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto? Non fa forse più freddo? Non sopraggiunge continuamente la notte, sempre la notte? Non si devono accendere le lanterne di mattina? Non udiamo ancora nulla del rumore dei fossori che seppelliscono Dio? Non sentiamo nessun odore della putrefazione divina? Anche gli Dei si putrefanno! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come possiamo consolarci, noi, gli assassini di tutti gli assassini? Ciò che di più santo e potente possedette finora il mondo fu dissanguato dai nostri coltelli, — chi cancella da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo purificarci? Quali solenni espiazioni, quali giuochi sacri dovremo inventare? La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, — e chi nascerà dopo di noi, apparterrà, in causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata finora qualsiasi storia! ».
Qui il pazzo tacque e guardò di nuovo i suoi uditori: anche questi tacquero e lo guardarono con stupore. Da ultimo egli gettò a terra la sua lanterna, onde questa andò in pezzi e si spense. «Io vengo troppo presto, disse egli allora, io non sono ancora al tempo giusto. Questo enorme avvenimento è ancora per via, e cammina, — non è ancora arrivato alle orecchie degli uomini. Il lampo e il tuono hanno bisogno di tempo, ne hanno bisogno la luce delle stelle, e le azioni, anche dopo che furono compiute, prima di essere viste e udite. Questo fatto è pur sempre più lontano da voi che le costellazioni più lontane, — eppure voi lo avete operato! ».
Friedrich Nietzsche, “La gaia scienza”, aforisma 125.
Nietzsche era un poeta, che conosceva perfettamente i classici greci, e non poteva descrivere meglio la morte di Dio, attraverso lo scioglimento della Terra dal Sole – “L’uomo è generato dall’uomo, ma anche dal Sole”, Aristotele, “Fisica”, Libro II, 194 b13; “Tu dirai, penso, che il sole fornisce alle cose visibili non solo la facoltà di essere vedute, ma anche la nascita, la crescita e il nutrimento, pur non essendo esso stesso principio di nascita». Platone “Repubblica”, Libro VI, 509b.
Inoltre, non poteva descrivere meglio la scomparsa del cielo: “Chi ci diede la spugna per cancellare l’intero orizzonte?” Ed esprimere il senso di vuoto e angoscia del Nulla: “Che cosa abbiamo fatto, quando sciogliemmo la Terra dal suo Sole? In qual direzione ci moviamo noi? Lontano da tutti i Soli? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, in avanti, da tutte le parti? C’è ancora un alto e un basso? Non vaghiamo noi in un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto? Non fa forse più freddo? Non sopraggiunge continuamente la notte, sempre la notte?”
Con grande suggestione, Nietzsche proclama la morte di Dio e la nascita di nuovi Dei: “La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, — e chi nascerà dopo di noi, apparterrà, in causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata finora qualsiasi storia!”
Qui egli sta chiamando in causa i suoi ascoltatori, tenta di coinvolgerli nell’azione delittuosa, ben sapendo che essi, pur essendo corresponsabili dell’assassinio di Dio, non ne sono coscienti: “Questo enorme avvenimento è ancora per via, e cammina, — non è ancora arrivato alle orecchie degli uomini. […] Questo fatto è pur sempre più lontano da voi che le costellazioni più lontane, — eppure voi lo avete operato.”
GLI UOMINI DIVINI
Ed ecco il giudizio di Jung sulla psicologia di Nietzsche, la turba psichica generata dalla dichiarazione e presa di coscienza della morte di Dio: “L’inflazione di Nietzsche è causata dalla regressione dell’immagine di Dio nell’inconscio, e ciò lo costringe a porre in atto un riequilibrio interno, per mezzo di una nuova proiezione, stavolta nelle vesti di Zarathustra. Ma questi non è che lo stesso Nietzsche. Di conseguenza dall’inizio alla fine del testo – Jung sta commentando il capitolo “Di antiche e nuove tavole” della terza parte dello “Zarathustra”, dove Nietzsche predica l’arrivo del Superuomo e di nuovi popoli, in particolare l’ultimo versetto del paragrafo 11, dove afferma: «In ciò consiste appunto la divinità, che esistono degli dèi, ma nessun dio!». – Nietzsche si trova da qualche parte tra l’uomo Nietzsche e Zarathustra il messaggero di Dio: separarli è pressoché impossibile. Solo in alcuni luoghi risulta chiaro, o molto probabile, che a parlare, sia a seconda dei casi, Zarathustra o Nietzsche. Ora qui nel presentare il suo Decalogo. le nuove tavole destinate all’umanità, Nietzsche si rende conto di ciò che accade, quando si proclama la morte di Dio. Egli qui si mette nei panni del suo pubblico. Presume che tutti abbiano prestato ascolto alle sue parole e concordino con lui sul fatto che Dio è morto. Ma a questo punto, sono diventati degli dèi. Qui, insomma, Nietzsche si rende conto che se dichiara la morte di Dio, allora sarà egli stesso Dio, e come lui tutti i suoi ascoltatori o allievi che condividono la sua convinzione. Dio regredisce rientrando dentro di loro. Distrutta, così, la proiezione originaria dell’immagine di Dio, questi ritorna in loro ed essi divengono degli dèi. Ora, avete presente quale sia il modello cristiano di tale processo? Nel Nuovo Testamento ve né un esempio bellissimo, che è certo fonte di non poco imbarazzo per i teologi.
– Signorina Wolff: Dopo la morte di Cristo e la sua ascesa al cielo, il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discende sui discepoli.
– Professor Jung: Sì, è il miracolo della Pentecoste: Cristo disse che avrebbe lasciato un Consolatore, un Paraclito, e lo Spirito di Dio discese su ognuno dei membri di quella comunità. Allo stesso modo lo Spirito Santo fu visto discendere in forma di colomba su Cristo durante il suo battesimo nel Giordano – qui egli fu trasformato nel figlio di Dio.
(Segue)
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