Estratto dalla Introduzione di Armando Plebe al “Fedro” di Platone, 1964.
LA DOTTRINA DELL’ANIMA La dottrina dell’anima, che occupa quasi tutto il secondo dei due discorsi di Socrate, è in piccola parte di derivazione omerica, in maggior parte di derivazione orfica e pitagorica, per quanto da parte di alcuni studiosi come H. W. Thomas si sia cercato di negare la provenienza orfica delle fonti di Platone. A tale scopo occorre tenere subito presente la radicale differenza tra il concetto omerico e quello orfico-pitagorico dell’anima. Secondo la concezione di Omero, esisteva da un lato un’anima vitale, psyche, che alla morte del corpo abbandona il corpo, la quale però non sente né pensa, e d’altro lato invece un’anima senziente e pensante, thymós, la quale però è del tutto legata e condizionata all’esistenza degli organi e delle funzioni fisiche del corpo. In base a questa concezione non era pensabile l’idea di un’anima senziente pensante, separata dal corpo. Tale idea compare invece soltanto nel mondo post omerico, e in collegamento con le dottrine orfiche e pitagoriche. La prima testimonianza filosofica che ne abbiamo è in Anassimene, nel VI secolo, il cui frammento B2 dice: « come la nostra aria che è psiche ci tiene uniti e ci governa, così l’intero universo è tenuto insieme da pneuma e aria ». Secondo Anassimene, cioè, l’aria è l’origine di ogni nascere e di ogni morire, di cui essa è la causa divina e non mortale; perciò, la morte non è che il ritorno dell’aria alla sua sede originaria. In Anassimene restava però ancora ambiguo se la sopravvivenza dell’anima fosse insieme sopravvivenza dell’io individuale. Ciò invece diviene esplicito nei miti orfici e pitagorici, la cui prima testimonianza è per noi costituita dalla seconda Olimpica di Pindaro, dove Pindaro riporta il mito orfico della sopravvivenza dell’anima individuale, la quale viene premiata o punita nell’aldilà a seconda del suo comportamento nel corso della vita terrena. La derivazione orfica della concezione platonica dell’anima è attestata da un importante brano del “Menone” (81a-b): “Socrate: Ho udito da uomini e da donne che s’intendono delle cose divine... Menone: Quale discorso? Socrate: Un discorso vero, credo, e bello. Menone: Quale discorso? e chi erano costoro? Socrate: Erano sacerdoti e sacerdotesse, di quelli che cercano di poter rendere conto delle materie che trattano. E anche Pindaro dice così, e altrettanto molti altri poeti ispirati dagli dèi. Dicono questo; bada se ti sembra vero. Essi affermano che l’anima umana è immortale: essa ora termina (e ciò si dice morire), ora rinasce; ma non perisce mai.” Nel finale del “Gorgia” (524b) viene ripresa la stessa concezione: “La morte non è altro, a mio avviso, che la separazione di due cose, dell’anima dal corpo; dopo la separazione entrambi conservano il loro essere non meno che in vita.”
Tuttavia, benché Platone abbia derivato gran parte la sua dottrina dell’immortalità dell’anima dagli orfici, egli intese certo distinguere nettamente le sue dottrine, che volevano avere il rigore e la scientificità della filosofia, dalle iniziazioni fantastico-religiose degli orfici. Ciò risulta chiaro da un esplicito brano della Repubblica (II, 364e): “Dei vati e degli imbroglioni mettono innanzi una gran quantità di libri di Museo e di Orfeo... e fanno sacrifici, e persuadono non soltanto i privati, ma anche le città che vi sono liberazioni e purificazioni dalle colpe per i vivi e per i morti, attraverso sacrifici e giochi divertenti; e chiamano tutto ciò iniziazioni, e sostengono che ci liberano dai mali di laggiù, e se non compiamo quei sacrifici, ci attendono orribili mali.” Il problema dell’anima era così centrale alla speculazione di Platone, ch’egli ritenne di dovervi dedicare un dialogo apposito, il “Fedone”. In esso anzitutto Platone, che pur (nell’immagine dell’anima incorporea) conserva talora qualche reminiscenza omerica, tiene anzitutto a distinguersi dalla concezione omerica della mortalità dell’anima senziente e pensante: “Alcuni temono che, quando l’anima si sia distaccata dal corpo, essa non esista più in nessun luogo, ma si guasti e perisca lo stesso giorno in cui l’uomo muore; essi cioè Temono che, nel medesimo atto in cui l’anima si distacca dal corpo e ne esce, subito essa si dissolva e voli via come un soffio o un fumo, e in tal modo cessi del tutto di esistere.” (“Fedone”, 70a) In secondo luogo, nel “Fedone”, Platone si ricollega, come già nel “Menone” e nel “Gorgia”, alle dottrine orfiche: “Vi è un’antica dottrina secondo cui esistono nell’Ade delle anime giuntevi da qui e che di là ritornano nuovamente qui e che si rigenerano dai morti trasmigrando in nuovi esseri (70c).” In terzo luogo nel “Fedone” esprime, per bocca del pitagorico Simmia, la dottrina pitagorica dell’anima, alla quale Platone solo parzialmente si ricollega. Per i pitagorici, cioè, l’anima è armonia di elementi materiali, simili all’armonia dei suoni ottenuta dalla lira; Platone non può accettare del tutto questa dottrina perché essa presenta il pericolo di condurre all’idea della mortalità dell’anima, giacché, come l’armonia della lira perisce se la lira è distrutta, si dovrebbe allora pensare che anche l’anima, se è l’armonia degli elementi del corpo, debba perire quando il corpo perisce. Di fronte alle dottrine orfiche e pitagoriche, da cui pure parzialmente deriva, Platone contrappone, nel “Fedone”, una propria dottrina dell’anima connessa alla teoria platonica delle idee. Cioè, essendo noi costituiti di anima e di corpo, dobbiamo ritenere che, come il corpo che è visibile appartiene al mondo visibile, così l’anima che è invisibile appartenga al mondo invisibile. Ciò risulta evidente dal fatto che, quando l’anima apprende qualcosa coi sensi corporei, essa, trovandosi a contatto con la dispersione molteplice del sensibile, ne resta turbata e colpita in maniera discontinua; quando invece apprende cognizioni intellettuali, essa giunge a pensieri non caduchi, perché si trova a contatto con ciò che è simile ad essa, cioè col mondo ideale dell’intelligenza. Congenere all’anima è quindi soltanto ciò che appartiene al mondo eterno delle idee; è quindi logico che, al momento della morte in cui l’anima si separa dal corpo, essa torni a risiedere nel mondo che è suo, cioè in quello delle idee eterne.
Questa dottrina dell’anima, già delineata nel “Fedone”, viene elaborata ulteriormente da Platone nella “Repubblica”. Qui non si preoccupa più soltanto di dimostrare l’immortalità dell’anima, ma cerca di determinarne anche la struttura, e stabilisce così, nel libro IV, la famosa dottrina delle tre parti dell’anima: “Noi impariamo con una parte dell’anima che è in noi, proviamo le emozioni con un’altra parte, e proviamo gli appetiti con una terza parte, sia quelli relativi al nutrimento sia quelli relativi alla procreazione sia quelli con questi imparentati.” (“Repubblica”, 436a) La parte principale e più elevata dell’anima è naturalmente la prima; le altre due parti sono invece quelle proclivi a legarsi con gli elementi caduchi del corpo. L’anima incarnata nel corpo, però, è costretta a rimanervi nel pe¬ riodo della vita e a guardare con gli occhi del corpo. Di qui il famoso mito della caverna, che Platone espone nel libro vii della Repubblica: l’anima umana è simile a chi si trovi in una buia caverna, legato e immobilizzato in modo che possa guardare soltanto davanti a sé, e veda sulla parete della caverna, proiettate da un fuoco posto nel fondo, le immagini di statue raffiguranti le cose; siccome egli non vede né il fuoco né le statue, egli crede che quelle immagini siano la vera realtà. La morte non è quindi altro che la liberazione dell’anima dai ceppi del corpo che le impediscono di contemplare la vera realtà ad essa congenere, che sono le idee. Nel X libro della Repubblica Platone precisa la sorte delle anime, le quali provengono dalla sede celeste delle idee, scendono a incarnarsi sulla terra, e poi, a seconda del loro comportamento terreno, vengono condannate a scendere nel luogo di pena sotterraneo, oppure possono tornare alla sede celeste. Sulla base di questi precedenti, Platone elabora la dottrina dell’anima del “Fedro”, contenuta nel secondo dei due discorsi di Socrate. Essa, come vedremo, diverge in molti punti dalla precedente dottrina esposta nel “Gorgia” e nel “Fedone” soprattutto per quanto riguarda il destino delle anime dopo la morte, mentre è più vicina alla dottrina della “Repubblica”, pur costituendone un ulteriore sviluppo che comporta nuove modificazioni. Tenendo presente però quanto s’è detto ora, il lettore potrà orizzontarsi nella complessa descrizione prima della struttura dell’anima (immaginata allegoricamente, nelle sue tre patti costitutive, come un cocchio comprendente un auriga, un cavallo buono e uno cattivo), poi della sua vicenda, prima e dopo le incarnazioni umane.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
3 commenti:
Estratto dalla Introduzione di Armando Plebe al “Fedro” di Platone, 1964.
LA DOTTRINA DELL’ANIMA
La dottrina dell’anima, che occupa quasi tutto il secondo dei due discorsi di Socrate, è in piccola parte di derivazione omerica, in maggior parte di derivazione orfica e pitagorica, per quanto da parte di alcuni studiosi come H. W. Thomas si sia cercato di negare la provenienza orfica delle fonti di Platone. A tale scopo occorre tenere subito presente la radicale differenza tra il concetto omerico e quello orfico-pitagorico dell’anima. Secondo la concezione di Omero, esisteva da un lato un’anima vitale, psyche, che alla morte del corpo abbandona il corpo, la quale però non sente né pensa, e d’altro lato invece un’anima senziente e pensante, thymós, la quale però è del tutto legata e condizionata all’esistenza degli organi e delle funzioni fisiche del corpo. In base a questa concezione non era pensabile l’idea di un’anima senziente pensante, separata dal corpo. Tale idea compare invece soltanto nel mondo post omerico, e in collegamento con le dottrine orfiche e pitagoriche. La prima testimonianza filosofica che ne abbiamo è in Anassimene, nel VI secolo, il cui frammento B2 dice: « come la nostra aria che è psiche ci tiene uniti e ci governa, così l’intero universo è tenuto insieme da pneuma e aria ». Secondo Anassimene, cioè, l’aria è l’origine di ogni nascere e di ogni morire, di cui essa è la causa divina e non mortale; perciò, la morte non è che il ritorno dell’aria alla sua sede originaria. In Anassimene restava però ancora ambiguo se la sopravvivenza dell’anima fosse insieme sopravvivenza dell’io individuale. Ciò invece diviene esplicito nei miti orfici e pitagorici, la cui prima testimonianza è per noi costituita dalla seconda Olimpica di Pindaro, dove Pindaro riporta il mito orfico della sopravvivenza dell’anima individuale, la quale viene premiata o punita nell’aldilà a seconda del suo comportamento nel corso della vita terrena. La derivazione orfica della concezione platonica dell’anima è attestata da un importante brano del “Menone” (81a-b):
“Socrate: Ho udito da uomini e da donne che s’intendono delle cose divine...
Menone: Quale discorso?
Socrate: Un discorso vero, credo, e bello.
Menone: Quale discorso? e chi erano costoro?
Socrate: Erano sacerdoti e sacerdotesse, di quelli che cercano di poter rendere conto delle materie che trattano. E anche Pindaro dice così, e altrettanto molti altri poeti ispirati dagli dèi. Dicono questo; bada se ti sembra vero. Essi affermano che l’anima umana è immortale: essa ora termina (e ciò si dice morire), ora rinasce; ma non perisce mai.”
Nel finale del “Gorgia” (524b) viene ripresa la stessa concezione:
“La morte non è altro, a mio avviso, che la separazione di due cose, dell’anima dal corpo; dopo la separazione entrambi conservano il loro essere non meno che in vita.”
Tuttavia, benché Platone abbia derivato gran parte la sua dottrina dell’immortalità dell’anima dagli orfici, egli intese certo distinguere nettamente le sue dottrine, che volevano avere il rigore e la scientificità della filosofia, dalle iniziazioni fantastico-religiose degli orfici.
Ciò risulta chiaro da un esplicito brano della Repubblica (II, 364e):
“Dei vati e degli imbroglioni mettono innanzi una gran quantità di libri di Museo e di Orfeo... e fanno sacrifici, e persuadono non soltanto i privati, ma anche le città che vi sono liberazioni e purificazioni dalle colpe per i vivi e per i morti, attraverso sacrifici e giochi divertenti; e chiamano tutto ciò iniziazioni, e sostengono che ci liberano dai mali di laggiù, e se non compiamo quei sacrifici, ci attendono orribili mali.”
Il problema dell’anima era così centrale alla speculazione di Platone, ch’egli ritenne di dovervi dedicare un dialogo apposito, il “Fedone”. In esso anzitutto Platone, che pur (nell’immagine dell’anima incorporea) conserva talora qualche reminiscenza omerica, tiene anzitutto a distinguersi dalla concezione omerica della mortalità dell’anima senziente e pensante:
“Alcuni temono che, quando l’anima si sia distaccata dal corpo, essa non esista più in nessun luogo, ma si guasti e perisca lo stesso giorno in cui l’uomo muore; essi cioè Temono che, nel medesimo atto in cui l’anima si distacca dal corpo e ne esce, subito essa si dissolva e voli via come un soffio o un fumo, e in tal modo cessi del tutto di esistere.” (“Fedone”, 70a)
In secondo luogo, nel “Fedone”, Platone si ricollega, come già nel “Menone” e nel “Gorgia”, alle dottrine orfiche:
“Vi è un’antica dottrina secondo cui esistono nell’Ade delle anime giuntevi da qui e che di là ritornano nuovamente qui e che si rigenerano dai morti trasmigrando in nuovi esseri (70c).”
In terzo luogo nel “Fedone” esprime, per bocca del pitagorico Simmia, la dottrina pitagorica dell’anima, alla quale Platone solo parzialmente si ricollega. Per i pitagorici, cioè, l’anima è armonia di elementi materiali, simili all’armonia dei suoni ottenuta dalla lira; Platone non può accettare del tutto questa dottrina perché essa presenta il pericolo di condurre all’idea della mortalità dell’anima, giacché, come l’armonia della lira perisce se la lira è distrutta, si dovrebbe allora pensare che anche l’anima, se è l’armonia degli elementi del corpo, debba perire quando il corpo perisce.
Di fronte alle dottrine orfiche e pitagoriche, da cui pure parzialmente deriva, Platone contrappone, nel “Fedone”, una propria dottrina dell’anima connessa alla teoria platonica delle idee. Cioè, essendo noi costituiti di anima e di corpo, dobbiamo ritenere che, come il corpo che è visibile appartiene al mondo visibile, così l’anima che è invisibile appartenga al mondo invisibile. Ciò risulta evidente dal fatto che, quando l’anima apprende qualcosa coi sensi corporei, essa, trovandosi a contatto con la dispersione molteplice del sensibile, ne resta turbata e colpita in maniera discontinua; quando invece apprende cognizioni intellettuali, essa giunge a pensieri non caduchi, perché si trova a contatto con ciò che è simile ad essa, cioè col mondo ideale dell’intelligenza. Congenere all’anima è quindi soltanto ciò che appartiene al mondo eterno delle idee; è quindi logico che, al momento della morte in cui l’anima si separa dal corpo, essa torni a risiedere nel mondo che è suo, cioè in quello delle idee eterne.
Questa dottrina dell’anima, già delineata nel “Fedone”, viene elaborata ulteriormente da Platone nella “Repubblica”. Qui non si preoccupa più soltanto di dimostrare l’immortalità dell’anima, ma cerca di determinarne anche la struttura, e stabilisce così, nel libro IV, la famosa dottrina delle tre parti dell’anima:
“Noi impariamo con una parte dell’anima che è in noi, proviamo le emozioni con un’altra parte, e proviamo gli appetiti con una terza parte, sia quelli relativi al nutrimento sia quelli relativi alla procreazione sia quelli con questi imparentati.” (“Repubblica”, 436a)
La parte principale e più elevata dell’anima è naturalmente la prima; le altre due parti sono invece quelle proclivi a legarsi con gli elementi caduchi del corpo. L’anima incarnata nel corpo, però, è costretta a rimanervi nel pe¬ riodo della vita e a guardare con gli occhi del corpo. Di qui il famoso mito della caverna, che Platone espone nel libro vii della Repubblica: l’anima umana è simile a chi si trovi in una buia caverna, legato e immobilizzato in modo che possa guardare soltanto davanti a sé, e veda sulla parete della caverna, proiettate da un fuoco posto nel fondo, le immagini di statue raffiguranti le cose; siccome egli non vede né il fuoco né le statue, egli crede che quelle immagini siano la vera realtà. La morte non è quindi altro che la liberazione dell’anima dai ceppi del corpo che le impediscono di contemplare la vera realtà ad essa congenere, che sono le idee. Nel X libro della Repubblica Platone precisa la sorte delle anime, le quali provengono dalla sede celeste delle idee, scendono a incarnarsi sulla terra, e poi, a seconda del loro comportamento terreno, vengono condannate a scendere nel luogo di pena sotterraneo, oppure possono tornare alla sede celeste. Sulla base di questi precedenti, Platone elabora la dottrina dell’anima del “Fedro”, contenuta nel secondo dei due discorsi di Socrate. Essa, come vedremo, diverge in molti punti dalla precedente dottrina esposta nel “Gorgia” e nel “Fedone” soprattutto per quanto riguarda il destino delle anime dopo la morte, mentre è più vicina alla dottrina della “Repubblica”, pur costituendone un ulteriore sviluppo che comporta nuove modificazioni. Tenendo presente però quanto s’è detto ora, il lettore potrà orizzontarsi nella complessa descrizione prima della struttura dell’anima (immaginata allegoricamente, nelle sue tre patti costitutive, come un cocchio comprendente un auriga, un cavallo buono e uno cattivo), poi della sua vicenda, prima e dopo le incarnazioni umane.
Posta un commento