martedì 6 ottobre 2026

Saggistica

                                     


                        Di antiche collere




2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA PESTE

“Rieux si diresse verso le scale. “Dica, dottore, è vero che costruiranno un monumento ai morti della peste?” “Lo dice il giornale: una stele o una targa.” “N’ero sicuro. Ci saranno dei discorsi.” Il vecchio rideva di un riso strozzato. “Li sento di qui: ‘i nostri morti…’ E poi ne andranno a mangiarci su.”
Ma Rieux saliva per le scale. Il gran cielo freddo scintillava al di sopra delle case, presso le colline le stelle s’indurivano come selci. La notte non era diversa da quella in cui Tarrou e lui erano saliti sulla terrazza per dimenticare la peste. Ma oggi il mare era più strepitoso d’allora, ai piedi delle scogliere. L’aria era immobile e sottile, alleggerita dei soffi salsi che recava il vento tiepido dell’autunno. Il rumore della città, intanto, batteva sempre ai piedi delle terrazze con uno strepito d’onde. Ma la notte era di liberazione e non di rivolta; in lontananza un buio rosseggiare indicava il sito dei viali e delle piazze illuminate. Nella notte adesso liberata, il desiderio diventava senza ostacoli, e il suo scroscio giungeva fino a Rieux.
Dal porto oscuro salirono i primi razzi dei festeggiamenti ufficiali. La città li salutò con una lunga e sorda esclamazione. Cottard, Tarrou, coloro o colei che Rieux aveva amato e perduto, tutti, morti o colpevoli, erano dimenticati. Il vecchio aveva ragione, gli uomini erano sempre gli stessi. Ma era la loro forza e la loro innocenza, e proprio qui, al di sopra di ogni dolore, Rieux sentiva di raggiungerli. In mezzo alle grida, che raddoppiavano di forza e di durata, che si ripercuotevano lungamente sino ai piedi della terrazza, via via che gli steli multicolori si alzavano più numerosi nel cielo, il dottor Rieux decise allora di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza fatte loro, e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli, e che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare. Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere contro il terrore e la sua instancabile arma, non ostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.
Ascoltando, infatti, le grida d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe un giorno in cui, per sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

Silvio Minieri ha detto...

DI ANTICHE COLLERE

1. La mania telestica
“Ma in casi di morbi e pene gravissime, che per antiche collere (παλαιῶν μηνιμάτων) caddero su alcune generazioni di uomini, la mania sorgendo e profetando in quelli in cui doveva, trovò il rimedio ricorrendo a preghiere e ai culti divini; quindi, attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il tempo presente e l’avvenire, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto.” (Fedro, 244de)
Quali sono queste antiche collere? Il vocabolo μήνιμα si può tradurre con “ira”, “collera”, “sdegno”, ma significa anche “causa” dell’ira, “colpa” o “peccato”. Armando Plebe traduce menyma con “collera”, Giovanni Reale e altri con “colpa”. Se rileggiamo il testo, il senso sembra rimanere lo stesso: la colpa dell’uomo scatena la collera divina, causa dei morbi e delle disgrazie che si abbattono sulle generazioni successive. È il concetto religioso biblico dell’espiazione del peccato commesso dai progenitori, che si abbatte su di loro e sulle generazioni future. La Hybris è un topos della cultura greca, un tema ricorrente da Omero fino alla “Poetica” di Aristotele, una violazione di leggi divine che conduce alla catastrofe della tragedia.
Le antiche collere, di cui ci dice Platone, già si ritrovano nei primi versi dell’Iliade: “L’ira funesta che infinite addusse lutti agli Achei.” Tutti ricordiamo questi versi del proemio studiati a scuola e non li abbiamo dimenticati, perché la rima è il mezzo più semplice per lasciare impresse nella memoria le parole pronunciate oralmente. Nell’antichità era questo, infatti, lo strumento per trasmettere le tradizioni e la cultura, in assenza della scrittura o del suo uso non ancora del tutto sviluppato.
Subito dopo l’invocazione di rito a Calliope, la Musa della poesia epica figlia di Zeus e Mnemosyne (Memoria), Omero inizia a narrare del primo avvenimento nefasto che incombe sul destino degli eroi, di cui si appresta a raccontare le gesta. È un modo della tradizione antica di rappresentare subito tutta la tragicità dell’esistenza. Che cosa di terribile è accaduto tra gli uomini per scatenare l’ira divina? In questa domanda, già si conserva una parte della risposta: la collera divina è provocata dalle azioni degli uomini. Qui manca il capriccio degli dèi, la colpa è dell’uomo, in particolare dei Re, quelli che sono a capo dei popoli. Quando il sommo sacerdote del dio Apollo, Crise, si recò da Agamennone al fine di riscattare la figlia Criseide, divenuta schiava e concubina del Re, questi si rifiutò. Crise allora pregò il dio Apollo di vendicarlo, colpendo il nemico con una pestilenza. Il dio ascoltò la supplica del suo sacerdote e scese dall’Olimpo, scagliando le sue frecce avvelenate prima contro gli animali e poi contro i soldati Achei, accampati sotto le mura di Troia. Segue lo scontro con Achille, a cui Agamennone sottrae la schiava Briseide, in cambio di Criseide restituita al genitore, scatenando così l’ira furibonda dell’eroe, che viene consolato dalla madre Teti. La dea sale al cielo e prega Giove di concedere la vittoria ai Troiani finché i Greci non abbiano rintegrato l’onore del figlio. Nei libri seguenti dell’Iliade, vediamo come gli dèi scendono in combattimento a fianco o contro le parti in guerra.
(Segue)