giovedì 8 ottobre 2026

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                    La grande fossa




5 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA GRANDE FOSSA

1. LA MADONNA DEL BUON CAMMINO
“– Ma che cosa ha dunque fatto per voi, la vostra Madonna, voi gente del Mercato? – egli diceva in tono di scherno. – Se è tanto miracolosa come voi dite, perché non ha salvato Napoli dal colera? E qui, nel Mercato, nel centro del suo stesso quartiere, la cui popolazione si è inginocchiata davanti a lei per secoli, che cosa ha fatto mai per impedire che il malanno arrivasse fin qui? Non muore tanta gente ogni giorno intorno al suo santuario, non ostante le vostre preghiere e le vostre candele votive? “Altro che Madonna del Carmine!” Guardate invece il settore della nostra piazza: qui non c’è mai colera né mai verrà.” [1]
Siamo nella Napoli del 1884, infestata dal colera, dove è accorso a prestare le sue cure il giovane medico svedese Axel Munthe. Chi parla è don Dioniso, parroco della chiesa vicina a quella del Carmine, dalla sua parte il colera non miete vittime: “Mi piacerebbe sapere chi potete ringraziare per tale miracolo se non la Santa Madonna del Buon Cammino, che stende la sua mano protettrice su di voi, benché non lo meritiate, benché abbandoniate il suo santuario al buio e portiate tutte le vostre offerte alle altre Madonne qualunque sia il loro nome! E tuttavia non potete vedere nella vostra cecità che la benedetta Madonna del Buon Cammino è molto più potente di tutte le altre Madonne messe insieme. Altro che la Madonna del Carmine!”
Il racconto si snoda sul rapporto tra il medico che cura i malati dei bassifondi, e rappresenta la voce della scienza, e don Dioniso, la voce della religione. Il primo riesce a ottenere qualche successo nella cura dei malati, con diverse guarigioni, che il prete e i suoi fedeli attribuiscono alla Madonna del Buon Cammino, e la strada del quartiere non viene toccata dall’epidemia. Il dottore, peraltro lui stesso scettico sul potere della scienza medica, deve però ammettere: “Per una settimana intera non si verificò nemmeno un caso di morte fra i suoi malati.” Intanto, don Dioniso aveva lanciato la sua profezia: “Finché v’erano candele accese nella cappella della Madonna del Buon Cammino, il colera non avrebbe mai osato invadere la strada.”
Il miracolo però non dura a lungo: “E fu proprio allora che il terrore colse i poveri di Napoli, fu allora che il contagio rapido come il baleno scoppiò in tutte le vie e i vicoli dei quartieri poveri. Fu proprio in quel momento che si videro le persone cadere per le vie come se fossero state colpite dal fulmine; che i morti e i moribondi giacevano uno vicino all’altro in ogni casa; che si dovettero usare perfino gli omnibus a cavalli per trasportare i cadaveri al Camposanto dei colerosi, ove ogni sera venivano calati più di mille morti. […] Fu allora che la paura raggiunse i limiti della pazzia, che la disperazione cominciò ad ululare come la rabbia, che dalle labbra tremanti dei colpiti uscirono preghiere e maledizioni in tremenda confusione, che i coltelli brillarono in mani che poco prima avevano tenuto rosari e crocefissi.”

Silvio Minieri ha detto...

E ovviamente l’epidemia non si arresta e la posizione del dottore comincia a vacillare: “Una vecchia aveva informato il dottore che una donna era moribonda in uno dei bassi della contrada Orto del Conte e che suo marito era stato avvelenato il giorno prima all’ospedale. Quella sera stessa andò a trovare l’ammalata e solo con enormi difficoltà poté aprirsi il passaggio attraverso la folla ostile assembrata davanti alla casa. Qui sentì che il marito era stato portato quasi per forza all’ospedale, dov’era poi morto, e quando, un paio d’ore più tardi, un’ambulanza era venuta a prendere la moglie colpita a sua volta dal flagello, la folla si era opposta al trasporto, aveva pugnalato un carabiniere, mentre gli altri avevano dovuto scappare per salvarsi. Come al solito, i poveri dottori erano le vittime dell’ira popolare, e intorno a sé egli sentiva gli insulti ben noti di assassino e avvelenatore.”
La gente non crede alla scienza medica, ha solo fede nei miracoli: “Tutti i tentativi che egli fece per indurre la folla alla ragione e rendersela amica non approdarono a nulla, perciò il dottore decise di attendere l’arrivo di Don Dioniso.” Credono i molti, tutti, nei riti propiziatori per attirarsi la benevolenza del potere divino – nulla è mutato dai tempi pagani di venti secoli prima – nulla è mutato nell’animo della gente. “Non appena arrivò il vecchio tutta l’attenzione della folla si accentrò subito su di lui e sulla sua Madonna, e tutti caddero in ginocchio pregando fervidamente e senza più curarsi né dell’ammalata né del dottore.”
Per il medico è la salvezza. Proprio quando la donna è nello “stadium algidum”, ma il polso ancora sensibile, il prete annuncia che il miracolo è compiuto. E quando escono dall’abitazione don Dioniso e la sua Madonna e la folla salmodiante in processione solenne dietro di lui, la moribonda entra nello stato comatoso. “Pochi minuti più tardi il dottore scivolò via come un ladro e corse a precipizio fino all’angolo del Duomo, dove sapeva che sarebbe stato in salvo.”
Come andò a finire la storia di don Dioniso e della sua Madonna del Buon Cammino? Toccò al dottore assistere alla sua fine, dopo quella notte e altri giorni, in cui tutti gli ammalati morirono sotto i suoi occhi. Rientravano a casa: “Si diedero la buona notte dinanzi alla cappella […] alla tremula luce che brillava dinanzi al suo tabernacolo, il dottore vide un pallore mortale coprire il viso dell’amico. Il vecchio barcollò e cadde con il quadro della Madonna in braccio. Il dottore lo portò di peso nella cappella e lo depose nel suo letto di paglia […] Si fermò al suo capezzale per tutta la notte, mentre il malato si faceva sempre più debole, e poi pian piano divenne freddo. Le candele votive ad una ad una si rimpicciolirono, tremarono nell’ultimo soffio e poi si spensero […] finché tutto si fece buio e solo la vecchia lampadina ad olio gettò la sua luce tremula sulla pallida immagine di cera dal sorriso inconscio sul viso impassibile.”

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[1] Axel Munthe, “La Madonna del Buon Cammino”, racconto pubblicato in “Från Napoli” 1885, stampato in “Napoli e Capri”, Colonnese Editore, Napoli 2006.

Silvio Minieri ha detto...

2. LA GRANDE FOSSA DELL’OBLIO
Che cosa accadde dopo la morte di don Dioniso? E ancora, che cosa accadde dopo la fine dell’epidemia di colera che devastò la città di Napoli?
“Il giorno dopo il dottore svenne per la via, fu raccolto e portato all’ospedale dei colerosi. Invincibile come il Destino, la Morte spazzò via tutti gli abitanti della via della Madonna del Buon Cammino e di vicolo del Monaco. Il nome del vicolo del Monaco riempì Napoli di terrore e attraverso le notizie dei giornali divenne noto in tutto il mondo come il posto ove il colera infierì in tutta la sua virulenza.”
Qui, il racconto corrisponde a un dato di cronaca che l’autore registra in Nota: “Quasi tutti gli abitanti del vicolo morirono. Un rapporto ufficiale del tempo dice che in un’ora sola si verificarono più di trenta casi.”
Il dottore della storia non morì e registrò il destino ultimo del prete suo amico: “Don Dioniso scese inconscio dal confuso mondo immaginario della sua superstizione entro l’oscurità impenetrabile della grande fossa lassù nel Camposanto dei colerosi.” Era passato dallo stato di coscienza, in cui aveva vissuto la sua vita di devozione e vanto della sua Madonna, all’incoscienza della morte. E anche il suo piccolo santuario aveva subito un identico destino di cancellazione ed oblio: “La piccola cappella buia che aveva ospitato la confusa devozione del vecchio visionario è stata rasa al suolo dal nuovo ordine di cose che finalmente ha conquistato anche Napoli e il vicolo del Monaco non esiste più.”
Sembra quasi che il dottore sia riuscito vincitore nell’invisibile duello tra religione e scienza medica, alla fine del conflitto ideale generato dalla tragica e devastante realtà del colera, che aveva spazzato via tutta la scena dal teatro di quella storia. Ma non è così. “Quell’altro, lo sciocco che aveva per un momento creduto di poter comandare la Morte e ordinarle di fermarsi nella sua marcia trionfale, quell’altro vive ancora, ma la sua mente è oscurata per sempre dalla triste visione della realtà.” Anche lui registra la sua sconfitta: “E anche lui cadrà, anche lui, entro la grande fossa dell’oblio. E di tutti quelli che vissero e soffrirono nel vicolo del Monaco niente più rimarrà, niente più.”
Nulla, dunque, dopo tanti lutti, tante sofferenze, tanta disperazione, tanta morte? Neppure una testimonianza, un ricordo nel registro della memoria? O forse qualcosa di più, un’immagine venerata, in ombra, nel silenzio immobile: “Dietro una cortina, in qualche piccola cappella buia c’è la Madonna del Buon Cammino dal sorriso inconscio sul viso impassibile.”

Silvio Minieri ha detto...

IMMAGINE
Axel Munthe (1857–1949) è stato un celebre medico, psichiatra e scrittore svedese, noto a livello internazionale soprattutto per il suo legame profondo con l'Italia e per il best-seller autobiografico La storia di San Michele (The Story of San Michele).

Silvio Minieri ha detto...

SUPERSTIZIONE E RELIGIONE
“Don Dioniso scese inconscio dal confuso mondo immaginario della sua superstizione entro l’oscurità impenetrabile della grande fossa lassù nel Camposanto dei colerosi.” Riprendiamo dal testo di Axel Munthe il suo giudizio sul destino tragico e impietoso del parroco della Madonna del Buon Cammino. Al giovane medico scandinavo tutti quei riti religiosi e le preghiere e le processioni di gente prostrata dalla sventura, per implorare la grazia ed evitare ulteriori sciagure, appaiono inspiegabili superstizioni, in alternativa alla scienza e alla medicina. Nella figura del prete, egli avverte tutta l’insensatezza di un visionario e non può fare a meno di indicarne il destino nella oscurità impenetrabile della grande fossa dell’oblio, quella buia profondità, in cui finirà per cadere anche lui. Nei gesti della gente rabbiosa e disperata, egli non vede più i simboli religiosi della fede ma strumenti di vendetta e di odio: brillano lame di coltelli, invece di rosari e crocefissi. E non li vede perché non li può riconoscere, e non li può riconoscere, perché non riesce a distinguere la linea di confine, che separa la religione dalla superstizione.
(Segue)