giovedì 15 ottobre 2026

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              De natura deorum




3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

CICERONE

Si nihil aliud quaereremus nisi ut deos pie coleremus et ut superstitione liberaremur, satis erat dictum; nam et praestans deorum natura hominum pietate coleretur, cum et aeterna esset et beatissima (habet enim venerationem iustam quicquid excellit), et metus omnis a vi atque ira deorum pulsus esset; intellegitur enim a beata inmortalique natura et iram et gratiam segregari; quibus remotis nullos a superis inpendere metus. sed ad hanc confirmandam opinionem anquirit animus et formam et vitam et actionem mentis atque agitationem in deo. [De natura deorum, XVII,45]

Se non cercassimo altro che adorare gli dèi con devozione ed essere liberati dalla superstizione, sarebbe già sufficiente; poiché l'eccellente natura degli dèi verrebbe adorata con la pietà umana, essendo eterna e beatissima (poiché tutto ciò che eccelle merita giusta venerazione), e ogni timore verrebbe allontanato dal potere e dall'ira degli dèi; poiché si comprende che sia l'ira che la grazia sono separate dalla natura beata e immortale; quando queste vengono rimosse, nessun timore incombe sugli dèi. Ma per confermare questa opinione, la mente indaga sulla forma, la vita e l'azione della mente e l'agitazione in Dio.

Nel DE NATURA DEORUM, Cicerone distingue la vera religio, fondata sulla ragione, dalla superstitio, che nasce da paura, ignoranza e credenze irrazionali, criticandola come dannosa per l’individuo e per la vita pubblica.

L’opera consiste in un dialogo filosofico in tre libri in cui Cicerone confronta tre scuole:
Epicurei (Libro I), rappresentati da Velleio
Stoici (Libro II), rappresentati da Balbo
Accademici scettici (Libro III), rappresentati da Cotta
L’obiettivo non è proporre una dottrina dogmatica, ma esaminare criticamente le concezioni della divinità e il loro impatto sulla religione romana.

Nel Libro I, l’epicureo Velleio sostiene che la superstizione nasce dal timore degli dèi e dell’aldilà. Secondo gli epicurei: 1) gli dèi esistono ma non si occupano degli uomini; 2) la religione tradizionale è piena di miti assurdi; 3) la superstizione è una delle principali cause dell’infelicità umana.
Cicerone non accetta la dottrina epicurea, ma apprezza la critica alla paura religiosa.
La posizione stoica: religione sì, superstizione no

Nel Libro II, Balbo difende una religione razionale: 1) gli dèi sono provvidenziali; 2) l’universo è ordinato secondo ragione; 3) il culto tradizionale ha valore etico e civile
Gli stoici distinguono chiaramente tra religio (rispetto razionale degli dèi) e superstitio (eccesso irrazionale). Cicerone, vicino allo stoicismo in politica e morale, valorizza questa distinzione.

Nel Libro III, Cotta – scetticismo accademico – smonta le argomentazioni stoiche, mostrando che molte credenze religiose sono incoerenti o mitiche.
Cicerone non nega l’utilità della religione civile, insiste sul fatto che la superstizione nasce quando si accettano miti non verificati; la religione deve essere razionale e moderata; lo Stato deve proteggere la religione tradizionale, ma anche limitare gli eccessi superstiziosi.

Cicerone vede la superstizione come una minaccia: psicologica, perché genera paura e dipendenza; politica, perché può essere usata per manipolare le masse; filosofica, perché contraddice la ricerca della verità; civile, perché indebolisce la religione romana, che deve essere sobria e razionale.

SINTESI
In DE NATURA DEORUM la superstizione è il bersaglio comune di tutte le scuole, e Cicerone la condanna come degenerazione della religione. La sua posizione finale è equilibrata: difende la religione tradizionale come fondamento morale e politico, ma vuole liberarla da miti irrazionali e paure superstiziose.

Silvio Minieri ha detto...

La superstitio è un eccesso irrazionale di credenze e pratiche religiose, spesso alimentato da paura degli dèi, ignoranza dei fenomeni naturali e manipolazione sacerdotale. Nei suoi scritti (“De natura deorum”, “De divinatione” e “De legibus”) la superstizione è considerata come contraria alla ragione, fonte di ansia e terrore, politicamente pericolosa, perché può essere sfruttata per influenzare il popolo, moralmente corrosiva, perché distoglie dalla virtù e dalla responsabilità personale.

Nel DE DIVINATIONE, Cicerone presenta la superstizione come un pericolo per la religione e per la razionalità, e mira a “distruggerla dalle fondamenta”, distinguendola nettamente dalla religio autentica.

Nel trattato, soprattutto nel Libro II, Cicerone critica duramente tutte le forme di divinazione, fondate su credenze irrazionali, inganni sacerdotali o interpretazioni arbitrarie di segni naturali. Egli afferma esplicitamente che il suo scopo è liberare gli uomini dalla superstizione, definita come un insieme di credenze infondate che corrompono la religione. Cicerone dichiara che avrebbe giovato a sé e ai concittadini se fosse riuscito a “distruggere dalle fondamenta la superstizione” (superstitionem funditus sustulissemus). La superstizione è vista come ciò che inquina la religione, rendendola schiava di paure e pratiche irrazionali
Questa posizione è coerente con quanto Cicerone afferma anche altrove: nel “De natura deorum” usa superstitio per indicare una devozione patologica, e nel “De divinatione ribadisce che la religione deve essere “diffusa” mentre la superstizione deve essere “estirpata”.

RELIGIONE (religio) vs SUPERSTIZIONE (superstitio)

RELIGIO il rispetto dei riti tradizionali, utile alla coesione dello Stato e conforme alla ragione naturale. SUPERSTITIO credenze irrazionali, eccessi emotivi, interpretazioni magiiche o arbitrarie dei segni.
«Allo stesso modo in cui si devono estirpare le radici della superstizione, si deve diffondere la religione, in accordo con la conoscenza della natura»
Questa frase riassume perfettamente la sua posizione: la religione è utile e razionale, la superstizione è dannosa e va combattuta.

La critica alla divinazione come lotta contro la superstizione

Nel Libro I, il fratello Quinto difende la divinazione secondo la dottrina stoica, sulla base del consensus omnium gentium e sulla lunga tradizione dei popoli.
Nel Libro II, Cicerone confuta in maniera sistematica: aruspicina, astrologia, oracoli, interpretazione dei sogni, presagi casuali. Molti responsi sono contraddittori o falsi; non esiste un nesso razionale tra segni naturali e destino umano; attribuire al divino fenomeni casuali è contrario alla ragione. Cicerone ironizza spesso sugli indovini e sugli aruspici, ricordando il celebre motto di Catone: «Si meravigliava che un aruspice non si mettesse a ridere vedendone un altro»

Perché allora Cicerone non elimina la divinazione?
Pur criticandola sul piano filosofico, Cicerone giustifica la divinazione come istituzione politica: mantiene l’ordine religioso e civile; tutela le tradizioni degli antenati; rafforza la coesione dello Stato. Cicerone distingue tra verità filosofica e utilità politica della religione e dei riti

SINTESI
Nel DE DIVINATIONE la superstizione è giudicata irrazionale, dannosa, contraria alla vera religione, alimentata da pratiche divinatorie infondate.
Cicerone vuole purificare la religione eliminando la superstizione, ma mantiene la divinazione come istituzione politica, utile alla stabilità dello Stato romano.

Silvio Minieri ha detto...

Confronto finale del concetto di Superstizione nel mondo antico

TEOFRASTO “I Caratteri”
Un personaggio comico e ossessivo, socialmente imbarazzante. Mancanza di tatto e fobia delle coincidenze quotidiane. Correzione dei costumi civili.

PLUTARCO “Della Superstizione”
Un malato affetto da una fobia psicologica, peggiore dell'ateo. Una falsa idea degli dèi, visti come mostri e non come entità benefiche. La ragione filosofica (Platonismo) come via di mezzo tra i due estremi.

CICERONE “De natura deorum”
Un cittadino pavido e servile, indebolisce lo Stato. Confusione rispetto dei riti (religio) e paura dei figli morti (superstitio). Filosofia razionale e culto degli antenati.

Cicerone conosceva perfettamente la tradizione peripatetica e la definizione data da Teofrasto. Quando nel “De natura deorum” traduce e rimodella il concetto ellenistico di superstizione definendolo timor inanis deorum ("timore vuoto degli dèi"), ricalca l’idea di "paura infondata" δειλία analizzata secoli prima dal filosofo greco.