Deinde considerandum est de vitiis religioni oppositis. Et primo, de illis quae cum religione conveniunt in hoc quod exhibent cultum divinum; secundo, de vitiis manifestam contrarietatem ad religionem habentibus, per contemptum eorum quae ad cultum divinum pertinent. Primum autem horum pertinet ad superstitionem; secundum ad irreligiositatem. Unde primo considerandum est de ipsa superstitione, et de partibus eius; deinde de irreligiositate et partibus eius. Circa primum quaeruntur duo. Primo, utrum superstitio sit vitium religioni contrarium. Secundo, utrum habeat plures partes seu species.
«Successivamente si deve considerare dei vizi opposti alla religione. E in primo luogo, di quelli che concordano con la religione in questo, che esibiscono un culto divino; in secondo luogo, dei vizi che hanno una manifesta contrarietà alla religione, attraverso il disprezzo di quelle cose che pertengono al culto divino. Il primo di questi due ambiti pertiene alla superstizione; il secondo all'irreligiosità. Pertanto, in primo luogo si deve considerare la superstizione stessa e le sue parti; in seguito, l'irreligiosità e le sue parti. Riguardo al primo punto si pongono due quesiti: il primo, se la superstizione sia un vizio contrario alla religione; il secondo, se essa abbia più parti o specie.
La superstizione è il vizio opposto per eccesso alla religione e per il quale si presta un culto divino a chi non si deve o nel modo indebito» (S. 7A., II, 2, q. 92, a. 1).
In questo passo fondamentale, Tommaso d'Aquino offre una definizione teologica e filosofica della superstizione, inquadrandola non semplicemente come una credenza ingenua, ma come un vero e proprio vizio morale e intellettuale.
1. Il vizio per eccesso contro la virtù della religione
Nel sistema etico tomista, influenzato da Aristotele, la virtù si colloca sempre nel giusto mezzo tra due estremi opposti (vizi): uno per difetto e uno per eccesso. • La religione è la virtù morale che spinge l'uomo a rendere a Dio il culto e l'onore che Gli sono dovuti. • L'irreligiosità (come l'ateismo o la bestemmia) è il vizio per difetto. • La superstizione è il vizio per eccesso. "Eccesso" qui non significa che il superstizioso ami Dio "troppo", ma che eccede i confini della retta ragione, offrendo un culto che va oltre il giusto, appropriato o vero.
2. Le due forme di superstizione
Tommaso d'Aquino mappa il vizio della superstizione isolando due precise deviazioni, riassunte nella formula della citazione: • «A chi non si deve» (Culto indebito all'oggetto): Si verifica quando si attribuisce una dignità o un potere divino a creature che non lo possiedono (angeli, demoni, astri, oggetti, amuleti, rituali magici). È il caso dell'idolatria e della divinazione. L'errore sta nel confondere il Creatore con la creatura. • «Nel modo indebito» (Modo indebito del culto): Si verifica quando il culto è rivolto al vero Dio, ma con modalità errate, false o inappropriate. Ciò accade, ad esempio, se si eseguono pratiche religiose con uno spirito puramente formale e magico, pensando che l'efficacia della preghiera dipenda rigidamente dalla ripetizione millimetrica di parole o gesti, piuttosto che dalla disposizione del cuore e dalla volontà divina.
3. La razionalità della fede
Questo commento evidenzia la profonda unione che Tommaso stabilisce tra fede e ragione. La vera religione è ragionevole e ordinata. La superstizione, al contrario, nasce da un'immaginazione sregolata o dalla paura (timore servile), che spinge l'uomo a cercare alleanze occulte o garanzie umane per controllare il divino o il futuro. In sintesi, per San Tommaso la superstizione è una corruzione del culto. Essa degrada l'autentico rapporto con Dio, trasformando la fede (che è fiducia e abbandono filiale) in una tecnica manipolatoria o in un errore concettuale su chi sia il vero destinatario delle nostre preghiere.
Se la superstizione sia un vizio contrario alla religione.
Pare che la superstizione non sia un vizio contrario alla religione. Infatti:
1. Di due contrari l’uno non entra nella definizione dell’altro. Ora, la religione è posta nella definizione della superstizione: essa, infatti, è «la religione osservata in modo eccessivo», come dice la Glossa [interlin. e P. Lomb.] a proposito di quel testo di S. Paolo [Col 2, 23]: «Sono cose che hanno una parvenza di sapienza, ma sotto forma di superstizione». Quindi la superstizione non è un vizio contrario alla religione.
2. S. Isidoro [Etym. 10] dà questa etimologia: «Superstiziosi furono chiamati coloro i quali, stando a Cicerone, tutti i giorni facevano preghiere e sacrifici perché i loro figli fossero ad essi superstiti». Ma ciò è conciliabile anche con la pratica della vera religione. Quindi la superstizione non è un vizio opposto alla religione.
3. Il termine superstizione implica l’idea di eccesso. Ma nella religione non ci può essere un eccesso: poiché, come si è detto sopra [q. 81, a. 5, ad 3], con essa non è possibile rendere a Dio nella misura dovuta ciò che gli dobbiamo. Quindi la superstizione non è un vizio contrario alla religione. In contrario: S. Agostino ha scritto [Serm. 9, 9]: «Tu tocchi la prima corda, con la quale si adora l’unico Dio, e cade la bestia della superstizione». Ma il culto dell’unico Dio appartiene alla religione. Quindi la superstizione è l’opposto della religione. Dimostrazione: La religione, come sopra [q. 81, a. 5, ad 3] si è visto, è una virtù morale. Ora, una virtù morale consiste nei giusto mezzo, secondo le spiegazioni date [I—II, q. 64, a. 1]. Perciò a una virtù si contrappongono due serie di vizi: l’una per eccesso e l’altra per difetto. D’altra parte si può superare il giusto mezzo della virtù non solo nella quantità, ma anche relativamente ad altre circostanze. Infatti in certe virtù, come la magnanimità e la magnificenza, il vizio eccede il giusto mezzo non perché tenda a un oggetto più grande di quello della virtù, dato che forse tende a un oggetto minore: eccede però il giusto mezzo della virtù perché favorisce chi non deve, o quando non deve, e così via per altre circostanze consimili, come nota il Filosofo [Ethic. 4, cc. 1, 2, 3].
Così, dunque, la superstizione è un vizio che è contrario alla religione per eccesso: non perché nel culto divino offra più di quanto non faccia la vera religione, ma perché offre tale culto o a chi non deve, o come non deve.
Analisi delle obiezioni:
1. Come in senso traslato usiamo il termine buono parlando di cattivi, come nell’espressione un buon ladro, così talora impieghiamo abusivamente il nome di qualche virtù per descrivere un vizio: la prudenza, p. es., talora viene posta in luogo dell’astuzia, come in quel detto evangelico [Le 16, 8]: «I figli di questo secolo sono più prudenti dei figli della luce». Ed è in questo senso che la superstizione viene detta religione.
2. Una cosa è l’etimologia e un’altra il significato di un termine. L’etimologia dipende da ciò che ha dato origine alla parola, mentre il suo significato dipende da quanto con essa vogliamo esprimere. E spesso le due cose non coincidono: infatti il termine latino lapis (pietra) deriva da ledere il piede, ma non è questo il suo significato; altrimenti il ferro quando lede il piede sarebbe una pietra. Parimenti anche il termine superstizione non è detto che debba significare ciò da cui deriva.
3. Nella religione non ci può essere un eccesso rispetto alla quantità assolutamente considerata, però ci può essere un eccesso secondo una quantità di proporzione, inquantoché nel culto divino si possono compiere delle pratiche indebite.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
2 commenti:
TOMMASO d'AQUINO
Deinde considerandum est de vitiis religioni oppositis. Et primo, de illis quae cum religione conveniunt in hoc quod exhibent cultum divinum; secundo, de vitiis manifestam contrarietatem ad religionem habentibus, per contemptum eorum quae ad cultum divinum pertinent. Primum autem horum pertinet ad superstitionem; secundum ad irreligiositatem. Unde primo considerandum est de ipsa superstitione, et de partibus eius; deinde de irreligiositate et partibus eius. Circa primum quaeruntur duo. Primo, utrum superstitio sit vitium religioni contrarium. Secundo, utrum habeat plures partes seu species.
«Successivamente si deve considerare dei vizi opposti alla religione. E in primo luogo, di quelli che concordano con la religione in questo, che esibiscono un culto divino; in secondo luogo, dei vizi che hanno una manifesta contrarietà alla religione, attraverso il disprezzo di quelle cose che pertengono al culto divino.
Il primo di questi due ambiti pertiene alla superstizione; il secondo all'irreligiosità. Pertanto, in primo luogo si deve considerare la superstizione stessa e le sue parti; in seguito, l'irreligiosità e le sue parti. Riguardo al primo punto si pongono due quesiti: il primo, se la superstizione sia un vizio contrario alla religione; il secondo, se essa abbia più parti o specie.
La superstizione è il vizio opposto per eccesso alla religione e per il quale si presta un culto divino a chi non si deve o nel modo indebito» (S. 7A., II, 2, q. 92, a. 1).
In questo passo fondamentale, Tommaso d'Aquino offre una definizione teologica e filosofica della superstizione, inquadrandola non semplicemente come una credenza ingenua, ma come un vero e proprio vizio morale e intellettuale.
1. Il vizio per eccesso contro la virtù della religione
Nel sistema etico tomista, influenzato da Aristotele, la virtù si colloca sempre nel giusto mezzo tra due estremi opposti (vizi): uno per difetto e uno per eccesso.
• La religione è la virtù morale che spinge l'uomo a rendere a Dio il culto e l'onore che Gli sono dovuti.
• L'irreligiosità (come l'ateismo o la bestemmia) è il vizio per difetto.
• La superstizione è il vizio per eccesso.
"Eccesso" qui non significa che il superstizioso ami Dio "troppo", ma che eccede i confini della retta ragione, offrendo un culto che va oltre il giusto, appropriato o vero.
2. Le due forme di superstizione
Tommaso d'Aquino mappa il vizio della superstizione isolando due precise deviazioni, riassunte nella formula della citazione:
• «A chi non si deve» (Culto indebito all'oggetto): Si verifica quando si attribuisce una dignità o un potere divino a creature che non lo possiedono (angeli, demoni, astri, oggetti, amuleti, rituali magici). È il caso dell'idolatria e della divinazione. L'errore sta nel confondere il Creatore con la creatura.
• «Nel modo indebito» (Modo indebito del culto): Si verifica quando il culto è rivolto al vero Dio, ma con modalità errate, false o inappropriate. Ciò accade, ad esempio, se si eseguono pratiche religiose con uno spirito puramente formale e magico, pensando che l'efficacia della preghiera dipenda rigidamente dalla ripetizione millimetrica di parole o gesti, piuttosto che dalla disposizione del cuore e dalla volontà divina.
3. La razionalità della fede
Questo commento evidenzia la profonda unione che Tommaso stabilisce tra fede e ragione. La vera religione è ragionevole e ordinata. La superstizione, al contrario, nasce da un'immaginazione sregolata o dalla paura (timore servile), che spinge l'uomo a cercare alleanze occulte o garanzie umane per controllare il divino o il futuro.
In sintesi, per San Tommaso la superstizione è una corruzione del culto. Essa degrada l'autentico rapporto con Dio, trasformando la fede (che è fiducia e abbandono filiale) in una tecnica manipolatoria o in un errore concettuale su chi sia il vero destinatario delle nostre preghiere.
QUESTIONE
Se la superstizione sia un vizio contrario alla religione.
Pare che la superstizione non sia un vizio contrario alla religione. Infatti:
1. Di due contrari l’uno non entra nella definizione dell’altro. Ora, la religione è posta nella definizione della superstizione: essa, infatti, è «la religione osservata in modo eccessivo», come dice la Glossa [interlin. e P. Lomb.] a proposito di quel testo di S. Paolo [Col 2, 23]: «Sono cose che hanno una parvenza di sapienza, ma sotto forma di superstizione». Quindi la superstizione non è un vizio contrario alla religione.
2. S. Isidoro [Etym. 10] dà questa etimologia: «Superstiziosi furono chiamati coloro i quali, stando a Cicerone, tutti i giorni facevano preghiere e sacrifici perché i loro figli fossero ad essi superstiti». Ma ciò è conciliabile anche con la pratica della vera religione. Quindi la superstizione non è un vizio opposto alla religione.
3. Il termine superstizione implica l’idea di eccesso. Ma nella religione non ci può essere un eccesso: poiché, come si è detto sopra [q. 81, a. 5, ad 3], con essa non è possibile rendere a Dio nella misura dovuta ciò che gli dobbiamo. Quindi la superstizione non è un vizio contrario alla religione.
In contrario: S. Agostino ha scritto [Serm. 9, 9]: «Tu tocchi la prima corda, con la quale si adora l’unico Dio, e cade la bestia della superstizione». Ma il culto dell’unico Dio appartiene alla religione. Quindi la superstizione è l’opposto della religione.
Dimostrazione: La religione, come sopra [q. 81, a. 5, ad 3] si è visto, è una virtù morale. Ora, una virtù morale consiste nei giusto mezzo, secondo le spiegazioni date [I—II, q. 64, a. 1]. Perciò a una virtù si contrappongono due serie di vizi: l’una per eccesso e l’altra per difetto. D’altra parte si può superare il giusto mezzo della virtù non solo nella quantità, ma anche relativamente ad altre circostanze.
Infatti in certe virtù, come la magnanimità e la magnificenza, il vizio eccede il giusto mezzo non perché tenda a un oggetto più grande di quello della virtù, dato che forse tende a un oggetto minore: eccede però il giusto mezzo della virtù perché favorisce chi non deve, o quando non deve, e così via per altre circostanze consimili, come nota il Filosofo [Ethic. 4, cc. 1, 2, 3].
Così, dunque, la superstizione è un vizio che è contrario alla religione per eccesso: non perché nel culto divino offra più di quanto non faccia la vera religione, ma perché offre tale culto o a chi non deve, o come non deve.
Analisi delle obiezioni:
1. Come in senso traslato usiamo il termine buono parlando di cattivi, come nell’espressione un buon ladro, così talora impieghiamo abusivamente il nome di qualche virtù per descrivere un vizio: la prudenza, p. es., talora viene posta in luogo dell’astuzia, come in quel detto evangelico [Le 16, 8]: «I figli di questo secolo sono più prudenti dei figli della luce». Ed è in questo senso che la superstizione viene detta religione.
2. Una cosa è l’etimologia e un’altra il significato di un termine.
L’etimologia dipende da ciò che ha dato origine alla parola, mentre il suo significato dipende da quanto con essa vogliamo esprimere. E spesso le due cose non coincidono: infatti il termine latino lapis (pietra) deriva da ledere il piede, ma non è questo il suo significato; altrimenti il ferro quando lede il piede sarebbe una pietra. Parimenti anche il termine superstizione non è detto che debba significare ciò da cui deriva.
3. Nella religione non ci può essere un eccesso rispetto alla quantità assolutamente considerata, però ci può essere un eccesso secondo una quantità di proporzione, inquantoché nel culto divino si possono compiere delle pratiche indebite.
Posta un commento