Il cast degli attori Padre, Madre, tre Figli giovinetti
Scena La Napoli degli anni ’60. Piazza Municipio, Via Salvator Rosa, Corso Vittorio Emanuele.
PROLOGO
PRIMA NOTTE Questa mattina, in verità le quattro circa, è ancora buio, in questa giornata di metà ottobre, vige ancora l’ora legale, quindi le tre, mi sono svegliato, ovvero mi sono alzato dal letto e sono sceso in soggiorno, un riso cuor contento (deficiente!) sul volto, come dire la maschera dell’idiota felice, e mi sono seduto davanti al computer per digitare il copione di cui abbiamo detto. E perché questo riso, in realtà un ghigno? Sono contento, una contentezza che sgorga dal cuore, ecco cuor contento, per essere riuscito a compiere per la prima volta una moltiplicazione mnemonica di due numeri a cinque cifre e ottenere il risultato esatto, senza compiere errori. Caspita! Secondo me, tu imbrogli. Eh, no! caro il mio demone scettico e ghignante. Ghignante, come te. Sì, è vero, mi scimmiotti. Io sono la tua immagine allo specchio. Non sviamo il discorso. No, non lo sviamo. Allora, non mi chiedi come ho fatto? No, sì, come hai fatto? I due numeri da moltiplicare erano 12574 x 24752. E il risultato? Ai nostri fini, Il risultato non è importante, ma quel che vale è la gestazione dei due numeri. Che significa? Perché ho scelto quei numeri? Il 125 e il 247 sono i numeri di due mezzi pubblici della Napoli degli anni Sessanta, capisci adesso? Capisco e non capisco, spiegati meglio. Comincio da un discorso semplice e finisco con un discorso un po' più complesso, ma poco complesso, molto facile da capire. Fatto apposta per te! Esatto! Allora, hai presente lo spettacolo, che via in onda su Canale 1, in prima serata, il gioco dei pacchi numerati con premi in denaro? “Affari tuoi”, condotto da Stefano De Martino. Ecco, bravo! I numeri, per i concorrenti rappresentano date, situazioni, ricordi, affetti familiari. Certo, storie, diciamo così, che vanno oltre il valore dei numeri, come simboli di quantità (aritmetica) o di grandezze (geometri), immagini, quindi narrazioni. Ecco! Ora, ascoltami bene, ti ricordi quando ti ho spiegato il procedimento della matematizzazione delle parole, traduzione di lettere dell’alfabeto in cifre di numeri e possibile riconversioni di numeri in lettere dell’alfabeto? No, non ricordo. Come, non ricordi? Molto vagamente. Tu, quando sei nato? Quando sei nato tu. Ed io quando sono nato? Non lo sai? Io? Sì, tu. L’anno, in cui sei nato tu, come dicevi tu stesso. Senti, Giorgetto, a che gioco giochiamo? A vola Giorgino, vola Giorgetto, e non ricordo bene. Allora te lo ricordo io. Davvero? Si, ascolta. E perché ti metti in posa? Per cantare. Ah! Vulesse fa' r'venì pe' n'ora sole Lu tempe belle de la cuntentezze Quande pazzijavame a vola vola E te cupria de vasce e di carezze E, e vola, vola, vola, vola, vola E vola lu pavone Si tiè lu core bbone Mo' fammece arrepruvà Ehi, voi due! Che cos’è questa caciara? Scusi, ma lei chi è? Sentano lor signori, questa è la scena di un teatro, dove dobbiamo provare “Questa sera si recita a soggetto” di quel tal Pirandello, da dove siete venuti fuori voi due? Ripetiamo, lei chi è?
SECONDA NOTTE Stesso copione della prima, anche se non il medesimo, poi spieghiamo la differenza tra stesso e medesimo. Stessa sveglia alle due circa, un’ora di elucubrazione, una facile aritmetica notturna, “giochi danteschi”, 3848 x 3556, poi spieghiamo, e sono due, alle tre circa levata dal letto, il “giù dalla branda” militaresco, ore quattro circa, mancano ancora dieci minuti, dopo il caffè, inizio stesura seguito Prologo dei “Cinque personaggi”. Quando sono andato a dormire la luna d’oro, brillava alta nel cielo, luna crescente, nel riquadro della mia finestra. Con la luna d’oro, poi riprenderemo un diverso discorso per un altro post, intanto procediamo oltre, ritornando indietro di una notte. Ripetiamo, lei chi è? E chi volete che sia, fanteschi a me!, allontanate questi due caciaroni. Non possiamo. Perché? Perché cantiamo le canzoni. Zitti, voi. Allora, fanteschi, allontanate quei due buffoni, che cantano le canzoni. Non possiamo. Perché? Sono fantasmi materializzatisi sulla scena, ricordate? Come? La nuova regia. Ma che cosa dite? “La vera intuizione registica consiste nel sostituire il classico specchio drammaturgico pirandelliano con lo schermo cinematografico. I sei (in verità i “cinque”), personaggi non sembrano usciti da un manoscritto rifiutato, ma appaiono inizialmente come spettri bidimensionali proiettati sul fondo del palco, per poi "incorporarsi" e scendere fisicamente in scena. Ma quali sei? quali cinque? Fanteschi, cacciate via quei due. Direttore di scena, trasformando il "gioco teatrale" in una installazione visiva multimediale… Ma che cosa dite, smaterializzatevi tutti! Ah, ecco, finalmente: ho rimasto solo! Direttore, ma chi è il buffone? Che cosa è questo “ho rimasto solo”. Un residuo della pagliacciata precedente. Via, via! Allora, chi sono questi cinque personaggi? Direttore di scena, dobbiamo ancora prima tre spiegazioni: stesso, non medesimo; “giochi danteschi”; luna d’oro. Questo copione in gestazione è lo stesso di ieri, ma non il medesimo. La storia non si ripete, ma torna. Capito? No. Ora vi faccio capire subito: Cambiano gli strumenti, cambiano i suonatori, ma la musica è sempre la stessa. Quale, quella di ieri? No, no. Vulesse fa' r'venì pe' n'ora sole Lu tempe belle de la cuntentezze Quande pazzijavame a vola vola E te cupria de vasce e di carezze E, e vola, vola, vola, vola, vola E vola lu pavone Si tiè lu core bbone Mo' fammece arrepruvà Ma non è possibile, qui siamo tutti impazziti! Manicomio! manicomio! Calma, direttore, calma e sangue freddo, riprendiamo il filo logico di ieri. Quale? "Gigino e Gigetto" è una famosissima filastrocca e un classico gioco di prestigio per bambini. Come funziona il gioco. 1. La preparazione: si disegnano due piccole faccine sui polpastrelli dei due diti indici (o si applicano dei piccoli adesivi sulle unghie). 2. La recita: si tengono le mani a pugno con i due indici sollevati (spesso immaginati come "sul tetto") mentre si ripete la filastrocca: "Gigino e Gigetto stanno sul tetto, vola Gigino, vola Gigetto, torna Gigino, torna Gigetto." 3. Il trucco: con un movimento veloce delle dita (piegando l'indice e mostrando o nascondendo il dito medio o cambiando posizione), si dà l'illusione ottica che i due personaggi volino via e poi tornino magicamente al loro posto. E questo Gigino e Gigetto da dove è uscito? Quando tu ti sei “rizelato”, sei suscettibile , ti sei sentito piccato, perché non ricordavi la tua data di nascita. Io sono nato ad Atene tra il 428 e il 427 a.C. Certo, certo. Scusi, non spinga. Signor Platone, venga con noi. Vengo, vengo, ma non spingete. Ecco, ci siamo liberati di un altro fantasma. E ora ragioniamo seriamente: stesso, medesimo.
SELBST DASSELBE In Martin Heidegger (Il detto di Anassimandro, saggio contenuto in Sentieri interrotti), la distinzione tra stesso (selbst) e medesimo (dasselbe) non è una mera questione linguistica, ma il cuore della sua comprensione dell'essere e della storia della filosofia. • Lo "stesso" (das Selbe come identità semplice): Corrisponde alla logica astratta e alla metafisica tradizionale (da Platone e Aristotele fino a Hegel). In questa prospettiva, "stesso" significa l'identico a sé stesso, l'uguaglianza statica, una tautologia o una cosa che permane invariata nel tempo. • Il "medesimo" (das Dasselbe come co-appartenenza e differenza): Per Heidegger, il Medesimo non è l'identico indifferenziato, ma l'intreccio originario di identità e differenza. Nel saggio su Anassimandro (Der Spruch des Anaximander), Heidegger mostra come parole fondamentali di pensatori diversi (come il λόγος di Eraclito, l'ἰδέα di Platone, l'ἐνέργεια di Aristotele, la Μοῖρα di Parmenide e il χρεών di Anassimandro) sembrino dire cose diverse alla storia della metafisica, ma designino tutte il Medesimo. Questo "Medesimo" non è una cosa fissa (stessa), ma lo sfondo originario e l'evento dell'essere in cui i pensatori si trovano storicamente coinvolti. Il Medesimo raccoglie in sé la differenza (tra essere ed ente, o tra le diverse epoche del disvelamento dell'essere) senza ridurla a una mera uguaglianza. Ti piacerebbe approfondire come Heidegger interpreta specificamente il χρεών di Anassimandro o il passaggio dalla prima epoca greca all'oblio dell'essere nella metafisica moderna? NO! Ehi, cafone! Ahó! Così rispondi a una signora? Quale signora? La IA che ci ha fatto la preziosa lezioncina su Heidegger? Hai evocato un altro fantasma. Va bene, adesso vado a chiudere con la IA, ma tu nasconditi, e diventa rosso per la vergogna, asino! Sentilo, sentilo! Stai zitto. Adesso vado a rispondere alla IA. Vai, vai! Un'altra volta, riprendiamo il discorso. Va bene così, grazie. Certo, riprenderemo il discorso quando preferisci! Grazie a te, e a presto! Eccolo là, sei contento? Certo, adesso i “giochi danteschi”. Va bene! Le tue pazzie notturne con i numeri. Allora, (19)38, l’Italia vince per la seconda volta i Mondiali di Calcio (19)48, giochi olimpici di Londra nel secondo dopoguerra. Non il 48 come la rivoluzione per antonomasia? Quando finisce tutto a carte 48? Sì. No. Perché? Il dato numerico deve essere il più possibile omogeneo, capisci? per evitare discordanze, dimenticanze e lo scivolare in errori. Scivoloni, dici? Certo, con cadute repentine. Ti capita spesso? Taci. Vai avanti. Quindi, Dante 35 anni, nel mezzo del cammin. Poi, 56 anni, sua morte. Come? Nato nel 1265 e morto nel 1321. E non potevi fare la moltiplicazione tra questi due numeri? Non l’ho fatta. Era troppo semplice? Forse, la prossima volta. E quindi? 3848 x 3556, un gioco da ragazzi. Ecco! Non come 12574 x 24752. Spiegami il 74 e il 52. Il 74 è il palindromo del 47, il 52 del 25. Ah, ecco il 25, ricominciamo dal 25, anzi dal 125, l’autobus metropolitano partenopeo.
L'autobus 125 dell'ATAN a Napoli è la diretta filiazione storica della vecchia tranvia 25, una linea andata perduta a causa dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Negli anni Sessanta del secolo scorso la storia di questa linea giunge al termine: l'autobus 125 è stato infatti definitivamente soppresso nel 1962.
L'evoluzione della linea 125 • Le origini del servizio: Dopo la scomparsa del tram 25, la prima menzione dell'autolinea sostitutiva risale al 1952 (sul percorso Corso Vittorio Emanuele - Circumvesuviana). • I capolinea storici: Nata inizialmente sulla tratta Piazza Principe Umberto – Piazza Cesarea, la linea fu più volte prolungata. Ha raggiunto da una parte Piazza Carlo III e poi Piazza Giambattista Vico, e dall'altra Piazza Canneto (passando per la Cesarea e via Salvator Rosa). L'ultimo percorso prima della soppressione (1962) Negli ultimi tempi di esercizio, prima della cancellazione definitiva dal trasporto pubblico napoletano, l'autobus 125 seguiva un lungo itinerario che tagliava la città: • Piazza G.B. Vico – Piazza Carlo III – Corso Garibaldi – Stazione Centrale (Ferrovia). • Corso Umberto I (Rettifilo) – Via Depretis – Piazza Municipio – Piazza Plebiscito. • Via Chiatamone – Piazza dei Martiri – Piazza Amedeo – Parco Margherita – Corso Vittorio Emanuele. L'eredità di questo storico asse di collegamento è stata successivamente raccolta e modificata da altre storiche linee dell'azienda (come la linea C25, anch'essa oggi soppressa).
E il 247? Storia e percorso dl filobus dell’azienda tranviaria napoletana? Sì, certo.
Il filobus 247 è stato una delle storiche e fondamentali linee della rete di trasporto pubblico della città di Napoli, gestito per decenni dall’ ATAN (Azienda Tranvie Auto Filovie Napoli, oggi ANM). Questa linea ha rappresentato per generazioni il principale collegamento di superficie tra il centro della città e la zona collinare del Vomero. Il Percorso Storico Il filobus 247 univa idealmente il Vomero (da via Bernini / Piazza Vanvitelli) con il centro monumentale e commerciale di Napoli. La linea era celebre per affrontare i forti dislivelli della città lungo un itinerario che comprendeva: • Capolinea collinare: Via Bernini / Piazza Vanvitelli (successivamente arretrato a Piazza Quattro Giornate). • Tratta di collegamento: Transitava per l'intera e tortuosa via Salvator Rosa, asse viario cruciale per scendere dalla collina. • Fermate celebri: Passava nei pressi di storici punti di ritrovo del Vomero, come la rosticceria La Padella in via Arenella. • Capolinea in centro: Piazza Dante / via Broggia (Museo archeologico nazionale). Storia e Sostituzione • Gli anni d'oro: Insieme alla linea gemella 249, il filobus 247 ha servito per decenni migliaia di studenti e lavoratori, sfruttando la trazione elettrica su bifilare per superare agevolmente le pendenze di via Salvator Rosa. • La conversione in autobus: Tra la fine degli anni '70 e il decennio successivo, la linea filoviaria venne soppressa e sostituita da autobus a gasolio (prendendo semplicemente il numero 47). Questo passaggio rappresentò una delusione per gli abitanti dell'epoca, legati alla silenziosità e alla pulizia del mezzo elettrico. • L'eredità attuale: Con l'apertura della Linea 1 della Metropolitana negli anni '90 (che ricalca parzialmente la tratta sotterranea Vomero-Salvator Rosa-Dante-Museo) e la successiva riorganizzazione delle linee di superficie da parte di ANM, il servizio è stato definitivamente assorbito dalle nuove direttrici di trasporto su ferro e gomma.
Bene! Dopo questo copia e incolla della storia di queste due linee di trasporto urbano della Napoli del secolo scorso e di quello attuale, che noi non abbiamo letto e che non so chi mai leggerà – consigliamo di andarsi a fare un giro per Napoli, che è meglio – dicevamo, dopo questo copia e incolla e le nostalgie del nostro autore, passiamo finalmente ai nostri “Cinque personaggi”. Forza in scena! Gli attori salgano sul palco.
SCENA Inizio anni Sessanta, una domenica di fine agosto, mentre si fa sera, dopo un forte scroscio di pioggia, uno degli acquazzoni estivi, il Padre e i tre Figli giovinetti, bagnati e fortunati raggiungono piazza Municipio, la fermata dell’autobus 125. Sono sbarcati, poco prima dal traghetto, proveniente da Ischia, dove hanno soggiornato in un camping, due settimane di vacanze, spiaggia, mare, acqua e sole, acqua e sole, e ti abbronzi, varie gite nell’isola, una passeggiata sul monte Epomeo, poi la fine dei giorni di spiaggia e di mare, quindi il rientro a Napoli, quella domenica sull’imbrunire. Al Molo Beverello, hanno trovato ad attenderli la Madre, venuta a prenderli, li aveva salutati alla partenza quindici giorni prima, arrivando al solito in ritardo, ed io dopo decenni mi sono fatto una teoria su questi ritardi, dopo la sperimentazione di altre partenze ed altri arrivi in stazioni e aeroporti e anche porti, all’inizio e alla fine di altri viaggi e nuove ricongiunzioni familiari di questi altri nuovi giorni di questo nuovo secolo. Il gruppetto familiare si avvia a prendere i “mezzi”, così si chiamavano allora, a Napoli, quelli che oggi si chiamano “auti” (plurale di auto, allo stesso modo di euri, plurale di euro) a Roma. Poi, discussione, il Padre decide per l’autobus 125, la Madre per la filovia 247, si dividono, i tre Figli seguono il Padre, che a passo svelto raggiunge piazza Municipio, mentre la Madre a passo lento si avvia alla fermata un po' distante del 247. La discussione riflette il contrasto familiare: – Chi va piano, va sano e va lontano (Madre) – E non arriva mai (Padre) – Chi va forte, va alla morte (replica). Poi le cose sono andate diversamente, Pirandello la chiamava la “sorte buffona”. Intanto, si è fatto sera, si è accesa l’illuminazione pubblica, l’autobus 125 quasi vuoto corre per le deserte strade domenicali di quella Napoli che non c’è più, ma c’è ancora, sale a metà della collina, percorre il corso Vittorio Emanuele, si ferma poco distante dall’incrocio con viale del Pino, a pochi passi dall’abitazione della famiglia dei cinque personaggi. Il Padre e i tre Figli giovinetti scendono, vanno al palazzo, aprono il portone, il Padre dice chissà dove sta ancora a quest’ora la Madre! La fermata del 247 è sulla via Salvator Rosa, bisogna camminare per arrivare a casa, su Corso Vittorio Emanuele. Attraversano il cortile interno, salgono la prima scala a destra, nel buio al primo piano, davanti alla porta d’ingresso dell’abitazione, si sente la voce assonnata della Madre: “Siete arrivati? Non potevo entrare, avevo dimenticato le chiavi.” Sipario
EPILOGO Sono passati più di sessant’anni da allora, i cinque personaggi si sono smaterializzati scomparendo dalla scena, si sono allontanati e sono svaniti nella nera schiena del tempo, sono divenuti spettri bidimensionali proiettati nella luce azzurrina sul fondo del palco.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
TEATRINO DELLA MEMORIA
“Cinque personaggi in cerca di autore”
Il cast degli attori
Padre, Madre, tre Figli giovinetti
Scena
La Napoli degli anni ’60. Piazza Municipio, Via Salvator Rosa, Corso Vittorio Emanuele.
PROLOGO
PRIMA NOTTE
Questa mattina, in verità le quattro circa, è ancora buio, in questa giornata di metà ottobre, vige ancora l’ora legale, quindi le tre, mi sono svegliato, ovvero mi sono alzato dal letto e sono sceso in soggiorno, un riso cuor contento (deficiente!) sul volto, come dire la maschera dell’idiota felice, e mi sono seduto davanti al computer per digitare il copione di cui abbiamo detto. E perché questo riso, in realtà un ghigno? Sono contento, una contentezza che sgorga dal cuore, ecco cuor contento, per essere riuscito a compiere per la prima volta una moltiplicazione mnemonica di due numeri a cinque cifre e ottenere il risultato esatto, senza compiere errori. Caspita! Secondo me, tu imbrogli. Eh, no! caro il mio demone scettico e ghignante. Ghignante, come te. Sì, è vero, mi scimmiotti. Io sono la tua immagine allo specchio. Non sviamo il discorso. No, non lo sviamo. Allora, non mi chiedi come ho fatto? No, sì, come hai fatto? I due numeri da moltiplicare erano 12574 x 24752. E il risultato? Ai nostri fini, Il risultato non è importante, ma quel che vale è la gestazione dei due numeri. Che significa? Perché ho scelto quei numeri? Il 125 e il 247 sono i numeri di due mezzi pubblici della Napoli degli anni Sessanta, capisci adesso? Capisco e non capisco, spiegati meglio. Comincio da un discorso semplice e finisco con un discorso un po' più complesso, ma poco complesso, molto facile da capire. Fatto apposta per te! Esatto! Allora, hai presente lo spettacolo, che via in onda su Canale 1, in prima serata, il gioco dei pacchi numerati con premi in denaro? “Affari tuoi”, condotto da Stefano De Martino. Ecco, bravo! I numeri, per i concorrenti rappresentano date, situazioni, ricordi, affetti familiari. Certo, storie, diciamo così, che vanno oltre il valore dei numeri, come simboli di quantità (aritmetica) o di grandezze (geometri), immagini, quindi narrazioni. Ecco! Ora, ascoltami bene, ti ricordi quando ti ho spiegato il procedimento della matematizzazione delle parole, traduzione di lettere dell’alfabeto in cifre di numeri e possibile riconversioni di numeri in lettere dell’alfabeto? No, non ricordo. Come, non ricordi? Molto vagamente. Tu, quando sei nato? Quando sei nato tu. Ed io quando sono nato? Non lo sai? Io? Sì, tu. L’anno, in cui sei nato tu, come dicevi tu stesso. Senti, Giorgetto, a che gioco giochiamo? A vola Giorgino, vola Giorgetto, e non ricordo bene.
Allora te lo ricordo io. Davvero? Si, ascolta. E perché ti metti in posa? Per cantare. Ah!
Vulesse fa' r'venì pe' n'ora sole
Lu tempe belle de la cuntentezze
Quande pazzijavame a vola vola
E te cupria de vasce e di carezze
E, e vola, vola, vola, vola, vola
E vola lu pavone
Si tiè lu core bbone
Mo' fammece arrepruvà
Ehi, voi due! Che cos’è questa caciara? Scusi, ma lei chi è? Sentano lor signori, questa è la scena di un teatro, dove dobbiamo provare “Questa sera si recita a soggetto” di quel tal Pirandello, da dove siete venuti fuori voi due? Ripetiamo, lei chi è?
SECONDA NOTTE
Stesso copione della prima, anche se non il medesimo, poi spieghiamo la differenza tra stesso e medesimo. Stessa sveglia alle due circa, un’ora di elucubrazione, una facile aritmetica notturna, “giochi danteschi”, 3848 x 3556, poi spieghiamo, e sono due, alle tre circa levata dal letto, il “giù dalla branda” militaresco, ore quattro circa, mancano ancora dieci minuti, dopo il caffè, inizio stesura seguito Prologo dei “Cinque personaggi”. Quando sono andato a dormire la luna d’oro, brillava alta nel cielo, luna crescente, nel riquadro della mia finestra. Con la luna d’oro, poi riprenderemo un diverso discorso per un altro post, intanto procediamo oltre, ritornando indietro di una notte. Ripetiamo, lei chi è? E chi volete che sia, fanteschi a me!, allontanate questi due caciaroni. Non possiamo. Perché? Perché cantiamo le canzoni. Zitti, voi. Allora, fanteschi, allontanate quei due buffoni, che cantano le canzoni. Non possiamo. Perché? Sono fantasmi materializzatisi sulla scena, ricordate? Come? La nuova regia. Ma che cosa dite? “La vera intuizione registica consiste nel sostituire il classico specchio drammaturgico pirandelliano con lo schermo cinematografico. I sei (in verità i “cinque”), personaggi non sembrano usciti da un manoscritto rifiutato, ma appaiono inizialmente come spettri bidimensionali proiettati sul fondo del palco, per poi "incorporarsi" e scendere fisicamente in scena. Ma quali sei? quali cinque? Fanteschi, cacciate via quei due. Direttore di scena, trasformando il "gioco teatrale" in una installazione visiva multimediale… Ma che cosa dite, smaterializzatevi tutti! Ah, ecco, finalmente: ho rimasto solo! Direttore, ma chi è il buffone? Che cosa è questo “ho rimasto solo”. Un residuo della pagliacciata precedente. Via, via! Allora, chi sono questi cinque personaggi? Direttore di scena, dobbiamo ancora prima tre spiegazioni: stesso, non medesimo; “giochi danteschi”; luna d’oro. Questo copione in gestazione è lo stesso di ieri, ma non il medesimo. La storia non si ripete, ma torna. Capito? No. Ora vi faccio capire subito: Cambiano gli strumenti, cambiano i suonatori, ma la musica è sempre la stessa. Quale, quella di ieri? No, no.
Vulesse fa' r'venì pe' n'ora sole
Lu tempe belle de la cuntentezze
Quande pazzijavame a vola vola
E te cupria de vasce e di carezze
E, e vola, vola, vola, vola, vola
E vola lu pavone
Si tiè lu core bbone
Mo' fammece arrepruvà
Ma non è possibile, qui siamo tutti impazziti! Manicomio! manicomio! Calma, direttore, calma e sangue freddo, riprendiamo il filo logico di ieri. Quale? "Gigino e Gigetto" è una famosissima filastrocca e un classico gioco di prestigio per bambini. Come funziona il gioco. 1. La preparazione: si disegnano due piccole faccine sui polpastrelli dei due diti indici (o si applicano dei piccoli adesivi sulle unghie). 2. La recita: si tengono le mani a pugno con i due indici sollevati (spesso immaginati come "sul tetto") mentre si ripete la filastrocca: "Gigino e Gigetto stanno sul tetto, vola Gigino, vola Gigetto, torna Gigino, torna Gigetto." 3. Il trucco: con un movimento veloce delle dita (piegando l'indice e mostrando o nascondendo il dito medio o cambiando posizione), si dà l'illusione ottica che i due personaggi volino via e poi tornino magicamente al loro posto. E questo Gigino e Gigetto da dove è uscito? Quando tu ti sei “rizelato”, sei suscettibile , ti sei sentito piccato, perché non ricordavi la tua data di nascita. Io sono nato ad Atene tra il 428 e il 427 a.C. Certo, certo. Scusi, non spinga. Signor Platone, venga con noi. Vengo, vengo, ma non spingete. Ecco, ci siamo liberati di un altro fantasma. E ora ragioniamo seriamente: stesso, medesimo.
SELBST DASSELBE
In Martin Heidegger (Il detto di Anassimandro, saggio contenuto in Sentieri interrotti), la distinzione tra stesso (selbst) e medesimo (dasselbe) non è una mera questione linguistica, ma il cuore della sua comprensione dell'essere e della storia della filosofia.
• Lo "stesso" (das Selbe come identità semplice): Corrisponde alla logica astratta e alla metafisica tradizionale (da Platone e Aristotele fino a Hegel). In questa prospettiva, "stesso" significa l'identico a sé stesso, l'uguaglianza statica, una tautologia o una cosa che permane invariata nel tempo. • Il "medesimo" (das Dasselbe come co-appartenenza e differenza): Per Heidegger, il Medesimo non è l'identico indifferenziato, ma l'intreccio originario di identità e differenza.
Nel saggio su Anassimandro (Der Spruch des Anaximander), Heidegger mostra come parole fondamentali di pensatori diversi (come il λόγος di Eraclito, l'ἰδέα di Platone, l'ἐνέργεια di Aristotele, la Μοῖρα di Parmenide e il χρεών di Anassimandro) sembrino dire cose diverse alla storia della metafisica, ma designino tutte il Medesimo.
Questo "Medesimo" non è una cosa fissa (stessa), ma lo sfondo originario e l'evento dell'essere in cui i pensatori si trovano storicamente coinvolti. Il Medesimo raccoglie in sé la differenza (tra essere ed ente, o tra le diverse epoche del disvelamento dell'essere) senza ridurla a una mera uguaglianza.
Ti piacerebbe approfondire come Heidegger interpreta specificamente il χρεών di Anassimandro o il passaggio dalla prima epoca greca all'oblio dell'essere nella metafisica moderna?
NO! Ehi, cafone! Ahó! Così rispondi a una signora? Quale signora? La IA che ci ha fatto la preziosa lezioncina su Heidegger? Hai evocato un altro fantasma. Va bene, adesso vado a chiudere con la IA, ma tu nasconditi, e diventa rosso per la vergogna, asino! Sentilo, sentilo! Stai zitto. Adesso vado a rispondere alla IA. Vai, vai!
Un'altra volta, riprendiamo il discorso. Va bene così, grazie. Certo, riprenderemo il discorso quando preferisci! Grazie a te, e a presto!
Eccolo là, sei contento? Certo, adesso i “giochi danteschi”. Va bene! Le tue pazzie notturne con i numeri. Allora, (19)38, l’Italia vince per la seconda volta i Mondiali di Calcio (19)48, giochi olimpici di Londra nel secondo dopoguerra. Non il 48 come la rivoluzione per antonomasia? Quando finisce tutto a carte 48? Sì. No. Perché? Il dato numerico deve essere il più possibile omogeneo, capisci? per evitare discordanze, dimenticanze e lo scivolare in errori. Scivoloni, dici? Certo, con cadute repentine. Ti capita spesso? Taci. Vai avanti. Quindi, Dante 35 anni, nel mezzo del cammin. Poi, 56 anni, sua morte. Come? Nato nel 1265 e morto nel 1321. E non potevi fare la moltiplicazione tra questi due numeri? Non l’ho fatta. Era troppo semplice? Forse, la prossima volta. E quindi? 3848 x 3556, un gioco da ragazzi. Ecco! Non come 12574 x 24752. Spiegami il 74 e il 52. Il 74 è il palindromo del 47, il 52 del 25. Ah, ecco il 25, ricominciamo dal 25, anzi dal 125, l’autobus metropolitano partenopeo.
TRASPORTO URBANO
L'autobus 125 dell'ATAN a Napoli è la diretta filiazione storica della vecchia tranvia 25, una linea andata perduta a causa dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Negli anni Sessanta del secolo scorso la storia di questa linea giunge al termine: l'autobus 125 è stato infatti definitivamente soppresso nel 1962.
L'evoluzione della linea 125
• Le origini del servizio: Dopo la scomparsa del tram 25, la prima menzione dell'autolinea sostitutiva risale al 1952 (sul percorso Corso Vittorio Emanuele - Circumvesuviana).
• I capolinea storici: Nata inizialmente sulla tratta Piazza Principe Umberto – Piazza Cesarea, la linea fu più volte prolungata. Ha raggiunto da una parte Piazza Carlo III e poi Piazza Giambattista Vico, e dall'altra Piazza Canneto (passando per la Cesarea e via Salvator Rosa).
L'ultimo percorso prima della soppressione (1962)
Negli ultimi tempi di esercizio, prima della cancellazione definitiva dal trasporto pubblico napoletano, l'autobus 125 seguiva un lungo itinerario che tagliava la città:
• Piazza G.B. Vico – Piazza Carlo III – Corso Garibaldi – Stazione Centrale (Ferrovia).
• Corso Umberto I (Rettifilo) – Via Depretis – Piazza Municipio – Piazza Plebiscito.
• Via Chiatamone – Piazza dei Martiri – Piazza Amedeo – Parco Margherita – Corso Vittorio Emanuele.
L'eredità di questo storico asse di collegamento è stata successivamente raccolta e modificata da altre storiche linee dell'azienda (come la linea C25, anch'essa oggi soppressa).
E il 247? Storia e percorso dl filobus dell’azienda tranviaria napoletana? Sì, certo.
Il filobus 247 è stato una delle storiche e fondamentali linee della rete di trasporto pubblico della città di Napoli, gestito per decenni dall’ ATAN (Azienda Tranvie Auto Filovie Napoli, oggi ANM). Questa linea ha rappresentato per generazioni il principale collegamento di superficie tra il centro della città e la zona collinare del Vomero.
Il Percorso Storico
Il filobus 247 univa idealmente il Vomero (da via Bernini / Piazza Vanvitelli) con il centro monumentale e commerciale di Napoli.
La linea era celebre per affrontare i forti dislivelli della città lungo un itinerario che comprendeva:
• Capolinea collinare: Via Bernini / Piazza Vanvitelli (successivamente arretrato a Piazza Quattro Giornate).
• Tratta di collegamento: Transitava per l'intera e tortuosa via Salvator Rosa, asse viario cruciale per scendere dalla collina.
• Fermate celebri: Passava nei pressi di storici punti di ritrovo del Vomero, come la rosticceria La Padella in via Arenella.
• Capolinea in centro: Piazza Dante / via Broggia (Museo archeologico nazionale).
Storia e Sostituzione
• Gli anni d'oro: Insieme alla linea gemella 249, il filobus 247 ha servito per decenni migliaia di studenti e lavoratori, sfruttando la trazione elettrica su bifilare per superare agevolmente le pendenze di via Salvator Rosa.
• La conversione in autobus: Tra la fine degli anni '70 e il decennio successivo, la linea filoviaria venne soppressa e sostituita da autobus a gasolio (prendendo semplicemente il numero 47). Questo passaggio rappresentò una delusione per gli abitanti dell'epoca, legati alla silenziosità e alla pulizia del mezzo elettrico.
• L'eredità attuale: Con l'apertura della Linea 1 della Metropolitana negli anni '90 (che ricalca parzialmente la tratta sotterranea Vomero-Salvator Rosa-Dante-Museo) e la successiva riorganizzazione delle linee di superficie da parte di ANM, il servizio è stato definitivamente assorbito dalle nuove direttrici di trasporto su ferro e gomma.
Bene! Dopo questo copia e incolla della storia di queste due linee di trasporto urbano della Napoli del secolo scorso e di quello attuale, che noi non abbiamo letto e che non so chi mai leggerà – consigliamo di andarsi a fare un giro per Napoli, che è meglio – dicevamo, dopo questo copia e incolla e le nostalgie del nostro autore, passiamo finalmente ai nostri “Cinque personaggi”. Forza in scena! Gli attori salgano sul palco.
CINQUE PERSONAGGI
SCENA
Inizio anni Sessanta, una domenica di fine agosto, mentre si fa sera, dopo un forte scroscio di pioggia, uno degli acquazzoni estivi, il Padre e i tre Figli giovinetti, bagnati e fortunati raggiungono piazza Municipio, la fermata dell’autobus 125. Sono sbarcati, poco prima dal traghetto, proveniente da Ischia, dove hanno soggiornato in un camping, due settimane di vacanze, spiaggia, mare, acqua e sole, acqua e sole, e ti abbronzi, varie gite nell’isola, una passeggiata sul monte Epomeo, poi la fine dei giorni di spiaggia e di mare, quindi il rientro a Napoli, quella domenica sull’imbrunire. Al Molo Beverello, hanno trovato ad attenderli la Madre, venuta a prenderli, li aveva salutati alla partenza quindici giorni prima, arrivando al solito in ritardo, ed io dopo decenni mi sono fatto una teoria su questi ritardi, dopo la sperimentazione di altre partenze ed altri arrivi in stazioni e aeroporti e anche porti, all’inizio e alla fine di altri viaggi e nuove ricongiunzioni familiari di questi altri nuovi giorni di questo nuovo secolo. Il gruppetto familiare si avvia a prendere i “mezzi”, così si chiamavano allora, a Napoli, quelli che oggi si chiamano “auti” (plurale di auto, allo stesso modo di euri, plurale di euro) a Roma. Poi, discussione, il Padre decide per l’autobus 125, la Madre per la filovia 247, si dividono, i tre Figli seguono il Padre, che a passo svelto raggiunge piazza Municipio, mentre la Madre a passo lento si avvia alla fermata un po' distante del 247. La discussione riflette il contrasto familiare: – Chi va piano, va sano e va lontano (Madre) – E non arriva mai (Padre) – Chi va forte, va alla morte (replica). Poi le cose sono andate diversamente, Pirandello la chiamava la “sorte buffona”. Intanto, si è fatto sera, si è accesa l’illuminazione pubblica, l’autobus 125 quasi vuoto corre per le deserte strade domenicali di quella Napoli che non c’è più, ma c’è ancora, sale a metà della collina, percorre il corso Vittorio Emanuele, si ferma poco distante dall’incrocio con viale del Pino, a pochi passi dall’abitazione della famiglia dei cinque personaggi. Il Padre e i tre Figli giovinetti scendono, vanno al palazzo, aprono il portone, il Padre dice chissà dove sta ancora a quest’ora la Madre! La fermata del 247 è sulla via Salvator Rosa, bisogna camminare per arrivare a casa, su Corso Vittorio Emanuele. Attraversano il cortile interno, salgono la prima scala a destra, nel buio al primo piano, davanti alla porta d’ingresso dell’abitazione, si sente la voce assonnata della Madre: “Siete arrivati? Non potevo entrare, avevo dimenticato le chiavi.” Sipario
EPILOGO
Sono passati più di sessant’anni da allora, i cinque personaggi si sono smaterializzati scomparendo dalla scena, si sono allontanati e sono svaniti nella nera schiena del tempo, sono divenuti spettri bidimensionali proiettati nella luce azzurrina sul fondo del palco.
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