LE VERITÀ DEL CUORE Nota al brano finale dell’ottavo capitolo dei “Promessi Sposi”
“Il cuore mi dice che ci rivedremo presto”. È il commosso saluto di congedo del frate Cristoforo rivolto agli sposi “rimasti promessi”, nella drammatica notte della loro fuga e abbandono del paese natio verso un ignoto e incerto futuro. “Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.” Questo il commento della voce narrante alle parole del frate. In tale “sentenza”, un giudizio un po’ sconsolato, vengono quindi tracciati i limiti della conoscenza del cuore, che non può andare oltre un versante del tempo, il passato. Deve osservarsi che nel testo manzoniano, questa breve riflessione sulle possibilità seppure limitate di conoscenza del cuore vengono a trovarsi in un passaggio particolare, una particolarità che si avverte nella variazione di tono del racconto, il quale passa dal modo narrativo consueto all’altro più propriamente poetico. E invero il brano celebre di “Addio monti” può tranquillamente essere riscritto nella forma dei versi di una lirica. Quale il motivo di questa variazione di tono? Non è difficile comprenderlo e vediamo perché. Nel costruire l’intrigo della storia, l’autore non ha difficoltà a raccontare le prepotenze di don Rodrigo e le paure di don Abbondio nonché l’escamotage posto in essere dai due promessi sposi, per aggirare l’ostacolo alle loro nozze, nella notte degli imbrogli, che si conclude con il fallimento del progetto e la precipitosa fuga. A questo punto il racconto, rispetto al tema, ha una sua conclusione e il capitolo ottavo del libro può considerarsi un po’ l’epilogo della vicenda che doveva essere narrata, come il relativo giudizio finale dell’autore sulle disavventure dei suoi personaggi rivela: “Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto e non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande.” Quale che sia la loro sorte, essa è affidata ai disegni della divina Provvidenza e prescinde dalle loro speranze, timori e attese. Che sa dunque il cuore di quello che a essi accadrà? Quale la sua verità, se non il ricordo, come l’etimo della parola ricordare suggerisce? E invero re-cordare in latino è ritornare al cuore (cor-cordis), considerato il luogo della memoria; lo stesso significato si ritrova nell’espressione francese: apprendre par coeur, imparare a memoria, ed in quella corrispondente inglese: to know by heart, tenere a mente, rammentare. Ecco perché, nel congedo dal passato, quasi un simbolico superamento di un confine del tempo, poeticamente raffigurato nella traversata notturna del lago e l’approdo all’altra sponda, il racconto da dramma, ovvero rappresentazione di fatti, si fa lirico, canto dell’anima, poesia. Qui, è il cuore che parla, rammemorando frammenti di vita trascorsa, e il suo pensiero non si presenta sotto forma di concetti astratti, ma di immagini concrete. Nel suo saggio sul pensiero del cuore, il filosofo e psicanalista americano Hillman dice: “L’intelligenza immaginativa risiede nel cuore: l’intelligenza del cuore implica, mediante la facoltà dell’immaginare, una simultaneità di conoscenza e amore.” I “monti sorgenti dalle acque ed elevati al cielo”, le “cime ineguali… impresse nella mente (cuore) non meno che lo sia l’aspetto dei suoi più familiari”, i “torrenti dei quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche”, le “ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti”, queste e le altre immagini sono i pensieri del cuore, la sua verità. I
In proposito Manzoni è esplicito: “Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini.” Questo è quello che sa il cuore: “appena un poco di quello che è già accaduto”. Nella conoscenza del passato si esaurisce la saggezza del cuore, dunque? “Il caro, il dolce, il pio passato” della Micol di “Il giardino dei Finzi-Contini” di Bassani, che nell’epigrafe del suo romanzo riporta proprio la celebre frase del Manzoni. Noi, qui, ci limitiamo soltanto ad alcune osservazioni relative al brano in commento, che in verità costituisce l’essenza dell’intera trama dei “Promessi Sposi”. Già la scelta del titolo rivela l’intenzione dell’autore, che non intende muoversi sul registro della memoria, il tempo passato rintracciabile nei ricordi del cuore, ma nella fiducia dell’avvenire. Nella traduzione in lingua francese, il titolo del romanzo è Les Fiancés, che in italiano suona come i “fidanzati”. Questa parola, nel linguaggio corrente, rispecchia l’immagine di due giovani, che riscoprendosi innamorati si fidanzano, instaurando tra loro un rapporto di “fiducia”, che si salda come “promessa” o “giuramento” di fedeltà reciproca. In questa fiducia si riscontra la certezza della “speranza” che la promessa venga mantenuta. Riflettendo su quanto appena detto, ci accorgiamo di avere derivato dalla “fiducia”, fiducia nell’avvenire, i termini di speranza, promessa e giuramento, che rispecchiano i sentimenti propri del cuore. “Spero, promitto e iuro reggono l’infinito futuro” recita una vecchia regola di grammatica latina. Che sa, dunque, il cuore dell’avvenire? Fra’ Cristoforo non aspetta la risposta al suo saluto di commiato, perché egli già la conosce: il suo cuore di credente custodisce la fede in Dio, dove sa che tutti loro si ritroveranno. Il dettato del suo cuore è un invito a sperare, un incoraggiamento rivolto agli sposi promessi, un appello al loro “coraggio”, alla forza del loro “cuore”, una trasmissione di fede. In questo passaggio, lo scetticismo (della “ragione”) del narratore si pone in contrasto con l’atteggiamento di fiducia e sicura speranza (il “cuore”) del frate, un contrasto però che l’autore risolverà di lì a poco, dopo l’ultimo addio ai monti, al termine della traversata notturna del lago. Al di sopra di ogni dramma vissuto dai suoi personaggi, al di sopra delle loro gioie e turbamenti, dei loro timori e le loro attese, si eleva la promessa divina di un bene più certo e più grande riservato ai suoi figli. È una certezza di fede, che travolge ogni dubbio della ragione, perché sorge direttamente dal cuore, è una verità del cuore. Nel caso dell’autore, è forse quella verità, che si vuole gli sia stata rivelata a Parigi, nella chiesa di san Rocco del Faubourg Saint-Honoré, dove un’apposita targa ricorda l’episodio. Il 2 aprile 1810, mentre si festeggiava in strada il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, per lo scoppio di alcuni mortaretti, improvvisamente si propagò il panico tra la folla e nello sbandamento generale, che provocò diverse vittime, Alessandro Manzoni smarrì la consorte Enrichetta Blondel. Sospinto dalla calca, finì sui gradini della chiesa, dove si rifugiò, e all’uscita miracolosamente ritrovò la sua donna e anche la fede. Non possiamo dirlo con certezza, ma questo particolare biografico sembra ricondurre al tessuto emozionale, “venuto su” dal “fondo del cuore” (sou-venir) del Manzoni ad ispirarlo nel racconto delle traversie di disgraziata separazione e successivo felice ricongiungimento dei promessi sposi.
UN POCO DI “ACCADUTO” Nel film “Giorno di paga” (1922), Charlie Chaplin interpreta una celebre scena di un assalto a un tram straripante di passeggeri. È una scena oggi da cineteca … (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
3 commenti:
LE VERITÀ DEL CUORE
Nota al brano finale dell’ottavo capitolo dei “Promessi Sposi”
“Il cuore mi dice che ci rivedremo presto”. È il commosso saluto di congedo del frate Cristoforo rivolto agli sposi “rimasti promessi”, nella drammatica notte della loro fuga e abbandono del paese natio verso un ignoto e incerto futuro.
“Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.” Questo il commento della voce narrante alle parole del frate. In tale “sentenza”, un giudizio un po’ sconsolato, vengono quindi tracciati i limiti della conoscenza del cuore, che non può andare oltre un versante del tempo, il passato.
Deve osservarsi che nel testo manzoniano, questa breve riflessione sulle possibilità seppure limitate di conoscenza del cuore vengono a trovarsi in un passaggio particolare, una particolarità che si avverte nella variazione di tono del racconto, il quale passa dal modo narrativo consueto all’altro più propriamente poetico. E invero il brano celebre di “Addio monti” può tranquillamente essere riscritto nella forma dei versi di una lirica. Quale il motivo di questa variazione di tono? Non è difficile comprenderlo e vediamo perché.
Nel costruire l’intrigo della storia, l’autore non ha difficoltà a raccontare le prepotenze di don Rodrigo e le paure di don Abbondio nonché l’escamotage posto in essere dai due promessi sposi, per aggirare l’ostacolo alle loro nozze, nella notte degli imbrogli, che si conclude con il fallimento del progetto e la precipitosa fuga. A questo punto il racconto, rispetto al tema, ha una sua conclusione e il capitolo ottavo del libro può considerarsi un po’ l’epilogo della vicenda che doveva essere narrata, come il relativo giudizio finale dell’autore sulle disavventure dei suoi personaggi rivela: “Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto e non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande.” Quale che sia la loro sorte, essa è affidata ai disegni della divina Provvidenza e prescinde dalle loro speranze, timori e attese.
Che sa dunque il cuore di quello che a essi accadrà? Quale la sua verità, se non il ricordo, come l’etimo della parola ricordare suggerisce? E invero re-cordare in latino è ritornare al cuore (cor-cordis), considerato il luogo della memoria; lo stesso significato si ritrova nell’espressione francese: apprendre par coeur, imparare a memoria, ed in quella corrispondente inglese: to know by heart, tenere a mente, rammentare.
Ecco perché, nel congedo dal passato, quasi un simbolico superamento di un confine del tempo, poeticamente raffigurato nella traversata notturna del lago e l’approdo all’altra sponda, il racconto da dramma, ovvero rappresentazione di fatti, si fa lirico, canto dell’anima, poesia. Qui, è il cuore che parla, rammemorando frammenti di vita trascorsa, e il suo pensiero non si presenta sotto forma di concetti astratti, ma di immagini concrete. Nel suo saggio sul pensiero del cuore, il filosofo e psicanalista americano Hillman dice: “L’intelligenza immaginativa risiede nel cuore: l’intelligenza del cuore implica, mediante la facoltà dell’immaginare, una simultaneità di conoscenza e amore.” I “monti sorgenti dalle acque ed elevati al cielo”, le “cime ineguali… impresse nella mente (cuore) non meno che lo sia l’aspetto dei suoi più familiari”, i “torrenti dei quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche”, le “ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti”, queste e le altre immagini sono i pensieri del cuore, la sua verità. I
In proposito Manzoni è esplicito: “Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini.” Questo è quello che sa il cuore: “appena un poco di quello che è già accaduto”. Nella conoscenza del passato si esaurisce la saggezza del cuore, dunque? “Il caro, il dolce, il pio passato” della Micol di “Il giardino dei Finzi-Contini” di Bassani, che nell’epigrafe del suo romanzo riporta proprio la celebre frase del Manzoni.
Noi, qui, ci limitiamo soltanto ad alcune osservazioni relative al brano in commento, che in verità costituisce l’essenza dell’intera trama dei “Promessi Sposi”.
Già la scelta del titolo rivela l’intenzione dell’autore, che non intende muoversi sul registro della memoria, il tempo passato rintracciabile nei ricordi del cuore, ma nella fiducia dell’avvenire. Nella traduzione in lingua francese, il titolo del romanzo è Les Fiancés, che in italiano suona come i “fidanzati”. Questa parola, nel linguaggio corrente, rispecchia l’immagine di due giovani, che riscoprendosi innamorati si fidanzano, instaurando tra loro un rapporto di “fiducia”, che si salda come “promessa” o “giuramento” di fedeltà reciproca. In questa fiducia si riscontra la certezza della “speranza” che la promessa venga mantenuta. Riflettendo su quanto appena detto, ci accorgiamo di avere derivato dalla “fiducia”, fiducia nell’avvenire, i termini di speranza, promessa e giuramento, che rispecchiano i sentimenti propri del cuore. “Spero, promitto e iuro reggono l’infinito futuro” recita una vecchia regola di grammatica latina.
Che sa, dunque, il cuore dell’avvenire? Fra’ Cristoforo non aspetta la risposta al suo saluto di commiato, perché egli già la conosce: il suo cuore di credente custodisce la fede in Dio, dove sa che tutti loro si ritroveranno. Il dettato del suo cuore è un invito a sperare, un incoraggiamento rivolto agli sposi promessi, un appello al loro “coraggio”, alla forza del loro “cuore”, una trasmissione di fede. In questo passaggio, lo scetticismo (della “ragione”) del narratore si pone in contrasto con l’atteggiamento di fiducia e sicura speranza (il “cuore”) del frate, un contrasto però che l’autore risolverà di lì a poco, dopo l’ultimo addio ai monti, al termine della traversata notturna del lago.
Al di sopra di ogni dramma vissuto dai suoi personaggi, al di sopra delle loro gioie e turbamenti, dei loro timori e le loro attese, si eleva la promessa divina di un bene più certo e più grande riservato ai suoi figli. È una certezza di fede, che travolge ogni dubbio della ragione, perché sorge direttamente dal cuore, è una verità del cuore.
Nel caso dell’autore, è forse quella verità, che si vuole gli sia stata rivelata a Parigi, nella chiesa di san Rocco del Faubourg Saint-Honoré, dove un’apposita targa ricorda l’episodio. Il 2 aprile 1810, mentre si festeggiava in strada il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, per lo scoppio di alcuni mortaretti, improvvisamente si propagò il panico tra la folla e nello sbandamento generale, che provocò diverse vittime, Alessandro Manzoni smarrì la consorte Enrichetta Blondel. Sospinto dalla calca, finì sui gradini della chiesa, dove si rifugiò, e all’uscita miracolosamente ritrovò la sua donna e anche la fede. Non possiamo dirlo con certezza, ma questo particolare biografico sembra ricondurre al tessuto emozionale, “venuto su” dal “fondo del cuore” (sou-venir) del Manzoni ad ispirarlo nel racconto delle traversie di disgraziata separazione e successivo felice ricongiungimento dei promessi sposi.
UN POCO DI “ACCADUTO”
Nel film “Giorno di paga” (1922), Charlie Chaplin interpreta una celebre scena di un assalto a un tram straripante di passeggeri. È una scena oggi da cineteca …
(Segue)
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