domenica 8 settembre 2024

Narrativa

               

               Rhetor Magister



39 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

RHETOR MAGISTER

LA CATTEDRALE NELLA SABBIA
Non ricordo se fosse l’aeroporto di Gatwick o di Heathrow, arrivai trafelato al gate all’ultima chiamata, e quando entrai in cabina, dopo aver mostrato la carta d’imbarco all’hostess, guardai verso il mio posto: “A7”. Era occupato da una giovane donna con i capelli scuri tagliati corti e gli occhi celesti, che riconobbi subito, un volto noto della politica. il posto al centro era vuoto, quello lato corridoio occupato da un uomo dai capelli lunghi brizzolati e la barba grigia non rasata. L’assistente di volo mi scortò fino alla fila sette e aprì la cappelliera, dove infilai il mio piccolo bagaglio, dopo aver sfilato un libro dalla tasca esterna. L’uomo e la donna della mia fila intanto si erano alzati in piedi, per farmi spazio, e lei si era spostata al centro, quando avevo accennato al mio posto accanto al finestrino. “Mi scusi, onorevole,” dissi mentre le passavo davanti. Mi sedetti e finalmente mi distesi. Ero in imbarazzo per il ritardo: “Last call, ho causato un piccolo disagio per la partenza,” dissi. “Ed io le ho preso il posto,” rispose lei con un sorriso. Era come si vedeva in televisione, sempre sorridente, ma anche agguerrita. Poco dopo, chiusero il portellone e l’aereo si mosse, il rullaggio, il decollo e in breve fummo in quota. Guardavo fuori dal finestrino, stavamo attraversando la Manica, più in basso volava un aeroplano con rotta perpendicolare rispetto alla nostra.
Aprii il mio libro: “E pare, Menesseno, che sotto molti punti di vista veramente sia bello morire in guerra. Infatti, anche se chi muore è un povero, gli tocca una bella e magnifica sepoltura, e se è un incapace, gli tocca comunque un elogio pronunciato da uomini sapienti che non parlano a braccia, ma che hanno preparato i discorsi da molto tempo; essi tessono le lodi tanto bene che, mentre dicono di ciascuno le qualità che ha e anche quelle che non ha ricamando con le parole più belle, incantano le nostre anime, elogiando in tutti i modi la città, i morti in guerra e i nostri progenitori tutti che ci hanno preceduti, e lodando noi che siamo ancora vivi; tanto che anch'io, Menesseno, per le loro lodi mi sento veramente nobile e ogni volta mi ritrovo ad ascoltarli rapito, mentre ritengo all'istante di essere divenuto più grande, nobile, virtuoso. Accade spesso, poi, che mi seguano e stiano ad ascoltare con me alcuni stranieri, di fronte ai quali divento all'istante più venerabile; poiché mi sembra che anche loro siano presi dallo stesso sentimento verso di me e verso il resto della città, ritenendola di maggior meraviglia che non prima, persuasi da chi parla. E lo stesso sentimento di venerabilità rimane in me per più di tre giorni; il discorso flautato e il suono della voce di chi parla penetra nelle orecchie, tanto che a stento il quarto o il quinto giorno mi ricordo di me e mi rendo conto di essere sulla terra, mentre fino ad allora poco mancava che pensassi di abitare nelle Isole dei beati, tanto sono abili i nostri oratori.” Chiusi il testo, Socrate si divertiva con la sua solita ironia.

Silvio Minieri ha detto...

Era stato il professor Marozzi ad inviarmi a Dunkerque, quando era riuscito ad ottenere dalla Scuola degli Alti Studi Militari un invito per due persone alla cerimonia commemorativa, nel cinquantenario della famosa battaglia della Seconda guerra mondiale. Marozzi è il titolare dei corsi di Retorica che si tengono presso l’Università degli Studi di Roma, nella sede distaccata di via Savoia. E Giulia Marozzi, sua figlia, era la seconda persona destinata a partecipare all’evento. Non venne, all’aeroporto l’aspettai inutilmente: “Stefani, non posso venire, rappresentami tu.” Ero in coda al gate, quando mi giunse il suo SMS, e tirai un sospiro di sollievo. Giulia era una bionda con la carnagione bianca, a prima vista faceva colpo, con quelle labbra accuratamente truccate di rosso vermiglio. Non era tanto giovane, quasi vicino ai quaranta, anche se ne dimostrava da lontano dieci quindici di meno. Io avevo avuto la ventura di osservarla da vicino, quando una volta era venuta ad assistere ad una lezione del padre, sedendo di fianco alla cattedra, di cui era destinata ad essere la succeditrice. Alla fine della lezione, le passai accanto forse intenzionalmente, mentre uscivamo, e l’occasione fu colta da Marozzi che m’invitò assieme ad altri due o tre discenti a recarci insieme a prendere il caffè. La figlia sorrideva leggermente a noi, mentre il padre cominciò a parlare di sport, precisamente di calcio. Io intervenni per mostrare il mio interesse per il ciclismo, in quei giorni si correva la Tirreno Adriatico e fra i primi in classifica c’era il pescarese Domenico Marozzi. Il professore non colse il mio accostamento, che però non era affatto malizioso. Prima di lasciarci, la figlia ci tenne a precisare che Marozzi è un cognome molto diffuso in Abruzzo, quasi a voler prendere le distanze da “mestieri” non intellettuali (ma non è così, nel ciclismo, nello sport e in ogni attività lavorativa manuale ci vuole intelligenza) e lasciare intendere che i suoi valori principali erano quelli culturali. Mens sana in corpore sano, pensai mentre mi allontanavo, e pensai inoltre che Giulia Marozzi doveva essere una gattamorta, con quelle sue movenze flessuose e quel sorriso di finto compiacimento,
che distribuiva intorno a sé. E poi Dunkerque, dove io, Stefani, dovevo rappresentarla, ma non dovevamo entrambi rappresentare il padre? Quando l’aereo decollò e raggiunse la quota, allontanandosi in direzione nord, il ricordo di Giulia Marozzi si andò sbiadendo nel tempo man mano con l’aumentare della distanza nello spazio.
Al Leicester Square Theatre di Londra si tenne una conferenza, a cui parteciparono alti gradi militari, politici e professori anglo-americani, i contenuti di molti discorsi furono decisamente evocativi, ma anche ricchi di retorica, i toni non quelli classici, ma quelli di propaganda moderna, io ero nelle ultime file. Il giorno precedente c’era stata la cerimonia commemorativa a Dunkerque ed anche lì ero nelle ultime file. L’unica nota interessante da me appresa fu che in quella località, Sant’Eligio, nel VII secolo, aveva fondato una chiesa, da cui il nome della cittadina: Dunkerque, la “chiesa” sulle “dune”, la cattedrale nella sabbia.

Silvio Minieri ha detto...

LA MAESTRA DI RETORICA
“Menesseno?” Sono rimasto un istante interdetto, quindi ho risposto: “Sì, sono io.” Lei, l’onorevole Ludovica Barboni, si è messa a ridere, ma ha smesso subito. Sarei insincero, se dicessi che non l’avevo notata seduta in prima fila accanto al suo capopartito, il senatore Giovannini, un uomo calvo, con gli occhiali, una grande barba. Ero andato alla presentazione del libro di Vincenzo Sabatini: “Retorica e Politica. L’arte della persuasione da Gorgia di Lentini al linguaggio pubblicitario della modernità.” Il convegno si teneva a Roma, nel Salone degli affreschi dell’Accademia dei Cavalieri d’armi di via del Seminario. Era stato Marozzi, sempre lui, che mi aveva obbligato ad andare, mannaggia a lui! Perché ho imprecato? Male ne abbia ovvero male ne aggia! Perché dovevo trovare un capro espiatorio a certe mie sfortune e ho individuato in Marozzi la figura appropriata del nemico da battere. Non c’era la figlia Giulia, salita in cattedra, come “maestra di retorica”, a tenere un discorso sull’arte oratoria? Il suo intervento consisteva nel modello di una commemorazione funebre dei caduti in guerra. Buona parte del discorso si basava sull’impianto dell’orazione funebre del “Menesseno” di Platone, una bozza da me preparata e da Marozzi passata alla figlia, che l’aveva rimaneggiata e completata, in verità solo qualche ritocco.
“Signori, nella nostra celebrazione funebre, il nostro discorso dovrà incominciare dai morti. Nel loro ultimo viaggio i nostri caduti hanno già avuto nello svolgimento dei solenni funerali gli onori dovuti, accompagnati ufficialmente dai rappresentanti delle istituzioni e dai cittadini confluiti in lunghi cortei, e privatamente dai loro familiari. Ma proprio con un discorso, come prescritto dal dovere e dalla legge, bisogna rendere il resto dell'onore agli uomini valorosi. Perché con un discorso ben ordinato nasce in chi ascolta il ricordo di belle azioni e onore per chi le ha compiute. Occorre quindi un discorso tale che intessa degnamente le lodi dei defunti e che dolcemente ammonisca quelli che sono vivi, da un lato esortando figli e fratelli ad imitare la virtù dei morti, dall'altro confortando padri, madri e gli avi, se sono ancora vivi. Quale discorso, dunque, può avere per noi tali requisiti? Oppure, da dove sarebbe corretto incominciare, dovendo lodare uomini buoni, che da vivi allietarono i loro cari con la loro virtù e offrirono la loro morte in cambio della salvezza dei vivi? A me sembra che si debba lodarli secondo natura così come per natura sono stati buoni; e sono stati buoni perché creati da uomini buoni. Lodiamo dunque per prima cosa la loro buona nascita, e per seconda l'allevamento e l'educazione; dopodiché dimostreremo come la condotta del loro agire sia apparsa bella e degna della loro nascita e della loro educazione. Fondamento della loro buona nascita è stata l'origine degli antenati, che, non essendo straniera, ha fatto sì che i figli, in questo paese, non fossero dei metechi provenienti da fuori, ma autoctoni e viventi e abitanti realmente in patria, e che fossero allevati non da una matrigna, come gli altri, ma da una madre, la terra in cui abitavano, e che ora possano giacere, morti, nei luoghi familiari di colei che li ha generati, nutriti, accolti. La prima cosa da fare e la più giusta è quindi ricoprire di onori una tale madre, perché in questo modo viene celebrata contemporaneamente la loro buona nascita. Il nostro paese è degno di essere lodato da tutti gli uomini, non solo da noi, per molti e svariati motivi, di cui il primo e più importante è che gli è toccato essere il cuore della rappresentanza divina sulla terra, e allora come può essere giusto che l'intera umanità non lodi la regione che proprio la divinità ha prediletto?”

Silvio Minieri ha detto...

Era una riproduzione quasi fedele del brano introduttivo recitato da Socrate, che l’aveva sentito dalla sua maestra di retorica, Aspasia di Mileto, la favorita di Pericle. Poi, Giulia Marozzi aveva seguito il mio testo, rievocando la storia millenaria di Roma, che aveva esteso il suo imperium nel Mediterraneo, nel Nord Africa, in Asia Minore, e in tutta l’Europa occidentale e settentrionale. Aveva anche parlato delle numerose vestigia imperiali, di cui è rimasta traccia nei tanti luoghi d’Occidente ed Oriente, a testimonianza della grandezza imperitura di Roma, se ancora oggi file inesauribili di turisti affluiscono in questi siti archeologici patrimonio dell’umanità. Iniziò quindi un percorso che la portò dal Colosseo, passando per l’arco di Druso di Spoleto, all’anfiteatro di Verona, poi all’Augusta Pretoria ovvero Aosta, la Roma delle Alpi, scendendo in Provenza, alla Maison Carrée di Nîmes, uno dei templi meglio conservati, come quello di Bacco, in Libano, e il Pantheon di Roma. Proseguì per la Spagna, sulla via Heraclea, fermandosi all’anfiteatro di Tarraco, l’odierna Terragona, sul Mediterraneo, quindi risalì in Castiglia, all’acquedotto di Segovia, spingendosi poi in Estremadura, al teatro romano di Mérida. Da qui, puntando su Cordova, ritornò sul tracciato della via Augustea dell’Hispania romana, che si snoda dai Pirenei a Cadice. Attraversò lo stretto di Gibilterra e approdò in Marocco, puntando all’interno, a nord di Meknès, su Volubilis, dove si ammirano i resti imponenti della Basilica romana, quindi superò la frontiera con l’Algeria, dove ebbe modo di stigmatizzare l’inglorioso degrado, in cui versavano i siti archeologici delle antiche città romane. Sembrò risollevarsi, quando entrò in Tunisia, ricordando il mezzo millennio sotto l’Impero Romano, quindi si avventurò tra le rovine dell’antica Cartagine, per lodare le splendide architetture delle Terme di Antonino affacciate sulla baia di Tunisi. Parlò del tempio di Saturno, le Terme dei Ciclopi e l’arco di trionfo di Settimio Severo a Thugga, quindi finì con l’imponente anfiteatro di El Jem, un Colosseo in terra africana.
Giulia Marozzi tacque, abbassò lo sguardo sul leggio. Durante la sua escursione dall’Italia in Francia, Spagna e Nord Africa, aveva citato non dico a memoria, ma quasi, tutte le meraviglie dei siti archeologici romani sparsi negli Stati mediterranei, spesso guardando verso la prima fila, dove erano seduti Giovannini al centro, a fianco da una parte il padre, dall’altra Sabatini e più di lato con altri anche Ludovica Barboni. E guardando a quelli, verso cui guardava l’oratrice, mi venne in mente il suo messaggio, mentre ero in partenza all’aeroporto di Fiumicino: “Stefani, non posso venire, rappresentami tu.” E lei era partita con Giovannini, Sabatini e il padre in un viaggio culturale, forse anche una crociera in Spagna, Marocco, Algeria e Tunisia. E adesso, tornata a Roma, veniva a raccontarci le avventure del suo viaggio. Il professor Sabatini la guardava con grande attenzione, Giovannini ogni tanto si distraeva, notai che Ludovica Barboni più di una volta aveva mascherato qualche sbadiglio.

Silvio Minieri ha detto...

“Roma aveva esteso il suo imperium nel Mediterraneo, nel Nord Africa, in Asia Minore, in tutta l’Europa occidentale e settentrionale, la nostra storia è la storia della civiltà romana.” Giulia Marozzi così riassunse, poi sulla mia scia, rientrò nella traccia del “Menesseno”, quando Socrate, conclusa la storia di Atene, riprende l’orazione, così come diceva di averla sentita da Aspasia di Mileto.
“E così le imprese di cui ho parlato, compiute dagli uomini che qui giacciono e da quanti altri sono morti per il bene della patria, sono molte e belle, ma ancora più numerose e belle sono quelle che ho tralasciato: molti giorni e molte notti non sarebbero infatti sufficienti a volerle narrare tutte. è necessario, dunque, per mantenerne vivo il ricordo, che ciascuno esorti i figli dei morti, come in guerra, a non abbandonare il posto degli antenati e a non indietreggiare cedendo alla viltà. Io in persona dunque vi esorto ora, figli di uomini valorosi, a porre ogni impegno nell'essere quanto più possibile valorosi; e in ogni futura occasione, imbattendomi in uno di voi, vi ricorderò ed esorterò a fare lo stesso. Nella situazione presente è giusto che io vi dica ciò che i padri ci hanno raccomandato di riferire a coloro che di volta in volta restavano, nel caso capitasse loro qualche sventura, quando stavano per affrontare il pericolo. Vi dirò allora ciò che ho ascoltato da loro in persona e che vi direbbero con piacere ora, se lo potessero, basandomi su ciò che allora dicevano. Ma bisogna immaginare di ascoltare da loro in persona ciò che vi riferisco. Dicevano dunque quanto segue: – Figli, che voi siate stati generati da uomini valorosi, lo dimostra la circostanza presente. Nonostante potessimo vivere ignobilmente, abbiamo scelto di vivere nobilmente piuttosto che gettare voi e i vostri discendenti nella vergogna e disonorare i nostri padri e tutti i nostri predecessori: pensiamo infatti che non è vita quella di chi disonora i suoi, e che una persona simile a nessuno è cara, né tra gli uomini né tra gli dèi, né sulla terra né, una volta morto, sotto terra. È necessario, dunque, memori delle nostre parole, fare con coraggio qualsiasi altra cosa decidiate di fare, sapendo che, se manca questo, ogni possesso ed ogni attività sono vergognosi e cattivi. Perché la ricchezza non produce bellezza in chi ne è entrato in possesso con viltà - perché un tale uomo è ricco per un altro uomo ma non per sé stesso - né bellezza e forza fisica sono adatte a vivere in un corpo vile e malvagio, ma appaiono stridenti: mettono maggiormente in evidenza chi le possiede, e ne mostrano la viltà. E anche tutta la scienza, se è separata dal sentimento di giustizia e dalle altre virtù, appare astuzia, non sapienza. Per questo cercate sempre e continuamente di mettere tutto l'impegno, per quanto possibile, nel superare noi e gli antenati in gloria. Altrimenti sappiate che, se noi vi vinceremo in virtù, la vittoria ci porterà vergogna, mentre la sconfitta, se perderemo, ci porterà felicità. Noi saremo vinti e voi vincerete soprattutto se vi disporrete a non abusare della fama dei predecessori e a non distruggerla, con la consapevolezza che, per un uomo che crede di valere qualcosa, non c'è nulla di più vergognoso che vedersi stimato non per le proprie qualità, ma per la gloria dei suoi antenati. Perché gli onori dei genitori sono per i figli un tesoro bello e magnifico; ma usare un tesoro di beni e di onori senza tramandarlo ai figli, per mancanza di beni e di glorie acquistate di persona, è vergognoso e da vigliacchi; e se vi sarete occupati di queste cose giungerete da noi amici tra amici, quando il destino a voi assegnato vi porterà qui. Nessuno invece vi accoglierà con benevolenza se non vi siete presi cura di voi stessi e siete stati vigliacchi. Questo dev'essere detto ai nostri figli.” Giulia Marozzi tacque poi riprese a leggere il testo del “Menesseno”.

Silvio Minieri ha detto...

“Quanto ai nostri padri e alle nostre madri, è sempre necessario incoraggiarli a sopportare il più tranquillamente possibile la sventura nel caso dovesse capitare; e non lamentarci insieme a loro - non avranno infatti bisogno di qualcuno che dia loro ulteriore dolore: basterà la sorte a procurarglielo -, ma consolandoli e calmandoli. Essi si auguravano che i loro figli divenissero non immortali, ma buoni e onorati, e questi, che sono i beni più grandi, li hanno ottenuti. Non è facile che a un uomo mortale nella propria vita riesca tutto secondo la sua volontà; e sopportando le sventure da veri uomini, crederanno veramente di essere padri di figli coraggiosi, cedendo invece faranno nascere il sospetto di non essere nostri padri, oppure che coloro che ci lodano mentono. Bisogna che non si verifichi nessuno dei due casi, anzi è necessario che soprattutto loro ci lodino con i fatti, mostrando di essere veri uomini, padri di veri uomini. Fin dall'antichità sembrava bello il detto niente di troppo: e in realtà è un bel detto. Perché qualsiasi uomo si affidi a sé stesso per tutto quanto porta alla felicità o vicino ad essa, e non dipenda da altre persone che con il loro comportamento, di volta in volta buono o cattivo, costringano anche lui all'incertezza, costui ha predisposto la sua vita nel modo migliore, questo è l'uomo saggio, questo l'uomo valoroso e prudente; egli, sia con l'acquisto che con la perdita di ricchezze e di figli, obbedirà soprattutto al proverbio, mostrandosi non troppo gioioso né troppo addolorato, perché ha confidato in sé stesso. Ma tali noi riteniamo e vogliamo che siano i nostri, tali diciamo che sono, e anche noi stessi ci mostriamo così oggi, senza essere turbati né avere paura di morire, se necessario, anche subito. Preghiamo dunque i nostri padri e le nostre madri di trascorrere il resto della vita con questa stessa persuasione e convincimento: che né con i lamenti né compiangendoci ci faranno cosa gradita; al contrario, se i morti hanno qualche percezione dei vivi, i nostri genitori non sarebbero assolutamente graditi sopportando le sciagure a malincuore, lo sarebbero invece sopportandole con mitezza e misura. Quanto a noi, avremo presto la morte più bella che possa esserci per gli uomini, tanto che conviene onorarla piuttosto che lamentarsene. Ma occupandosi delle nostre donne e dei nostri figli, mantenendoli e rivolgendo qui il loro pensiero, potranno dimenticare al meglio la loro sorte e vivere in modo più bello, retto e a noi caro. Questo basterà annunciare ai nostri da parte nostra. Alla patria raccomanderemmo di prendersi cura dei nostri padri e dei nostri figli, educando convenientemente questi, assistendo degnamente gli altri nella vecchiaia. Ma ora sappiamo che anche senza le nostre raccomandazioni se ne prenderà cura in modo adeguato. – Questo, dunque, o figli e genitori dei morti, essi ci hanno raccomandato di annunciare e io lo annuncio con tutto l'ardore possibile. Personalmente poi, a nome loro, chiedo ai figli di imitare i loro padri e ai padri di non temere per sé stessi, perché noi vi assisteremo nella vecchiaia e ci prenderemo cura di voi sia privatamente che pubblicamente, ogni volta che uno di noi incontrerà un familiare dei defunti.

Silvio Minieri ha detto...

Voi stessi forse conoscete la sollecitudine della città, sapete che si prende cura di voi emanando leggi per i figli e per i genitori dei morti della nostra patria e, più che per gli altri cittadini, ha ordinato alla più alta magistratura di vegliare affinché i padri e le madri dei morti non subiscano ingiustizia. Quanto ai figli essa li alleva in comune, preoccupandosi per quanto è possibile che non risentano della loro condizione di orfani e assume il ruolo di padre finché sono ancora ragazzi, ma una volta adulti, li rimanda in famiglia ornati di un'armatura completa, per mostrare e ricordare la condotta del padre con il dono degli strumenti della virtù paterna, e insieme con il buon augurio che ciascuno ornato con le armi vada a reggere con forza il focolare paterno. Essa poi non tralascia mai di onorare i morti e celebra ogni anno per tutti pubblicamente le esequie che per ciascuno vengono celebrate privatamente, istituendo gare di ginnastica, di ippica e di musica di tutti i generi; semplicemente nei confronti dei morti si assume il ruolo di erede e di figlio, di padre verso i figli e di tutore verso i genitori, e garantisce a tutti ogni tipo di assistenza, per sempre. E, riflettendo su questo, bisogna sopportare con mitezza la sventura. Perché in questo modo sarete quanto più possibile graditi sia ai morti che ai vivi e, più facilmente, conforterete e sarete confortati. Ormai è ora che voi e tutti gli altri, dopo aver compianto i morti pubblicamente com'è usanza, ve ne andiate.”
La maestra di retorica aveva concluso, tutti applaudirono. Quindi prese la parola il professor Sabatini, dopo la sua relazione, il convegno ebbe termine e tutti si alzarono, muovendosi intorno alla sala. Si erano formati dei capannelli, andai verso il banco, per comprare una copia del libro, ma sarebbe meglio dire che mi ero diretto verso la prima fila dove c’era quella deputata del partito di Giovannini, che avrebbe incrociato per un breve tratto la mia vita. Infatti, non avevo nessuna intenzione di spendere soldi, sempre pochi quelli che avevo, e Ludovica Barboni riuscì ad evitarmi quella spesa, subito bloccandomi: “Menesseno?” “Sì, sono io.” Lei rise. “Eravamo insieme su quel volo da Londra del maggio scorso” dissi. Lei assentì. Mi aveva chiesto di prestarle il testo di Platone, che aveva incuriosito il suo compagno, seduto alla sua destra e a cui l’aveva passato. Dopo, quando me lo restituì, diede prima un’occhiata al titolo.
“È venuto per la politica, immagino,” disse. “In verità, per la retorica,” risposi. “Quella bionda, con gli occhi verdi,” commentò ridendo. “No, quella con i capelli neri e gli occhi celesti.” “E allora è la politica.” Estrasse dalla borsetta un biglietto da visita e lo tese verso di me. “Sono fiduciosa,” disse in fretta, prima di andarsene assieme a Giovannini, che le aveva lanciato uno sguardo molto espressivo.

Silvio Minieri ha detto...

QUASI UN OLOGRAMMA
Era in piedi, accanto alla vetrata e ogni tanto lanciava un’occhiata giù, prima di voltarsi verso di me. “Sembri il commissario Maigret, quando venne qui a New York a fare un’indagine,” dissi ridendo. Ludovica Barboni, che stava guardando in basso, si volse dalla parte mia, aveva un’espressione seria, quasi triste: “Io l’amo,” disse. Maigret? stavo per domandarle, ma subito compresi che la domanda era fuori luogo, vista la sua espressione. “Come?” interrogai. “Io l’amo,” ripeté, ora aveva l’aria decisamente triste. Guardò giù dalla vetrata del grattacielo, stavamo oltre il quarantesimo piano. Pensai che il presente è più forte di qualsiasi passato o futuro. “Chi ami?” Mi guardò: “Enrico Marramao.” Tornò a dare un’occhiata in basso. Ero seduto in mezzo al letto con la schiena appoggiata su un cuscino, messo contro la spalliera. Enrico Marramao era un collega che frequentava i corsi alla Scuola di retorica di Marozzi. Balzai giù e mi avvicinai alla vetrata, e in quel momento anch’io diedi un’occhiata in basso verso gli omini e le automobiline in movimento sulla strada, uno spettacolo inconsueto per chi non è abituato a Manhattan e ai grattacieli. “E allora?” dissi, fissandola. Sostenne il mio sguardo, senza replicare. “Dobbiamo andar via,” dissi. Esitò, prima di muoversi: “Come vuoi.” Si staccò dalla vetrata e andò al centro della stanza: “Preparo la valigia.” Mi mossi dalla vetrata e andai verso il bagno, mi fermai: “Vuoi andare prima tu?” Lei alzò le spalle e andò verso l’armadio per prendere biancheria e vestiti.
Avevamo fatto un bel programma: tre giorni a New York, l’escursione a Washington, quindi le cascate del Niagara, il lago Michigan, Chicago, il ritorno a New York e il volo per Roma. E adesso pover’uomo? Fine anticipata del soggiorno americano: Ludovica Barboni amava Enrico Marramao e non me, Vito Stefani. Era accaduto tutto così in fretta, in maniera così impreveduta e improbabile. Che cosa?
(Segue)

Silvio Minieri ha detto...

QUASI UN OLOGRAMMA
Era in piedi, accanto alla vetrata e ogni tanto lanciava un’occhiata giù, prima di voltarsi verso di me. “Sembri il commissario Maigret, quando venne qui a New York a fare un’indagine,” dissi ridendo. Ludovica Barboni, che stava guardando in basso, si volse dalla parte mia, aveva un’espressione seria, quasi triste: “Io l’amo,” disse. Maigret? stavo per domandarle, ma subito compresi che la domanda era fuori luogo, vista la sua espressione. “Come?” interrogai. “Io l’amo,” ripeté, ora aveva l’aria decisamente triste. Guardò giù dalla vetrata del grattacielo, stavamo oltre il quarantesimo piano. Pensai che il presente è più forte di qualsiasi passato o futuro. “Chi ami?” Mi guardò: “Enrico Marramao.” Tornò a dare un’occhiata in basso. Ero seduto in mezzo al letto con la schiena appoggiata su un cuscino, messo contro la spalliera. Enrico Marramao era un collega che frequentava i corsi alla Scuola di retorica di Marozzi. Balzai giù e mi avvicinai alla vetrata, e in quel momento anch’io diedi un’occhiata in basso verso gli omini e le automobiline in movimento sulla strada, uno spettacolo inconsueto per chi non è abituato a Manhattan e ai grattacieli. “E allora?” dissi, fissandola. Sostenne il mio sguardo, senza replicare. “Dobbiamo andar via,” dissi. Esitò, prima di muoversi: “Come vuoi.” Si staccò dalla vetrata e andò al centro della stanza: “Preparo la valigia.” Mi mossi dalla vetrata e andai verso il bagno, mi fermai: “Vuoi andare prima tu?” Lei alzò le spalle e andò verso l’armadio per prendere biancheria e vestiti.
Avevamo fatto un bel programma: tre giorni a New York, l’escursione a Washington, quindi le cascate del Niagara, il lago Michigan, Chicago, il ritorno a New York e il volo per Roma. E adesso pover’uomo? Fine anticipata del soggiorno americano: Ludovica Barboni amava Enrico Marramao e non me, Vito Stefani. Era accaduto tutto così in fretta, in maniera così impreveduta e improbabile. Che cosa?
Avevo pagato il conto in hotel e siamo scesi sulla via, diretti alla Stazione Centrale, stavamo risalendo la sesta Avenue, per arrivare alla quarantaduesima strada, all’angolo ho svoltato deciso, Ludovica Barboni era rimasta un po' indietro. Arrivato all’ingresso del Grand Central Terminal, mi sono voltato indietro per vedere dove fosse finita la mia compagna, aspettai un po' irritato, poi tornai indietro a cercarla, non la vidi. All’altezza della Biblioteca pubblica mi fermai, temendo di averla incrociata senza essermene accorto, proseguii per la Sesta Avenue, quando la vidi venirmi incontro, camminava molto lentamente senza bagaglio, ma in verità sembrava scivolare come su un’onda, un’immagine indistinta. Si era fatta sera e si accesero le luci, ora vidi che era ferma, ma sempre oscillante come su un onda, mi guardava senza parlare. “Vai, io non ti posso seguire.” Chi aveva parlato? Mi guardai intorno, per capire se tutto oscillasse, oppure se era una mia impressione. Un autista di colore con la livrea grigia e la tuba sostava accanto a una limousine, alzai lo sguardo ai grattacieli, non oscillavano, tornai a guardare la figura di Ludovica Barboni. “Vito, non posso venire con te, io sono morta.” Trasalii, colto dallo sgomento, volsi lo sguardo e vidi alcune ragazze in abito da sera che avanzavano ridacchiando, l’ultima nel sentirsi osservata, con mossa tipicamente femminile, tirò su la scollatura del vestito, che scivolava sul petto. Guardai di nuovo verso il fantasma, mi fissava immobile, lievemente ondeggiante, quasi un ologramma. Mi voltai bruscamente e presi a camminare velocemente lungo la quarantaduesima strada, per raggiungere la stazione ferroviaria. Dovevo andare a Washington e dovevo affrettarmi per non perdere il treno, mi sembrava tutto così irreale.

Silvio Minieri ha detto...

Quando sono tornato in Europa e sono sbarcato a Roma, sono stato colpito dalla luce mediterranea, era anche l’effetto di quell’atmosfera d’ombra provocata dai grattacieli di Manhattan. Ludovica Barboni era morta, era volata giù da una finestra sigillata di un piano elevato del Palazzo di vetro dell’ONU sulla quarantatreesima strada, mi sembra ancora di sentire il suono delle sirene della polizia e dell’ambulanza e il vocio della folla. Qualcosa però nella mia testa non funzionava, era come se nel ricordo le scene si fossero alterate nelle loro sequenze e ne veniva fuori un disordine di idee, che non riuscivo a sistemare razionalmente. Dovevo riavvolgere il filo del gomitolo della mia storia e svolgerlo di nuovo dall’inizio, ricordare i primi momenti. Comincio dalla telefonata, ma dovrei andare più indietro, ci andrò.
“ – Pronto? – Sono Stefani. – Ciao, Stefano, come stai? – Sono Stefani, sto bene.” La risatina, poi il commento: “– Ho capito, Stefani, stai bene. – Sì. – Bravo!” Mi chiese se ero sempre interessato alla politica, risposi di sì, poi mi corressi e dissi di no, ero interessato agli occhi celesti e ai capelli neri. – Un po' anche alle politica, però. – Perché?” Ricordò il mio primo approccio: “Scusi, onorevole.” Questa volta me la cavai bene nella risposta, così pensavo: “Il primo amore non si scorda mai,” dissi. “Te l’avevo detto!” esclamò. L’ambiguità rimaneva. Ci mettemmo d’accordo, sarei andato a trovarla al suo paese in Lombardia, un piccolo centro in provincia di Varese. Mi venne a prendere alla stazione, era domenica mattina, una mattinata insieme, nel pomeriggio ero già a Malpensa. Poi ci vedemmo e frequentammo a Roma, dove veniva per i suoi impegni in parlamento. Infine, dopo alcuni mesi, mi decisi e dissi: “Devo andare in America, è un viaggio, a cui pensavo da tempo.” Ovviamente pensavo a New York. “Voglio venire anch’io,” disse. “Immagino che ci sei già stata.” Pensavo a Giovannini, Sabatini e anche alla Marozzi. “No, mai,” disse.
Per me quel viaggio era importante, voglio dire decisivo, vi impegnavo tutte le mie risorse economiche, il gruzzolo della piccola liquidazione ricevuta in Francia, dove per alcuni anni, avevo fatto l’aiutante necroforo, nel servizio dei cimiteri della città di Parigi. Il mio viaggio in America con Ludovica Barboni era un viaggio di nozze, a cui arrivavamo abbastanza preparati nei nostri rapporti. Era stata lei a sgombrare il campo dalla parte sua, dicendo che ormai era parte del suo passato l’amico giornalista e scrittore, corrispondente di guerra in varie parti del mondo. Era il suo compagno in quel volo da Londra, quello che le aveva chiesto di dare un’occhiata al mio libro. Quando partimmo, io ero molto emozionato e felice, la sua verità infelice Ludovica Barboni l’aveva sepolta dentro di sé. E poi riemerse, quando io avevo alluso a Maigret nella stanza dell’hotel del grattacielo di New York.

Silvio Minieri ha detto...

In seguito ho giocato molto con le parole facenti parte della costellazione semantica, riferita al termine latino ludus, gioco: illudere, deludere, alludere, eludere, colludere. Io ero l’illuso, colui che era entrato nel gioco (in-ludere), poi rimasto deluso, uscito dal gioco (de-ludere), quando avevo alluso ad altri da aggiungere al gioco (ad-ludere). Ludovica Barboni aveva eluso, uscendo dal gioco (ex-ludere), nel quale era collusa con altri (cum-ludere). I miei altri erano un personaggio immaginario, Maigret, i suoi altri erano persone reali, l’amico giornalista, Enrico Marramao e chissà altri. Ma non ero anch’io uno dei suoi altri? Ecco qui mi imbrogliavo: vedi, mi dicevo (ormai parlavo da solo), questo tuo gioco, ludus, è finito male, e i tuoi ameni giochi linguistici non alimentano nessuna festa del linguaggio, tendente a respingere dalla coscienza l’infelice tuo stato psichico. Non riesci a scacciare dalla tua mente quei pensieri, che vengono fuori, trascinando con sé nella danza di follia di un vuoto irrazionale anche la mente, rendendoti de-mente. Così ragionavo o sragionavo, arrampicandomi sulla parete liscia di queste mie parole, da cui regolarmente subito scivolavo via, precipitando di nuovo nel mio abisso.
E allora l’interrogativo: Enrico Marramao? Dovevo ricominciare da lui, se volevo sbrogliare i nodi di quella improbabile vicenda e ricostruire il percorso psichico della mia defunta compagna, il pallido fantasma della quarantaduesima strada di Manhattan, dove si era consumata la mia East Side Story.
Alla fine dei corsi, l’anno prima, Marramao aveva conseguito il titolo di Rhetor Magister. Era poi entrato subito in politica, eletto nella circoscrizione calabro-lucana, come deputato nel partito di opposizione a quello dell’on. Giovannini, comparendo spesso nei dibattiti televisivi, in uno dei quali l’avevo visto disputare con Ludovica Barboni. Enrico era romano, ma i genitori erano calabresi, emigrati prima in Australia e poi rientrati in Italia. A Roma, nella zona dei Castelli, gestivano una trattoria, nella quale eravamo andati diverse volte a mangiare noi frequentatori del corso. Una volta era venuto anche Marozzi accompagnato dalla figlia e dal suo assistente, il professor Villani, docente di filosofia del linguaggio. Qui, devo dire che la scuola di retorica di via Savoia, anche se ufficialmente succursale dell’Università di Roma, era in effetti un feudo di Marozzi, che come vassallo rispondeva al suo referente politico Giovannini. Riesco a schematizzare questa situazione politico-sociale, seguendo i discorsi di Marramao, che in questo aveva le idee chiare. Egli vedeva nell’alleanza tra il leader politico Giovannini e il cavaliere Arrigoni, grande patron dell’industria farmaceutica, l’eredità storica del patto unitario dell’Italia del 1861 tra la grande industria del nord e il predominante potere agrario dei latifondisti del sud. Io traevo ora da questa visione le mie conclusioni particolari: Ludovica Barboni, al seguito di Giovannini, aveva avuto dei contatti con la scuola di Marozzi, dove aveva conosciuto e si era innamorata di Enrico, che però non aveva corrisposto. Penso tenesse di più alla sua fede politica, questo perché una volta una sorridente Ludovica mi aveva detto: “Stefani, tu non sei come i tuoi compagni di studi, più interessati a comandare che a lasciarsi andare ai loro sentimenti privati.” L’allusione era ad Enrico, ma io allora non avevo capito, perché allora non sapevo, non potevo immaginare che lei si sarebbe concessa a me per ribellione. E come avrei potuto? L’interessato è sempre l’ultimo a saperlo. E adesso pover’uomo? Comunque la trama del romanzo di Hans Fallada non aveva niente a che fare con la mia condizione, mi ero appropriato soltanto del titolo.
Alla fine decisi, dovevo scrivere un breve sommario di queste mie ultime vicende personali e poi recarmi a Parigi da Madame Sophie Orschviller, psicanalista, con studio in Rue de Trévise, nel IX Arrondissement, di cui avevo sentito molto parlare durante il mio soggiorno nella capitale francese, quando facevo il necroforo.

Silvio Minieri ha detto...

MAIGRET [Nota fuori testo]
Devo spiegare l’allusione al commissario Maigret. Anni fa, avevo letto un libro di Simenon: “Maigret in America”, dove veniva descritta la scena del commissario, che mentre parlava con un interlocutore nel piano alto di un grattacielo, ogni tanto dava uno sguardo in basso sulla strada, colpito dallo spettacolo di omini e automobiline in strada. E allora mi sono ricordato che questa era stata la mia stessa impressione, quando mi ero recato la prima (e unica) volta a New York, ed avevo alloggiato in un piano alto di un grattacielo di Manhattan. Nella storia di finzione, Vito Stefani allude a questa circostanza, un’impressione che coglie un po' tutti, come me e Simenon, la loro prima volta a Manhattan, nel piano alto di un grattacielo. Ma sono fantasmi irreali (Maigret) gli altri del suo gioco, quello schematizzato nella costellazione semantica del termine “ludere”, e nella finzione sono reali gli altri di Ludovica Barboni, a cominciare da Marramao. Ho cercato di spiegare la confusione mentale di Vito Stefani, ma capisco che tale confusione è contagiosa: lasciamo perdere, è meglio.

Silvio Minieri ha detto...

LA PSICANALISTA
Avevo mandato un e-mail, chiedendo un rendez-vous, mi arrivò la risposta un’ora dopo, con l’indicazione dell’Iban su cui versare l’anticipo di duecento euro e la preghiera d’inviare i miei dati personali e un’eventuale cartella clinica, relativa alla mia malattia mentale. Risposi che non ero mai stato in cura prima d’allora e che giudicavo il mio disturbo come un principio di sdoppiamento della personalità, pur senza esserne pienamente convinto. In verità, quello che mi premeva confidare era l’episodio del mio incontro con il fantasma della defunta Ludovica Barboni nella 42esima strada. Era stata un’allucinazione oppure si era trattato di un fatto reale? Forse la psicanalista poteva aiutarmi a risolvere il dubbio.
Io devo dire che dal momento di quell’incontro e della mia fuga da New York, non ero riuscito a stabilire quanto tempo dopo fosse accaduto l’incidente, di cui lei era rimasta vittima. E se invece fosse accaduto prima? Infatti, come faceva ad essere morta in quel breve spazio di tempo in cui avevamo lasciato l’hotel, per andare alla Stazione Centrale? Ecco, era come se l’intervallo temporale si fosse dilatato in uno spazio più lungo di quei dieci quindici minuti, magari un giorno o due, forse una settimana o più. O forse lei, ancora viva, nell’occasione, mi aveva comunicato un proposito suicida. In seguito avevo sognato quell’incontro: “Vai avanti, Stefano, non tornare indietro, tu devi diventare Rhetor Magister. È il tuo avvenire, io non potrò stare al tuo fianco, sono morta, Stefano.” Da sveglio mi dissi che mi aveva chiamato Stefano e non Stefani, come la prima volta. Quanto tempo era passato da allora? E quello spettacolo ai piedi del Palazzo di vetro, il suono delle sirene della polizia e dell’ambulanza e il vocio della folla? Una mia fantasia oppure il ricordo di un fatto di cui ero stato testimone? Testimone come?
Lo studio della psicanalista si trovava al primo piano di uno stabile, sopra una panetteria. Suonai alla porta e allo scatto spinsi avanti l’anta che si era socchiusa. Nella sala d’attesa c’era un bancone, dietro cui stava una segretaria, una bionda con gli occhiali sulla cinquantina. Entrando, avevo notato che su un divano era seduto un uomo alto, con i capelli rossicci e su una sedia più distante una donna dall’aspetto abbastanza dimesso. Credevo di dover aspettare il mio turno, dopo aver riempito un modulo con i miei dati, invece dalla porta interna uscì un uomo in camice bianco sulla quarantina, che mi invitò ad entrare, per una visita preliminare. Si era seduto su una sedia di fronte a quella su cui mi aveva fatto accomodare e si dispose ad ascoltarmi. Raccontai della mia passata esperienza di necroforo, al servizio della città di Parigi, e di come avessi saputo in quegli ambienti di Madame Orschviller. Quindi, avendo avuto sentore di alcuni sintomi di squilibrio psichico, avevo pensato di rivolgermi al loro studio. Il medico mi ascoltò attentamente e quando smisi di parlare, disse che lui era stato più volte in Italia e quindi capiva anche la lingua italiana. Poi aggiunse che doveva sottopormi a una prova e mi chiese di riassumere la mia vicenda. Raccontai del mio primo incontro con Ludovica Barboni, del fidanzamento successivo, del nostro viaggio a New York, dell’improvvisa rottura per la rivelazione che lei amava un altro, della nostra uscita insieme dall’hotel, per raggiungere la stazione ferroviaria, di come l’avessi persa di vista, e tornando indietro avevo avuto quell’incontro abbastanza irreale, e poi del mio successivo brusco allontanamento. Avevo smesso di parlare.

Silvio Minieri ha detto...

Il medico disse che ora doveva registrare quello che avevo detto, chiedendo il mio consenso, ed ottenutolo, mi invitò a ripetere il racconto. Questa seconda volta, aggiunsi anche l’episodio dell’incidente al Palazzo di vetro, di cui avevo saputo tempo dopo, quando ero rientrato in Europa, e di come avessi avuto la sensazione di esserne stato testimone. Tacqui e attesi. “C’est tout?” domandò. “Sì,” dissi. Il medico spense il registratore e mi invitò ad aspettare, chiedendomi di pazientare, quindi entrò nello studio di Madame Orschviller. Tornò dopo una decina di minuti e mi invitò ad entrare dalla dottoressa psicanalista, seduta dietro la scrivania, che con un cenno mi fece accomodare su una poltrona a lato, in maniera tale che se avessi parlato, non potevo vederla. Quando l’aiuto medico ci lasciò soli, dopo qualche convenevole, mi chiese se avessi fatto dei sogni. Non l’avevo detto prima, mi ero dimenticato, riferii del sogno e delle parole della defunta, la sua esortazione a proseguire gli studi per diventare Rhetor Magister. La dottoressa m’invitò a lasciare la poltrona, accennando a una sedia di fronte alla scrivania. Mi osservò per un po' senza parlare, con l’aria di chi riflette, poi emise il suo verdetto: “Monsieur Stefani, voi non siete pazzo, non siete affetto da nessuno sdoppiamento della personalità, siete sano di mente, non avete bisogno di cure. Monsieur Stefani, voi siete ancora molto innamorato della vostra compagna scomparsa.” Madame Orschviller si alzò in piedi, era di statura media, un po' grassa, più sui settant’anni che sessanta. Si avvicinò e mi congedò stringendomi la mano.
Uscendo dallo studio, il paziente rossiccio prima seduto in sala d’attesa si trovò a scendere le scale con me e facemmo un tratto di strada assieme, sembrava quasi mi accompagnasse. Incontrai più volte il suo sguardo, poi si allontanò, io raggiunsi la stazione del metrò “Cadet”, dove notai una ragazza alta, bionda, graziosa, sembrava quasi mi stesse aspettando. Infatti, quando scesi le scale, lei mi venne dietro, salendo sul convoglio nello stesso scompartimento. Scesi a Châtelet e quando presi il treno per l’aeroporto di Orly, vidi un’altra ragazza bionda simile alla prima (vestivano uguali?), che mi aspettava e salì con me sullo stesse vagone. Non mi meravigliai quando scese assieme a me, accompagnandomi fino all’entrata dell’aeroporto. Ero convinto che un’altra mi attendesse all’imbarco e infatti notai che la vigilante in divisa prestò un’attenzione particolare, quando passai attraverso il varco elettronico.
Una volta in aereo, seduto accanto all’oblò, cominciai a riflettere su quella strana compagnia, che mi aveva scortato dall’uscita dello studio di Madame Orschviller fino alla frontiera aerea, quasi ad accertare se io avessi lasciato il territorio francese.
Ai tempi del mio soggiorno, avevo subodorato che quella signora psicanalista era in contatto con la polizia, perché il suo studio era frequentato anche da pazzi criminali, ed ogni tanto avevamo seppellito anche qualche loro vittima. Nella mia vicenda mentale o meglio nella mia vita reale c’era una mia compagna defunta in circostanze non chiare. Monsieur Stefani, voi siete sano di mente. La circostanza non escludeva l’ipotesi che io potessi essere un criminale, anzi la rafforzava, in ogni caso era bene che io abbandonassi il territorio di Francia, a scanso di equivoci. L’uomo rossiccio era un ispettore di polizia e le ragazze agenti ai suoi ordini. Et voilà!

Silvio Minieri ha detto...

IL MISTERO DI GIOM
Quando tornai in Italia, a Roma, diventai circospetto, ma con il passare del tempo la mia condizione andò cambiando: era come se uscissi da un sogno, le cui immagini andavano sfumando. Addirittura, un po' rimpiansi di non aver preso contatto con una di quelle ragazze bionde che mi avevano accompagnato nel mio tragitto sul metrò fin dentro all’aeroporto. Ricordai che durante il mio soggiorno di lavoro a Parigi, avevo avuto modo di conoscerne alcune, ma era come se mi intimidissero, per quell’aria di strana confidenza che s’instaurava tra noi. Si stabiliva una sorta di situazione precaria che non dava spazio a progetti futuri in comune, un continuo fluire del presente, senza luoghi dove custodire ricordi o attese. Fluttuavo in un’assenza di pensieri, che non fossero quelli dell’immediatezza quotidiana. E adesso avevo perduto l’occasione di ricominciare una storia, in cui questa volta potevo riconoscermi in un mio passato, anche se privo di radici patrie. Ma queste erano riflessioni possibili solo una volta venuto fuori dalla contingenza di quelle instabili situazioni vissute repentinamente, al di fuori del proprio ambiente abituale, e quello che mi appariva possibile ora, sicuramente non era fattibile al momento.
In verità, allora, mi ero sentito scortato, ma forse non era la mia una manifestazione di una mania di persecuzione, non diagnosticata da quella spiona di una psicanalista? Che cosa ho detto? Spiona? Mi correggo: delatrice. Stefani! Eh? Non esageriamo. Ma questo parlare tra me e me non è il sintomo di uno sdoppiamento della personalità? Io forse tento d’ingannare me stesso, Madame Orschviller però ha smascherato il mio inganno: “Monsieur Stefani, voi siete sano di mente.” Avevo speso bene i miei soldi per il consulto, compreso il saldo e le spese di viaggio. Quella donna non solo aveva occhio clinico, ma era anche potente data la sua fama e le sue relazioni, non le sfuggivano i folli, ma neppure i criminali. E i sospetti?
Per venire fuori definitivamente da questa storia, mi tuffai nello studio, frequentavo assiduamente i corsi di retorica e cominciai a pensare alla tesi finale da presentare, per il conseguimento del titolo di “Rhetor Magister”. Nelle mie ricerche on-line, mi ero imbattuto, in verità non casualmente, anzi attraverso una ricerca mirata, nella tesi del collega Marramao, il convitato di pietra nella mia relazione con Ludovica Baroni. Era intitolata: “Il linguaggio retorico e la res publica”. Il suo discorso partiva dall’etimo della parola “res”, che rimanda al greco eirein parlare e al latino rhetor.
“Tutti dunque sono nati o da un dio innamorato di una mortale, o da un mortale innamorato di una dea. Se dunque tu consideri questo secondo la lingua attica antica, lo capirai meglio; ti dimostrerà infatti che dal nome di eros, 'amore', da cui sono nati gli eroi, poco si è deviato in grazia del nome. È questo appunto che significa «eroi», o perché erano saggi e retori, e abilissimi e dialettici, essendo capaci di erotan, 'interrogare'; infatti, eirein significa 'dire'. Come dunque dicevamo, quelli che sono detti eroi nella lingua attica, accade che siano alcuni dei retori e degli individui espertissimi ad interrogare, tanto che stirpe di retori e di sofisti diventa la tribù "eroica". Ma questo non è difficile da intendere; piuttosto il nome di uomini, perché mai vengono chiamati anthropoi, 'uomini': sapresti dirlo tu?”

Silvio Minieri ha detto...

Nel suo commento, Enrico specificava che Platone (Cratilo, 398d) sta parlando dei semidei, di cui poco prima ha indicato l’origine, come dice Socrate all’interrogante Ermogene: “ Ma heros, 'l'eroe', che cos'è poi? – Questo non è molto difficile da capire: di poco, infatti, è modificato il loro nome, mostrando la propria origine da eros, 'amore'. – Come dici? – Non sai che gli heroes, 'eroi', sono semidei?”
Dèi, demoni ossia semidei, come dire eroi, uomini: questa era la scala discendente dal cielo del divino alla terra dell’umano, percorsa da Socrate nel discorso sull’origine dei nomi. Prima del colloquio con Ermogene, egli veniva da un altro incontro, quello con Eutifrone, che lo aveva in un certo modo ispirato, avendo con lui dibattuto sul sacro. Infatti, osserva Ermogene: “In verità, o Socrate, mi sembra che ti metti a dare vaticini così all'improvviso, come quelli che sono ispirati.” E l’osservazione di Ermogene trova conferma nella risposta di Socrate: “E ho l'impressione, o Ermogene, che essa mi sia caduta addosso ad opera di Eutifrone di Prospalta. Stamane, infatti, sono stato a lungo assieme a lui e gli ho prestato ascolto. Può darsi anche che egli, così ispirato come è, non solo mi abbia riempito le orecchie della sua divina sapienza, ma che me l'abbia attaccata anche nell'anima. Mi pare dunque che sia bene fare così: per oggi servircene e continuare le ricerche sui restanti problemi riguardanti i nomi, domani poi, se anche a voi sembrerà bene, rigettarla e purificarcene, trovando qualcuno che sia capace di purgarci da tali esperienze, sia esso un sacerdote o un sofista.”
Leggendo il testo di Enrico, non so perché, venivo colto da certe mie reminiscenze, come se quel discorso in un certo modo lo avessi già udito o letto da qualche parte, in specie il riferimento al dialogo di Platone: “Eutrifone”. Nella sistemazione in nove tetralogie dei dialoghi platonici, compiuta dal grammatico Trasillo nel I sec. d.C., l’Eutifrone occupa il primo posto nella prima tetralogia. Essendo, quindi, un dialogo della giovinezza di Platone, prelude a quella che sarà poi la sorte tragica di Socrate. Infatti esso si svolge nel Portico del Re, dove Socrate incontra Eutifrone, entrambi in fila per andare dall’arconte: il primo perché accusato di empietà e corruzione dei giovani, a seguito della denuncia presentata contro di lui da Meleto; l’altro perché intende far incriminare il padre reo di omicidio nei confronti di un suo servo.
Al tema dell’Eutifrone, su che cosa sia giusto e santo, aveva alluso anche Enrico, ed era forse questo il motivo, per cui mi chiedevo se fosse un caso oppure la predisposizione di una volontà superiore, comunque un destino, questo mio incontro con il suo pensiero sul web, e vedevo l’immagine di Ludovica Barboni sulla 42esima strada, come lievemente smossa dal vento (ànemos), la sua “anima”.

Silvio Minieri ha detto...

Mi ero distratto e tornai al testo: “Io sono d'accordo, perché volentieri ascolterei quello che resta da dire sui nomi.” Ermogene si è detto d’accordo con Socrate, che dunque può proseguire: “Bisogna dunque fare così: da dove vuoi che cominciamo a indagare, poiché ci siamo mossi su una certa impronta, per venire a sapere se i nomi stessi ci attesteranno di non essere stati posti così a caso a uno a uno, ma di avere una loro giustezza? Ora i nomi che vengono usati per gli eroi e per gli uomini forse possono trarci in inganno: molti di essi, infatti, sono stati posti così per eponimia con quelli degli antenati, pur non confacendosi per alcuni, come dicevamo all'inizio; molti
vengono posti come buon augurio come Eutichide, 'fortunato', Sosias, 'salvatore', Teofilo, 'caro agli dèi' e molti altri. Ma a me pare che noi dobbiamo tralasciare nomi di tale fatta, mentre mi pare verisimile che noi troveremo particolarmente nomi posti con giustezza nelle cose che si trovano sempre nella stessa condizione e sono così per
natura. Conviene che qui particolarmente l'apposizione del nome sia stata realizzata con gran cura. E forse alcuni di essi furono posti da un potere più divino che umano. – Mi pare che tu dica bene, o Socrate. – Non è giusto dunque cominciare dagli dèi, per comprendere perché mai furono chiamati giustamente con questo nome di theoi? – Mi pare di sì. – Io, dunque, faccio questa supposizione: mi pare che i primi uomini che abitavano in Grecia considerassero dèi soltanto quelli che ora anche molti barbari stimano tali, e cioè il sole, la luna, la terra, gli astri e il cielo, e siccome li vedevano tutti andare sempre di corsa e correre, da questa loro natura del thein, 'correre', li chiamarono theous, 'dèi'; in seguito, riconosciute le altre divinità, le chiamarono tutte con questo nome. Ti pare che quel che dico in qualche modo si avvicini al vero oppure in niente? – Mi pare del tutto verisimile. – E che cosa dobbiamo cercare ora, dopo questo? – È chiaro: i daimones, 'demoni', gli heroes, 'eroi', e gli anthropoi, 'uomini'. – E in verità, Ermogene, cosa pensi mai voglia dire il nome daimones? Considera se ti pare che io dica qualcosa di serio. – Ebbene, dilla. – Lo sai tu quali dica Esiodo essere i daimones? – Non l'ho presente. – E neppure perché dice che la prima stirpe degli uomini era d'oro? – Questo lo so. – E dunque di essa dice: “Ma dopo che tale stirpe la Moira nascose sottoterra, daimones sacri, sotterranei essi son chiamati buoni, protettori dai mali, custodi degli uomini mortali.” – E che vuol dire? Io credo che egli chiamasse quella stirpe dorata non perché generata dall'oro, ma perché buona e bella. E ne è prova per me che dice di noi che siamo una stirpe di ferro. – Tu dici il vero. – E non pensi tu che anche oggi direbbe che appartiene a quella stirpe dorata se pure ancora ve n'è qualcuno dei buoni? – È verosimile. – E che altro sono i buoni se non intelligenti? – Intelligenti, certo. – A me dunque pare questo, che egli soprattutto li chiami daimones; poiché erano intelligenti e daemones, 'savi', li ha chiamati daimones. Anche nella nostra lingua antica ricorre in tal senso questo nome. Egli dice dunque bene e così gli altri poeti quanti dicono che un uomo realmente buono dopo la morte ottiene una grande sorte e onore e diviene daimon secondo l'eponimia della sua saggezza. Allo stesso modo ritengo anch'io che ogni uomo che sia buono sia appunto daimonios, 'divino', da vivo e da morto e che sia chiamato giustamente demone. – E anche a me pare, o Socrate; esprimerei il mio voto assieme a te. Ma heros, 'l’eroe', che cos'è poi?”

Silvio Minieri ha detto...

Quello che traeva come conseguenza Enrico da questi passi del “Cratilo” era che la parola, il linguaggio, il pensiero è l’elemento divino dell’uomo, e lo avvicina al cielo, verso il quale volge il capo, nel suo desiderio di conoscenza, al contrario dell’animale, intento ad annusare la terra in cerca di nutrimento. La parola è il gioiello scivolato nel fondo delle acque trasparenti del ruscello, sulle cui rive siedono le Muse, le figlie di Mnemosyne, che cantano l'origine del mondo e la nascita degli dèi e degli uomini, e tutto sanno del tempo passato, presente e futuro. E rievocano con il loro canto le imprese di Giom e le nozze di Cadmo e Armonia, figlia di Ares e Afrodite: al banchetto nuziale furono presenti tutti gli dèi dell’Olimpo, l’ultimo convito, a cui parteciparono insieme i mortali e i divini. Giom, chi era questo personaggio? Quali le sue imprese? Un dio assassino? Perché pensavo così? C’era qualcosa di strano, il mistero di Giom. Quest’ultima digressione mitologica di Enrico, comunque, era molto sospetta: come era possibile che il collega Marramao avesse infilato nella sua tesi di dottorato alcune storie particolari del Mito, che io sentivo non come mie proprie, questo no, non era possibile, ma di cui avevo parlato, non ricordo più a quale proposito, con la defunta Ludovica Barboni. Era un fantasma, la sfortunata giovane, che abitava ancora lo spazio tra terra e cielo, una sorta di demone, e mi inviava i suoi messaggi dal web. Ero pazzo? Madame Orschviller lo aveva escluso, intascando una consistente parcella, che io in maniera demenziale avevo pagato, non disponendo in quel periodo di molto denaro. Oppure ero andato a Parigi per cercare conferma di certi miei segreti pensieri? Per quello che mi era accaduto i sospetti restavano. Ma quali? Usciamo allo scoperto, l’inchiesta ufficiale americana, a cui avevano partecipato anche investigatori italiani, aveva concluso come disgrazia o suicidio la morte della deputata italiana, forse affetta da depressione. Giovannini e i suoi non avevano potuto condizionare l’esclusione di questa seconda ipotesi. E se fosse stata assassinata? Ma vogliamo scherzare? La polizia americana e quella italiana non sanno distinguere una disgrazia o suicidio da un omicidio alias femminicidio? E forse hanno bisogno di suggerimenti di altri? Altri chi? I francesi, per caso? Io, Stefani, ero convinto di non essere sano di mente, diversamente da come aveva giudicato la psicanalista parigina di origine alsaziana. Era forse un tentativo subconscio di sviare certe responsabilità? Ma perché avevo quel complesso di colpa?
Ripresi a leggere il testo di Enrico. Spiegava come la parola ha un’origine divina e che l’ultima delle nove parti del discorso, l’interiezione, ne è la traccia grammaticale. In essa è il primo articolarsi dei suoni della voce, il compendio emotivo del parlante nell’esclamazione di un solo termine o una breve locuzione, il nome di un dio o di una dea, circostanza questa che spiega la differenza di genere tra le parole. Giom! Già! No, Giù! Giù a capofitto dalla finestra sigillata di un grattacielo. Sussultai e ripresi la lettura del testo del dottor Enrico Marramao.

Silvio Minieri ha detto...

In merito alla parola e alla memoria, Enrico citava Nietzsche: “L’uomo chiese una volta all’animale: perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità? L’animale voleva rispondere e dire: ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò.” La citazione era tratta da “Considerazioni inattuali (II). Sull’utilità e il danno della storia.” E anche questo riferimento mi risvegliava reminiscenze, una prova dell’immortalità dell’anima, come facevo a ricordare il testo di Marramao se non l’avevo già letto in una vita precedente? Cioè no, qui mi confondevo. Avrei dovuto leggere meglio il “Menone”, dove lo schiavo ignorante riesce a risolvere dei problemi di geometria da solo, anche se con qualche suggerimento di Socrate, che l’ha aiutato a ricordare le conoscenze già scolpite nella sua anima in vite precedenti.
In effetti io l’immortalità dell’anima l’avevo esperita quella volta nella 42esima strada, quando avevo incontrato il fantasma della defunta Ludovica Barboni. Di nuovo lei! Cercai di allontanare la sua figura dalla mia mente, concentrandomi su Marramao: “Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato...”
L’incipit della “Seconda Inattuale”, scriveva Enrico, ci rivela l’ispirazione di Nietzsche alla poesia di Leopardi, in particolare: “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”
“O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi.”
Eh, no! Se Nietzsche s’ispirava a Leopardi, Marramao da chi traeva ispirazione? In verità, che l’uomo sia un animale storico, a differenza dell’animale che vive di sola natura, è una conoscenza abbastanza consolidata, ma questi particolari accostamenti, che io ritenevo esclusivamente miei, chi li aveva suggeriti al mio collega? Presi a rileggere il suo testo, per meglio scoprire i segni della sua sorgente d’ispirazione. “La parola è il gioiello scivolato nel fondo delle acque trasparenti del ruscello, sulle cui rive siedono le Muse, le figlie di Mnemosyne, che cantano l'origine del mondo e la nascita degli dèi e degli uomini, e tutto sanno del tempo passato, presente e futuro. E rievocano con il loro canto le imprese di Giom e le nozze di Cadmo e Armonia, figlia di Ares e Afrodite: al banchetto nuziale furono presenti tutti gli dèi dell’Olimpo, l’ultimo convito, a cui parteciparono insieme i mortali e i divini.” Ero perplesso. Dovevo consultare altri testi e su un’enciclopedia digitale ritrovai questa figura del dio, Giom, di cui le Muse cantano le imprese, come riferisce Esiodo. Ecco, Esiodo era la traccia originaria. Continuai la mia ricerca et voilà! In un testo medievale con lettere gotiche, mi soffermai sull’espressione: “Quando Minerva nacque, Giouu piovve in nembo d’oro.” Guardai meglio: la “v”, scritta come una “u”, unita alla “e”, “ue”, poteva leggersi come una “m” rovesciata. “Quando Minerva nacque, Giove piovve in nembo d’oro.” La scrittura gotica aveva ingannato Marramao, l’enciclopedia digitale da lui consultata, e stava ingannando anche me. Giom! Già! Giù! Era questa la soluzione del mistero di Giom? Il nome di un dio come impronta originaria sulla moneta, la parola, che a causa dello scambio frequente ha perso l’antico conio? No. E allora? Giom! Un errore di stampa, un errore che svelava un mistero, ma ne celava un altro, quello stesso che aveva lasciato intravvedere.
Quando lessi la bibliografia riportata da Marramao a fine testo, individuai subito il nome di Villani G., autore di “L’origine divina della parola”.

Silvio Minieri ha detto...

Postilla a “Il mistero di Giom”
“Giom! Un errore di stampa, un errore che svelava un mistero, ma ne celava un altro, quello stesso che aveva lasciato intravvedere.”
Vito Stefani, l’io narrante di “Rhetor Magister”, dovendo stilare la sua tesi di laurea, va a consultare l’elaborato presente sul web del suo collega Enrico Marramao, il convitato di pietra nella sua relazione con la defunta Ludovica Barboni. E dopo il “Cratilo”, il dialogo in cui Platone dibatte dell’origine e dell’etimologia delle parole, scopre che Marramao ha introdotto un excursus mitologico sulle imprese di Giom e le nozze di Cadmo e Armonia: “Giom, chi era questo personaggio? Quali le sue imprese? Un dio assassino? Perché pensavo così? C’era qualcosa di strano, il mistero di Giom.” Alla fine, Stefani scopre che si tratta di un’errata interpretazione dei caratteri gotici del testo consultato, dove la “m” di Giom non è altro che la sillaba “ve”, e in tal modo si ricompone la grafia originaria della parola: “Giove”. L’errore svela il mistero, ma ne lascia intravvedere un altro, quello sulla morte sospetta di Ludovica Barboni, nella cui ricomposizione del ricordo la coscienza del protagonista oscilla fortemente, non ricorda bene. Che cosa non ricorda? Il testo non lo dice, allude: Giom è un monosillabo, come giù! Giù dal grattacielo.

Silvio Minieri ha detto...

L’ENTIMEMA
“Un tema sulla catacresi, Stefani, la figura retorica che estende l’uso del termine oltre il suo significato specifico, un’abusione, di cui dobbiamo cogliere una nuova visione, mi capisce?” La professoressa Marozzi mi guardava con quella sua tipica aria mite, pur usando parole di rottura rispetto alle accademie dominanti, un’espressione questa ricavata dal titolo di un suo studio: “Il paradigma delle accademie dominanti”. Era suddiviso in due volumi: una parte generale ed una speciale. Bastava studiare solo la parte generale, doveva veniva esposta la dottrina del paradigma; nella parte speciale venivano trattati i paradigmi dei diversi tipi di accademie: letterarie e linguistiche, arti figurative, scienze, musica, filosofia e altre. Il nucleo della dottrina del paradigma consisteva nell’idea che nelle varie epoche storiche si andavano evolvendo i modelli di riferimento delle diverse scienze dello spirito, i paradigmi, imponendo un dominio culturale. Questi paradigmi resistevano fino a quando non fossero intervenute nuove teorie di cambiamento, che però si presentavano sempre in maniera esperienziale, prima di stabilizzarsi in strutture codificate. Nella parte speciale, la sezione dedicata alla retorica era divisa nei paragrafi corrispondenti alle varie figure retoriche, fra cui la catacresi. La Marozzi la definiva come una forma di metafora o metonimia non più riconoscibile a causa della sua normalizzazione linguistica. Di fronte a una situazione nuova, in assenza di parole, il ricorso alla catacresi serve a coprire il vuoto espressivo venuto a crearsi nella lingua. L’autrice portava un esempio suggestivo: “Naufragio di stelle”. Credo che avesse ripreso l’espressione dal titolo della silloge di un poeta del Novecento abbastanza sconosciuto e la circostanza le aveva dato anche l’occasione per un confronto tra retorica e poetica.
Ormai mi ero impegnato, Giulia Marozzi sarebbe diventata la relatrice della mia tesi di dottorato. Il mio lavoro le sarebbe risultato utile per aggiornare la voce “catacresi” nella parte speciale della sua opera sul paradigma delle accademie dominanti. Devo aggiungere, per spirito di verità, che naturalmente ero attratto, un po' come tutti noi studenti, chi più chi meno tutti sui trent’anni, da quella figura femminile, sarà anche per la distanza dei ruoli. Però la mia scelta di andare con lei e non con Villani era stata dettata da un altro motivo nemmeno tanto subconscio.
Quando avevo chiesto alla biblioteca dell’Istituto, il libro del prof. Gabriele Villani, la bibliotecaria, un po' impicciona, pensava che dovessi laurearmi con lui, come aveva fatto l’anno prima il dottor Marramao, un esito brillante, e la bibliotecaria sorrise. Abbiamo capito che lui è il migliore, le risposi con lo sguardo: “No, la mia relatrice è la professoressa Marozzi,” dissi. “Ah!” fece lei. Presi il libro di Villani, che aveva posato sul bancone, e mi allontanai. Come avevo immaginato, Marramao aveva colto diversi spunti dal testo di Villani, compresi quei riferimenti che credevo fossero mie scoperte esclusive, ma poi aveva sviluppato la sua tesi seguendo il suo percorso di confronto tra retorica e politica. Devo dire che dai discorsi in pubblico e dai dibattiti televisivi a cui Enrico partecipava si poteva osservare come lo studio della retorica gli avesse giovato, ma ci vuole stoffa, lo capivo.

Silvio Minieri ha detto...

Riconsegnai il libro di Villani, quasi a separarmi da certi fantasmi, che i passi ricalcati da Marramao su quelli del suo testo di riferimento mi avevano evocato, e cercai di concentrarmi sul testo della Marozzi. Nella parte generale, l’autrice illustrava bene l’evoluzione storica del paradigma della retorica, risalendo fino alle sue origini, antiche quanto quelle della filosofia. “Aristotele, nel Sofista, riferisce che Empedocle fu il primo a scoprire (eurein) la retorica.” La fonte citata era Diogene Laerzio. In tal senso si può dire che della filosofia la retorica è a un tempo nemica ed alleata. Sotto il primo aspetto, l’arte persuasiva del “dire bene” si emancipa dalla pretesa di “dire il vero”, e infatti Platone la condanna: “Ma non ci permetteremo di disturbare Tisia e Gorgia? Essi videro che la verosimiglianza è molto più pregiata della verità, e che con la forza delle parole fanno apparire piccole le cose grandi e grandi le cose piccole, nuove le cose vecchie e viceversa, e scoprirono il modo di parlare conciso o con interminabile lunghezza su ogni questione?” (Fedro, 267a-b, Gorgia, 449a-458c).
Pensavo a certi discorsi di Giovannini e agli spot pubblicitari del suo socio Arrigoni, immagini che scivolavano pericolosamente verso un’altra figura perduta di quella conventicola, e allora ritornavo allarmato al mio testo. Tentavo di allontanare il fantasma (fantôme) di una defunta, avvicinandomi al fantasma (fantasme) di una viva.
Per Platone, scriveva quest’ultima, la “vera retorica” è la dialettica, cioè la filosofia. (Fedro, 271c) Ma la filosofia non aveva la possibilità d’imporre il suo potere veritativo nei tribunali, le arene, le assemblee, luoghi frequentati dalla retorica. La Marozzi proponeva un parallelo tra quella che noi moderni, nel gergo giudiziario, definiamo “verità processuale” e la “verità” in senso assoluto, ricercata in altri discorsi, che restano comunque fuori da ogni possibilità di realizzazione concreta. In questo senso, la filosofia non ha la possibilità di smantellare il nesso tra discorso e potere.
Un tentativo di avvicinare la retorica alla filosofia, in una sorta di alleanza, è stato compiuto da Aristotele. La domanda è la seguente: quando l’arte di persuadere prende le distanze da forme di adulazione, seduzione, minaccia, ovvero da forme di violenza? La riflessione filosofica deve allora pensare radicalmente il concetto del “persuasivo” ed in questo viene in aiuto la logica. Sin dalle origini, la retorica aveva fatto ricorso all’eikos, il verosimile, come indicatore dell’uso pubblico della parola. Il genere di prova, che l’eloquenza esibisce nei tribunali e nelle assemblee, dove si decidono le cose umane è quello della verosimiglianza e non della necessità veritativa della filosofia prima. Quindi invece di denunciare l’inferiorità dell’opinione, la doxa, rispetto all’episteme, la scienza, la filosofia può proporsi l’elaborazione di una teoria del verosimile, sganciandola dagli abusi della sofistica e dell’eristica. La formulazione di un nesso tra il “persuasivo” e il “verosimile” è il fondamento su cui Aristotele ha edificato la sua struttura di una retorica filosofica. L’entimema è uno dei luoghi in cui il costrutto della retorica si modella su quello della logica filosofica.

Silvio Minieri ha detto...

Ebbi un colloquio con Giulia Marozzi a proposito del sillogismo retorico, l’entimema, e della sua equiparazione al sillogismo logico. Perché andavo da Giulia? Avevo compreso perfettamente ogni passaggio del suo testo, che devo dire era chiarissimo, non presentava nodi da sciogliere. Ero convinto che il testo fosse passato sotto la revisione dell’emerito professore suo genitore, non per sminuire le qualità della figlia, ma per dare ad esse un valore aggiunto. E poi, queste erano mie illazioni. Sicuramente l’autrice, quale interprete del suo testo, ma anche di un testo non suo, era in grado di dare soddisfacenti spiegazioni, e quindi essendo tutto chiaro, che necessità aveva un dottorando di rivolgersi alla sua professoressa su quel punto? Non poteva essere un pretesto? La Marozzi, in un certo senso, però, non aveva bisogno di conoscere la struttura del sillogismo aristotelico, voglio dire non come professoressa, ma come donna. Quale sillogismo? Facciamo un esempio: “Tutti gli studenti del corso (tranne eccezioni che confermano la regola) sono fisicamente attratti da Giulia Marozzi, io, Stefani, sono uno studente del corso, quindi io sono attratto fisicamente da Giulia Marozzi.” E l’entimema? La proposizione generale non va ritenuta come definizione vera, ma verosimile. Quindi, la maestra di retorica avrebbe avuto qualche obiezione a formulare l’esempio dato come sillogismo retorico, dove la prima proposizione è verosimile, e non come sillogismo logico, dove la prima proposizione è vera. Al massimo si poteva così formulare: “Tutti gli studenti del corso sono amanti di Giulia Marozzi, io sono uno studente del corso, quindi io sono amante di Giulia Marozzi”. Ma non è vero! Che cosa? Che sono l’amante di Giulia Marozzi. Appunto, non è vero, ma verosimile, un entimema. Ma no! Qui, la proposizione principale è inverosimile, e venendo meno il criterio di verosimiglianza, cade la possibilità di un entimema.

Silvio Minieri ha detto...

Ero lì a trastullarmi con queste fantasie sulla maestra di retorica, in attesa del suo arrivo nella sala dei colloqui, e quando arrivò, mentre mi alzavo per salutarla, lei sbrigativamente accostò una sedia e subito entrò in argomento. L’entimema, il “sillogismo della retorica”, che ha natura deduttiva, e “l’esempio”, di natura induttiva, danno entrambi luogo a dei ragionamenti “su questioni che possono perlopiù essere diversamente”. Ora, dice ancora Aristotele nella “Retorica”, “il verosimile è ciò che avviene perlopiù, non però assolutamente, come alcuni definiscono; ma ciò che nell’ambito di quel che può essere diversamente, [il verosimile] è rispetto alla cosa rispetto a cui è verosimile, come l’universale rispetto al particolare.” Ero distratto, non avevo capito subito, la pregai di ripetere e annotai la spiegazione. Poi, al fine di non apparire impreparato, citai l’Aristotele dei “Topici”, che definisce l’induzione “il procedimento che dai particolari porta all'universale”. E incominciai ad esporre la posizione del filosofo sulle due direzioni del procedimento della conoscenza, dal generale al particolare e l’inverso. Nella “Metafisica”, Aristotele dichiara che “due sono le scoperte che si possono a giusta ragione attribuire a Socrate i ragionamenti induttivi e la definizione universale: scoperte queste che costituiscono la base della scienza.” Platone partiva dal sensibile, il particolare, per giungere all’intellegibile, l’universale, le Idee: nei suoi dialoghi Socrate cerca sempre l’essenza per definire l’oggetto della conversazione, il "tì esti", “che cos'è?”, l’idea per es. della virtù, della giustizia e così via. Per Aristotele, comunque, è l’intuizione operata dell’intelletto che coglie l’essenza della realtà, da cui dedurre dei principi validi e universali, a garanzia della verità. Avrei continuato, se la Marozzi non mi avesse interrotto: “Stefani, oggi si celebra il trigesimo di Giulia Barboni, lei non viene alla messa di suffragio?” Mi sentii gelare. Era stato il tono ufficiale, poco confidenziale, usato dalla professoressa oppure qualcosa d’altro? Tacevo. Sentii confusamente che diceva: “La chiesa sulla sabbia, oggi pomeriggio alle cinque.”

Silvio Minieri ha detto...

LA MORTE DI UNA DEA
La mattina dell’esame, mi recai all’Istituto di via Savoia, fresco e riposato. Avevo dormito a sufficienza e profondamente, ero sicuro di me stesso. Un po' prima di entrare in Istituto, incrociai una ragazza con gli occhiali, che mi salutò. Risposi, chiedendomi chi fosse. Fuori dell’aula degli esami, era in attesa Di Ciocco, che avrebbe dovuto discutere la sua tesi prima di me. Vedendomi solo, mi chiese se anch’io non mi ero fatto accompagnare da nessuno, per scaramanzia. Strizzò l’occhio Nicolino, e mi disse che poco prima la sua fidanzata era andata via, per non distrarlo. “Ah!” dissi, ripensando alla ragazza che mi aveva salutato all’entrata. Si laureava con Villani il collega, la sua tesi, relativa ai rapporti tra poetica e retorica, era intitolata: “L’epifora del nome”. “Poi non sei più venuto alla messa a San Saba, quella volta?” disse, accennava al trigesimo di Ludovica Barboni. In quell’occasione, avendo frainteso le parole della Marozzi, confondendo sabbia con Saba, ero rimasto disorientato e avevo pensato di mandare un sms a Di Ciocco, per chiedere lumi. Negli ultimi tempi era il collega, con il quale mi ero sentito un po' di più che con gli altri, dovendo noi sostenere l’esame nella stessa sessione, ecco perché mi ero rivolto a lui. “Non sono riuscito a trovare la chiesa, non avevo altre indicazioni,” dissi. Di Ciocco allora non aveva risposto all’sms e non era raggiungibile al telefonino. Poi forse l’aveva letto, ma non mi aveva più parlato di quel particolare. Perché se ne ricordava ora? “Ma tu la Barboni la conoscevi?” La domanda mi sorprese. Ecco, pensai, il collega era andato alla messa di suffragio, perché erano presenti le autorità accademiche e i loro referenti politici, proprio quelle persone che in un certo modo io volevo evitare. Intanto erano arrivati i professori e presto Di Ciocco andò a prendere il suo posto. Per scaramanzia, lui aveva mandato via la sua fidanzata in carne ed ossa, io non riuscivo ad allontanare il mio fantasma, riapparso all’improvviso: “Ma tu la Barboni la conoscevi?”
Una settimana prima dell’esame avevo avuto un ultimo incontro con la professoressa Marozzi. La retorica della Grecia antica aveva non solo un programma, ma anche una realtà drammatica, quella che si rappresentava nei tribunali, le arene e le assemblee. La sua dottrina andava oltre la tassonomia e la teoria delle figure del discorso, in cui si è andata risolvendo nella modernità. Ecco perché il suo antico paradigma, quello predominante nella Grecia classica, si è oggi dissolto, riproponendosi come un elenco di forme discorsive linguistiche. La Marozzi mi ascoltava attentamente. È opportuno, oggi, nell’esame di ognuna di queste figure retoriche, superare la loro ristrettezza dottrinale e tentare la via nuova di una nuova affermazione, preparatoria di un possibile futuro paradigma. Sembrava leggermente meravigliata la professoressa, nel seguire queste mie parole, che riflettevano i suoi concetti del sapere retorico, quelli raccolti nel suo studio, i due volumi sul “paradigma delle accademie dominanti”. “La catacresi, Stefani,” disse “sappiamo che nel movimento diacronico dall’etimo d’inizio può assumere una vera e propria forma di figura del pensiero, l’ossimoro, allorché una parola è usata estensivamente in un significato che il contesto stesso della frase contraddice, ad esempio la sua morte di una dea, una brutta calligrafia.”

Silvio Minieri ha detto...

E questo fu “L’encomio della nobildonna Laura Broccolini della Rovere” che discussi.
“L’armonia di uno Stato è dato dal coraggio dei suoi cittadini più illustri. L’armonia del fisico di un uomo e di una donna dalla bellezza, quello dello spirito dalla sapienza, dell’azione dalla virtù, di un discorso dalla verità. Diversamente non v’ha armonia, ma disordine. Necesse est, quindi, lodare un uomo, una donna, un discorso, un’opera, uno Stato, se sono degni di lode, altrimenti per essi è solo biasimo e disdoro.
È d’obbligo a un uomo solo dire quello che va detto correttamente e confutare tutti quelli che disprezzano Laura Broccolini, attorno alla cui figura sia il coro dei redattori di cronaca nera, sia la credulità dei loro lettori, sia la fine sciagurata hanno arrecato alla sua immagine una triste memoria. Io, quindi, con il mio accorto discorso da un lato voglio confutare le infamie e dimostrare menzognere le testimonianze dei malaccorti cronisti e dei loro seguaci e quindi porre fine all’ignoranza sul caso.
Ora, la donna di cui parliamo, sappiamo tutti delle sue nobili origini, da cui ricevette una bellezza pari a quella di una dea, suscitando nelle innumerevoli schiere dei suoi ammiratori intense brame d’amore. Ella raccolse intorno a sé uomini di superba grandezza, alcuni per immense ricchezze e grandi fortune politiche, altri per gloriosa fama di sapienza, altri per bella presenza fisica e fascino di spirito, altri infine per non trascurabili doti intellettuali. Tutti erano ardenti di amore e pronti a gareggiare tra loro per vincere, mossi da un desiderio di possesso esclusivo.
Chi, tra costoro, e per qual ragione e in qual modo appagò il proprio amore, ottenendo le grazie di Laura Broccolini della Rovere io non dirò, essendo le cronache già troppo ciarliere in proposito e tali ciarle non dilettano l’animo mio. Esporrò, comunque, le cause per le quali la nobildonna quel giorno del suo destino di morte si trovasse in quel palazzo nobiliare di Via delle Vittorie a Roma.
Infatti, o per un decreto di necessità divina ivi si recò, oppure costretta con la violenza o anche affascinata da belle parole oppure presa d’amore.
Per quanto riguarda la prima alternativa non vi è dubbio che non vi è colpa per chi abbia agito costretto da una forza superiore, una causa di forza maggiore, vis cui resisti non potest, e quindi ad essa va restituito l’onore perduto.
Se lei, invece, fu rapita con la violenza e contro la legge subì violenza, ingiustamente fu oltraggiata. È chiaro che colui che la rapì commise oltraggio e ingiustizia e la rese vittima di un avverso destino. Il colpevole merita, dunque, di essere punito, la vittima commiserata e non diffamata.

Silvio Minieri ha detto...

Se, invece, fu ingannata da false parole d’amore, non è difficile difenderla e liberarla, proscioglierla dalle accuse, in quanto l’arte della persuasione è un diavolo subdolo, che sgombra dall’animo la paura, smarrisce il dolore, infonde pietà e fiducia. È quest’arte vera poesia: chi l’ascolta è pervaso da brividi di sgomento, da una pietà colma di tenerezza e di lacrime e da uno struggimento e rimpianto che strazia l’anima.
Sono seducenti parole di fascino e incanto, e la potenza e la magia dell’incanto strega l’anima, recando inganno e sortilegio, un plagio. E non è violenza questa forza seduttrice delle parole che offuscano l’intelligenza e abbagliano la mente? E allora come può ritenersi colpevole chi è vittima del plagio e come non definire infamie quelle raccontate sul suo conto? E se alla sventurata non fu somministrata una sostanza allucinogena, che ne alterò il fisico e la coscienza, ma fu soltanto soggiogata nell’animo da una sorta di droga psichica, rendendola succuba contro la sua volontà, qual è la differenza tra questi due stati di schiavitù, di perdita della libertà?
Se quindi Laura Broccolini fu ridotta in stato di soggezione, non commise nessuna azione colpevole; me se fu per amore che si trovò in quello stato, non è egualmente difficile dimostrare la sua innocenza. Quello che noi vediamo e colpisce il nostro animo non è come desideriamo, ma ha una sua consistenza altra dalle nostre aspettative. E se tu hai la ventura di trovarti in una battaglia tra spari, fischi di bombe e altre terrificanti esplosioni, che turbano il tuo animo, non fuggirai sgomento o tenterai di fuggire il più possibile lontano dal pericolo? E quello che hai veduto e vissuto non provocherà in te il rigetto di ogni buona disposizione d’animo? Alcuni, infatti, avendo assistito a situazioni spaventose, all’improvviso, escono a tal punto di senno da perdere ogni capacità di connettere. Molti cadono in gravi stati morbosi, travagli d’animo inquietanti e pazzie incurabili, a tal punto la loro immaginazione è stata impressionata da quegli avvenimenti terribili e agghiaccianti. E tralascio di riferire altre situazioni simili a quelle descritte, che vengono tralasciate proprio perché rimosse dalla coscienza. D’altra parte, i pittori, quando da più colori e da più modelli traggono un solo modello e una sola figura perfetta, dilettano la vista, come gli scultori che scolpiscono statue di uomini, in cui si rivelano figure divine, non provocano nei nostri animi una soave dolcezza? Se, dunque, per natura alcune situazioni causano dolore e angoscia, altre invece suscitano amore e nostalgia. Quale, dunque, è la nostra meraviglia se anche Laura Broccolini non sia sfuggita a questa seduzione della bellezza e dell’amore. Ed è quest’ultimo un dio, Eros, il più potente dei demoni, che unisce il cielo e la terra, i divini e i mortali e li compatta nella saldezza dell’uno, per cui ad ogni essere mortale è impossibile sfuggire alla sua potenza divina.
E se la nobildonna ha dovuto soggiacere perché presa al laccio da Amore o plagiata da persuasione ingannatrice o costretta con la violenza o non è potuta sfuggire al decreto di una Necessità divina, va dunque prosciolta da ogni accusa.
In grazia di questo mio discorso, ho quindi cancellato ogni infamia dalla memoria di Laura, scrivendone l’encomio, come prova di arte retorica.”
All’uscita dall’Istituto, andavo a piedi sulla via Nomentana, all’altezza di Villa Torlonia, mi parve di vedere una sagoma familiare, allungai il passo e la riconobbi. Era Ludovica Barboni, il fantasma della 42esima strada, veniva a ricordarmi il suo oracolo: “Vai avanti, Stefano, non tornare indietro, tu devi diventare Rhetor Magister. È il tuo avvenire, io non potrò stare al tuo fianco, sono morta, Stefano.” La morte di una dea, Rhetor Magister, il mio destino.

Silvio Minieri ha detto...

SULL’ORLO DELLA GIOSTRA
RHETOR MAGISTER, PARTE SECONDA.

1. COME UNA METAMORFOSI
È successo a Porta Pia, tempo fa, l’ho visto, un tuffo al cuore, e l’ho rincorso con lo sguardo sulla Nomentana, il mio Rhetor Magister, mio, esclusivamente mio, e di nessun altro, e sono diventato Lui, una trasmigrazione del mio Io.
Stavo camminando sulla 42esima Strada, quando vidi la coppia che mi precedeva di spalle. Ero stato colpito da quel loro ondeggiare lievemente con le anche? Guardai meglio, rientrando nel presente, o meglio nella dimensione spaziale del mio tempo presente. Non camminavo per la 42esima Strada di New York, stavo passeggiando sulla via Nomentana, come quando mi ero laureato Rhetor Magister, diversi anni fa, con il fantasma di Ludovica Barboni nel cuore, e il suo ricordo mi trasportava in un altrove. Non so dire il motivo, ma quel lieve ancheggiare della coppia, che passeggiava davanti a me, risultava asimmetrico, sembrava più artificiale quello della sagoma di sinistra, come forzato, invece più regolare e composto quello della sagoma di destra. Chi mi avesse osservato in quella mia attitudine, fissare sul retro il lieve ondeggiare femminile di una coppia avrebbe pensato, con un risolino: eccolo là! Ma costui non avrebbe compreso appieno quella mia concentrazione dello sguardo sull’asimmetria di quel movimento davanti ai miei occhi, come se cogliessi un’anomalia.
Poi, d’improvviso, mi colse di nuovo il ricordo di Ludovica, quella sua immagine fantasma sulla 42esima Strada, la sua figura in ologramma: “Ludovica!” esclamai. Quelle due sagome che mi precedevano nel cammino sulla via Nomentana si bloccarono di colpo e si voltarono verso di me ed io mi arrestai proprio in faccia a loro. Oh! Ma quel volto a sinistra… Sì! Era proprio … era Marramao! Che strano, però! Sembrava quasi che il fantasma di Ludovica sovrapponendosi gli alterasse i tratti del viso. Ma non era così, era Marramao che mi guardava, una luce tutta nuova e particolare in quel suo sguardo, un accenno di sorriso, come dire? soave. Ma perché? Smarrito, mi volsi a guardare verso l’altra faccia. Toh! Sembrava anche lei Marramao! Era il volto femminile di una donna anziana, che mi sorrideva accattivante. Notò il mio smarrimento e quasi a voler come riparare non so a che cosa, mi fece gli occhi dolci, aumentando il mio disagio. Ma era la madre di Marramao! Sì, era così!

Silvio Minieri ha detto...

2. IL MONACO E LA RIVOLTA
Vestiva un saio da monaco tibetano, così giudicai a colpo d’occhio, disse di chiamarsi Govinda, credo fosse una sorta di truffatore, essendo italiano, anche se proveniente a suo dire dalle terre del Dalai Lama.
Subito dopo l’incontro con Enrica e la madre, nel lasciarle, avevo fatto dietro front, e mi ero incamminato verso Porta Pia, poi avevo girato a destra in direzione di piazza Fiume, e ancora a destra in via Nizza. Andavo verso via Savoia, la sede della Scuola di Retorica, quando ho sentito qualcuno darmi un colpetto amichevole sulla spalla, mi sono voltato e ho visto un uomo con la testa rasata , la veste da bonzo in arancione, che teneva in mano un libro. “Sono un Samana, ti vendo il mio libro.” Sono rimasto perplesso: “Non ho soldi.” Il bonzo ha detto: “Un obolo, per vivere.” Stavo mettendo mani alle tasche, quando ho detto: “Hai studiato all’Accademia di Retorica?” Sarà stato l’incontro di poco prima con Enrico, pardon! con Enrica, e il mio orientarmi verso il nostro luogo, nostro di colleghi, pensai, che mi aveva mosso a quella mia domanda. Il bonzo sorrise: “Il nostro sentiero verso l’esterno della ruota è la nostra scuola di monaci.” Quale ruota? Tacevo, mentre lo fissavo. “Amico, un obolo,” disse “sono un monaco.” Stava chiedendo l’elemosina, gli ho dato una moneta da due euro. Se domani, passo di nuovo qui, a quest’ora, lo ritrovo, pensai.
Ma il giorno dopo, prima di ritornare sul luogo del bonzo elemosinante, andai davanti a Villa Torlonia. Sono un Rhetor Magister, nel senso che la mia anima, atman, trasmigrando, si è reincarnata in quella di Vito Stefani. Codesto dottore in Retorica non si era rassegnato ad essere estraneo alla morte di Ludovica Barboni, il volo tragico dal grattacielo di Manhattan, un accadimento inspiegato. Altrimenti, come era andata? Ludovica suicida per amore di Enrico, no, Enrica? Lei? Chi? Lui, l’assassino? Chi? Vito Stefani. No, non ricordavo questo, ero stato sul luogo dell’incidente, quando erano arrivate le automobili della polizia con le sirene bitonali, le luci blu girevoli. Non ricordavo altro, sarà stato lo shock! Dovevo averla vista volare giù, forse.
Intanto, avvertivo uno strano fenomeno, io non ero soltanto Vito Stefani, ma ero anche un altro spirito vivente con una diversa storia. Quale? Quella che mi conduceva a Villa Torlonia. E dunque? Ricordate la notizia di cronaca? Quale? La retata della polizia sanitaria contro gli ultimi resistenti al vaccino, ricordate la notizia? Vagamente. E allora riprendiamola, amici. Amici di chi? Ma che domande! Avanti con la cronaca. Questa mattina, all’alba, reparti speciali di polizia sanitaria, nel quadrante est della Capitale, hanno circondato numerosi stabili del quartiere, dove pare si fossero rifugiati centinaia e centinaia di ultra-sessantenni, ultra-settantenni e ultra-ottantenni non vaccinati. All’irruzione degli agenti, sono state sorprese soltanto poche decine di persone, che vagavano per le stanze di abitazioni deserte. La maggior parte di questi anziani, infatti, si era nascosta e rinserrata nei terranei e nelle cantine degli stabili, da dove sono stati stanati con l’aiuto dei cani lupi della polizia, e trascinati ai Pronto Soccorso da campo, installati in strada, per essere sottoposti al VSO, Vaccino Sanitario Obbligatorio. Molti di questi “ultrà” sono stati catturati, mentre tentavano di fuggire per i tetti, opponendo anche inaspettata vigorosa resistenza. È stata una barbarie, una violazione del diritto delle genti, nel voler ridurre un popolo a “gregge”, gridò invano un resistente, un’ignominia! Sacche di resistenza minori si sono formate anche in altri quartieri della capitale, una abbastanza consistente, ha resistito dalle parti di Villa Torlonia, guidata pare da uno dei fratelli Pastoriz, Palmiro un capo della rivolta. Questi, dopo la cattura e il VSO, era stato anche ricoverato in ospedale per un TSO. Intanto, ero arrivato a Villa Torlonia, che ci facevo lì? Meditavo e anche ricordavo.

Silvio Minieri ha detto...

3. I SICARI PREZZOLATI
Stavo guardando la facciata della Basilica di Santo Stefano, a Budapest, quando con la coda dell’occhio, ebbi modo di notare il passaggio alla mia sinistra di un uomo alto con gli occhiali scuri, che mi lanciò un’occhiata. Chi era? Un passante che stava attraversando la strada e distrattamente aveva guardato per un attimo il turista, che osservava la facciata della Basilica di Santo Stefano, la sua architettura? No, era uno dei due fratelli Pastoriz, quello sfuggito alla retata, ricercato in tutta Europa. Ah! E come avevo fatto a riconoscerlo? Stavo sulle sue tracce da giorni, infine l’avevo scovato qui, nella capitale ungherese, come mi era stato segnalato dall’Italia. Ah! Ma tu chi sei? Chi sono io? Io mi spersonalizzo o tento di farlo. Ma che stai dicendo?
Un attimo, poi ci spieghiamo, intanto devo seguire il ricercato Michail Pastoriz, uno degli animatori della rivolta contro il VSO, uno dei capi della resistenza, sfuggito nell’ultima sconsiderata battaglia contro la polizia sanitaria. In verità, non so se nell’occasione ero il pedinatore o il pedinato, perché mi ritrovai in uno spazio verde, dove molti della gioventù del posto erano convenuti, vicino ad una vasca d’acqua e fontane zampillanti. Dov’era il mio uomo? Mi voltai di colpo, forse mi spiava alle spalle. No, non era così. Comunque se conducevo io il gioco, non mi restava altro che ritrovare il mio amico in altra zona della città. Andai alla stazione della metro più vicina, e viaggiando sulla linea M, scesi alla fermata “Corvin-negyed”, raggiungendo poco dopo una traversa della strada principale. Era una via stretta e deserta, spiai dietro di me, all’imbocco, una donna si era fermata a guardarmi, poi lesse la targa della via, rise e proseguì sulla strada principale. Che cosa c’era da ridere? Nell’ombra della stradina, gridai in silenzio: voi, ragazzi della via Pal, dove siete? Tu, Pastoriz Michail, dove sei? Nessuno sembrava rispondere al mio appello. Mi volsi di nuovo, eccolo! Mi aveva seguito e mi aspettava, il malandrino! O il malandrino ero io?
“Ci siamo, Pastoriz,” dissi. “Sei venuto a cercarmi, per segnalarmi ai tuoi sicari, spione prezzolato. Non ho paura di morire” gridò Pastoriz Michail. Aspettavo che estraesse dalla tasca una pistola, per spararmi. “Beh?” interrogai. “Voglio il nome del delatore.” “Non è stato Miro.” “Palmiro non parla neppure sotto tortura, ma non ti credo.” “Non credi a tuo fratello?” “Non credo a te.” “Neppure a tua madre, una nobildonna?” Si avvicinò minaccioso, mi afferrò per il bavero e scuotendomi forte, gridò: “Non ti permettere di pronunciare il nome di mia madre, sbirro maledetto.” Mi lasciò, si scostò e rimase immobile per smaltire la rabbia, poi all’improvviso cominciò a singhiozzare: “Non può essere stata la mamma! No, non può essere stata lei!” Gridava, era disperato, piangeva. “Aveva paura che ti uccidessero, Michail…” Si fermò a guardarmi, completai: “… i miei inesistenti sicari prezzolati.” Mi fissava strano. Era una di quelle situazioni così precarie, in cui se ti volti, ti uccidono. Voltati e ti uccidono. Mi voltai, nessuno mi uccise. Non era una di quelle situazioni, a cui avevo pensato, forse la precarietà non stava nell’azione, ma nell’intenzione. Non era mica la guerra, e allora che cosa era? Ecco, ebbi l’illuminazione, era il virus.

Silvio Minieri ha detto...

E se i miei inesistenti sicari prezzolati fossero esistiti davvero? Il dubbio mi colse. In questi tempi pandemici, si finisce per dubitare di tutto e tutti, tutto cambia così repentinamente. Michail Pastoriz colse quel mio smarrimento: “È Stata Steffy, vero?” Aveva una luce nuova nello sguardo, il tono era diventato sardonico. “A fare che? Chi è Steffy?” interrogai. Al tempo stesso mi domandai della madre dei Pastoriz: chi me ne aveva parlato? Lui taceva. Una voce femminile al telefono mi aveva dato l’istruzione: “La cattedrale di Santo Stefano .” Questa Steffy doveva risultare agli occhi di Pastoriz il mio capo. Era così? Io ero quello che sapeva meno di tutti. In verità, a pensarci bene adesso, una ragazza a Roma, una bionda, mi aveva una volta fermato per strada e mi aveva detto: “Stefani, non mi riconosci?” “La collega dell’Accademia di Retorica?” dissi dubbioso. Lei rise molto, poi mi piantò in asso. Ma chi era? Io avevo detto così, tanto per dire, siccome mi ero incarnato nella vita di Vito Stefani. Ma ero anche, in questa mia nuova personalità, lo spirito vivente di un altro. Chi? Una sorta di marionetta manovrata verosimilmente da questa ineffabile Steffy, però conosciuta, almeno di nome, dal Pastoriz. Una comandante della polizia sanitaria? Ma che razza di storia stavo vivendo? Ero un informatore, un bounty killer. I non vaccinati erano considerati killer, che esagerazione! Però i bounty killer venivano pagati bene. Pastoriz Michail, chi lo convinceva a costituirsi riceveva una medaglia d’oro e anche un premio in denaro. E se lo uccidevano? Chi? Non io, ma i sicari prezzolati. Allora esistevano? Tirai fuori dalla tasca la pistola e sparai contro l’ombra di Pastoriz, il quale intanto si era allontanato, lasciando davanti a me il suo simulacro. Lo spruzzo non innaffiò la figura virtuale rimasta sul posto, avevo sparato con una pistola ad acqua.

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4. L’UFFICIO DEL SECONDO PIANO
Mi svegliai di buon mattino, poi dopo i lavaggi e la colazione, ero pronto ed uscii. Presi l’autobus, e dopo alcune fermate, scesi, un breve tratto a piedi, e andai a prendere la linea B della Metro a Eur Fermi, cambiai a Termini, e sulla line A scesi a “Barberini”. Quando emersi sull’omonima piazza, con la fontana del Tritone al centro, mi guardai attorno, quindi m’incamminai giù in direzione di largo Chigi. A metà strada, a sinistra, mi infilai nel portone di un palazzo stile barocco. Nell’androne c’era una guardia giurata, esibii un tesserino verde e chiesi del comandante Stefania Pallavicini. “La comandante Steffy” disse la guardia. Confermai: “Sì, Steffy”. Fece un cenno verso l’alto: “Secondo piano”. Salii le scale, una prima breve rampa mi portò su un pianerottolo, dove c’erano due porte chiuse, su una c’era la targhetta: “Segreteria”. Salii ancora un piano e mi ritrovai in un corridoio, dove si affacciavano diverse porte di uffici, alcuni aperti con impiegati alle scrivanie, alcune stanze vuote, altre con la porta chiusa. Girai l’angolo e percorsi un altro corridoio smile al primo, dove incrociai una impiegata con tailleur grigio, camicia bianca e cravatta. Era una donna di mezza età, la fermai, si rese disponibile: “Scusi, il comandante… cioè no, la comandante…” “Steffy?” disse l’altra. “Sì,” dissi”. “Secondo piano.” “Grazie” dissi e proseguii. Ero confuso, non era questo il secondo piano? Mi richiamò: “Ehi!” mi voltai. Indicò nella direzione in cui andava lei, cioè da dove ero venuto: “Da questa parte.” Ritornai indietro, lei si girò e cominciò a camminare, la seguii e affiancai: “Le scale sono nell’altro corridoio” disse. Continuai a camminarle a fianco, lei senza voltarsi verso di me, domandò: “Ce l’hai il badge?” Tirai fuori il tesserino verde e lo mostrai. Lei l’osservò per un po', sempre camminando, poi disse: “Giralo dall’altra parte”. Avevo mostrato la parte anteriore con la fotografia e le mie generalità, girai il tesserino sul retro. Avevamo svoltato l’angolo, si fermò, indicò la striscia magnetica: “Sali, trovi una porta blindata a vetri, infila il badge nel lettore ottico ed entra.” Riprese a camminare, vide che la seguivo, allora disse: “Dove vai?” “Alle scale.” Si fermò, si voltò e indicò dove avevamo sostato poco prima: “Prendi l’ascensore, fai prima.” Non avevo notato l’ascensore, lei mi guardava. Esitai e dissi, esibendo un sorriso grato: “Grazie.” “Vai, Stefano,” disse “io sono Angela.” In effetti, aveva la targhetta con il nome appuntato sotto il taschino della giacca, ma non feci in tempo a controllare, perché lei si voltò e allontanandosi, di spalle, mi fece un gesto di saluto con la mano. Aspettando l’ascensore per salire, guardai il mio nome sul tesserino: “Vito Stefano”, l’impiegata cioè Angela, non si era sbagliata. Salii su, passai con il badge, oltre la porta a vetri e poco dopo, stavo davanti all’ingresso di un grande stanza con la porta aperta. Le decorazioni, l’ampia scrivania, il tappeto, il salottino d’angolo, si capiva che era l’ufficio della comandante Steffy.

Silvio Minieri ha detto...

Mi affacciai, una donna bionda, seduta dietro la scrivania, in fondo, si sporse a guardarmi, e mi invitò ad entrare: “Vieni.” Ero in piedi davanti a lei: “Comandante,” dissi, “sono Vito Stefano.” “Ah, sei tu! Sei arrivato!” Cominciò ad osservarmi con interesse, senza parlare. Erano entrati alcuni uomini, salutarono: “Comandante.” Steffy si aggiustò con entrambe le mani i capelli, poi si alzò, era una donna alta e magra, sulla cinquantina o forse più, la gonna nera lunga, la camicia bianca slacciata al collo, il cravattino. Mi venne vicino, mi mise una mano sulla spalla e mi interrogò: “È andato tutto bene, no?” “Sì, tutto bene, perfettamente,” risposi, inespressivo. Steffy stette ancora ad osservarmi, perplessa, forse voleva dire qualcosa. Un usciere aveva spalancato la porta in fondo, il salone delle riunioni. “Sei passato per l’Economato?” mi chiese. Feci un gesto di diniego. “Giù, al primo piano” disse, aggiungendo una frase che capii a metà, mentre mi lasciava.
Ripensai a quella strada stretta dove avevo sparato con la pistola ad acqua contro Michail Pastoriz o meglio contro il suo simulacro, l’immagine che ti rimane di una persona che ti sta davanti e poi scompare alla vista, secondo la dottrina di Epicuro e Lucrezio Caro, ma anche la mia convinzione. Sapeva di questo episodio, la parte finale della mia azione? La notizia sui giornali della cattura del ricercato numero uno, in verità l’ultimo, della rivolta di Villa Torlonia, era stata abbastanza laconica: “Il Pastoriz era stato localizzato dai servizi di sicurezza a Budapest e arrestato all’aeroporto, dove tentava di imbarcarsi su un volo per Varsavia.” La buona riuscita dell’operazione, tutto il merito andava a Steffy, era stata lei a progettare il piano e realizzarlo. Non ero ancora convinto? Dovevo scendere all’Economato, primo piano, no, l’ammezzato.
“E i volontari laici
Scendevano in pigiama per le scale
Per aiutare i prigionieri
Facevano le bende con lenzuola
E i cittadini attoniti
Fingevano di non capire niente
Per aiutare i disertori
E chi scappava in occidente
Radio Varsavia
L'ultimo appello è da dimenticare
Radio Varsavia
L'ultimo appello è da dimenticare.”

Silvio Minieri ha detto...

La canzoncina del cantante scomparso mi risuonava in mente, per associazione di idee. Come era andata l’operazione? Le autorità governative avevano bisogno di un simbolo, per dimostrare che la loro lotta alla pandemia era riuscita: la cattura dell’ultimo anti-vaccinista, il cospiratore della rivolta, uno dei fratelli Pastoriz. L’uomo chiave, anzi la donna risolutrice era stata Steffy, non era l’amica di Visconti, il viceministro della Sanità? Era apparsa di sfuggita qualche volta in televisione assieme all’uomo politico. Come aveva fatto a localizzare Pastoritz, a Budapest? Aveva telefonato alla madre, io non so che cosa si fossero detto le due donne, potevo però presumere il tono della conversazione. Entrambe erano in ansia per la sorte del fuggitivo, l’ansia di Steffy non doveva essere stata da meno di quello della madre dei Pastoriz. Poi altri contatti telefonici, quindi la delazione della madre, Budapest, un’esca inviata, io, e qui Steffy aveva rischiato al buio, era sua la voce che mi dava precise istruzioni, era stata lei a suggerirmi, come per inciso, che anche la madre del fuggitivo lo cercava. Era stata lei ad organizzare il rendez-vous davanti alla cattedrale di Santo Stefano ed era stata lei a mandare due suoi ufficiali ombra che mi spiavano. Io li avevo seminati, quando mi ero confuso tra la folla dei giovani davanti al laghetto. Questa degli spioni anziani che spiano una spia giovane però è una mia supposizione. Comunque, se lei non li aveva mandati, aveva compiuto un’acrobazia sul trapezio volante senza rete, fidandosi, dopo tutto, di un giovane sconosciuto. E invece no, di sicuro aveva un dossier su di me, aveva valutato, ed io con la mia vita di Rethor Magister, assunto in prova nei loro servizi informatici, dovevo avere dato buona prova di neofita, eseguendo diligentemente tutte le mansioni on-line, che mi avevano affidato. Quali? Seguire i corsi informatici e diventare programmatore di un sito, di cui era webmaster Caio Mario, un tizio che faceva politica. Tutto qui? No, poi la proposta di un soggiorno a Budapest con rimborso spese e pagamento di una diaria giornaliera, tutte e-mail firmate “La Direzione”. Ma che dovevo fare? Tu vai a Budapest, e noi ti diciamo che cosa devi fare. Una vacanza pagata? No, Pastoritz Michail, non dovevo fare altro che incontrarlo, dove quella voce femminile al telefono, Steffy, indicava. E poi? Lei si aspettava che io dicessi della delazione, previsione esatta, e così il figlio non aveva resistito alla tentazione di telefonare alla madre, per gridarle il suo odio, l’altra faccia dell’amore. In tal modo era riuscita a sondarne le intenzioni di fuga, e a questo punto andarlo ad acciuffare all’aeroporto, mentre tentava di imbarcarsi su un volo per Varsavia, per Steffy, era stata un gioco da ragazzi. Si fa per dire da ragazzi, una volta compiuta l’operazione, è facile dirlo, ma tenere in piedi tutta l’organizzazione, il rischio era merito esclusivo di Steffy. La medaglia d’oro e il premio, che la Direzione generale di Sanità aveva stabilito, toccava a lei. Ma non andò così, lo scoprii un po' dopo. Intanto, ero arrivato al piano ammezzato: dovevo scegliere tra le due porte “Segreteria” e l’altra, di cui ora leggevo la targhetta: “Cassa”. Bussai a questa, nessuno rispose, provai dall’esterno, la porta si aprì ed entrai.

Silvio Minieri ha detto...

5. L’INSEGUIMENTO
Cominciò a piovere mentre stavo percorrendo a piedi il viale dell’Università, girai a sinistra su viale del Policlinico, dove mi fermai sotto il cornicione di un palazzo, per non bagnarmi o per bagnarmi il meno possibile. In quel frangente, ebbi modo di osservare una scenetta abbastanza movimentata. Un giovane e una ragazza in uniforme bianca da sanitari correvano verso un’automobile scura parcheggiata quasi di fronte al recinto di entrata dell’ospedale. Dietro di loro, uscito dal cancello, si era posto all’inseguimento un dottore in camice bianco, che gridava, e un po' dietro alcuni infermieri. I giovani raggiunsero subito l’automobile, il guidatore mise in moto e partì sgommando. Il medico che li inseguiva era riuscito ad afferrare con le mani la coda dell’autovettura, perdendo però subito la presa. Venivano verso di me, l’automobile passò veloce, il medico aveva continuato a inseguire in mezzo alla strada, sembrava lamentarsi. Pioveva, riuscii però a capire le parole, adesso che si era un po'avvicinato: “Era la mia paziente, stavo curando la mia paziente.” Piagnucolava, poi dovette fermarsi e fu raggiunto dagli infermieri, che quasi lo consolavano, tutti fermi a guardare in direzione dell’autovettura ormai dileguatasi. In quel momento avvertii un forte squillare dei campanelli d’allarme dell’ospedale.
Era una scena, per come si era svolta dietro ai miei occhi, abbastanza da ridere, pur in quel periodo di pandemia, in cui non c’era molto da scherzare. La guerra alla pandemia, al virus, però poteva dirsi ormai finita e vinta, con la cattura dell’ultimo dei Moicani, ecco perché a stento trattenevo il riso.
“Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
Brucian nel fuoco le divise la sera,
Brucia nella gola vino a sazietà,
Musica di tamburelli fino all'aurora,
Il soldato che tutta la notte ballò
Vide tra la folla quella nera signora,
Vide che cercava lui e si spaventò
Salvami, salvami, grande sovrano,
Fammi fuggire, fuggire di qua,
Alla parata lei mi stava vicino,
E mi guardava con malignità
Dategli, dategli un animale,
Figlio del lampo, degno di un re,
Presto, più presto perché possa scappare,
Dategli la bestia più veloce che c'è
corri cavallo, corri ti prego
Fino a Samarcanda io ti guiderò,
Non ti fermare, vola ti prego
Corri come il vento che mi salverò.”

Silvio Minieri ha detto...

Non si poteva negare che la fuga era riuscita, la ragazza e il suo amico erano fuggiti sul cavallo più veloce che c’è, e chissà dove erano arrivati. Presi la decisione di bagnarmi, camminai sotto la pioggia, riparandomi alla meglio il capo, sollevando la giacca, e in fretta arrivai alla fermata “Policlinico” della linea B della Metro. E mentre il convoglio viaggiava, direzione “Laurentina”, rievocai il mio incontro con Steffy di alcune settimane prima, quella figura di donna che svolgeva un ruolo, di cui tutti sanno dell’esistenza, ma che nessuno poteva in lei riconoscere, pur conoscendola.
“Ci vediamo dopo” mi aveva detto nel lasciarmi. Dopo quando? È un modo di dire come congedo nei rapporti professionali. D’altronde, all’Economato, la mia situazione era chiara: un rapporto di lavoro subordinato, non lavoro autonomo, dunque.
Ero entrato nell’ufficio cassa, nell’ombra della stanza, vidi una ragazza al bancone, ma subito si accese una luce al neon dietro di lei, adesso si vedeva meglio. Mostrai il tesserino verde, e dissi il mio nome, aggiungendo che dovevo riscuotere il rimborso spese della missione a Budapest. L’impiegata prese un faldone, l’aprì e cominciò a scorrere alcuni fascicoli, non sembrò trovare il mio, perché alzò verso di me uno sguardo interrogativo: “Capece?” Chi era? Scossi la testa, no. Lei controllò di nuovo, prese un altro fascicolo, l’aprì, sfogliò delle carte, poi alzò di nuovo lo sguardo: “Russo?” Scossi di nuovo la testa: “No, non lo conosco.” L’impiegata andò a prendere un altro faldone e cominciò a scorre i fascicoli. E adesso quali altri nomi avrebbe pronunciato? Io questo Capece e questo Russo, non solo non li conoscevo, ma prima di allora non sapevo neppure che esistessero. Strano a dirsi, ma su questo secondo punto mi sbagliavo, anche se prima di allora, non li avevo mai sentiti nominare. Nominare? Il nome, il mio nome non era registrato, allora dissi: “Steffy”. L’impiegata sollevò di colpo la testa, facendo un gesto come per dire che proprio in quei fascicoli stava cercando. Poi lì sollevò tutti, scorrendoli con le dita rapidamente, li ripose, chiuse la cartella e mi indicò un’altra pila di cartelle identiche sul tavolino dietro di lei: “Sono tutti Steffy, questo è l’ultimo mese.” “Vito Stefano” dissi, quasi a indirizzare la ricerca sul nome Vito. L’impiegata esitò, poi scosse la testa. Rimasi a guardarla, aveva i capelli neri, arricciati di recente, era bassina, perché sollevandosi sulle punte dei piedi, eresse il busto, prima nascosto dal bancone, e che ora, offerto allo sguardo, si rivelava prosperoso. “Va bene, grazie” dissi, e mi stavo voltando per andar via. Lei mi richiamò: “Ha ricevuto l’anticipo?” “Sì” dissi “in banca, avevo comunicato i miei dati on-line.” “Quanto tempo fa?” Dovetti riflettere, poi dissi: “Tre settimane, un po' di più.” “Non è passato per l’Economato?” “Ma non è qui?” Indicò verso l’altra porta: “No, l’altra stanza.” Era entrata una donna, sostando un po' indietro, l’impiegata le fece un cenno con la mano. “Hong Kong”, sentii pronunciare dalla nuova arrivata, quando mi scostai per andarmene, mentre l’altra si avvicinava al bancone.
Mi riscosse uno squillo, in due tempi, come negli aeroporti: Hong-Kong. Ero arrivato a “Eur Palasport”, scesi dal vagone del convoglio, e mi avviai all’uscita.

Silvio Minieri ha detto...

6. IL SUONO DEI CAMPANELLI
Passeggiavo sul marciapiedi del laghetto, verso il Palazzo di vetro ENI, non l’ONU, siamo a Roma. New York, oh! New York! Forse un giorno, sarei andato nella Grande Mela! Ma non c’ero già stato? Ludovica Barboni, Vito Stefani, Enrico, no, Enrica Marramao, la Scuola di Retorica, e quindi? Avevo cambiato identità, un cambio di genere, no! un cambio da plurale in singolare. Ho capito, il processo di individuazione. Come? Di colpo, squillarono i campanelli del grattacielo di sinistra, era un Ministero, avevano individuato un DVSO, come si chiamavano gli ultimi disertori del vaccino. Era uscito il sole, mi fermai per vedere se inseguissero qualche fuggiasco. No! Cessato allarme, i campanelli smisero di squillare, verosimilmente il DVSO era stato catturato. Chissà se anche nel palazzo della Direzione Generale Sicurezza Sanitaria (DGSS) c’erano i campanelli. Quando io ero uscito, non avevano squillato. Ma come? Io, un volontario, un intrepido sulla linea del fronte contro il virus, disertavo in presenza del nemico, sarebbe stata fucilazione alla schiena, ma con questa storia dell’incarnazione di Stefani in Stefano, non è che la ruota del destino mi avesse giocato un brutto scherzo? Ma la freccia avvelenata colpisce tutti i viventi. Beh, certo! Anche Govinda. E poi all’Economato era come se fossi stato all’Anagrafe, avevano certificato il cambiamento della mia identità, precisiamo, non di genere, ma di numero.
Entrando in Segreteria, dove si nascondeva l’Economato… no, dove era inglobato… ma Economato e Segreteria non dipendevano entrambi da Steffy? Appunto, quello che contava era la firma. Chiesi all’impiegato della Segreteria dove fosse l’Economato, m’indicò una scrivania dietro di lui, dove un uomo anziano, con i capelli grigi, stava esaminando delle carte. “L’impiegata alla cassa mi ha mandato qui, per la mia pratica, il rimborso spese per Budapest.” L’impiegato si voltò indietro: “Budapest” disse. L’Economo, l’uomo con i capelli grigi era l’Economo, una figura chiave, alzò di scatto la testa, mi guardò e subito si alzò in piedi venendomi incontro: “Oh!” Sorrideva, dissi sono: “Stefano, Vito Stefano.” Fece un leggero inchino, così mi parve: “Signor Rethor Magister, venga.” Andò alla porta in fondo, dove c’era la targhetta: “Economato”, l’aprì e si fermò sulla soglia, mi guardava, aveva cambiato espressione, un’aria come di leggera malinconia: “Anche mio figlio…” disse. Poi ritornò sereno, andò alla scrivania, si sedette al suo posto e m’invitò a sedermi sulla sedia di fronte a lui: “Ho la sua pratica pronta, signor Retore…” Meno male, pensai. “Manca solo la firma” disse, radunando alcune carte. Eccolo là! La firma, la burocrazia. Sorrise, assunse un’aria rassicurante. Ordinò i fogli, fece dei segni su ognuno, li girò verso di me, e indicò gli spazi nel margine basso, dove aveva fatto delle crocette: “Firmi qui, tre firme per ogni foglio. Ah, ero io che dovevo firmare! Chissà perché avevo immaginato lui che, con una cartella sotto il braccio, andava al secondo piano. Misi non so quante firme e gli restituii i fogli, accompagnandoli con lo sguardo. Raccolse il pacchetto dei fogli e tenendoli in posizione verticale, li allineò con alcuni tocchi sul ripiano della scrivania, quindi li sistemò nella cartella, la chiuse e me la mostrò: “È fatta! Questo è il suo contratto di collaborazione per due anni.” Ah! E non l’avevo neppure letto. Stavo per dire, il saldo delle spese della missione? Mi prevenne: “Le competenze, la diaria e il saldo sono sul suo conto corrente in banca, dove ha ricevuto l’anticipo.” Andò al suo computer, digitò brevemente, quindi disse: “Servito!”

Silvio Minieri ha detto...

SULL’ORLO DELLA GIOSTRA
Se l’operazione per la cattura di Patoriz fosse andata a finire male, la responsabilità sarebbe stata della comandante, non era un’irresponsabile, ma la colpa sarebbe stata mia, ero un irresponsabile, uno che gira con una pistola ad acqua in tasca. Ma che fa? Gioca alla guerra? Non solo, ma si disfa anche in maniera irresponsabile delle sue armi giocattolo, che peraltro una volta ritrovate, gli vengono anche restituite.
Dopo avere sparato al simulacro del Pastoriz, un gesto irresponsabile, avevo sentito come il rumore di una serranda di una finestra nel palazzo alle mie spalle. Ero in trance, se mi colgono con le armi in pugno, mi abbattono a colpi di mitra, un po' come a Chicago negli anni Trenta. Dovevo aver buttato l’arma in un’aiuola del viale, che incrociava con la via Pal, da cui mi ero allontanato in fretta, e avevo rimosso il ricordo del mio gesto inconsapevole. Non mi rendevo conto dell’assurdo e del grottesco della mia situazione, o forse essendone consapevole avevo provveduto ad eliminare questo materiale psichico dalla mia coscienza. Ma il cartellino legato al filo indicava il negozio dove era stata comperata l’arma giocattolo, neppure fosse stata vera.
E adesso New York! Si muovevano vecchi fantasmi sulla scena di un altro teatro, che fare? Rinunciare all’impiego, stipulare la mia pace separata nella guerra contro il virus? E poi? L’incertezza dell’avvenire, era il grigio del prossimo autunno, fatto estate radiosa dalla luce dell’isola mediterranea. Eccola! Era Martina, era venuta a trovarmi in sogno. Martina? Quando ero ripartito, alla fine della vacanza, nelle isole Egadi, venne all’aeroporto di Trapani a salutarmi, ti invio il biglietto aereo, dissi, raggiungimi a Roma, ti aspetto. Ed ora, giusto il tempo di andare alla DGSS a rispondere, anzi no, a riprendere la mia pistola ad acqua, poi via di corsa a Fiumicino. Martina! E quindi cominciammo la nostra vita insieme da turisti a Roma. La nostra lunga vita felice, fino a quando sarebbe durata? Diecimila anni. Ma secondo quale legge?
“È questa la legge di Adrastea, e cioè che l’anima, essendo al seguito di un dio, abbia visto qualcuna delle verità, e quindi rimanga incolume fino all’altro giro.” Dai miei studi di retorica, emergevano i ricordi del mito della reincarnazione delle anime, che Platone riporta nel “Fedro”, e anche nel X libro della “Repubblica”: “Considerando l'anima immortale e capace di sopportare ogni male e ogni bene, terremo sempre la via che porta in alto e praticheremo in ogni modo la giustizia unita alla saggezza; in questo modo saremo cari a noi stessi e agli dèi, finché resteremo quaggiù e anche dopo che avremo riportato le ricompense della giustizia, come i vincitori che vanno in giro a raccogliere premi, e godremo della felicità su questa terra e nel nostro cammino millenario.” Intanto, domandiamoci che cosa intende Platone per “altro giro”, anzi, no, dimentichiamolo.

Silvio Minieri ha detto...

Come Rhetor Magister dovrei fare una dissertazione sulla dottrina platonica della metempsicosi, ispirata al pitagorismo, che a sua volta risentiva dell’influenza del pensiero orientale, il circolo eterno delle esistenze, da cui la dottrina di Buddha… Ecco! La statuina di bronzo luminosa. Ormai, io e Martina avevamo raggiunto l’illuminazione, secondo la mia interpretazione: vivere il nostro samsara, l’incarnazione nella nostra presente esistenza, come aria, luce, mare, vento, pioggia, per raggiungere poi il nirvana, il nulla cosciente, quella esistenza che Platone indica come la vita di diecimila anni dell’anima, prima di raggiungere la sede del cielo.
E intanto che cosa accadeva sulla terra? In particolare, in Italia, in Toscana? Eravamo andati all’Argentario, ed ero disteso sotto l’ombrellone, sulla spiaggia di Porto Santo Stefano, quando lessi la notizia sul giornale: “Pastoriz Michail era stato suicidato in carcere.” Ma che maniera di dare le notizie! Gettai indispettito il giornale sulla sabbia, mi alzai e corsi verso la riva. Martina mi aspettava, ci tuffammo e nuotammo tra le onde, la bianca schiuma delle onde del mare.
Di ritorno a Roma, cominciai a consultare i media. La taglia per la cattura del Pastoriz, come riferiva il Ministero della Sanità, non era stata assegnata, ma la somma era stata incamerata direttamente dall’Erario, essendo avvenuta la cattura grazie all’intervento della DGSS, a cui andava il merito dell’operazione. Non so perché, ma questa notizia mi riportava alla spersonalizzazione e fuga dall’Io, come predica la dottrina buddista. Non so però se questo pensiero era colto allo stesso modo da altri, non credo, il buddismo non è molto diffuso da noi, non ostante la globalizzazione. Steffy, per esempio, che cosa pensava in proposito? “Stefano, ti mandiamo a fare un corso d’informatica di tre mesi a New York.” A me? Io mi sono incarnato nella vita di Vito Stefani, non Stefano, e la mia ultima trasferta a New York non era finita troppo bene, figuriamoci questa! E poi, io devo pensare alla mia nuova vita con Martina.
La ragazza vedendomi trafficare al computer si era avvicinata con la statuetta del Buddha, pensava di farla ripulire da quella patina verdastra e lucidare il bronzo, avrebbe acquistato una maggiore lucidità. Non dissi nulla, dovevo dirgli: “Tu credi che togliendo la patina verdastra, Buddha diventa più luminoso, invece è proprio quella patina verdastra che lo rende luminoso.” E così le dissi, lei non rispose, era diventata pensierosa, io capivo che era necessario un “altro giro”, stavamo volando sull’orlo della giostra, il samsara, il circolo delle esistenze, in cui solo mettendo in movimento la ruota del Dharma potevamo cogliere la via di fuga. Ma volevamo davvero uscire, io e Martina, dalle nostre vite, per raggiungere il nirvana? Non è il samsara già la presenza del nirvana? Il Nulla, che disegna le figure della nostra vita?