venerdì 1 novembre 2024

Filosofia

 

        Il sorgere della Terra



8 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Questo testo, collegato al seguente “Filosofia e Poesia” , relativo al pensiero di Emanuele Severino, ne riassume alcuni contenuti, e pertanto può apparire ridondante o chiarificatore rispetto all’altro, a seconda della loro reciproca più o meno facile comprensione. Per quanto riguarda il tema di quel che appare dopo la morte, che fa capolino nella citazione in epigrafe, si rimanda al post dell'11 dicembre 2023: “Le cose ultime”, e all’altro del 9 dicembre: “L’uomo e il suo destino”.

Silvio Minieri ha detto...

IL SORGERE DELLA TERRA

“L’istante che appare dopo la morte” è “l’albeggiare della Gioia non più contrastata dalla terra isolata” (Emanuele Severino, La morte e la terra)

Per chi non è abituato alla filosofia (linguaggio) di Emanuele Severino, l’affermazione riportata in epigrafe può apparire quanto meno singolare, se non enigmaticamente oracolare. Ed invero che cosa significa questo albeggiare della Gioia? E che cosa ancora il contrasto con la terra isolata? Dileguandosi dalla vita, l’anima, il soffio vitale che sfugge all’humus (uomo) della terra vede forse nell’orizzonte oscuro della notte (morte) il sorgere della luce della Gioia?
Quest’ultimo interrogativo, che propone una risposta interpretativa dell’espressione di Severino è quanto di più lontano vi sia rispetto al pensiero del filosofo e al significato della sua filosofia. E allora che cosa la Gioia? Questa domanda già contiene un errore, nella prospettiva di quel pensiero, di cui diremo.
Intanto facciamo un accostamento tra poesia e filosofia, una volta accertato che anche il linguaggio discorsivo rispetto a quello poetico narrativo ha bisogno di immagini per esprimersi. Se nella coscienza comune, la luce e il buio, il giorno e la notte, possono in metafora rappresentare la vita e la morte, questa metafora è valida anche e soprattutto per poeti e filosofi, che per primi l’hanno inventata e adottata.
Beatrice, accompagnando Dante nell’Empireo, il più alto dei cieli, così commenta: “Noi siamo usciti fore / del maggior corpo al ciel ch'è pura luce: / luce intellettüal, piena d'amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore.”
È questa “pura luce”, la luce intellettuale piena d’amore, l’amore del vero bene la “Gioia” di Severino? Nulla di più lontano dal suo pensiero. E allora?
Nei versi del “Paradiso”, nella pura luce è il “vero” “bene”, una letizia che si sublima oltre ogni dolcezza (“dolzore”, i.e. dolciore”). “Solo l’idea del “bene” conferisce la “verità”, si dice nella “Repubblica” (509a). Dante era un platonico, Severino è un parmenideo, e di fronte al parricidio di Parmenide, tentato da Platone nel “Sofista”, per ammettere che in un certo modo “il niente è”, così si esprime: “Il padre è stato colpito, ma la sua agonia può durare all’infinito.” Quello che qui è in questione è la questione del Nulla, quello stesso indirettamente evocato da Parmenide: “Si deve dire e pensare che l’essere è: infatti l’essere è / il nulla non è…” (fr. 6, vv.1,2) Proibendo di seguire la via dell’illusione, quella del nulla, nello stesso tempo la indica. Popper ha avanzato l’ipotesi che il filosofo eleate, nel descrivere l’unicità e immobilità dell’Essere, si sia ispirato all’illusorietà della luce lunare, che lascia apparire un ingannevole e progressivo accrescere e diminuirsi delle dimensioni dell’astro d’argento, il divenire.

Silvio Minieri ha detto...

Se la morte non è la notte del nulla, una meravigliosa notte senza sogni, o la visione della pura luce del paradiso dantesco, che cosa è la Gioia di Severino?
Abbiamo già detto che la domanda, alla luce del pensiero di questo filosofo, contiene un errore. Quale? Come fa rilevare lo stesso autore, domandare “che cosa” significa domandare “quale cosa tra le cose”. Orbene, la Gioia non è una cosa tra le cose, anzi per Severino la “cosa”, l’ente, evocato dal pensiero greco, rappresenta il massimo della follia, perché evocando l’ente si evoca il niente. Infatti, affermando che l’ente viene all’essere dal nulla, per poi ritornare nel nulla, significa dire la contraddizione estrema ossia che l’essere è il niente, l’ente è il non-ente. Il testo dove l’autore espone il suo pensiero più significativo è “Destino della Necessità”. Che cosa significa quest’espressione?
“Destino” deriva dal verbo “de-stinare”, come dire un rafforzativo di “stare”, uno stare che non può non stare; mentre “Necessità” si costruisce sulla radice del verbo “caedere”, quindi nec-caedere sta a significare un cedere che non può cedere in nessun caso. Destino della Necessità è lo stare indissolubile dell’insieme del Tutto, uomini, piante, animali, la terra, il cielo, gli astri, l’eternità del Tutto, l’impossibilità del suo non “stare”. Alla luce di queste riflessioni, cerchiamo di capire il senso della Gioia.
Nelle pagine finali di “Destino della Necessità”, l’autore scrive: “Come oltrepassamento della totalità delle contraddizioni del finito, il Tutto è la Gioia.” Le contraddizioni del finito sono rappresentate da quella fede nel divenire, il sorgere dal nulla e sparirvi, evocata dal pensiero greco, l’ente che oscilla tra l’essere e il nulla: “L’isolamento della terra, e l’Occidente che lo testimonia, accadono nel cerchio dell’apparire del destino.”
Poi arriva la conclusione: “L’isolamento del destino dal proprio essere la Gioia del Tutto – il suo nascondere il proprio essere l’infinito illuminarsi del Tutto – è il fondamento dell’isolamento della Terra dal destino. Solo all’interno dell’apparire finito del Tutto la terra può essere isolata e il mortale accadere.” Quindi, ecco l’interrogativo finale: “Ma quale sentiero la terra, inoltrandosi nell’apparire del cerchio del destino, è destinata a percorrere? È destinata alla solitudine o all’oltrepassamento della solitudine?”
La domanda posta da Severino, noi la riproponiamo, parafrasando il suo linguaggio: “Vi è un passo, in cui la terra, nel suo inoltrarsi nell’apparire del cerchio del destino, vada oltre (oltrepassi) la solitudine che separa sé stessa, la terra isolata, dalla Gioia del Tutto?”
Ecco la risposta: “L’istante che appare dopo la morte” è “l’albeggiare della Gioia non più contrastata dalla terra isolata.”

Silvio Minieri ha detto...

LA TERRA, LA SOLITUDINE, LA GIOIA.
Parole di poesia nel pensiero di Emanuele Severino

Nelle pagine iniziali del suo libro La morte e la terra, se abbiamo bene interpretato il suo pensiero, l’autore esamina le obiezioni che la volontà di potenza, la follia che le cose possono stare diversamente da come stanno, oppone al destino, lo stare delle cose. L’opera d’arte – pittura, architettura, scultura, musica – è una delle più alte obiezioni (implicite) al destino. “Non la poesia (o molto meno), che si esprime nella stessa forma linguistica, che è propria del linguaggio in cui il destino è testimoniato.”
È questa un’obiezione esplicita al destino. Alla luce di queste affermazioni, cerchiamo di capire quali sono le affinità tra il linguaggio della filosofia e quello della poesia.
Nei suoi scritti, trattando il tema della poesia, ma sarebbe più esatto dire il pensiero poetico, Severino ha illustrato e commentato a lungo, in ogni suo aspetto e principalmente nell’evocazione del Nulla, i testi poetici e filosofici di Leopardi, elaborandone i pensieri nella sua riflessione. Ma anche la voce di un altro poeta sembra risuonare nel linguaggio del filosofo, con il timbro classico proprio della cultura greca, anima ed impronta della civiltà dell’Occidente. Stiamo parlando di Quasimodo e della sua più celebre lirica: Ed è subito sera. Quale la relazione tra le parole del poeta e quelle del filosofo? È questo il tema che ci proponiamo di svolgere in queste righe, cercando di cogliere nodi tra il pensiero poetante e quello filosofico.
Ebbene, a cominciare dagli interrogativi finali del primo testo, Destino della Necessità, in cui si viene a delineare un discorso con una fisionomia sistematica propria, sviluppata e conclusa soprattutto nei testi successivi La gloria, Oltrepassare, La morte e la terra, Severino nomina un termine, la “Gioia”, che assieme alla “terra” e alla “solitudine”, costituisce un momento significativo ed essenziale del suo originale linguaggio. Non a caso, dopo La morte e la terra, un testo successivo avrebbe dovuto chiamarsi: Oltre la solitudine la gioia. L’espressione può, comunque, chiaramente intendersi nella prosecuzione del nostro commento.
Riprendiamo un passaggio finale di Destino della Necessità: “Come oltrepassamento della totalità della contraddizione del finito, il Tutto è la Gioia… Il sentiero che la terra percorre inoltrandosi nel cerchio dell’apparire è già da sempre tracciato nella Gioia. Nella Gioia è già da sempre tracciato anche il Sentiero del Giorno, cioè l’oltrepassamento compiuto della solitudine della terra e del testimone della solitudine, l’Occidente. Nella Gioia il mortale è già da sempre un passato.” Qual è il significato di queste espressioni?

Silvio Minieri ha detto...

Severino sa bene che l’esordio di questa parola, la “Gioia”, nel linguaggio filosofico, apparirà problematico, soprattutto in relazione alla originalità d’impiego del termine: “Il Tutto è la Gioia.” Infatti, nella prefazione di un testo di qualche anno successivo, La Strada, così si esprime: “Nel sottosuolo della nostra coscienza, già da sempre sappiamo di essere: il “centro della terra” e cioè, per quanto strana possa sembrare l’espressione, la “gioia del tutto”. Successivamente, acquistando confidenza con il linguaggio ricco ed immaginoso, saremmo tentati di dire poetico, della filosofia di Severino, la Gioia diverrà un termine familiare, perdendo completamente il carattere di stranezza, conservato all’inizio. Nella Gloria, quindi, la Gioia viene a rivelarsi come il destino della verità dell’Essere libero dal contrasto con la solitudine della Terra. Infine, in La morte e la terra, leggiamo che “l’istante che appare dopo la morte” è “l’albeggiare della Gioia non più contrastata dalla terra isolata” ed in conclusione: “L’avvento della terra che salva è l’apparire della necessità del sopraggiungere della salvezza. È il mattino della Gioia. Si dispiega all’infinito verso il suo mezzogiorno.”
A questo punto, legittima sorge la domanda: “Nei versi di Quasimodo di Ed è subito sera la Gioia di Severino dov’è?” Restando al significato comune delle parole, quello segnato nei vocabolari, che ovviamente non contengono il significato delle parole filosofiche di Severino né tanto meno quelle poetiche di Quasimodo, nei brevi versi incontriamo i seguenti termini, che poi ritroviamo nei testi del filosofo, se non proprio gli stessi, quanto meno quelli affini: “solitudine” e “terra”; altri termini comuni non ci sembra d’incontrare, tranne a voler compiere accostamenti arbitrari. E allora, dove trovare una consonanza? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo a nostra volta porre una domanda e interrogare le parole della poesia.
La lirica celebra la condizione dell’uomo: qual è questa condizione? La condizione dell’uomo è quella della solitudine: “Ognuno sta solo sul cuore della terra”. Prima che su “solitudine” e “terra”, dovremmo portare la nostra attenzione su un altro termine ed investigarne l’essenza del pensiero in esso contenuto: stare. Qual è la portata filosofica di questo verbo? Orbene, nel suo lungo discorso (logos), Severino non ha mai mancato di sottolineare come destino è termine ancorato al suo etimo, che appunto è: de-stinare, dove la radice -stinare è la forma allungata di -stare, stare fermo stabilmente, come rafforzato dal prefisso de-, che qui ha significato intensivo e non di separazione. Ora, possiamo affermare che la parola destino è quella originaria della filosofia di Severino, quella che testimonia la Verità, lo stare secondo necessità (katà tò kreòn) del Tutto, il destino della necessità. Lo sguardo del filosofo testimonia uno stare che non può non stare, un Essere che in quanto tale non può essere non-Essere, secondo i versi del poema di Parmenide, “Sulla Natura”: èsti gàr eînai, medèn d'ouk éstin, l’essere è, il non essere non è. (Parmenide, Perí Physeos fr.6, vv.1.2)
Il destino è lo stare del Tutto, che esclude qualsiasi instabilità, possibilità di svanire nel Nulla: l’impossibilità di ogni divenire, che implica nell’ente diveniente il non-ente, il niente. Lo stare del destino, la sua necessità, è il fondamento, il “centro”, verso cui ogni sguardo del pensiero si volge. La filosofia vede la verità dell’essere, ne testimonia il destino, lo stare indissolubilmente legato ad ogni altro stare, per necessità.

Silvio Minieri ha detto...

Ora, la domanda che poniamo è la seguente: “Questo stare nel modo della necessità ovvero dell’impossibilità di stare diversamente dallo stare stesso è la condizione di solitudine dell’uomo cantata da Quasimodo?” L’uomo che sta solo sul “cuore della terra” non giace ma sta: il poeta vede e canta uno stare, non un giacere, un essere attraversato per sempre dalla luce, “trafitto da un raggio di sole”. Il dardo luminoso non raggiunge mortalmente l’uomo, che colpito cade riverso a terra e giace: il poeta canta tutt’altro da questa immagine. Il trafiggere del sole, che illumina l’uomo e lo fissa per sempre nella sua luce è un oltre-passare (trans-figere), un andare oltre, che già da sempre (ab aeterno) custodisce in questa sua luce la solitudine della terra dell’uomo. Per interpretare i primi due versi di Quasimodo, ricorriamo alle parole della filosofia di Severino: “Nella Gioia è già da sempre tracciato anche il Sentiero del Giorno, cioè l’oltrepassamento compiuto della solitudine della terra e del testimone della solitudine, l’Occidente. Nella Gioia il mortale è già da sempre un passato.” Il destino dell’uomo, lo stare solo dell’ogni uno che l’uomo è sul “cuore della terra”, “trafitto da un raggio di sole” è un modo poetico di dire il pensiero filosofico dell’oltrepassamento compiuto della solitudine della terra nella luce della Gioia: il “centro della terra”, il “cuore della terra” è la “gioia del tutto”.
In questo accostamento, le immagini della poesia e le parole-idee (trasparenza del discorso) della filosofia si illuminano a vicenda, rivelando il “centro”, il fondamento della Verità, il suo destino, che è lo stare sul “cuore” della terra già da sempre oltrepassato nella luce della Gioia. Qual è questa luce, in cui il mortale è già da sempre un passato? È lo stesso Severino a rivelarlo: “I nostri morti ci aspettano. Ora sono degli Dèi. Per ora stanno fermi nella luce… Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una gioia sempre più infinita.” (Il mio ricordo degli eterni).
Legittima ora si pone l’obiezione: “Ma è mai possibile che il pallido raggio di un sole morente, incombendo le ombre della sera, corrisponda alla luce infinita della Gioia? Non vi è da una parte l’ultima luce al tramonto e la “sera” e dall’altro il “mattino” della Gioia che si dispiega all’infinito verso il suo mezzogiorno? Non è una contraddizione questa?” In verità noi ci siamo fermati ai primi due dei tre versi di Quasimodo, tacendo quello finale e così significativo tanto da esprimere il titolo della brevissima lirica: “Ed è subito sera”. Qual è la sera di Quasimodo? La domanda sorge opportuna e la risposta non può esserlo da meno. È quella che avvolge la terra dove il sole tramonta, l’Occidente (Abendland), la Terra della Sera, dove l’uomo sta in solitudine al “centro”, sul “cuore”, perché l’uomo è il “centro”, il “cuore” della terra.

Silvio Minieri ha detto...

Per la filosofia di Severino, l’Occidente è il testimone della solitudine della terra, il cui percorso è quel Sentiero della Notte, evocato da Parmenide, in cui errano i mortali, in contrapposizione al Sentiero del Giorno, dove risplende la luce della Verità. “Ma quale sentiero la terra, inoltrandosi nel cerchio dell’apparire del destino, è destinata a percorrere? È destinata alla solitudine o all’oltrepassamento della solitudine?” Questo interrogativo è posto a conclusione di Destino della Necessità. La risposta è data nei testi successivi a quello, legati nella sua riflessione: La Gloria, Oltrepassare e La morte e la terra. La Gloria è il dispiegarsi della Gioia, il destino della verità dell'Essere libero dal contrasto con la solitudine della Terra. Il dispiegarsi è uno svelare e quindi un rivelare: nella Gloria il destino della solitudine della terra si rivela come oltrepassato dalla “terra che salva”. Da sempre l’uomo ha cercato un rimedio contro il dolore della morte: il destino, lo stare eterno della gioia rivelato dalla gloria è il rimedio (filosofia), testimoniato dalla “terra che salva” dal nulla della morte. Oltrepassare rappresenta il compimento del pensiero della Gloria, dove la “terra che salva” destina l’uomo alla più ampia arcata d’Immenso. Infine, in La morte e la terra, Severino scrive: “La terra che dapprima sopraggiunge appare nel suo essere isolato dalla verità del destino: è il luogo in cui appare ogni agire e ogni sapienza dell’uomo, rivolti alla Terra e al Cielo e anche all’assolutamente altro da essi: la terra isolata è “questa nostra vita”, che, includendo Terra, Cielo e Altro, si considera come l’orizzonte ultimo e inoltrepassabile dell’esser uomo. Su “questa nostra vita” – si potrebbe dire – incombe la morte, e continuamente vi irrompe. Ma, propriamente, è l’isolamento della terra a manifestare “questa nostra vita” e la morte che la circonda e la attraversa.” Con queste ultime parole la filosofia illustra la condizione dell’uomo cantata da Quasimodo: la solitudine dell’uomo sulla terra. Questa terra, dove il sole tramonta, l’Occidente, è la terra della sera, vale a dire “questa nostra vita”, su cui incombe la morte, dove subito è sera. Qui, il dubbio che la parola discorsiva, vale a dire concettuale o filosofica, dicendo della infinita luce della Gioia non riesca a contrastare l’immagine poetica dell’ombra avvolgente della sera, che incombe (subito) sulla solitudine della terra, si ripropone e permane. Come risolverlo?
L’interrogativo non sfugge al filosofo, che infatti s’interroga: “L’attesa della terra che salva [la terra libera dal contrasto con la terra isolata] continua anche dopo la morte (e che cosa appare in questo prolungarsi oltre l’attesa? Sonno, sogni, incubi?), oppure con la morte ha compimento anche l’attesa?” Severino dice: “Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi all’Immenso della terra che salva e della Gioia.” Una situazione, a cui segue l’altra già indicata nella riflessione filosofica: “L’istante che appare dopo la morte” è “l’albeggiare della Gioia non più contrastata dalla terra isolata” e in conclusione: “L’avvento della terra che salva è l’apparire della necessità del sopraggiungere della salvezza. È il mattino della Gioia. Si dispiega all’infinito verso il suo mezzogiorno.”

Silvio Minieri ha detto...

NOTA
L'indicazione di "Filosofia e Poesia" nella [N. d. B.] iniziale si riferisce ovviamente al testo: "La terra, la solitudine, la gioia"