giovedì 8 gennaio 2026

Intermezzo

 

        Le stelle della solitudine



10 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LE ENTITÀ LOGICHE

“Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga e rider vuole qua.”
Ruggero Leoncavallo, “Pagliacci”

Ciao Scardanelli, dove vai? – Che dici? – Ti ho chiesto dove stai andando. – Sì, ma mi hai chiamato Scardanelli. – Perché? Non avevi detto di esserlo. – Io? – Sì, l’altra volta. – Quando? – Nello spazio-tempo di uno o due giorni fa, non ricordi? – No, o forse sì, ma non posso più rispondere di quel mio personita, una parte temporale della mia persona. – Ho capito, non sei Scardanelli, ma Scordarelli. – Personites (Personiti) è un concetto filosofico introdotto da Mark Johnston, filosofo australiano, accademico della Princeton University (New Jersey), che definisce simili alle persone delle entità (“pesrsonites”), che sono parti temporali di vita più breve della vita della persona, affermando che posseggono uno status morale simile alle persone, ponendo quindi il problema etico se siano giudicabili o meno per il loro comportamento una volta estinti. – Eppure io, che sono io, so che tu sai, e tu sai che io so, quello che è accaduto qualche giorno fa. – Che cosa significa, io che sono io? – Io e tu sono entità logiche del discorso, prive di uno status ontologico. – Ne avevamo parlato recentemente, e anche in passato, se ne parliamo ora, non so dove andiamo a finire. – Cerco di non andare a finire molto lontano. – Vai. – “In filosofia del linguaggio, "io", "tu" ed "enunciazione" sono centrali per capire la soggettività e il riferimento nel discorso: l'enunciazione è l'atto di produrre un discorso in un contesto specifico, che rende possibili i pronomi indicali "io" (chi parla) e "tu" (a chi si parla), i cui significati cambiano con il parlante, creando una relazione di intersoggettività e di legame con il mondo, fondamentale per la costruzione dell'identità e del pensiero strategico.” IA. – Ja. – Come? – Jawohl, sì certo. – Mi era sembrato che avessi fatto il raglio dell’asino. – No, nossignore. – Così andiamo meglio. – Allora? – I termini indicali di una lingua sono sia "legisegni", in quanto parole, sia indici, per quanto riguarda il modo in cui rinviano al loro oggetto. – I legisegni? – Molti indici sono "sinsegni", come si esprime Peirce parlando di singoli esistenti che funzionano come segni. Altri sono "legisegni", cioè consistono in regole convenzionali, sono infatti, per Peirce, regole convenzionali quelle che istituiscono i significanti linguistici. I termini indicali di una lingua sono sia "legisegni", in quanto parole, che indici, per quanto riguarda il modo in cui rinviano al loro oggetto. – Ho capito poco, fai discorsi ridondanti. – Io mi limito a fare il “copia e incolla”. – Tu sei più furbo di quanto vuoi far apparire. – In che senso? – Eludi le domande, e rispondi con dei “copia e incolla” non so fino a che punto appropriati, ma quantomeno svianti. – Che vuoi dire? – Sei una scimmiottatura della IA. – Ehi, scimmione! – Ti sei offeso? Ma non sei una fredda entità logica? – Io sono un “io”, ma sono anche il ministro di un vero io esistente nella realtà, un io vivente. – Tu sei uno sconclusionato.

Silvio Minieri ha detto...

– Adesso, faccio una piccola rassegna di nozioni di filosofia del linguaggio, che racimolo dal web, le ordino secondo un mio algoritmo logico, e te le propino in maniera sussidiaria. – Che significa sussidiaria? – Aspetta. – Vai e torna. – "In via sussidiaria" significa che qualcosa interviene come supporto, complemento o alternativa secondaria, dopo che la via principale (primaria) è stata tentata e non ha avuto successo, entrando in gioco solo quando l'opzione prioritaria è insufficiente o esaurita.” IA. –Altro “copia e incolla” e non sai più esprimerti con parole tue. – Mi ero già espresso. – Vuoi insinuare che io non conosco il significato delle parole? – Seguo un copione, che prevede una recita a soggetto. – Concludi. – Impossibile, ora. – Allora, presenta la scaletta, e poi vai dove devi andare. – I temi sono: 1) l’io nella filosofia del linguaggio e altre nozioni; 2) recita del teatrino “Scardanelli”; “copia e incolla per sapere dall’IA chi ha inventato la IA”. – Questo fallo subito. – Va bene, il commento alla prossima. – D’accordo.
Non esiste un singolo inventore dell'Intelligenza Artificiale (IA), ma John McCarthy coniò il termine nel 1955 e organizzò il seminario di Dartmouth del 1956, considerato l'atto di nascita del campo, mentre Alan Turing fu fondamentale con il suo "Test di Turing" e i suoi lavori teorici sull'intelligenza delle macchine già nel 1950, rendendolo un padre fondatore cruciale. Altri pionieri includono Marvin Minsky, co-organizzatore del seminario di Dartmouth. Figure Chiave e Contributi:
Alan Turing (1912-1954): Considerato il padre dell'informatica e dell'IA per aver posto le basi teoriche e proposto nel 1950 il celebre "Test di Turing" per misurare l'intelligenza di una macchina.
John McCarthy (1927-2011): Coniò il termine "Intelligenza Artificiale" nel 1955 e definì il campo nel 1956, lanciando la disciplina scientifica.
Marvin Minsky (1927-2016): Co-organizzatore del seminario di Dartmouth e pioniere nello studio delle reti neurali.
Claude Shannon (1916-2001) e Nathaniel Rochester: Altri partecipanti chiave al seminario di Dartmouth che contribuirono alla nascita ufficiale del settore.
In Sintesi: L'IA è nata da una comunità di ricercatori, non da un singolo inventore, ma McCarthy ha "dato un nome" al campo, mentre Turing ne ha fornito le fondamenta.

Silvio Minieri ha detto...

I NOSTRI NUMERI
Oh, i nostri numeri! Avevamo dimenticato i nostri numeri! – Ehil Che cos’è questa trenodia? O come direbbero a Bari, Ce ccosa dici, con la “o chiusa”. – Ignorante! – Ma come ti permetti! – Non è il dialetto barese pugliese, ma quello salentino, brindisino e tarantino. – Eccolo là! Ha parlato l’esperto glottologo delle terre levantine dei popoli meridionali. – Cretino! Tanto per fare la rima, ecco ce ccosa dice la IA: “Ce ccosa" nel dialetto salentino significa "che cosa", un'espressione interrogativa comune, ma il salentino è ricco di termini specifici e intraducibili come "Stau picciusa" (non so che scegliere), "Lampu" (esclamazione per l'inaspettato), e "Mena" (sbrigati), che mostrano la sua complessità e le influenze storiche, con varianti tra le aree leccese, brindisina e tarantina. IA. – Tu e la tua IA mi avete stufato. – Non è mia. – E di chi è? – Ho interrogato la IA e sai che cosa ha risposto? – Che tu sei il più sapienti di tutti, perché sai di non sapere, e soprattutto sai che per non essere buttato nel baratro, devi bere la cicuta, vedi post 20 aprile 2024, “La coppa di veleno”. – No. – E che cosa, allora? – Quello che abbiamo detto la volta scorsa. – Ecco, ancora una volta ci sei riuscito! – A fare che cosa? – A sviare il discorso, allungandolo con amenità non tanto amene e ridondanze. – A quale fine? – Senza fine. – In entrambi i sensi, vero? – Vero. – Ricapitoliamo. – Oh, i nostri numeri! Avevamo dimenticato i nostri numeri! – Avevi parafrasato un predicatore di tanti anni fa. – Ma non sai il bello? – No. – Settant’anni dopo, la IA interpreta e commenta. – Caspita! – “La frase "Oh! i nostri morti, avevamo dimenticato i nostri morti" esprime un risveglio improvviso alla consapevolezza dei defunti, un'espressione di nostalgia e rimpianto per averli trascurati, spesso legata a momenti di ricordo come il Giorno dei Morti, e riflette un sentimento profondo di come il legame con chi non c'è più possa riaffiorare con forza, trasformando la perdita in una presenza viva nei nostri cuori e nella nostra memoria. […] Come viene vissuto questo sentimento? Presenza Continua: Si manifesta attraverso il ricordo vivo, i gesti quotidiani, la sensazione che i defunti siano ancora vicini, magari come una guida o una luce. Dalla Tristezza alla Forza: Il dolore si trasforma in forza, nella fiducia che il loro ricordo illumini il cammino e che l'amore non si spenga con la morte.” – Questa sintesi della IA mi è piaciuta. – Manca Platone. – In che senso? – Nel senso che Platone non manca mai. – Non capisco, volevi dire non dovrebbe mancare mai. – Infatti, nella IA era sottinteso. – Ma tu l’hai inteso, pur senza interrogarla, perché avrebbe risposto, se tu l’avessi interrogata. – Troppe ipotesi, restiamo sul terreno dell’intelligenza naturale. – La tua? – Sì. – Non commento. – È meglio. – Molto meglio

Silvio Minieri ha detto...

– Hai letto i due post su “Rhetor Magister”? – Sì, ma non voglio rileggerli. –Si parlava del “Menesseno”. – Questa volta, ti precedo: “Nel Menesseno di Platone, i defunti sono oggetto di un discorso funebre (epitaffio) che ne celebra la virtù civica e il sacrificio per la patria, con l'intento di consolare i vivi e guidarli moralmente, promuovendo l'imitazione delle loro gesta eroiche, mentre la morte in guerra è vista come onorevole, garantendo sepoltura e lode, e un forte messaggio di virtù e bene comune emerge dalla rievocazione della storia ateniese e dei suoi caduti.” – Manca l’ironia di Socrate. – Quando dice di inebriarsi nel sentire le orazioni funebri in onore dei caduti per la patria? – Sì. – Hai capito perché gli hanno fatto bere la cicuta? – Non hanno compreso la sua ironia. – Io direi che non hanno gradito. – Ho come la sensazione che stai facendo dell’ironia. – Io, quando mai? Via, via! Guardie a me! Estromettetelo con la forza da questo Blog! – Oppure? – La vedi questa coppa? – Con quel liquido di colore giallastro? – Vino bianco giallo paglierino. – Brinda alla mia salute. – Finirai nel baratro. – Tu sei già sprofondato. – Ti trascinerò con me. – Impossibile! – Perché sono un’entità logica. – Ecco, vedi? – Che cosa? – Dovevamo parlare di filosofia del linguaggio, di Scardanelli e del Rical, anche se non era in scaletta. – Il Rical? Che cosa è? – Il ricalcolo a loop (anelli). – Meno male che non ne abbiamo parlato. – Perché? – Avremmo fatto solo teatro. – È il nostro ruolo. – Dammi quella coppa di vino giallo paglierino? – Preferisci bere un calice di vino, invece di fare il giullare? – Sì, tu sarai il mio assaggiatore. – No, io assaggio solo il vino rosso. – Perché? – Seguo il consiglio di Avicenna. – Bevi il vino, perché si abbina meglio al cibo marocchino? – Non potevi perderti la rima? – No. – Ecco, comunque, il consiglio del filosofo, scienziato, medico e salutista arabo: “Di notte in casa, alla luce di una lampada, leggevo e scrivevo, e quando il sonno mi sopraffaceva, quando sentivo indebolirsi le forze, bevevo un calice di vino rosso per sorreggerle, e ricominciavo a leggere.” – Mi ricordi Nazar. – Chi è? – Il protagonista del racconto “I due cani gemelli”. – Non si trova sul Blog? – No, lo riproporremo. – Abbiamo messo troppa carne a cuocere. – È necessario, dunque, innalzare più volta i calici. – E brindare. – Gaudeamus igitur. – Ad maiora semper. – Non come Lafleur. – Chi, il pazzoide? – Lo schizo delle stelle della solitudine. – Ah!

Silvio Minieri ha detto...

LE STELLE DELLA SOLITUDINE

Quando tutti i commensali ebbero finito di sistemarsi, allora ebbe inizio la cena ed ebbe inizio con un brindisi propiziatorio della padrona di casa.
Luisa Iorio levò in alto il calice di vino bianco e brindò, pronunciando con raggiante sorriso queste parole:
"Al giovane e valoroso Timodoro ed a voi tutti che ascoltate e quindi mirate il tesoro di pensieri, che come acqua limpida e preziosissima sgorga e fluisce da quell'impareggiabile sorgente d'intelligenza e di sapere."
E subito dopo, con aria solenne, aggiunse:
"In alto i nostri calici ed in alto i nostri cuori."
Luisa Iorio accostò l'orlo della coppa alle labbra e bevve o simulò di bere, imitata in maniera più concreta da tutti gli altri, compreso me, Lafleur, sommelier d'ogni occasione.
"E davvero le donne colte nell'atto di bere vino erano punite con la morte?"
L'interrogativo di Timodoro mi sorprese, soprattutto perché inequivocabilmente indirizzato al gesto della sua protettrice, sebbene a me formalmente rivolto per un'eventuale risposta.
"Bere vino per loro era come tradire!" dissi.
Timodoro tacque un istante, poi replicò: "La morte per alto tradimento! Non l'adulterio, dunque: colpa altra questo, come lei, Lafleur, aveva dapprima introdotto, citando Nietzsche."
"Giusto!" esclamai "Giustissimo!"
Guardai Luisa Iorio. La donna fissava Timodoro. Il giovane alzò lo sguardo verso di lei e disse sorridendo:
"Il vecchio Catone sosteneva che l'usanza dei baci tra parenti si era sviluppata proprio per tenere sotto controllo le donne."
"Baciandole, potevano annusarne l'odore di vino, o Timodoro?" interloquì interrogando il pensatore di Pino.
"Quale il significato del bacio?" rispose con un'altra domanda l'interrogato.
Luisa Iorio si era alzata in piedi e con passo incerto, quasi fosse attratta da altri pensieri, si avviò così assorta verso le cucine.
"Quale il significato del bacio?" ribadì Timodoro. "Un bacio avrebbe significato: so di vino?"
Timodoro guardava il pensatore di Pino, che ora appariva abbastanza soddisfatto, ma che, comunque, tenne a porre l'osservazione: "E la pena di morte, di certo, non veniva comminata, perché esse, le donne romane, sotto l'effetto del vino disimparavano a dire di no, no?"
"No, certo" disse Timodoro.
"No" dissi io.
"Il bere vino, a prescindere dall'adulterio" disse Arasio.
"Eh, sì!" concluse il pensatore di Pino.
E quest'ultima affermazione conclusiva concordava con le nostre precedenti negazioni, quella mia e quella di Timodoro.
Luisa Iorio era rientrata dalla cucina e si accostò alle spalle di Timodoro. Il giovane si voltò a sinistra, dalla parte dove lei era sopraggiunta. E mentre la donna chinò sorridente la testa verso di lui, per baciarlo su una tempia, il giovane sollevò inopinatamente il capo. E così accadde che, scontrandosi (o incontrandosi) i due si diedero un lieve bacio sulla bocca.
La fidanzata di Timodoro guardava indifferente. Così, almeno, appariva.
"So di vino?" chiese Luisa Iorio maliziosa e senza attendere ed ottenere risposta, andò a sedersi nuovamente al suo posto.
"Quale la sua sentenza, signor Lafleur?" mi domandò a sorpresa Timodoro.
Tutti mi guardavano. Ed allora afferrai l'elegante caraffa di cristallo, su cui erano scolpiti grappoli d'uva, e versai nel mio calice il vino bianco, d'oro pallido. Alzai in alto il calice, passai in rassegna le mute espressioni degli astanti e pronunciai forte e chiaro, scandendo le parole:
"Sursum corda! In alto i nostri cuori!"
E questa mia battuta, che ostentava un'artificiale e forzata allegria, cadde nel vuoto del silenzio dei presenti e raggiunse così più in fretta il fondo desolato della mia coscienza. Che buffonata, Lafleur!

Silvio Minieri ha detto...

Bevvi, non imitato nel gesto da nessuno dei presenti.
"Lafleur!" disse all'improvviso la bionda ragazza, compagna di Timodoro. Esitò incerta e poi continuò: “Ma lei...Lafleur! ... Lei è ...!".
La frase della giovanissima rimase sospesa nel vuoto, appena accennata e come inseguita dal senso di meraviglia di chi l'aveva così pronunciata.
M'illuminai in volto, di una luce impalpabile e ambigua:
"Io... io... sono Nietzsche a Torino" dissi, dopo una prima breve incertezza, tutto d'un fiato. E sorrisi.
Ed ora, sorridevano Arasio e la consorte, sorrideva il pensatore di Pino e, lo sguardo vivace, sorrideva Julia Gesualdi, sorrideva, interdetta, la bionda giovanissima, disincantato e perplesso sorrideva Timodoro, svagato ed assente appariva Francesco Colunno, infastidita Luisa Iorio.
Ed ora? Cammino sotto i portici e sento risuonare i miei passi. Dove sono? Sono in casa degli Iorio Colunno, ma al tempo stesso io, il Lafleur ubiquo, vago per la città.
Sono estasiato.
“Torino è una città superba... una città signorile ed aristocratica...
Torino? È la città del mio cuore. Addirittura l'unica. Una calma quasi regale. Un luogo classico... una sfumatura di colori dal giallo al rosso bruno... un gradevole soffio di diciottesimo secolo... avere la visione delle Alpi nevose al centro della città! Le strade rettilinee che sembrano correrci dentro! Aria secca di una limpidità sublime. Mai avrei immaginato che, per effetto della luce, una città divenisse così bella.
Torino è una città fantastica... vanta ampi e splendidi portici, lo snodarsi di un colonnato che percorre tutte le strade principali... e un tale lindore, un fascino di pietre e di marmi, tanto che sembra di stare in un salotto... la maestosa piazza Carlo Alberto di fronte al grandioso palazzo Carignano... un grande fiume delimita la città da una parte. Rive altamente pittoresche. Dovunque, antichi ed ampi viali ricchi di alberi, degni di una residenza reale d'altri tempi.
Torino è una scoperta capitale... la città mi è simpatica in maniera indescrivibile. Torino è l'unica grande città, in cui sto volentieri... cammino incantato per queste strade grandiose. E dove si trova una pavimentazione come questa! Un paradiso al passaggio e allo sguardo! ...
Torino! Questa è la città che veramente mi si addice... che città dignitosa e solenne... una tranquillità aristocratica mantenuta dovunque... che piazze austere e maestose... i più bei caffè che ho mai visto... queste arcate hanno qualcosa di necessario: sono così spaziose che non opprimono. Di sera sul ponte del Po: meraviglioso! Al di là del bene e del male!”
Così scriveva Nietzsche nel suo epistolario, prima del crollo psichico a Torino, così ripete Lafleur, imitando come un pappagallo.
Ma un gelo mi era caduto nel petto, stringendo in una ghirlanda di ghiaccio il mio cuore. Ed io mi sentivo lontanissimo e sperduto, dis-locato. Ero fuori dal mio luogo e distante, infinitamente distante dal mio io. Dov'ero?
Io, quella sera, nella casa degli Iorio Colunno, credetti di raggiungere il punto di non ritorno, sul finire di quella cena, inaugurata con il brindisi della donna: "In alto i nostri cuori!". Avevo imitato il gesto e l'auspicio avevo io rinnovato, quasi rassomigliassero i nostri sentimenti. Ed invece erano infinitamente distanti, infinitamente lontani. E nella loro siderale lontananza, rappresentavano le stelle della solitudine, sperdute nelle profondità abissali del vuoto cosmico, lì dove brillavano come remotissimi punti luminosi, tremolanti nel cupo azzurro, lassù, in alto, nella inviolata volta del firmamento, a rispecchiare il silenzio e il deserto dei nostri cuori.

Silvio Minieri ha detto...

COMMENTO
Questo brano di “letteratura leggera”, tra l’ironico e il malinconico, contiene nel suo finale un accenno al tema dell’esilio come solitudine interiore e disorientamento: “Ma un gelo mi era caduto nel petto, stringendo in una ghirlanda di ghiaccio il mio cuore. Ed io mi sentivo lontanissimo e sperduto, dis-locato. Ero fuori dal mio luogo e distante, infinitamente distante dal mio io. Dov'ero?”
Il paesaggio che colloca fuori dal suo centro (dis-loca) l’io del protagonista è quello abitato dall’anima straniera, un luogo classico della filosofia risalente all’orfismo di Platone e per altro verso giunto fino a noi dalla cultura d’Oriente ed a lungo frequentato, soprattutto nei secoli dal II al IV dell'era cristiana, dalla letteratura gnostica, di cui oggi conserviamo soltanto gli echi.
Questa condizione psicologica dell’anima straniera è pienamente sperimentata da chiunque per una qualsiasi motivo è costretto ad emigrare dalla propria patria, come dire l’espatriato. Ora, “emigrare” vuol dire abbandonare la terra di origine e recarsi in un luogo “straniero”, e come ci racconta la metafora della vita straniera, a coloro che sono del luogo, a causa del suo diverso comportamento, lo straniero appare “strano”. Presto, comunque, lo straniero familiarizza con i luoghi che si trova ad abitare ed in questo stato si “assopisce” e dimentica la sua origine fino al momento del “risveglio”. Accade ad un tratto che egli non riconosca più i luoghi abituali e comincia ad avvertire un forte sentimento di nostalgia per la patria “perduta”, dove aspira a ritornare, una “perdita” del “tempo” della propria vita, prima ancora che uno smarrimento dei luoghi. In questo senso, l’esilio finisce per contrassegnarsi più come l’oltrepassamento di un invisibile “confine” interiore che un passaggio reale oltre frontiera.
La condizione descritta, quella mossa dal sentimento dell’anima straniera, è la condizione psicologica propria sia dell’esule, quello confinato lontano dalla propria patria per motivi politici, sia dell’emigrato, colui che espatria alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita.
Non è certo però questa la condizione di Lafleur a Torino. Ed allora perché il suo stato di “spaesamento”, quello smarrimento di gelo nel cuore lo avvicina all’anima straniera?
Lafleur si è recato da Roma a Torino, perché invaghito di una fanciulla del luogo, dove viene a trovarsi fuori dal consueto habitat della propria residenza. Qui, sfumata la presenza femminile, che lo tiene legato ai luoghi, prende a frequentare la casa degli Iorio Colunno, una coppia di coniugi, provenienti dalla vicenda dell’uomo camuffato, trasferitisi a Torino da Ponte, verosimile località della Puglia, in cerca di una sistemazione migliore. Quando però Lafleur capisce di avere perduto il favore della padrona di casa, per l’arrivo di un più giovane ospite, allora avverte tutta la falsità del suo stato (“Che buffonata, Lafleur!”), una profonda solitudine, che si traduce nell’immagine poetica dello smarrimento cosmico. È questa un’immagine dettata da un forte sentimento di nostalgia e di lontananza, la distanza infinita dalla propria identità perduta, un esilio dell’anima.

Silvio Minieri ha detto...

Nota
A questo punto dovrei affrontare con “serietà” il tema della “distanza” e della “nostalgia”, che contraddistingue lo stato proprio dell’esilio. Ma trattandosi di un commento ad un testo di “letteratura leggera” non mi sembra questo il luogo. Non dimentichiamo che Lafleur è un personaggio abbastanza stravagante, sofferente di uno stato di alterazione psichica, forse simulato per mascherare crimini commessi, che prima finisce in prigione, poi in manicomio ed infine fuggiasco in Sudamerica, dove si compie il suo destino.
Pertanto mi riservo di trattare il tema prossimamente in un breve saggio dal titolo provvisorio: “L’esilio e il silenzio del tempo”, prendendo spunto da una riflessione sulle parole d’introduzione al tema dell’emigrazione, pronunciate dalla conduttrice del programma radiofonico: “Brussellando”, in onda sulle frequenze di Radio Alma 101.9, l’unica radio italiana a Bruxelles, nella trasmissione inaugurale dell’ottava stagione radiofonica del programma, tenuta il 30 settembre 2014.

Silvio Minieri ha detto...

Post Scriptum
A questo punto, nel riesumare i miei personiti, un'incursione nel passato, ho menzionato diversi scritti, che saranno pubblicati nei prossimi giorni. - Arrivederci. - Chi è? - Io. - E che vuoi? - Hai la faccia sporca di farina. - Ma stai zitto e vattene via, buffone! - Ritornerò. - Un revenant. - E tu uno zombie. - Fine.

Silvio Minieri ha detto...

Post Scriptum
Ho riesumato diversi miei personiti, un'incursione nel passato, menzionando diversi scritti, che saranno pubblicati nei prossimi giorni. - Arrivederci. - Chi è? - Io. - E che vuoi? - Hai la faccia sporca di farina. - Ma stai zitto e vattene via, buffone! - Ritornerò. - Un revenant. - E tu uno zombie. - Fine.