mercoledì 7 gennaio 2026

Narrativa

  

           Aldilà dei vetri



6 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

ALDILÀ DEI VETRI
Interpretazione di un frammento poetico anonimo

1. La luce nella notte
Tempo fa, mi sono imbattuto nel testo anonimo di una poesia, un frammento forse colto su una qualche rivista letteraria, ora non ricordo. Quello che però ricordo sono i due o tre versi: “Fu quel giorno / in cui di notte accesero la luce / che rivelò lo strazio del mio cuore.” Questi versi allora mi apparvero abbastanza enigmatici, ma non tanto da non essere decifrati, per cui ne tentai un’esegesi. Nell’opera, mi fu d’aiuto un commento apposto a quel frammento: “Urlo notturno o incubo”. Probabilmente era il titolo da assegnare alla poesia.
Il giorno, in cui di notte accesero la luce, è sicuramente la giornata nell’arco delle ventiquattro ore, riferita alla sua parte notturna. Ma perché il poeta sente il bisogno di nominare il giorno? Non poteva nominare direttamente la notte? “Fu quella notte in cui…” O magari più genericamente, se costretto da qualche esigenza di metro, poteva scrivere: “Fu quella volta, in cui di notte...” Non so dire se quei versi fossero una bozza o un frammento del testo poetico, anche se propendo per questa seconda alternativa. In questo caso, si trattava di una precisa scelta, e me ne convinsi seguendo questo mio ragionamento. L’immagine poetica andava al di là della distinzione tra notte e giorno, che segna il nostro tempo mondano. L’alternarsi della luce e dell’ombra è data dalla rotazione terrestre, quindi è il sole ad assegnare alla terra il giorno e la notte. Che cosa significa questo? Il poeta voleva forse suggerire il respiro di un tempo cosmico, che trascende il tempo quotidiano dei mortali? È probabile, ma poteva anche pensarsi che quella del giorno fosse una metafora. Donde nascevano questi miei pensieri nell’interpretare quei versi?
È necessario rispondere a questa domanda, se si vuole stabilire un paradigma ermeneutico, che abbia un minimo di validità. Il retroterra della poesia, quella messa in versi, è una certa conoscenza della letteratura in cui si scrive, che poi si rifà sempre a quella classica, per la cultura occidentale, la letteratura latina e greca.
Ora a tutti è noto, anche se non nei particolari, ma nel suo tratto più generico, il mito della Sfinge, il mostro con il corpo di leone e la testa umana, di guardia alle porte della città di Tebe. A chiunque voleva entrare veniva posto un indovinello, e se non sapeva risolverlo veniva divorato dall’animale, come riferisce Eschilo. La formulazione dell’indovinello è riportata in forma diversa da vari autori e si può così riassumere: quale essere da quadrupede diventa bipede e poi tripede? L’enigma fu risolto da Edipo, che nella risposta indicò l’uomo, che gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia a un bastone da anziano. Sono le varie età della vita umana dal suo sorgere alla sua fine, una metafora del giorno, simile alla parabola che compie il sole all’orizzonte, ascendente nell’infanzia, al culmine nell’età adulta, al tramonto nella vecchiaia.

Silvio Minieri ha detto...

È questo verosimilmente il fondo di coscienza, da cui sorgeva l’ispirazione dello sconosciuto poeta di quei versi. Ecco perché egli nomina il giorno, anche se in maniera puntuale. Infatti, noi così possiamo tradurre il verso: “Fu in quel momento della vita, (il giorno), in cui l’accendersi della luce di notte rivelò lo strazio del cuore.”
In questo modo, possiamo aver risolto il piccolo enigma della nomina del giorno, che ingloba nel ciclo della sua durata anche le ombre della notte. E nel dire “notte”, ci rendiamo conto di avere colto un'altra parola essenziale del frammento poetico. Nel giorno, di notte, accesero la luce. Qui l’ispirazione poetica ha suggerito il contrasto tra la luce del giorno e l’oscurità della notte, ed in quest’oscurità si rende necessario accendere la luce. Perché?
Se di notte, noi veniamo svegliati di colpo da un rumore improvviso, così forte da destarci, nelle tenebre, dopo l’emozione del sussulto, noi vogliamo capire, e capire significa volerci vedere chiaro. Quindi, pur sapendo di dover subito restringere gli occhi abbagliati, noi accendiamo la luce, per scoprire la causa di quel rumore, ladri notturni forse. Il poeta comunque dice: “accesero la luce”. Non è lui ad accendere la luce, perché svegliato di soprassalto nel cuore della notte. Chi, allora? Altri, e nel dire altri, noi dobbiamo pensare al plurale: “accesero”.
A questo punto, scherzosamente, seguendo l’immagine poetica in esegesi, possiamo dire che pur con la luce accesa non scorgiamo nulla. Non riusciamo ancora a veder chiaro nel testo. Ed allora per orientarci, ricorriamo all’aiuto del commento, forse il titolo della poesia: “Urlo notturno o incubo”. È l’urlo il rumore che squarcia il cuore della notte ed anche il cuore del poeta? Abbiamo detto che non è lui ad essere svegliato di soprassalto, avevamo fatta questa ipotesi, ma forse questa può rivelarsi infondata: non è lui ad accendere la luce, certo, ma non è detto che anche lui non stesse dormendo e quindi sia stato destato dall’urlo, come gli altri che hanno acceso la luce. Ma a chi appartiene quell’urlo nella notte, che sveglia, a quanto possiamo dire, un po’ tutti? Il commento dice: “Urlo notturno o incubo”. È un’alternativa? Possiamo, però, pensare che il poeta, nel caso queste parole costituiscano il titolo della poesia, voglia invece intendere che il tema è l’urlo notturno o l’incubo, come dire lo stesso.
Ora, il tema centrale della poesia, sembra essere lo “strazio del cuore”, quello strazio rivelato dall’urlo che fa svegliare nella notte quei tutti che hanno acceso la luce, gli altri, il soggetto plurale sottinteso dell’azione dell’accendere la luce. È ovvio che la luce venga accesa per l’improvviso sussulto e sgomento che l’urlo notturno genera. Se quindi gli altri hanno acceso la luce, l’urlo è del poeta, almeno così dobbiamo pensare, e questo nostro pensiero viene rafforzato dall’assimilazione dell’urlo all’incubo, o è meglio dire, la concatenazione tra l’incubo e l’urlo, con il conseguente risveglio di chi nella notte viene raggiunto dall’urlo, urlante compreso, se dormiente. Che cosa possiamo dire di sapere, a questo punto? Il poeta voleva trasmetterci questa sua emozione di un incubo, non sappiamo quale, sofferto, e così ha poetato lo stato del suo animo tumultuante, il cuore straziato. Altro il frammento poetico non dice, né altro possiamo sapere di quello strazio del cuore, al di fuori del dolore che lo strazio comporta. L’interpretazione dei versi poteva fermarsi qui, ma poi mi è accaduto di leggere un racconto gotico, che mi ha indotto a proseguire la mia indagine esegetica sull’anonimo frammento poetico.

Silvio Minieri ha detto...

2. Il grido del defunto Lord Timothy
Sfogliando un’antologia, “I grandi racconti gotici”, comprendente scritti di autori della “Literary of Terror”, che va dal 1760 al 1820, oltre ai nomi più conosciuti, come Horace Walpole, “Il castello di Otranto”, Ann Radcliffe, “Il confessionale dei Penitenti Neri”, Mary Shilley, “Frankenstein”, fui attirato dal nome di Emily Alcott Northanger, o meglio dal titolo del racconto: “Il grido del defunto Lord Timothy”.
Quello che mi aveva colpito nella frase era il “grido”, perché associato a un defunto. Mi ricordai del frammento poetico o forse no, soltanto inconsciamente, fui spinto a leggere il racconto, all’inizio abbastanza noioso in verità. Bernard Timothy, Barone di Guildford, aveva sposato la deliziosa Alice Hamilton, signora della Contea di Basingstoke ed insieme erano andati ad abitare nel Castello di Aldershot, dove vivevano tranquilli, assieme a due figli piccoli, nati dal matrimonio. Sir Timothy era occupato a gestire i suoi possedimenti di campagna e seguiva anche gli affari politici, recandosi a Londra, come membro della Camera dei Lord. Poi, un giorno, si era ammalato e dopo alcuni mesi era morto. La giovane vedova aveva deciso che la camera nuziale, dove il marito si era spento, rimanesse intatta com’era ed era traslocata in un’altra stanza situata nello stesso corridoio. La narratrice raccontava il particolare che Lady Hamilton, nei primi tempi, alzandosi quasi ogni notte, era solita passare davanti all’ex-camera nuziale con la porta tenuta aperta e lanciava occhiate in direzione del buio dov’era il letto, quasi a voler distinguere nell’ombra la sagoma distesa del marito, non un morto, ma un dormiente. Con il tempo, aveva diradato quest’abitudine ed infine si era spostata con i figli in un’altra ala del castello. Un anno dopo il lutto, aveva conosciuto un giovane nobile, che aveva frequentato per mesi, contraendo infine con lui un nuovo matrimonio. Era sopraggiunta la gravidanza e poco prima della nuova nascita, Lady Hamilton aveva fatto un sogno. Vedeva il vetro di una grande finestra illuminata dal sole, alla base spuntava prima una capigliatura, poi pian piano si disegnava la testolina di un bambino e il suo sorriso e presto altri piccoli volti sorridenti apparvero sulla finestra. La giovane Alice si svegliò leggermente turbata, con un ritornello nella mente: “La vita sorride alla morte”. Era una frase letta dove? O pronunciata da chi? Era turbata e non sapeva dire perché, poi le immagini del sogno svanirono e lei fu presa di nuovo dagli affari quotidiani domestici.

Silvio Minieri ha detto...

A questo punto della lettura fui colto dal dubbio e andai a controllare il titolo del racconto nella lingua originale: “Smiles of childrens across the window”. Dov’era il “gotico”? Continuai, in attesa del finale, confidando nel titolo italiano del racconto. Lady Hamilton, con la crescita del nuovo neonato e pensando a possibili futuri eventi, decise di riorganizzare la casa, dismise la ex-stanza nuziale, adibendola a biblioteca studio per il nuovo marito e tornò ad abitare quell’ala del castello assieme a tutta la famiglia. Una notte… e qui iniziava il “gotico” … Una notte Lord Timothy tornò a dormire nel suo letto ed ogni notte sentiva la moglie passare davanti alla sua porta e lanciare un’occhiata nella sua direzione. Restava sveglio e immobile per non impensierirla e si muoveva soltanto quando capiva che lei era tornata a dormire e non poteva più avvertire i suoi movimenti. Poi una notte Bernard ebbe un sogno: alla base del vetro di una finestra illuminata dal sole vide la capigliatura di un bambino, presentì che sarebbe apparsa una testolina ed un piccolo volto sorridente e allora iniziò ad urlare in maniera soffocata nel sonno. La testolina apparve ed anche il sorriso del bambino, il terrorizzato Lord Timothy cominciò ad urlare e continuò disperato quando comparvero ai vetri della finestra gli altri piccoli volti sorridenti. Nell’ombra vide la sagoma scura di Lady Hamilton che attraversava lo specchio della porta nel corridoio. Era sveglio o dormiva? Era morto. Il suo era il grido del defunto Lord Timothy. Fine. Che strano racconto! Volevo saperne di più ed ho cercato nella letteratura inglese altri testi di Emily Alcott Northanger, ma non ne ho trovati. La scarna biografia dell’autrice, poche righe nell’antologia, non mi ha aiutato. Poetessa e scrittrice del secolo XVIII, impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile. Nient’altro di significativo.
Sono ritornato sull’opera, bisogna interpretare i testi, non i pensieri dell’autore, o meglio quelli soltanto desumibili dal suo testo. Nel racconto è chiaro che il sogno di una futura mamma felice diventa un incubo per il defunto marito. E quella sua mancata rassegnazione alla morte, la fuga terrorizzata di fronte all’incalzare della vita sempre nuova e gioiosa, nell’apparizione “across the window”, “aldilà dei vetri”, del sorriso dei bimbi, diventa “il grido del defunto Lord Timothy”. La conversione del titolo nella traduzione era autorizzato da quel finale “gotico”, anche se magari l’ispirazione alla storia era stata data alla Alcott dal timore, riversato sul suo personaggio, Lady Hamilton, di offendere la memoria del suo amore defunto, incalzato dalla nuova vita. Ma non sorride la vita alla morte?

Silvio Minieri ha detto...

3. Il cuore straziato
Ed ora mi tocca ritornare all’interpretazione del mio frammento poetico, nel senso del frammento poetico da me rintracciato su una delle riviste letterarie, che periodicamente vado a sfogliare. Era proprio necessario specificare che il poeta non sono io? Dante Alighieri prima scriveva le poesie e poi le commentava, come fa con la canzone: “Donne ch’avete intelletto d’amore…”, che commenta nella “Vita Nova”. Io non sono Dante Alighieri, è chiaro, ma un mestierante. Per far capire il paragone, assomiglio a quei cicloamatori che per imitare i ciclisti professionisti, quando arrivano al traguardo, alzano le braccia al cielo, in segno di vittoria.
Perché il cuore di Bernard è straziato? Approfittiamo del nome del protagonista defunto del racconto gotico di Emily Alcott Northanger, per assegnarlo al nostro anonimo poeta. Bernard non è defunto, ma il suo incubo forse è quell’accadimento notturno, il momento che non appartiene né alla morte né alla vita, illuminato dall’accensione della luce, al suo risveglio straziato nel cuore della notte.
Ecco, il cuore e lo strazio. Per Aristotele il cuore è il principio della vita, e quindi anche dell’intelligenza e del pensiero. Se il cuore si strazia, sanguina e la vita fluisce. Questo fluire della vita al di fuori del cuore del poeta ne indica il suo approssimarsi alla fine. Egli morirà e quei sorrisi aldilà dei vetri della finestra rappresentano la vita che si affaccia in tutta la sua innocenza, mentre Bernard sprofonda nel buio della morte. Ecco perché il sogno di Lady Hamilton lascia quella strana traccia poi svanita: “La giovane Alice si svegliò leggermente turbata, con un ritornello nella mente: “La vita sorride alla morte”. Era una frase letta dove? O pronunciata da chi? Era turbata e non sapeva dire perché, poi le immagini del sogno svanirono e lei fu presa di nuovo dagli affari quotidiani domestici.”
È soltanto questo lo strazio del cuore di Bernard? Quel sorridere della vita alla morte, che ora lo incalza? O lo strazio appartiene al suo cuore, perché quei sorrisi ai vetri della finestra gli appartengono, sono il suo cuore e il suo sangue?
Con questi interrogativi abbiamo annodato due passioni apparentemente diverse, avendo sovrapposto alla tonalità emotiva dell’anonimo frammento poetico, con quel momento notturno fuori del tempo, illuminato dalla luce che si accende nella notte, le impressioni attribuite al grido del defunto Lord Timothy della scrittrice inglese. Forse abbiamo fatto un po’ di confusione o forse no. I sogni rivelano in simboli gli archetipi dell’Inconscio. Nel mare dell’Inconscio collettivo le molte isole degli Inconsci individuali formano un arcipelago, dice Jung. Nulla esclude che il cuore straziato dell’anonimo poeta del frammento e la fantasia romantica dell’autrice del racconto gotico, nell’arcipelago degli inconsci individuali, siano isole strettamente vicine.

Silvio Minieri ha detto...

IMMAGINE
Johann Heinrich Füssli, “L’incubo”, 1790-91, Goethe Museum Frankfurt-am-Main.