1. Un’impossibile salvezza “Si trovano ottocento porte per ottocento giusti, un giusto vale tutti i giusti.” Questa affermazione, l’autore sugli “Studi sull’Aldilà”, riferiva di averla ricavata dal “Libro di Attanasio”, un testo apocrifo di data incerta, probabilmente tra il I e il II secolo d.C. Mi sono sempre chiesto il perché di quel numero, ma andiamo per ordine, e spiego dove e come ho letto questa frase, e perché mi è tornata recentemente alla memoria. Anni fa, viaggiavo per l’Italia e l’estero, quella volta ero andato con Maria Giulia, la mia compagna degli ultimi anni della mia vita, allora eravamo all’inizio della nostra relazione, dicevo ero andato, o meglio eravamo andati a Firenze da Roma, dove siamo diventati stanziali. Lei proveniva dalla Tunisia, dove era nata da genitori italiani, io da Napoli, ci siamo incontrati ad Ischia, in vacanza, ci ritrovammo l’anno dopo a Paestum, in visita ai templi, da allora stiamo insieme, viaggiamo, e facciamo base nella capitale. Nella biblioteca nazionale di Firenze, trovai un libro, credo di uno scrittore tedesco, non ricordo bene il titolo, soltanto il sottotitolo: “Studi sull’Aldilà”. Parlava dei vari miti d’oltretomba degli Egizi, dei greci, dei latini, di testi ebraici e testi dei primi secoli cristiani e dell’alto Medio Evo, e di antichi apocrifi, tra cui quello abbastanza sconosciuto forse di un monaco cristiano d’Oriente, tradotto dal greco, a cui era stato dato il titolo, è presumibile, dal nome dell’autore: “Il libro di Attanasio”. Il riferimento era alla Bibbia ebraica: dopo la morte, le anime andavano nello sheol e di lì o precipitavano nella geenna, un luogo di eterno castigo, oppure erano destinate ai giardini dell’Eden, come ricompensa per la loro buona condotta di vita. Nei cieli era situata la dimora di Dio, e si trovavano anche ottocento porte per ottocento giusti: un giusto vale tutti i giusti, era il commento. Perché ottocento? Indubbiamente, si trattava di un numero simbolico, ma qual era il simbolo? E il commento non aiutava a chiarire: “Un giusto vale tutti i giusti.” Poi, gli interrogativi si dissolsero, non appena io e Maria Giulia ci ritrovammo al Ponte Vecchio, nel pomeriggio lei aveva fatto shopping, passeggiammo ancora un po', quindi andammo a fare uno spuntino serale, e in attesa del treno per Roma, ci intrattenemmo in Piazza della Repubblica. Non so perché, ma al mio sguardo il grigio crepuscolare del giorno alla fine rischiarò la piazza di una luce irreale, come confusa con le ombre imminenti della sera impallidite dall’illuminazione pubblica. Volsi lo sguardo al cielo, ancora chiaro nell’azzurro imbrunito, ed ebbi come il senso dell’eskaton, l’attesa del compimento del mio destino ultimo. Era la suggestione delle mie letture o il momento esistenziale? Così quella sera, le sue luci irreali, non vicina ad altre ombre e luci irreali di altre sere.
Un giusto vale tutto i giusti, la scelta dei principi nell’azione, la legge morale di Kant, l’associazione di idee, devo dirlo, mi venne in mente leggendo “Le parole” di Sartre, le ultime pagine dell’autobiografia del filosofo francese, dove conclude, individuando nella scrittura il fine della sua vita: “Una mattina , nel 1917, a La Rochelle, aspettavo i mie compagni con cui andare insieme al liceo; erano in ritardo e presto non seppi più che cosa inventare per distrarmi, decisi di pensare all’Onnipotente. Immediatamente scivolò nel cielo e sparì senza dare spiegazioni: non esiste, mi dissi con stupore di cortesia, e credetti risolto il problema. E in certo modo era risolto, dato che mai, in seguito, ho avuto la minima intenzione di riaprirlo. Ma l’Altro rimaneva, l’Invisibile, lo Spirito Santo, colui che era garante del mio mandato e che signoreggiava la mia vita, per mezzo di grandi forze anonime e sacre. Di quello feci tanto più fatica a liberarmi, in quanto si era installato nella parte posteriore della mia testa, nelle trafficate nozioni di cui mi servivo per capirmi, situarmi e giustificarmi. Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di strappare la mia vita al caso. Fui sacerdote, militante, volli salvarmi per mezzo delle opere; mistico, tentai di svelare il silenzio dell’essere, per mezzo di un rumorio irritato di parole, e soprattutto confusi le cose con i loro nomi: è avere fede. Avevo le traveggole, finché le ebbi, mi ritenni fuori pericolo. Mi riuscì a trent’anni questo bel colpo di scrivere in “La Nausea” – davvero sinceramente, credetemi – l’esistenza ingiustificata, salmastra dei miei congeneri e di mettere la mia fuori causa. […] L’illusione retrospettiva è in briciole; martirio, salvezza, immortalità, tutto si deteriora, l’edificio cade in rovina, ho acchiappato lo Spirito Santo nelle cantine e l’ho discacciato; l’ateismo è un’impresa crudele e di lungo respiro: io credo di averla condotta in porto. […] Ho smesso di investire, ma mi sono spretato: scrivo sempre. Che c’è da fare di diverso. Nulla dies sine linea. È la mia abitudine, e poi è il mio mestiere. Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo a offrirgli la sua immagine. […] Il mio unico problema era di salvarmi, a mani vuote e a tasche vuote, per mezzo del lavoro e della fede. Di colpo, la mia pura opinione non mi sollevava sopra a nessuno, senza equipaggiamento, senza attrezzatura, mi sono messo per intero all’opera per salvarmi tutto per intero. Se ripongo l’impossibile Salvezza nel ripostiglio degli attrezzi, che cosa resta? Tutto un uomo, fatto di tutti gli uomini: li vale tutti, chiunque li vale.” Chi legge con attenzione quest’ultima riga, il sigillo dell’autobiografia del filosofo francese, vi legge la sua massima morale, per una “impossibile Salvezza”. L’ateo pone a fronte del credente la sua etica: l’umanismo. Il senso ingiustificato della vita non è nella Salvezza e nella giustizia di un Dio che non esiste – coerentemente, in “L’Essere e il Nulla”, Sartre definisce quella di Cristo una passione inutile – ma nell’essere uomo, come tutti gli altri uomini: ogni azione di un uomo vale tutte le azioni degli uomini. Questa estensione del comportamento morale di ognuno nella regola più generale del comportamento umano è di chiara derivazione kantiana.
“In verità, è preferibile, nel giudizio etico, procedere sempre secondo il metodo rigoroso, e porre a base la formula generale dell’imperativo categorico: agisci secondo una massima che possa farsi al tempo stesso legge universale.” (“Fondazione della metafisica dei costumi”) Quello che di kantiano si può leggere in Sartre è quel ricorso del filosofo illuminista al principio dell’universalità: “I tre modi di rappresentare il principio della moralità non sono, in fondo, se non altrettante formule di una medesima legge, ognuna della quale racchiude in sé le altre due.” Kant esplicita quindi il tratto comune alle tre massime, le “formule”, consistente in tre aspetti: forma, materia, determinazione. Ai nostri fini, interessa, il primo: “Una forma che consiste nell’universalità; e allora la formula dell’imperativo etico si esprime così: doversi scegliere le massime come se avessero da valere come leggi di natura.” Questa dialettica tra libertà individuale e totalità degli altri esseri umani, che per Kant sono gli esseri razionali, è stata discussa da Sartre nell’ultima sua opera: “Critica della ragion dialettica”. Egli parte dal confronto dialettico tra esistenzialismo e marxismo, filosofia dominante, avente carattere storico, quindi unico strumento per interpretare la realtà del tempo e spiegare la dimensione essenziale della storia. Al contrario del pensiero borghese, che considera l’individuo un modello astratto, Sartre definisce l’individuo un soggetto reale condizionato dai rapporti di produzione, in relazione con altri individui nella sua condizione. Pertanto, parlare dell’individuo significa parlare di tutti gli altri individui, salvando però la specificità del singolo, il suo modo particolare di vivere la totalità. Non sono gli individui ad essere condizionati dai rapporti di produzione, ma è la loro azione a condizionare storicamente tali rapporti, ed in tal modo si fa salva la libertà dell’azione, contro un certo economicismo marxista, che riduce l’attività umana ai rapporti materiali di produzione, negando quella forma di umanismo in cui consiste l’esistenzialismo. (“L’esistenzialismo è un umanismo”, Conferenza, 1945). Sartre è un filosofo del ‘900, condizionato dal pensiero marxista, Kant è un filosofo illuminista del Settecento, il secolo della Ragione e dei Lumi, noi ora torniamo nei secoli bui del Medio Evo.
“… nell’egizia Tebe per le cento sue porte” (Iliade, IX, 495-6)
Le cento porte di Tebe egizia erano davvero cento? Maria Giulia sta facendo le parole crociate: “La città delle cento porte può essere Tebe? “Sono quattro caselle, le manca qualche incrocio. “Sì”, confermo. “Certo, te l’ho detto io.” E chi altri se no? La logica femminile è ferrea, inoppugnabile. Non replico, vado a controllare sul web, ricordavo la storia della Grecia antica: Atene, Sparta, Tebe. E a proposito del web, una mia conoscente che non si fidava di quello che dicevo andava a controllare continuamente sul suo iPhone le mie affermazioni. E io mi ricordavo altre verità sul tempo, quello meteorologico: “Che tempo fa oggi?” Fuori è nuvoloso, molto nuvoloso, il vento è cessato, sta per piovere. Risposta: “Non piove, c’è il sole.” Chi ha risposto, forse Maria Giulia, dice che ha appena controllato su internet. “Fuori c’è un sole splendente” dico, ma non attendo la replica. Mi ricordo di quel sergente che faceva lezione ai soldati: “Se io dico che fuori piove, ma fuori c’è il sole, e vi domando se fuori piove o c’è il sole, voi che rispondete? Qualcuno si volta a guardare fuori dalla finestra, gli altri rimangono in silenzio, aspettano da lui la risposta, hanno ragione. Non è il sergente a fare la lezione e a spiegare ai soldati quello che devono dire? Il sergente dubita se qualcuno ha capito che sta usando una metafora per spiegare il regolamento militare, ossia che i soldati devono eseguire gli ordini impartiti, anche se irragionevoli o apparentemente tali. Ma questo i soldati lo sanno bene, chissà se la pensano come quel generale di Hitler, che appena arrivava un ordine da Berlino, subito pensava a come fare per non eseguirlo. Non credo però se questa situazione possa paragonarsi all’interpretazione delle condizioni atmosferiche. Comunque, sono andato a controllare sul web, per capire se Tebe fosse la città delle cento porte, e ho trovato la citazione del Libro IX dell’Iliade. “Anche se mi offrisse dieci o venti volte di quello che possiede ora e di quello che possiederà o tutte le merci che affluiscono in Orcomeno o a Tebe d’Egitto, dove ci sono moltissime ricchezze nelle case, lì ci sono cento porte e da ognuna escono in campo duecento guerrieri con carri e cavalli; anche se mi desse tanti tesori quanti sono i granelli di sabbia e di polvere neppure così Agamennone placherebbe il mio cuore!” Achille non cede alle offerte riparatorie di Agamennone, che gli ha sottratto la schiava Briseide, la sua ira funesta aveva addotto infiniti mali agli Achei. Nel passo, l’uso dell’aggettivo, ἑκατομπυλόι hekatómpyloí “dalle cento porte” segue quella che possiamo definire la logica del numero tondo. Nel discorso non matematico, e quindi impreciso, le cifre si arrotondano, e forse il numero cento è quello più usato per arrotondare una cifra indefinita. Omero cita anche altre cifre arrotondate allo zero, nel crescendo dieci, venti, cento, duecento e all’infinito dei numeri di granelli di sabbia e di polvere. Nulla può placare l’ira di Achille.
Oltre al passo dell’Iliade, che la menziona, ho appreso di questa Tebe egizia, l’odierna Luxor, e delle sue cento porte, che mi riportavano al mio enigma delle ottocento porte dei cieli per gli ottocento giusti, tratte dall’apocrifo, il “Libro di Attanasio”. Il numero cento potevo considerarlo, secondo la logica dell’arrotondamento, come la metà della soluzione del problema. E il numero otto? Per associazione di idee, ho pensato all’ottavo cielo. L’Universo del Medio Evo è quello tolemaico, con le sfere dei cieli, sette, che ruotano attorno alla terra: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno. L’ottava sfera è quella delle stelle fisse, che ruota insieme a tutte le altre, per effetto del moto loro impresso dalla sfera del Primo Mobile. Capivo che quella era la strada, per risolvere il mio dubbio, ma non sapevo come fare. E mi venne in mente Claudio Sciscio, un nostro amico, un mio vecchio compagno di scuola, a Napoli; ero distratto quando qualche tempo fa Maria Giulia mi aveva parlato di lui, mi sembra che avesse parlato con la moglie. Alla fine, decisi di chiamarlo, Claudio era professore di lettere classiche, studioso del Medio Evo. Stavo per accennargli del mio problema, quando mi ha parlato della sua malattia, era stato contagiato, lui e tutta la sua famiglia, ero preoccupato, mi rassicurò, nessuno era grave, presto sarebbero risultati tutti negativi. Nessuno era stato ospedalizzato? No, nessuno. Parlammo, parlò in prevalenza lui, degli aspetti sanitari del contagio, le cure. Alla fine, conclusi, dicendogli di farmi sapere della guarigione sua e di tutti i suoi, stavo per chiudere, quando disse: “Ettorino, che mi volevi dire?” “Una sciocchezza” dissi e in breve gli rappresentai il problema, ma non ricordavo il nome dell’autore del saggio, forse un tedesco, e neppure il titolo del volume, soltanto il sottotitolo, tradotto in italiano: “Studi sull’Aldilà”. “Va bene, ti farò sapere.” “Quando starai meglio, cioè presto.” “Ciao, Ettorino.” “Ciao, Claudio.”
3. Le luci del congedo Era sera tardi ed era buio, quando uscii di casa, per portare fuori Mike, un labrador, che un’amica di Maria Giulia ci ha affidato, sono alcuni mesi che sta con noi e ha familiarizzato presto. Abbiamo attraversato il cancello d’ingresso del parco e siamo scesi nel viale a sinistra, du côté de Meséglise, come l’ho nominato nella mia memoria. Andando avanti, lasciavamo la zona illuminata dalle luci di strada e dei condomini prospicienti al parco, procedendo nell’ombra. Poi, a metà discesa, Mike si è fermato ed ha voltato la testa all’indietro, guardando in alto verso la zona luminosa, dove splendevano le luci delle nostre abitazioni, in contrasto con l’oscurità della notte. Stava contemplando la dimora del tempo recente della sua vita, l’incanto di quelle luci illuminavano il suo sogno, nel momento del congedo verso le ombre nel fondo del viale. E quella scena di sogno mi ha rimandato ad altre luci non molto lontane, contemplate nel silenzio della notte, nella distanza del nostro sguardo contemplativo. Quanto tempo siamo rimasti così? Il tempo del cuore, che registra i ricordi della nostra vita, per custodirli per sempre. Siamo scesi in fondo al viale, sostando nel buio vicino ai cespugli e al fogliame, dove i rumori della notte mandavano segni di vita di piccoli animali, fruscii. Dopo una breve attesa abbiamo ripreso la via del ritorno.
Quella sera, Maria Giulia mi aveva detto della morte di Sciscio, la moglie aveva riportato la notizia su WhatsApp, sono stato colto di sorpresa. Claudio si è congedato dalle luci della vita e si è avviato nelle ombre della sua ultima notte. All’improvviso, era peggiorato ed era finito all’ospedale in terapia intensiva, non ce l’ha fatta ed è morto. “La morte dell’altro, non soltanto ma soprattutto se lo si ama, non annuncia un’assenza, una scomparsa, la fine di questa o quella vita. La morte dichiara ogni volta la fine del mondo nella sua totalità, la fine di ogni mondo possibile, e ogni volta la fine del mondo come totalità unica, dunque non rimpiazzabile, dunque infinita.” Come inscalfibili cristalli sono le parole che Jacques Derrida ha premesso alla raccolta di suoi testi di orazioni funebri, memorie, testimonianze, in ricordo degli amici scomparsi. Sono passate alcune settimane dal lutto, un giorno nella posta elettronica ho trovato una e-mail di Francesca, la vedova di Sciscio, conteneva la risposta al mio quesito, che il mio amico scomparso non aveva dimenticato di studiare, trovando una soluzione. “Ho fatto delle ricerche, per rintracciare il libro che mi hai segnalato, e ho trovato due autori, uno forse può corrispondere a quello da te indicato. Sono un tedesco e un francese: Marcus Fischer, Historisch jüdisch-christliche Vorstellungen vom Schicksal der Verstorbenen, “Concezioni storiche giudaico-cristiane del destino del defunto”; Jacques Tedika, “La doctrine chrétienne de l’au-delà”, La dottrina cristiana dell’aldilà. In nessuno dei due autori ho trovato la citazione del “Libro di Attanasio”, ma il primo riporta un riferimento di testi rabbinici dei primi secoli dell’era cristiana, in cui si parla del momento del giudizio con la divisione tra i totalmente giusti e i totalmente empi, e si accenna a sette firmamenti, e le anime dei totalmente giusti sono destinate al settimo cielo, quello più alto. Nel secondo, ho come raccolto degli echi danteschi: nella “Commedia” gli spiriti dei giusti sono collocati al sesto cielo, quello di Giove; al settimo, quello di Saturno, troviamo gli spiriti contemplanti. Una volta asceso all’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, governato dai Cherubini, Dante vede i sette pianeti ruotanti nelle loro orbite intorno alla Terra, assiste al trionfo di tutti i beati e nella luce abbagliante riesce a distinguere la figura umana di Cristo. In seguito, assiste al trionfo di Maria, circondata dalla luce dell'arcangelo Gabriele che le ruota intorno, e segue Cristo verso l'Empireo, mentre le anime dei beati si protendono verso l'alto con tutto il loro ardore di carità. L’ottavo cielo ha una valenza superiore rispetto agli altri sette ruotanti al di sotto, e forse questa è stata la considerazione che ha spinto l’autore a parlare di un’ascesa all’ottava porta del cielo di tutti i beati, gli spiriti giusti.” Sciscio poi si dischiarava d’accordo con me su cento come numero tondo, e per associazione l’ottava di otto porte conduceva ad ottocento, un numero simbolico. E la figura umana di Cristo, secondo la collocazione dantesca, garantiva l’affermazione di un giusto che vale tutti i giusti. È il modello della condotta di una vita giusta, che riflette nella sua persona la giustizia divina. Così concludeva Sciscio, poi il congedo.
1. Nelle acque gelide della corrente È la visione del sublime, l’oltre la linea di confine di ogni orizzonte, a rivelare il senso dell’impaurito vuoto dell’esistenza, la sospensione nel nulla del nostro essere, che la ragione rincorrendo il quotidiano continuamente tiene celata. Ricordo molto bene, quando la situazione emotiva, vissuta una decina d’anni fa circa, mi si ripropose davanti, nitida, pura, vuota di quel suo carico di angoscia di allora. Rividi le lastre di ghiaccio scivolare nella corrente della Neva, un aprile di San Pietroburgo. Erano le stesse lastre di ghiaccio che Borges vide a Cambridge, a nord di Boston: “Saranno state le dieci del mattino. Io ero seduto su una panchina, davanti al fiume Charles… L’acqua grigia trasportava lunghi pezzi di ghiaccio. Inevitabilmente il fiume mi fece pensare al tempo.” È una visione che spinge l’autore ad un colloquio con sé stesso, “L’altro” di “Il libro di sabbia”. L’immagine delle lastre di ghiaccio trascinate dalla corrente dell’acqua parlano di un tempo trascorso e del suo continuo andare, ed io nel risalire all’indietro allo scorrere del grigio gelido del fiume, rividi Elena Zurlo.
“Dove hai parcheggiato il bolide?” ha domandato la donna con il vestito rosso e la giacca in pelle nera. “Tra quelle due macchine, a metà sul marciapiede,” ha risposto l’amico. “Alla barbara!” ha commentato lei, prendendo il compagno allegramente sotto braccio e avviandosi con lui a rilevare il bolide, una Punto color rosso “Ferrari”. “Ti ho vista che mangiavi il pinzimonio Assieme a quel tuo amico in osteria È stato il giorno dopo il matrimonio Mentre tornavo dalla ferrovia.” Mi ripetevo i versi della poesia, scoperti sulla rivista letteraria on-line. Il poeta si firmava con uno pseudonimo vagamento greco “Leopis”, Leonardo Pisicchio, come lo avevo facilmente decrittato, avendone riconosciuto lo stile, lo stesso incipit di un’altra poesia: “Ti ho vista che dormivi in ascensore”. La musa era Astrid, se ben ricordavo. Stavo aspettando che Elena uscisse dalla banca, dove era entrata per un’operazione allo sportello. Ero in piedi, a lato dell’edicola dei giornali, da dove avevo seguito la scenetta del bolide rosso, parcheggiato alla barbara, in via Baldovinetti. E di quale matrimonio si trattava? Non certo di quello tra Astrid e Leopis. Vi pare possibile che il poeta veda la moglie assieme ad un amico in osteria, mentre mangia o meglio assaggia il pinzimonio, proprio il giorno dopo il matrimonio? Tutto è possibile, certo! Magari avevano dovuto rinviare il viaggio di nozze, per motivi legati alle loro attività professionali. Quindi, dopo il rito e la festa, il giorno seguente, erano ritornati ognuno per proprio conto ai rispettivi posti di lavoro. Per la pausa pranzo, lei era andata con un collega in qualche tavola calda, che il poeta forse per esigenza di rima aveva trasformato in osteria. O no, con quel termine, appositamente scelto, forse Leopis intendeva manifestare tutta la sua indignazione per il comportamento di Astrid, sorpresa con quel suo amico in una bettola, accanto alla stazione ferroviaria, indipendentemente dal matrimonio, non si sa bene da chi contratto. È gelosia quella del poeta o collera? O forse è innamoramento? “In quegli anni, ti ricordi, Astrid?” recitava più avanti, con accento di nostalgia. Sorridevo fra me e ho sentito un viso che sfiorava il mio. Mi sono voltato e ho visto Elena che ritraeva il suo viso con espressione divertita. “Mi sembrava che stessi ridendo” ha detto.
Siamo andati a sederci a un tavolino del caffè lì accanto. Lei era come presa dai suoi pensieri, ogni tanto si toccava l’anello, una fedina, che io le avevo regalato. “Allora dobbiamo decidere?” Ho detto. “Che cosa?” mi ha domandato vivamente interessata a quello che stavo per dire. “La data delle nozze,” ho detto. È saltata su dalla sedia, di slancio mi ha abbracciato e baciato e subito dopo si è ricomposta, ritornando a sedersi dalla parte sua. Ero un po’ in imbarazzo e ho continuato a guardare in avanti sulla strada, per vedere se i passanti che passavano ci avessero segnato a dito, anche se quel bacio improvviso non era avvenuto contro le porte della notte (“contre le portes de la nuit”) essendo mattina avanzata, quasi l’ora dell’aperitivo. “I ragazzi che si amano” … io sono più vicino ai quaranta che ai trenta, Elena ha cinque anni e mezzo meno di me… “ma i ragazzi che si amano non ci sono per nessuno… sono altrove… nell'abbagliante splendore del loro primo amore.” Era il caso mio e di Elena? Quando ci siamo alzati e siamo andati via, lei mi ha preso felice sotto il braccio, con la stessa gioiosa mossa della donna che aveva l’amico con la “Ferrari”. A casa, dopo pranzo, sono sceso nel parco, nel silenzio dell’ora pomeridiana, il sole filtrava attraverso il fogliame dei rami, sono rimasto così a guardare quelle schegge abbaglianti di luce. “Ci vediamo domani,” mi aveva detto Elena, scendendo dalla macchina, quando l’avevo accompagnata sotto casa sua. Aspettavo il giorno dopo nell’immobilità e nella quiete luminosa di quel pomeriggio. All’indomani ero lì, seduto al caffè di via Baldovinetti del giorno prima, in attesa di una sua chiamata. Avevo telefonato tre volte, ma non aveva risposto, probabilmente aveva da fare. O forse era offesa, perché non l’avevo richiamata nel pomeriggio o in serata? Ma no! In verità, ci avevo pensato, ma ero stato trattenuto dal desiderio cosciente di volerla immediatamente vedere, invece di parlare. Non avevamo molto altro da dirci, era tempo di agire. Sorrisi tra me. Fissavo il cartellone pubblicitario di fronte, ma non mettevo a fuoco l’immagine. Infine, mi riscossi, avrei provato a chiamare di nuovo, presi il telefonino, che in quel momento cominciò a squillare, quasi aspettasse solo quel mio gesto di contatto. “Sono Elena Zurlo,” disse la voce di Elena. “Com’è? Ti riconosco, sai?” dissi d’istinto, in tono scherzoso; ma il silenzio che seguì al mio interrogativo mi confermò un sottile senso subconscio d’incertezza suggerito dal suo accento serio. “Elena!” dissi. Non rispose. Io insistetti, pronunciando il suo nome. “È stata una disgrazia!” disse con tono grave, profondo, una voce che non riconoscevo. “Dove sei?” domandai inquieto. Non rispose. “Elena!” Seguì un silenzio e dopo un po’ di tempo il segnale della comunicazione interrotta. Tutto intorno a me divenne improvvisamente grigio e scuro.
ella comunicazione interrotta. Tutto intorno a me divenne improvvisamente grigio e scuro.
2.Una combinazione del pensiero Rivedo le lastre di ghiaccio alla deriva nelle gelide acque della Neva e mi raggiunge il ricordo di Elena Zurlo, divenuta oggi una combinazione del pensiero. È come se tutta la vita con lei non vissuta formasse un vuoto ideale attorno alla sua figura, dando risalto alla solitudine della sua immagine. In quel tempo feci un sogno in bianco e nero, nella desolazione di una vallata spoglia, tra cumuli di cenere, soltanto un’anatra si spostava con lenti passi palmipedi ai bordi di una pozzanghera. “Aspettami là che presto ti raggiungerò in quella valle vuota”. Mi sono svegliato suggestionato da queste parole, che ricalcavano quelle simili, poste come epigrafe a un racconto funerario di Edgar Allan Poe, tratte da una lirica di Henry King, vescovo di Chichester, scritta per le esequie della moglie defunta. “Dormi amor mio nel tuo freddo letto e nessuno ti disturbi! La mia ultima buonanotte! Non ti sveglierai finché la tua stessa sorte non avrò anch’io raggiunta, finché l’età, la malattia o il dolore non avranno congiunto il mio corpo a quella polvere da lui tanto amata; e avranno colmato la stanza che il mio cuore conserva nella vuota tua tomba. Aspettami là; io non mancherò di raggiungerti in quella valle vuota. E non preoccuparti del mio ritardo; sono già sulla strada, e ti seguo con tutta la rapidità che desiderio e dolore suscitano in me.” Era il vuoto lasciato da Elena Zurlo, la sua scomparsa repentina dalla mia vita suscitava quel lutto improprio nella mia anima. Avevo lasciato alle mie spalle tutte le scene del mondo, perdendo la vita del giorno. Camminavo su quale strada? In quale “sublime” (sub-limen) nulla del grande infinito spazio? Nel gelo del nord, il freddo dello spirito.
Poi cominciai a ritrovarmi e fu come un risveglio. Accadde un giorno, nella sala da pranzo dell’aeroporto di una città del Veneto, non ricordo bene se Venezia o Treviso. Un uomo grasso sulla cinquantina, stempiato, con gli occhiali, l’espressione ridente, stava seduto al tavolino ad ascoltare un giovane filosofo seduto sulla sedia accanto a lui, che con leggero ghigno gli domandò: “Lo sapevi che era morto di colera?” L’altro si scostò e lo guardò: “Chi?” interrogò, l’espressione seria, anche se caratterialmente atteggiata al riso. “Hegel, nella sua Berlino, correva l’anno 1831, era il 14 novembre.” L’uomo grasso dall’espressione ridente scoppiò a ridere, una risata sincera. Rise anche il giovane filosofo, seppure in maniera più composta, soddisfatto della sua battuta, che comunque non era stata buttata lì a caso. Anche a me venne da sorridere, era come un risveglio. Il giovane filosofo continuò: “Nel 1967, accadde oggi anche un altro evento di rilievo, che ti riguarda da vicino, ingegnere, voglio dirti può interessarti.” L’ingegnere assunse un’aria attenta, l’espressione tipica di apparente riso: “Quale?” domandò. “In California, uno sconosciuto ingegnere fisico californiano, Theodore Harold Maiman, brevettò il primo LASER, a conclusione dei suoi esperimenti sull’amplificazione della luce mediante emissione stimolata di radiazioni, seguendo la teoria sviluppata cinquant’anni prima da Einstein.” L’ingegnere sorrise ironico.
Mi sono alzato dal tavolino accanto, e attraversata la sala, sono andato alla tavola calda. Alla cassa c’era sempre la stessa ragazza grassottella, a cui avevo fatto la prima ordinazione. Chiesi un altro trancio di pizza e un’altra birra, avevo l’aria distesa. A differenza della prima volta, invece di rispondere in perfetto italiano, cominciò a parlare tra sé in dialetto, credo calabrese, servendomi la seconda porzione. Avevo un po’ capito quello che lei aveva detto, traducendolo a modo mio: “Se mi avessi ascoltato la prima volta, quando avevo proposto un menù maggiorato, adesso avresti risparmiato.” Sorrisi con gratitudine, mi rispose con un sorriso professionale, pieno di tutti gli enigmi, che hanno tutti i sorrisi femminili rivolti ad un uomo. Mentre riattraversavo la sala, diretto allo stesso tavolino, quello vicino al filosofo e all’ingegnere, si accostarono due giovani che camminavano nella mia stessa direzione. Per evitare l’impaccio di una collisione rallentai, andavano proprio dove andavo io. Vidi che si erano fermati in piedi davanti ai commensali miei vicini d’occasione. Approfittai, per riprendere il mio posto e continuare a mangiare, sempre prestando attenzione a loro, m’interessava di nuovo il mondo, il prossimo ossia coloro che ci sono vicini, quelli che io avevo ignorato nel mio lungo viaggio verso un luogo indistinto e lontano, dove si smarriva e sbiadiva una figura di sogno. La ragazza stringeva l’involto con la pizza sbocconcellata nella mano sinistra, il giovane stava più indietro a mani vuote. “Papà, io sto con Franco,” disse la figlia e accennò all’amico. L’uomo s’irrigidì e lanciò un’occhiata al giovane, poi si voltò a destra dall’altra parte, quindi guardò la figlia, appoggiando le mani ai braccioli della sedia. “Va bene, noi andiamo, ciao, papà.” Il giovane gli indirizzò un timido cenno di saluto col capo, poi i due ragazzi si allontanarono insieme. Il padre si alzò, si guardò intorno, poi tornò a sedersi e fissò un punto indistinto davanti a sé. L’ufficializzazione dei rapporti tra i due ragazzi lo aveva colto impreparato, si sentiva responsabilizzato a fare qualcosa, programmare spese impreviste, forse. Il giovane filosofo lo guardava con aria di attesa, aveva alzato una mano, un gesto rimasto a mezz’aria, quasi a registrare un accaduto per lui banale. Ho definito il giovane un filosofo, perché era un volto televisivo conosciuto, un professore che aveva pubblicato diverse monografie e studi. Si definiva un hegeliano di sinistra e spiegava che la sua corrente, quella di Feurbach, Marx e Stirner, tanto per intenderci, si era disfatta dell’intrusione teologica nella metafisica hegeliana, attenendosi soltanto all’errare infinito del pensiero finito, un pensiero che si dà nel tempo come produzione di realtà sociale, economica, tecnica, come dire il materialismo storico. Guardavo l’ingegnere, l’aria smarrita, quando i due al tavolino si alzarono, sostarono un attimo in piedi, poi andarono via.
Il giorno successivo alla telefonata di Elena Zurlo, quella del 14 novembre, mi recai automaticamente sotto casa sua e le citofonai. Ero leggermente stordito, perché non avevo dormito tutta la notte, stavo lì imbambolato, aspettando non so che cosa. Un uomo uscì dal portone, mi trattenni a stento dal chiedere se conoscesse Elena. Sapevo dove lavorava, una società privata, che riceveva commissioni dall’Istituto di Statistica, decisi però di non andarvi quella mattina stessa. Una settimana dopo, ero all’ingresso della porta a vetri. Suonai il campanello, vedevo l’impiegata che premette il bottone e il vetro si mosse aprendomi il passaggio. Chiesi di Elena Zurlo. “Aspetti” disse lei, indicandomi un divanetto rosso. Rimasi in piedi ad aspettare, mentre la ragazza s’inoltrò nel corridoio. Poco dopo apparve un uomo sulla quarantina, alto, i capelli ricci biondastri, la pancia del sedentario. Mi squadrò. “Sono un amico di Elena,” dissi. “Ah!” Rimasi in silenzio. “La signora Zurlo si è assentata una settimana fa, non abbiamo avuto notizie da lei, ma sappiamo della disgrazia.” Ecco, la disgrazia! L’uomo, il direttore di quella società, poteva illuminarmi. Continuava ad osservarmi, non era possibile che io, l’amico di Elena, non sapessi. Ero sulle spine. “La notizia era in cronaca su tutti i giornali” disse. Non risposi. “Per legge, ha diritto a un congedo di trenta giorni, lutto familiare.” Non sapevo che cosa dire, quindi non insistetti. “Mi scusi, non volevo disturbarvi.” L’uomo mi guardò, sottovalutavo il suo grado di comprensione umana: “Vogliamo esprimere ad Elena il nostro cordoglio, a nome mio e di tutti i colleghi.” Dissi: “Sì, senz’altro.” Mi diede una forte stretta di mano, ringraziai e uscii. Sapevo che a Roma, lei viveva da sola, una sorella in Svizzera, alcuni cugini sparsi in Italia e altrove, i genitori defunti. Andai a scorrere le cronache on-line dei giornali con la data successiva alla scomparsa di Elena. Trovai un incidente stradale con la morte di due anziani coniugi, alcuni casi giudiziari datati in precedenza e il ritrovamento di un giovane morto per un colpo d’arma da fuoco, apparentemente un suicidio, in una stanza d’albergo di una località turistica del litorale laziale, Sabaudia. Si chiamava Stefano Principe, un diciottenne. Si vedeva la fotografia del viso di un adolescente con gli occhiali, una foto tessera. Sul posto era sopraggiunta la madre, a fatica erano riusciti a staccarla dalla salma del figlio. “Elena Zurlo”, il dolore della sua voce, mi aveva rivelato l’altra sua identità, la penombra della sua vita, divenuta tragico incubo. Non l’ho più vista né saputo più nulla di lei. Mi è rimasta soltanto un’immagine e un nome, un’ ultima combinazione del pensiero.
“O God, I could bounded in a nutshell and count myself a King of infinite space, were it not that I have bad dreams.” “Signore! potrei vivere nel guscio di una noce e credermi Re di uno spazio infinito, se non fosse per certi cattivi sogni.”
“Lo sfuggente Mercurio, che sempre si sottrae alla presa, è un vero truffatore e spinge l’alchimista alla disperazione.” Jung, “La simbolica dello spirito”.
1. Nel viale poco illuminato L’altra sera, dopo cena, ho preso i sacchetti dell’immondizia, quelli verdi forniti dal Comune per la differenziata, con i rifiuti regolarmente divisi tra organico, plastica, non riciclabile, carta e vetro, e sono sceso sotto casa, per depositarli negli appositi contenitori dell’isola ecologica condominiale e fare due passi nel parco. Dopo avere svuotato i rifiuti, ho lasciato i sacchetti vuoti lì accanto e mi sono mosso verso il parco vicino, ho attraversato il cancello aperto e sono sceso lungo il vialetto di destra. Il parco è semibuio, perché scarsamente illuminato dalle luci dei condominii che si affacciano intorno, tranne quelle zone d’ombra situate a ridosso del più ampio Parco dell’Appia Antica con cui confina. Sul piccolo piazzale dove ci sono le altalene e gli scivoli per i bambini, la zona è illuminata da alcuni lampioncini. Sono arrivato lì e poi ho proseguito un po’ nell’ombra, dove avevo convocato due miei fantasmi, che sarebbe meglio definire due personaggi dei miei racconti, due figure della mia fantasia letteraria. I miei lettori (che bello avere dei lettori!) sanno già di chi sto parlando. Si tratta di Traseo Nera e Decio Livio, due personaggi cangianti, come cangiante è lo scorrere della vita nella realtà, ma costanti nei loro caratteri, come è costante nei suoi caratteri la vita. Ma la vita, noi ci domandiamo, è costante o non è invece incostante? Rimando la soluzione di questo quesito ad un altro racconto sull’irregolarità del tempo, ora voglio concentrarmi sul racconto di quel convegno nel buio della sera avanzata con le due parvenze di realtà, create dalla mia fantasia. Ero fermo nel piazzaletto illuminato delle altalene, e allora, per favorire l’apparizione delle mie ombre, che nella luce si dissolvono, sono avanzato nell’ombra un po’ più avanti, una penombra, perché il riflesso vicino della luce rendeva ancora possibile distinguere le sagome degli alberi, del prato d’intorno e del vialetto di ghiaia su cui sostavo. “Eccoci, padrone!” ha detto Ladislavo. Era Decio Livio, alla sua sinistra un Traseo Nera che non era Traseo Nera. E allora se non era Traseo, quello lì chi era? Poi mi sono riavuto subito e ho detto: “Come?”, guardando Decio Ladislavo, ma tenendo d’occhio lo pseudo Traseo Nera, la cui figura un po’ più mi preoccupava, non avendone ancora stabilito bene l’identità. Ero abbastanza sconcertato, avevo evocato i miei due fantasmi letterari ed ora quelle due apparizioni, nell’ombra a mala pena illuminata del parco buio, non rispondevano alle mie aspettative. Ma quali erano le mie aspettative? Volevo confidare loro, ai miei due vecchi amici, anche se fra me e loro c’è un rapporto naturale di sudditanza, per cui tra noi non c’è una vera e propria parità, appartenendo noi a due diversi piani della realtà, io a quella che noi esseri normali consideriamo la realtà vera, loro a quella fantastica, sempre secondo il pensiero di noi normali, volevo confidare loro, dicevo, della sparizione di un post dal mio Blog. Ladislavo mi guardava, ed io riflettevo sulla sua strana battuta: “Eccoci, padrone!”. Ero sconcertato. Che cosa significava quel vocativo: “padrone!” Non sono mica Aladino, che sfrega la lampada e vengono fuori due geni, non uno! In verità il genio era Ladislavo, l’altro appariva come un suo sodale, un subordinato, ma anche un estraneo.
Ma chiariamo l’identità di Ladislavo. Avevo detto prima che i miei due personaggi erano cangianti, come cangiante è lo scorrere della vita nella realtà, ed in questo senso Decio Livio, pur rimanendo Decio, diventava Ladislavo. Ma per coloro che non ricordano questo mio personaggio, richiamo un mio racconto di qualche anno fa, che pure avevo riproposto recentemente: “Vestito di grigio flanella”. Sono andato a ripescarlo nell’archivio del computer, ma purtroppo il file era danneggiato in alcuni simboli matematici e nelle parole con alfabeto greco. Ho cercato di restaurare quelle parti, che poi non incidono sul racconto, la narrazione scorre egualmente, per chi vuole ripercorrerne il corso. Al nuotatore che voglia avventurarsi in quella corrente, consiglio di aggirare gli scogli appena vede simboli matematici, è quello che faccio anch’io quando m’imbatto in disquisizioni matematiche ricche di formule, simboli e calcoli. Comunque, onore al nuotatore o nuotatrice, a cui conferisco una medaglia d’oro virtuale al coraggio e su questo argomento basta quanto detto. È quest’ultima una formula usata da Aristotele, quando è stufo di ragionare ancora su un argomento su cui ha detto fin troppo. In definitiva, il Decio Livio da me convocato era Ladislavo non però nei panni di Ladislavo, comunque una letta di “Vestito di grigio flanella” va fatta, per comprendere meglio codesto personaggio, di cui qui riporto il ritratto: “Quando mio cugino aprì la porta, si rivelò l’inaspettata scena dell’apparizione, la chiamo così, di un vero ospite improbabile. Era questi un uomo sulla quarantina d’anni d’età, i capelli biondi pettinati con la scriminatura a destra ed il ciuffo rialzato sulla sinistra della fronte, vestito con un abito di flanella grigio chiaro, camicia bianca, cravatta grigio perla, scarpe di camoscio chiare, almeno così mi parve di notare quest’ultimo particolare.” Ma i geni usciti dalla lampada di Aladino non erano due, perché mentre tacevo di fronte a quella situazione inaspettata, Decio Livio che è Ladislavo, e Traseo Nera che non è Traseo Nera, sentii una voce alle mie spalle: “Uno, due e tre, il quarto dov’è?” Mi voltai sorpreso al tono familiare di quella voce e lo riconobbi immediatamente: era l’Incurvato. Non si tratta di una figura dei tarocchi, era uno dei fantasmi, che assieme ad una massa di altre ombre, mi assediò davanti all’Église Notre-Dame du Sablon sulla Rue de la Régence di Bruxelles, tempo fa, ai tempi di Giano Prodigo. Riporto qui l’episodio, come lo raccontai allora: “Ed io restai abbandonato nelle ombre della sera, nel silenzio solitario della Karmelienstraat. Quindi, mi ritrovai a scendere la scalinata, dopo essere passato al buio sotto l’arco, raggiungendo i giardini della Kleine Zavel (le petit Sablon), il cuore angosciato e sgomento. A sorpresa, nel silenzio della sera, risuonò un tocco di campana: era l’invito al ritiro e alla preghiera dell’Église Notre Dame du Sablon. Cedetti ad un sentimento di pietà, il senso di commozione suscitato dalla collerica implorazione della grande fraternità, e divenni così preda dell’assalto da parte di un’onda mormorante di fantasmi. A stento distinguevo sbiadite figure, dai tratti perversi, come il veterano o l’occhialuto ambiguo, l’incurvato e il compare, la donna della collegiata, il beffardo iettatore e il buffone grottesco, la dama soluta e le rosine e i santi d’oro, ed assieme a questa piccola folla dalle sembianze cangianti e che rivelavano a tratti profili inquietanti e sconosciuti, schiere e file di ombre che si serravano, ammassandosi e stringendomi davanti alla facciata dell’Église Notre Dame du Sablon, sulla rue de la Régence, l’assedio di fantasmi, di soffocati sussurri di defunti, che si rinnovava nell’umidità della sera, come in un delirio. Non so come, forse il tocco di campana riecheggiante nel silenzio della realtà, che ricomprese e dissolse in una parentesi illusoria l’evanescente massa mormorante delle parvenze, m’incamminai sulla Régence lucida di pioggia, in direzione della Place Poelaert, sovrastata dalla sagoma scura del Palais de Justice.”
In verità, questo delirante assedio di fantasmi fu vissuto da Aristarco, il principe degli ottimi, stante il racconto che ne fa Traseo Nera a Decio Livio nel mimo scritto da me tempo fa, il tempo di Giano Prodigo. Ma chiunque capisce che tutti questi personaggi sono creature della mia fantasia, maschere che celano il mio volto. Mi pare ovvio, no? E invece no, no e no! E ripeto, battendo istericamente il piede destro a terra ogni volta con la negazione: no, no e no! Capito? No, no, e no! Beh, adesso basta! Come no? Io, nei miei personaggi, sono il dio straziato, quello che sopporta tutti i dolori, e pertanto il dolore del grande Aristarco di quella sera davanti all’Église Notre Dame du Sablon è il mio dolore, ma nella situazione concreta chi sopporta il dolore è Aristarco. Infatti, Traseo Nera, che riferisce dell’episodio, dice all’amico: “- A questo punto, Livio, il grande Aristarco ebbe un sussulto, come se qualcosa fosse di colpo traboccato dal suo cuore. Che accadeva?” E quel buffone di Decio Livio, insensibile al dolore altrui: “- Io resto silenzioso, Nera, ad ascoltarti, immobile, come un felino sorpreso nel buio della notte dalla bianca luce della luna.” Si diverte. E Nera: “Di nuovo le tue poetiche immagini, Livio, ispirate a menti sognatrici. Che accadeva, dunque, al sapiente Aristarco? Rialzò il capo, che aveva chinato e guardando davanti a sé, l’espressione incrinata come dall’ombra di un dolore, egli riprese il suo racconto: “E poi li ho visti, fermi, in piedi, sotto la pioggerellina fine, ed avvertii una stretta al cuore. Ho riconosciuto, io, ormai, adulto, gli affetti più cari della mia infanzia, quelli che mi avevano più di tutti al mondo teneramente amato ed il cui amore mi aveva sempre sorretto negli anni e nei giorni. Come dice il poeta, di cui riportano le suggestive immagini i sapienti professori? “Mi si apre un abisso nell’anima e un soffio freddo dell’ora di Dio mi sfiora il volto livido. Il tempo! Il passato! Ciò che sono stato e non sarò mai più! Ciò che ho avuto, e non riavrò! I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia. Quando li evoco la mia anima si raffredda e io mi sento esiliato dai cuori, solo nella notte di me stesso, piangendo come un mendicante il silenzio sbarrato di tutte le porte.” Che dire? “- Chi, dunque, il poeta, Nera? - Fernando Pessoa. - Ah!” Quindi il dolore è mio, di Pessoa e di chi altro s’immedesima nella situazione, ma soprattutto è di Aristarco. Se non vi fosse il dolore di Aristarco, come potrebbe giungere l’insensibilità di Decio Livio di fronte al dolore altrui? Spiegheremo meglio in seguito questo concetto, che riguarda la psicologia del profondo, di cui peraltro stiamo trattando, ora, in questa mia narrazione, come presto emergerà.
L’Incurvato, così detto, perché dopo le sue battute abbassa la testa di lato e curva le spalle, per non farsi sorprendere dalla reazione di quelli a cui le ha indirizzate, essendo spesso velenose le sue battute, adesso rideva. Che cosa aveva detto di male? Nulla. Infatti, continuò a fissarmi, ridendo, senza curvarsi né fare l’atto di curvarsi. Io mi rabbuiai improvvisamente, come colsi nell’espressione leggermente smarrita dell’Incurvato, che non capiva il motivo della mia contrarietà. Allargai a metà le braccia, come a trattenere una reazione delle mie tre ombre e mi spostai di alcuni passi nel prato, dov’era più scuro, seguito da loro. Restai un attimo in attesa e poi sentii lo scalpiccio sempre più distinto. Quindi si profilò l’ombra di un uomo, un vecchio, sicuramente oltre i sessanta, di circa settant’anni direi e forse più. Il vecchio si fermò dov’ero poco prima, diede uno sguardo distratto nell’oscurità dalla nostra parte, dalla mia parte, dico, se non vogliamo dare consistenza di figura visibile ai miei fantasmi, poi il vecchio guardò in alto verso le finestre illuminate dell’ultimo piano dell’edificio condominiale dove abito. Restò ancora a guardare, quindi distolse lo sguardo, si voltò dalla mia parte e mi sembrò che ghignasse, ma forse fu una mia impressione, quindi se ne andò. Un po’ dopo uscimmo dall’oscurità e ci spostammo di nuovo nella zona un po’ più illuminata. L’Incurvato guardava con evidente tensione nella direzione dove il vecchio inopportuno si era allontanato, Decio Ladislavo mi diede un’occhiata, anche lui con l’aria tesa, quindi anche lui guardò nella direzione in cui guardava l’Incurvato. Lo pseudo Traseo Nera invece mi fissava con aria irridente, forse era un complice del vecchio inopportuno. Allora dissi: “Beh, ragazzi, adesso andiamocene.” Ora anche Decio Ladislavo mi guardava, come ridendo a denti stretti, e così anche l’Incurvato. Era come se avessi perso il mio potere sui miei tre fantasmi, per quella visita, inopportuna e molesta, quasi fosse la figura del vecchio una potenza che mi soverchiava, per cui perdevo carisma e autorità nei loro confronti. Mi avviai su per il viale verso l’uscita del parco, lasciando i fantasmi alle mie spalle. Capivo di stare ripercorrendo le tracce di quel molesto visitatore, che aveva interrotto la nostra piacevole riunione, mi sentivo vecchio come lui, io, io che avevo… quanti anni? Tanti. Tanti quanti? Quanti il vecchio.
2. In casa, davanti al computer Poco dopo, ero di nuovo seduto davanti allo schermo del mio computer e fissavo il mio blog. Il post era ricomparso, ma prima di specificare i particolari di questa sparizione e successiva riapparizione, abbastanza inspiegabile, vorrei riferire del dubbio che in quell’occasione mi colse. Mi ricordai dei sacchetti verdi della raccolta differenziata che avevo lasciato davanti all’isola ecologica condominiale e mi rialzai, per scendere di nuovo giù a riprenderli. Prima di andare alla porta, passai però in cucina a dare un’occhiata: i sacchetti verdi erano là, indubitabilmente, con le loro scritte bianche in stampatello: carta, vetro, plastica, organico, non riciclabile. Mi concentrai sul fatto che i rifiuti in plastica vanno assieme al metallo, ma capii che scantonavo. Chi aveva riportato su i sacchetti? Io. E quando? Poco fa. Ero incantato nei pensieri sull’occorso nel viale poco illuminato del parco, risalendo verso casa, e automaticamente, in maniera irriflessa, avevo ripreso i sacchetti verdi, deponendoli quindi al loro posto, e poi ero ritornato al computer. E il post? Idem con patate, forma colloquiale che sta per: “Lo stesso come già detto poc'anzi”. Ma era necessario specificarlo? Che cosa? Che idem con patate significa etc. Sì, anzi no, non lo so. Ecco, penso di avere guadagnato le tre alternative, che possono opporsi all’affacciarsi di un dubbio. Allora, ero veramente sceso poco fa a convocare i fantasmi ed era veramente accaduto quello che ho raccontato? La risposta “non so” non esclude né la prima né la seconda alternativa. Quindi, eliminiamola, manifesta solo reticenza di fronte ai legittimi dubbi della ragione. Se era vero, era tutto abbastanza fantastico e inverosimile, almeno come raccontato. Se era falso, o avevo immaginato il tutto stando seduto davanti al computer o effettivamente ero sceso giù nel parco, per controllare se il filo dell’antenna parabolica sul terrazzo, sopra le finestre illuminate della mia abitazione, non fosse fuori posto, a causa del vento. Ogni tanto, durante un programma televisivo, l’immagine scompare e appare l’avviso: “Nessun segnale dalla parabola”. E poi mi ero inventato la storiella dei fantasmi, il gusto di affabulare. Diciamo che questa è l’ipotesi più plausibile, ma ad essa io vorrei opporre lo stesso interrogativo angoscioso di Guglielmino e della storia degli “ottanta cavalli”. È il figlio adolescente del defunto giardiniere del condominio, che abita con la madre in una delle vicine villette a schiera attorno al parco. Una sera, mentre tornavo verso casa, l’ho incrociato sulla strada, affannato veniva di corsa dal parco. Nel vedermi si è fermato e notando il mio sguardo interrogativo, ha detto, indicando il buio dietro di lui: “C’erano ottanta cavalli, poco fa, che correvano all’impazzata nel parco”. “Ma come è possibile?” ho risposto, bonario, nella quiete dell’ora tarda di sera. “Eppure io li ho sentiti!” “Guglielmino, non ci sono ottanta cavalli nel parco!” “Sì, è vero,” ha ammesso il ragazzo. Quindi, dopo un attimo di riflessione, ha posto il dubbio: “Ma, allora, chi faceva tutto quello strepito nel parco?” Ho accompagnato Guglielmino fino alla sua villetta: “Ciao, buona notte.” Io, poco fa, dopo cena, sono sceso giù a fare due passi: “Post prandium aut stare aut lento pede deambulare”. Nell’occasione, ho portato i rifiuti nell’isola ecologica condominiale, mi sono avventurato per un tratto nel parco, per controllare l’antenna in alto sul terrazzo, poi sono risalito fuori, ho ripreso i sacchetti vuoti, e venuto su a casa, mi sono seduto davanti al computer. Ma, allora, quei quattro fantasmi, che confabulavano tra loro nell’ombra del parco, vicino allo spiazzetto illuminato con gli scivoli e l’altalena, chi erano?
Il post sparito dal mio Blog era quello posto accanto all’immagine della Lupa, una scultura della Grote Markt di Bruxelles: “La palla d'oro. All'indomani della mia morte. Dialogo su uno strano gioco e sul congedo di un indefinibile alchimista.” Ero riuscito a recuperare il file e l’avevo rimesso a posto. Nel rileggerlo, mi sono soffermato sul secondo paragrafo: “L’alchimista”. Nel commentare il brano della “palla d’oro” di Nietzsche, Jung dice: “Vedete, l’idea più alta insegnata da Zarathustra è che il superuomo è identico a una palla, e la palla è il globo, la rotondità perfetta che esprime l’uomo primordiale, l’uomo che era prima di venire smembrato, fatto a pezzi o separato, prima di diventare due entità separate… l’idea del superuomo è un’idea mistica estremamente antica che ricompare sempre di nuovo nel corso dei secoli… - Che cos’è Nietzsche, dopo tutto? Non è che il ripresentarsi di uno di quei vecchi alchimisti: Nietzsche è un prosecutore della filosofia alchimistica del Medioevo.” A suo tempo, avevo chiuso là il discorso e concluso il mimo con un po’ di autoironia. Non mi sembrava la sede opportuna, per commentare e spiegare Jung, anche perché allora non avevo ancora approfondito il suo pensiero sull’alchimia. Ora, colgo l’occasione per parlarne, vista che l’occasione è per me ancora possibile, in quanto non siamo ancora all’indomani della mia morte, ovviamente mentre scrivo, “non certo” quando queste righe verranno lette, nel senso che l’incertezza riguarda le eventuali future letture di queste righe. Bon! Spiegherò dopo il titolo: “All’indomani della mia morte”, ora parliamo di Jung, anzi lasciamolo parlare. “Il dio dai mille mutamenti e raggiri non è morto, né col tramonto dell’età antica né in seguito, ma è sopravvissuto travestito in strane fogge, per molti secoli fino all’età moderna, e con le sue arti ingannevoli e i suoi doni salutari non ha dato tregua allo spirito dell’uomo.” È l’incipit di “Der Geist Mercurius”, Conferenza di Ascona del 1942. Quindi, Jung riporta il sunto di una favola dei fratelli Grimm: “Lo spirito nella bottiglia”, che io qui riduco ancora al minimo: “Un contadino non può più mantenere agli studi il figlio, allora per fare un po’ di soldi, va a tagliare legna nel bosco, accompagnato dal giovane. Mentre lavorano, vicino alle radici di un albero sentono una vocina, il giovane scava e sotto terra scopre una bottiglia, l’alza e contro luce vede un ranuncolo, che si agita nella bottiglia e implora: “Liberami! Liberami!” Solleva il tappo e fuoriesce uno spirito che s’ingigantisce e diventa un mostro orrendo alto come l’albero, che grida: “Ti devo rompere l’osso del collo.” Al giovane spaventato, per questa sorte, urla: “Credi forse che io sia stato rinchiuso tanto tempo per grazia? No, era per punizione. Io sono il potentissimo Mercurio; a chi mi libera, devo rompergli il collo.” Il giovane chiede una prova per sapere se è vero. Lo spirito rientra nella bottiglia e il giovane subito la chiude con il tappo. Lo spirito implora di essere nuovamente liberato e promette che in compenso lo farà diventare ricco. Il giovane prova, lo spirito esce e gli dà uno pezzo di stoffa, che da una parte cura le ferite e dall’altro muta il metallo in argento. Il giovane diventa ricco e può tornare agli studi, s’iscrive all’università, diventa dottore e guarisce tutti con il pezzetto di stoffa.”
Jung interpreta la favola in chiave alchemica. L’essenza mercuriale, ossia il principium individuationis, tende a svilupparsi liberamente in circostanze naturali. Il principio viene ripreso dalla filosofia di Schopenhauer, per il quale Il mondo non è altro che la rappresentazione differenziata di una stessa unica Volontà di vivere (Wille zum leben). Oggetto di rappresentazione, la Volontà si manifesta illusoriamente (Velo di Maya) attraverso gli individui, apparentemente differenziati e irrimediabilmente separati l'uno dall'altro. Il principio d’individuazione, per Jung, è il processo, in base a cui la persona diventa sé stessa, un essere unico e differenziato dalla psiche collettiva e inconscia. Questo sviluppo viene privato della sua libertà da una violenza esterna intenzionale, che lo imprigiona con un artificio, confinandolo come spirito maligno. Infatti, commenta Jung, soltanto gli spiriti maligni vengono confinati! Il proposito omicida rivela la malvagità dello spirito. Risulta quindi meritoria l’opera compiuta dal maestro alchimista d’imprigionare il principium individuationis, seppellendo il male naturale alle “radici” dell’albero, cioè sotto terra, come dire nel corpo, nella materia. In quest’opera l’alchimista imita il Creatore. La semplice istintualità e l’ingenua inconsapevolezza dell’essere naturale, non turbata dalla coscienza, quando viene interrotta nel suo libero sviluppo, rivela la distinzione del bene e del male e quindi la scienza morale e la colpa. Per gli alchimisti, la bottiglia, il vas hermeticum, chiusa “ermeticamente” con il sigillo di Ermete, doveva essere un vitrum, possibilmente rotondo, simbolo dell’universo, in cui la terra venne creata. Storicamente, lo spirito cattivo imprigionato era il dio pagano, confinato con l’avvento del Cristianesimo. Queste spiegazioni di Jung vanno interpretate alla luce del suo pensiero che riteneva la persona come l’insieme sia del bene che del male, la sua parte oscura quest’ultima, l’Ombra. E nei suoi studi su psicologia e religione, discute il simbolo della quaternità, che nell’inconscio dell’uomo areligioso moderno si sovrappone allo schema trinitario. Che cosa aveva detto ridendo l’Incurvato, riproponendo la battuta di Jung, che parafrasa l’incipit del “Timeo” di Platone: “Uno, due, tre, il quarto dov’è?” La palla d’oro, il globo di vetro alchimistico, indica la completezza dell’uomo, prima di venire smembrato, fatto a pezzi o separato, prima di diventare due entità separate. Ecco perché Jung dice che l’idea di Nietzsche non è altro che il nuovo riproporsi della figura medievale dell’alchimista. Il servus fugitivus è il fluido mercuriale volatile, con le ali ai piedi, come dice Jung, lo sfuggente Mercurio, che sempre si sottrae alla presa, un vero truffatore che spinge l’alchimista alla disperazione. Se, però, si riesce a trattenerlo nel “vas hermeticum”, allora il selvaggio Mercurio diventa uno spirito servizievole, obbediente, familiaris. Ed ora illustriamo il titolo: “All’indomani della mia morte.” Io mi presento come un indefinibile alchimista, che prima di lasciare il suolo di questa terra, lancia ai suoi amici la “palla d’oro”, il lascito spirituale di tutto quel materiale psichico disordinato, che costituisce la sua “letteratura” sotterranea. In tale veste, mi raffiguro come un autore postumo, di cui rimane, all’indomani della mia morte, una beffarda eredità. Resta un ultimo interrogativo, vago e sfuggente, che aleggia nell’aria. Ma la figura di questo alchimista, a ragione definitosi “indefinibile”, non è forse la maschera dietro cui si nasconde il demone dei misteri di tutti i tenebriones?
“Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane.” I Sepolcri, Ugo Foscolo
L’interrogativo retorico e allusivo con cui si chiude il testo del servo fuggitivo fa riferimento al demone dei misteri di tutti i tenebriones. L’espressione è di Jung, e di chi altri poteva essere se non di questo medico psichiatra, che stando a contatto ogni giorno con le anime oscure (quest’ultima espressione è mia) cercava di sondarne il buio profondo del loro inconscio? Appropriandomi del tocco misterico del nome, per farne maschera del mio personaggio di alchimista indefinibile, ponevo l’interrogativo su questa figura tenebrosa e sulle trame oscure ch’egli va tessendo come protagonista occulto. Ed allora seguiamo il filo della trama del racconto, attraverso cui si giunge fino a quest’ultimo interrogativo. Il “servo fuggitivo” si compone di due parti, la prima come narrazione, la seconda come riflessione. L’inizio descrive un’azione banale della realtà quotidiana, che subito scivola nel fantastico, secondo lo schema stilistico del genere, un fondere la realtà con l’immaginario, una tecnica poetica insuperata nell’arte visionaria di Borges, ma anche di Pessoa ed altri virtuosi della letteratura. Se nello stile del narrare della prima parte imitavo, o cercavo di farlo, i due poeti e gli altri, nell’andamento discorsivo della seconda parte, il mio intendimento era non solo d’illustrare certi contenuti di “La palla d’oro”, il post del mio Blog, che per errore avevo cancellato e poi ripristinato, ma anche la psicologia dell’inconscio di Jung, in relazione ai suoi studi sull’alchimia. Pretenziosamente, infatti, dicevo: “Spiegheremo meglio in seguito questo concetto, che riguarda la psicologia del profondo, di cui peraltro stiamo trattando, ora, in questa mia narrazione, come presto emergerà.” Era l’aspetto relativo al giudizio morale, che discende dall’ambiguità propria della natura umana, secondo la visione di Jung, alla luce della dottrina alchemica. Dovendo commentare la scissione che il dolore provoca nel cuore degli uomini, in cui si riversa con sentimenti contraddittori, nell’artificio narrativo scindevo la mia natura unica di creatore artistico (chiedo scusa della definizione che mi attribuisco) in due personaggi differenti, in cui si rivela la contraddizione tra bene e male: “Se non vi fosse il dolore di Aristarco, come potrebbe giungere l’insensibilità di Decio Livio di fronte al dolore altrui?” Come vuole Jung, seguendo certe dottrine gnostiche, l’indistinzione del bene e del male ha la sua radice nell’unitarietà del principio. Ed ecco allora la scissione dell’uomo primordiale, “l’uomo che era prima di venire smembrato, fatto a pezzi o separato, prima di diventare due entità separate… l’idea del superuomo è un’idea mistica estremamente antica che ricompare sempre di nuovo nel corso dei secoli… - Che cos’è Nietzsche, dopo tutto? Non è che il ripresentarsi di uno di quei vecchi alchimisti: Nietzsche è un prosecutore della filosofia alchimistica del Medioevo.” Senza discutere sulle verità dottrinarie dell’alchimia, consideriamo le conseguenze delle due entità separate dell’uomo, riferendoci alla sua ombra, quella notturna e passionale della notte e cerchiamo di addentrarci nelle buie profondità dell’Inconscio, dove si agita il demone dei misteri di tutti i tenebriones. È lui che muove questa massa oscura, gli “ottanta cavalli” impazziti nella notte del parco di Guglielmino?
Se vogliamo dare espressione alle tenebre del desiderio che possiedono l’uomo, possiamo rifarci a un’immagine da me evocata altrove, quella dell’onda nera della materia, che improvvisa si solleva ad afferrare per il collo, in una stretta mortale senza scampo, lo Spirito della luce disceso nei suoi oscuri fondali, dove rimane avvinto per sempre. È una figurazione che può riproporsi qui, dove la lotta non si svolge più sullo sfondo di scenari in grandezze su scala cosmica, la gigantesca allegoria gnostica che ci racconta l’alba del generarsi dei mondi, ma viene riferita all’individualità spirituale dell’uomo, la sua coscienza lacerata dalla contesa tra il bene e il male. È un conflitto interiore alimentato dalla sorgente di vitalità naturale, che trova espressione nella pienezza della libertà. Succede poi che la libertà, sull’orlo del precipizio, rivolgendo lo sguardo dalla sua altezza infinita al fondo dell’abisso, venga colta da vertigine e finisca per precipitarvi, realizzando la caduta nella materia finita, di cui rimane prigioniera. Ma la vertigine appartiene alla luce del giorno, che sola rende possibile lo sguardo nell’abisso, altrimenti insondabile. Ed è l’apertura solare del giorno che rende visibile il muoversi e l’agire dell’uomo, secondo le sue abitudini e i suoi costumi (mores) di vita, rendendo in tal modo possibile la pronuncia di un giudizio morale sulle sue azioni. Al contrario, il buio della notte nasconde nello spessore delle sue tenebre ogni nero desiderio, in tal guisa indistinto allo sguardo e quindi impossibile da giudicare. È la notte dei sensi priva della luce dell’intelletto a dissolvere tutte le differenze, fondendole nel magma di una massa oscura, l’onda nera impenetrabile della materia. Nella favola dei fratelli Grimm, lo spirito del genio maligno è sepolto sottoterra, dove si ramificano le radici dell’albero che rappresenta la vita. È solo quando viene liberato, che lo spirito può rivelare, grazie alla impietosa luce del giorno, il suo genio maligno, seppellito fino ad allora nell’oscurità della terra. La luce impietosa, in cui si rivela la malignità del genio, corrisponde alla grande ora mistica, l’ora del mezzogiorno, in cui secondo la mitologia greca, nel sogno meridiano di Pan, “come un improvviso scoppio di tuono nell’aria incandescente”, ha luogo l’apparizione degli spettri, le Sirene e le Ninfe. È l’ora della febbre che colpisce in pieno giorno, menzionata nel versetto biblico del Salmo 91/6, quella a cui si riferisce Giovanni Cassiano, monaco vissuto a cavallo del IV e V secolo: “I nostri antichi padri la chiamano del “demone meridiano”, del quale parla il salmo nonagesimo”. Accade allora che i delitti meditati nelle tenebre, “la peste che colpisce a mezzanotte”, secondo l’altro verso del distico biblico, Salmo 91, vengano compiuti “sotto il sole di Satana”. Se la notte cela il mistero, le tenebre del desiderio prendono forma alla luce del giorno. E in verità, i mostri generati dal sonno della ragione possono fare la loro apparizione soltanto di giorno, quando la luce li rende visibili. Ecco perché il più grande cantore delle epiche gesta dell’antichità è Omero, "colui che non vede" (ho mè horôn). Soltanto come visioni poetiche fantastiche, infatti, possiamo prestare lo sguardo agli spettacoli delittuosi della Storia, lo scorrere del sangue, gli assassinii, le guerre. Sono i sepolcri, i monumenti dei giardini di pietra, i viali di palme e cipressi a custodire la memoria poetica: “Un dì vedrete / mendico un cieco errar sotto le vostre / antichissime ombre, e brancolando / penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne / e interrogarle. Gemeranno gli antri / secreti, e tutta [la storia d’Ilio] narrerà la tomba.” Nella suggestiva successione romantica delle immagini poetiche del Foscolo è alla fine il trionfo di luce ad illuminare la tragica vicenda umana ordita nella sua notte psichica: “Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane.”
L’INCONSCIO NELL’ARTE Non abbiamo potuto proseguire il nostro percorso nell’officina infernale della notte dei misteri custodita dal demone principe di tutti i tenebriones, perché siamo andati ad immergerci e quindi a fonderci nella massa oscura, l’onda nera della materia (la “selva oscura”), in cui fondendosi la nostra anima (psiche) si è smarrita. Qui il nostro inconscio individuale, immerso nelle acque buie dell’inconscio collettivo, avrebbe dovuto inviarci in forma simbolica il contenuto profondo delle immagini primordiali, gli archetipi junghiani, figurandoli nei nostri sogni. Soltanto così avremmo potuto vedere sfilare in immagini le forme tenebrose dei nostri desideri notturni. Ora, questo viaggio precluso alla mia fantasia psichica ha avuto la possibilità magari (eccome non l’ha avuta!) di essere compiuto da anime più profonde e geniali, grandi artisti che hanno saputo esprimere in pittura o in poesia le immagini dei sogni, i loro incubi e deliri, che appartengono a tutti noi, e ce ne hanno fatto partecipi. E allora come non potremmo riconoscere in “Caron dimonio, con occhi di bragia” il volto di un principe dei tenebrosi? E così per le tante altre infernali immagini dantesche che descrivono i patimenti dei dannati, il giusto contrappasso, che compone insieme il bene e il male. E che dire della “Chevauchée de Faust et de Méphistophélès devant le gibet de Montfaucon”, dipinto ad olio dell’artista Joseph Thierry, custodito nella Biblioteca del Museo dell’Opera di Parigi? Un quadro ispirato ai versi immortali di Goethe: “Nella campagna di notte Faust e Mefistofele al galoppo su cavalli neri”. Il dipinto è conservato nel tempio della musica, perché sogni, incubi e deliri trovano espressione in quell’elemento, il dionisiaco, che muove le passioni sotterranee, risplendenti nella luce apollinea del giorno. Bene lo sapeva Nietzsche autore della sua prima opera giovanile: “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”. In musica, il poema di Goethe è stato adattato da Hector Berlioz: “La dannazione di Faust”, composizione per coro e orchestra, “una leggenda drammatica”. "Pianure, montagne e valli, la corsa verso l’abisso di Faust e Mefistofele, al galoppo su due cavalli neri". Le battute scambiate tra i due personaggi durante la cavalcata notturna, evocanti le stregonerie, nella musica di Berlioz diventano il momento principale, inventato dal compositore, alla fine del quale l'eroe, dannato, sarà trascinato nell'inferno. Non vengono risparmiati gli effetti: un ritmo sconvolgente delle corde evoca la cavalcata infernale, mescolata a un coro di contadini, i cui inni vengono disturbati dal galoppo dei cavalli. I "mostri orribili", i “grandi uccelli notturni", gli "scheletri danzanti" sono illustrati dalle basse note dei tromboni accompagnate da fagotti, clarinetti, oficleidi e tube. La caduta nell'abisso è seguita da un silenzio ancora più suggestivo, perché preparato da una progressione di tutte le forze dell'orchestra verso il “tutti fortissimo”. Nella sua “Storia della letteratura italiana”, Francesco De Sanctis ha scritto: “La lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtù. Questa è la base della leggenda del Dottor Faust che vendé l'anima al diavolo, leggenda così popolare al Medio Evo, e resa immortale da Goethe.”
“Sunt geminae somni portae; quarum altera fertur cornea, qua veris facilis datur exitus umbris, altera candenti perfecta nitens elephanto, sed falsa ad caelum mittunt insomnia Manes.” Virgilio, Eneide, VI, 893 ss.
1. Il turbine bianco Ero seduto sul divano del salotto in ombra e guardavo verso il riquadro scuro della vetrata sul terrazzo, il silenzio della notte interrotto soltanto dal fruscio impercettibile delle luci intermittenti dell’albero di Natale e sulla mia sinistra il grigio lampeggiante dello schermo televisivo. Mi è venuto incontro Carlo De Pasquale, l’atteggiamento di sempre: “Ciao, Silvio,” mi ha detto, sorridente. “Oh, Carlo!” ho esclamato, sorpreso perché non lo vedevo da tempo. “Vieni,” mi ha detto, ed io l’ho seguito sulla pista da sci. Abbiamo preso la seggiovia ed abbiamo iniziato a salire; mentre salivamo sempre più a monte, potevamo osservare giù a valle il nero punteggiare sul bianco di una miriade di sciatori, che sembrava formassero uno sciame di moscerini. “L’umanità,” ha detto De Pasquale, il volto illuminato dal sorriso. Ho guardato in basso quel nero punteggiare ed ho visto salire improvviso ed arrivare fino a me sulla seggiovia come un “turbine” bianco nell’avvolgente forma di una spirale. Ho aperto gli occhi nel buio, il lampeggiare grigio dello schermo televisivo alla mia sinistra, nel silenzio della stanza, interrotto dall’intermittenza delle luci dell’albero di Natale. In maniera automatica, quasi come un sonnambulo, mi sono alzato dal divano, ho attraversato il salotto e salendo i gradini della scala interna della casa, sono andato al piano di sopra nella camera da letto a dormire. Il dottor De Pasquale è un illustre neurologo altoatesino ed io mi sento molto fiero della sua amicizia. Ero andato in vacanza sulla neve con Vera, mia moglie, e i nostri tre figli Luigi, Giulio e Silvia. Clelia, la collega amica di Vera, ci aveva raccomandato di andare alla pensione “Dolomiti”, tenuta da una Gastwirtin (locandiera) molto affabile, Frau Schreiber. La prima volta ci trovammo molto bene e ritornammo anche l’anno successivo, per la settimana bianca, in verità due settimane. Ormai ero diventato un bravo sciatore ed anche Vera e i bambini, ma quella volta, forse perché non aveva indossato un maglione abbastanza caldo sotto la tuta, il primo giorno, Vera si raffreddò e rimase a letto due giorni con la febbre. Io accompagnavo i bambini sulle piste, dove ci trattenevamo soltanto la mattina, mentre nel pomeriggio rimanevo nella sala soggiorno della pensione, per essere subito d’aiuto a Vera, i piccoli invece, già abbastanza grandicelli per stare insieme da soli, andavano a divertirsi con gli slittini sul ghiaccio o al minigolf o sulla pista di pattinaggio.
Fu in uno di quei pomeriggi che feci conoscenza con il dottor De Pasquale, figlio di Frau Ailke Schreiber e di Felice De Pasquale, ex-nuotatore napoletano, trasferitosi in Alto Adige, dove aveva sposato Ailke, ed era diventato gestore della piscina olimpica di Auronzo di Cadore e maestro di nuoto. Stavo leggendo un libro di Elias Canetti, “Il frutto del fuoco”, quando Vera mi ha mandato un sms sul telefonino, per chiedermi di portarle in camera una bottiglia d’acqua da bere. Al bar c’era la kellerina, e subito mi ha servito l’acqua minerale, che ho portato su in camera da Vera. Poco dopo, quando sono sceso, ho visto il dottor De Pasquale, il giovane che poi ho saputo essere il neurologo di fama, se non proprio nazionale, quanto meno regionale. Era in piedi davanti al tavolinetto, dove avevo posato il libro di Canetti, forse stava leggendo il titolo della copertina. Nel vedermi arrivare, si è spostato leggermente di lato, un atteggiamento quasi di scusa per la sua indiscrezione. “Un premio Nobel,” ho detto sorridendogli, “certo, merita attenzione.” Si è sentito subito a suo agio, per la mia battuta. Allora, incoraggiante, l’ho invitato a sedersi con me, e il giovane ha accettato. “Beviamo qualcosa,” ho detto, “offro io.” Ha fatto un gesto quasi di riprovazione: “Offre la casa, se mi posso permettere,” ha replicato. “Zwei Biere, bitte,” ha detto alla kellerina al banco, facendo il segno due con le dita. Avevo già notato quel giovane alto e biondo con i capelli ricci, gli occhiali da vista, il corpo massiccio, ma non sapevo ancora che fosse il figlio di Frau Schreiber. Quando Vera si era ammalata, avevo chiesto alla donna se poteva indirizzarmi da un medico, e lei mi aveva assicurato che avrebbe provveduto il figlio in quel momento assente, ma a cui aveva prontamente telefonato. Nel giro di qualche minuto si era presentato un dottore, che aveva prescritto alcune medicine e raccomandato qualche giorno di riposo, per quella influenza passeggera. Vera doveva stare più attenta e coprirsi meglio, perché non stavamo a Roma. “Stanotte, meno quindici, è il freddo alpino,” mi diceva intanto De Pasquale. “Come sta sua moglie?” Era venuta la kellerina con due grandi boccali di birra sul vassoio, che era riuscita a tenere in equilibrio, un attimo prima, quando per un soffio non si era scontrata con due avventori entrati in quel momento nella piccola hall della pensione. “Achtung bitte!” aveva pronunziato, scansando i due, ed ora, sorridendo, posava le sottocoppe sul tavolino e i due boccali di birra.
“Fortunatamente non è niente di grave,” risposi. “Ero in paese, quando mia madre ha telefonato e ho pregato il collega Stefanon di venire subito.” Ringraziai, lui si schermì e indicò il libro di Canetti. Presto il discorso scivolò sui temi trattati dallo scrittore bulgaro di lingua tedesca, io accennai al problema della psicologia delle masse, prendendo spunto dalla descrizione fatta nel libro che stavo leggendo di una violenta protesta operaia, esplosa la mattina del 15 luglio 1927, a Vienna. I tumulti durarono due giorni e si conclusero con una novantina di morti, mi soffermavo sui particolari illustrati da Canetti, in specie di come il singolo possa essere travolto e sentirsi irretito nella folla. A tal proposito, raccolsi il libro, lo sfogliai e lessi l’affermazione dell’autore, per me illuminante sull’esistenza di un’anima collettiva, la cui volontà trascende quella individuale: “Mi trasformai in un elemento della massa, la massa mi assorbì in sé completamente, non avvertivo in me la benché minima resistenza contro ciò che la massa faceva.” De Pasquale mi ascoltava con attenzione e pazienza, sembrava voler cogliere un’opportunità per un suo commento, che poi intervenne, quando approfittò di una mia pausa. Osservò come anche Robert Musil, in “L’uomo senza qualità”, registra interessanti notazioni sulla psicologia della massa in movimento, quando descrive, nella finzione del romanzo, un corteo di protesta promosso dall’Azione Parallela, che raggiunge il palazzo del conte Leisendorf. Egli parla di un’irrazionale eccitazione che trabocca sommergendo la ragione, un “andare fuori di sé” affine a quegli stati di estasi e trasfigurazione, che non fanno stare più negli abiti e nella pelle, un’azione di massa percepita a un tempo come violenza e liberazione. È una forma contagiosa d’isteria, osservò De Pasquale, che possiamo riscontrare anche nel protagonista, Ulrich, quando affacciato al balcone del palazzo del conte, notando non pochi dimostranti allegri e festosi, scoppia a ridere anche lui, provocando la collera minacciosa di quelli di sotto, che lo avevano scambiato per Leisendorf. A questo punto non potei fare a meno di ridere anch’io, ricordandomi di situazioni simili vissute in manifestazioni di piazza, dove si passa facilmente dalle beffe alla rissa. “Si cambia da un momento all’altro, come il tempo in montagna” commentò De Pasquale. Il discorso si spostò sulla neve e sullo sci, che per noi “romani” costituiva un’evasione dai consueti scenari mediterranei, il sole e il mare e l’estate, che non è la fredda e splendente aria alpina. E qui venne fuori la nostalgia dell’altoatesino, nelle cui vene scorreva sangue napoletano, il ricordo delle vacanze passate dalla nonna, quand’era bambino, la patria del cuore. Intanto, era venuto il momento di andare a vedere e controllare i marmocchi, che si divertivano fuori con gli slittini. Ci lasciammo con l’intesa di ritrovarci sulle piste da sci nei giorni seguenti, ai suoi occhi rappresentavo il trait d’union con i luoghi d’origine di un ramo ancestrale della sua famiglia.
Passò da Roma l’estate successiva. Si annunziò con una telefonata, riconobbi subito la sua voce dal forte accento tedesco, era diretto con la fidanzata americana a Napoli e poi in Sicilia. Si fermò a pranzo, dove si presentò con un grosso involto di un metro circa di lunghezza e una cassetta di vini pregiata. Quando svolgemmo il pacco sul tavolo della cucina, scoprimmo che era uno strudel di grandezza esagerata. De Pasquale dichiarò che si trattava di un regalo, opera della famiglia Schreiber, sua madre e le zie, e illustrò la ricetta: circa cinque chili di mele, due di pasta matta, cento grammi di uva passa, mezzo etto di pinoli, pan grattato saltato nel burro, il tutto riccamente innaffiato di cannella e ricoperto da un leggero velo di zucchero. A tavola Vera servì un piatto di spaghetti alle vongole sfumate con vino bianco del Sannio, Falanghina. Il piatto ricevette molte lodi dai nostri commensali, suscitando le proteste sincere della cuoca, anche se Nancy osservò che era riuscita ad avvertire quella punta di peperoncino così saggiamente dosato, quasi da non lasciarlo percepire ad un gusto non abituato a quei sapori. La fidanzata di De Pasquale si era soffermata su questo particolare del peperoncino, per rivelare le sue origini calabresi, come si poteva arguire, disse, dal suo cognome, Frangipane. Lei e Carlo si erano conosciuti all’Università di Hartford nel Connecticut: “Poi sono venuta a frequentare un corso di parapendio in Trentino,” disse Nancy e guardò De Pasquale, “ed ora siamo in giro, così posso conoscere l’Italia.” Vera aveva portato in tavola un fritto misto di pesce con spiedini di mazzancolle. “Alla ricerca delle vostre origini,” dissi rivolgendomi a entrambi. “Peccato che io non possa vederla, questa mia terra soltanto raccontata, mi dicono che dalla punta estrema della Calabria, si possono vedere le luci della costa della Sicilia,” disse Nancy. E al mio sguardo interrogativo, aggiunse: “Seguiamo lo stesso itinerario di Goethe, che a Napoli s’imbarcò direttamente per l’isola degli aranci, non sappiamo se avremo la sua stessa fortuna, viaggiò con una gioviale compagnia di artisti e ballerini scritturati dall’opera di Palermo.” Al ritorno lei sarebbe volata dalla Sicilia direttamente in America, mentre lui tornava a casa con un volo nazionale. Intanto, era arrivato a tavola lo strudel gigante, accompagnato da una bottiglia di Gewürztraminer, scelta su loro consiglio tra quelle donate dai nostri amici. E qui il discorso cadde sul nome Schreiber, fu lo stesso De Pasquale a introdurlo, dichiarando con un sorriso enigmatico che in Germania il nome di famiglia della madre è molto diffuso, soprattutto con la variante priva della “i” e cioè “Schreber”. Il più famoso, dissi io, è stato alla fine dell’Ottocento un giurista di Lipsia, Daniel Paul Schreber l’autore di “Memorie di un malato di nervi”. De Pasquale ebbe un breve sorriso: “Confesso di non sapere bene se ho scelto di diventare un neurologo, per questa mia quasi omonimia da parte materna con il ferreo magistrato prussiano.” Dopo pranzo andammo a fare un giro per le vie del centro di Roma, io indicai il carcere di Regina Coeli in via della Lungara. Un uomo, probabilmente un agente di polizia penitenziaria, era affacciato a una finestra e guardava il traffico sul Lungotevere, un momento di pausa dalle sue incombenze. “Nel 1913, in viaggio a Roma, il nostro amico Musil visitò il manicomio, che doveva trovarsi più o meno qui, e traspose questa sua esperienza nel suo romanzo, ambientando la scena in quello che doveva rappresentare lo Steinhof di Vienna,” commentò De Pasquale. “Sì, la scena in cui i pazzi salutano Clarissa,” conclusi io, ricordandomi i particolari del racconto. Era un po’, considerai, l’analoga descrizione intrisa di umana tristezza che fa Italo Calvino del “Cottolengo” di Torino, in un suo racconto degli anni Sessanta.
La mattina dopo, prima di partire, quando andammo a salutarli alla stazione Termini, Nancy regalò una piccola sveglia in argento a Vera, insistendo molto per vincere la resistenza della mia consorte ad accettare quel dono abbastanza prezioso. Nancy si fece promettere che in cambio la sua nuova amica l’avrebbe tenuta sul fuso orario di Milano, sorrise, in inglese Milan, un piccolo paesino del New Hampshire, meno sei ore rispetto all’Italia. Vera accettò, piccoli enigmi femminili, scetticismo nostro, il mio e quello di De Pasquale. Qualche anno dopo, quando si sono sposati, abbiamo potuto contraccambiare quel dono, facendo un regalo di altrettanto valore. Poi li sentimmo sempre un po’ meno i coniugi, anche perché avevamo smesso di fare la settimana bianca, i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati più autonomi. L’altro giorno ero andato a Palazzo di Giustizia, che ha ampi corridoi in ombra. Stavo uscendo nel cortile, alla luce del giorno, quando sono stato sorpreso da una voce alle mie spalle: “Posso chiedere a lei?” Mi sono voltato e mi è apparsa di fronte una figura femminile, un soprabito bianco, un fisico longilineo, i capelli neri sciolti, non molto lunghi, arricciati a dovere. “Sì,” ho risposto. Mi ha chiesto un’informazione su dove si trovasse un certo ufficio deposito atti del Tribunale. Doveva uscire dall’Edificio B, dove ci trovavamo ed accedere tramite il cortile all’Edificio C di fronte, lì avrebbe trovato l’ufficio. Senza aspettare la replica, ho voltato le spalle e mi sono avviato all’uscita, ben sapendo che lei si sarebbe mossa alle mie spalle e quasi temendo senza ragione di avere dato una risposta sbagliata. Perché? Nel cortile ho guardato l’orologio, era circa mezzogiorno, e senza motivo apparente, ho pensato che sulla costa atlantica dell’America del Nord dovevano essere appena le sei del mattino. Era parecchio tempo che non facevo questo calcolo, qualche volta l’avevo fatto dopo il matrimonio di Nancy con De Pasquale. Ecco, la giovane donna che mi aveva poco prima chiesto l’informazione mi aveva ricordato la figura di Nancy, lo stesso profilo longilineo, gli stessi capelli neri e la stessa acconciatura e poi… Sì, avevo pensato al mio amico, Sergio Nobili, Consigliere di Corte d’Appello, l’ultima volta, l’avevo visto vicino a piazza Cavour, in via Ennio Quirino Visconti. “Ciao, Presidente,” l’avevo salutato, incrociandolo all’angolo con la via Cicerone, sapevo che era stato promosso Presidente di Sezione. “Ciao, Silvio,” mi ha risposto. Nobili era un mio compagno di scuola, l’avevo perso di vista alla fine del liceo, poi l’avevo ritrovato giudice, noto alle cronache per alcuni processi di fatti criminali di rilievo. Io sono uno scrittore di romanzi gialli, per la comune opinione un nullafacente, con la fortuna di avere ereditato rendite immobiliari, in questo senso sono indaffarato in questo ramo, con acquisti, vendite e affitti. Alle spese correnti provvediamo con lo stipendio di Vera, insegnante di musica, comunque finora siamo sopravvissuti e sono confidente nel futuro, un ottimista. Era questo il quadro esistenziale in cui dovetti riconoscermi, quando facemmo il punto delle nostre vite con Sergio. “Minieri!” gridò quel giorno in via Frattina, ero arrivato all’angolo di piazza di Spagna, mi voltai, era Sergio, dopo dieci anni, forse più, non era cambiato dai tempi della scuola. All’epoca, ero fidanzato con Vera e ci trovammo per una pizza a Porta Pia con lui e Stefania, la sua segretaria, come la presentò. In seguito l’ho rivisto, aveva cambiato segretaria, lo incontrai poi altre volte da solo, ma non sapevo più nulla della sua privata, però faceva rapidamente carriera. Perché estemporaneamente avevo pensato a lui, un po’ dopo avere dato l’indicazione alla sconosciuta del palazzo di giustizia, verosimilmente una praticante legale o quantomeno una del ramo giudiziario, in ogni caso diverso dal mio, che pure mi sapevo orientare abbastanza bene in quei meandri?
Se penso a Nancy Frangipane e al marito Carlo De Pasquale, non posso fare a meno di associare l’immagine della coppia al nome di Schreiber o meglio Schreber. Avevo approfondito il caso, leggendo il ritratto che in “Massa e Potere”, Elias Canetti fa di questo personaggio, per illustrare il rapporto tra paranoia e potere. In verità il primo a parlare di paranoia fu Freud, che definì dementia paranoides il caso clinico del presidente Schreber, commentandone il testo: “Memorie di un malato di nervi”, senza però avere cognizione diretta del malato. Tra i vari deliri descritti nelle “Memorie”, Freud si soffermò sulla convinzione dell’autore di essere coinvolto in un processo di trasformazione da uomo in donna e di aver subito molestie sessuali dal suo medico, il Dr. Flechsig. In tale contesto, Freud trovò conferma nella malattia di Schreber della sua teoria incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido omosessuale repressa. In aperto dissenso con Freud, Jung giudicò diversamente il disturbo mentale del presidente della Corte d’Appello di Dresda (era questa qualifica che lo legava nella mia mente al mio amico Sergio Nobili?), ritenendolo come un esempio dell’inflazione dell’Io. “In uno schizofrenico vero e proprio è consueto che emerga una situazione archetipica – un archetipo qualsiasi – che dilata la coscienza individuale finché questa non si espande sulla totalità dell’umanità; e quando questa inizia d’un tratto a disfarsi in molte unità, è divenuto un caso di schizofrenia. È come un’esplosione. L’inflazione opera come un gas in pressione all’interno di un contenitore: raggiunto un certo valore, la pressione all’improvviso fa esplodere le pareti del contenitore in molti frammenti.” Ecco, la coscienza frammentata, era forse quest’immagine di Jung, che colpiva il mio interesse, collegandola alle riflessioni di Canetti sul fenomeno della massa. E una certa volta, spinto dalle letture sul tema di quest’autore, mi proposi di scrivere un saggio: “L’anima del potere. Note sullo spirito e la psicologia delle folle.” Il mio proponimento era di rispondere al quesito se esista o meno un’anima collettiva in una massa di persone in movimento, ma lasciai il lavoro incompiuto, perché allora ero impegnato a scrivere le trame dei miei romanzi gialli, un’attività decisamente meno impegnativa di un saggio di carattere antropologico. Nella mente, però, mi è rimasta l’idea di quest’analogia tra la coscienza individuale, che raccoglie un insieme infinito di singolarità, ed una virtuale coscienza collettiva, nell’immagine ad esempio di una piazza o uno stadio gremiti di gente o di cortei di migliaia di persone in marcia per strade metropolitane. È chiaro che l’agitazione delle masse potrebbe essere correlata alla confusione interiore di una coscienza “turbata” da mille demoni. Nella lingua latina, come rileva con perspicacia Jung, “turba” sta per grande confusione, un “indiavolato baccano di spiriti liberi”, potremmo dire noi lettori di Nietzsche. E allora quel “turbine” bianco del sogno, mentre con De Pasquale salivo in seggiovia?
2. La porta d’avorio “Due sono le porte del sonno; di esse una si dice di corno, / da cui spedite escono le ombre vere dei sogni, / l’altra splendente di nitido avorio, ma sogni illusori inviano alla luce del cielo i Mani.” In fuga da Troia, Enea è approdato a Cuma, dove si reca a pregare al tempio Apollo, venendo accolto nell’antro della Sibilla. La veggente, invasata dal dio, furente lancia dai penetrali oscuri vaticini e invita l’eroe a cogliere il ramo d’oro, per guidarlo nell’Ade. “Questo è il luogo delle Ombre, del Sonno e della soporifera Notte,” grida loro Caronte, subito acquetato dalla sacerdotessa di Apollo. Quindi, l’eroe troiano vaga tra le Ombre, riconoscendo quella del padre Anchise, che al vederlo gli tende le braccia, il volto rigato di lacrime. Tre volte tentò di abbracciarlo Enea, tre volte l'ombra invano abbracciata sfuggì alle sue mani, simile ai venti leggeri, simile ad un sogno alato.” Qui, Virgilio ricalca il passo omerico dell’Odissea (XI, 265 ss.), quando Ulisse nell’Ade incontra Anticlea, la madre defunta: “o, pensando tra me, l’estinta madre / volea stringermi al sen: tre volte corsi, / quale il mio cor mi sospingea, ver lei, / e tre volte m’usci fuor delle braccia, / come nebbia sottile, o lieve sogno.” Ed ancora dall’Odissea (XIX, 690 ss.) è tratta la tradizione poetica delle due porte dei sogni. Penelope racconta ad Ulisse travestito da mendicante il sogno delle venti oche uscite dall’acqua per mangiare il suo grano, ma uccise dall’aquila piombata su di loro, che poi con voce umana dal tetto rivela di essere il marito tornato a fare vendetta sui Proci. Un sogno che parla da sé risponde il mendicante, ma Penelope, anticipando di quasi trenta secoli Freud, sa bene che i sogni realizzano i desideri soltanto nel sonno, al risveglio, potranno non avverarsi, ma rivelarsi ingannevoli. «Ospite, sono vani i sogni e alcun fondamento / non hanno; così non tutto si avvera agli uomini poi. / Due sono le porte dei sogni inconsistenti: / una è di corno, l'altra d'avorio; i sogni che passano / attraverso l'avorio segato sono fallaci, portando / vane parole; invece quelli che vengono fuori/ attraverso la porta di lucido corno presentano cose vere, ogni volta che uno li abbia sognati. /Ma credo che non a questa a me venne il terribile sogno.» Nella sua catabasi (discesa), Enea raggiunge da ultimo i Campi Elisi, dove incontra il padre Anchise, che gli rivela la futura grandezza di Roma e i gloriosi destini delle italiche genti, uscendo infine dalla porta d’avorio. Perché, si è domandato, Virgilio compie questa scelta. Per non sminuire le future gesta dell’eroe, si potrebbe rispondere, un destino di gloria non ricevuto come dono dalla fortuna, ma conquistato con le proprie imprese. Faber est suae quisque fortunae. Il retroterra culturale e civile della sentenza attribuita a Sallustio, in contraddizione con il pensiero dominante del fato, non poteva certo sfuggire a Publio Virgilio Marone, suo contemporaneo. In un certo senso, è un pensiero subconscio del poeta, respinto dalla chiarezza della sua coscienza religiosa: “Desine fata deum flecti sperare precando.” (Eneide, VI, 36) “Desisti dalla speranza di cambiare i decreti divini con la preghiera.” È questa differenza che rispecchia il dubbio delle due porte dietro cui i sogni si rivelano realtà vera o illusoria. Ma le immagini vissute nel sogno che cosa ci raccontano, infine? Desideri? Attese? Incubi? Profezie? Fantasmi di vivi e di morti?
Nella modernità a rilanciare il tema dei sogni e la loro interpretazione è stato Freud con “Die Traumdeutung”, un trattato di oniromanzia, nella cui linea di fondo si può riscontrare il dato comune a tutti i sogni come realizzazione di un desiderio più o meno inconscio ossia velato dalle immagini oniriche. Più in profondo, è disceso Jung, allontanandosi da Freud. Per il medico zurighese, le immagini dei sogni presentano in simboli gli archetipi dell’Inconscio collettivo, istinti primordiali, modelli profondi, radicati nella psiche umana. In riferimento ai simboli, ecco cosa scrive Jung: “Una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato, quando rinvia a un senso più ampio, “inconscio”, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato”. Che cosa sono quelle “fantasie” che ci raggiungono sotto forma di immagini oniriche? Dice Jung: “L’uomo produce simboli inconsciamente e spontaneamente sotto forma di sogni.” Il nostro percepire la realtà da svegli avviene attraversi i sensi, per cui fenomeni reali, visioni, suoni si trasmettono alla mente sotto forma di eventi psichici, la cui sostanziale natura è inconoscibile, in quanto la psiche non può conoscere la propria sostanza psichica. E pertanto molti eventi che non registriamo consapevolmente rimangono al di sotto della soglia della nostra coscienza, la loro importanza emotiva e vitale riaffiora dall’inconscio come fenomeno riflesso, anche sotto forma di un sogno. “Di regola, l’aspetto inconscio di ogni evento si rivela a noi nei sogni, dove esso appare non come pensiero razionale, ma sotto forma d’immagine simbolica.” Così conclude Jung. Avrebbe potuto simbolicamente rappresentare la mia risalita alpina in seggiovia con il neurologo De Pasquale un’escursione (excursus) nella psiche umana? Ma era stata quella visione un sogno oppure una sfilata di immagini in uno stato di dormiveglia? Scrive Schopenhauer: “Accade che durante le visioni, l’occhio interno proietti le sue figure laddove quello esterno non vede niente, in angoli bui, dietro tende che all’improvviso diventano trasparenti e in particolar modo nell’oscurità della notte, che ben per questo è l’ora degli spiriti, perché oscurità, silenzio e solitudine, eliminando le impressioni esterne, permettono libertà d’azione a quest’attività cerebrale di origine interna.” In “Versuch über das Geistersehnund was damit zusammenhängt”, “Saggio sulla visione degli spiriti e i fenomeni ad essa collegati”, il filosofo tedesco si occupa in primis dei sogni e riconosce ad essi un carattere profetico, adducendo anche prove di esperienze personali. Che cosa il mio sogno o visione in stato di dormiveglia? “L’umanità”, aveva detto De Pasquale, mentre salivamo in seggiovia, indicando la pista di neve gremita di sciatori sotto di noi, uno sciame, tanti puntini neri, e poi quel “turbine” di candida neve che s’innalza a spirale fino ad avvolgermi. Che cosa, dunque, queste immagini in una visione di sogno? È questo andar su con la seggiovia un desiderio di vette bianche di neve immacolata? Un innalzarsi al di sopra dell’umanità nel quadro nostalgico di un panorama alpino? Forse. E De Pasquale, anzi Schreber? Ecco che cosa vela il sogno! Un “turbine” di neve che rappresenta in simbolo una “turba” mentale. E come?
Scrive Jung, a proposito dell’uomo collettivo, sempre più identico all’umanità: “Quella persona è identica al suo popolo, ma questo è un problema aperto. Essa potrebbe coincidere con l’umanità e ciò provocherebbe una grande confusione interiore… una turba… Nei sogni viene rappresentata da uno sciame di formiche o di moscerini, una moltitudine innumerevole di minuscoli animaletti, è sempre questo l’inizio di quel fenomeno caratteristico della psicopatologia che è la schizofrenia. Nel caso in cui la dissociazione in unità prosegua, la mente finirà per dissolversi.” Si raggiungerà un limite insopportabile e alla fine si verificherà una violenta esplosione della psiche, che si polverizzerà in mille frammenti, generando un numero infinito di piccoli “Io”, dotato ognuno di caratteristiche personali differenti. Queste innumerevoli entità psichiche frammentarie, seguendo ognuna uno scopo particolare, non potranno mai comporsi nell’unità dell’Io di un intero individuo, generando quella grande confusione, che costituisce la “turba” mentale. Nel descrivere il fenomeno, Jung si rifà a quanto raccontato dal presidente Schreber nel suo libro: “Memorie di un malato di nervi”. Questi riferiva che spesso si ritrovava sul corpo una moltitudine di minuscoli individui, piccole creature, che per esempio gli camminavano sulle palpebre o volavano in giro, e che gli si posavano sulla pelle come zanzare, a volte scomparendo all’interno. “Cercavano di essere reintegrate in lui,” commenta Jung, che poi prosegue: “Sembra che certe parti vengano a riunirsi, come schegge di ghiaccio che di notte gelino in un blocco unico e si scindano nuovamente quando si alza il vento.” Si apre qui uno squarcio sulla possibilità di guarigione. In verità, con la pubblicazione delle sue “Memorie”, Schreber volle dimostrare di essere guarito dalla sua follia, avendone acquistato coscienza. Infatti, il suo ricorso in appello contro la sentenza d’interdizione venne accolto, permettendogli di essere temporaneamente reintegrato nelle sue funzioni. Ma scrive Jung: “Si può addirittura osservare come ampie aree di un continuum scisso si congelino nuovamente e tornino a essere coese. Tali casi danno l’impressione di essere piuttosto normali, ma qua e là incontrate una fenditura, una scissione che penetra attraverso la superficie.” Per quanto riguarda Schreber, in breve, ricadde nella malattia e fu internato in manicomio dove alla fine spirò. In psichiatria, il caso Schreber ha suscitato tutta una lunga serie d’interpretazioni anche contrastanti, compresa quella di Deleuze e Guattarix, “Anti-Edipo”. È stato inoltre rilevato come nelle sue memorie l’autore non racconti mai nulla della sua infanzia e della sua famiglia. E frugando in tale ambito, si scopre un padre rigido e inventore di strumenti educativi decisamente sadici. Era un medico e professore dell’Università di Lipsia, fondatore dei “Giardini Schreber” per l’infanzia. Aveva inventato un congegno, una sbarra di ferro a forma di croce fissata al tavolo di studio, che facendo pressione sulla clavicola, impediva ai bambini di stare curvi a leggere o scrivere, nonché delle cinghie per le spalle, da portare tutto il giorno, per favorire la loro posizione eretta. Allevato così, ecco spiegato perché il figlio, il presidente Schreber, nei suoi deliri allucinatori, si sentisse perseguitato dall’occhio onnisciente di Dio, la figura ossessiva del padre.
Quel mio sogno o immagine tra veglia e sogno mi rimandava alle turbe mentali, di cui il caso del presidente Schreber rappresentava il paradigma, una coscienza agitata dagli infiniti frammenti dell’umanità, una turba che m’investiva sotto forma di un turbine di neve? Oppure non era altro che il ricordo nostalgico di un panorama alpino di splendente e limpida bellezza, che mi catturava nel suo sogno illusorio? O, forse, poteva trattarsi di un sogno fatidico, venuto a rivelarmi di un evento futuro? Ricordo che una volta dibattevo con l’amico De Pasquale sul problema della vecchiaia, era lui un grande conoscitore dei classici latini ed aveva di Roma un’immagine più che altro freudiana, come egli stesso mi dichiarò. Sorridendo, mi disse che la città eterna era una sua “nevrosi”, nella sua coscienza interiore era l’antica Roma, in cui poteva riconoscersi soltanto ammirandone le ultime preziose vestigia. Il tema dell’antichità e dell’eternità dell’arte si coniugava con la fugacità del tratto esistenziale, De Pasquale citò allora il “De senectute” di Cicerone e il “De brevitate vitae” di Seneca. “Perché in vecchiaia la memoria si dissolve?” domandai a sorpresa al neurologo. “Manca il tempo per ricordare, - rispose - dove il ricordo dà le indicazioni per il futuro. Non avendo più tempo davanti a sé, l’uomo prossimo alla fine dimentica più in fretta, onde poter vivere nella maniera più piena la morte, l’esperienza ultima della sua esistenza.” La nostra memoria (ricordo), il cuore, sovrintende alla conservazione dell’Io, senza cui la nostra anima (psiche) si frantumerebbe in mille frammenti. Ecco, l’anima! “Come può accadere che con la morte dell’uomo, l’anima non si disperda e questa non sia la fine del suo essere?” Domandai, allora. Era il dubbio non risolto di Cebete, a cui deve rispondere Socrate nel “Fedone” (77b). Ma, invece, di farsi trascinare in una lunga discussione, De Pasquale non era un “dialettico”, il mio amico disse: “Silvio, le propongo un patto. Per conoscere se davvero l’anima esiste, chi di noi due morirà per primo tornerà dall’Aldilà, per dare testimonianza della sua esistenza a chi di noi due è rimasto ancora vivo.” “D’accordo!” dissi e sollevammo i nostri due calici, per suggellare con un brindisi di grappa alla ruta il nostro patto ultraterreno. Fuori cadeva la neve e il grappino era d’obbligo, in alto i calici! Fu allora che familiarizzammo e la nostra amicizia si cementò poi con la sua visita a Roma, in compagnia di Nancy. Intanto, devo dire che da qualche anno non andiamo più a fare la settimana bianca e i rapporti con il dottor De Pasquale si sono allentati, soltanto ultimamente improvviso mi è tornato il ricordo del patto post mortem stipulato quella prima volta con l’amico. È accaduto quando curiosamente mi è capitato di leggere la cronaca del domenicano Agustin Calmet (1672-1757) su un patto simile al nostro, stipulato tra Marsilio Ficino e il suo amico e compagno di studi Michele Mercato. Non credo che De Pasquale avesse letto le “Dissertazioni sopra le apparizioni de' spiriti, e sopra i vampiri, o i risurgenti d’Ungheria, di Moravia etc.” dell’abate francese, ma doveva certo conoscere l’aneddoto, altrimenti come gli sarebbe venuta in mente quest’idea?
Ed ecco il brano delle “Dissertazioni”, dove è riportato l’episodio: “Il Cardinal Baronio, uomo dottissimo, e grave, dice di avere inteso [la storia] da molte persone di senno, le quali l’avevano sentito più volte dal pulpito, e particolarmente da Michel Mercato Protonotario della Santa Sede, uomo di nota bontà, e di dottrina, particolarmente nella Filosofia di Platone, cui di continuo s’applicava insieme con Marsilio Ficino suo intimo amico, non meno di lui zelante per la dottrina di Platone. Un giorno, che questi due gran Filosofi ragionavano insieme dell’immortalità dell’anima, e s’ella esistesse ancora dopo la morte del corpo, terminarono il loro discorso sulla materia con una promessa reciproca che il primo di loro che morisse verrebbe a dare all’altro notizia dello stato dell’altra vita. Separatisi con questa fede, qualche tempo dopo, essendo Michele Mercato medesimo benissimo desto, e studiando di buon mattino secondo il solito quelle materie filosofiche, sentì all’improvviso uno strepitio come d’uomo a cavallo, che correva verso la porta, e sentì nel medesimo tempo la voce del suo amico Marsilio Ficino che gridava: ‘Michele, Michele, tutto ciò che dicesi dell’altra vita è verissimo’. Aprì la finestra e vide Marsilio correre su un cavallo bianco. Michele gridavagli, che si fermasse, ma egli continuò la carriera e gli si tolse di vista. Marsilio Ficino soggiornava allora a Firenze ed era colà morto in quel punto stesso in cui era apparito, e aveva parlato all’amico. Michele scrisse tosto a Firenze per informarsi della verità del fatto ed ebbe in risposta esser mancato di vita Marsilio in quel momento appunto in cui aveva sentito lo strepitio e la voce di lui alla porta”. Era l’1 ottobre 1499, giorno in cui Marsilio Ficino moriva a Careggi, mentre l’amico di studi platonici si trovava a Roma. Ora, è chiaro che al credente un tale episodio fuori dall’ordinario può apparire miracoloso, ma non lo stupisce affatto, perché trova conferma in esso della sua fede. Un discorso d’altro genere, si deve fare, invece, per un laico o uno scettico, che di fronte a un racconto così inverosimile sentono di dover rafforzare il loro scetticismo. Le obiezioni sono diverse, a cominciare da certi particolari del racconto, tipo quello del cavallo bianco al gran galoppo cavalcato da Marsilio, seguito dall’enfatico vocativo: “Michele, Michele…” E sembra di udire l’eco della voce oracolare del predicatore, che dal pulpito si diffonde nella navata del tempio religioso: “Michele, Michele…” Inoltre, che quest’ammonimento dall’oltretomba venga profferito da Marsilio è nell’insieme un particolare coerente, anche se inverosimile, quello che invece sembra gratuito e sicuramente fantasticato è il colore bianco del cavallo, simile a quello che gli agiografi attribuiscono al destriero di famosi condottieri, tipo Alessandro Magno o Napoleone Bonaparte. Si dirà, è un simbolo, e allora si replicherà, è un sogno, in cui, come insegna Jung, il sognatore produce simboli.
Certo, il trattato di Agostino Calmet sui non-morti, pubblicato a Parigi nel 1746, è stato composto attraverso un attento lavoro di raccolta delle fonti storiche e con grande acribia. Ma bisogna anche dire che Simone Occhi, editore e tipografo attivo a Venezia dal 1738 al 1794, prima di licenziare dai propri torchi la traduzione dal “franzese” del volume, dovette subire il vaglio e l’approvazione dei “Riformadori a lo Studio de Padoa”, ufficio istituito dal Senato della Serenissima nel 1516, sovrintendente a tutto il settore riguardante la cultura e la pubblica istruzione, come riportato in calce all’opera: “Avendo veduto per la fede di Revisione ed Approvazione del Padre Fra Paolo Tommaso Manuelli Inquisitore Generale del Santo Uffizio di Venezia nel Libro intitolato “Dissertazione sopra l’Apparizione delli Spiriti, e sovra i Vampiri, del Padre Domenicano Agostino Calmet” non v’esser cosa alcuna contro la Santa Fede Cattolica; e parimente per attestato del Segretario nostro niente contro Principi e buoni costumi, concediamo licenza a Simone Occhi Stampatore di Venezia, che possi esser stampato, osservando gli ordini in materie di Stampe, e presentando le solite Copie alle pubbliche Librarie di Venezia, e di Padova. Data, li 25 settembre, 1751.” Si è voluto riportare per intero la formula di approvazione dei Riformatori allo Studio di Padova per registrare la seriosità con cui lo studio sugli Spiriti e i Vampiri è stato condotto e portato a termine, quindi non per contestarne il contenuto, mettendone alla berlina lo stile. Questo può ingannevolmente apparire pomposo, perché ancorato a un linguaggio settecentesco, benché una tale forma aulica possa indurre a dei veri e propri fraintendimenti in coloro che ne subiscono il fascino. In merito, per fare un’analogia, posso raccontare un episodio di cui sono stato testimone oculare, qualche anno fa, quando una sera si tenne una manifestazione in piazza San Marco a Venezia, non ricordo bene quale, forse un concerto musicale all’aperto, in cui su file di sedie allineate avevano preso posto degli spettatori avventizi. Prima dell’inizio, passava tra loro un filosofo allora sindaco della città lagunare, inquadrato dall’occhio attento delle telecamere. Vedendolo, uno degli avventizi, che si sentiva tutto solleticato dall’evento di cui era partecipe, gli si rivolse dichiarando che loro erano gli eredi degli antichi signori patrizi veneziani, ricevendo come risposta un brusco: “Ma stai zitto, idiota!”, che lasciò senza parole il “patrizio”.
Dobbiamo poi aggiungere che per ottenere il permesso di stampa, la “Dissertazione” dell’abate di Saint-Pierre de Senones dovette sottostare all’obbligo di pubblicare in appendice due documenti dei dottori della Sorbona, che condannavano certe pratiche di “esecuzione” di non-morti, condanna sottoscritta dall’abate alla fine del suo trattato: “Tutto quello che si sa e può servire a spiegare come s’abbian potuto cavar dal sepolcro alcuni vampiri, che abbian parlato, gridato, urlato, gettato sangue. E tutto ciò perché non eran ancora morti. Li han fatti morire di poi decapitandoli, abbruciandoli, trafiggendo loro il cuore. In simili esecuzioni apparisce una manifesta ingiustizia, poiché il pretesto del loro preteso ritorno per dar travaglio ai vivi, per farli morire, per maltrattarli, non è una sufficiente ragione per trattarli in quella guisa. Peraltro non è mai stato provato il loro preteso ritorno, né mai autenticato in maniera che possa autorizzare alcuno a usare tale crudeltà e tal disonore.” Il giudizio conclusivo è inequivocabile: “Imperciocché non ha fondamento alcuno tutto quel che si dice delle apparizioni, delle vessazioni, dei danni cagionati dai pretesi Vampiri e dai Brucolachi. Non mi meraviglio, che la Sorbona abbia condannato quegli atti inumani e violenti, che si praticano in quei corpi morti; è ben da stupirsi, che Potestà secolari, e i Magistrati non usino la loro autorità, e la severità della Leggi a reprimerli.” Mi è venuto incontro Carlo De Pasquale, l’atteggiamento di sempre: “Ciao, Silvio,” mi ha detto, sorridente. “Oh, Carlo!” ho esclamato, sorpreso perché non lo vedevo da tempo. “Vieni,” mi ha detto, ed io l’ho seguito sulla pista da sci. Abbiamo preso la seggiovia ed abbiamo iniziato a salire… Ma dove stavamo andando? In cielo?... E giù nella valle, la miriade di puntini neri, lontano sempre più lontano da noi? Laggiù! “L’umanità”, De Pasquale il volto illuminato… Visione o sogno? Un sogno fatidico? Non cavalca nessun cavallo bianco il mio amico… non-morto… no! Il velo bianco di neve immacolata del New Hampshire sale su a spirale ad investirmi, non devo dormire, devo svegliarmi, telefonare a… Nancy? Dov’è il figlio di Frau Schreber? È buio, sento il confuso bisbiglio di una turba di ombre, più in fondo una luce disegna il rettangolo di una porta chiusa. Vado avanti verso la soglia ora illuminata da un esterno bagliore, uno splendente nitido avorio.
1. Immagini notturne Restai abbastanza perplesso nel vederlo, il leone trotterellava nell’ampia sala di casa, che comunica con le camere da letto da una parte, il corridoio e altre stanze dagli altri due lati, allora lo seguii in corridoio e vidi che entrava nella stanza di Maria, la mia consorte. Lei non sembrava affatto preoccupata di vedere la fiera, quasi fosse una presenza abituale, mentre io provai ad immaginare che potesse azzannarci, un’idea e un timore a un tempo, nel caso fosse stato affamato e reclamasse cibo. Non feci in tempo a pensarlo che il leone si sollevò sulle zampe posteriori e girò la testa verso di me, con le fauci spalancate, poi si voltò e appoggiò le zampe anteriori sulle spalle di Maria. Sembravano complici, lei non era affatto spaventata, anzi lo abbracciò, forse per non perdere l’equilibrio, la fiera allora desistette e si rimise sulle quattro zampe, quindi si allontanò verso l’altra porta della stanza. Interrogai con gli occhi mia moglie, ma lei mi guardò con aria disincantata, un sorriso appena percepibile. Notai che aveva un’abrasione sulla parte destra del petto un po’ sotto la clavicola scoperta, una chiazza di sangue raggrumato. “Il nostro leoncino,” mormorò. “È cresciuto con noi,” aggiunse con tenerezza alzando le mani accostate, come a mostrare le piccole dimensioni di quando era cucciolo. “Bisogna dargli un nome, allora,” dissi e mi avviai in camera da letto. Nel tragitto vidi la fiera che si aggirava sempre per i vari ambienti della casa. “Dobbiamo chiamarlo Benvenuto” dissi, ma ero solo. Uscii dalla stanza per rintracciare il leone, ma vidi la porta di casa spalancata e capii che l’animale era andato via. Allora lo seguii per le strade della città, per rintracciarlo, ma presagendo di non riuscire più a trovarlo, fui assalito da un senso di rimpianto e di malinconia. Un attimo dopo, mi svegliai, avevo sognato. Cercai di ricomporre il mosaico delle immagini oniriche, nel tentativo di dare un ordine razionale alle scene. Un raggio di sole penetrava nella stanza in penombra attraverso le tende socchiuse e mi resi conto che era il primo pomeriggio. Pensai di alzarmi, avevo riposato dopo un pranzo leggero e c’era ancora da andare al mare, per la seconda parte del giorno. Restai però disteso, per interpretare il mio sogno. Chi era Maria? E soprattutto perché si chiamava Maria? La donna del sogno non era mia moglie, in verità non sono sposato. E il leone? Un animale affettuoso e innocentemente offensivo, che senza volerlo aveva con una zampata lasciato il segno di un graffio vistoso. Era stato più l’incontro di un cane con il suo padrone, un saluto, una richiesta di attenzione, invece che l’assalto di una belva. Cercavo di capire chi fosse quella donna con i capelli neri, lunghi e ricci e gli occhi scuri, un vestito estivo nero, che le lasciava semi scoperta la spalla, la stoffa era stata lacerata nell’abbraccio con il suo “leoncino”.
Seguendo la teoria della condensazione psichica, in base a cui la figura cangiante di un sogno è il risultato di più immagini di persone reali, cercavo di ritrovare i tratti di quella fisionomia. “È quella di un canale privato,” dissi quando la vidi. “E come fai a riconoscerla?” intervenne mia cugina Donata. Ero in casa degli zii Adinolfi e guardavo la televisione in salotto, aspettavamo l’arrivo di Luca, il figlio, doveva portarmi il computer resettato. La giornalista, una ragazza dai capelli chiari, un neo sulla gota, conduceva un programma di geografia su un’emittente privata ed ora era apparsa su Rai Uno, cominciava ad affermarsi. Spiegai che avevo avuto modo di osservarla, avendo seguito i documentari molto interessanti da lei presentati. “Ma se sono tutte uguali!” esclamò Donata. Non aveva torto, ad uno sguardo distratto apparivano un po’ tutte uguali, forse andavano tutte dallo stesso parrucchiere o magari il taglio era quello alla moda. Ricordo una ragazza russa, a Mosca, era alla reception di un albergo, e aveva lo stesso taglio e colore nero di capelli della segretaria di uno studio medico di Roma. Ho specificato che la ragazza era russa, ma a Mosca non sono tutte russe? Certo, ma poteva essere di un’altra nazionalità, come s’incontrano nei grandi alberghi di catene internazionali di tutte le capitali e metropoli del mondo. È l’effetto della globalizzazione. Comunque, la Maria del sogno non era la giornalista televisiva e neppure la giovane moscovita della reception, che peraltro parlava la lingua italiana, come anche un cameriere siberiano. Oh, l’Italia! In un ristorante del centro di San Pietroburgo erano affisse, come decorazioni alle pareti, delle fotografie con le scene di alcuni film interpretati da Marcello Mastroianni e Sofia Loren, intramontabili. Ma la Maria del sogno chi era? A pensarci bene assomigliava nei tratti del viso ad un’altra giornalista televisiva, però più anziana, che teneva una rubrica su episodi di cronaca nera. Il fatto è che le sembianze di quella figura onirica andava sfumando e io mi perdevo dietro immagini di volti conosciuti o più o meno anonimi. Poi, ecco, pensai ad Antonietta e la donna del sogno riacquistò i suoi tratti del viso e della sua sagoma femminile, che però non erano quelli di Antonietta. Era il nome che aveva avvicinato le due figure, Antonietta si chiama Maria Antonietta. L’ultima volta che l’avevo vista aveva preso un cagnolino in braccio e lo accarezzava teneramente, lo stesso sguardo tenero della Maria del sogno.
E seguendo le tracce del cagnolino, il “leoncino”, mi venne in mente una scena di caccia al fagiano al Castello di Lunghezza, nella tenuta di Sir Sherlock Holmes, a sud est della capitale. Fu una battuta a cui avevo partecipato, grazie all’invito di un mio amico, gran cacciatore ed anche infaticabile pescatore di anatre nei laghi e negli stagni della campagna laziale. Ricordo che quando andammo a rendere omaggio al discendente del nobile inglese, che comunque non ha niente a che fare con il personaggio letterario creato dalla fantasia di Sir Arthur Conan Doyle, egli ci ricevette con estrema cortesia, una figura dell’antica aristocrazia britannica. Era alto circa due metri, magro, elegantissimo in un vestito blu notte, la camicia bianca e il farfallino scuro al colletto inamidato, i capelli bianchissimi. Doveva avere circa novant’anni, ma si muoveva con estrema scioltezza, pare facesse una nuotata di due chilometri al giorno, ad ogni sveglia, all’alba, nella piscina situata nel verde del parco del castello, un gentiluomo d’altri tempi. Unica pecca, quella mattina, il nobile aristocratico aveva la barba non rasata di due tre giorni, che davano alle sue gote riflessi d’argento, un tipico segno del carattere eccentrico degli inglesi, eh già! Quando ci salutò, sulla soglia di casa, mi strinse calorosamente le mani: “Onoratissimo, mister Cocchiarelli!” disse. Sorrisi, in verità, io mi chiamo Barbaresco, Cocchiarelli è il mio amico. Ma sorrisi, non per l’errore del gentiluomo, non un lapsus, soltanto un segno di fiducia, sorrisi invece per quel suo pittoresco accento autenticamente inglese. Intanto vorrei spiegare che il mio amico era l’uomo più fidato del discendente di Sir Sherlock Holmes, di cui portava lo stesso nome, oltre al blasone familiare. Cocchiarelli era il capo stalliere, essendo pratico non solo di animali acquatici e volatili, ma anche di cavalli, cani e volpi. Ecco perché nell’assegnarmi il nome del suo fido capo stalliere, il nobiluomo mostrava di darmi un segno della sua fiducia, quasi un’investitura a vicecapo stalliere, non avendogli nessuno detto, me compreso, che io mi chiamassi Barbaresco. Ma un’altra dote possedeva il mio amico, che tornava utile a Sir Sherlock Holmes: quando, in autunno, si organizzava la caccia alla volpe, egli portava al castello la servitù, vale a dire una decina di suoi compaesani con una cinquantina di cani, che costituivano la muta. Il giorno dell’inaugurazione della caccia lo scenario che si presentava era veramente imponente e spettacolare. Una ventina di cavalieri, tra cui diverse amazzoni, tutti appartenenti alla nobiltà britannica, era schierata con la caratteristica uniforme, giacca rossa, alcuni nera, pantaloni bianchi attillati da cavallerizzo, stivali neri, cappellino con visiera. Quando Cocchiarelli tornava dal boschetto, dove aveva trascinato lungo l’itinerario prestabilito un tampone impregnato dell'urina di volpe, Brynmor, un gallese di statura gigantesca suonava il corno da caccia, al terzo squillo i paesani rilasciavano i cani e subito i cavalieri partivano di gran carriera al seguito della muta scatenata.
Nel bosco spesso erano nascosti degli animalisti, la notte prima abusivamente introdottisi nella tenuta, per controllare che la caccia fosse finta e non fosse sacrificata nessuna volpe. A seguito di questa illegale intrusione, una volta Arrigo, il mio amico Cocchiarelli, che si era appostato con Brynmor e altri paesani, per sorprendere gli abusivi, riuscì a scorgerli nell’ombra e scacciarli. Più tardi, gli animalisti tornarono in forze e si scontrarono a colpi di bastone con la truppa di Arrigo, che non ostante l’aiuto del gigante gallese ebbe la peggio e dovette ritirarsi. Quando il nobile si assentava, restava il più anziano (major) a guardia del castello e della tenuta (domus) ossia il maggiordomo, nomina che Arrigo Cocchiarelli ricevette in una solenne cerimonia, quando gli fu consegnato anche il collare di grande stalliere del nobile casato degli Sherlock Holmes della Contea del North Yorkshire. Fu il Conte stesso in persona a consegnargli con le sue mani l’importante onorificenza, e dalle mani di chi altri il solerte Arrigo avrebbe potuto ottenere mai una tale investitura sovrana su tutte le stalle nobiliari degli Sherlock Holmes, comprese quelle britanniche del North Yorkshire? A questo punto, qualcuno, anzi più di qualcuno, dopo aver allegramente riso (almeno lo spero) di tutte queste piacevolezze da me raccontate, potrebbe domandarsi da dove mi derivano tutte queste fantasie e ironie su nobili inglesi, servi e stallieri italiani, me compreso, anche se forzatamente per nobile grazia del gentiluomo, e su anatre, fagiani, cavalli, cani e volpi. Io potrei sghignazzare assai volentieri con loro per queste demenziali buffonerie, eppure… eppure… nulla sarebbe più lontano dal vero che considerare tali fatti e situazioni come sogni bizzarri. Ahimè! Nei sogni la verità appare confusa e disordinata, inverosimile e balzana, eppure… eppure… Ma che eppure, eppure! Cerchiamo di dare una spiegazione logica a tutte queste stramberie di stile, che so, donchisciottesco, forse?
Le lotte degli animalisti contro i cacciatori, nel nostro caso la volpe, sono fantasie? Le anatre, i fagiani, i cavalli, i cani, senza parlare dei leoni e dei cuccioli dei leoni, e noi bipedi terrestri tra loro animali da savana, aria ed acqua, siamo forse irreali? E la figura di Sherlock Holmes, il nobile inglese o normanno, nel senso di uomo del nord, a cui, sebbene protestassi il contrario, ho assegnato un tale nome, prendendolo a prestito dalla letteratura, peraltro contraccambiando quel suo goffo darmi del “Cocchiarelli”, senza voler offendere il mio amico Arrigo, per carità, ma io sono Barbaresco, ebbene una tale figura di antico gentiluomo di nobile discendenza è così inverosimile? A me non pare. I sogni e le fantasie sono irrazionali, ma il materiale psichico di cui sono composti, al di là delle simboliche junghiane, ci deriva dalla realtà, quella realtà in cui ricevono uno statuto di verità di esistenza anche figure immaginarie, tipo Sherlock Holmes, figure che peraltro sopravvivono a noi anonimi mortali. Certo un leone che si aggira per casa non è una realtà quotidiana, ma l’immagine di un sogno che ci raggiunge come simbolo dall’inconscio è comunque sempre una figura psichica da decifrare. Io sono appeso al filo della malinconia che m’invase quando la fiera abbandonò la nostra casa ed ora capisco perché mi sono ricordato di Arrigo e ne ho revocato le gesta, si fa per dire, ma non potevo non “registrare” del mio amico le sue imprese, “res gestae”, come dire fatti accaduti, storia, storia non augustea, ma sempre storia, anche se umile di stalliere, innalzato a gran sovrano. È un po’ quello che accade a Sancho Panza, personaggio letterario più celebre di Arrigo. La sua malinconia era la mia malinconia, la perdita di un affetto animale, il cane di Arrigo era fuggito e il suo padrone si era immalinconito. Chissà dove si sarebbe conclusa e in che modo la vita randagia del suo fedele segugio tra i mali del mondo! Io intanto concludo il racconto del mio sogno e conseguenti storie di fantasia, ma non tanto, con un interrogativo ineludibile. Il materiale psichico venuto qui alla luce è per la nostra facoltà di conoscenza “Schein” o “Erscheinung?” È questo un interrogativo drammatico ed enigmatico, che come vedremo fu suscitato e risolto dal pallido e sublime pensatore di Königsberg.
2. Le parvenze Ero affacciato al balcone dell’ultimo piano, il quinto, della casa di boulevard Carnot, a Cannes, e guardavo giù in strada i passanti ormai rari, nell’imbrunire del giorno. La mattina c’è un discendere di residenti verso la Croisette e il mare, e un risalire al tramonto di questi bagnanti, che diventa sempre più raro nella sera. Ora, il Boulevard appariva deserto, e d’un tratto li vidi: erano loro! Un uomo e una donna camminavano affiancati con passo regolare in direzione di Le Cannet. E fui raggiunto da una visione lontana: stavano di spalle sulla banchina, aspettando il tram nelle luci bagnate della sera, l’asfalto umido di pioggia di una grande città. Colto da un improvviso senso di smarrimento, scesi di corsa le scale e fui in strada, attraversai, raggiunsi l’altro marciapiede e cominciai a salire. Mi sembrava di vedere due figure abbastanza in avanti nella luce ormai incerta, poi si accesero i lampioni e passarono alcune automobili veloci e un autobus, che distrassero la mia attenzione. Ero arrivato ai giardini della Rue Masséna, un ometto striminzito camminava a passettini all’indietro, volgendomi le spalle. Quando mi sentì arrivare, si voltò e mi lanciò uno sguardo arcigno, si rigirò di colpo e tornò indietro sempre a passettini di gambero, con equilibrio incerto. Diedi uno sguardo, attraverso il cancello, al cortile del Lycée Carnot, dove mi ero fermato. Poi decisi di ritornare e cominciai a scendere lungo il viale, quando fui attirato da alcune grida che giungevano dal fondo dell’altro marciapiede. Poco dopo, una donna brizzolata, in bermuda, che reggeva un malloppo di oggetti verosimilmente in argento o peltro, risaliva a balzi verso il suo negozio di antiquariato, dove l’attendeva una socia dai tratti magrebini. In fondo le zingare ladre si allontanavano in fretta vocianti, nelle loro vesti svolazzanti. Continuai a scendere lentamente, ero indeciso, non sapevo se continuare, avevo superato la casa residence, dove soggiornavo in questa mia vacanza al mare in Costa Azzurra. Allora mi fermai e mi voltai e vidi un uomo che scendeva appoggiandosi con entrambe le mani a due bastoni. Nell’incrociare il mio sguardo, l’invalido si fermò e allargò le braccia, come a meglio esibire la sua misera condizione. Distolsi lo sguardo e ripresi a scendere, ero quasi arrivato al cavalcavia, dove termina il boulevard, e vidi un uomo in carrozzella che parlava sorridente a un colombo venuto a fermarsi sulla strada davanti a lui, subito smettendo non appena mi vide. Attraversai la strada e superato il cavalcavia, scesi giù a destra, dove imboccai la Rue Meynadier. È la strada che percorriamo ogni mattina, io e Peter, per andare al mare, le spiagge oltre il porto vecchio. Qualche volta tiriamo dritto sulla Croisette, in direzione del Palazzo del Cinema, dove ad ogni ora i turisti salgono e scendono le scale, per farsi fotografare imitando i divi, direi meglio le dive, in specie le tante turiste giapponesi. Abitualmente però, svoltiamo per la Rue Meynadier, perché a quell’ora completamente in ombra e quindi più al fresco. Camminavo lentamente e le vidi tutte lì schierate in fila lungo le facciate degli stabili, nella penombra, le strane figure: l’uomo gambero, l’infermo dei bastoni, l’invalido in carrozzella, le derubate e le zingare furfanti. Andai oltre, cercavo altre figure, e vidi la elemosinante gobbetta sciancata, alta meno di un metro, che di giorno si muoveva sulla elegante Rue d’Antibes. Sentivo le palpebre pesanti e mi abbandonai come ad un torpore in quella penombra della Rue Meynadier.
Ho aperto gli occhi nella luce del giorno, che filtra dai vetri del balcone, inondando la stanza, dove non avevo chiuso le tende la sera precedente, prima di coricarmi. Che cosa era successo? Ho richiuso gli occhi, la lingua di Peter mi lecca il braccio: “Buono, Peter,” dico e gli accarezzo la testa, il mio golden retriever. “Hai fame? Tra poco ti preparo la pappa.” Quindi mi alzo, e le immagini notturne mi tornano in mente. Ieri sera, ero affacciato al balcone, poi quando ho visto quella coppia, che risaliva il Boulevard, sono sceso di corsa. Perché? Erano gli affetti perduti nella mia infanzia, quelli che mi avevano teneramente amato, sorreggendomi nel mio avanzare nei giorni della vita, e poi erano scomparsi, i miei morti. Ero sceso ad inseguirli, poi nei pressi del cancello del Lycée Carnot, mi sono fermato e sono tornato malinconicamente indietro a casa. E quelle ombre? Quelle immagini fluttuanti nella luce scura della sera? Parvenze? La querelle è nota, anzi no, gli addetti ai lavori conoscono molto bene il problema, gli altri (noi normali), invece, per nulla. “Es wäre meine eigene Schuld, wenn ich aus dem, was ich zur Erscheinung zählen sollte, bloßen Schein machte.” Chi ha studiato la lingua tedesca, aiutandosi magari con i traduttori automatici (nel senso che traducono a caso, ed infatti “caso” in greco è “autòmaton” ), così traduce: “Sarebbe un mio grave errore, se riducessi a mera parvenza (Schein) quello che dovrei considerare un fenomeno (Erscheinung).” Orbene, ho parlato di querelle e di problema, e dico subito che la querelle ovviamente riguarda il problema, ossia come tradurre il lessico di Kant, in particolare quello della Kritik der reinen Vernunft (“Critica della ragion pura”) e rendere quindi fedelmente il suo pensiero. In questione sono qui i due sostantivi: “Erscheinung” e “Schein”, che noi abbiamo tradotto rispettivamente con “fenomeno” e “parvenza”. È una traduzione fatta non a caso, anche se ho consultato il traduttore automatico, ma dopo avere diligentemente seguito la querelle tra autori qualificati. Io vado in cerca di qualifica, e quando mi sforzo di scrivere qualcosa di corretto o quanto meno accettabile, uso il pluralis “noi”, per cercare di coinvolgere e convincere gli altri, al contrario parlo al singolare quando capisco che devo addossare sulle mie spalle il carico di scelleratezze intellettuali, che vado seminando qua e là. È chiaro che la mia autoironia è di carattere socratico, so di non sapere… anzi no io non faccio nessuna autoironia né tanto meno socratica, io con Socrate non ho mai avuto niente a che fare, non lo conosco. - Mai sentito nominare? - Come? - Dicevo, lei non ha mai sentito nominare Socrate? - Chi? - Abbiamo capito! Quello ha capito, beato lui! Io invece non ho capito nulla, non capisco proprio più niente. Ma perché in questa maledetta alba il gallo ha già cantato tre volte? Il gallo di Asclepio? Mah!
“Tradurre la Critica è un compito di una certa difficoltà. Non ostante la celebre asprezza di questo testo, le difficoltà di contenuto non sono certo le maggiori. Uno studio attento e prolungato può portare abbastanza agevolmente a superarle.” Così scrive Giorgio Colli nella nota introduttiva alla sua traduzione della Critica della ragion pura, pubblicata nel 1957. Più avanti, l’autore parla di due traduzioni della “Critica” in lingua italiana: “La più antica traduzione completa fu pubblicata a Pavia tra il 1820 e il 1822. I gravi difetti di questa traduzione sono stati più volte messi in rilievo. Non occorre qui insistere sull’argomento, e si può dire che oggi tale traduzione non ha più alcuna utilità. La traduzione integrale di Gentile e Lombardo-Radice, pubblicata nel 1909 e ristampata più volte, costituisce sino ad oggi quanto di meglio si è fatto in Italia per diffondere la conoscenza di questa fondamentale opera kantiana. L’impegno di questi due traduttori è stato senza dubbio notevole, ed è doveroso riconoscere il loro sforzo coscienzioso per restituire fedelmente l’originale. Ma i difetti di questa traduzione sono purtroppo numerosi e tali, comunque, da consigliare un nuovo tentativo. Una conoscenza non sufficiente della lingua tedesca fa cadere troppo spesso Gentile e Lombardo-Radice in errori di interpretazione letterale, talvolta anche madornali. Inoltre, la preoccupazione costante della fedeltà va il più delle volte a scapito della chiarezza. Manca infine una conoscenza adeguata della letteratura filologica sull’argomento e delle altre traduzioni [in altre lingue, francese, inglese].” In questo modo Colli fa tabula rasa delle precedenti traduzioni ed impone la sua. Nel 1976, lo studioso presenta la terza edizione dell’opera, discutendo nella premessa di altre traduzioni intervenute nel frattempo e quindi della revisione compiuta da Vittorio Mathieu del testo di Lombardo-Radice, la cui traduzione viene da lui giudicata “classica” ed “eccellente”. Ma, nota Colli, “non dice [Mathieu] di aver tenuto conto, come invece ha fatto, di circa 120 errori e imprecisioni di tale traduzione “ormai classica”, che la nostra edizione aveva segnalato.” Infine, l’attenzione si concentra su due termini in particolare: “Così, anche nella revisione rivediamo confermato che Gemüth significa “spirito”! Forse perché in Italia Kant deve essere compreso attraverso Hegel? In ogni caso questa mediazione è operante, quando si respinge con orrore la nostra traduzione di Erscheinung con apparenza.”
Ora, tralasciamo il discorso su Gemüth, che lo stesso Mathieu nel glossario indica come animus, essendo “animo” il significato più proprio del vocabolo tedesco, e animo in italiano equivale a spirito, anche se non in senso hegeliano, parliamo invece di Erscheinung, finalmente! Eh, sì! perché le parvenze (Schein) da me viste, in quella sera d’estate, nella Rue Meynadier si possono definire invece proprio con questa parola: “Erscheinung”, secondo l’intenzione di Kant. Giorgio Colli così traduce il passo che abbiamo preso in esame: “Sarebbe colpa mia, se io trasformassi in semplice illusione (Schein) ciò che dovrei invece attribuire all’apparenza (Erscheinung).” Nell’edizione a cura di Mathieu, si legge: “Sarebbe un errore il mio, se io facessi una pura parvenza (Schein) di ciò che devo considerare come fenomeno (Erscheinung).” Nel glossario, così quest’ultimo autore spiega la sua scelta, citando un passo dell’edizione della “Critica” del 1781, poi espunto nella seconda edizione (1787): “Le cose che appaiono [Erscheinungen], in quanto siano pensate come oggetti secondo l’unità delle categorie, si chiamano Phaenomena. Alcuni traduttori preferiscono perciò rendere Erscheinung con apparenza e riservare fenomeno a Phaenomenon; ma l’uso kantiano non impone tale distinzione.” Nel “Dizionario di filosofia” di Nicola Abbagnano, alla voce “fenomeno”, si legge che “fenomeno” è lo stesso che “apparenza”. La querelle è soltanto linguistica, ma perché io ho voluto approfondirla? Nessuna parola è dove la cosa manca. Ho rovesciato l’affermazione: “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”, il verso della poesia di Stefan George, “La parola” (Das Wort), commentato da Heidegger nel saggio “L’essenza del linguaggio”, per esprimere la provenienza dell’essere dal pensiero: “È la parola che procura l'essere alla cosa.” Nella Rue Meynadier, in quella sera d’estate, che cosa erano quelle cose? Erano Scheine, Erscheinungen, Phaenomena? Parvenze, apparenze, fenomeni? Je ne sai pas.
ALDILÀ DEI VETRI Interpretazione di un frammento poetico anonimo
1. La luce nella notte Tempo fa, mi sono imbattuto nel testo anonimo di una poesia, un frammento forse colto su una qualche rivista letteraria, ora non ricordo. Quello che però ricordo sono i due o tre versi: “Fu quel giorno / in cui di notte accesero la luce / che rivelò lo strazio del mio cuore.” Questi versi allora mi apparvero abbastanza enigmatici, ma non tanto da non essere decifrati, per cui ne tentai un’esegesi. Nell’opera, mi fu d’aiuto un commento apposto a quel frammento: “Urlo notturno o incubo”. Probabilmente era il titolo da assegnare alla poesia. Il giorno, in cui di notte accesero la luce, è sicuramente la giornata nell’arco delle ventiquattro ore, riferita alla sua parte notturna. Ma perché il poeta sente il bisogno di nominare il giorno? Non poteva nominare direttamente la notte? “Fu quella notte in cui…” O magari più genericamente, se costretto da qualche esigenza di metro, poteva scrivere: “Fu quella volta, in cui di notte...” Non so dire se quei versi fossero una bozza o un frammento del testo poetico, anche se propendo per questa seconda alternativa. In questo caso, si trattava di una precisa scelta, e me ne convinsi seguendo questo mio ragionamento. L’immagine poetica andava al di là della distinzione tra notte e giorno, che segna il nostro tempo mondano. L’alternarsi della luce e dell’ombra è data dalla rotazione terrestre, quindi è il sole ad assegnare alla terra il giorno e la notte. Che cosa significa questo? Il poeta voleva forse suggerire il respiro di un tempo cosmico, che trascende il tempo quotidiano dei mortali? È probabile, ma poteva anche pensarsi che quella del giorno fosse una metafora. Donde nascevano questi miei pensieri nell’interpretare quei versi? È necessario rispondere a questa domanda, se si vuole stabilire un paradigma ermeneutico, che abbia un minimo di validità. Il retroterra della poesia, quella messa in versi, è una certa conoscenza della letteratura in cui si scrive, che poi si rifà sempre a quella classica, per la cultura occidentale, la letteratura latina e greca. Ora a tutti è noto, anche se non nei particolari, ma nel suo tratto più generico, il mito della Sfinge, il mostro con il corpo di leone e la testa umana, di guardia alle porte della città di Tebe. A chiunque voleva entrare veniva posto un indovinello, e se non sapeva risolverlo veniva divorato dall’animale, come riferisce Eschilo. La formulazione dell’indovinello è riportata in forma diversa da vari autori e si può così riassumere: quale essere da quadrupede diventa bipede e poi tripede? L’enigma fu risolto da Edipo, che nella risposta indicò l’uomo, che gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia a un bastone da anziano. Sono le varie età della vita umana dal suo sorgere alla sua fine, una metafora del giorno, simile alla parabola che compie il sole all’orizzonte, ascendente nell’infanzia, al culmine nell’età adulta, al tramonto nella vecchiaia.
È questo verosimilmente il fondo di coscienza, da cui sorgeva l’ispirazione dello sconosciuto poeta di quei versi. Ecco perché egli nomina il giorno, anche se in maniera puntuale. Infatti, noi così possiamo tradurre il verso: “Fu in quel momento della vita, (il giorno), in cui l’accendersi della luce di notte rivelò lo strazio del cuore.” In questo modo, possiamo aver risolto il piccolo enigma della nomina del giorno, che ingloba nel ciclo della sua durata anche le ombre della notte. E nel dire “notte”, ci rendiamo conto di avere colto un'altra parola essenziale del frammento poetico. Nel giorno, di notte, accesero la luce. Qui l’ispirazione poetica ha suggerito il contrasto tra la luce del giorno e l’oscurità della notte, ed in quest’oscurità si rende necessario accendere la luce. Perché? Se di notte, noi veniamo svegliati di colpo da un rumore improvviso, così forte da destarci, nelle tenebre, dopo l’emozione del sussulto, noi vogliamo capire, e capire significa volerci vedere chiaro. Quindi, pur sapendo di dover subito restringere gli occhi abbagliati, noi accendiamo la luce, per scoprire la causa di quel rumore, ladri notturni forse. Il poeta comunque dice: “accesero la luce”. Non è lui ad accendere la luce, perché svegliato di soprassalto nel cuore della notte. Chi, allora? Altri, e nel dire altri, noi dobbiamo pensare al plurale: “accesero”. A questo punto, scherzosamente, seguendo l’immagine poetica in esegesi, possiamo dire che pur con la luce accesa non scorgiamo nulla. Non riusciamo ancora a veder chiaro nel testo. Ed allora per orientarci, ricorriamo all’aiuto del commento, forse il titolo della poesia: “Urlo notturno o incubo”. È l’urlo il rumore che squarcia il cuore della notte ed anche il cuore del poeta? Abbiamo detto che non è lui ad essere svegliato di soprassalto, avevamo fatta questa ipotesi, ma forse questa può rivelarsi infondata: non è lui ad accendere la luce, certo, ma non è detto che anche lui non stesse dormendo e quindi sia stato destato dall’urlo, come gli altri che hanno acceso la luce. Ma a chi appartiene quell’urlo nella notte, che sveglia, a quanto possiamo dire, un po’ tutti? Il commento dice: “Urlo notturno o incubo”. È un’alternativa? Possiamo, però, pensare che il poeta, nel caso queste parole costituiscano il titolo della poesia, voglia invece intendere che il tema è l’urlo notturno o l’incubo, come dire lo stesso. Ora, il tema centrale della poesia, sembra essere lo “strazio del cuore”, quello strazio rivelato dall’urlo che fa svegliare nella notte quei tutti che hanno acceso la luce, gli altri, il soggetto plurale sottinteso dell’azione dell’accendere la luce. È ovvio che la luce venga accesa per l’improvviso sussulto e sgomento che l’urlo notturno genera. Se quindi gli altri hanno acceso la luce, l’urlo è del poeta, almeno così dobbiamo pensare, e questo nostro pensiero viene rafforzato dall’assimilazione dell’urlo all’incubo, o è meglio dire, la concatenazione tra l’incubo e l’urlo, con il conseguente risveglio di chi nella notte viene raggiunto dall’urlo, urlante compreso, se dormiente. Che cosa possiamo dire di sapere, a questo punto? Il poeta voleva trasmetterci questa sua emozione di un incubo, non sappiamo quale, sofferto, e così ha poetato lo stato del suo animo tumultuante, il cuore straziato. Altro il frammento poetico non dice, né altro possiamo sapere di quello strazio del cuore, al di fuori del dolore che lo strazio comporta. L’interpretazione dei versi poteva fermarsi qui, ma poi mi è accaduto di leggere un racconto gotico, che mi ha indotto a proseguire la mia indagine esegetica sull’anonimo frammento poetico.
2. Il grido del defunto Lord Timothy Sfogliando un’antologia, “I grandi racconti gotici”, comprendente scritti di autori della “Literary of Terror”, che va dal 1760 al 1820, oltre ai nomi più conosciuti, come Horace Walpole, “Il castello di Otranto”, Ann Radcliffe, “Il confessionale dei Penitenti Neri”, Mary Shilley, “Frankenstein”, fui attirato dal nome di Emily Alcott Northanger, o meglio dal titolo del racconto: “Il grido del defunto Lord Timothy”. Quello che mi aveva colpito nella frase era il “grido”, perché associato a un defunto. Mi ricordai del frammento poetico o forse no, soltanto inconsciamente, fui spinto a leggere il racconto, all’inizio abbastanza noioso in verità. Bernard Timothy, Barone di Guildford, aveva sposato la deliziosa Alice Hamilton, signora della Contea di Basingstoke ed insieme erano andati ad abitare nel Castello di Aldershot, dove vivevano tranquilli, assieme a due figli piccoli, nati dal matrimonio. Sir Timothy era occupato a gestire i suoi possedimenti di campagna e seguiva anche gli affari politici, recandosi a Londra, come membro della Camera dei Lord. Poi, un giorno, si era ammalato e dopo alcuni mesi era morto. La giovane vedova aveva deciso che la camera nuziale, dove il marito si era spento, rimanesse intatta com’era ed era traslocata in un’altra stanza situata nello stesso corridoio. La narratrice raccontava il particolare che Lady Hamilton, nei primi tempi, alzandosi quasi ogni notte, era solita passare davanti all’ex-camera nuziale con la porta tenuta aperta e lanciava occhiate in direzione del buio dov’era il letto, quasi a voler distinguere nell’ombra la sagoma distesa del marito, non un morto, ma un dormiente. Con il tempo, aveva diradato quest’abitudine ed infine si era spostata con i figli in un’altra ala del castello. Un anno dopo il lutto, aveva conosciuto un giovane nobile, che aveva frequentato per mesi, contraendo infine con lui un nuovo matrimonio. Era sopraggiunta la gravidanza e poco prima della nuova nascita, Lady Hamilton aveva fatto un sogno. Vedeva il vetro di una grande finestra illuminata dal sole, alla base spuntava prima una capigliatura, poi pian piano si disegnava la testolina di un bambino e il suo sorriso e presto altri piccoli volti sorridenti apparvero sulla finestra. La giovane Alice si svegliò leggermente turbata, con un ritornello nella mente: “La vita sorride alla morte”. Era una frase letta dove? O pronunciata da chi? Era turbata e non sapeva dire perché, poi le immagini del sogno svanirono e lei fu presa di nuovo dagli affari quotidiani domestici.
A questo punto della lettura fui colto dal dubbio e andai a controllare il titolo del racconto nella lingua originale: “Smiles of childrens across the window”. Dov’era il “gotico”? Continuai, in attesa del finale, confidando nel titolo italiano del racconto. Lady Hamilton, con la crescita del nuovo neonato e pensando a possibili futuri eventi, decise di riorganizzare la casa, dismise la ex-stanza nuziale, adibendola a biblioteca studio per il nuovo marito e tornò ad abitare quell’ala del castello assieme a tutta la famiglia. Una notte… e qui iniziava il “gotico” … Una notte Lord Timothy tornò a dormire nel suo letto ed ogni notte sentiva la moglie passare davanti alla sua porta e lanciare un’occhiata nella sua direzione. Restava sveglio e immobile per non impensierirla e si muoveva soltanto quando capiva che lei era tornata a dormire e non poteva più avvertire i suoi movimenti. Poi una notte Bernard ebbe un sogno: alla base del vetro di una finestra illuminata dal sole vide la capigliatura di un bambino, presentì che sarebbe apparsa una testolina ed un piccolo volto sorridente e allora iniziò ad urlare in maniera soffocata nel sonno. La testolina apparve ed anche il sorriso del bambino, il terrorizzato Lord Timothy cominciò ad urlare e continuò disperato quando comparvero ai vetri della finestra gli altri piccoli volti sorridenti. Nell’ombra vide la sagoma scura di Lady Hamilton che attraversava lo specchio della porta nel corridoio. Era sveglio o dormiva? Era morto. Il suo era il grido del defunto Lord Timothy. Fine. Che strano racconto! Volevo saperne di più ed ho cercato nella letteratura inglese altri testi di Emily Alcott Northanger, ma non ne ho trovati. La scarna biografia dell’autrice, poche righe nell’antologia, non mi ha aiutato. Poetessa e scrittrice del secolo XVIII, impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile. Nient’altro di significativo. Sono ritornato sull’opera, bisogna interpretare i testi, non i pensieri dell’autore, o meglio quelli soltanto desumibili dal suo testo. Nel racconto è chiaro che il sogno di una futura mamma felice diventa un incubo per il defunto marito. E quella sua mancata rassegnazione alla morte, la fuga terrorizzata di fronte all’incalzare della vita sempre nuova e gioiosa, nell’apparizione “across the window”, “aldilà dei vetri”, del sorriso dei bimbi, diventa “il grido del defunto Lord Timothy”. La conversione del titolo nella traduzione era autorizzato da quel finale “gotico”, anche se magari l’ispirazione alla storia era stata data alla Alcott dal timore, riversato sul suo personaggio, Lady Hamilton, di offendere la memoria del suo amore defunto, incalzato dalla nuova vita. Ma non sorride la vita alla morte?
3. Il cuore straziato Ed ora mi tocca ritornare all’interpretazione del mio frammento poetico, nel senso del frammento poetico da me rintracciato su una delle riviste letterarie, che periodicamente vado a sfogliare. Era proprio necessario specificare che il poeta non sono io? Dante Alighieri prima scriveva le poesie e poi le commentava, come fa con la canzone: “Donne ch’avete intelletto d’amore…”, che commenta nella “Vita Nova”. Io non sono Dante Alighieri, è chiaro, ma un mestierante. Per far capire il paragone, assomiglio a quei cicloamatori che per imitare i ciclisti professionisti, quando arrivano al traguardo, alzano le braccia al cielo, in segno di vittoria. Perché il cuore di Bernard è straziato? Approfittiamo del nome del protagonista defunto del racconto gotico di Emily Alcott Northanger, per assegnarlo al nostro anonimo poeta. Bernard non è defunto, ma il suo incubo forse è quell’accadimento notturno, il momento che non appartiene né alla morte né alla vita, illuminato dall’accensione della luce, al suo risveglio straziato nel cuore della notte. Ecco, il cuore e lo strazio. Per Aristotele il cuore è il principio della vita, e quindi anche dell’intelligenza e del pensiero. Se il cuore si strazia, sanguina e la vita fluisce. Questo fluire della vita al di fuori del cuore del poeta ne indica il suo approssimarsi alla fine. Egli morirà e quei sorrisi aldilà dei vetri della finestra rappresentano la vita che si affaccia in tutta la sua innocenza, mentre Bernard sprofonda nel buio della morte. Ecco perché il sogno di Lady Hamilton lascia quella strana traccia poi svanita: “La giovane Alice si svegliò leggermente turbata, con un ritornello nella mente: “La vita sorride alla morte”. Era una frase letta dove? O pronunciata da chi? Era turbata e non sapeva dire perché, poi le immagini del sogno svanirono e lei fu presa di nuovo dagli affari quotidiani domestici.” È soltanto questo lo strazio del cuore di Bernard? Quel sorridere della vita alla morte, che ora lo incalza? O lo strazio appartiene al suo cuore, perché quei sorrisi ai vetri della finestra gli appartengono, sono il suo cuore e il suo sangue? Con questi interrogativi abbiamo annodato due passioni apparentemente diverse, avendo sovrapposto alla tonalità emotiva dell’anonimo frammento poetico, con quel momento notturno fuori del tempo, illuminato dalla luce che si accende nella notte, le impressioni attribuite al grido del defunto Lord Timothy della scrittrice inglese. Forse abbiamo fatto un po’ di confusione o forse no. I sogni rivelano in simboli gli archetipi dell’Inconscio. Nel mare dell’Inconscio collettivo le molte isole degli Inconsci individuali formano un arcipelago, dice Jung. Nulla esclude che il cuore straziato dell’anonimo poeta del frammento e la fantasia romantica dell’autrice del racconto gotico, nell’arcipelago degli inconsci individuali, siano isole strettamente vicine.
Prologo “Vede, signora?” L’uomo abbassò i fari dell’automobile, che per un solo istante aveva alzato squarciando il buio della notte, poco prima di andare a fermarsi un centinaio di metri in avanti. Nel dire così, abbandonando con la destra il volante, aveva abbassato il braccio, sfiorando con le dita della mano il ginocchio della donna sedutagli accanto. La reazione fu però brusca, perché lei allontanò subito il braccio dell’uomo, contrastandolo con il gomito, indispettita. “Oh, mi scusi!” mormorò l’altro, e subito riprese il discorso: “Vede, ogni notte è così.” Ora si era voltato di nuovo in avanti, verso la sagoma di un uomo di spalle, seduto su un sasso di fronte a una statua. “Sta sempre fermo, immobile per delle ore, a volte fino all’alba.” La donna fissava con uno sguardo scettico quella sagoma, senza dire nulla. Un’automobile sopraggiunse e andò a fermarsi dietro di loro, subito spegnendo i fari. L’uomo alla guida si voltò indietro a guardare e fu subito raggiunto dalla frase di spiegazione della donna: “È mio marito.” L’uomo indugiò un istante, poi si rivolse verso la donna e quindi guardò ancora in avanti verso la sagoma scura. Stettero quindi in silenzio per un po' di tempo a fissare lo spettacolo al buio dell’uomo seduto davanti alla statua, fin quando un’ombra apparve dalla parte del finestrino della donna. Era il marito, che le faceva dei gesti, lei rispose muovendo soltanto le labbra, l’ombra si allontanò. Passò del tempo, il guidatore aveva acceso la radio, a volume bassissimo, trasmettevano le musiche e le canzoni di “Notturno dall’Italia”. Albeggiò. Infine, la sagoma scura seduta di fronte alla statua, ora perfettamente visibile, si mosse. Si alzò, si voltò e s’incamminò, avanzando verso le due automobili allineate in fila sul viale. Era lui, Alberto S., come amava essere chiamato. Eleonora, quando lo vide sfilare a lato, mosse involontariamente la testa dall’altra parte, il timore di essere riconosciuta. Poco dopo si sentì il rumore della messa in moto di un’autovettura di piccola cilindrata, l’accelerata e la partenza. Qualche minuto, poi il marito si affacciò al finestrino: “Eleonora, andiamo,” disse, mentre lei abbassava il vetro. “Sì, vengo,” rispose lei e si accinse a scendere. Mentre apriva la portiera, il guidatore svelto era balzato fuori dalla sua parte ed era corso verso l’altro sportello. Vedendolo passare davanti al parabrezza, la donna indugiò, dandogli modo di raggiungerla e fargli tenere ferma la portiera dell’automobile, che lei aveva già aperto. Scese con calma, si voltò verso l’autista e disse: “Ha fatto un ottimo lavoro, Pantaleo. Domani concludiamo.” L’uomo s’inchinò con riconoscenza e quando lei si avviò verso l’automobile del marito, chiuse con decisione lo sportello.
Quali calzini ti metti? Quelli grigi, aveva risposto e poi era sparito. Era successo tutto all’improvviso e in modo molto strano, almeno nella forma, anche se quel momento lei, Eleonora, l’aveva sempre temuto e tenuto sepolto nel fondo della coscienza. Quel giorno, anzi quella sera, dovevano uscire insieme, Alberto S. aveva ancora i piedi nudi infilati negli zoccoli, benché completamente vestito in giacca e cravatta, a cui aveva appena fatto il nodo e che ora si aggiustava automaticamente. Nel vederlo così, Eleonora sospirò e andò verso la camera da letto. In corridoio gridò: “Quali calzini ti metti?” Attese, prima di andare a frugare nei cassetti del comò. Arrivò subito la risposta: “Quelli grigi.” Aveva indugiato un po' nella scelta, prima di prendere il paio nuovo, a cui staccò l’etichetta, tagliando poi con attenzione il piccolo filo che li univa, per non provocare strappi. Ritornò in salotto, ma Alberto non c’era. Andò in cucina, non era neppure lì. Dov’era andato? Girò per casa chiamandolo, poi tornò in salotto e in quel momento si accorse che era uscito. Fissò gli zoccoli accanto alla poltroncina, segno che si era seduto per infilare i mocassini, andare alla porta e uscire. Si diresse all’uscio, aprì la porta e si affacciò sul pianerottolo, voleva andare alle scale, ma temeva di rimanere chiusa fuori, perché non aveva le chiavi. Forse era uscito, perché chiamato da qualcuno, un vicino, però lei non aveva sentito nulla. Decise di chiamarlo con il telefonino, ma lo sentì squillare in salotto, dove andò a recuperarlo sul mobile a specchio, irritandosi per non averlo visto prima. Attese ancora qualche minuto gironzolando per la casa, poi con stizza lanciò i calzini grigi sul letto, andò a prendere le chiavi e uscì. Scese le scale dei quattro piani del palazzo, loro abitavano all’ultimo, ma non incontrò nessuno, tutte le porte erano chiuse. In strada si mosse verso il viale principale, percorrendo un centinaio di metri, poi tornò indietro, andò verso il cancello aperto del vicino parco, si affacciò a guardare dalla piccola altura, ma non vide nessuno. Rientrò nel palazzo e scese nell’autorimessa condominiale, la loro automobile era regolarmente parcheggiata al suo posto. Allora risalì lentamente le scale del palazzo, fermandosi ad ogni pianerottolo, tendendo inquieta le orecchie; gli appartamenti erano abitati da piccoli nuclei familiari con bambini o coppie anziane.
Salendo al quarto piano, accelerò il passo e trafelata aprì la porta di casa: “Alberto, Alberto!” chiamò. Nessuna risposta, anche se per un momento aveva sperato che fosse rientrato. Ma da dove? Si guardò attorno e pensò al terrazzo, corse a prendere le chiavi di accesso e andò su rapida, lievemente affannata, per le scale a chiocciola, fin sul tetto. Aprì la porta in ferro e girovagò intorno, spiando nei lavatoi, si affacciò al parapetto accanto all’antenna parabolica, guardando il filo esterno, che lungo il muro portava al loro appartamento. Poi si andò ad affacciare dall’altre parte, dove da quella prospettiva, nel cuore del parco dell’Appia antica, poteva vedersi in direzione nord il panorama di Roma. Nelle prime ombre della sera, distinse lontana la sagoma del Cupolone, alzò lo sguardo verso il cielo dove era un po' più chiaro e notò le luci di un aeroplano che veniva verso sud, diretto all’aeroporto di Ciampino. Ridiscese e sul pianerottolo, andò a bussare il campanello della vicina, una signora anziana che viveva da sola, ma sempre molto attiva. Sapeva che era fuori, quindi si attendeva che non ci fosse nessuno, tanto meno Alberto. Infatti, il silenzio assoluto le confermò il suo pensiero. Stava per rientrare, quando sentì un rumore di passi e Giannina venne ad aprire. Eleonora le disse che stava cercando il marito, sebbene la vicina sapesse che non erano sposati. Lei sorrise e disse di non averlo visto, aggiunse che stava dormendo, poi presa da un dubbio, a sua volta domandò se per caso non era quella la sera dell’assemblea di condominio, lei non ricordava bene. Eleonora rispose di no, l’altra suggerì che forse il marito era sceso senza saperlo nell’autorimessa, dove qualche volta si era tenuta l’assemblea. Lei scosse la testa, la rassicurò, poi si scusò di averla disturbata. Entrambe le donne si ritirarono. Poco dopo, Eleonora uscì di nuovo, prese l’ascensore e scese giù in garage. Passando diede uno sguardo al corridoio buio delle cantine, se fosse stato lì, la luce doveva essere accesa e il cancello aperto, ma si accertò che era chiuso. Infine, prese l’automobile, e girovagò per le strade d’intorno, senza approdare a nulla. Se fosse stato nel parco, era ormai buio, per andarlo a cercare. Quando rientrò, una mezz’ora dopo, temette quasi di ritrovarlo a casa, un’aspettativa che andò delusa. Alberto si era allontanato e lei era andata a cercarlo, riassunse così per sé gli avvenimenti. Infatti, la tentazione di telefonare alla polizia, temendo una disgrazia, subito le si rivelò come un’azione troppo precipitosa. Era successo qualcosa, ma riguardava loro due e non terze persone. Non sapeva che fare, allora telefonò ad Agostina, quasi ventenne, la più grande delle sue due figlie, entrambe fuori Roma, in villeggiatura al mare con amici.
Due anni dopo la scomparsa di Alberto, Eleonora era una donna sposata con Giampiero, un uomo di oltre sessant’anni, dieci più dei suoi, quasi la stessa differenza d’età tra lei e Alberto S., soltanto che ora ad essere più giovane era lei e non il partner, come nel rapporto precedente. Possiamo dire che Giampiero era il suo terzo compagno, dopo il primo coniuge, Alberto, collega all’università, morto quando Agostina aveva sette anni e Carlotta due. Dopo avere vissuto tre anni da sola, con la madre ancora vivente, Eleonora si era trovato un nuovo compagno, quello più giovane, Alberto S. Era stato un amore a prima vista, o almeno così poteva sembrare. Era stata lei a cercarlo per telefono, subito dopo il loro primo incontro, nella villetta al mare, dove Eleonora aveva tenuto una delle sue piccole feste, per conoscere gente o meglio per trovare e scegliersi un uomo, un compagno, si sentiva sola. “Alberto, perché non mi viene a trovare?” Aveva detto subito, senza neppure presentarsi, sapendo di essere riconosciuta da quel giovane, sul quale aveva fatto sicuramente colpo, durante la conversazione della sera precedente. “Veramente…” il giovane esitò, poi subito disse: “- Quando? – Oggi pomeriggio. – A che ora? – Alle quattro. – Va bene, sarò puntuale.” E lo fu. L’invito era stato esplicito, dopo qualche giorno, erano già amanti. “Veramente mi chiamo Roberto,” aveva detto quel primo pomeriggio. E quando Eleonora le raccontò del primo marito Alberto, di cui era rimasta vedova, il giovane dichiarò che avrebbe cambiato nome, d’ora in poi si sarebbe chiamato Alberto Secondo. La gente avrebbe potuto scambiare quel numero dinastico, disse “dinastico”, per il cognome, e quindi non sarebbe apparso come un vezzo essere chiamato Alberto S. Alla fine dell’estate, il giovane si trasferì nella casa di Eleonora sull’Appia antica, per ricomporre il mosaico familiare di lei, marito, moglie, due figlie, l’anziana madre. Per fare capire come considerasse questo suo rapporto d’amore con Eleonora, il giovane approfittò di una delle sue prime domande: “– Niente amiche del cuore? – No, mi sono dato allo studio della matematica.” E subito aggiunse la sua spiegazione: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.” La frase è riportata da Jean-Jacques Rousseau nelle sue “Confessioni”, che precisò Alberto S., non sono poi tanto sincere, le uniche vere sono quelle di Sant’Agostino. Lei continuava a fissarlo in silenzio, aveva già ideato il suo programma futuro. Avrebbe fatto di quel giovane avvocatino un uomo di sicuro successo nel foro giudiziario, aveva talento, ma poca ambizione e sicura timidezza. Era venuto nella sua casa al mare al seguito del giudice Gigante, un pretore onorario, che le faceva la corte, mettendola in imbarazzo, non tanto per l’età, un ultrasessantenne, ma per certi suoi modi e l’aspetto. Si sentiva anche intimidita, perché Gigante era educato, anche se poi lei, spiandolo, ne coglieva i lati negativi, quando il giudice era in disparte, un certo modo di tossire o sputacchiare nel fazzoletto, l’aggiustarsi la cinta dei pantaloni, lo stringersi ogni tanto le unghie tra i denti nel riflettere e diversi altri piccoli difetti che una donna di mondo non tollera in un uomo, invece quel giovane così controllato… ma che stava dicendo? Si fece attenta alle sue parole. Il giovane Rousseau, rievocando il suo soggiorno giovanile a Venezia, ricorda l’incontro d’amore con Zulieta e la sua infelice esternazione nella scoperta di un difetto fisico della cortigiana bellissima, però con un seno monco. Eleonora mostrò seduta stante al giovane Alberto S. di non avere difetti estetici, come dire sensibili, visibili, in linguaggio giuridico, “ictu oculi”, a colpo d’occhio.
Avevano vissuto dieci anni circa insieme, senza mai sposarsi. Quando lei, nei primi tempi, accennò all’argomento, Alberto S. si mostrò favorevole, avrebbero avuto dei figli. L’entusiasmo svanì in Eleonora. Dopo la nascita di Carlotta, le avevano allacciato le tube, non poteva più partorire. Fece cadere la discussione e tacque, lui non capì. Eleonora non tornò sull’argomento, e neppure lui, tranne una volta, settimane dopo. Aveva sognato lei che lo guardava da lontano con un sorriso triste e al risveglio aveva compreso la sua tristezza, non poteva dargli un figlio. Avutane conferma, Alberto S. non disarmò ed espresse il proposito di volerla sposare. Eleonora mostrò la sua contrarietà a un rito formale di matrimonio, visto che stavano bene assieme così. Non lo disse, ma entrambi lo sapevano, la loro unione reggeva fino a quando fossero andati d’accordo giorno per giorno. Una settimana dopo la sua sparizione, Eleonora si convinse, aveva un’altra, come aveva fatto a non accorgersene? Era il suo punto dolente, ma anche un po' il tormento del suo partner. Alberto S. amava sinceramente Eleonora, ma sinceramente, naturalmente potremmo dire, era attratto da altre donne. Un desiderio invisibile, ma non agli occhi di lei, come di ogni altra. Se ne accorse subito lui, una volta in cui andarono a cena in un ristorante famoso: “La bestia”. Erano in Toscana, e a tavola servivano piatti in grande quantità di carne. In attesa di queste pietanze, Alberto lanciò uno sguardo sui presenti in sala e subito si accorse che Eleonora lo stava fissando, per capire chi lui stesse osservando. Intenzionalmente, Alberto S. appuntò lo sguardo su una giovane seduta a un tavolino abbastanza distante, una donna bionda più giovane, ma certo non avvenente come Eleonora, che in fatto di bellezza femminile era insuperabile, una primadonna. Si era accorta lei della sua intenzionalità? La sua espressione tradiva un certo desiderio di voler cogliere la verità nell’istante, ma quello di Alberto S. era un istante di recita, una rappresentazione, come dire una ripetizione, non un’immediata emozione. Citava di nuovo, presentava di nuovo sé stesso nell’atto di volgere altrove lo sguardo dalla sua donna verso un’altra, quasi quest’altra meritasse più attenzione. Un tranello nel loro gioco d’amore? L’amore come un gioco o come un giogo? Quello che dà spazio, ma soltanto nei limiti di un confine impossibile da oltrepassare, oltre il quale ne va del significato stesso dell’amore, gioco o giogo, come vogliamo definirlo. In seguito la situazione dei loro rapporti si stabilizzò e un po' alla volta la stretta tra i due si allentò. Alberto S. seguì in primo tempo Gigante nelle linee del disegno da lei tracciato, poi si congedò dall’ambiente del foro giudiziario e intraprese il ramo commerciale delle aziende. Cominciò a viaggiare per l’Italia, inseguito dalle telefonate di lei, raggiunse una certa posizione nel suo ambiente di lavoro, tornava sempre a casa. La madre di Eleonora morì, le bambine piccole diventarono adolescenti, il tempo passò, Eleonora e Alberto S. stavano sempre insieme. Poi, quella sera, Eleonora si trovò a girare sola per casa, nelle mani quei calzini grigi.
“– Sono l’avvocato Taddei. – Sì? – Parlo con la signora Pallieri? – Sono io. – Mi scusi, le telefono per conto di Pantaleo. – Pantaleo? – La “Pantaleo Security”. – Ah, sì! – Ci sono novità, suo marito, abbiamo una traccia, più di una traccia, l’abbiamo trovato.” Eleonora corse nello studio dell’avvocato Taddei, ossia nell’ufficio di Pantaleo al Laurentino, l’investigatore privato, a cui più di due anni prima aveva dato mandato di compiere delle ricerche per rintracciare Alberto S. alias Roberto Giulietti. Dopo i primi giorni della sparizione del suo secondo compagno, Eleonora aveva fatto denuncia di scomparsa. Furono diramate le ricerche e alla donna fu assicurato che in caso di rintraccio lei sarebbe stata avvisata, ma se si trattava di allontanamento volontario, l’autorità di polizia non aveva altri poteri d’intervento. Non contenta, Eleonora Pallieri si era rivolta ad un’agenzia di investigazioni private. In un piccolo ufficio di due locali, una saletta d’ingresso e una stanza con poltrona e scrivania e due sedie per gli avventori, incontrò il titolare. Era un uomo basso e grasso di oltre cinquant’anni, calvo, soltanto una corona di capelli sulle tempie e la nuca, con gli occhiali da vista, un aspetto viscido. La donna firmò comunque il contratto, anche se per quell’uomo avvertì un’istintiva ripulsione, voleva giudicarlo dai risultati. Lasciò un piccolo acconto per le prime spese, riservandosi di saldare la parcella, in caso di esito positivo delle ricerche. Il giorno prima si era recata nella sede della ditta, dove Alberto S. era impiegato, ma ebbe solo conferma che lui era in ferie e da quando si era assentato non avevano avuto più notizie di lui. Alla fine del periodo di congedo, lei volle ancora andare a verificare, ma seppe che non si era presentato, le dissero che se non avesse ripreso servizio, sarebbe stata avviata una procedura di scioglimento del rapporto di lavoro. Certo, avrebbe avuto diritto ad una liquidazione e gli atti gli sarebbero stati notificati al suo indirizzo di casa. Una settimana dopo il ricevimento dell’incarico, Pantaleo le telefonò, per informarla dei primi accertamenti: probabilmente Roberto Giulietti era espatriato in Germania. Colta di sorpresa, la donna si precipitò nell’ufficio di Pantaleo. In ditta, dove si era recato un suo incaricato, avevano riferito che ultimamente l’ingegnere leggeva dei quotidiani tedeschi, e questa era una fortuna. Non è ingegnere, corresse la donna, è un avvocato e dottore in matematica, comunque perché era una fortuna questa pista tedesca, interrogò. Pantaleo disse che aveva degli informatori fidati in Germania e che inoltre era in buoni rapporti con la polizia italiana e anche con quella tedesca. Erano delle assicurazioni generiche, forse delle vanterie, ma non aveva altro in cui sperare. Quell’uomo poteva essere un imbroglione, un millantatore, ma forse aveva dei legami occulti, un po' loschi, che a lei sfuggivano. Avrebbe ricevuto un rapporto entro tre mesi e il contratto poteva essere prorogato per altri tre, sei o nove mesi. Ma in ditta, avete scoperto se lui aveva altri legami, interrogò Eleonora, sentendosi sulle spine. “Signora, le faremo sapere, stiamo investigando proprio su questo,” rispose l’uomo con un sorriso, abbassando la testa. Il ghigno, tale parve alla donna il riso dell’uomo, le diede conferma che quella era la pista da battere.
In quei giorni aveva strane sensazioni, si sentiva come osservata, telefonò più volte a Pantaleo per sapere novità. “Signora, stiamo accertando, alla scadenza, le faremo sapere.” Il rapporto fu abbastanza deludente, un fascicolo corredato da numerose fotografie, ottenute con il teleobiettivo, in molte si riconoscevano gli abitanti del suo palazzo fotografati in altri luoghi della città, per lo più coppie, che andavano in locali pubblici o passeggiavano per strada. “Ma questa sono io!” esclamò, guardando una fotografia in cui era ritratta in primo piano assieme a un giovane su un autobus. “E questo chi è?” domandò Pantaleo, indicando il giovane, che si vedeva di profilo. “Mai visto” disse Eleonora. “Infatti,” commentò Pantaleo, “lei non l’ha mai visto prima, ma lui sì.” La donna guardò con più attenzione la fotografia, stava controllando la sua immagine, per accertarsi di come fosse venuta. “È un mio collaboratore” disse Pantaleo. “Come?” domandò distratta, osservava i suoi capelli, la fotografia era in bianco e nero, e il difetto di quella sottile riga bianca sotto la tintura, che appariva vicino alla tempia destra, la irritava. “Vede, non lo conosce.” Eleonora alzò la testa: “E adesso dove sta?” domandò. “In Germania” rispose Pantaleo. Prese un secondo album, Eleonora credeva di vedere immagini di città tedesche, e invece era sempre Roma, sempre coppie, ma più spesso donne sole, riconobbe anche Badeschi, il titolare della ditta di Alberto S. Pantaleo prese un terzo album, Eleonora riconobbe le strade vicino agli uffici dell’anagrafe, al Teatro Marcello, dove in quel periodo andava la mattina per suoi incontri di lavoro. Erano ritratti perlopiù uomini soli, ma tra loro non c’era Alberto S., erano fotografie recenti, pensò. Rinnovò il contratto, senza versare altre somme. L’agenzia investigativa non voleva perdere la cliente. Anche la seconda serie di fotografie, tre mesi dopo, più esigua, non diede nessun risultato. Il contratto sarebbe scaduto a fine anno, se ci fossero state novità, Pantaleo l’avrebbe chiamata. E la Germania? L’uomo alzò le spalle: “Niente, signora,” mormorò con tono dimesso. Uno degli ultimi giorni, prima della scadenza, le telefonò un giovane, chiedendo se volesse rinnovare il contratto, non costava nulla, bastava il consenso a voce. Fate voi, disse Eleonora, con voce priva d’interesse. Le passo il principale, si precipitò a dire il giovane, prima che lei chiudesse la comunicazione. Non si dimentichi di noi, disse Pantaleo. Beh! Ho da fare, Pantaleo, arrivederci. Eleonora chiuse la comunicazione. Aveva perso ogni entusiasmo, Alberto S. era distante nel tempo, e lei si era già trovata un altro compagno, Giampiero, colonnello dell’esercito in pensione, un gentiluomo. Si erano sposati e avevano fatto il viaggio di nozze in Estremo Oriente.
L’avvocato Taddei era la figlia di Pantaleo, aveva sposato l’ingegner Taddei, quel giovane ritratto con lei sull’autobus, espatriato in Germania, impiegato negli uffici dell’Agenzia Spaziale Europea, un’ottima conoscenza della lingua tedesca. Accolse con molta familiarità Eleonora, si sedettero una di fronte all’altra sulle sedie poste davanti alla scrivania del padre. Maddalena Taddei entrò subito in argomento, aprendo un fascicolo da cui estrasse dei fogli di giornali tedeschi. “Alcuni mesi fa, a Lauffen am Neckar, una città del Baden-Württemberg, fu commesso un orrendo delitto: una bambina di poco più di cinque anni era stata trovata strangolata in un giardino pubblico. La gente del posto indicò uno strano personaggio, che in quei giorni era stato notato aggirarsi nella zona, un italiano. Venne arrestato, infatti, nei pressi della “Hölderlin im Kreisverkehr”, “La rotonda di Hölderlin”, un monumento in memoria del poeta nativo di quei luoghi. A stento, la polizia riuscì a sottrarlo alla furia della folla, che aveva tentato di linciarlo sul posto, fu anche colpito con due coltellate a una spalla e a una gamba. In seguito, comunque venne rilasciato, perché risultò che era arrivato in città con il treno, dopo il delitto. Inoltre, fu scagionato anche dalla testimonianza di una signora del luogo, che dichiarò di conoscere l’italiano da due anni circa.” “Ah, ecco!” intervenne Eleonora, “risolto il mistero, volevo dire io!” L’avvocato Taddei la guardò attraverso gli occhiali, l’espressione interdetta, poi continuò: “L’anziana signora, un’ottantina d’anni, riferì che la prima volta l’italiano le aveva scherzosamente detto di chiamarsi Scardanelli, non era il suo vero nome, ed era venuto lì per contemplare le statue del monumento a Hölderlin. Poi l’aveva visto altre volte periodicamente, l’ultima volta era stato qualche mese prima, sempre alla “Rotonda di Hölderlin”.
Per questo, qualche giornale riportava il nome di Scardanelli, mentre gli altri, televisione compresa, parlavano soltanto di un italiano fermato e subito rilasciato, senza però fare il nome.” L’avvocato Taddei tacque, aspettando l’osservazione di Eleonora che voleva interloquire: “E voi come avete capito che si trattava di mio marito, del mio ex-marito?” “Davide aveva letto la cronaca particolare del Südwest-Presse, il quotidiano del Baden-Württemberg, dove era riportato il vero nome: “Roberto Giulietti”. “Sì, Alberto,” disse Eleonora. “Signora, io e mio marito, non abbiamo mai smesso di cercarlo, da quando papà ci parlò la prima volta.” Eh, già! pensò Eleonora, tutta la liquidazione della ditta di Alberto, che peraltro lei conservava ancora. “Ma, adesso, dov’è? Dove posso vederlo?” domandò. “A Roma, una di queste sere, papà vi condurrà da lui.” Non esitò a darle l’indirizzo, nel quartiere San Giovanni, dove Alberto S. era stato rintracciato, grazie ad alcuni amici del padre. “Comunque, Davide le spiegherà meglio, ha tutta una sua convinzione sulla vicenda.” Eleonora guardò Maddalena Taddei, per quella donna la verità era il marito Davide. “È stato lui a rintracciarlo,” disse Maddalena. Verissimo! pensò Eleonora. Avrebbe voluto conoscere e parlare con il giovane, si ricordò di quella loro fotografia sull’autobus, l’acconciatura dei capelli che non le stava tanto bene. Chi aveva scattato la foto? Questa donna qui. Chi, altrimenti? “Wer sonst?” disse Maddalena. “Arrivederci,” disse Eleonora e corse nel quartiere San Giovanni. Trovò il palazzo, bussò all’interno dodici, solo il numero, senza il nome. Non rispose nessuno. Citofonò al vicino, era un’anziana donna che non sapeva nulla. Chiamò l’interno dieci, sotto il dodici, rispose una voce d’uomo, abbastanza cortese, una voce del sud. “– Gentilmente, sono la sorella, per caso, ha visto l’inquilino dell’interno dodici? – Quello del piano di sopra? – Sì. – No, non l’ho visto. – Non sa dove può stare?” A quest’ultimo interrogativo, l’altro tacque, poi si sentì la voce, un tono piccato: “Signò, no sacciu!” Eleonora ringraziò e mormorò delle scuse, si spostò dal portone e telefonò a Giampiero.
Avevano deciso, lei e il nuovo marito, il piano d’azione, abbastanza lineare: compiere una perlustrazione sul posto e poi appostarsi per sorprendere il disertore, così l’aveva definito Giampiero, promosso da poco al grado di generale, anche se in pensione, con un incremento quindi anche degli emolumenti mensili. Eleonora era inquieta, per questo improvviso riaprirsi della ferita che sembrava cicatrizzata, ma che ora tornava a sanguinare. Il luogo, il tempietto di Diana, era in fondo al parco, vicino a casa loro, probabilmente dove Alberto S. era andato quella sera dei calzini, prima dell’espatrio. Ecco, avrebbe voluto chiedergli, perché se n’era andato senza mettersi i calzini. Ebbe un sorriso nervoso e poi uno scoppio di pianto, riviveva le emozioni di quella sera. Quando aveva telefonato alle figlie, sentendo la madre singhiozzare, Agostina aveva gridato: “Mamma, mamma!” ed era corsa a chiamare la sorella. Si asciugò le lacrime, Giampiero stava tornando dal boschetto, era seduta sul sasso, di fronte alla statua, si ricompose e si alzò in piedi. Il militare impettito non si era accorto del turbamento della moglie o, se si era accorto, non lo diede a vedere. Indicò il boschetto, che stava dietro la scultura: “Possiamo dargli una via di fuga o farlo prigioniero.” Eleonora sorrise, anche Giampiero si sciolse, andarono a pranzo. Al vespro, dopo il riposo pomeridiano, si recarono di nuovo al tempietto, inoltrandosi con l’autovettura sul viale e fermandosi a un centinaio di metri. Attesero, mentre si faceva sera, ogni tanto scendevano per sgranchirsi le gambe. Era notte, accesero la radio a basso volume, musica classica, lei si assopì, il militare vegliò, il disertore non si fece vedere, all’alba smontarono la postazione, avrebbero ripreso le operazioni la sera dopo, ma Eleonora decise che forse era meglio di no. “Abbiamo delle pattuglie alleate, mandiamole in ricognizione,” concluse il generale. Ora, passato il primo momento della notizia del rintraccio e dopo i primi vani tentativi d’incontrarlo, Eleonora era stata presa come da uno scoramento. Subito, l’improvviso riaccendersi della passione, una fiammata che si era repentinamente affievolita e ora sembrava fuoco sotto la cenere. Telefonarono a Pantaleo. L’investigatore si rianimò, sentendosi protagonista in gioco e sapendo di poter agire liberamente. Disse che Davide voleva spiegare meglio tutta la vicenda alla signora e lei ne approfittò per invitare a casa il giovane, lui e Maddalena, certo.
Andarono da loro la mattina del giorno dopo. In salotto, seduto sul divano, Davide tolse dalla cartella una busta e sfilò la fotografia, in cui erano ritratti insieme. “Questa dobbiamo restituirgliela,” disse. Eleonora lanciò un’occhiata distratta a quella sua capigliatura di un tempo, questa volta sapeva di essere impeccabile. “Quando ho capito che si trattava di Alberto S., il suo ex-marito, all’anagrafe Giulietti Roberto, io e Maddalena siamo corsi all’ospedale, dove era stato ricoverato. I medici l’avevano già dimesso, per sua volontà. A proposito, ad accoltellarlo era stato un turco, si è fatto anche un po' di prigione. Il risarcimento, Alberto l’ha devoluto all’avvocato come parcella. Ho parlato anche con la teste che l’aveva scagionato. Mi ha riferito il particolare di “Scardanelli” e allora ho potuto ricostruire la personalità del suo ex-marito. Secondo me, mi scusi signora, recitava una parte. Certo, pensò Eleonora, è proprio così. Esteriormente sorrideva a Davide, che proseguì. Voleva astrarsi dal reale, in cui era immerso fino al collo, e allora s’imponeva di sognare. Tramite un avviso sul giornale, aveva trovato lavoro come magazziniere in una fabbrica di Hannover, viveva da solo, e nel tempo libero andava a visitare musei, mostre d’arte, monumenti e altro del genere, in particolare si recava periodicamente all’Hölderlin im Kreisverkehr di Lauffen am Neckar. Il giovane sfilò dalla custodia il tablet che aveva portato con sé, l’appoggiò sulle ginocchia, tenendolo dritto sull’apposito sostegno e digitò sui tasti, quindi lo prese e lo mostrò a Eleonora. Sullo schermo si vedeva l’immagine di un monumento: “La Rotonda di Hölderlin”. “È l’opera di Peter Lenk, scultore controverso dell’arte pubblica, per molte sue opere irriverenti e satiriche.” Davide cominciò a illustrare il monumento, mentre Eleonora ne osservava i modi, senza prestare molta attenzione alle sue parole. Quel giovane le ricordava Alberto a quell’età, avvertiva lo stesso sentimento. “I dioscuri rappresentano i poeti Goethe e Schiller. La figura che troneggia in alto sul cervo, simbolo araldico del suo popolo oppresso, è Carlo Eugenio, Duca del Württemberg nel ‘700. All’estremità della barra orizzontale, che taglia le due verticali, a formare la “H”, l’iniziale di Hölderlin, su quella bicicletta, è Nietzsche. Sull’estremità della penna d’oca si vede Hölderlin bambino che alza le braccia e lo sguardo al cielo, in contrasto con l’altra figura, che lo mostra da adulto a cavalcioni sull’altra estremità della piuma, il volto reclinato, le mani incrociate dietro le spalle, l’aspetto dimesso, le gambe e i piedi che pendono sul vuoto.” Eleonora osservava l’immagine sul tablet, alzò lo sguardo su Davide: “Nessuna figura femminile?” L’osservazione era maliziosa, perché la donna aveva visto che c’era. “Diotima, una figura classica – si affrettò a spiegare Davide – è la protagonista del romanzo Hyperion di Hölderlin, in realtà Susette Gontard, consorte di un banchiere di Francoforte, la donna amata dal poeta, prima di precipitare nella sua tragica follia.” Davide pigiò sullo schermo e apparve un’altra copia della statua di Diotima. Osservò l’immagine e disse: “Beh! La figura classica della bellezza femminile è la Venere di Milo.”
“Poi è stato trovato l’assassino?” domandò a sorpresa Eleonora. “Un tedesco, uno squilibrato, affetto da turbe psichiche,” rispose Davide. “Certo…” guardò in aria, evitando lo sguardo di Eleonora, poi ripose il tablet e spiegò. Attraverso l’identità di Scardanelli, il nostro personaggio s’immedesimava nella mente di Hölderlin, il poeta che riconosce nella Bellezza la sorgente di tutte le forme della vita spirituale, l’idea del bello trasfusa nelle loro immagini dagli artisti, la poesia come suprema forma espressiva. Davide si fermò, perché quel discorso sembrava trascinarlo fuori dal tema del racconto, che invece doveva consistere in una relazione delle loro ricerche per trovare Alberto S., anche se Eleonora non pensava così. Quel giovane era Alberto S. alla sua età, dieci dodici anni prima. Ora sentiva che non aveva più il desiderio di ritrovare il suo ex. Il giovane seduto di fronte a lei, in quel salotto, era come Alberto, lei avvertiva lo stesso desiderio di condurlo con sé, sedurlo, Davide era Alberto. Fu Maddalena Taddei a intervenire e a spiegare come avevano ritrovato le tracce dello scomparso, ad Hannover, dove si era recato, una volta dimesso dall’ospedale. Quando andarono a informarsi, seppero che era già ripartito per l’Italia, così riferirono nel suo ambiente di lavoro. Abbiamo telefonato e comunicato la notizia a papà, che è riuscito a rintracciarlo a Roma. Seguendolo, abbiamo potuto accertare le sue visite notturne al tempietto di Diana cacciatrice. Una di queste sere, sicuramente andrà là… anzi verrà qui, perché la statua è nel parco qui vicino. Noi però non possiamo esserci, dobbiamo ritornare in Germania, Davide già domani deve essere al lavoro, papà le farà sapere e la condurrà da lui. Si accomiatarono con quest’intesa. Quando, qualche sera dopo, Pantaleo le telefonò per informarla che stava arrivando, seguendo la vettura “enjoy” di Alberto S., lei rispose che l’avrebbe aspettato sotto casa. “Giampiero, tu seguici, discretamente,” disse al marito.
Eleonora non incontrò più Alberto S., dopo quella notte al tempietto, in cui l’aveva spiato. All’indomani si recò da Pantaleo e gli pagò la cospicua parcella. Se il suo ex si fosse rifatto vivo, non poteva pretendere nulla da lei. Pantaleo, invece, non mollò subito. Seppe che Alberto S. aveva lasciato il suo alloggio a Roma, telefonò e comunicò la notizia al genero e alla figlia. Annunciò che andava a trovarli, per stare un po' con loro in Germania, poi chiuso definitivamente il caso, sarebbe rientrato a Roma. Non sbagliava, il suo istinto d’investigatore non l’aveva tradito, Alberto S. era tornato con il treno a Francoforte sul Meno, aveva sostato alcuni giorni in quella città, per disbrigare una sua pratica di viaggio, quindi con l’autobus e alcuni bagagli si era diretto all’aeroporto internazionale. Prima di partire, sicuramente sarà andato ad osservare per un po' di tempo il monumento che ritrae Goethe, in una piazza della città. Dove andava? Ai Caraibi? Oppure partiva per i mari del Sud, nell’Oceano Pacifico? Non lo sappiamo, ma io posso intuire la sua destinazione, anche se non so che cosa gli passasse per la mente. Secondo me, Alberto S. soffriva della sindrome di Stendhal, un disturbo di origine psicosomatica, descritto come un fenomeno psicotico combinato con nevrosi dissociativa. Forse la malattia di Alberto S. non era molto grave. Che cosa avranno pensato di lui le hostess, nel vederlo salire a bordo dell’aeromobile, un completo inappuntabile, giacca e cravatta, le scarpe ai piedi senza calzini? A New York non era la stagione calda. Mi sembra di vederlo, Scardanelli, mentre cammina sulla quinta avenue, tra i grattaceli di Manhattan, alle prime luci dell’alba.
L’uomo camminava per la quinta avenue, nella luce grigia e irreale delle ultime tenebre che si andavano diradando all’alba. L’ombra dei grattacieli di Manhattan rendeva ancora più indistinta qualche sagoma fugace o il passaggio di rari taxi sulla via. “Signore! Signore!” Il richiamo gli giunse alle spalle inatteso. Si voltò appena, ma a stento riuscì a scorgere una figura dai contorni incerti muoversi in lontananza. Era indeciso, quindi riprese a camminare. “Signore! Signore!” La voce era diventata ora più distinta. Un altro italiano che ti segue nel crepuscolo del primo albeggiare in una New York deserta? Una situazione improbabile. S’insospettì e accelerò il passo. “Ehi, mister!” Il richiamo, questa volta, conteneva una nota di sorpresa. Continuò a camminare senza voltarsi, ma sentì lo scalpiccio alle sue spalle che si andava avvicinando. Attese di sentire il respiro affannoso del suo inseguitore, perché se lui si era affrettato, l’altro doveva andare quasi di corsa, a sentire i passi sempre più vicini. Allora, aumentò il ritmo della sua andatura e tese l’orecchio: adesso, era come se i passi fossero divenuti d’improvviso silenziosi. Pensò di voltarsi per verificare, ma allo stesso tempo non voleva diminuire l’andatura, poi trasalì. Sentì vicinissima la voce alle sue spalle, il tono sardonico e familiare: “Scardanelli!” Si fermò di colpo e si voltò, riconoscendo subito la smorfia diabolica del viso e il solito ghigno, una beffa. Arretrò di tre quattro passi velocemente e urlò: “Ehi, tu!” Bum! Bum! Il demonio cadde steso a terra di botto, mentre la sua ombra maligna volò via nell’alba grigio scura.
L’altro giorno stavo decidendo dove andare in ferie. Siamo a metà luglio, il minimarket di via San Martino della Battaglia, vicino a piazza Indipendenza, dove lavoro come vigilante, chiude per agosto. Poi mi è arrivata la lettera, una vera sorpresa, anche perché non mi aspettavo che mi scrivessero. Sapevo infatti che doveva trattarsi dell’episodio dello scippo di oltre un mese prima, che avevo però già dimenticato. Quella mattina, avevo preso servizio come al solito alle sette e mezzo, avevo assistito il direttore del negozio a sistemare le casse, erano arrivati i garzoni e le commesse, e alle otto abbiamo aperto. Io mi sono messo sulla strada, un po' di lato all’ingresso e sono arrivati i primi clienti, una giornata come le altre, in attesa di quello che succede. E verso le undici, qualcosa è accaduto, ma non al minimarket, un po' più distante. Ho sentito delle urla provenienti dalla parte di viale Castro Pretorio e ho visto arrivare un giovane di corsa che si stringeva la giacca al petto, un po' dietro un piccolo parapiglia. D’istinto gli ho sbarrato la strada e siamo rotolati tutti e due per terra. La mia preoccupazione era quella di non farmi sfilare la pistola dalla fondina. “Che vuoi? Che t’ho fatto?” sbraitava quello, intercalando nella frase insulti e imprecazioni. Mentre si dibatteva, ho pensato di mollarlo, cercando di evitare che mi percuotesse. Lo scippatore era quasi in piedi ed io ancora metà a terra, quando su di noi ho visto incombere una persona alta e robusta, il viso abbronzato, una massa di capelli scuri, le tempie imbiancate. Ha sferrato un tale pugno sulla spalla del malcapitato, una vera martellata, che l’ha schiantato di nuovo a terra. Sono sopraggiunte due zingarelle urlanti, inseguite da una donna che tentava di colpirle con la borsa, ultima una giovane bionda dall’aria malconcia. Erano usciti anche alcuni avventori dal vicino bar a commentare il movimentato episodio. In conclusione i tre furono consegnati alla polizia, la borsa scippata fu recuperata e la famiglia dei turisti francesi andò a sporgere denuncia. Alla fine del mio turno di vigilanza, andai a depositare la mia relazione all’ufficio di polizia. All’indomani andai in tribunale per testimoniare al processo per direttissima, i tre zingarelli furono condannati e scarcerati, mentre i turisti erano già ripartiti, cominciava un nuovo giorno. Sulla busta della lettera speditami dalla Francia c’era scritto il mio nome e cognome: “Signor Francesco Buonanno”. Aprii e lessi: “Caro Francesco”. Seguiva il testo in lingua francese. Il signor Arnold de Montmorency, ricordava il mio intervento, commentava umoristicamente il suo colpo risolutivo, definendomi suo compagnon e in definitiva mi invitava nella sua residenza, il castello di Blois nella valle della Loira.
Certo, quella tremenda mazzata valeva come pena per il malaccorto scippatore più della condanna alla prigione non scontata, e forse il signor de Montmorency, nel rievocarla, voleva non vantarsene, ma considerarla appunto una giusta sanzione. Comunque, io, un vigilante, non mi vedevo molto nei panni dell’ospite in uno dei principali castelli della Valle della Loira. Che fosse un velato incarico di custode? In questa prospettiva, sentendomi più consono al mio ruolo, decisi di accettare. Era un vero nobile il signor de Montmorency, ma nella Repubblica della “Liberté, Égalité, Fraternité” svolgeva l’ufficio di direttore del museo del castello di Blois, con annesso alloggio di servizio di pregio storico e artistico. Conservava così una dimora aristocratica, in cui velatamente rientrava nella sua identità di nobile principe, pur in assenza di dinastie tramontate. Fui ricevuto da Eric, che subito fraternizzò, è il caso di dire, come accade ai domestici, anche se in verità egli non era tale, ricoprendo la carica di direttore dell’ufficio di relazioni con il pubblico. Si occupava dei contatti con i turisti in visita al museo, che avevano anche la possibilità di alloggiare in apposite strutture del castello, di cui divenni anch’io ospite, a differenza degli altri però non pagante, almeno la prima notte. E non mi potevo lamentare, perché so che l’ospite dopo ventiquattro ore non profuma più, anzi comincia a emanare un odore sgradevole, come vuole la saggezza popolare. Ero stato invitato a cena, ma prima, nella tarda mattinata, ebbi modo di compiere un giro guidato, assieme ad altri visitatori, nelle sale e nelle gallerie del castello. Ad illustrarne la storia, facendo rivivere personaggi e ambienti di quei luoghi, era la guida, una colta jeune fille, che parlava due lingue, inglese e francese, di razza celtica, alta e magra, bionda e con gli occhi azzurri. Riuscii a comprendere più del cinquanta per cento di quello che disse. Facemmo anche un giro nel parco, con una sosta davanti alla grande fontana, la cui vasca era circondata da un colonnato impreziosito da bianche statue classiche. Nell’occasione fui distratto da un ragazzo della comitiva intervenuto, per chiedere alla guida di parlare anche in italiano, tiepidamente sostenuto dalla madre, che mi lanciava ogni tanto delle occhiate, avendo capito da qualche mia battuta che ero un loro connazionale. L’oratrice interrotta ebbe un gesto d’irritazione, ma riparò dicendo in uno stentato italiano che il Nettuno al centro della vasca era una copia della statua in bronzo dello scultore fiammingo Jean de Boulogne da Douai, detto il Giambologna. Quindi passammo oltre ed infine rientrammo nelle sale del castello, guardando verso il quale da una breve distanza mi era parso di vedere alcune sagome femminili affacciate ad uno dei grandi finestroni.
Andai a riposare nella mia camera, dopo uno spuntino nella sala ristorante, affollata dai turisti, numerosi grazie alla stagione estiva. All’ora del vespro, ma la luce del giorno era ancora chiara, mi preparai per essere ricevuto dal signor de Montmorency, che mi aveva fatto avvertire per telefono da Eric. Fu lui stesso ad accompagnarmi e a introdurmi nell’alloggio del mio augusto signore ospitante. “Oh, Francesco, mon cher ami, che onore!” Arnold mi accolse con grande calore e insieme andammo nella biblioteca. Parlava rapidamente e in continuazione e riuscivo a capire poco di quel che diceva, anche perché ogni tanto s’interrompeva con risate, che divennero più fragorose, quando rievocò quel nostro piccolo tumultuoso incontro a Roma. Infine smise e si dispose ad ascoltarmi, allora gli raccontai un po' banalmente del mio viaggio in aereo, nel mio incerto francese. A sorpresa, mi disse di esprimermi in italiano, affermando di capirlo, ma mi accorsi che non era proprio così. Sembrava interessato, ma ogni tanto guardava fuori della porta, forse un po' annoiato mentre gli riferivo i particolari del processo a quegli zingarelli sprovveduti, ma non tanto. Continuai sul tema, illustrando in generale il loro modus operandi, della partenza in metro la mattina dai campi nomadi della periferia, per andare al centro armati di cartoni ad assaltare incauti turisti da scippare e derubare. Quella volta gli era andata male, dissi ridendo, ma il signor de Montmorency a sorpresa si limitò ad assentire, con un semplice sorriso, che credevo fosse di compiacenza. Ora, aveva assunto un aspetto più composto ed ogni tanto fissava lontano verso qualche sua immagine, sorridendo quasi impercettibilmente. Come mi risultò chiaro poi a cena, quando seppi che un suo cugino era stato prefetto di polizia di Parigi, nel mio racconto, il signor de Montmorency doveva trovare conferma di analoghi episodi quotidiani nella capitale francese. In definitiva, gli parlavo di argomenti che lui doveva conoscere abbastanza bene, per quel suo legame familiare. Nella saletta d’ingresso al salone dove cenammo, ritrovai madame Marjorie, sorella di Arnold e non consorte come avevo immaginato io, e la figlia Amandine, la giovane scippata a Roma. A tavola, ci raggiunse Natalie, amica di Amandine, e pertanto a cena eravamo in cinque. Serviva un giovane cameriere alto e con i capelli ricci, la giacca bianca, la camicia bianca con il farfallino nero e i pantaloni neri. Notai che aveva un difetto di pronuncia, doveva essere leggermente svantaggiato, ma i padroni di casa trattavano George Bernard in maniera molto familiare. Quel ruolo di cameriere doveva essergli stato assegnato, per agevolarlo nei rapporti sociali, e infatti Natalie coadiuvò più di una volta nel servizio.
Come ospite, non so perché, mi sentii in dovere di tenere viva la conversazione e cominciai con la filosofia, per non scivolare in politica, o parlare delle ultime notizie sportive. Non potetti fare a meno però di citare il Tour, dove si era distinto sulle pietre, nell’inferno del nord, un italiano in maglia gialla. Sull’ Équipe appariva nella fotografia in prima pagina, mentre pedalava sotto la pioggia, tutto sporco di fango, e sotto l’immagine, la dicitura: “Dantesque!” Nel viaggio, avevo portato con me un testo del filosofo Paul Ricœur su alcuni aspetti del pensiero di Platone e Aristotele, e nel pomeriggio ne avevo letto alcuni brani. Devo precisare che pur facendo il vigilante, ho sempre avuto aspirazioni culturali forse un po' velleitarie, e ultimamente mi sono anche iscritto all’Università, credo per spirito d’imitazione. Una mia collega, Sonia Passerini, è laureata ed ha sempre rifiutato di stare in ufficio, desiderando svolgere il suo servizio in strada, peraltro giustamente meglio remunerato. Citai una frase di Platone, presa dal libro di Ricœur, che avevo mandato appositamente a memoria: “S’il existe une beauté en soi, les choses che tu dis être belles le sont en effet?” Si tratta della domanda che Socrate rivolge a Ippia (Ippia maggiore, 288a), per giungere all’essenza (Idea) delle cose secondo il suo solito ironico modo d’interrogare. Il dialogo è sul Bello, ed in verità chi parla è Platone, per svolgere il suo pensiero sull’eidos, l’Idea appunto.” “Oh, Platon!” esclamò con viva sorpresa la zia Marjorie. Ero lusingato. Sono un po' vanesio, ma il mestiere mi ha reso accorto, fissai il signor de Montmorency. Aveva l’aria di chi deve dire una cosa al momento importante, ma con cortesia tace in attesa che l’interlocutore completi il suo discorso. Io non dissi altro, e allora Arnold si rivolse alla figlia e la esortò a parlare, quasi presentandola ufficialmente a tutti noi. Era un discorso preparato, e quindi mi accinsi ad ascoltare con attenzione. Però, non ostante il mio atteggiamento teso e concentrato, la ragazza ebbe un piccolo modo di stizza come per far capire che doveva essere presa sul serio. Ero leggermente perplesso, perché questa situazione mi si era presentata già altre volte con giovani amiche. Evidentemente tutte pensano che i maschi sono più attenti a guardarle che a sentirle, o vogliono sottolineare, non so, questo aspetto, nell’incontro tra un uomo e una donna. Sta di fatto che dopo questo brusco abbrivio, Amandine si distese e iniziò a raccontare. E devo dire che il racconto catturò veramente la mia attenzione, sembrava che riguardasse l’ospite prescelto.
“Il racconto c’è stato tramandato dalla madre del nonno, il signore de Montmorency – Amandine guardò il padre, ottenendone uno sguardo rassicurante – che a sua volta l’aveva sentita da sua nonna testimone dei fatti, accaduti circa agli inizi del XIX secolo. La cronaca venne anche riportata dallo scrittore Moritz Hartmann e pubblicata nel 1861 sulla rivista Freya. Si riferiva per intero lo strano racconto ascoltato dalle labbra di una dama ospite nel nostro castello. A fare lo “strano racconto” era stata allora la giovane Amandine de Montmorency, l’ava di cui porto il nome. C’era in quel tempo nel parco una fontana simile a quella attuale, con una balaustra su cui si ergeva una teoria di ventiquattro statue di divinità greche, copie di esemplari elleni o cinquecenteschi. Nel mezzo di una fontana, innalzata su una roccia, era stata messa la statua del Nettuno di Jean de Boulogne.” Ah! La mia esclamazione non fu raccolta, ma provocò una breve pausa, quindi Amandine riprese: “Una mattina, io allora ero ancora una fanciulletta, mio padre si affacciò alla finestra e vide uno strano individuo aggirarsi nel parco. Era quello stesso che avevo incontrato, il pomeriggio prima, vicino alla fontana, durante la mia consueta passeggiata. Riferii il particolare al babbo, ma lui mi disse di non preoccuparmi, congetturò che fosse un prigioniero politico o di guerra, che il governo lasciava vivere nelle province interne quasi in stato di libertà e sulla semplice parola d’onore. Intanto lo sconosciuto, mentre ammirava le statue attorno alla vasca, ebbe un diverbio con la nostra guardia campestre, che lo invitava ad allontanarsi, perché si era addentrato in un luogo privato dove non si poteva stare. Lo sconosciuto protestava, ma senza compiere nessun gesto violento, continuando solo a guardare le statue e parlando come se si riferisse a loro. Mio padre allora scese nel parco e si avvicinò per mettere fine alla discussione, cercando di evitare che fossero commessi gesti inconsulti. La guardia campestre insisteva a voler scacciare l’intruso, come era suo dovere, ma mio padre, vedendo che lo sconosciuto era soltanto attratto dalle statue, cercò di rabbonire il nostro vigilante. Questi era un tipo battagliero, molto geloso del suo ruolo, sapendo però che il babbo era molto amico del prefetto di polizia, finì per desistere e si allontanò per altri giri di perlustrazione. Lo sconosciuto, intanto, proclamava che gli dèi non sono proprietà di nessuno, ma appartengono al mondo, continuando a declamare versi poetici, riferiti alle divinità raffigurate dalle statue. Aveva un particolare accento tedesco ed ebbe anche l’ardire di contraddire vivacemente mio padre sui nomi di alcuni dèi, mostrando di avere una conoscenza e competenza eccezionale in materia. E si mise a declamare anche strofe di poeti classici direttamente in greco, impressionando molto il mio genitore, che pur vedendolo malmesso nell’abbigliamento e abbastanza stravolto nell’espressione, lo invitò in casa. Qui, assistito dalla servitù, fece un bagno caldo, consumò voracemente una colazione abbondante e infine si addormentò di colpo sul divano del salotto. Noi lo lasciammo dormire fino al crepuscolo, e quando si risvegliò, lo mandammo a sciacquarsi il viso e poi il babbo lo invitò a cena.
Il giovane parlava abbastanza bene il francese, pur con il suo accento tedesco, e iniziò una discussione con mia zia, che era una donna credente, molto pia. Sentendogli tessere le lodi delle divinità antiche, cercava di contestarlo con argomenti riferiti alla Bibbia, interrogandolo sull’immortalità dell’anima. Allora, lo sconosciuto se ne uscì testualmente nel seguente discorso: “Tutta la bontà che noi bellamente pensiamo diviene un essere divino, il quale non ci abbandona più, e invisibile a noi, tuttavia transustanziato in bellissime forme, ci accompagna per tutta la vita, fino alla tomba. Dal nostro tumulo funebre prende poi il volo e si unisce alle schiere delle altre divinità che già riempiono di sé il mondo e che lavorano concordi a trasformarlo e perfezionarlo. Queste divinità sono prodotti o parti dell’anima nostra, e in tali parti soltanto l’anima nostra è immortale. I grandi artisti ci hanno lasciato nelle opere loro per così dire l’immagine sensibile delle proprie singole divinità, ma non le divinità stesse. Quelle opere sono l’immagine delle divinità riflessa dal nebuloso cerchio della nostra terra, così come il sole si specchia nella superficie di un lago, meglio ancora, su un mare di nebbia. I Numi belli della Grecia sono per l’appunto cosiffatte immagini dei pensieri più belli di tutto un popolo. Ecco in che cosa consiste l’immortalità.” Rimanemmo tutti ammirati da queste parole, ma avvertivamo uno strano contrasto tra i suoi abiti sdruciti e sporchi e lo sfoggio inimitabile della sua cultura classica. Inoltre, la zia era curiosa di conoscere la storia di quest’uomo e spinse mio padre a chiedergli il nome. Allora, il tedesco si premette le mani sulla fronte, come se avvertisse un dolore, e poi rispose: “Dirò il mio nome domani.” Comunque, sebbene il giovane avesse questo strano comportamento, mio padre lo invitò egualmente a pernottare da noi. Egli aveva così sentenziato: “Lo spirito di quest’uomo ha subito una specie di devastazione”. Io ero convinta che fosse una specie di profeta, un mago benefico. Mia zia, che in un primo tempo lo aveva ritenuto pazzo, era contenta di poter all’indomani continuare a discutere con lui di filosofia e gli aveva preparato anche la stanza per la notte. E così andammo tutti a dormire in attesa dei nuovi eventi del giorno seguente. Ma la notte doveva distruggere ogni piano. Circa un’ora dopo la mezzanotte, le alte grida di aiuto di un domestico, il quale cercava di raggiungere il proprio abbaino reduce da un’avventura notturna, destarono di soprassalto la casa tutta. Io mi precipitai con la zia nel corridoio, nell’attimo stesso in cui mio padre apriva la porta della sua stanza. Dopo aver lanciato un’occhiata lungo il corridoio, il babbo tornò di corsa verso di noi e ci spinse nuovamente nelle nostre camere da letto. In mezzo minuto, avevo tuttavia già visto abbastanza. Il domestico giaceva sul pianerottolo più alto della scala rovesciato a terra dallo spavento. Innanzi a lui, lo sconosciuto in una strana acconciatura. S’era avvolto intorno al corpo un lenzuolo bianco. E poiché questo costituiva l’unico suo indumento, egli aveva assunto quasi l’aspetto di una statua greca. Nella sinistra reggeva una lampada, nella destra una spada, un bell’esemplare artistico d’arma del ‘500, proprietà di mio padre, che stava solitamente appesa nella camera dell’ospite. Il babbo lo disarmò, poi lo riaccompagnò nella stanza, dove cedendo ai suoi inviti, lo straniero si rimise a letto. La mattina dopo, la zia in lacrime, sembrò rassegnata: “È veramente pazzo.” Affacciate alla finestra, abbiamo visto lo straniero aggirarsi nel parco e poi avviarsi in fondo al boschetto, dove scomparve. Poi non l’abbiamo più visto.”
Amandine aveva concluso il suo racconto, dove aveva perfettamente recitato la parte della sua antenata, ed ora sembrava come quegli attori che si riposano dopo un atto. Io tacevo, perché, ripeto, quel racconto mi aveva completamente conquistato. Il signor de Montmorency aveva l’aria soddisfatta e prese un calice di vino, tenendolo a mezz’aria, quasi l’invito a un brindisi festoso in onore della figlia, la sua bravura a raccontare. Lei, però, ebbe come un moto di ripensamento, frugò nella borsa che aveva accanto ed estrasse un foglio: “Volevo recitare alcuni versi di questo geniale e confuso poeta tedesco.” Il padre abbassò il calice, Amandine diede un’occhiata al foglio di appunti, poi alzò la testa e cominciò a declamare: “Quando lontana all’uom l’usata vita lontano va dove fulgida è vendemmia, spoglio d’estate anche il campo rimane, il bosco col suo scuro volto appare. Se la natura specchia le stagioni, se essa resta e quelle passano presto, ed è compiutezza…” Amandine si fermò e abbassò lo sguardo sul foglio, allora io declamai: “… il cielo all’uom rifulge come all’albero i fiori fan corona.” Sembrava quasi l’intesa su una scena di teatro, una specie di recita a soggetto, a definirla in maniera pirandelliana. Tutti mi guardarono sorpresi, Amandine in maniera un po' inquieta: “Conosce il poeta?” m’interrogò. Rimasi indeciso nel rispondere, poi dissi: “Lo conoscono un po' tutti.” Era una risposta anodina, data quasi per scansare l’attenzione che avevo destato su di me, rivelando forse un tratto di vanità del mio carattere. “Sì, ma la poesia è poco conosciuta” replicò. Come darle torto? Esitavo. “Sono alcuni degli ultimi versi scritti, quando il poeta era già da molti anni preda del delirio e della sua malattia,” disse Amandine. “Sì, confermai, quando era stato accolto e rinchiuso nella casa del falegname Zimmer, a Tubinga.” Nel dialogo intervenne il signor de Montmorency: “Oggi è divenuta la Torre di Hölderlin. Così, infatti, è conosciuta oggi la casa che si affaccia sul fiume Nekar, ora adibita museo.” Tacque un istante e subito aggiunse: “Credo raccolga un discreto numero di visitatori in Germania.” La figlia lanciò un eloquente sguardo al padre. “Ho pensato di fare un museo anche, qui, ma è rimasto solo un progetto.” Arnold alzò il calice e bevve, senza nessun brindisi, passata l’occasione. Quindi, disse: “Mi sono un po' interessato, per capire se quello sconosciuto di passaggio nel nostro castello fosse stato davvero Hölderlin. Alcuni particolari sulle date corrispondono. Il 14 dicembre 1801, Hölderlin è già a Strasburgo, dove però viene trattenuto per complicanze burocratiche sul passaporto. Ha intenzione di passare per Parigi, prima di arrivare a Bordeaux, dove l’amico Ströhlin gli ha procurato un nuovo posto di precettore in casa del console di Amburgo, ma rinuncia e passa invece per Lione. Il 28 gennaio 1802, quasi un mese dopo, tanto ci voleva allora per attraversare la Francia, scrive una lettera da Bordeaux: “Caro amico, non posso pensare senza un brivido di paura al tempo trascorso nelle nevose giogaie d’Alvernia, in luoghi selvaggi, tra bufere infernali, nelle notti passate su duri giacigli con la pistola carica al fianco, per quei valichi tutt’altro che sicuri.” Il signor de Montmorency ebbe un lieve sorriso, poi continuò. “Dopo alcuni mesi, lasciò Bordeaux forse per dissensi con il console sull’educazione dei figli, ma forse anche perché si rivelavano i primi squilibri mentali. Girovagò a piedi per le contrade di Francia in uno stato di grave sconvolgimento psichico, prima di tornare a Nürtingen, in casa della madre. Qualche anno dopo, fu ricoverato nell’ospedale di Tubinga, ormai completamente infermo di mente, e quindi affidato a Zimmer, nella cui casa affacciata sul Neckar trascorse il resto della sua vita. In questo periodo, scrisse sporadicamente alcune poesie, come l’ultima che avete recitato, firmandole: “Scardanelli”.
Sono ripartito la mattina dopo per Parigi, da dove avrei preso il volo per Roma, con la sosta di un giorno nella capitale francese. La notte era trascorsa tranquilla, ma faceva caldo, mi sono svegliato e dalla stanza a piano terra sono uscito sul portico che dava sul cortile, fiocamente illuminato. Mi sono seduto su una panchina di marmo e ho chiuso gli occhi, quasi a voler prendere sonno nell’aria un po' più fresca. Ora, io non ricordo bene, infatti ogni tanto mi fa male la testa e devo stringermi le tempie, perché non riesco a sopportare il dolore, quindi ho immagini confuse nella memoria, forse sognavo. Due mani femminili mi coprirono delicatamente gli occhi, al contempo sentii alcuni risolini e una voce che mi sussurrava nell’orecchio: “Je suis Amandine.” Ho allungato le mani per liberarmi gli occhi, ma sono riuscito a spalancarli subito, perché non ho più sentito le mani premere. Nel buio incerto, mi è sembrato di vedere una sagoma femminile fuggire via, ma ho avuto la sensazione che fosse Natalie, non so perché. Era sembrata un po' annoiata tutta la sera con quel racconto del poeta tedesco folle, e poi, la mattina dopo, avevo saputo da Eric alcuni particolari sulla sua vita. L’amica di Amandine non era francese, ma russa di origine, si chiamava Natasha, viveva da poco al Castello, e il fine settimana andava a Parigi da alcuni suoi conoscenti agli Champs-Élysées. Ecco perché, quella sera, a Parigi, andai a passeggio da quelle parti. Le strade erano affollate: “Una statua di marmo mi conduce per mano / Oggi è domenica e i cinema sono affollati / gli uccelli tra i rami osservano gli uomini / E la statua mi bacia ma nessuno ci vede / Tranne un fanciullo cieco che ci segna a dito.” Era il mio stato d’animo, quello cantato da Prévert. Alla fine, a tarda ora, entrai in una famosa sala di varietà musicale, e presi posto a un tavolino in prima fila. Spesi una fortuna, quella sera, cena aragoste e champagne, paillettes e lustrini sul palcoscenico, fantasmagorie e immagini seducenti, infine la vedette. Quando apparve, la riconobbi subito, la sua performance fu eccezionale, danze e volute acrobatiche nello splendore della sua naturale bellezza, con l’applauso finale scrosciante. Il sipario si chiuse, ero fermo lì al tavolino, dovevo andare, ma aspettai ancora, e Natalie passò davanti a me. Incedeva trattenendosi la lunga veste con entrambe le mani, accompagnata da un uomo biondo alto e riccioluto. Andarono a sedersi a un tavolino lì a fianco. Nel passarmi davanti, Natalie, gli occhi celesti, il viso bianco, i capelli neri, mi indirizzò un bacio e sussurrò: “Oh, mon amour!” Era lei, quella del sogno. Più tardi uscii e sostai fuori dal locale, nella notte, sugli Champs-Élysées ormai deserti. Il patron amico di Natalie mi raggiunse subito dopo. Ero amico della ragazza? No, avevo però conosciuto il fratello anni prima. Dove? A New York, in un’alba grigia tra i grattacieli di Manhattan, bum! bum! steso al suolo, ho assassinato il diavolo! Risata dell’amico. La donna è la sorella del demonio, dissi. Un refrain, commentò l’altro, e poi salutò congedandosi: “Buona notte, signor Scardanelli.”
NOTA FINALE Il titolo della storia, “Vero gotico”, ha una doppia valenza. Il racconto di Amandine, con qualche lieve adattamento, è stato tratto dal testo di Vincenzo Errante, “La lirica di Hölderlin”, Principato Editore, Milano, 1939, pp. 45 ss. In questo senso, l’episodio di carattere gotico, relativo alla possibile figura di Hölderlin come protagonista, ha una sua attendibilità storica, e pertanto si può definire come “vero gotico”. Ma anche il racconto, nella sua realtà di finzione, è “vero gotico”, con l’iniziale assassinio del diavolo e l’enigmatica figura dell’io narrante, che si rivela come un’incarnazione di Hölderlin, attraverso l’identità di Scardanelli. La doppia valenza del titolo consiste quindi nell’attribuire carattere di verità sia alla realtà storica sia a quella di finzione, nell’ambito di una scansione tra i termini “vero” e “finto”, distinguibili entrambi da “falso”.
Era giunta a Roma in mattinata da Francoforte sul Meno. Quando squillò il telefonino, automaticamente rispose: “Ja, bitte”, ma non sentì risposta. Si accorse che mancava la comunicazione, era stato lo squillo della segreteria telefonica, che l’avvertiva di un messaggio ricevuto. “Ciao, Lisa…”, ebbe un tuffo al cuore “… sono Bellarmino, ti saluto prima di partire.” Era da oltre un anno che attendeva di sentire quella voce. “Sono Bellarmino”, quando gli aveva telefonato la prima volta, così annunciandosi, lei lo avevo canzonato: “E io sono Lucrezia Borgia, non mi riconosci?” Un’autovettura strombazzò, mentre stava attraversando la strada, peraltro sulle strisce pedonali. Siamo proprio a Roma, pensò. Andò a prendere il “30” al Teatro Marcello e scese sul viale Cristoforo Colombo, all’incrocio con la Grotta Perfetta. Con il “769”, raggiunse la zona del parco dell’Appia Antica. Trovò facilmente il viale e dopo un po', leggermente ansante per il cammino, raggiunse il tempietto di Diana. Elisabetta Del Tullio si sedette sul sasso di fronte alla statua della dea, si chinò in avanti, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, nascose il volto tra le palme delle mani e pianse. “Ti amo, Lisa”, le aveva detto prima di chiudere la comunicazione. Era tanto tempo che voleva sentire quelle parole. Infine, si riscosse, si alzò e lasciò il parco, per riprendere il suo itinerario per Nemi, dove giunse in taxi. Si fece lasciare ai limiti dell’abitato, non lontano dal sito archeologico del tempio di Diana Nemorense. “Il nostro lungo viaggio è terminato, la nostra navicella ha ormai ammainato le vele in porto. Riprendiamo la strada per Nemi. È sera e percorrendo il lungo pendio della via Appia su per i colli Albani, vediamo dietro di noi il cielo rosseggiante, con il fuoco del tramonto, la sua luce che posa su Roma come l’aureola di un santo morente, sfiorando quasi un’orifiamma la cupola di San Pietro. Uno spettacolo indimenticabile. Ma lasciamolo alle nostre spalle, riprendiamo la strada che s’inombra lungo il fianco della montagna fino a raggiungere Nemi; volgiamo lo sguardo nella conca profonda del lago che si fonde e scompare rapidamente nell’ombra della sera. Ben poco è cambiato in questo luogo, da quando Diana riceveva l’omaggio dei suoi fedeli nel bosco sacro. Il tempio della dea silvana è scomparso, è vero; il re del bosco non monta più la guardia al “ramo d’oro”, ma i boschi di Nemi sono ancora verdi. E mentre il tramonto a ponente impallidisce sopra di essi, ci giunge sulle ali del vento il suono dell’Angelus dalle campane di Roma. Ave Maria! Dolci e solenni giungono i loro rintocchi dalla città lontana e vanno lentamente a morire sulle vaste paludi della campagna romana. Le roi est mort, vive le roi! Ave Maria!” [1]
[1] Il brano è tratto dal saggio su magia e religione dell’antropologo scozzese James Frazer (1854-1941): “Il ramo d’oro”. Il titolo deriva dal racconto di Virgilio nell’Eneide, in cui la Sibilla consiglia all’eroe di procurarsi un ramo d'oro (vischio), prima di scendere nell'Ade, per consentirgli di ritornare dagli Inferi. Nel saggio viene anche narrato il rito dell’uccisione del Re custode del bosco sacro di Nemi, dedicato alla dea silvestre Diana, il cui posto veniva occupato dall’uccisore.
Nei vapori del sonno, aveva sentito grattare alla porta, poi si doveva essere alzato, ma non ricordava se nello stato di veglia, forse una sorta di sonnambulismo. Rivedeva sé stesso nell’atto di andare alla porta della camera, aprirla e scrutare nel buio. Doveva essere accaduto, non appena era andato a dormire. E poi aveva sognato una strada umida tra grigi palazzi e come una sagoma di donna che si allontanava. Saltò giù dal letto, perfettamente sveglio e riposato, dall’imposta socchiusa filtrava una luce grigia, forse pioveva. Dopo un po' era pronto e scese nella sala della colazione. La ragazza era lì in piedi, davanti alla porta, rispose al saluto e gli fece cenno di entrare. Si voltò a guardarla, e rivide quel volto freddo e sereno, lo sguardo che interrogava in silenzio. Indossava l’abito nero del giorno prima, in armonia con il colore scuro dei capelli e degli occhi. Quando era arrivato in albergo, aveva trovato al banco della reception una ragazza esile, i capelli biondi e gli occhi azzurri. Ritrovò subito la sua prenotazione, leggendo sullo schermo del computer. “Carta d’identità, prego,” aveva detto in italiano, con accento teutonico, il tono di voce leggero. Consegnò il documento e si voltò a sinistra, dove era apparsa lei, che lo stava osservando: “Non ha bagaglio?” interrogò. “Sono arrivato proprio ora con il treno e sono venuto direttamente qui.” La risposta non era congrua, lei continuò a osservarlo in silenzio. La giovane tedesca bionda gli consegnò il badge della stanza: “Bitte, achtzehn Zimmer, im zweiten Stock.” Elisabetta Del Tullio tradusse: “La stanza diciotto, al secondo piano”, e indicò l’ascensore, dalla parte dove stava lei. Mentre le passava davanti, si fermò e le chiese fino a che ora erano aperti i negozi, quel sabato. “Fino alle otto, ne trova alcuni subito fuori sulla piazza.” Sembrò volesse dire altro, anche lui indugiò, si fissarono per alcuni istanti, la bionda al banco appariva intenta a leggere alcune carte. “Sono venuto dall’Italia, senza bagagli,” disse. “Riparte subito?” Interrogò lei. “Domani pomeriggio, per Hannover, devo essere presente lunedì mattina.” Lei non replicò, si limitò a sorridere, un sorriso freddo, mentre lo interrogava con gli occhi. “Vado” mormorò lui e si avviò per le scale senza prendere l’ascensore.
Non so dire se, nell’occasione, Elisabetta Del Tullio si sia voltato a guardarlo, presumo di sì, ma non sono certo se abbia notato quell’anomalia di Bellarmino, che portava le scarpe senza i calzini. Quando tornò prima dell’ora di cena, con gli acquisti fatti, tra cui una borsa, lanciò uno sguardo distratto al banco di accettazione, ma oltre all’addetta che l’aveva ricevuto all’arrivo, non vide altri. A cena servì molto rispettosamente un cameriere tedesco, nella sala c’era soltanto una famiglia di mediorientali, padre madre e figli grandi, due. Quando risalì in camera, passò dal retro dell’accettazione e gli sembrò di vedere un’ombra scura di donna nella penombra. Con quest’ultima immagine e la visione delle strade cittadine percorse, andò a dormire. Il caffè all’americana gli fu servito da un ragazzo con i capelli rossi, rasati quasi a zero. Bellarmino si alzò e andò alla tavola imbandita, dove colse l’occasione per mettere nel piatto alcuni salsicciotti fumanti, frittata d’uovo e patate. Non era abituato, ma voleva subito adeguarsi all’alimentazione del luogo. Tornò al suo tavolino e cominciò a mangiare. “Colazione mediterranea?”, si voltò verso la donna che in piedi al suo fianco aveva parlato. Era Elisabetta Del Tullio, la freddezza del sorriso lo colpì ancora una volta, restò a guardarla fisso negli occhi. “E allora non mangia?” disse lei. “Si segga,” invitò lui, spostando la sedia vicina per farle spazio. “Non posso, sono in servizio,” disse lei, mentre si sedeva. “Come?” disse lui. “Ritornerà qui a Francoforte, alla fine della Convention?” domandò lei. Bellarmino non rispose subito, guardò il piatto con le salsicce, alzò la testa e disse: “Sabato prossimo verrò a trovarla e starò qui anche domenica.” Elisabetta Del Tullio si alzò in fretta: “Mi telefoni prima,” disse, allontanandosi. Lui stette a guardarla, mentre attraversava la sala. Prima di partire, dopo avere pagato il conto, al banco c’era una donna grassottella di mezza età, Bellarmino sostò guardandosi attorno, poi si avviò all’uscita, ma non spinse la porta a vetri, si fermò e si voltò indietro a destra, dove non vide nessuno. “Ecco il mio numero di telefono,” sentì dire vicinissimo alla sua sinistra. Si girò di colpo dall’altra parte, scontrandosi con il corpo soffice di Elisabetta Del Tullio. La ragazza gl’infilò un biglietto nella tasca della giacca, che gli aggiustò indugiando con le mani sui bottoni. Si sfiorarono le gote, poi lui si avviò fuori e di là dai vetri agitò la mano sinistra, in segno di congedo.
Il sabato seguente, andò a prenderlo alla stazione, si abbracciarono e baciarono come due innamorati, che si rivedono dopo una lunga separazione, ed uscirono sulla piazza cingendosi con le braccia attorno alla vita. Erano due turisti in città, che si muovevano a piedi e con i mezzi pubblici. Erano nella Paul-Arnsberg Platz, seduti su una panchina: “Tu non sei un operaio, Roberto,” disse Elisabetta Del Tullio, con tono malizioso. “Tu sei un manager.” Lui la guardò, prima di rispondere: “Un ex-manager, ora sono soltanto un lavoratore italiano in Germania.” Lei lo guardava negli occhi: “Hai letto i dati sulla mia carta d’identità?” interrogò lui. Lei non rispose, continuava a fissarlo: io leggo la tua anima nei tuoi occhi, diceva il suo sguardo. “Io riesco a leggere di te nella tua figura, nei tuoi gesti, nel tuo modo di parlare,” disse lui. Poi aggiunse: “Tu non sei una receptionist di albergo né tanto meno una kellerina, sei una funzionaria della Banca Centrale Europea.” Indicò la torre in vetrocemento, che si innalzava davanti a loro, con il grande stemma giallo oro dell’euro, alla base, circondato dalle dodici stelle. “E sei laureata in Economia,” concluse. “Sì,” ammise lei. “E il sabato e la domenica, per hobby, vai in servizio all’hotel.” “Anche per integrare,” disse lei. “Hai nostalgia di Roma,” disse lui, “io ti ricordo la tua città.” Lei l’abbracciò e lo tenne stretto a sé. “Tu eri sposato,” mormorò, quando si sciolsero dall’abbraccio. “Sì,” rispose, “lo sono ancora.” La ragazza si turbò. “Il mio matrimonio si è interrotto una settimana fa, sono stato io,” precisò. La ragazza era inquieta: “Sono scomparso, non sono più un manager romano privato, adesso sono un magazziniere alla Volkswagen di Hannover.” Dopo quel primo incontro, si ritrovarono la settimana dopo e l’altra ancora, nel sabato e la domenica liberi, interpretando con passione giovane la loro storia d’amore. E così per altre settimane, poi una volta non si erano visti, Elisabetta era andata in Italia, a Roma, dai suoi familiari. Si videro quindici giorni dopo, lei era cambiata, era divenuta fredda. Andarono un po' in giro insieme, poi si lasciarono, Bellarmino ripartì. Non ritornò però ad Hannover, prese invece il treno per Stoccarda, in direzione contraria, destinazione Lauffen-am-Neckar, nel Württemberg. Ora, in viaggio, si poneva il problema matematico della divisione dei numeri naturali per zero. Ne aveva parlato anche con lei, prima del viaggio in Italia: “Come laureata in Economia, sei esperta di matematica, quindi risolvi questa semplice operazione: zero diviso zero.” Elisabetta aveva sorriso: “Zero diviso zero dovrebbe fare zero; ma se tu sei zero ed io sono zero, siccome zero è un numero della serie dei numeri naturali, allora come tutti i numeri naturali, zero diviso zero si perde all’infinito.” Era andata disegnando nell’aria l’otto rovesciato simbolo dell’infinito, poi era rimasta incantata a guardare il suo disegno invisibile, e infine si era piegata verso di lui, un bacio leggero sulle labbra. “Hai ragione tu, zero diviso zero uguale a zero è un puro errore,” aveva detto mentre lei si scostava, un momento d’amore infinito. Ma quale numero è infinito? “Infinitus est numerus stultorum”, dice Qoelet. Infinito è il numero degli stolti, ma l’infinito non è un numero. La frazione con denominatore zero è come nella meridiana l’ombra dello gnomone al tramonto, una lunghezza che non ha fine. Guardò la campagna che correva fuori dal finestrino del treno, la fuga infinita degli alberi e del paesaggio. Si ricordò l’ammonimento di Zulieta: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.” Poi un giorno, lei telefonò, erano passati dei mesi: “Non mi vieni più a trovare, Roberto?” Una domanda, la voce, il desiderio. “Sono Bellarmino,” rispose. Sentì il breve riso nervoso dall’altra parte. “Forse un giorno ti telefonerò, per chiederti di sposarmi,” disse. “È quello che stai facendo, Roberto.” Era la voce di una donna innamorata, lui aveva le idee confuse, lei non insistette e chiuse la comunicazione.
Roberto Bellarmino è stato un teologo e cardinale, santo della Chiesa cattolica, vissuto nel ‘500, grande inquisitore di Galilei. Appartenente all’ordine dei Gesuiti, nelle sue opere contrastò sempre le dottrine protestanti, in particolare nelle “Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos.” Studente nel seminario protestante, lo Stift di Tubinga, Hölderlin avrà sicuramente studiato questo testo. Egli però aveva sempre rifiutato di svolgere le funzioni di pastore, preferendo dedicarsi all’attività poetica, esercitando le funzioni di semplice precettore. Nel “Fragment von Hyperion”, la prima stesura del romanzo, Iperione e Bellarmino s’incontrano sulle “rovine dell’antica Roma”, e quindi quest’ultimo è italiano, mentre diventa tedesco nel testo definitivo. A parere di alcuni suoi interpreti germanici, Arminio forma latinizzata di Hermann, si deve identificare nell’eroe che sconfisse le legioni romane e Bellarmino sarebbe il Bello-Arminio. La bellezza di Arminio rappresenterebbe lo spirito della totalità in contrapposizione alla realtà disgregata della Germania, descritta nell’invettiva di Hölderlin contro il popolo tedesco. È stata proposta anche l’interpretazione che Bello deriverebbe dal latino bellum e il nome intero starebbe per “Arminio il guerriero”, il personaggio storico simbolo della lotta contro Roma. Non so se questi aspetti critici del suo nuovo nome fossero conosciuti da Roberto, ma sono convinto che egli avesse concentrato la sua attenzione su questo nome poi adottato come suo pseudonimo, in relazione ad alcune immagini che gli sorgevano confusamente dal cuore, come dire dei ricordi. Bellarmino era indubbiamente l’amico prima italiano e poi tedesco d’Iperione, ma la sua figura gli apparve come una sfumata immagine ondeggiante sulle rive francesi dell’Atlantico.
“È il vento di nord est. Il più amato dei venti per me, perché ai marinai promette la rotta giusta e l’anima ardente. Va’ e saluta la bella Garonna e i giardini di Bordeaux là dove il sentiero s’accosta alla riva aspra e il ruscello cade profondo nel grande fiume … Bene è invece parlare, dire i pensieri del cuore, udir molte cose dei giorni dell’amore, dei fatti che avvennero. Ma gli amici dove sono? Bellarmino e il suo compagno?”
L’interrogativo inquietò il cuore di Roberto, quasi un appello, un richiamo a quei giorni lontani, ma quali? Nella lirica di Hölderlin, “Andenken” (“Ricordo”) si rievocano i giardini di Bordeaux. Ecco, qui, i ricordi, le immagini del cuore (Herzens Meinung) di Roberto si sovrapponevano a quelle del poeta. La spiaggia, le onde dell’oceano, lo scorrere delle acque del fiume: “udire molte cose / dei giorni dell’amore…” Bellarmino dove sei? Si turbò, si scosse, si ritrovò, svanì nel suo essere un nuovo sé stesso. Hölderlin sapeva dell’intelligenza del cuore, da dove sgorga la poesia delle immagini, nel nulla del divenire del tutto: “Quel che resta lo fondano i poeti.” E che cosa esprimono i poeti, se non la bellezza divina? È la loro anima immortale a creare i grandi pensieri belli, le divine idee, che i grandi artisti trasformano in immagini sensibili nelle loro opere. Ma in esse noi vediamo soltanto le icone della divinità, non l’essenza divina che si rispecchia in loro come la luce del sole nell’acqua di un lago o in un mare di nebbia. Era Hölderlin a ispirargli questi sentimenti, lo spirito nuovo in cui ora Roberto Bellarmino viveva. E non gli restava che interrogare il silenzio della pietra, le immagini degli dèi, il cui spirito immortale vive nei boschi, nei fiumi, nel mare, nella terra e nel cielo. Soltanto nella quiete dell’ascolto, nel silenzio di fronte all’icona divina, imprigionata nel marmo dal genio dell’artista, egli poteva rimanere assorto in preghiera ed entrare in intimo colloquio col dio.
Al ritorno dall’America, Roberto ed Elisabetta Del Tullio si erano rincontrati e poi sposati presso la rappresentanza consolare italiana a Düsseldorf, dove lui aveva trovato lavoro come capo operaio nella locale fabbrica automobilistica. Mentre Bellarmino volava a New York, dove Elisabetta aveva vissuto da universitaria e poi impiegata dell’Onu, la ragazza si era recata in Italia. Entrambi, per una singolare coincidenza della sorte, erano stati colti dallo stesso desiderio di visitare ognuno i luoghi dell’altro, rivivere idealmente i giorni in cui non si erano ancora conosciuti, quasi una particolare forma di possesso del tempo della vita dell’altro non vissuto insieme. Alzando lo sguardo verso l’alto profilo del grattacielo, il Palazzo di Vetro, tra la 41esima e la 42esima Strada, Roberto colse il soffio della sua vita avvenire, quello stesso che investì Elisabetta di fronte alle vestigia del tempio di Diana Nemorense, nel bosco sacro, a Nemi. In fabbrica, Bellarmino era costretto ad alzarsi presto, prima delle cinque del mattino, dovendo controllare l’ingresso degli operai del primo turno. Non abituato alla rigidità del clima, presto si ammalò, contraendo una polmonite, e nel giro di poche settimane morì. La salma traslata in Italia, dopo una breve cerimonia funebre, fu tumulata nel cimitero romano del Laurentino. L’altro giorno, andavo a trovare don Piero, un prete amico mio, parroco di una chiesa al centro di Roma. Mentre camminavo, nei pressi di Santa Maria in Trastevere, ho notato un gruppo di ragazzetti che si rincorrevano all’uscita di una scuola. “Ciao, Bellarmino!” ha gridato uno di loro, salutando il compagno, che andava verso la madre, una donna ancora giovane, i capelli e gli occhi scuri, lo sguardo freddo, sereno.
Prologo Stavo tornando dalla parrocchia di Santa Maria in Trastevere, dove avevo fatto una lunga chiacchierata con don Piero sul tema dell’eternità divina dei Santi, come avevo introdotto io il discorso. Ora, però, mentre tornavo, mi rendevo conto di avere sentito distrattamente la disquisizione del sacerdote, assorbito com’ero da altre immagini e altri pensieri che mi attraversavano il cuore e la mente. Infatti, ripassando per la piazza di poco prima, dove avevo incrociato Elisabetta Del Tullio, la madre del piccolo Bellarmino, mi sono fermato ad osservare il portone della scuola e lo spiazzo antistante ormai vuoto. Ma come facevo ad essere sicuro che si trattasse proprio di lei, la consorte del defunto Roberto Bellarmino? E poi chi mi aveva raccontato questa storia? Ossia la storia dolorosa dello sfortunato Roberto e della sua Elisabetta? Ero confuso, avevo dei dubbi, mi sentivo emotivamente coinvolto in questa loro umana vicenda, che pure mi sembrava così irreale. Schopenhauer sostiene che noi viviamo esclusivamente nel presente: “Nel passato nessun uomo è vissuto, e nell’avvenire nessuno vivrà.” E sulla sua scia, Nietzsche ci parla del grande meriggio, il baratro di luce in cui precipita tutto il presente. Questi grandi filosofi ci dicono di vivere l’attimo, come anche Epicuro, che ci rassicura sulla morte: “Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi.” E infatti, dov’era finita la morte di Roberto Bellarmino? Ero inquieto, per un istante, ma soltanto per un istante ebbi come la percezione di essere io stesso Roberto Bellarmino. Mi guardai intorno per vedere se qualcuno si fosse accorto del mio turbamento, ma non c’era nessuno, lo spiazzo era deserto. Comunque, pensai bene di allontanarmi da quel luogo, ma sarei tornato, dovevo uscire da quel mio stato confusionale, presentarmi ad Elisabetta. Ma come?
L’approccio e la fuga Erano diversi giorni che la vedevo arrivare, sempre alla stessa ora, per andare a rilevare il figlio, Bellarmino, quel bimbetto dall’aria sbarazzina. Certo, era come tutti gli altri della sua età, ma io avevo fissato la mia attenzione su di lui, in ragione della madre. Ogni volta che mi passava davanti, sembrava non accorgersi di me, neppure uno sguardo distratto, e così non avevo ancora avuto l’occasione, l’opportunità, diciamo il coraggio di avvicinarla. Ma, ora, avevo deciso, le sarei andato incontro con il mio migliore e più rassicurante dei sorrisi e… ed eccola che stava arrivando! Avevo il cuore in tumulto. Quando si avvicinò, mi mossi camminandole a fianco, a destra: “Sono Scardanelli,” mi sorpresi a dire. La donna si voltò a guardarmi, l’espressione scura, senza rispondere, girò di nuovo la testa in avanti, continuando a camminare. “Elisabetta,” dissi affrettandomi, perché lei aveva aumentato il passo. Stranamente mi distanziava, allungai un braccio posandole una mano sulla spalla. Lei scrollò la spalla e si voltò a guardare indietro alla sua sinistra, come feci anch’io imitandola. Caspitina! Un agente di polizia grassottello ci camminava dietro e stava quasi raggiungendoci, l’altra collega, una biondina, seguiva un po' più indietro. In verità, avevo notato la pattuglia, che sostava con l’autoradio in un angolo della piazza, pensavo ai servizi di prevenzione davanti alle scuole… e invece… cioè… Decisamente aumentai l’andatura e quasi correndo raggiunsi l’angolo della strada e svoltai in fretta nel vicolo, infilandomi nell’andito di un palazzo col portone semichiuso. Sentivo gli agenti alle mie calcagna, trattenni il respiro, fui colto dalla necessità di un’impellente minzione, attesi. Mi sembrava di vedere l’ombra dei due poliziotti sulla strada, poi sentii che mi chiamavano: “Scardanelli!” Tacqui. Poi la voce di uno di loro, quella dell’agente grassottello, divenne melliflua: “Scarda… aaa… ne… eeelli! Scarda… aaa… ne… eeelli!” Era come un richiamo per bambini piccoli, tutto così inverosimile e buffo. Ma sembrò quasi che il poliziotto si fosse accorto di questo mio atteggiamento derisorio, perché cambiò tono e bruscamente gridò: “Scardanelli, vieni fuori! Sappiamo che sei nascosto là dentro!” Non risposi. Allora, il tono divenne minaccioso: “Scardanelli, se non esci immediatamente, lo diciamo a tua madre!” Stavo quasi scoppiando a ridere, quando sentii un grido: “No, a mamma, no! No, non lo dite a mamma!” Uno spilungone sgusciò fuori dall’ombra del portone (ma dove stava nascosto?) e cominciò a piagnucolare: “No, a mamma, no! Non lo dite a mamma!” “Scardanelli, quante volte te lo devo dire che non devi dare fastidio alle ragazze?” lo rimproverò l’agente. “Vieni, andiamo!” “No, non lo dite a mamma, no, non lo dite a mamma!” L’uno si lamentava, l’altro lo rimproverava, le voci si allontanarono. Ero sconcertato. Mi rivoltavo in quel mio buio, colto da una sorta di torpore da dormiveglia, poi nel silenzio sentii come una musica che si avvicinava, diventando sempre più forte e assordante… Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.
Abscondita dea Quando fu promulgato l’edito di Costantino, Enea Silvio cominciò a preoccuparsi, perché gli risultava difficile pregare le sue divinità, senza rischiare di essere sorpreso e punito dalle centurie di vigilanza della nuova fede cristiana, l’unica religione ufficiale dell’Impero. Era solito andare a pregare al tempio di Venere, che si trovava tra la Basilica Massenzio e il Colosseo, ma ora tutto era diventato più complicato. Quei cristiani, che fino a poco tempo prima erano stati soltanto carne da leone, negli spettacoli all’Anfiteatro Flavio, adesso avevano alzato la testa, dopo essere emersi dalle catacombe. Enea Silvio era convinto che all’arrivo di questi nuovi tempi, Venere fosse fuggita dal tempio, lasciando solo la sua immagine nella statua, perché ormai non rispondeva più alle sue preghiere. In quel tempo era fidanzato con Lucrezia Valeria, una discendente a suo dire della celebre Lucrezia figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e sposa di Collatino. La ragazza sosteneva che non poteva concedere il suo onore a Enea Silvio, perché altrimenti avrebbe dovuto compiere lo stesso eroico e tragico gesto della nobilissima antenata, e questo non era possibile. Perché? Come, perché? Vuoi che io mi tolga la vita, perché da te disonorato, infame! No, Lucrezia, ti chiedevo perché vuoi toglierti la vita? Mai! Giammai, io compierò questo gesto sacrilego, o empio e malvagio seduttore, adoratore di dèi falsi e bugiardi. Eh, no! Semmai, sono le dee ad essere… ma Enea Silvio non completò questo suo pensiero che gli parve immediatamente sacrilego. Il giovane abbassò il capo: “Supremum vale, Lucretia.” E stava per andarsene, quando Lucrezia Valeria gridò: “Ma come? Te ne vai e mi lasci sola, malvagio individuo!” Enea Silvio stava per sbottare, quando Lucrezia, invicta puella, di colpo cambiò atteggiamento, e con dolce imperio pronunciò: “Nocte intempesta nostram deveni domum.” Ciò detto, si raccolse la veste, girò le spalle e se ne andò, l’andatura fiera e lievemente ondeggiante. “A mezzanotte, vieni a casa mia.” Questa è pazza, pensò Enea Silvio. La storiella come io l’ho raccontata mi è stata riferita, più o meno negli stessi termini, da Vitaliano Cartapesta. Certo, io ci ho messo abbastanza del mio, soprattutto nella teatralità delle battute del dialogo tra i due fidanzati, ma devo dire che le frasi latine sono di Cartapesta, ossia come da lui a me riferite, anche se magari le avrà racimolate da qualche altra parte, forse sul web. Rimane la sostanza di una storia tra due giovani, la solita eterna storia degli incontri e scontri amorosi, in verità le prime schermaglie. Quello che però Vitaliano ci ha tenuto a precisarmi è che la vicenda ha una sua certa rilevanza, per le contingenze storiche in cui si è venuta a svolgere, vale a dire il periodo di transizione a Roma tra il culto pagano e la nuova fede religiosa cristiana. Ma non era questo il punto ossia il motivo del perché era venuta a raccontarmela, in quanto la storiella era soltanto il preambolo, per così dire, di una sorta di scoperta veramente eccezionale, questa sì di portata storica e archeologica notevolissima, da lui compiuta. “Manlio! – gridò al telefono, svegliandomi, quella mattina – Manlio, presto, vieni! È una cosa sensazionale! Devi vedere, altrimenti non ci credi! È da morire!” Era elettrizzato al massimo, esaltatissimo, erano le sei del mattino, e lui non aveva dormito tutta la notte. Non potevo non esaudire il suo desiderio.
Quando sono arrivato a casa sua, l’ho trovato che mi aspettava in strada davanti al portone con il cappotto indossato sul pigiama, tutto spettinato, l’espressione febbrile, ma il viso illuminato da una luce prorompente, che s’irradiava intorno, sebbene l’aria fosse grigia e fredda. “Vieni, Manlio,” disse precedendomi in casa. Vitaliano abita al piano terra e anche al primo piano di una palazzina a quattro piani, con soli altri sei condomini, quelli sopra di lui. “Vieni,” mi ha invitato ancora a seguirlo, scendendo le scale delle cantine seminterrate. Seguivo con una certa riluttanza Cartapesta, che aveva acceso la luce del corridoio, era andato davanti alla porta della sua cantina, aveva aperto e si era infilato dentro, tirandomi subito dietro di lui. “Aspetta!” ha detto poi, uscendo di nuovo nel corridoio, con una lampadina tascabile. È andato a spegnere la luce ed è tornato al chiarore della piccola torcia, poi ha chiuso la porta. “Non devono sapere che siamo qui, Manlio. È importante questo.” A questo punto ho domandato: “Vitaliano, hai scoperto un tesoro?” Mi ha illuminato il volto con la torcia, ho strizzato gli occhi e ho cercato di coprirli con la mano. “Oh, scusa!” ha detto lui. “Ma come hai fatto a indovinare?” Prima che rispondessi qualcosa, ha aggiunto: “Hai raggiunto il vero, ma anche tu ne sei rimasto abbagliato.” In verità, volevo replicare, è la tua torcia elettrica, ma ho taciuto. Si è tolto il cappotto, invitando a togliermi la giacca, poi ha spostato uno scaffale metallico sulla parete di fondo della cantina, ed ha aperto una porta che si confondeva nel muro. “Vieni, Manlio” ha detto illuminando quell’andito stretto e buio in cui eravamo entrati. Ha illuminato un angolo in basso a sinistra e al chiarore della lampadina, ha spostato una botola. Quindi ha posato la lampadina tascabile a terra e si è cominciato a calare, scendendo da una scala a pioli infissa nel muro: “Prendi la torcia e seguimi,” ha detto. Ma dove mi stava portando? Adesso stavamo in una stanza buia, molto più grande dell’andito da cui eravamo scesi. Vitaliano mi ha preso la torcia di mano e ha diretto il fascio di luce verso il soffitto: “Vedi, Manlio, vedi!” Illuminava il contorno in alto della parete. Si vedeva una cornice di tufo squadrato, quello tipico delle rovine delle mura romane. “Sono le tracce archeologiche dell’antica domus,” disse. “Una villa patrizia?” domandai. “La Aeneae Silvii Aurea Domus!” Esclamò. Cercai di guardarlo in viso e nella penombra del fascio di luce mi sembrò di vedere, o forse l’immaginai, l’espressione radiosa.
Una goccia d’acqua colata dal soffitto mi bagnò il viso, mentre Vitaliano trafficava in un angolo, poi sentii il tipico battere di una goccia sul pavimento. D’improvviso una luce bianca che andò sempre più a schiarire il buio illuminò l’ambiente. Vitaliano aveva in mano una grossa lanterna con una luce al neon, che depose su un tavolinetto lì accanto, prima confusa con le tenebre. Una nuova goccia d’acqua mi cadde in testa. “Piove!” esclamai. “Siamo nell’atrium,” disse Vitaliano, “vicino all’impluvium,” spiegò. “Che cosa abbiamo sopra di noi?” domandai. “La strada, Manlio, in prossimità del parco, che finisce a ridosso dell’Horti Praefecti.” “Come?” “La Grotta Perfetta, l’attuale toponimo.” “Ah!” Cadde un’altra goccia. “Spostiamoci,” dissi. “Certo,” disse Vitaliano, sei proprio vicino alla cisterna, l’impluvium. Quindi accennò alla sua sinistra: “Andiamo al cubiculum, vicino a una delle alae, e di là passiamo nel triclinium.” Attraverso una breccia nell’angolo della parete, a fatica seguii l’amico nella camera della domus, accanto all’ambente laterale, e quindi di là accedemmo alla sala da pranzo. In verità stavamo attraversando una galleria stretta, in cui dovevamo procedere a testa bassa, per non urtare contro il muro in testa a noi. Io seguivo soltanto il fascio di luce della lampadina tascabile, che Vitaliano aveva preso con sé, mentre il chiarore dell’atrio della domus alle nostre spalle si andava sempre più affievolendo. “C’è ancora tantissimo da scavare, Manlio,” disse alla fine Vitaliano, quando raggiungemmo il triclinium, uno spazio un po' più ampio di quella specie di galleria, da cui venivamo. “E adesso?” domandai. “Un altro passo in avanti, Manlio, ma nell’altra direzione.” Guardai alle mie spalle: “Verso le tabernae, allora, accanto alle fauces,” dissi. Ricordavo che l’ingresso della domus, le fauces, aveva ai propri lati le botteghe, gli ambienti di lavoro artigiano. Mi ero “sovvenuto”, nel senso che era “venuto su” dal mio cuore questa immagine delle fauces, in quella situazione in cui cominciavo a sentirmi inghiottito dalle fauci della terra, marciando nelle tenebre dietro all’inossidabile e ostinato Cartapesta Vitaliano, archeologo. Questi mi corresse subito: “No, Manlio, l’ingresso è dalla parte opposta, noi non torniamo indietro, ma giriamo ad angolo retto, per accedere al tablinum, il soggiorno, come dire la sala più ampia della domus, situato da quest’altra parte dell’atrium. Hai capito?” E come no? Ci mancava solo il tablinum! La sala più ampia della casa, dove la matrona trascorreva la maggior parte della giornata assieme ai filii, mentre il consorte, il pater familias si andava ad occupare degli affari pubblici, la res publica, concorrendo alle opere di pace o alle imprese di guerra dell’Urbis, le res gestae. Comunque, questo tablinum, in cui ora sostavamo era in verità un vano angusto sottoterra. “C’è ancora molto da scavare, Vitaliano,” dissi. “Certo, per rendere completa l’opera, senza dubbio; ma ora è tempo di andare. Preparati, Manlio!” Dirigeva il fascio di luce al di sopra delle mie spalle, e mi sembrava tremolasse. “Qui, a destra, c’è l’hortus, il giardino, dove la mater e le ancelle conducevano i bambini a giocare, mentre più avanti, là, Manlio, là...” e la voce di Vitaliano Cartapesta cominciò a tremare: “… è il misteryum sacelli!” Mi sorpassò, costringendomi al muro che ci separava dall’ antico hortus. “Vado avanti, Manlio, faccio strada per l’aedicula, seguimi!” Aedicula è il diminutivo di aedes, tempio, i.e. il tempietto. Avanzavamo verso il sacellum, il recinto sacro, un chiarore si espandeva, mentre seguivo Vitaliano, che balzò a sinistra, e io dietro di lui. Entrammo e fu luce di folgore! La statua della dea, più splendente del bianco della luna nella notte argentea, ammaliò il nostro sguardo e ci trafisse. Oh, sante divinità celesti ed infere! “Est domina Venus!” esclamò Vitaliano, “abscondita dea!” E di colpo accadde quel che accadde.
In aeroporto Ero sulle spine, in attesa che arrivasse Rossella. C’era ancora tempo, prima del volo, ma io ero impaziente, lì sulla banchina partenze del T3. Mi fermai ad osservare alcuni turisti in abiti ancora estivi, beh! era la famosa ottobrata romana, anche se alla fine. “Che cosa stai guardando?” Mi voltai e vidi Rossella, gli occhi ridenti, soltanto una leggera ombra. “Gente che va, gente che viene,” dissi. Non sembrò convinta, io mi riscossi: “Andiamo, passiamo subito il controllo, e poi abbiamo tempo.” Entrammo ed io mi fermai a leggere il tabellone delle partenze, che segnalava un’ora di ritardo per il volo Roma Parigi. Ecco fatto, pensai. “Allora andiamo a fare colazione con calma,” dissi. Ordinammo al bancone e poi portammo al tavolino il vassoio con i cappuccini e i cornetti e l’acqua. Rossella era contenta. Quando l’avevo invitata a venire, l’avevo un po' presa alla sprovvista, doveva avvertire sul lavoro, ma era sicura di liberarsi. E infatti ottenne il permesso. Avevamo tante volte progettato il viaggio, senza realizzarlo, poi di colpo la mia decisione. Stavamo insieme da due anni, forse un giorno ci saremmo sposati, era lei a fare un po' di resistenza. Chissà ora! Forse era l’occasione buona, una sorta di breve viaggio di nozze prematrimoniale. Quando finimmo la colazione, andai a comprare il giornale e mi sistemai in un angolo della sala, vicino alla vetrata che dava sulle piste. Rossella andò un po' in giro a dare un’occhiata allo shopping. Andai subito in cronaca, per vedere se era stata ripresa la storia di Vitaliano Cartapesta esplosa in prima pagina, anche se in un angolo in basso, qualche giorno prima. C’era solo un accenno, il Cartapesta continuava a rimanere irreperibile. Guardai fuori un aeroplano che iniziò il rullaggio, spostandosi verso la pista per il decollo. Quel diamine di Vitaliano! Ero rimasto di sasso alla notizia della caduta della casa degli Usher alla E. A. Poe ovvero il crollo della palazzina di Cartapesta, anche se in verità, passato il primo stupore, considerai che era un avvenimento poi non così imprevisto. E subito mi sentii coinvolto, io sapevo! Fui preso da un improvviso desiderio di partire. Per andare dove? Rossella, Parigi! E poi? Poi si vedrà. Era ormai qualche mese, dall’estate, quando avevo sognato di Scardanelli, che ero inquieto. Dopo l’incontro con Elisabetta Del Tullio, quella che io ritenevo la vedova di Roberto Bellarmino, un episodio abbastanza estemporaneo, ero passato ancora un paio di volte davanti a quella scuola, per andare a parlare con don Piero a Santa Maria in Trastevere, ma non avevo più visto quella donna. Poi l’anno scolastico era finito, io avevo continuato a passare intenzionalmente di là, ma vanamente. Sarà stato che Rossella in quel periodo si faceva desiderare, sta di fatto che erano venute a distrarmi certe strane fantasie su Elisabetta Del Tullio. E se quella donna era un parto della mia fantasia? Voglio dire, se il mio personaggio non aveva niente a che a fare con la persona reale di quella madre che andava a prendere a scuola il figlio, per avventura di nome Bellarmino? Non era forse tutto un mio arbitrario e anche un po' delirante accostamento? Era molto verosimile che così fosse, anche perché, io pur sapendo della storia di Elisabetta e Roberto, dubitavo fortemente della loro esistenza. I miei sensi mi dicevano che la madre di Bellarmino era esistente? E se i miei sensi mi avessero ingannato? Come? Ero confuso, pieno di dubbi, e peraltro, come il sogno mi aveva rivelato, in quel suo strano modo di rappresentare la situazione, ero attratto dalla figura di una donna, una sconosciuta vista una volta per caso. E se magari essa era l’immagine di un qualche altro mio desiderio? Come venirne fuori?
Fu Vitaliano Cartapesta a trarmi via da quella confusione, salvo poi a gettarmi in un diverso disordine psichico, con concreti sensi di colpa, per quella mia inavveduta complicità con la follia dei suoi scavi archeologici improvvidi e insicuri. Eppure aveva riportato alla luce la domus di Salvio Nerva, prefetto di Roma antica. Io e Vitaliano eravamo compagni di scuola, l’avevo perso di vista, poi quando andai a trovare don Piero, un nostro comune professore di matematica e geografia, accadde che insieme ne riesumammo il ricordo. Non so perché, ma provocavo il religioso sul ruolo dei santi, il cui culto io assimilavo a quello degli antichi dèi, ma mi guardavo bene da esternare queste mie eresie. Il prete, che era un uomo coltissimo, ma anche sensibile, e quindi dotato di antenne, recepì immediatamente il mio riprovevole pensiero, mischiare la religione cristiana con la mitologia. Allora, fece riferimento a Vitaliano Cartapesta, che aveva avuto modo di vedere in quel periodo, scoprendolo interessato a scavi archeologici e all’antica religione greca e romana, quasi un invito per me a ritrovare l’amico di un tempo. Non so perché, ma telefonai a Vitaliano e da quel momento non mi mollò più. Cominciò a raccontarmi la storiella di Enea Silvio e Lucrezia Valeria, mi parlò di alcune sue ricerche sulla villa patrizia di un prefetto dell’antica Roma, e degli scavi che stava conducendo in gran segreto, per riportarla alla luce. “Dopo l’editto di Costantino, Manlio, le antiche divinità fuggirono dai loro templi, per rifugiarsi in luoghi più sicuri, dove i loro fedeli potevano raggiungerle, senza pericolo, anche se in seguito, ai tempi di Teodosio, vi erano stati dei tentativi di reintrodurre la religione pagana.” Vitaliano si appassionava: “Anche Venere è fuggita, la dea nascosta, ma io la ritroverò!”. Io guardavo i suoi occhi lucidi: “Pensi alle rovine di un suo tempio?” Vitaliano si accostò al mio viso, allungando il capo sul tavolino, eravamo fuori a cena: “Manlio, la dea vivente!” Aveva uno strano sorriso e una particolare luce gli s’irradiava dal volto, ed io ero convinto che se fossi scoppiato a ridere, non ci avrebbe fatto caso. Resistetti, mentre lui sembrava fissarmi, in verità guardava in fondo a un avvenire, che gli appariva prossimo. Non ero io il solo, comunque, ad essere a parte dei suoi segreti. Ovviamente anche sua moglie Lorenza sapeva e disapprovava, disapprovava fortemente. Una sera a casa loro, a cena, eravamo in tre, perché Rossella non era venuta, non era interessata, Lorenza fece una scenata e giunse a minacciare denunce contro il marito. Poi si calmò, allungò le mani quasi a voler afferrare le nostre due teste e sbatterle l’una contro l’altra, quindi ghignò: “Ragazzi, vi lascio ai vostri spiriti sotterranei, io parto.” Aveva colto l’occasione ed era partita per la Spagna. Vitaliano Cartapesta e Lorenza non avevano avuto più figli, dopo la perdita di un neonato all’inizio del loro matrimonio, e questa disgrazia aveva segnato la loro esistenza. Forse per questo, lui si era dato agli scavi, infervorandosi sempre più, e il rapporto tra i coniugi si era andato deteriorando. La mia venuta tra loro, è il caso di definirla così, aveva dato l’occasione a Lorenza di rompere gli indugi, ma di quella rottura Vitaliano non sembrava preoccupato, era troppo occupato ad inseguire il suo sogno.
Toccò a me telefonare a Lorenza, dopo l’accaduto: “Lorenza, sono Manlio,” dissi. “Non è necessario che dici di essere Manlio, ti riconosco lo stesso, stupido!” Scostai il telefonino dall’orecchio e feci l’atto di guardarvi dentro, quindi lo riportai all’orecchio: “Lorenza, Vitaliano sta male,” dissi. “È morto?” interrogò con voce impersonale, senza sentimento. “No, sta male.” “Ma dove sta?” L’interrogativo fu accompagnato da un certo nervosismo, che rianimava la sua voce. “Sta a letto.” “In ospedale?” “No, a casa.” “E tu stai vicino a lui?” “Sì,” confermai. “E allora curalo, tesoro! E fammi sapere se migliora … ore!” Era passata una motocicletta giù in strada e scoppiettando aveva coperto l’ultima sua parola. Aveva attaccato. “E fammi sapere se migliora… ore.” Ma che cosa aveva detto? Mi aveva apostrofato con un ultimo ironico vezzeggiativo, “amore”, oppure? Mi sforzavo di ricordare, interpretare: “E fammi sapere se migliora… o… ore.” Amore, no! “Muore.” Succede sempre così, ci commuoviamo per gli altri, ma quello che ci importa siamo noi. Telefonavo a Lorenza per compassione di Vitaliano, ma poi il colloquio riguardava noi due, io e Lorenza. Ero seduto su una sedia accanto al capezzale del marito malato. A Vitaliano di Lorenza in quel momento non doveva interessare nulla, un sentimento d’indifferenza all’amore ricambiato. Aveva gli occhi chiusi. Dormiva? Sognava? Povero, Vitaliano! Avevo chiamato il medico, dopo averlo soccorso e trascinato a forza in casa e messo a letto, uno sforzo enorme, che mi aveva obnubilato il cervello. Ma che cosa era accaduto? Il medico, un giovane della guardia medica, accorso a pagamento, disse che si trattava di una febbre altissima, dovuta a stress o shock, forse una forma di influenza virale. Mi interrogò sulle circostanze dell’accaduto. Dissi che era avvenuto tutto all’improvviso sotto casa sua, mentre stavamo conversando, un mancamento, era caduto a terra svenuto ed io l’avevo soccorso. Uno shock, disse il giovane medico, e mi fissò, scrutandomi in viso. Poi si riprese, tirò fuori il ricettario e mi prescrisse un farmaco, per far scendere la febbre. “Mi chiami ancora, se si aggrava,” disse. Si fece pagare la prestazione in contanti, senza rilasciare la ricevuta e si allontanò. E se Vitaliano moriva? Telefonai a Lorenza… amore… muore… Sentimenti contrastanti che appartenevano più alla mia coscienza che al pensiero e alle parole di Lorenza. Vitaliano non morì, si riprese un po' alla volta, era seduto al centro del letto, quando inopinatamente apparve Lorenza: “Ma non è morto!” esclamò, guardando il marito con aria contrariata. La moglie amava il marito fino a tal punto? Fino all’estremità della vita e della morte? L’amore e l’odio sono due facce della stessa medaglia. “Io devo andare,” dissi. E prima che lei rispondesse, mi allontanai, quasi di corsa. Forse l’insulto di Lorenza non mi raggiunse: vigliacco! “Manlio!” Era Rossella: “Dobbiamo muoverci, è ora.” Mi riscossi, mi alzai e la seguii verso il portalino elettronico del controllo sicurezza, per andare all’imbarco.
Epilogo Che cosa era accaduto? Quando, seguendo Vitaliano, ero entrato nel sacellum della Venus abscondita, il tempietto della villa patrizia di Salvio Nerva dell’Horti Praefecti, l’attuale Grottaperfetta, a ridosso del parco dell’Appia antica, fui come attraversato da un bianco lampo di luce che mi folgorò. Il velo divino dell’antica dea mi avvolse, raccogliendomi nello splendore del suo fulgente manto lunare. Ho ricordi confusi, ancora adesso mi sembra di vedere Vitaliano che barcollante si avvicinò alla statua, allungando una mano verso l’immagine divina, come un ubriaco che si vuole afferrare a un solido appoggio, e mancando la presa, vacilla senza riuscire a stare in piedi, cadendo infine disteso. Vitaliano giacque a lungo, prima che io mi riprendessi, quasi un invito pietoso della bianca dea, che si sporse allungando il braccio con mossa consolatrice e pietosa verso il pio fedele caduto supino ai suoi piedi. Sembrò quasi aiutarmi a trascinarlo fuori dagli scavi sotterranei, che custodivano la domus di epoca repubblicana del prefetto Salvio Nerva e il sacro sacello. Era quello lo stesso tempietto in cui, tre secoli dopo, sotto l’impero di Costantino, Enea Silvio veniva a rifugiarsi, per recitare le sue nascoste preghiere alla dea dell’amore, onde ottenere le grazie di Lucrezia Valeria, convertita ad una religione nuova, che condannava gli antichi riti. Ora, io devo ammettere questo. È chiaro, come il sole splendente del giorno, che il mio racconto consiste soltanto di immagini notturne e indistinte, pronte a dissolversi all’alba. Sì, questo è certo, eppure sono convinto che presto riuscirò a sciogliere tutti i nodi irrisolti e confusi di questa storia e a chiarire i tanti dubbi e le ombre, che lascia dietro di sé. È un insieme di figurazioni fantastiche e disordinate e inverosimili, difficili da interpretare al lume della ragione. Io, però, e di questo sono sicuro, saprò dare di esse una giustificazione senz’altro certa e convincente, non ora che sto partendo, ma soltanto quando sarò tornato dal mio viaggio a Parigi.
Prologo Quando uscii dall’abbazia, vidi sul marciapiedi quell’uomo di mezz’età, alto e riccioluto, che mi fissava. Ecco, pensai, ora si avvicinerà e pronuncerà il mio nome, quasi fosse un mio conoscente di vecchia data: Scardanelli! Fu un attimo solo di smarrimento, però. Che stupido! Era quello della security, qui a Parigi, ormai, li ritrovi ad ogni angolo. Quando mezz’ora prima, stavo per entrare in chiesa, mi aveva chiesto se avessi oggetti metallici. Avevo tirato fuori dalla tasca le chiavi, mostrandole nel palmo aperto della mano, e lui mi aveva fatto cenno di entrare. Non avevo borse con me, quindi ha omesso di controllarmi con il metal detector, giudicando che non ero un terrorista venuto per compiere un attentato nell'abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Certo, la sicurezza, prima di tutto. Si deve pure correre qualche rischio, però, se uno li deve controllare tutti, non si finisce mai. E se fossi stato Scardanelli? Ma chi? Quello che implorava all’agente di non dirlo a mamma, seppure in un mio sogno di fine estate? Ora sapevo, e mentre mi allontanavo in direzione della fermata del metrò, squillò il telefonino. Pensando fosse Rossella, senza guardare il display, celiando risposi: “Allô?”
Un segno del cielo Ho salito di corsa gli ultimi scalini della stazione del metrò e ho affrettato il passo, quando l’ho vista che mi aspettava al posto convenuto, all’angolo tra la Rue de Sèvres e Rue du Bac. “Hai ritardato, Manlio!” Rossella mi fissava con sguardo inquieto. “Hai ragione, amore,” ho risposto. È rimasta colpita dall’appellativo, era la prima volta che lo sentiva, ed era la prima volta che lo pronunciavo. Non era convinta, mi guardò con un sorriso triste, mormorò: “Vitaliano.” “Sì,” dissi, “l’hanno arrestato…” Rossella mi ha interrotto, non voleva sentire altro, non ne voleva sapere di quella storia. In silenzio, siamo entrati a fare la spesa nella “Épicerie de Paris”. Poco prima a Saint-Germain-des-Prés, ero rimasto sgomento: “Allô?” “L’ottavo commissariato, Arditi?” “Sono io.” “Deve venire qui in commissariato.” Ho esitato, quindi ho detto: “Sono fuori Roma.” E subito dopo ho aggiunto: “Temporaneamente.” L’agente mi ha passato un ispettore, e sono rimasto in attesa, ero abbastanza in ansia. L’ispettore Russo mi ha detto che Vitaliano Cartapesta, sapendosi ricercato, si era costituito, e il giudice l’aveva assegnato agli arresti domiciliari. Cartapesta aveva fatto il mio nome. “Come?” “Non ha un luogo dove andare e ha indicato il suo indirizzo: Arditi Manlio.” Non sapevo rispondere, poi ho detto: “È un mio conoscente, un amico, va bene.” Dovevo passare per firmare il verbale, per il momento bastava l’autorizzazione a voce. Poco dopo, mi ha telefonato Vitaliano, ringraziandomi, era confuso, prima che chiudessi, ha detto: “Manlio, la chiave?” “Nel vaso con la pianta, sul pianerottolo, non ti ricordi?” Quando Lorenza l’aveva lasciato, per andare in Spagna, Vitaliano veniva spesso da me e ormai conosceva le mie abitudini, facendo vita comune. “Ma non è pericoloso, per i ladri?” “Almeno non devo chiamare il fabbro, in caso di effrazione,” ho replicato. Comunque, quella del vaso con la pianta all’ingresso non era la chiave della porta di casa, ma quella del terrazzo, il tetto, dove il cornicione in tutta la sua lunghezza era contornato da fioriere rettangolari. “Dove sta?” Vitaliano si diresse verso una fioriera al centro, si fermò a riflettere, diede uno sguardo al panorama, poi si voltò, andò verso un’altra un po' distante, cercò nel terriccio, quindi estrasse la chiave di casa e con un sorriso trionfante venne a consegnarmela. Rimase in attesa della mia domanda, e per non deludere le sue aspettative, dissi: “Come hai fatto?” Vitaliano mi guardò con aria furba, ma allo stesso tempo complice, poi disse: “La mia, Manlio, non è una Venere lesa.” Non m’intendo di astrologia, ma immaginai a quale tema alludesse Vitaliano: l’affettività e l’amore. “Anche la tua, Manlio, non è una Venere lesa, nessun pianeta venne ad occupare, seppure parzialmente, la sua casella dello Zodiaco, alla tua nascita, come del resto alla mia. È un denominatore comune del nostro tema astrale, un segno del cielo.” [1] Credo che Vitaliano imbrogliasse, forse intuendo la mia ignoranza in astrologia. Dovevo studiare meglio le stelle, pensai. Poi tutto mi fu chiaro o quasi con quella catastrofica caduta della casa degli Usher e le conseguenze legali. Dimenticammo Vitaliano, vivendo i nostri giorni a Parigi, e decidemmo di prolungare il soggiorno, saremmo andati sulla costa atlantica, Mont-Saint-Michel, l’isolotto tidale, le maree, gli influssi lunari, ecco di nuovo il cielo nel nostro destino.
[1] Era vero il contrario, si trattava di una Venere lesa, segno di un avverso destino, la distruzione della casa, analogamente al riferimento letterario: “E come già a suo tempo l’astrologa che frequentava casa Deravines aveva previsto, riscontrando nelle nostre congiunture astrali una Venere lesa, ciò che ci unisce è, nel nostro prevedibile futuro, la comune vocazione alla solitudine. Angèle ed Ermes sono già da tempo immersi in questo limbo e vi galleggiano. […] Presto entrambi lasceranno la loro casa destinata alla distruzione, e nell’appartamento di città, in cui si trasferiranno, non resterà posto che per un pianoforte a muro, e sarà improponibile tornare ai fasti di un tempo.” (Paolo Maurensing, “Venere lesa”,1998)
Un luogo meraviglioso Il 15 febbraio 1650 un anonimo gazzettiere di Anversa pubblicava quest’annuncio: “È morto in Svezia un folle che credeva di poter vivere quanto voleva”. Chi fosse quest’anonimo gazzettiere noi non sappiamo, e neppure perché avesse pubblicato un tale spregevole annuncio funebre. Possiamo fare soltanto delle supposizioni, ma esse ci porterebbero lontano, molto lontano dai fatti che andiamo narrando, che io Manlio Arditi vado narrando, per cui rimandiamo ovvero rimando ad altra sede una discussione su tale argomento. Qui, posso soltanto dire che il “folle” deceduto era il grande filosofo francese René Descartes, l’illustre personaggio storico, un grande, sulla cui tomba io mi ero recato nel mio viaggio a Parigi, quasi un pio pellegrinaggio. Oh, Descartes, il nome latinizzato, Cartesio! Qualcheduno potrebbe trovare quest’ultima anomala invocazione leggermente tinta di una fosca coloritura buffonesca, ed io non saprei dargli torto. Ma non è forse un modo di approcciare la morte e il destino di un grande uomo di studi di Francia, il padre della filosofia moderna, con un atteggiamento tra il serio e il faceto, per chi come me, riferisco questo discorso alla mia persona, Manlio Arditi, non sapendosi all’altezza, non trova altro modo, un approccio, diciamo, leggero? Eh? Continuo ancora un po' con questa musica, quasi a velare “un nascosto destino”. Quindi lancio un’invocazione alle anime prive del sangue della terra, che si raccolsero in giorni di un tempo forse mai esistito sulle rive di “un luogo meraviglioso”, quello descritto da Platone nel “Fedone”, nel “Gorgia” e nella “Repubblica”. “Infatti l’anima se ne va nell’Ade, non portando nient’altro con sé se non la sua formazione spirituale – ecco perché io nella mia invocazione definisco le anime “prive del sangue della terra” – e il modo in cui ha vissuto, le quali cose, come si racconta, sono per i morti di grandissima utilità o di grandissimo danno, fin dal momento in cui cominciano il viaggio nell’altro mondo. E si racconta questo: subito dopo che uno è morto, il suo demone, quello cui fu affidato in custodia dalla sorte durante la vita, si accinge a condurlo verso un altro luogo, da dove le anime, dopo essersi raccolte e aver subito il giudizio, partono per il loro viaggio nell’Ade, con quella guida alla quale fu affidato il compito di accompagnare colà quelli che vengono di qua. Poi, dopo che hanno ricevuto tutto ciò che esse debbono ricevere, e dopo essere rimaste tutto il tempo in cui debbono rimanere, un’altra guida le accompagna nuovamente di qua, dopo molti e lunghi cicli di tempo. E la via non è davvero, come afferma il Telefo di Eschilo: egli dice, infatti, che una semplice via all’Ade conduce.” Mi fermo qui con la citazione del “Fedone”, 107de, per evitare l’ulteriore discussione sulla semplicità della via, che se fosse tale non avrebbe bisogno di guide. Parla Zeus: “Ho costituito a giudici i miei tre figli: due dell’Asia, Minosse e Radamante, e uno dell’Europa, Eaco. Costoro, quando gli uomini saranno morti, li giudicheranno sul prato, dal cui trivio si dipartono due vie: l’una diretta alle Isole dei Beati, l’altra diretta al Tartaro.” (Gorgia, 524a) Quale la terza via? Verosimilmente quella da cui vengono gli uomini, quella che a nostro avviso parte dal cuore della terra.
Quest’immagine del “Gorgia” richiama quella degli “ascensori” del mito di Er nella “Repubblica”. Come, gli ascensori? Quelli a ridosso del luogo meraviglioso. “Un tempo, egli [Er] morto in battaglia fu raccolto in buono stato, mentre dieci giorni dopo venivano raccolti dal campo i cadaveri ormai decomposti. Ricondotto a casa, quando stavano per fargli il funerale, al dodicesimo giorno, già disteso sul rogo ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù nell’Ade. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, errò insieme a molte altre, e tutte giunsero in un luogo meraviglioso, dove c’erano due aperture comunicanti nel terreno e due altre simili nel cielo in corrispondenza delle prime. In mezzo ad esse erano seduti dei giudici.” Si tratta, a dirla in lingua moderna, di un sistema di quattro ascensori, da cui le anime salivano e scendevano, in attesa o a seguito del verdetto. Quindi raggiungevano la loro destinazione in cielo o agli inferi, a seconda del comportamento giusto o ingiusto tenuto in vita, per scontare le colpe o ricevere il premio per i loro meriti. “Tutte quelle che arrivavano successivamente sembravano reduci da un lungo viaggio e liete di essere giunte a quel prato, come chi si accampa per una festa solenne. Alcune, che si conoscevano, si scambiavano cenni di saluto, e quelle provenienti dalla terra si informavano dalle altre degli avvenimenti del cielo e viceversa. Le une facevano il loro racconto con gemiti e lacrime, e ricordavano quante e quali sofferenze avessero patito e visto durante il loro viaggio sottoterra – un viaggio di mille anni (caspita! l’esclamazione ovviamente è mia). Invece, le altre provenienti dal cielo, raccontavano le loro impressioni gioiose e le incredibili bellezze che avevano contemplato.” La mia esclamazione, devo dire, è stata resa possibile dalla mia modernità, quella che mi consente di avere la visione dantesca dello spettacolo infernale di diavoli, dannati e punizioni, specie quelle di contrappasso, e quindi comprendere lo sbigottimento delle anime finite sottoterra in quei gorghi spaventosi. Quali le conclusioni su questi miti escatologici di Platone, che ci raccontano del destino delle anime dopo la morte e del giudizio finale? Avevamo parlato di un approccio leggero al tema, ma Cartesio? Che ne è del filosofo francese, dopo la mia improvvisa giravolta sul pensiero di Platone? Che cosa io davanti alla sua tomba, nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a Parigi? Come dire, a che serve raccontare della mia figura, Manlio Arditi, in quel luogo? Sono interrogativi che ci lasciano sgomenti, no, perplessi, in relazione a questa mia confusione di idee e di pensieri. Ma, ohibò, cerchiamo di essere realisti! Immaginiamo la scena di un gruppetto di turisti, nostri connazionali, finiti in questo luogo ad ammirare le vetrate gotiche e l’organo a canne mirabilissimo dell’abbazia, che cosa essi davanti alla tomba di Cartesio? Quello è il luogo di sepoltura del filosofo, di cui l’Università a lui intestata nel quartiere ci dice della sua fama. E quindi? È ora di andare a pranzo, ragazzi, cerchiamo un bistrò qui vicino. È ovvio che se io m’intromettessi e dicessi loro che Cartesio era platonico e non aristotelico, un po' tutti del festoso gruppetto mi guarderebbero con aria diciamo alquanto stranita.
Il Sommo Bene “Signore, Voi volete conoscere la mia opinione su tre cose: 1. che cosa è l’amore; 2. se il solo lume naturale ci insegna ad amare Dio; 3. quale dei due eccessi e cattivi usi è peggiore, quello dell’amore o quello dell’odio.” Così si rivolgeva René Descartes al suo amico Pierre Chanut, ambasciatore di Francia a Stoccolma, in una lettera da Egmond, Olanda, datata 1° febbraio 1647. Il terzo quesito, a cui doveva rispondere, era stato proposto direttamente dalla regina Cristina di Svezia. Ed ecco che cosa scrive René al suo amico Pierre, in riferimento a Sua Altezza Reale: “Se poi vi domandassi in coscienza se amate quella grande Regina, presso la quale vi trovate attualmente, avreste un bel dire di provare per lei solo rispetto, venerazione, stupita ammirazione; non cesserei di credere che proviate per lei anche un ardentissimo affetto. Il vostro stile infatti scorre così bene, quando parlate di lei, pur credendo a tutto quello che ne dite, perché so che siete molto sincero e perché ne ho udito parlare anche da altri, non credo tuttavia che potreste descriverla come fate, se non provate per lei una grande devozione, né che potreste restare accanto ad una sì gran luce senza ricevere calore.” Che dire? Non vorremmo noi tutti essere Chanut? E stringerci accanto a quella grande Regina, da cui emana una grande luce e calore, a dire di Cartesio, prima di averla conosciuta di persona? Cristina di Svezia, la regina androgina. Oh! Come? Che dici? Dobbiamo proporre un ritratto ufficiale di Cristina, ripreso da enciclopedie e testi vari, disadorno di altre da un punto di vista storico non rilevanti dicerie, come dire i suoi affari privati, oppure includere nel nostro ritratto anche questi ultimi? Nacque a Stoccolma, figlia del Re Gustavo II Adolfo e Maria Eleonora di Brandeburgo, l’8 dicembre 1626. Il padre, il “leone del nord”, morì nel 1632 nella battaglia di Lützen, in Sassonia, durante la fase svedese della Guerra dei trent’anni, in cui era sceso in campo in difesa degli interessi e delle libertà protestanti. A sei anni, l’orfana salì sul trono. “Ebbe, per volontà del padre, educazione virile.” Sic! Ma chi scrive queste cose, che si contraddicono in termini, nelle enciclopedie on-line? Se il padre era morto, quando Cristina aveva sei anni, come faceva ad impartirle un’educazione virile? Aveva così scritto nel suo testamento, prima di morire? Noi sappiamo che c’era un tempo in cui gli uomini prevedevano la loro morte, nel senso che sapevano quando sarebbero morti, poi Zeus tolse loro questa facoltà: “Innanzi tutto – disse – dovrà essere tolta agli uomini la possibilità di prevedere la propria morte, dato che ora la prevedono, perciò ho già dato disposizione a Prometeo che tolga questa possibilità agli uomini.” E non mi venite a dire che Prometeo non ha eseguito le disposizioni ricevute da Zeus. Sì, è vero, si racconta che si ribellò agli dèi, rubando il fuoco, però… voi sapete quando morirete? Prima o dopo. Certo, così avrà pensato Gustavo II, che peraltro non aveva la possibilità d’interrogare la Sibilla, per sapere se sarebbe morto in battaglia. Anche la profetessa, poi, con quelle sue risposte sibilline… Sì, d’accordo, ma quale affidabilità ci può dare Platone, che nel “Gorgia” ci viene a raccontare questa storia di Prometeo? Al tempo di Crono, ma anche nei primi tempi di Zeus, i giudici d’oltre tomba erano vivi e giudicavano gli uomini ancora vivi, nel giorno stesso in cui dovevano morire. Pertanto, le sentenze erano mal date, ed ecco il correttivo di Zeus e le disposizioni date a Prometeo. Platone racconta favole ragionevoli.
E Gustavo II aveva dato per caso disposizioni ad Axel Oxenstierna, Grande Cancelliere di Svezia, d’impartire un’educazione virile alla figlia? Ethos antropoi daimon, Il carattere è il destino dell’uomo, come dire chi nasce tondo non può morire quadro, Cristina pare avesse questa natura androgina. Mah! E Cartesio? “Ho appreso dal signor Chanut che a vostra Maestà piace che io abbia l’onore di esporle la mia opinione in merito al Sommo Bene, considerato nel senso che ne hanno parlato i filosofi antichi.” Il riferimento a Platone e ai neoplatonici, Plotino in primis, è chiaro, ma Cartesio era un fervente cattolico, al contrario del padre di Cristina, che i cattolici li aveva combattuti, lasciandoci la pelle. René Descartes spiega alla Regina di Svezia, nella lettera del 20 novembre 1647, che il Sommo Bene è Dio, perché è più perfetto delle cose create. [1] Gli antichi filosofi, non illuminati dalla Fede, non sapevano nulla della beatitudine soprannaturale e cercavano il Sommo Bene tra i beni di questa vita, vale a dire cercavano quale fra questi fosse quello supremo. Cartesio cita Zenone di Cizio, il fondatore della Stoa ed Epicuro, contrapponendo la virtù od onore del primo alla voluttà o piacere edonistico del secondo. Quindi esprime le sue riflessioni sul libero arbitrio, come dire la possibilità di scelta tra i beni spirituali e quelli materiali, e lo definisce la facoltà più nobile dell’uomo, in questo simile a Dio. Quindi, conclude di non voler ulteriormente dilungarsi, perché sa che sulla Regina incombono i numerosi affari di Stato, ma si offre di inviare i suoi scritti, in cui viene espresso più diffusamente il suo pensiero. La lettera fu convincente, perché Cartesio ottenne l’invito di recarsi come ospite di Corte a Stoccolma, onde avere delle dirette conversazioni di filosofia con la Regina. Ma la domanda che giace sul fondo di questa storia della corrispondenza epistolare tra Cartesio e Cristina di Svezia, quella che intriga di più, è perché un filosofo francese di oltre cinquant’anni deve andare a soggiornare a Stoccolma, nel Palazzo Reale, per istruire una giovane Regina di ventitré anni. La risposta a questo interrogativo ci viene data dalle cronache della Storia. Cristina voleva fare di Stoccolma la “Atene del Nord” e chiamò a Corte i più celebri letterati, filosofi e scienziati, fra cui Cartesio, Isaac Vossius, bibliotecario della Regina, figlio del teologo olandese Gerhard Johannes Voss, conosciuto come Vossius, Huig de Groot, latinizzato Grotius, il giurista fondatore della scuola del diritto naturale, ed altri. Cartesio, dunque, accettò l’invito e nei primi giorni del mese di ottobre, dopo un mese di navigazione raggiunse Stoccolma, dove l’attendeva il suo destino. Le conversazioni con la Regina erano fissate alle cinque del mattino e il filosofo doveva attraversare i grandi cortili del Palazzo Reale nel gelo della notte. Si ammalò di polmonite e morì nel febbraio del 1650. Fu tumulato in un piccolo cimitero cattolico a nord di Stoccolma, dove le sue spoglie rimasero fino al 1666, quando i resti vennero riesumati e traslati a Parigi, nella chiesa di Sainte Geneviève-du-Mont, a ridosso dell’attuale Pantheon. Nel 1819, la salma fu trasferita nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Visitando la sua tomba, mi sono ritrovato nel silenzio della chiesa, immerso in questi pensieri. Quindi sono uscito e ho ricevuto la telefonata: “Allô?”
[1] Cartesio si rifà all’immagine di Dio, propria del cattolicesimo, anche se alla sua morte i suoi libri sono stati messi all’Indice. Alla domanda: “Chi è Dio?”, il catechismo della Chiesa cattolica risponde: “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.” Perché “perfettissimo”? Cartesio spiega che Dio è più perfetto delle cose create. E siccome Dio non poteva non fare una creazione perfetta, ecco che il Creatore è più perfetto, perfettissimo. Quello che però si voleva cogliere in questa particolarità del linguaggio è il confine tra l’umano e il divino, ovvero il discrimine tra il tempo e l’eterno. Il più che perfetto del verbo greco “vedere” rimanda a questa distinzione: “oida” significa ho visto e quindi so. Quello che accade e che lo sguardo umano vede nel tempo “presente”, nel tempo “più che perfetto” è già stato visto, nello sguardo dell’eterno è un passato già da sempre conosciuto.
È passato un anno da allora, ma ora soltanto ho avuto la forza di venire qui. Mi diceva: “Rossella, adesso che torniamo a Roma, devo andare a visitare la tomba di Cristina di Svezia, nella Basilica di San Pietro.” Mi aveva spiegato che dopo la morte di Cartesio, la Regina si era convertita al cattolicesimo e aveva abdicato al trono, trasferendosi a Roma, accolta dal Papa. Defunta era sta inumata in questa tomba, che sto guardando, aspettando Manlio, perché so che sta per venire. Vitaliano Cartapesta fu liberato e la scoperta della domus di Salvio Nerva, prefetto della Roma antica, gli recò fortuna, grazie all’intervento di una società svizzera, che investì i soldi nel recupero definitivo del sito archeologico, oggi abbastanza rinomato. Lorenza si riconciliò ed ora abitano nella casa di Manlio, che hanno acquistato con i soldi guadagnati dalla scoperta. Manlio, so che sta per venire da me. Ricordo quella prima volta, abitava vicino a casa mia e lo incontravo spesso, decisi di agganciarlo. Camminavo sul marciapiedi e lui mi veniva incontro, scese per lasciarmi il passo. Risi apertamente e al passaggio mi sporsi con la spalla per urtarlo. Si fermò a chiedermi scusa, ero sicura che lo facesse, gli piacevo, ma dovetti poi cercarlo io e ci mettemmo insieme. Come sono stata felice, quando mi chiese di andare a Parigi! Non mi sembrava vero. Furono giorni bellissimi, decidemmo di prolungare il soggiorno e andammo in Bretagna e in Normandia, ma già a Parigi cominciò a tossire. Quando andammo a visitare la Sorbona, aveva accessi acuti, si separava dal gruppo, e andava distante, per non disturbare con quei suoi violenti colpi di tosse. Gli passerà, pensavo. Al ritorno da Saint-Michel, fu colto da una violenta crisi respiratoria, ci fermammo a Rennes. Al pronto soccorso dell’ospedale, i medici che lo visitarono erano bui in volto, io non capivo quel che dicevano. Decisero di trasferirlo con un’ambulanza a Parigi. Salii con lui steso sulla lettiga, durante il viaggio gli tenevo la testa tra le mani e cercavo di parlargli. Aveva gli occhi chiusi, non rispondeva, respirava a fatica, un respiro che faceva paura, un rantolo, poi più nulla. Mi sembrava tutto così irreale e assurdo. Non ricordo altro, solo un flash, la bara che scendeva nella fossa, la benedizione del prete e il salmo: “L’Eternel te gardera de tout mal, il gardera ton âme. L’Eternel gardera ton départ et ton arrivée, dès maintenant et à jamais.” Ora la sua anima, invisibile, non più rivestita dal corpo, verrà a incontrarmi, per compiere il nostro viaggio infinito, un viaggio di mille anni lassù in cielo.
PROLOGO Non ricordo più bene chi sono, anzi chi sono stato, perché sono morto, sebbene continui a vivere. È una contraddizione, quest’ultima affermazione, ma soltanto nel linguaggio, non certo nella realtà. Provare per credere o forse credere per provare, è sempre meglio rovesciare un luogo comune. Comunque, chi sono? Anzi chi sono stato? Manlio Arditi. Ecco era questa la mia ultima identità, nel senso di quella appena lasciata, ma forse anche di altre, come dire l’ultima di una serie di tante altre identità. Sono morto sull’ambulanza, nel tragitto tra Rennes e Parigi, forse poco prima di entrare in città attraverso la Porte d’Auteuil, tra le braccia di Rossella. Il nascosto del destino, la parte velata della sorte ora appare come un destino svelato: la mia morte. La mia compagna mi aspetta a San Pietro, davanti alla tomba di Cristina di Svezia, l’ambigua Regina che aveva abdicato in favore del cugino Carlo Gustavo. Io devo raggiungerla per il nostro viaggio infinito di mille anni, come dire l’eternità. Intanto, sono qui (dove?) a raccontare chi sono io, chi sono stato nella mia vita, una sorta di testamento scritto post mortem, o meglio un’autobiografia a mo’ di lascito spirituale. Ma a chi interesserà? Ai miei successori? Come dire agli appartenenti a un tempo successivo a quello della mia vita sulla terra.
MYSTERIUM VENERIS Vitaliano Cartapesta, che sagoma! Ricordo ancora la scena nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, un flash che dura un’eternità: Vitaliano, le braccia tremanti sollevate in alto quasi a cerchio al di sopra della testa, le gambe divaricate come quelle di un cavallerizzo; poi l’immagine si muove, quei passi in avanti della sagoma barcollante e infine il tonfo e il fermo immagine. Ma quanto tempo durò quel blocco? Un’eternità, nel senso di un tempo lunghissimo per la ripresa dell’azione, il soccorso del caduto e il mio trascinarlo fuori con l’aiuto della dea. Ecco qui, i conti non tornano. Che significa con l’aiuto della dea? Avevo promesso di sciogliere i dubbi. Si trattava di una statua vivente, forse? Nel senso di quelle che si vedono in certe piazze di Roma e di altre grandi metropoli europee, ma anche in America, a New York, la Statua della Libertà, minimo un dollaro per una fotografia distante e prezzi superiori per altre pose con i turisti. No, sarebbe una buffonata. E poi, il malessere di Vitaliano? Siamo in ambiente cartesiano, allora procediamo per idee chiare e distinte. Quale l’evidenza? L’accaduto, il ricordo dell’accaduto. Se questa è la “evidenza” procediamo nella “analisi”: Vitaliano cade a terra stordito, io rimango immobile, infine mi muovo e soccorro Vitaliano con l’aiuto della dea, la divinità che abita la sua forma artistica, la statua di Venere. Chi si muove non è la statua, ma l’essere divino di cui la statua è immagine. Quella che io vedo muoversi è la Venus abscondita, come dire la divinità nascosta nella figura scultorea di marmo. Ecco, io e Vitaliano abbiamo visto e toccato la divinità di Venere. È un vedere e toccare che significa entrare in comunione con il dio, e la bellezza di Venere ha stordito e steso Vitaliano e catturato me. Con la fine della mia prigionia estatica, la dea mi ha concesso e aiutato a soccorrere il suo pio fedele, che pure ha così duramente colpito. Ma perché? Perché Vitaliano ha subito una tale punizione divina, che lo ha condotto ai limiti della sua esistenza di mortale?
Era un interrogativo sorgente nella mia coscienza, che m’inquietava e a cui cercai di dare risposta con caute e indirette allusioni, nel mio colloquio con il malato, mentre un po' alla volta si andava riprendendo. Stai riemergendo da uno stato di lunga incoscienza, Vitaliano, mormoravo. Prestavo orecchio, intanto, al suono indistinto delle parole che andava pronunciando nel delirio della febbre, cercando di captarne il senso, finché non riuscii a distinguerne una in maniera chiara e distinta: anasyrma. Andai a controllare il significato della parola: ana-syrma si compone di ana-su e syrma-veste. È il gesto di sollevarsi la veste. Dovevo capire meglio, pertanto mi posi in ascolto al capezzale del mio amico semincosciente. Bau-bau o baobab era il refrain, tra altri suoni incomprensibili, almeno così mi sembrava di capire. Poi, all’improvviso, Vitaliano si sollevò a metà sul letto, l’espressione stravolta, e lanciò un urlo: “Baubò!” Rimasi per un attimo costernato, vedendolo ricadere sul letto esanime. Mi chinai a guardarlo, muoveva appena le labbra, era ancora vivo. Corsi a prendere un pezzo di stoffa, lo bagnai con l’acqua fredda e volevo applicarglielo sulla fronte, ma esitai, forse era meglio chiamare il medico. In quel frangente, rimasi sbigottito, quando vidi il corpo disteso del mio amico percorso da un violento brivido, come fosse stato colpito da una scossa elettrica, che lo squassò tutto. Non sapevo che cosa fare e allora gli appoggiai una mano sulla spalla, quando intervenne un secondo brivido meno violento che gli attraversò il corpo. Resistetti e feci pressione con la mano, che pure era stata smossa. Sembrò acquietarsi, vidi che muoveva le labbra, senza emettere suoni, mentre un sudore freddo m’imperlava la fronte, sentivo freddo, ma rimasi in quella posizione. Ebbe un sussulto breve, che avvertii anch’io, infine sentii come una folata di vento umido, che sollevatasi dal corpo disteso, mi attraversò, svanendo alle mie spalle. Ebbi quasi timore di voltarmi indietro e accennai appena a girare il capo, poi guardai di nuovo verso il letto. Vitaliano giaceva quieto e sembrava essersi addormentato, il respiro era regolare. Feci passare un po' di tempo e chiamai il medico per telefono, sarebbe venuto solo tra un’ora. Andai di nuovo a stare vicino al capezzale del mio amico e rimasi così in attesa.
Fui quasi sorpreso, quando sentii suonare alla porta. Al dottore dissi che la febbre era aumentata e il malato aveva delirato ed era stato colto anche da brividi. Il medico mi ascoltò senza rispondere, visitò il paziente auscultandone il petto con lo stetoscopio, poi gl’infilò il termometro sotto un’ascella. “Il battito del cuore è regolare,” disse, riponendo l’attrezzo. Quindi mi domandò: “Ha starnutito?” “No,” risposi. Rimase soprappensiero, attese un po', quindi rilevò il termometro e tenendolo di fronte a sé lesse la temperatura: “Regolare,” disse, “non ha febbre.” Ci allontanammo dal letto, io chiesi della parcella, lui non rispose, rifletteva. Quindi mi guardò: “Uno strano caso, questa febbre come è venuta così se n’è andata.” Ci avviammo nel corridoio, io rinnovai la richiesta di pagare. “Come l’altra volta, disse lui.” Pagai, ma questa volta si fermò a rilasciarmi la ricevuta, e prima di consegnarmela domandò: “Ma è sicuro che non abbia starnutito?” “Ha un’infiammazione bronchiale?” domandai a mia volta. “No,” rispose in maniera decisa. Quando se ne andò, mi ricordai immediatamente dell’urlo di Vitaliano: “Baubò!” Andai a spiare in camera da letto, dormiva, mi ritirai e andai in salotto. Presi l’iPad e andai a controllare sul web: “Baubò.” È la dea dell’oscenità. Ricapitolai: anasyrma, il termine riconduce al gesto di sollevare la veste, il tema artistico proprio della Venere Callipigia, una scultura di epoca romana, copia della statua originale di epoca greco-alessandrina del III sec. a.C., Aphrodite Kallipygos. La dea è scolpita nell’atto di sollevare il peplo e voltarsi indietro a guardare. Ovviamente, noi stiamo parlando di arte classica e mitologia, un mondo antico, di cui conserviamo preziose vestigia, ma nella contingenza, quella mia e di Vitaliano, noi vivevamo questa situazione. Se la prima regola del “Metodo” di Cartesio è quella di non accogliere mai come vera nessuna cosa che non sia evidente come tale, qui l’unica evidenza era l’accaduto nel sacellum della Venus abscondita, il “colpo” che aveva stordito Vitaliano e la conseguente febbre. Per andare oltre, bisognava seguire la seconda regola e quindi dividere le difficoltà nella maggior parte possibile, per trovare la migliore soluzione e così risolvere questo “Mysterium Veneris”. Gli elementi raccolti finora erano: anasyrma, Baubò, Aphrodite Kallipygos, ed era necessario sottoporli a una minuta analisi. Avvertii un senso di stanchezza e mi distesi sul divano del salotto, per prendere sonno, quando inopinatamente fui colto da un brivido di freddo ed emisi un forte starnuto.
UNA NUOVA ANIMA La luce del giorno che filtrava dalla finestra mi ferì gli occhi, non appena mi svegliai, costringendomi ad abbassare le palpebre. Realizzai di stare nel salotto della casa di Vitaliano, mi alzai in piedi e mi stropicciai gli occhi, per svegliarmi completamente. Poi andai in camera sua, era seduto in mezzo al letto. Appena entrai seguì in silenzio, con lo sguardo rintontito, ogni mio movimento, quasi a volerne capire il significato. “Hai fame?” domandai. Fece cenno di sì con la testa. “Ti preparo la colazione,” dissi, e uscii. “Sollecitata da venti sottili come da vini frizzanti, la mia anima starnutisce - starnutisce e grida a sé stessa giubilante: Salute!” Rientrai: “Hai detto qualcosa, Vitaliano?” Sollevò la testa dal cuscino e mi fissò in silenzio. “Scusa,” dissi, e uscii. Con il passare dei giorni si riprese, riacquistò espressione nel volto, si rianimò, ormai stava meglio. Si alzava, andava in cucina, si preparava da mangiare con la spesa che facevo io. Quella volta, era seduto in mezzo al letto, stavamo parlando di come gestire la sua scoperta archeologica ed evitavamo di parlare del mysterium Veneris, che ancora ci teneva avvinti, un mistero sottaciuto tra noi, quello del sacellum. Sentimmo dei passi nel corridoio, ci guardammo in volto, sulla soglia della porta comparve Lorenza. Entrò, guardò Vitaliano ed esclamò: “Ma non è morto!” Io tagliai la corda. Lontano da Vitaliano e dall’ambiente della sua casa, insistente sull’antica domus del prefetto Salvio Nerva, che custodiva il mistero divino del sacellum, con il passare del tempo, mi sentivo un po' alla volta come sempre più libero da quell’influsso numinoso, da cui sapevo di essere stato investito. Ripensai alla domanda ripetuta del medico sullo starnuto. Era stato lui a pronunziare quella frase o forse… no Vitaliano no … oppure io stesso? Possibile? Feci delle ricerche in casa tra i miei libri, mi arrovellavo, poi eccola là: “Sollecitata da venti sottili come da vini frizzanti, la mia anima starnutisce - starnutisce e grida a sé stessa giubilante: Salute!” Eh, sì! Era venuta fuori della mia mente, che l’aveva associata alla domanda ripetuta del medico, e suggestionato, credevo di averla sentita pronunciare, appena uscito dalla camera di Vitaliano. Avevo afferrato un filo, e tirandolo, cominciavo a svolgere il gomitolo. “Lo starnutire si riferisce al primo starnuto del neonato.” Così Jung inizia il suo commento al versetto ultimo del capitolo “Il ritorno”, parte III, dello “Zarathustra” di Nietzsche. E prosegue: “I primitivi ritengono che l’anima faccia il suo ingresso nel corpo in quell’istante, quando il bambino starnutisce per la prima volta dopo la nascita. Nella “Genesi” si afferma che Dio alitò il soffio vitale nelle narici di Adamo e in quell’istante egli divenne un’anima vivente. È l’istante in cui si starnutisce. Perciò, quando a un re negro capita di starnutire, tutti gli astanti s’inchinano per circa cinque minuti e si congratulano con lui, perché vuol dire che una nuova anima ha fatto ingresso in lui; in altre parole, un accrescimento di vita, libido, mana, energia vitale. È per questo motivo che ancora oggi a qualcuno che starnutisce diciamo: “Salute!” È l’antica idea archetipica, per cui quando starnutiamo, una nuova anima è entrata nel corpo. È un istante fortunato, ma anche pericoloso, perché non si è certi di quale genere di anima possa trattarsi, e dunque bisogna dire: “Prosit, alla salute, che la fortuna ti arrida”, sperando in questo modo di propiziarsi l’istante, di renderlo un istante fortunato. Potrebbe esserci un’anima ancestrale malvagia o una qualsiasi anima malvagia che aleggia su una certa persona, e con quell’augurio si cerca di impedirne l’ingresso, o di trasformare la sfortuna in fortuna.”
Ero molto soddisfatto, con un sorriso di compiacimento riposi il libro nello scaffale della libreria, e tornai al centro del mio studio, cercando di trovare l’applicazione concreta al mio caso, quello mio e di Vitaliano, del criterio guida appena appreso: la nuova anima che s’impossessa di noi al momento dello starnuto. Ero leggermente incerto e tornai verso lo scaffale, quasi per allungare la mano verso il libro con la copertina rossa che avevo appena riposto; ma non era quello il gesto, era piuttosto un desiderio di accarezzare il dorso del libro, come simbolicamente a voler dare un’amichevole pacca sulla spalla del suo autore, Jung, il buon medico svizzero, per la sapienza che mi aveva infuso. E fu in quell’istante che capii come lo “Jung” vivente non era quello morto del libro, ma l’altro, il medico che mi aveva interrogato sullo starnuto di Vitaliano, cioè che mi aveva domandato se Vitaliano avesse starnutito. In verità, a ripensarci bene, chi aveva starnutito era stato… chi era stato? Io. Non riuscivo a formulare correttamente la frase: “Era stato io”. Io, chi? Qui l’identità sembrava vacillare, la mia identità. Quale? Dovevo telefonare a quel medico, la soluzione era lì. Soltanto lui poteva chiarirmi questo dubbio. Quale? Avevo capito che in Vitaliano era entrata una nuova anima, anche se non l’avevo sentito starnutire, almeno non ricordavo, ricordavo però che a starnutire ero stato io. Avevo una nuova anima? Di che cosa si trattava? E un pensiero latente sembrava affiorare in me dietro questi interrogativi. Composi il numero telefonico, quello ultimo che il medico mi aveva lasciato. Sentii lo squillo e poi una voce femminile: “Pronto, Melina.” M’impappinai e non seppi rispondere, articolando suoni confusi, a dirla con un ossimoro articolando suoni disarticolati. L’altra capì e mi soccorse: “Qui lo studio medico Mercuri, sono Melina.” “Oh, sì, il dottore,” dissi. “Il nome, e glielo passo.” “Arditi, cioè no, Cartapesta.” Seguì una pausa di silenzio e poi sentii la donna che diceva: “Arditi Cartapesta.” Seguirono alcuni rumori di fondo, e poi la voce del dottor Mercuri: “Sì, chi parla?” “Manlio Arditi, telefono per Cartapesta, ricorda?” “E come no?” Mi sentii rinfrancato: “Ricorda di avermi chiesto se avesse starnutito?” “Certo.” “Sì, dopo, ha starnutito.” “Dopo?” “Dopo che lei è andato via.” “Ma, ora, come sta?” “Sta meglio.” “Ah, bene!” “Però…” Non sapevo come continuare. “Se dovesse ancora starnutire e poi ammalarsi di nuovo, mi richiami.” “Mi dice un farmaco?” “Certo, l’elleboro, venti gocce, però con la ricetta.” “Grazie, dottore.” “Prego.” Il dottor Mercuri chiuse la comunicazione. Oh! Finalmente avevo la traccia, l’elleboro. Dalla terapia potevo risalire alla diagnosi e confermare il mio presentimento sul genere della malattia, pazzia, che aveva colpito Cartapesta e lambito me.
UN FANCIULLINO IMPAURITO Lo scompartimento del treno subì alcuni scossoni, mentre vedevo sfilare fuori dal finestrino la campagna laziale e in alto una rete di fili elettrici. Era lo scambio del binario, a nord delle porte di Roma, dalla rotaia dell’alta velocità a quella ordinaria, che ci avrebbe poi condotto dopo un po' di tempo alla stazione Termini. Con la coda dell’occhio potevo osservare la bionda signora sulla cinquantina, che sedeva all’altro lato, con il compagno di fronte, un signore con gli occhiali alto e stempiato. Eravamo saliti insieme a Firenze, e sentendola parlare, mi ero fatta la convinzione che fosse americana. Aveva rimbrottato il compagno, quando avevano preso posto e sistemato il bagaglio sul reticolo in alto, e dopo aver parlato per un po’ all’inizio del viaggio, ricevendo soltanto risposte brevi o a monosillabi, si era acquietata mettendosi a leggere una rivista. Io ero tornato ai miei pensieri, poi d’un tratto l’uomo aveva starnutito, la donna aveva alzato la testa: “God bless you!” Il tono non era quello di buon auspicio: “Dio ti benedica.” Sembrava piuttosto un malaugurio: “Che ti esca l’anima!” Toh! Ho pensato a Lorenza, era stata lei una volta a pronunciare una tale espressione ovviamente nei confronti di Vitaliano. Ripeteva un’espressione popolare, senza necessità di erudirsi su testi junghiani. Se un’anima esce e non entra una nuova, il corpo giace esanime. Ma esiste poi questa dualità tra corpo e anima? Siamo in ambiente cartesiano, il trait-d’union è la glandola pineale. L’anima di un demone malvagio aveva squassato il corpo di Vitaliano, ma fortunatamente era uscita. Ed io? Mi sembravo un po' intontito. Ero andato a Firenze per dimenticare Roma, ma ora stavo tornando a Roma, e nel corso del viaggio mi dibattevo tra le tesi di Socrate e le obiezioni di Simmia e Cebete sull’immortalità dell’anima, che Platone riporta nel “Fedone”, 77b-e: “Tuttavia, se l’anima continuerà ad esistere anche dopo che noi saremo morti, non pare che sia stato dimostrato neanche a me, o Socrate. Resta sempre quello che Cebete obiettava poc’anzi, cioè quello che dice la gente, ossia che, non appena l’uomo muore, l’anima si dissolva, e che questo sia la fine della sua esistenza.” E Simmia riceve l’appoggio di Cebete: “Dici bene, o Simmia, - affermò Cebete. Mi pare proprio che si sia dimostrato solo la metà di quello che si doveva, cioè che la nostra anima esisteva prima che nascessimo; ma bisogna dimostrare anche che dopo che si è morti, l’anima continuerà ad esistere non meno di prima che nascessimo, se la dimostrazione vuol essere completa.” Ed ecco la risposta di Socrate, non certo conclusiva: “Ma questo è dimostrato fin d’ora, Simmia e Cebete – rispose Socrate -: basta che voi mettiate insieme quest’argomento con quello sul quale ci siamo già accordati, ossia che tutto ciò che è vivo nasce da ciò che è morto. Infatti, se l’anima esiste anche prima, ed è necessario che venendo essa in vita e nascendo, non da altro si generi se non dalla morte e dall’esser morto, allora, come non potrà essere necessario che essa continui ad esistere anche dopo la morte, dal momento che deve poi nuovamente nascere? Dunque, ciò che ora chiedete resta senz’altro dimostrato.” Ma i dubbi restano, e resteranno, infatti sono giunti fino a noi, sebbene Socrate si diverta a fare dell’ironia, insinuando che nei suoi amici vi sia un fanciullino impaurito: “Però, mi pare che tu e Simmia volentieri approfondireste questo argomento, e che abbiate paura, come i fanciulli, che davvero il vento, non appena l’anima esca dal corpo, se la porti via e disperda: specie se ad uno toccherà di morire non quando il vento sia in quiete, ma quando soffi una forte bufera.”
Guardavo sfilare, fuori dal finestrino del treno la campagna romana. Dove trascinava la mia anima il vento? Dovevo fare anch’io gli incantesimi, come ironizzava Socrate, al fanciullino impaurito della mia anima? Avevo parlato di questo passo del “Fedone” ad Antonella Capriglia, chiedendo perché, secondo lei, Socrate facesse dell’ironia sul vento di bufera che si porta via l’anima. Antonella, i capelli neri lunghi, gli occhi scuri, un sorrisetto ambiguo sulle labbra, mentre ascoltava me, un suo compagno d’ufficio – lavoravamo nello stesso laboratorio informatico, alle dipendenze di Giacometti, il nostro principale – che invece di parlare di lavoro o di attualità, se ne veniva fuori con Platone. Ed invero, io, Manlio Arditi, ormai prossimo alla soglia dantesca del mezzo cammino di vita, ero proprio da canzonare, con questo mio comportamento da “professore”. Però, avevo parlato del “Fedone” ad Antonella non a caso, ma provocato da lei: “Laura mi ha detto che sei un platonico.” Rividi la sua amica, non era il mio tipo, avevo parlato di filosofia, per allontanarla, ma quella si era avvicinata ancora di più; alla fine, vedendomi riottoso, aveva mollato: “Tu sei un tipo platonico, sei adatto per Antonella Capriglia.” Ed eccola, ora, Antonella, da cui attendevo la risposta, che io avevo in tasca. Come può un essere spirituale venire condotto via dal vento, un ente materiale? Dopo avermi scrutato in viso, Antonella ha risposto: “Era Socrate che aveva paura della morte e cercava di convincere i suoi amici che l’anima è immortale, ma in verità cercava di convincere sé stesso.” E faceva pure dell’ironia! stavo per rispondere, ma poi ho detto: “Però ha bevuto la cicuta, con grande dignità.” “E tu credi che sia andata proprio così?” “La fonte è Platone.” “Ma se non era neppure presente! Parla per sentito dire.” La pausa pranzo era terminata e stavamo rientrando in ufficio. Non ho replicato, ero rimasto senza parole di fronte all’ultima battuta, dovevo controllare. Antonella mi ha guardato e vedendomi dubbioso, ha detto: “Se non ci credi, puoi chiedere a Rossella.” Ha riso e si è affrettata a rientrare in ufficio. Che cosa dovevo più parlare di filosofia? In verità, sono andato a controllare. Il dialogo principale si svolge tra Echecrate e Fedone, parlano della morte di Socrate: “E chi erano quelli che erano presenti, o Fedone?” “Dei concittadini di Socrate c’erano il nostro Apollodoro, Critobulo e suo padre e c’erano anche Ermogene, Epigene, Eschine e Antistene, e poi c’erano Ctesippo di Peania, Menesseno e alcuni altri del luogo; Platone, credo, era ammalato.” (“Fedone”, 58b)
Rossella, una mia vicina, abita a pochi caseggiati distanti da me, un giorno c’eravamo pure incrociati sul marciapiedi, e un’altra volta, vedendomi, aveva detto: “Va in quell’ufficio?” Il laboratorio d’informatica di Giacometti è a pochi passi da casa. “Sì,” ho detto, “viene anche lei?” Si è messa a ridere e se n’è andata. Poi, un bel giorno, si è presentata nella sala del laboratorio, dove io e i miei colleghi siamo ognuno di noi seduti davanti a un computer. Deve avermi visto dalla strada, attraverso i vetri, ed è entrata. All’improvviso, me la sono trovata in piedi, accanto alla mia postazione: “Che cosa stai facendo?’” mi ha domandato, abbassandosi per guardare lo schermo. “Sto digitando il testo,” ho prontamente risposto. Si è accostata di più alla mia testa, per guardare meglio il monitor, poi si è risollevata, mettendosi dritta. “Un lavoro complesso,” ha commentato sorridendo. Mi guardava dall’alto in basso, perché ero seduto, bastava alzarsi per non stare in una posizione d’inferiorità, ma io non l’ho fatto. Ha indugiato un po' e poi si è allontanata, fermandosi in prossimità dell’uscita, quindi è tornata indietro di qualche passo e ha detto a voce alta: “Stasera non posso venire a cena.” Ha fatto un gesto, come per dire “un'altra volta” oppure “poi, ne parliamo meglio” e se n’è andata. Quelli seduti più vicino hanno seguito la scena, per me sorprendente e un tantino grottesca, non sapevo neppure come si chiamasse e non l’avevo certo invitata a cena, e invece il tono della breve conversazione era stato quello di una coppia di conoscenti, se non proprio fidanzati o sposati. Mah! Eppure sottilmente mi rimproveravo una sorta di comportamento omissivo, aver mancato di compiere l’azione attesa, vale a dire l’invito a cena. Comunque non sono rimasto impreparato all’occasione seguente da lei creata. Quella volta, sembrava proprio mi stesse aspettando fuori dall’ufficio. Ho preso l’iniziativa e ho detto: “Ciao, come…” Mi ha interrotto: “Tu, come ti chiami?” “Manlio.” “Manlio, l’altra volta non sono potuta venire a cena.” “Ma io non ti avevo invitata!” “È per questo, appunto, perché non mi avevi invitata!” Il tono era nervoso. Ho sorriso: “T’invito, adesso.” “No, ora non posso, sabato sera, alle otto e mezzo.” Ha allungato il braccio destro sul mio collo, tirandomi a sé, e ha sfiorato la sua gota con la mia. “Sto al 75, sul citofono “Romani”, io sono Rossella,” ha detto prima di andarsene, indicando verso la strada dove abitavamo.
LA POSSESSIONE DIVINA All’inizio, l’intesa fu perfetta o apparentemente tale: ero caduto nella sua rete, o meglio mi ero tuffato sulla rete dall’alto del trapezio, da cui in verità ero precipitato giù, ed ora sto cercando di trasformare la caduta in tuffo. Dopo i primi tempi, ognuno di noi due fu ripreso dalle proprie cure quotidiane e l’intesa si allentò un po'. Per uscire dall’isolamento di noi due in coppia, le avevo proposto di uscire una sera insieme con Vitaliano e Lorenza. Accettò volentieri, ma a cena vidi che si annoiava, sarà stato per i miei discorsi un po' troppo vaghi o forse perché la mia intesa con l’amico sembrava superare la nostra, sebbene il legame di amicizia fosse di tutt’altro genere rispetto a quello d’amore. Però, si sa, quest’ultimo è esclusivo e non ammette intrusioni d’altro genere: ma era intrusione quella di Vitaliano? Beh, sì! Anzi, no, era lui a dover fare i conti con una intrusione dall’alto, definiamola così, quel suo entusiasmo, proprio da chi è invasato dal dio, una divina mania, peraltro pericolosamente contagiosa. Ed era questo pericolo che avvertiva Rossella? O erano i miei discorsi astratti? Cangiamila Francesco Emanuele, giurista e teologo palermitano del Settecento, nella sua “Embriologia sacra”, sostiene la tesi della creazione dell’anima immediatamente dopo la concezione, respingendo le dottrine che stabilivano l’inizio dell’animazione al settimo o al quarantesimo giorno. Egli contestò la tesi del traducianesimo, per il quale sono i genitori a trasmettere l’anima ai figli e ogni altra teoria della germinazione spontanea, come può ritenersi ad esempio quella delle omeomerie di Anassagora. Che cosa in origine? “Bisogna scavare a fondo il terreno della storia, per estrarne i segreti, Manlio,” era il commento estemporaneo di Vitaliano a questi miei discorsi sull’anima, mentre fissava me e Rossella con uno sguardo che allora ci appariva indecifrabile, ma che si doveva rivelare abbastanza esplicito alla luce di quanto poi venuto allo scoperto. Ecco perché male interpretavamo l’espressione insofferente di Lorenza a queste sue parole, per lei chiaramente allusive a quella “sotterranea” attività del marito. Vitaliano era stato contagiato da una pazzia divina, e secondo me in concreto posseduto da Baubò, la dea dell’oscenità, che nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, cozzando contro lo spirito della Venere celeste, era stato atterrato d’un solo colpo quasi mortale. Nel “Simposio”, Platone così distingue un’Afrodite del cielo priva di ogni brutalità da quella pandemia, che si accompagna a tutti del popolo (pan-demos), come suggerisce l’etimo. Ed io? Io posso soltanto dire che dopo quel mio starnuto sul divano di casa Cartapesta ero diventato un altro: Cartesio? Ma no! E nel dire così io capisco che come puro spirito, anima nuda, un demone mi conduce, quello a cui fui affidato in custodia dalla sorte, che io stesso avevo scelto, ma che poi avevo dimenticato, oltrepassando il fiume dell’oblio.
FRAMMENTI LUMINOSI “Il cielo appariva ricoperto da un’uniforme coltre di nubi e l’aria era carica di umidità. Guardò in direzione di Marina di Ponte. Nella scura distesa del mare, distante dalla linea di terra della riva, era ormeggiato un battello splendente di decorazioni di luci. Si udiva l’eco dei botti e, dopo il fischio acuto che accompagnava la corsa a razzo dello stelo luminoso in verticale verso l’alto, si aprivano espandendosi veloci nel cielo della sera i vividi raggi multicolori di un’abbagliante e immensa stella, a cui seguiva una cascata di parabole luminose che si andavano spegnendo nella caduta.” Ecco, forse prendendo a prestito immagini mie e di altri, io posso paragonare la coscienza, in cui si dissolvono le identità, a un insieme di frammenti luminosi di vivido splendore nello sfondo nero della notte, una scena su cui si avvicendano i cangianti colori dell’aurora boreale. Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.
Nel rileggere i quattro racconti del ciclo “Bellarmino”, che seguono i due del ciclo “Scardanelli”, mi rendo conto che diverse zone d’ombra dei luoghi narrativi di entrambi i cicli non sono stati illuminate a sufficienza, lasciando enigmi non risolti, di cui senz’altro il lettore troverà soluzioni migliori delle mie. Intanto, io qui mi vorrei limitare a commentare l’Epilogo di “Le dissolte identità”, ovverosia “Frammenti luminosi” e prima ancora il “Prologo” e il primo capitolo, “L’approccio e la fuga” di “Abscondita dea”, qui di seguito riportati. Nel “Prologo” il narratore si descrive come personaggio in azione e in questo modo ha la possibilità d’incontrare un personaggio della sua narrazione, che ha ragione di ritenere sia Elisabetta Del Tullio. Da dove gli deriva questa ragione? Verosimilmente dal fatto che il narratore è l’autore e quindi il creatore del contesto narrativo. Avvicinandoci, quindi, noi (io e il lettore) al piano della “realtà”, a cui risaliamo da quello della “finzione”, dobbiamo o meglio io debbo rispondere al quesito fino a che punto il mio personaggio sia reale nella sua finzione (raffigurazione). E qui la contrapposizione tra realtà e finzione si muta nell’altra tra “verità” e “falsità”. Dico subito che mi sono ispirato a un personaggio vero, ovvero che l’episodio della connazionale alla portineria dell’albergo di Francoforte è ripreso dal vero, nel senso che allora la giovane diede qualche piccola pratica informazione e basta. E allora perché a distanza di anni quel ricordo è venuto fuori? Semplice, si può pensare, la ragazza ti ha colpito e non l’hai dimenticata. Certo, è semplice, forse un po' troppo semplice. Il mondo è disseminato di gentili donzelle, che incontri nelle reception dei vari alberghi d’Europa e altrove, ma anche di sgradevoli, fortunatamente di meno. E allora, perché quella in particolare? Vediamo un po'. Dovendo (volendo) ambientare la storia a Francoforte, mi sono ricordato di quella giovane, che si limitò a dare indicazioni a dei connazionali, e io ci ho ricamato sopra la storia di Roberto Bellarmino e i suoi calzini grigi, anzi il suo non indossare calzini e non solo grigi. Ma lasciamo perdere i calzini, che mi conducono ad altre storie e concentriamoci su Elisabetta del Tullio. Allora, perché, dopo che la storia con Roberto Bellarmino era stata raccontata e si era conclusa, io narratore, diventando personaggio, ho raccontato di aver incontrato la ragazza di Francoforte a Roma, o almeno ho creduto di incontrarla. In proposito, ci tengo a precisare che la narrazione di quest’ultimo incontro è di pura fantasia, nel senso che questa volta non trae spunto da un qualche episodio reale. Ed in quest’ultimo senso, tale circostanza alimenta il mio debito nei confronti della persona reale, raffigurata nel personaggio di Elisabetta del Tullio. Se quello vero è stato un incontro occasionale e fugace, seppure registrato nel ricordo della mia coscienza, allora sorge un dubbio: chi è veramente la ragazza di Francoforte, quella di cui ho raccontato la storia con Roberto Bellarmino? Forse un’altra identità si nasconde dietro la persona indicata, fondendosi con essa, per effetto della condensazione psichica. È quest’ultimo un tipico fenomeno onirico, quando sogniamo l’immagine di una persona sconosciuta, che però ci trasmette una sensazione di familiarità, se al nostro risveglio riflettiamo un po' a fondo sulla suggestione notturna. Questo tipico scomporsi e ricomporsi del materiale psichico del sogno è lo stesso processo del formarsi più o meno cosciente di un personaggio rappresentato nella figurazione artistica. Chi si nasconde, dunque, dietro l’immagine della ragazza di Francoforte? Un’altra giovane donna appartenente alla realtà e non alla fantasia? E chi è quest’altra donna?
Prendo tempo, e prima di parlare e argomentare su quest’altra, vorrei lanciare qualche contumelia invece contro alcune altre receptionist, di cui porto il ricordo di meno piacevoli incontri, uno per tutti quello di Londra. Vado alla reception dell’Hilton, per chiedere informazioni su un evento in corso e la tizia dai chiari tratti mediterranei mi risponde, con aria disturbata: “I don’t know”. Io la guardo scettico e l’altra ribadisce scontrosa, con accento e modi tipicamente campani: “I don’t know”. Ma non è la risposta, è il modo che ancor m'offende. Perché? Perché in quella risposta io leggevo (credevo di leggere, il dubbio è non solo lecito, ma anche legittimo) il seguente pensiero: “Io qui a Londra parlo inglese e nient’altro, quindi che vai cercando?” Che cosa cercavo io? Le informazioni chieste in lingua inglese, ovviamente con il mio accento al suo orecchio verosimilmente familiare, e che prontamente mi furono date dalla sua collega di banco. Era una gentilissima fräulein germanica, sorridente, disse di chiamarsi Francesca, sprizzando simpatia da tutti i pori. E allora? Una amava l’Italia, aveva italianizzato il suo nome, l’altra non lo so. Ho raccontato un fatto vero, la mia versione di un fatto vero, però è bene ritornare dalla realtà alla fantasia, perché la realtà appartiene a tutti, la fantasia a ognuno di noi. Elisabetta Del Tullio era un personaggio della mia fantasia, ecco perché l’ho incontrata a Roma e ne sono rimasto intrigato. Sono Pigmalione innamorato della sua Galatea? Oddio! anche nella finzione l’approccio l’avevo soltanto sognato: “Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.” E non avevo sognato soltanto Elisabetta, ma anche Scardanelli. Quindi, occupiamoci di quest’ultimo soggetto. Ma com’ero scivolato nel sogno, peraltro di finzione (l’unica verità è quella dei coatti con lo stereo a tutto volume alle tre del mattino), da Elisabetta a Scardanelli? La fuga, fuggivo inseguito dalla polizia, la legge, per quella mia furtiva (l’aggettivo deriva dal latino fur, ladro, da cui anche furto) trasgressione (stalking?). Ma io non sono uno stalker, al massimo lo è Scardanelli, Jung direbbe l’ombra della mia persona. Prima che mi sfugga, devo però rivelare la fonte della mia ispirazione. L’originale è l’episodio di un bellissimo film del secolo scorso: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson, indimenticabile! Verso la fine, i matti, incitati da Jack N., si concedono una serata di trasgressione, durante la quale uno di loro, un adolescente, riesce nel suo primo tentativo amoroso, entusiasticamente applaudito da tutta la compagnia. Quando l’inflessibile direttrice del manicomio scopre l’episodio, come sanzione repressiva, denuncia il comportamento del figlio alla madre, inutilmente implorata di non farlo, e il giovane si suicida. Lo “Scardanelli” della mia fantasia soffriva della stessa angoscia.
IL VIAGGIO MILLENARIO Ho glissato sulla vera identità di Elisabetta Del Tullio, o meglio sulla figura di donna nascosta dietro l’altra, una condensazione psichica, quella propria del materiale onirico dei sogni? No, il discorso è scivolato via per conto suo. E ora riprendendolo, mi rendo conto che nello svelare un’identità si finisce per velare l’altra, commettendo ingiustizia, quella stessa ingiustizia che pagano gli esseri, secondo l’antico detto di Anassimandro: «Principio degli esseri è l'infinito ... da dove, infatti, gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo». È il continuo gioco del dissolvimento delle identità nella presunta unità della coscienza dell’Io, che per un autore è il dissolvimento della sua unitarietà psichica nella folla dei fantasmi, i personaggi delle sue creazioni. “La coscienza appare come un teatro in cui vengono rappresentate simultaneamente diverse scene, una sola delle quali però inquadrata come “un fuoco d’artificio prodigiosamente multiplo e complesso, [che] sale e si rinnova incessantemente attraverso miriadi di razzi”, di cui però “noi non percepiamo che la cima”, mentre il resto rimane nascosto al di là della linea d’orizzonte dell’io. Ciascuno di noi costituisce in questo scenario una gerbe lumineuse, un “mazzo” o “fascio” di scariche elettriche. Se si guarda attorno, si rende conto di essere un comprimario, assieme a tutti gli altri esseri viventi, di un più vasto spettacolo di fuochi d’artificio che s’innalzano, brillano per un attimo e poi cadono sullo sfondo buio di una natura indifferente.” Così Remo Bodei (“Destini personali”, 2009) riporta il pensiero di Hippolyte Taine, filosofo francese dell’Ottocento, a proposito della frammentazione dell’io. Leggendo questa pagina, mi sono ricordato del finale del mio primo libro, “L’uomo camuffato” un breve romanzo, dove il protagonista da una terrazza assiste ad uno spettacolo di fuochi d’artificio, quello riportato nell’Epilogo: “Frammenti luminosi”. Quella scena veniva così commentata dalla mia voce narrante: “Brizi udiva i lontani clamori della folla radunata sulla spiaggia, che accompagnava i botti e i bagliori dei fuochi d’artificio risplendenti nell’oscurità. E pensava che per quell’umanità in festa già lontane dovevano apparire le violenze e le emozioni della giornata, ma sapeva che quella loro allegria restava sempre come sospesa. Caduca avvertiva, quella sera, l’esistenza dei mortali e precaria, quindi, considerava la loro felicità.”
Qui, la frammentazione e la pioggia di luci nel cielo della notte, la cascata delle parabole luminose rispecchiava la caducità dell’esistenza inavvertita dalla coscienza corale, che viveva l’allegria di una festa, dove le violenze e le emozioni della giornata erano ormai distanti e dimenticate, un insieme frammenti di luce ormai spenti. La coscienza dell’Io, sia personale che collettiva, viene paragonata da Taine allo spettacolo di “una infinità di razzi luminosi, tutti della stessa specie, i quali a diversi gradi di complicazione e di altezza, si lanciano e ridiscendono incessantemente ed eternamente nel nero vuoto: ecco gli esseri fisici e morali; ognuno di essi non è che una serie di eventi, di cui niente dura se non la forma, e si può rappresentare la natura come una grande aurora boreale.” Le teorie del Taine, che riducono la psicologia alla fisiologia, esprimono una filosofia naturalistica, assimilabile al determinismo democriteo, quella eterna pioggia di atomi, che ha generato il capolavoro poetico di Lucrezio: “De rerum natura”. A una tale concezione materialista della Natura (Physis) si oppone la visione iperuranica del soprasensibile, le eterne Idee di Platone e la dottrina di derivazione orfica della immortalità dell’anima, su cui s’innestano i miti escatologici riportati nel “Fedone”, il “Gorgia” e la “Repubblica”. Nella composizione del mio testo narrativo, avvenimenti e personaggi possono quindi riflettere quell’universo di razzi che brillano in alto nel nero vuoto e la conseguente cascata di parabole luminose, scie di luci che si dissolvono nella coscienza della voce narrante, quell’io che così conclude la sua narrazione: “Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.” È l’anima dei miei personaggi che ogni volta s’incarna prima del suo ultimo viaggio millenario.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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IL LIBRO DI ATTANASIO
1. Un’impossibile salvezza
“Si trovano ottocento porte per ottocento giusti, un giusto vale tutti i giusti.” Questa affermazione, l’autore sugli “Studi sull’Aldilà”, riferiva di averla ricavata dal “Libro di Attanasio”, un testo apocrifo di data incerta, probabilmente tra il I e il II secolo d.C. Mi sono sempre chiesto il perché di quel numero, ma andiamo per ordine, e spiego dove e come ho letto questa frase, e perché mi è tornata recentemente alla memoria. Anni fa, viaggiavo per l’Italia e l’estero, quella volta ero andato con Maria Giulia, la mia compagna degli ultimi anni della mia vita, allora eravamo all’inizio della nostra relazione, dicevo ero andato, o meglio eravamo andati a Firenze da Roma, dove siamo diventati stanziali. Lei proveniva dalla Tunisia, dove era nata da genitori italiani, io da Napoli, ci siamo incontrati ad Ischia, in vacanza, ci ritrovammo l’anno dopo a Paestum, in visita ai templi, da allora stiamo insieme, viaggiamo, e facciamo base nella capitale. Nella biblioteca nazionale di Firenze, trovai un libro, credo di uno scrittore tedesco, non ricordo bene il titolo, soltanto il sottotitolo: “Studi sull’Aldilà”. Parlava dei vari miti d’oltretomba degli Egizi, dei greci, dei latini, di testi ebraici e testi dei primi secoli cristiani e dell’alto Medio Evo, e di antichi apocrifi, tra cui quello abbastanza sconosciuto forse di un monaco cristiano d’Oriente, tradotto dal greco, a cui era stato dato il titolo, è presumibile, dal nome dell’autore: “Il libro di Attanasio”.
Il riferimento era alla Bibbia ebraica: dopo la morte, le anime andavano nello sheol e di lì o precipitavano nella geenna, un luogo di eterno castigo, oppure erano destinate ai giardini dell’Eden, come ricompensa per la loro buona condotta di vita. Nei cieli era situata la dimora di Dio, e si trovavano anche ottocento porte per ottocento giusti: un giusto vale tutti i giusti, era il commento. Perché ottocento? Indubbiamente, si trattava di un numero simbolico, ma qual era il simbolo? E il commento non aiutava a chiarire: “Un giusto vale tutti i giusti.” Poi, gli interrogativi si dissolsero, non appena io e Maria Giulia ci ritrovammo al Ponte Vecchio, nel pomeriggio lei aveva fatto shopping, passeggiammo ancora un po', quindi andammo a fare uno spuntino serale, e in attesa del treno per Roma, ci intrattenemmo in Piazza della Repubblica. Non so perché, ma al mio sguardo il grigio crepuscolare del giorno alla fine rischiarò la piazza di una luce irreale, come confusa con le ombre imminenti della sera impallidite dall’illuminazione pubblica. Volsi lo sguardo al cielo, ancora chiaro nell’azzurro imbrunito, ed ebbi come il senso dell’eskaton, l’attesa del compimento del mio destino ultimo. Era la suggestione delle mie letture o il momento esistenziale? Così quella sera, le sue luci irreali, non vicina ad altre ombre e luci irreali di altre sere.
Un giusto vale tutto i giusti, la scelta dei principi nell’azione, la legge morale di Kant, l’associazione di idee, devo dirlo, mi venne in mente leggendo “Le parole” di Sartre, le ultime pagine dell’autobiografia del filosofo francese, dove conclude, individuando nella scrittura il fine della sua vita: “Una mattina , nel 1917, a La Rochelle, aspettavo i mie compagni con cui andare insieme al liceo; erano in ritardo e presto non seppi più che cosa inventare per distrarmi, decisi di pensare all’Onnipotente. Immediatamente scivolò nel cielo e sparì senza dare spiegazioni: non esiste, mi dissi con stupore di cortesia, e credetti risolto il problema. E in certo modo era risolto, dato che mai, in seguito, ho avuto la minima intenzione di riaprirlo. Ma l’Altro rimaneva, l’Invisibile, lo Spirito Santo, colui che era garante del mio mandato e che signoreggiava la mia vita, per mezzo di grandi forze anonime e sacre. Di quello feci tanto più fatica a liberarmi, in quanto si era installato nella parte posteriore della mia testa, nelle trafficate nozioni di cui mi servivo per capirmi, situarmi e giustificarmi. Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di strappare la mia vita al caso. Fui sacerdote, militante, volli salvarmi per mezzo delle opere; mistico, tentai di svelare il silenzio dell’essere, per mezzo di un rumorio irritato di parole, e soprattutto confusi le cose con i loro nomi: è avere fede. Avevo le traveggole, finché le ebbi, mi ritenni fuori pericolo. Mi riuscì a trent’anni questo bel colpo di scrivere in “La Nausea” – davvero sinceramente, credetemi – l’esistenza ingiustificata, salmastra dei miei congeneri e di mettere la mia fuori causa. […] L’illusione retrospettiva è in briciole; martirio, salvezza, immortalità, tutto si deteriora, l’edificio cade in rovina, ho acchiappato lo Spirito Santo nelle cantine e l’ho discacciato; l’ateismo è un’impresa crudele e di lungo respiro: io credo di averla condotta in porto. […] Ho smesso di investire, ma mi sono spretato: scrivo sempre. Che c’è da fare di diverso. Nulla dies sine linea. È la mia abitudine, e poi è il mio mestiere. Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo a offrirgli la sua immagine. […] Il mio unico problema era di salvarmi, a mani vuote e a tasche vuote, per mezzo del lavoro e della fede. Di colpo, la mia pura opinione non mi sollevava sopra a nessuno, senza equipaggiamento, senza attrezzatura, mi sono messo per intero all’opera per salvarmi tutto per intero. Se ripongo l’impossibile Salvezza nel ripostiglio degli attrezzi, che cosa resta? Tutto un uomo, fatto di tutti gli uomini: li vale tutti, chiunque li vale.”
Chi legge con attenzione quest’ultima riga, il sigillo dell’autobiografia del filosofo francese, vi legge la sua massima morale, per una “impossibile Salvezza”. L’ateo pone a fronte del credente la sua etica: l’umanismo. Il senso ingiustificato della vita non è nella Salvezza e nella giustizia di un Dio che non esiste – coerentemente, in “L’Essere e il Nulla”, Sartre definisce quella di Cristo una passione inutile – ma nell’essere uomo, come tutti gli altri uomini: ogni azione di un uomo vale tutte le azioni degli uomini.
Questa estensione del comportamento morale di ognuno nella regola più generale del comportamento umano è di chiara derivazione kantiana.
“In verità, è preferibile, nel giudizio etico, procedere sempre secondo il metodo rigoroso, e porre a base la formula generale dell’imperativo categorico: agisci secondo una massima che possa farsi al tempo stesso legge universale.” (“Fondazione della metafisica dei costumi”) Quello che di kantiano si può leggere in Sartre è quel ricorso del filosofo illuminista al principio dell’universalità: “I tre modi di rappresentare il principio della moralità non sono, in fondo, se non altrettante formule di una medesima legge, ognuna della quale racchiude in sé le altre due.” Kant esplicita quindi il tratto comune alle tre massime, le “formule”, consistente in tre aspetti: forma, materia, determinazione. Ai nostri fini, interessa, il primo: “Una forma che consiste nell’universalità; e allora la formula dell’imperativo etico si esprime così: doversi scegliere le massime come se avessero da valere come leggi di natura.”
Questa dialettica tra libertà individuale e totalità degli altri esseri umani, che per Kant sono gli esseri razionali, è stata discussa da Sartre nell’ultima sua opera: “Critica della ragion dialettica”. Egli parte dal confronto dialettico tra esistenzialismo e marxismo, filosofia dominante, avente carattere storico, quindi unico strumento per interpretare la realtà del tempo e spiegare la dimensione essenziale della storia. Al contrario del pensiero borghese, che considera l’individuo un modello astratto, Sartre definisce l’individuo un soggetto reale condizionato dai rapporti di produzione, in relazione con altri individui nella sua condizione. Pertanto, parlare dell’individuo significa parlare di tutti gli altri individui, salvando però la specificità del singolo, il suo modo particolare di vivere la totalità. Non sono gli individui ad essere condizionati dai rapporti di produzione, ma è la loro azione a condizionare storicamente tali rapporti, ed in tal modo si fa salva la libertà dell’azione, contro un certo economicismo marxista, che riduce l’attività umana ai rapporti materiali di produzione, negando quella forma di umanismo in cui consiste l’esistenzialismo. (“L’esistenzialismo è un umanismo”, Conferenza, 1945). Sartre è un filosofo del ‘900, condizionato dal pensiero marxista,
Kant è un filosofo illuminista del Settecento, il secolo della Ragione e dei Lumi, noi ora torniamo nei secoli bui del Medio Evo.
2. La logica del numero tondo
“… nell’egizia Tebe
per le cento sue porte”
(Iliade, IX, 495-6)
Le cento porte di Tebe egizia erano davvero cento? Maria Giulia sta facendo le parole crociate: “La città delle cento porte può essere Tebe? “Sono quattro caselle, le manca qualche incrocio. “Sì”, confermo. “Certo, te l’ho detto io.” E chi altri se no? La logica femminile è ferrea, inoppugnabile. Non replico, vado a controllare sul web, ricordavo la storia della Grecia antica: Atene, Sparta, Tebe. E a proposito del web, una mia conoscente che non si fidava di quello che dicevo andava a controllare continuamente sul suo iPhone le mie affermazioni. E io mi ricordavo altre verità sul tempo, quello meteorologico: “Che tempo fa oggi?” Fuori è nuvoloso, molto nuvoloso, il vento è cessato, sta per piovere. Risposta: “Non piove, c’è il sole.” Chi ha risposto, forse Maria Giulia, dice che ha appena controllato su internet. “Fuori c’è un sole splendente” dico, ma non attendo la replica. Mi ricordo di quel sergente che faceva lezione ai soldati: “Se io dico che fuori piove, ma fuori c’è il sole, e vi domando se fuori piove o c’è il sole, voi che rispondete? Qualcuno si volta a guardare fuori dalla finestra, gli altri rimangono in silenzio, aspettano da lui la risposta, hanno ragione. Non è il sergente a fare la lezione e a spiegare ai soldati quello che devono dire? Il sergente dubita se qualcuno ha capito che sta usando una metafora per spiegare il regolamento militare, ossia che i soldati devono eseguire gli ordini impartiti, anche se irragionevoli o apparentemente tali. Ma questo i soldati lo sanno bene, chissà se la pensano come quel generale di Hitler, che appena arrivava un ordine da Berlino, subito pensava a come fare per non eseguirlo. Non credo però se questa situazione possa paragonarsi all’interpretazione delle condizioni atmosferiche.
Comunque, sono andato a controllare sul web, per capire se Tebe fosse la città delle cento porte, e ho trovato la citazione del Libro IX dell’Iliade.
“Anche se mi offrisse dieci o venti volte
di quello che possiede ora e di quello che possiederà
o tutte le merci che affluiscono in Orcomeno o a Tebe d’Egitto,
dove ci sono moltissime ricchezze nelle case,
lì ci sono cento porte e da ognuna escono in campo
duecento guerrieri con carri e cavalli; anche se mi desse
tanti tesori quanti sono i granelli di sabbia e di polvere
neppure così Agamennone placherebbe il mio cuore!”
Achille non cede alle offerte riparatorie di Agamennone, che gli ha sottratto la schiava Briseide, la sua ira funesta aveva addotto infiniti mali agli Achei. Nel passo, l’uso dell’aggettivo, ἑκατομπυλόι hekatómpyloí “dalle cento porte” segue quella che possiamo definire la logica del numero tondo. Nel discorso non matematico, e quindi impreciso, le cifre si arrotondano, e forse il numero cento è quello più usato per arrotondare una cifra indefinita. Omero cita anche altre cifre arrotondate allo zero, nel crescendo dieci, venti, cento, duecento e all’infinito dei numeri di granelli di sabbia e di polvere. Nulla può placare l’ira di Achille.
Oltre al passo dell’Iliade, che la menziona, ho appreso di questa Tebe egizia, l’odierna Luxor, e delle sue cento porte, che mi riportavano al mio enigma delle ottocento porte dei cieli per gli ottocento giusti, tratte dall’apocrifo, il “Libro di Attanasio”. Il numero cento potevo considerarlo, secondo la logica dell’arrotondamento, come la metà della soluzione del problema. E il numero otto? Per associazione di idee, ho pensato all’ottavo cielo. L’Universo del Medio Evo è quello tolemaico, con le sfere dei cieli, sette, che ruotano attorno alla terra: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno. L’ottava sfera è quella delle stelle fisse, che ruota insieme a tutte le altre, per effetto del moto loro impresso dalla sfera del Primo Mobile.
Capivo che quella era la strada, per risolvere il mio dubbio, ma non sapevo come fare. E mi venne in mente Claudio Sciscio, un nostro amico, un mio vecchio compagno di scuola, a Napoli; ero distratto quando qualche tempo fa Maria Giulia mi aveva parlato di lui, mi sembra che avesse parlato con la moglie. Alla fine, decisi di chiamarlo, Claudio era professore di lettere classiche, studioso del Medio Evo. Stavo per accennargli del mio problema, quando mi ha parlato della sua malattia, era stato contagiato, lui e tutta la sua famiglia, ero preoccupato, mi rassicurò, nessuno era grave, presto sarebbero risultati tutti negativi. Nessuno era stato ospedalizzato? No, nessuno. Parlammo, parlò in prevalenza lui, degli aspetti sanitari del contagio, le cure. Alla fine, conclusi, dicendogli di farmi sapere della guarigione sua e di tutti i suoi, stavo per chiudere, quando disse: “Ettorino, che mi volevi dire?” “Una sciocchezza” dissi e in breve gli rappresentai il problema, ma non ricordavo il nome dell’autore del saggio, forse un tedesco, e neppure il titolo del volume, soltanto il sottotitolo, tradotto in italiano: “Studi sull’Aldilà”. “Va bene, ti farò sapere.” “Quando starai meglio, cioè presto.” “Ciao, Ettorino.” “Ciao, Claudio.”
3. Le luci del congedo
Era sera tardi ed era buio, quando uscii di casa, per portare fuori Mike, un labrador, che un’amica di Maria Giulia ci ha affidato, sono alcuni mesi che sta con noi e ha familiarizzato presto. Abbiamo attraversato il cancello d’ingresso del parco e siamo scesi nel viale a sinistra, du côté de Meséglise, come l’ho nominato nella mia memoria. Andando avanti, lasciavamo la zona illuminata dalle luci di strada e dei condomini prospicienti al parco, procedendo nell’ombra. Poi, a metà discesa, Mike si è fermato ed ha voltato la testa all’indietro, guardando in alto verso la zona luminosa, dove splendevano le luci delle nostre abitazioni, in contrasto con l’oscurità della notte. Stava contemplando la dimora del tempo recente della sua vita, l’incanto di quelle luci illuminavano il suo sogno, nel momento del congedo verso le ombre nel fondo del viale. E quella scena di sogno mi ha rimandato ad altre luci non molto lontane, contemplate nel silenzio della notte, nella distanza del nostro sguardo contemplativo. Quanto tempo siamo rimasti così? Il tempo del cuore, che registra i ricordi della nostra vita, per custodirli per sempre. Siamo scesi in fondo al viale, sostando nel buio vicino ai cespugli e al fogliame, dove i rumori della notte mandavano segni di vita di piccoli animali, fruscii. Dopo una breve attesa abbiamo ripreso la via del ritorno.
Quella sera, Maria Giulia mi aveva detto della morte di Sciscio, la moglie aveva riportato la notizia su WhatsApp, sono stato colto di sorpresa. Claudio si è congedato dalle luci della vita e si è avviato nelle ombre della sua ultima notte. All’improvviso, era peggiorato ed era finito all’ospedale in terapia intensiva, non ce l’ha fatta ed è morto. “La morte dell’altro, non soltanto ma soprattutto se lo si ama, non annuncia un’assenza, una scomparsa, la fine di questa o quella vita. La morte dichiara ogni volta la fine del mondo nella sua totalità, la fine di ogni mondo possibile, e ogni volta la fine del mondo come totalità unica, dunque non rimpiazzabile, dunque infinita.” Come inscalfibili cristalli sono le parole che Jacques Derrida ha premesso alla raccolta di suoi testi di orazioni funebri, memorie, testimonianze, in ricordo degli amici scomparsi.
Sono passate alcune settimane dal lutto, un giorno nella posta elettronica ho trovato una e-mail di Francesca, la vedova di Sciscio, conteneva la risposta al mio quesito, che il mio amico scomparso non aveva dimenticato di studiare, trovando una soluzione.
“Ho fatto delle ricerche, per rintracciare il libro che mi hai segnalato, e ho trovato due autori, uno forse può corrispondere a quello da te indicato. Sono un tedesco e un francese: Marcus Fischer, Historisch jüdisch-christliche Vorstellungen vom Schicksal der Verstorbenen, “Concezioni storiche giudaico-cristiane del destino del defunto”; Jacques Tedika, “La doctrine chrétienne de l’au-delà”, La dottrina cristiana dell’aldilà. In nessuno dei due autori ho trovato la citazione del “Libro di Attanasio”, ma il primo riporta un riferimento di testi rabbinici dei primi secoli dell’era cristiana, in cui si parla del momento del giudizio con la divisione tra i totalmente giusti e i totalmente empi, e si accenna a sette firmamenti, e le anime dei totalmente giusti sono destinate al settimo cielo, quello più alto. Nel secondo, ho come raccolto degli echi danteschi: nella “Commedia” gli spiriti dei giusti sono collocati al sesto cielo, quello di Giove; al settimo, quello di Saturno, troviamo gli spiriti contemplanti. Una volta asceso all’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, governato dai Cherubini, Dante vede i sette pianeti ruotanti nelle loro orbite intorno alla Terra, assiste al trionfo di tutti i beati e nella luce abbagliante riesce a distinguere la figura umana di Cristo. In seguito, assiste al trionfo di Maria, circondata dalla luce dell'arcangelo Gabriele che le ruota intorno, e segue Cristo verso l'Empireo, mentre le anime dei beati si protendono verso l'alto con tutto il loro ardore di carità. L’ottavo cielo ha una valenza superiore rispetto agli altri sette ruotanti al di sotto, e forse questa è stata la considerazione che ha spinto l’autore a parlare di un’ascesa all’ottava porta del cielo di tutti i beati, gli spiriti giusti.”
Sciscio poi si dischiarava d’accordo con me su cento come numero tondo, e per associazione l’ottava di otto porte conduceva ad ottocento, un numero simbolico. E la figura umana di Cristo, secondo la collocazione dantesca, garantiva l’affermazione di un giusto che vale tutti i giusti. È il modello della condotta di una vita giusta, che riflette nella sua persona la giustizia divina. Così concludeva Sciscio, poi il congedo.
ELENA ZURLO
1. Nelle acque gelide della corrente
È la visione del sublime, l’oltre la linea di confine di ogni orizzonte, a rivelare il senso dell’impaurito vuoto dell’esistenza, la sospensione nel nulla del nostro essere, che la ragione rincorrendo il quotidiano continuamente tiene celata. Ricordo molto bene, quando la situazione emotiva, vissuta una decina d’anni fa circa, mi si ripropose davanti, nitida, pura, vuota di quel suo carico di angoscia di allora. Rividi le lastre di ghiaccio scivolare nella corrente della Neva, un aprile di San Pietroburgo. Erano le stesse lastre di ghiaccio che Borges vide a Cambridge, a nord di Boston: “Saranno state le dieci del mattino. Io ero seduto su una panchina, davanti al fiume Charles… L’acqua grigia trasportava lunghi pezzi di ghiaccio. Inevitabilmente il fiume mi fece pensare al tempo.” È una visione che spinge l’autore ad un colloquio con sé stesso, “L’altro” di “Il libro di sabbia”. L’immagine delle lastre di ghiaccio trascinate dalla corrente dell’acqua parlano di un tempo trascorso e del suo continuo andare, ed io nel risalire all’indietro allo scorrere del grigio gelido del fiume, rividi Elena Zurlo.
“Dove hai parcheggiato il bolide?” ha domandato la donna con il vestito rosso e la giacca in pelle nera. “Tra quelle due macchine, a metà sul marciapiede,” ha risposto l’amico. “Alla barbara!” ha commentato lei, prendendo il compagno allegramente sotto braccio e avviandosi con lui a rilevare il bolide, una Punto color rosso “Ferrari”.
“Ti ho vista che mangiavi il pinzimonio
Assieme a quel tuo amico in osteria
È stato il giorno dopo il matrimonio
Mentre tornavo dalla ferrovia.”
Mi ripetevo i versi della poesia, scoperti sulla rivista letteraria on-line. Il poeta si firmava con uno pseudonimo vagamento greco “Leopis”, Leonardo Pisicchio, come lo avevo facilmente decrittato, avendone riconosciuto lo stile, lo stesso incipit di un’altra poesia: “Ti ho vista che dormivi in ascensore”. La musa era Astrid, se ben ricordavo. Stavo aspettando che Elena uscisse dalla banca, dove era entrata per un’operazione allo sportello. Ero in piedi, a lato dell’edicola dei giornali, da dove avevo seguito la scenetta del bolide rosso, parcheggiato alla barbara, in via Baldovinetti.
E di quale matrimonio si trattava? Non certo di quello tra Astrid e Leopis. Vi pare possibile che il poeta veda la moglie assieme ad un amico in osteria, mentre mangia o meglio assaggia il pinzimonio, proprio il giorno dopo il matrimonio? Tutto è possibile, certo! Magari avevano dovuto rinviare il viaggio di nozze, per motivi legati alle loro attività professionali. Quindi, dopo il rito e la festa, il giorno seguente, erano ritornati ognuno per proprio conto ai rispettivi posti di lavoro. Per la pausa pranzo, lei era andata con un collega in qualche tavola calda, che il poeta forse per esigenza di rima aveva trasformato in osteria. O no, con quel termine, appositamente scelto, forse Leopis intendeva manifestare tutta la sua indignazione per il comportamento di Astrid, sorpresa con quel suo amico in una bettola, accanto alla stazione ferroviaria, indipendentemente dal matrimonio, non si sa bene da chi contratto. È gelosia quella del poeta o collera? O forse è innamoramento? “In quegli anni, ti ricordi, Astrid?” recitava più avanti, con accento di nostalgia. Sorridevo fra me e ho sentito un viso che sfiorava il mio. Mi sono voltato e ho visto Elena che ritraeva il suo viso con espressione divertita. “Mi sembrava che stessi ridendo” ha detto.
Siamo andati a sederci a un tavolino del caffè lì accanto. Lei era come presa dai suoi pensieri, ogni tanto si toccava l’anello, una fedina, che io le avevo regalato. “Allora dobbiamo decidere?” Ho detto. “Che cosa?” mi ha domandato vivamente interessata a quello che stavo per dire. “La data delle nozze,” ho detto. È saltata su dalla sedia, di slancio mi ha abbracciato e baciato e subito dopo si è ricomposta, ritornando a sedersi dalla parte sua. Ero un po’ in imbarazzo e ho continuato a guardare in avanti sulla strada, per vedere se i passanti che passavano ci avessero segnato a dito, anche se quel bacio improvviso non era avvenuto contro le porte della notte (“contre le portes de la nuit”) essendo mattina avanzata, quasi l’ora dell’aperitivo. “I ragazzi che si amano” … io sono più vicino ai quaranta che ai trenta, Elena ha cinque anni e mezzo meno di me… “ma i ragazzi che si amano non ci sono per nessuno… sono altrove… nell'abbagliante splendore del loro primo amore.” Era il caso mio e di Elena?
Quando ci siamo alzati e siamo andati via, lei mi ha preso felice sotto il braccio, con la stessa gioiosa mossa della donna che aveva l’amico con la “Ferrari”.
A casa, dopo pranzo, sono sceso nel parco, nel silenzio dell’ora pomeridiana, il sole filtrava attraverso il fogliame dei rami, sono rimasto così a guardare quelle schegge abbaglianti di luce. “Ci vediamo domani,” mi aveva detto Elena, scendendo dalla macchina, quando l’avevo accompagnata sotto casa sua. Aspettavo il giorno dopo nell’immobilità e nella quiete luminosa di quel pomeriggio.
All’indomani ero lì, seduto al caffè di via Baldovinetti del giorno prima, in attesa di una sua chiamata. Avevo telefonato tre volte, ma non aveva risposto, probabilmente aveva da fare. O forse era offesa, perché non l’avevo richiamata nel pomeriggio o in serata? Ma no! In verità, ci avevo pensato, ma ero stato trattenuto dal desiderio cosciente di volerla immediatamente vedere, invece di parlare. Non avevamo molto altro da dirci, era tempo di agire. Sorrisi tra me. Fissavo il cartellone pubblicitario di fronte, ma non mettevo a fuoco l’immagine. Infine, mi riscossi, avrei provato a chiamare di nuovo, presi il telefonino, che in quel momento cominciò a squillare, quasi aspettasse solo quel mio gesto di contatto. “Sono Elena Zurlo,” disse la voce di Elena. “Com’è? Ti riconosco, sai?” dissi d’istinto, in tono scherzoso; ma il silenzio che seguì al mio interrogativo mi confermò un sottile senso subconscio d’incertezza suggerito dal suo accento serio. “Elena!” dissi. Non rispose. Io insistetti, pronunciando il suo nome. “È stata una disgrazia!” disse con tono grave, profondo, una voce che non riconoscevo. “Dove sei?” domandai inquieto. Non rispose. “Elena!” Seguì un silenzio e dopo un po’ di tempo il segnale della comunicazione interrotta. Tutto intorno a me divenne improvvisamente grigio e scuro.
ella comunicazione interrotta. Tutto intorno a me divenne improvvisamente grigio e scuro.
2.Una combinazione del pensiero
Rivedo le lastre di ghiaccio alla deriva nelle gelide acque della Neva e mi raggiunge il ricordo di Elena Zurlo, divenuta oggi una combinazione del pensiero. È come se tutta la vita con lei non vissuta formasse un vuoto ideale attorno alla sua figura, dando risalto alla solitudine della sua immagine.
In quel tempo feci un sogno in bianco e nero, nella desolazione di una vallata spoglia, tra cumuli di cenere, soltanto un’anatra si spostava con lenti passi palmipedi ai bordi di una pozzanghera. “Aspettami là che presto ti raggiungerò in quella valle vuota”. Mi sono svegliato suggestionato da queste parole, che ricalcavano quelle simili, poste come epigrafe a un racconto funerario di Edgar Allan Poe, tratte da una lirica di Henry King, vescovo di Chichester, scritta per le esequie della moglie defunta.
“Dormi amor mio nel tuo freddo letto
e nessuno ti disturbi!
La mia ultima buonanotte! Non ti sveglierai
finché la tua stessa sorte non avrò anch’io raggiunta,
finché l’età, la malattia o il dolore
non avranno congiunto il mio corpo a quella polvere
da lui tanto amata; e avranno colmato la stanza
che il mio cuore conserva nella vuota tua tomba.
Aspettami là; io non mancherò
di raggiungerti in quella valle vuota.
E non preoccuparti del mio ritardo;
sono già sulla strada,
e ti seguo con tutta la rapidità
che desiderio e dolore suscitano in me.”
Era il vuoto lasciato da Elena Zurlo, la sua scomparsa repentina dalla mia vita suscitava quel lutto improprio nella mia anima. Avevo lasciato alle mie spalle tutte le scene del mondo, perdendo la vita del giorno. Camminavo su quale strada? In quale “sublime” (sub-limen) nulla del grande infinito spazio? Nel gelo del nord, il freddo dello spirito.
Poi cominciai a ritrovarmi e fu come un risveglio. Accadde un giorno, nella sala da pranzo dell’aeroporto di una città del Veneto, non ricordo bene se Venezia o Treviso. Un uomo grasso sulla cinquantina, stempiato, con gli occhiali, l’espressione ridente, stava seduto al tavolino ad ascoltare un giovane filosofo seduto sulla sedia accanto a lui, che con leggero ghigno gli domandò: “Lo sapevi che era morto di colera?” L’altro si scostò e lo guardò: “Chi?” interrogò, l’espressione seria, anche se caratterialmente atteggiata al riso. “Hegel, nella sua Berlino, correva l’anno 1831, era il 14 novembre.” L’uomo grasso dall’espressione ridente scoppiò a ridere, una risata sincera. Rise anche il giovane filosofo, seppure in maniera più composta, soddisfatto della sua battuta, che comunque non era stata buttata lì a caso. Anche a me venne da sorridere, era come un risveglio. Il giovane filosofo continuò: “Nel 1967, accadde oggi anche un altro evento di rilievo, che ti riguarda da vicino, ingegnere, voglio dirti può interessarti.” L’ingegnere assunse un’aria attenta, l’espressione tipica di apparente riso: “Quale?” domandò. “In California, uno sconosciuto ingegnere fisico californiano, Theodore Harold Maiman, brevettò il primo LASER, a conclusione dei suoi esperimenti sull’amplificazione della luce mediante emissione stimolata di radiazioni, seguendo la teoria sviluppata cinquant’anni prima da Einstein.” L’ingegnere sorrise ironico.
Mi sono alzato dal tavolino accanto, e attraversata la sala, sono andato alla tavola calda. Alla cassa c’era sempre la stessa ragazza grassottella, a cui avevo fatto la prima ordinazione. Chiesi un altro trancio di pizza e un’altra birra, avevo l’aria distesa. A differenza della prima volta, invece di rispondere in perfetto italiano, cominciò a parlare tra sé in dialetto, credo calabrese, servendomi la seconda porzione. Avevo un po’ capito quello che lei aveva detto, traducendolo a modo mio: “Se mi avessi ascoltato la prima volta, quando avevo proposto un menù maggiorato, adesso avresti risparmiato.” Sorrisi con gratitudine, mi rispose con un sorriso professionale, pieno di tutti gli enigmi, che hanno tutti i sorrisi femminili rivolti ad un uomo. Mentre riattraversavo la sala, diretto allo stesso tavolino, quello vicino al filosofo e all’ingegnere, si accostarono due giovani che camminavano nella mia stessa direzione. Per evitare l’impaccio di una collisione rallentai, andavano proprio dove andavo io. Vidi che si erano fermati in piedi davanti ai commensali miei vicini d’occasione. Approfittai, per riprendere il mio posto e continuare a mangiare, sempre prestando attenzione a loro, m’interessava di nuovo il mondo, il prossimo ossia coloro che ci sono vicini, quelli che io avevo ignorato nel mio lungo viaggio verso un luogo indistinto e lontano, dove si smarriva e sbiadiva una figura di sogno. La ragazza stringeva l’involto con la pizza sbocconcellata nella mano sinistra, il giovane stava più indietro a mani vuote. “Papà, io sto con Franco,” disse la figlia e accennò all’amico. L’uomo s’irrigidì e lanciò un’occhiata al giovane, poi si voltò a destra dall’altra parte, quindi guardò la figlia, appoggiando le mani ai braccioli della sedia. “Va bene, noi andiamo, ciao, papà.” Il giovane gli indirizzò un timido cenno di saluto col capo, poi i due ragazzi si allontanarono insieme. Il padre si alzò, si guardò intorno, poi tornò a sedersi e fissò un punto indistinto davanti a sé. L’ufficializzazione dei rapporti tra i due ragazzi lo aveva colto impreparato, si sentiva responsabilizzato a fare qualcosa, programmare spese impreviste, forse. Il giovane filosofo lo guardava con aria di attesa, aveva alzato una mano, un gesto rimasto a mezz’aria, quasi a registrare un accaduto per lui banale. Ho definito il giovane un filosofo, perché era un volto televisivo conosciuto, un professore che aveva pubblicato diverse monografie e studi. Si definiva un hegeliano di sinistra e spiegava che la sua corrente, quella di Feurbach, Marx e Stirner, tanto per intenderci, si era disfatta dell’intrusione teologica nella metafisica hegeliana, attenendosi soltanto all’errare infinito del pensiero finito, un pensiero che si dà nel tempo come produzione di realtà sociale, economica, tecnica, come dire il materialismo storico. Guardavo l’ingegnere, l’aria smarrita, quando i due al tavolino si alzarono, sostarono un attimo in piedi, poi andarono via.
Il giorno successivo alla telefonata di Elena Zurlo, quella del 14 novembre, mi recai automaticamente sotto casa sua e le citofonai. Ero leggermente stordito, perché non avevo dormito tutta la notte, stavo lì imbambolato, aspettando non so che cosa. Un uomo uscì dal portone, mi trattenni a stento dal chiedere se conoscesse Elena. Sapevo dove lavorava, una società privata, che riceveva commissioni dall’Istituto di Statistica, decisi però di non andarvi quella mattina stessa. Una settimana dopo, ero all’ingresso della porta a vetri. Suonai il campanello, vedevo l’impiegata che premette il bottone e il vetro si mosse aprendomi il passaggio. Chiesi di Elena Zurlo. “Aspetti” disse lei, indicandomi un divanetto rosso. Rimasi in piedi ad aspettare, mentre la ragazza s’inoltrò nel corridoio. Poco dopo apparve un uomo sulla quarantina, alto, i capelli ricci biondastri, la pancia del sedentario. Mi squadrò. “Sono un amico di Elena,” dissi. “Ah!” Rimasi in silenzio. “La signora Zurlo si è assentata una settimana fa, non abbiamo avuto notizie da lei, ma sappiamo della disgrazia.” Ecco, la disgrazia! L’uomo, il direttore di quella società, poteva illuminarmi. Continuava ad osservarmi, non era possibile che io, l’amico di Elena, non sapessi. Ero sulle spine. “La notizia era in cronaca su tutti i giornali” disse. Non risposi. “Per legge, ha diritto a un congedo di trenta giorni, lutto familiare.” Non sapevo che cosa dire, quindi non insistetti. “Mi scusi, non volevo disturbarvi.” L’uomo mi guardò, sottovalutavo il suo grado di comprensione umana: “Vogliamo esprimere ad Elena il nostro cordoglio, a nome mio e di tutti i colleghi.” Dissi: “Sì, senz’altro.” Mi diede una forte stretta di mano, ringraziai e uscii.
Sapevo che a Roma, lei viveva da sola, una sorella in Svizzera, alcuni cugini sparsi in Italia e altrove, i genitori defunti. Andai a scorrere le cronache on-line dei giornali con la data successiva alla scomparsa di Elena. Trovai un incidente stradale con la morte di due anziani coniugi, alcuni casi giudiziari datati in precedenza e il ritrovamento di un giovane morto per un colpo d’arma da fuoco, apparentemente un suicidio, in una stanza d’albergo di una località turistica del litorale laziale, Sabaudia. Si chiamava Stefano Principe, un diciottenne. Si vedeva la fotografia del viso di un adolescente con gli occhiali, una foto tessera. Sul posto era sopraggiunta la madre, a fatica erano riusciti a staccarla dalla salma del figlio. “Elena Zurlo”, il dolore della sua voce, mi aveva rivelato l’altra sua identità, la penombra della sua vita, divenuta tragico incubo. Non l’ho più vista né saputo più nulla di lei. Mi è rimasta soltanto un’immagine e un nome, un’ ultima combinazione del pensiero.
“O God, I could bounded in a nutshell and count myself a King of infinite space, were it not that I have bad dreams.”
“Signore! potrei vivere nel guscio di una noce e credermi Re di uno spazio infinito, se non fosse per certi cattivi sogni.”
IL SERVO FUGGITIVO
“Lo sfuggente Mercurio, che sempre si sottrae alla presa, è un vero truffatore e spinge l’alchimista alla disperazione.” Jung, “La simbolica dello spirito”.
1. Nel viale poco illuminato
L’altra sera, dopo cena, ho preso i sacchetti dell’immondizia, quelli verdi forniti dal Comune per la differenziata, con i rifiuti regolarmente divisi tra organico, plastica, non riciclabile, carta e vetro, e sono sceso sotto casa, per depositarli negli appositi contenitori dell’isola ecologica condominiale e fare due passi nel parco. Dopo avere svuotato i rifiuti, ho lasciato i sacchetti vuoti lì accanto e mi sono mosso verso il parco vicino, ho attraversato il cancello aperto e sono sceso lungo il vialetto di destra. Il parco è semibuio, perché scarsamente illuminato dalle luci dei condominii che si affacciano intorno, tranne quelle zone d’ombra situate a ridosso del più ampio Parco dell’Appia Antica con cui confina. Sul piccolo piazzale dove ci sono le altalene e gli scivoli per i bambini, la zona è illuminata da alcuni lampioncini. Sono arrivato lì e poi ho proseguito un po’ nell’ombra, dove avevo convocato due miei fantasmi, che sarebbe meglio definire due personaggi dei miei racconti, due figure della mia fantasia letteraria. I miei lettori (che bello avere dei lettori!) sanno già di chi sto parlando. Si tratta di Traseo Nera e Decio Livio, due personaggi cangianti, come cangiante è lo scorrere della vita nella realtà, ma costanti nei loro caratteri, come è costante nei suoi caratteri la vita. Ma la vita, noi ci domandiamo, è costante o non è invece incostante? Rimando la soluzione di questo quesito ad un altro racconto sull’irregolarità del tempo, ora voglio concentrarmi sul racconto di quel convegno nel buio della sera avanzata con le due parvenze di realtà, create dalla mia fantasia. Ero fermo nel piazzaletto illuminato delle altalene, e allora, per favorire l’apparizione delle mie ombre, che nella luce si dissolvono, sono avanzato nell’ombra un po’ più avanti, una penombra, perché il riflesso vicino della luce rendeva ancora possibile distinguere le sagome degli alberi, del prato d’intorno e del vialetto di ghiaia su cui sostavo.
“Eccoci, padrone!” ha detto Ladislavo. Era Decio Livio, alla sua sinistra un Traseo Nera che non era Traseo Nera. E allora se non era Traseo, quello lì chi era? Poi mi sono riavuto subito e ho detto: “Come?”, guardando Decio Ladislavo, ma tenendo d’occhio lo pseudo Traseo Nera, la cui figura un po’ più mi preoccupava, non avendone ancora stabilito bene l’identità. Ero abbastanza sconcertato, avevo evocato i miei due fantasmi letterari ed ora quelle due apparizioni, nell’ombra a mala pena illuminata del parco buio, non rispondevano alle mie aspettative. Ma quali erano le mie aspettative? Volevo confidare loro, ai miei due vecchi amici, anche se fra me e loro c’è un rapporto naturale di sudditanza, per cui tra noi non c’è una vera e propria parità, appartenendo noi a due diversi piani della realtà, io a quella che noi esseri normali consideriamo la realtà vera, loro a quella fantastica, sempre secondo il pensiero di noi normali, volevo confidare loro, dicevo, della sparizione di un post dal mio Blog. Ladislavo mi guardava, ed io riflettevo sulla sua strana battuta: “Eccoci, padrone!”. Ero sconcertato. Che cosa significava quel vocativo: “padrone!” Non sono mica Aladino, che sfrega la lampada e vengono fuori due geni, non uno! In verità il genio era Ladislavo, l’altro appariva come un suo sodale, un subordinato, ma anche un estraneo.
Ma chiariamo l’identità di Ladislavo. Avevo detto prima che i miei due personaggi erano cangianti, come cangiante è lo scorrere della vita nella realtà, ed in questo senso Decio Livio, pur rimanendo Decio, diventava Ladislavo. Ma per coloro che non ricordano questo mio personaggio, richiamo un mio racconto di qualche anno fa, che pure avevo riproposto recentemente: “Vestito di grigio flanella”. Sono andato a ripescarlo nell’archivio del computer, ma purtroppo il file era danneggiato in alcuni simboli matematici e nelle parole con alfabeto greco. Ho cercato di restaurare quelle parti, che poi non incidono sul racconto, la narrazione scorre egualmente, per chi vuole ripercorrerne il corso. Al nuotatore che voglia avventurarsi in quella corrente, consiglio di aggirare gli scogli appena vede simboli matematici, è quello che faccio anch’io quando m’imbatto in disquisizioni matematiche ricche di formule, simboli e calcoli. Comunque, onore al nuotatore o nuotatrice, a cui conferisco una medaglia d’oro virtuale al coraggio e su questo argomento basta quanto detto. È quest’ultima una formula usata da Aristotele, quando è stufo di ragionare ancora su un argomento su cui ha detto fin troppo. In definitiva, il Decio Livio da me convocato era Ladislavo non però nei panni di Ladislavo, comunque una letta di “Vestito di grigio flanella” va fatta, per comprendere meglio codesto personaggio, di cui qui riporto il ritratto: “Quando mio cugino aprì la porta, si rivelò l’inaspettata scena dell’apparizione, la chiamo così, di un vero ospite improbabile. Era questi un uomo sulla quarantina d’anni d’età, i capelli biondi pettinati con la scriminatura a destra ed il ciuffo rialzato sulla sinistra della fronte, vestito con un abito di flanella grigio chiaro, camicia bianca, cravatta grigio perla, scarpe di camoscio chiare, almeno così mi parve di notare quest’ultimo particolare.”
Ma i geni usciti dalla lampada di Aladino non erano due, perché mentre tacevo di fronte a quella situazione inaspettata, Decio Livio che è Ladislavo, e Traseo Nera che non è Traseo Nera, sentii una voce alle mie spalle: “Uno, due e tre, il quarto dov’è?” Mi voltai sorpreso al tono familiare di quella voce e lo riconobbi immediatamente: era l’Incurvato. Non si tratta di una figura dei tarocchi, era uno dei fantasmi, che assieme ad una massa di altre ombre, mi assediò davanti all’Église Notre-Dame du Sablon sulla Rue de la Régence di Bruxelles, tempo fa, ai tempi di Giano Prodigo. Riporto qui l’episodio, come lo raccontai allora: “Ed io restai abbandonato nelle ombre della sera, nel silenzio solitario della Karmelienstraat. Quindi, mi ritrovai a scendere la scalinata, dopo essere passato al buio sotto l’arco, raggiungendo i giardini della Kleine Zavel (le petit Sablon), il cuore angosciato e sgomento. A sorpresa, nel silenzio della sera, risuonò un tocco di campana: era l’invito al ritiro e alla preghiera dell’Église Notre Dame du Sablon. Cedetti ad un sentimento di pietà, il senso di commozione suscitato dalla collerica implorazione della grande fraternità, e divenni così preda dell’assalto da parte di un’onda mormorante di fantasmi. A stento distinguevo sbiadite figure, dai tratti perversi, come il veterano o l’occhialuto ambiguo, l’incurvato e il compare, la donna della collegiata, il beffardo iettatore e il buffone grottesco, la dama soluta e le rosine e i santi d’oro, ed assieme a questa piccola folla dalle sembianze cangianti e che rivelavano a tratti profili inquietanti e sconosciuti, schiere e file di ombre che si serravano, ammassandosi e stringendomi davanti alla facciata dell’Église Notre Dame du Sablon, sulla rue de la Régence, l’assedio di fantasmi, di soffocati sussurri di defunti, che si rinnovava nell’umidità della sera, come in un delirio. Non so come, forse il tocco di campana riecheggiante nel silenzio della realtà, che ricomprese e dissolse in una parentesi illusoria l’evanescente massa mormorante delle parvenze, m’incamminai sulla Régence lucida di pioggia, in direzione della Place Poelaert, sovrastata dalla sagoma scura del Palais de Justice.”
In verità, questo delirante assedio di fantasmi fu vissuto da Aristarco, il principe degli ottimi, stante il racconto che ne fa Traseo Nera a Decio Livio nel mimo scritto da me tempo fa, il tempo di Giano Prodigo. Ma chiunque capisce che tutti questi personaggi sono creature della mia fantasia, maschere che celano il mio volto. Mi pare ovvio, no? E invece no, no e no! E ripeto, battendo istericamente il piede destro a terra ogni volta con la negazione: no, no e no! Capito? No, no, e no! Beh, adesso basta! Come no?
Io, nei miei personaggi, sono il dio straziato, quello che sopporta tutti i dolori, e pertanto il dolore del grande Aristarco di quella sera davanti all’Église Notre Dame du Sablon è il mio dolore, ma nella situazione concreta chi sopporta il dolore è Aristarco. Infatti, Traseo Nera, che riferisce dell’episodio, dice all’amico: “- A questo punto, Livio, il grande Aristarco ebbe un sussulto, come se qualcosa fosse di colpo traboccato dal suo cuore. Che accadeva?” E quel buffone di Decio Livio, insensibile al dolore altrui: “- Io resto silenzioso, Nera, ad ascoltarti, immobile, come un felino sorpreso nel buio della notte dalla bianca luce della luna.” Si diverte. E Nera: “Di nuovo le tue poetiche immagini, Livio, ispirate a menti sognatrici. Che accadeva, dunque, al sapiente Aristarco? Rialzò il capo, che aveva chinato e guardando davanti a sé, l’espressione incrinata come dall’ombra di un dolore, egli riprese il suo racconto: “E poi li ho visti, fermi, in piedi, sotto la pioggerellina fine, ed avvertii una stretta al cuore. Ho riconosciuto, io, ormai, adulto, gli affetti più cari della mia infanzia, quelli che mi avevano più di tutti al mondo teneramente amato ed il cui amore mi aveva sempre sorretto negli anni e nei giorni. Come dice il poeta, di cui riportano le suggestive immagini i sapienti professori? “Mi si apre un abisso nell’anima e un soffio freddo dell’ora di Dio mi sfiora il volto livido. Il tempo! Il passato! Ciò che sono stato e non sarò mai più! Ciò che ho avuto, e non riavrò! I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia. Quando li evoco la mia anima si raffredda e io mi sento esiliato dai cuori, solo nella notte di me stesso, piangendo come un mendicante il silenzio sbarrato di tutte le porte.” Che dire? “- Chi, dunque, il poeta, Nera? - Fernando Pessoa. - Ah!” Quindi il dolore è mio, di Pessoa e di chi altro s’immedesima nella situazione, ma soprattutto è di Aristarco. Se non vi fosse il dolore di Aristarco, come potrebbe giungere l’insensibilità di Decio Livio di fronte al dolore altrui? Spiegheremo meglio in seguito questo concetto, che riguarda la psicologia del profondo, di cui peraltro stiamo trattando, ora, in questa mia narrazione, come presto emergerà.
L’Incurvato, così detto, perché dopo le sue battute abbassa la testa di lato e curva le spalle, per non farsi sorprendere dalla reazione di quelli a cui le ha indirizzate, essendo spesso velenose le sue battute, adesso rideva. Che cosa aveva detto di male? Nulla. Infatti, continuò a fissarmi, ridendo, senza curvarsi né fare l’atto di curvarsi.
Io mi rabbuiai improvvisamente, come colsi nell’espressione leggermente smarrita dell’Incurvato, che non capiva il motivo della mia contrarietà. Allargai a metà le braccia, come a trattenere una reazione delle mie tre ombre e mi spostai di alcuni passi nel prato, dov’era più scuro, seguito da loro. Restai un attimo in attesa e poi sentii lo scalpiccio sempre più distinto. Quindi si profilò l’ombra di un uomo, un vecchio, sicuramente oltre i sessanta, di circa settant’anni direi e forse più. Il vecchio si fermò dov’ero poco prima, diede uno sguardo distratto nell’oscurità dalla nostra parte, dalla mia parte, dico, se non vogliamo dare consistenza di figura visibile ai miei fantasmi, poi il vecchio guardò in alto verso le finestre illuminate dell’ultimo piano dell’edificio condominiale dove abito. Restò ancora a guardare, quindi distolse lo sguardo, si voltò dalla mia parte e mi sembrò che ghignasse, ma forse fu una mia impressione, quindi se ne andò. Un po’ dopo uscimmo dall’oscurità e ci spostammo di nuovo nella zona un po’ più illuminata. L’Incurvato guardava con evidente tensione nella direzione dove il vecchio inopportuno si era allontanato, Decio Ladislavo mi diede un’occhiata, anche lui con l’aria tesa, quindi anche lui guardò nella direzione in cui guardava l’Incurvato. Lo pseudo Traseo Nera invece mi fissava con aria irridente, forse era un complice del vecchio inopportuno. Allora dissi: “Beh, ragazzi, adesso andiamocene.” Ora anche Decio Ladislavo mi guardava, come ridendo a denti stretti, e così anche l’Incurvato. Era come se avessi perso il mio potere sui miei tre fantasmi, per quella visita, inopportuna e molesta, quasi fosse la figura del vecchio una potenza che mi soverchiava, per cui perdevo carisma e autorità nei loro confronti. Mi avviai su per il viale verso l’uscita del parco, lasciando i fantasmi alle mie spalle. Capivo di stare ripercorrendo le tracce di quel molesto visitatore, che aveva interrotto la nostra piacevole riunione, mi sentivo vecchio come lui, io, io che avevo… quanti anni? Tanti. Tanti quanti? Quanti il vecchio.
2. In casa, davanti al computer
Poco dopo, ero di nuovo seduto davanti allo schermo del mio computer e fissavo il mio blog. Il post era ricomparso, ma prima di specificare i particolari di questa sparizione e successiva riapparizione, abbastanza inspiegabile, vorrei riferire del dubbio che in quell’occasione mi colse. Mi ricordai dei sacchetti verdi della raccolta differenziata che avevo lasciato davanti all’isola ecologica condominiale e mi rialzai, per scendere di nuovo giù a riprenderli. Prima di andare alla porta, passai però in cucina a dare un’occhiata: i sacchetti verdi erano là, indubitabilmente, con le loro scritte bianche in stampatello: carta, vetro, plastica, organico, non riciclabile. Mi concentrai sul fatto che i rifiuti in plastica vanno assieme al metallo, ma capii che scantonavo. Chi aveva riportato su i sacchetti? Io. E quando? Poco fa. Ero incantato nei pensieri sull’occorso nel viale poco illuminato del parco, risalendo verso casa, e automaticamente, in maniera irriflessa, avevo ripreso i sacchetti verdi, deponendoli quindi al loro posto, e poi ero ritornato al computer. E il post? Idem con patate, forma colloquiale che sta per: “Lo stesso come già detto poc'anzi”. Ma era necessario specificarlo? Che cosa? Che idem con patate significa etc. Sì, anzi no, non lo so.
Ecco, penso di avere guadagnato le tre alternative, che possono opporsi all’affacciarsi di un dubbio. Allora, ero veramente sceso poco fa a convocare i fantasmi ed era veramente accaduto quello che ho raccontato? La risposta “non so” non esclude né la prima né la seconda alternativa. Quindi, eliminiamola, manifesta solo reticenza di fronte ai legittimi dubbi della ragione. Se era vero, era tutto abbastanza fantastico e inverosimile, almeno come raccontato. Se era falso, o avevo immaginato il tutto stando seduto davanti al computer o effettivamente ero sceso giù nel parco, per controllare se il filo dell’antenna parabolica sul terrazzo, sopra le finestre illuminate della mia abitazione, non fosse fuori posto, a causa del vento. Ogni tanto, durante un programma televisivo, l’immagine scompare e appare l’avviso: “Nessun segnale dalla parabola”. E poi mi ero inventato la storiella dei fantasmi, il gusto di affabulare.
Diciamo che questa è l’ipotesi più plausibile, ma ad essa io vorrei opporre lo stesso interrogativo angoscioso di Guglielmino e della storia degli “ottanta cavalli”. È il figlio adolescente del defunto giardiniere del condominio, che abita con la madre in una delle vicine villette a schiera attorno al parco. Una sera, mentre tornavo verso casa, l’ho incrociato sulla strada, affannato veniva di corsa dal parco. Nel vedermi si è fermato e notando il mio sguardo interrogativo, ha detto, indicando il buio dietro di lui: “C’erano ottanta cavalli, poco fa, che correvano all’impazzata nel parco”. “Ma come è possibile?” ho risposto, bonario, nella quiete dell’ora tarda di sera. “Eppure io li ho sentiti!” “Guglielmino, non ci sono ottanta cavalli nel parco!” “Sì, è vero,” ha ammesso il ragazzo. Quindi, dopo un attimo di riflessione, ha posto il dubbio: “Ma, allora, chi faceva tutto quello strepito nel parco?” Ho accompagnato Guglielmino fino alla sua villetta: “Ciao, buona notte.”
Io, poco fa, dopo cena, sono sceso giù a fare due passi: “Post prandium aut stare aut lento pede deambulare”. Nell’occasione, ho portato i rifiuti nell’isola ecologica condominiale, mi sono avventurato per un tratto nel parco, per controllare l’antenna in alto sul terrazzo, poi sono risalito fuori, ho ripreso i sacchetti vuoti, e venuto su a casa, mi sono seduto davanti al computer. Ma, allora, quei quattro fantasmi, che confabulavano tra loro nell’ombra del parco, vicino allo spiazzetto illuminato con gli scivoli e l’altalena, chi erano?
Il post sparito dal mio Blog era quello posto accanto all’immagine della Lupa, una scultura della Grote Markt di Bruxelles: “La palla d'oro. All'indomani della mia morte.
Dialogo su uno strano gioco e sul congedo di un indefinibile alchimista.” Ero riuscito a recuperare il file e l’avevo rimesso a posto. Nel rileggerlo, mi sono soffermato sul secondo paragrafo: “L’alchimista”. Nel commentare il brano della “palla d’oro” di Nietzsche, Jung dice: “Vedete, l’idea più alta insegnata da Zarathustra è che il superuomo è identico a una palla, e la palla è il globo, la rotondità perfetta che esprime l’uomo primordiale, l’uomo che era prima di venire smembrato, fatto a pezzi o separato, prima di diventare due entità separate… l’idea del superuomo è un’idea mistica estremamente antica che ricompare sempre di nuovo nel corso dei secoli… - Che cos’è Nietzsche, dopo tutto? Non è che il ripresentarsi di uno di quei vecchi alchimisti: Nietzsche è un prosecutore della filosofia alchimistica del Medioevo.” A suo tempo, avevo chiuso là il discorso e concluso il mimo con un po’ di autoironia. Non mi sembrava la sede opportuna, per commentare e spiegare Jung, anche perché allora non avevo ancora approfondito il suo pensiero sull’alchimia.
Ora, colgo l’occasione per parlarne, vista che l’occasione è per me ancora possibile, in quanto non siamo ancora all’indomani della mia morte, ovviamente mentre scrivo, “non certo” quando queste righe verranno lette, nel senso che l’incertezza riguarda le eventuali future letture di queste righe. Bon! Spiegherò dopo il titolo: “All’indomani della mia morte”, ora parliamo di Jung, anzi lasciamolo parlare.
“Il dio dai mille mutamenti e raggiri non è morto, né col tramonto dell’età antica né in seguito, ma è sopravvissuto travestito in strane fogge, per molti secoli fino all’età moderna, e con le sue arti ingannevoli e i suoi doni salutari non ha dato tregua allo spirito dell’uomo.” È l’incipit di “Der Geist Mercurius”, Conferenza di Ascona del 1942.
Quindi, Jung riporta il sunto di una favola dei fratelli Grimm: “Lo spirito nella bottiglia”, che io qui riduco ancora al minimo: “Un contadino non può più mantenere agli studi il figlio, allora per fare un po’ di soldi, va a tagliare legna nel bosco, accompagnato dal giovane. Mentre lavorano, vicino alle radici di un albero sentono una vocina, il giovane scava e sotto terra scopre una bottiglia, l’alza e contro luce vede un ranuncolo, che si agita nella bottiglia e implora: “Liberami! Liberami!” Solleva il tappo e fuoriesce uno spirito che s’ingigantisce e diventa un mostro orrendo alto come l’albero, che grida: “Ti devo rompere l’osso del collo.” Al giovane spaventato, per questa sorte, urla: “Credi forse che io sia stato rinchiuso tanto tempo per grazia? No, era per punizione. Io sono il potentissimo Mercurio; a chi mi libera, devo rompergli il collo.” Il giovane chiede una prova per sapere se è vero. Lo spirito rientra nella bottiglia e il giovane subito la chiude con il tappo. Lo spirito implora di essere nuovamente liberato e promette che in compenso lo farà diventare ricco. Il giovane prova, lo spirito esce e gli dà uno pezzo di stoffa, che da una parte cura le ferite e dall’altro muta il metallo in argento. Il giovane diventa ricco e può tornare agli studi, s’iscrive all’università, diventa dottore e guarisce tutti con il pezzetto di stoffa.”
Jung interpreta la favola in chiave alchemica. L’essenza mercuriale, ossia il principium individuationis, tende a svilupparsi liberamente in circostanze naturali. Il principio viene ripreso dalla filosofia di Schopenhauer, per il quale Il mondo non è altro che la rappresentazione differenziata di una stessa unica Volontà di vivere (Wille zum leben). Oggetto di rappresentazione, la Volontà si manifesta illusoriamente (Velo di Maya) attraverso gli individui, apparentemente differenziati e irrimediabilmente separati l'uno dall'altro. Il principio d’individuazione, per Jung, è il processo, in base a cui la persona diventa sé stessa, un essere unico e differenziato dalla psiche collettiva e inconscia. Questo sviluppo viene privato della sua libertà da una violenza esterna intenzionale, che lo imprigiona con un artificio, confinandolo come spirito maligno. Infatti, commenta Jung, soltanto gli spiriti maligni vengono confinati! Il proposito omicida rivela la malvagità dello spirito. Risulta quindi meritoria l’opera compiuta dal maestro alchimista d’imprigionare il principium individuationis, seppellendo il male naturale alle “radici” dell’albero, cioè sotto terra, come dire nel corpo, nella materia. In quest’opera l’alchimista imita il Creatore. La semplice istintualità e l’ingenua inconsapevolezza dell’essere naturale, non turbata dalla coscienza, quando viene interrotta nel suo libero sviluppo, rivela la distinzione del bene e del male e quindi la scienza morale e la colpa. Per gli alchimisti, la bottiglia, il vas hermeticum, chiusa “ermeticamente” con il sigillo di Ermete, doveva essere un vitrum, possibilmente rotondo, simbolo dell’universo, in cui la terra venne creata. Storicamente, lo spirito cattivo imprigionato era il dio pagano, confinato con l’avvento del Cristianesimo.
Queste spiegazioni di Jung vanno interpretate alla luce del suo pensiero che riteneva la persona come l’insieme sia del bene che del male, la sua parte oscura quest’ultima, l’Ombra. E nei suoi studi su psicologia e religione, discute il simbolo della quaternità, che nell’inconscio dell’uomo areligioso moderno si sovrappone allo schema trinitario. Che cosa aveva detto ridendo l’Incurvato, riproponendo la battuta di Jung, che parafrasa l’incipit del “Timeo” di Platone: “Uno, due, tre, il quarto dov’è?”
La palla d’oro, il globo di vetro alchimistico, indica la completezza dell’uomo, prima di venire smembrato, fatto a pezzi o separato, prima di diventare due entità separate. Ecco perché Jung dice che l’idea di Nietzsche non è altro che il nuovo riproporsi della figura medievale dell’alchimista.
Il servus fugitivus è il fluido mercuriale volatile, con le ali ai piedi, come dice Jung, lo sfuggente Mercurio, che sempre si sottrae alla presa, un vero truffatore che spinge l’alchimista alla disperazione. Se, però, si riesce a trattenerlo nel “vas hermeticum”, allora il selvaggio Mercurio diventa uno spirito servizievole, obbediente, familiaris.
Ed ora illustriamo il titolo: “All’indomani della mia morte.” Io mi presento come un indefinibile alchimista, che prima di lasciare il suolo di questa terra, lancia ai suoi amici la “palla d’oro”, il lascito spirituale di tutto quel materiale psichico disordinato, che costituisce la sua “letteratura” sotterranea. In tale veste, mi raffiguro come un autore postumo, di cui rimane, all’indomani della mia morte, una beffarda eredità.
Resta un ultimo interrogativo, vago e sfuggente, che aleggia nell’aria. Ma la figura di questo alchimista, a ragione definitosi “indefinibile”, non è forse la maschera dietro cui si nasconde il demone dei misteri di tutti i tenebriones?
LA NOTTE PSICHICA
“Finché il sole
risplenderà sulle sciagure umane.”
I Sepolcri, Ugo Foscolo
L’interrogativo retorico e allusivo con cui si chiude il testo del servo fuggitivo fa riferimento al demone dei misteri di tutti i tenebriones. L’espressione è di Jung, e di chi altri poteva essere se non di questo medico psichiatra, che stando a contatto ogni giorno con le anime oscure (quest’ultima espressione è mia) cercava di sondarne il buio profondo del loro inconscio? Appropriandomi del tocco misterico del nome, per farne maschera del mio personaggio di alchimista indefinibile, ponevo l’interrogativo su questa figura tenebrosa e sulle trame oscure ch’egli va tessendo come protagonista occulto. Ed allora seguiamo il filo della trama del racconto, attraverso cui si giunge fino a quest’ultimo interrogativo.
Il “servo fuggitivo” si compone di due parti, la prima come narrazione, la seconda come riflessione. L’inizio descrive un’azione banale della realtà quotidiana, che subito scivola nel fantastico, secondo lo schema stilistico del genere, un fondere la realtà con l’immaginario, una tecnica poetica insuperata nell’arte visionaria di Borges, ma anche di Pessoa ed altri virtuosi della letteratura.
Se nello stile del narrare della prima parte imitavo, o cercavo di farlo, i due poeti e gli altri, nell’andamento discorsivo della seconda parte, il mio intendimento era non solo d’illustrare certi contenuti di “La palla d’oro”, il post del mio Blog, che per errore avevo cancellato e poi ripristinato, ma anche la psicologia dell’inconscio di Jung, in relazione ai suoi studi sull’alchimia. Pretenziosamente, infatti, dicevo: “Spiegheremo meglio in seguito questo concetto, che riguarda la psicologia del profondo, di cui peraltro stiamo trattando, ora, in questa mia narrazione, come presto emergerà.” Era l’aspetto relativo al giudizio morale, che discende dall’ambiguità propria della natura umana, secondo la visione di Jung, alla luce della dottrina alchemica. Dovendo commentare la scissione che il dolore provoca nel cuore degli uomini, in cui si riversa con sentimenti contraddittori, nell’artificio narrativo scindevo la mia natura unica di creatore artistico (chiedo scusa della definizione che mi attribuisco) in due personaggi differenti, in cui si rivela la contraddizione tra bene e male: “Se non vi fosse il dolore di Aristarco, come potrebbe giungere l’insensibilità di Decio Livio di fronte al dolore altrui?” Come vuole Jung, seguendo certe dottrine gnostiche, l’indistinzione del bene e del male ha la sua radice nell’unitarietà del principio.
Ed ecco allora la scissione dell’uomo primordiale, “l’uomo che era prima di venire smembrato, fatto a pezzi o separato, prima di diventare due entità separate… l’idea del superuomo è un’idea mistica estremamente antica che ricompare sempre di nuovo nel corso dei secoli… - Che cos’è Nietzsche, dopo tutto? Non è che il ripresentarsi di uno di quei vecchi alchimisti: Nietzsche è un prosecutore della filosofia alchimistica del Medioevo.”
Senza discutere sulle verità dottrinarie dell’alchimia, consideriamo le conseguenze delle due entità separate dell’uomo, riferendoci alla sua ombra, quella notturna e passionale della notte e cerchiamo di addentrarci nelle buie profondità dell’Inconscio, dove si agita il demone dei misteri di tutti i tenebriones. È lui che muove questa massa oscura, gli “ottanta cavalli” impazziti nella notte del parco di Guglielmino?
Se vogliamo dare espressione alle tenebre del desiderio che possiedono l’uomo, possiamo rifarci a un’immagine da me evocata altrove, quella dell’onda nera della materia, che improvvisa si solleva ad afferrare per il collo, in una stretta mortale senza scampo, lo Spirito della luce disceso nei suoi oscuri fondali, dove rimane avvinto per sempre. È una figurazione che può riproporsi qui, dove la lotta non si svolge più sullo sfondo di scenari in grandezze su scala cosmica, la gigantesca allegoria gnostica che ci racconta l’alba del generarsi dei mondi, ma viene riferita all’individualità spirituale dell’uomo, la sua coscienza lacerata dalla contesa tra il bene e il male. È un conflitto interiore alimentato dalla sorgente di vitalità naturale, che trova espressione nella pienezza della libertà. Succede poi che la libertà, sull’orlo del precipizio, rivolgendo lo sguardo dalla sua altezza infinita al fondo dell’abisso, venga colta da vertigine e finisca per precipitarvi, realizzando la caduta nella materia finita, di cui rimane prigioniera. Ma la vertigine appartiene alla luce del giorno, che sola rende possibile lo sguardo nell’abisso, altrimenti insondabile. Ed è l’apertura solare del giorno che rende visibile il muoversi e l’agire dell’uomo, secondo le sue abitudini e i suoi costumi (mores) di vita, rendendo in tal modo possibile la pronuncia di un giudizio morale sulle sue azioni. Al contrario, il buio della notte nasconde nello spessore delle sue tenebre ogni nero desiderio, in tal guisa indistinto allo sguardo e quindi impossibile da giudicare. È la notte dei sensi priva della luce dell’intelletto a dissolvere tutte le differenze, fondendole nel magma di una massa oscura, l’onda nera impenetrabile della materia.
Nella favola dei fratelli Grimm, lo spirito del genio maligno è sepolto sottoterra, dove si ramificano le radici dell’albero che rappresenta la vita. È solo quando viene liberato, che lo spirito può rivelare, grazie alla impietosa luce del giorno, il suo genio maligno, seppellito fino ad allora nell’oscurità della terra.
La luce impietosa, in cui si rivela la malignità del genio, corrisponde alla grande ora mistica, l’ora del mezzogiorno, in cui secondo la mitologia greca, nel sogno meridiano di Pan, “come un improvviso scoppio di tuono nell’aria incandescente”, ha luogo l’apparizione degli spettri, le Sirene e le Ninfe. È l’ora della febbre che colpisce in pieno giorno, menzionata nel versetto biblico del Salmo 91/6, quella a cui si riferisce Giovanni Cassiano, monaco vissuto a cavallo del IV e V secolo: “I nostri antichi padri la chiamano del “demone meridiano”, del quale parla il salmo nonagesimo”.
Accade allora che i delitti meditati nelle tenebre, “la peste che colpisce a mezzanotte”, secondo l’altro verso del distico biblico, Salmo 91, vengano compiuti “sotto il sole di Satana”. Se la notte cela il mistero, le tenebre del desiderio prendono forma alla luce del giorno. E in verità, i mostri generati dal sonno della ragione possono fare la loro apparizione soltanto di giorno, quando la luce li rende visibili. Ecco perché il più grande cantore delle epiche gesta dell’antichità è Omero, "colui che non vede" (ho mè horôn). Soltanto come visioni poetiche fantastiche, infatti, possiamo prestare lo sguardo agli spettacoli delittuosi della Storia, lo scorrere del sangue, gli assassinii, le guerre. Sono i sepolcri, i monumenti dei giardini di pietra, i viali di palme e cipressi a custodire la memoria poetica: “Un dì vedrete / mendico un cieco errar sotto le vostre / antichissime ombre, e brancolando / penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne / e interrogarle. Gemeranno gli antri / secreti, e tutta [la storia d’Ilio] narrerà la tomba.”
Nella suggestiva successione romantica delle immagini poetiche del Foscolo è alla fine il trionfo di luce ad illuminare la tragica vicenda umana ordita nella sua notte psichica: “Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane.”
L’INCONSCIO NELL’ARTE
Non abbiamo potuto proseguire il nostro percorso nell’officina infernale della notte dei misteri custodita dal demone principe di tutti i tenebriones, perché siamo andati ad immergerci e quindi a fonderci nella massa oscura, l’onda nera della materia (la “selva oscura”), in cui fondendosi la nostra anima (psiche) si è smarrita. Qui il nostro inconscio individuale, immerso nelle acque buie dell’inconscio collettivo, avrebbe dovuto inviarci in forma simbolica il contenuto profondo delle immagini primordiali, gli archetipi junghiani, figurandoli nei nostri sogni. Soltanto così avremmo potuto vedere sfilare in immagini le forme tenebrose dei nostri desideri notturni. Ora, questo viaggio precluso alla mia fantasia psichica ha avuto la possibilità magari (eccome non l’ha avuta!) di essere compiuto da anime più profonde e geniali, grandi artisti che hanno saputo esprimere in pittura o in poesia le immagini dei sogni, i loro incubi e deliri, che appartengono a tutti noi, e ce ne hanno fatto partecipi. E allora come non potremmo riconoscere in “Caron dimonio, con occhi di bragia” il volto di un principe dei tenebrosi? E così per le tante altre infernali immagini dantesche che descrivono i patimenti dei dannati, il giusto contrappasso, che compone insieme il bene e il male. E che dire della “Chevauchée de Faust et de Méphistophélès devant le gibet de Montfaucon”, dipinto ad olio dell’artista Joseph Thierry, custodito nella Biblioteca del Museo dell’Opera di Parigi? Un quadro ispirato ai versi immortali di Goethe: “Nella campagna di notte Faust e Mefistofele al galoppo su cavalli neri”. Il dipinto è conservato nel tempio della musica, perché sogni, incubi e deliri trovano espressione in quell’elemento, il dionisiaco, che muove le passioni sotterranee, risplendenti nella luce apollinea del giorno. Bene lo sapeva Nietzsche autore della sua prima opera giovanile: “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”.
In musica, il poema di Goethe è stato adattato da Hector Berlioz: “La dannazione di Faust”, composizione per coro e orchestra, “una leggenda drammatica”. "Pianure, montagne e valli, la corsa verso l’abisso di Faust e Mefistofele, al galoppo su due cavalli neri". Le battute scambiate tra i due personaggi durante la cavalcata notturna, evocanti le stregonerie, nella musica di Berlioz diventano il momento principale, inventato dal compositore, alla fine del quale l'eroe, dannato, sarà trascinato nell'inferno. Non vengono risparmiati gli effetti: un ritmo sconvolgente delle corde evoca la cavalcata infernale, mescolata a un coro di contadini, i cui inni vengono disturbati dal galoppo dei cavalli. I "mostri orribili", i “grandi uccelli notturni", gli "scheletri danzanti" sono illustrati dalle basse note dei tromboni accompagnate da fagotti, clarinetti, oficleidi e tube. La caduta nell'abisso è seguita da un silenzio ancora più suggestivo, perché preparato da una progressione di tutte le forze dell'orchestra verso il “tutti fortissimo”.
Nella sua “Storia della letteratura italiana”, Francesco De Sanctis ha scritto: “La lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtù. Questa è la base della leggenda del Dottor Faust che vendé l'anima al diavolo, leggenda così popolare al Medio Evo, e resa immortale da Goethe.”
LA PORTA D'AVORIO
“Sunt geminae somni portae; quarum altera fertur
cornea, qua veris facilis datur exitus umbris,
altera candenti perfecta nitens elephanto,
sed falsa ad caelum mittunt insomnia Manes.”
Virgilio, Eneide, VI, 893 ss.
1. Il turbine bianco
Ero seduto sul divano del salotto in ombra e guardavo verso il riquadro scuro della vetrata sul terrazzo, il silenzio della notte interrotto soltanto dal fruscio impercettibile delle luci intermittenti dell’albero di Natale e sulla mia sinistra il grigio lampeggiante dello schermo televisivo. Mi è venuto incontro Carlo De Pasquale, l’atteggiamento di sempre: “Ciao, Silvio,” mi ha detto, sorridente. “Oh, Carlo!” ho esclamato, sorpreso perché non lo vedevo da tempo. “Vieni,” mi ha detto, ed io l’ho seguito sulla pista da sci. Abbiamo preso la seggiovia ed abbiamo iniziato a salire; mentre salivamo sempre più a monte, potevamo osservare giù a valle il nero punteggiare sul bianco di una miriade di sciatori, che sembrava formassero uno sciame di moscerini. “L’umanità,” ha detto De Pasquale, il volto illuminato dal sorriso. Ho guardato in basso quel nero punteggiare ed ho visto salire improvviso ed arrivare fino a me sulla seggiovia come un “turbine” bianco nell’avvolgente forma di una spirale. Ho aperto gli occhi nel buio, il lampeggiare grigio dello schermo televisivo alla mia sinistra, nel silenzio della stanza, interrotto dall’intermittenza delle luci dell’albero di Natale. In maniera automatica, quasi come un sonnambulo, mi sono alzato dal divano, ho attraversato il salotto e salendo i gradini della scala interna della casa, sono andato al piano di sopra nella camera da letto a dormire.
Il dottor De Pasquale è un illustre neurologo altoatesino ed io mi sento molto fiero della sua amicizia. Ero andato in vacanza sulla neve con Vera, mia moglie, e i nostri tre figli Luigi, Giulio e Silvia. Clelia, la collega amica di Vera, ci aveva raccomandato di andare alla pensione “Dolomiti”, tenuta da una Gastwirtin (locandiera) molto affabile, Frau Schreiber. La prima volta ci trovammo molto bene e ritornammo anche l’anno successivo, per la settimana bianca, in verità due settimane. Ormai ero diventato un bravo sciatore ed anche Vera e i bambini, ma quella volta, forse perché non aveva indossato un maglione abbastanza caldo sotto la tuta, il primo giorno, Vera si raffreddò e rimase a letto due giorni con la febbre. Io accompagnavo i bambini sulle piste, dove ci trattenevamo soltanto la mattina, mentre nel pomeriggio rimanevo nella sala soggiorno della pensione, per essere subito d’aiuto a Vera, i piccoli invece, già abbastanza grandicelli per stare insieme da soli, andavano a divertirsi con gli slittini sul ghiaccio o al minigolf o sulla pista di pattinaggio.
Fu in uno di quei pomeriggi che feci conoscenza con il dottor De Pasquale, figlio di Frau Ailke Schreiber e di Felice De Pasquale, ex-nuotatore napoletano, trasferitosi in Alto Adige, dove aveva sposato Ailke, ed era diventato gestore della piscina olimpica di Auronzo di Cadore e maestro di nuoto. Stavo leggendo un libro di Elias Canetti, “Il frutto del fuoco”, quando Vera mi ha mandato un sms sul telefonino, per chiedermi di portarle in camera una bottiglia d’acqua da bere. Al bar c’era la kellerina, e subito mi ha servito l’acqua minerale, che ho portato su in camera da Vera. Poco dopo, quando sono sceso, ho visto il dottor De Pasquale, il giovane che poi ho saputo essere il neurologo di fama, se non proprio nazionale, quanto meno regionale. Era in piedi davanti al tavolinetto, dove avevo posato il libro di Canetti, forse stava leggendo il titolo della copertina. Nel vedermi arrivare, si è spostato leggermente di lato, un atteggiamento quasi di scusa per la sua indiscrezione. “Un premio Nobel,” ho detto sorridendogli, “certo, merita attenzione.” Si è sentito subito a suo agio, per la mia battuta. Allora, incoraggiante, l’ho invitato a sedersi con me, e il giovane ha accettato. “Beviamo qualcosa,” ho detto, “offro io.” Ha fatto un gesto quasi di riprovazione: “Offre la casa, se mi posso permettere,” ha replicato. “Zwei Biere, bitte,” ha detto alla kellerina al banco, facendo il segno due con le dita.
Avevo già notato quel giovane alto e biondo con i capelli ricci, gli occhiali da vista, il corpo massiccio, ma non sapevo ancora che fosse il figlio di Frau Schreiber. Quando Vera si era ammalata, avevo chiesto alla donna se poteva indirizzarmi da un medico, e lei mi aveva assicurato che avrebbe provveduto il figlio in quel momento assente, ma a cui aveva prontamente telefonato. Nel giro di qualche minuto si era presentato un dottore, che aveva prescritto alcune medicine e raccomandato qualche giorno di riposo, per quella influenza passeggera. Vera doveva stare più attenta e coprirsi meglio, perché non stavamo a Roma.
“Stanotte, meno quindici, è il freddo alpino,” mi diceva intanto De Pasquale. “Come sta sua moglie?” Era venuta la kellerina con due grandi boccali di birra sul vassoio, che era riuscita a tenere in equilibrio, un attimo prima, quando per un soffio non si era scontrata con due avventori entrati in quel momento nella piccola hall della pensione. “Achtung bitte!” aveva pronunziato, scansando i due, ed ora, sorridendo, posava le sottocoppe sul tavolino e i due boccali di birra.
“Fortunatamente non è niente di grave,” risposi. “Ero in paese, quando mia madre ha telefonato e ho pregato il collega Stefanon di venire subito.” Ringraziai, lui si schermì e indicò il libro di Canetti. Presto il discorso scivolò sui temi trattati dallo scrittore bulgaro di lingua tedesca, io accennai al problema della psicologia delle masse, prendendo spunto dalla descrizione fatta nel libro che stavo leggendo di una violenta protesta operaia, esplosa la mattina del 15 luglio 1927, a Vienna. I tumulti durarono due giorni e si conclusero con una novantina di morti, mi soffermavo sui particolari illustrati da Canetti, in specie di come il singolo possa essere travolto e sentirsi irretito nella folla. A tal proposito, raccolsi il libro, lo sfogliai e lessi l’affermazione dell’autore, per me illuminante sull’esistenza di un’anima collettiva, la cui volontà trascende quella individuale: “Mi trasformai in un elemento della massa, la massa mi assorbì in sé completamente, non avvertivo in me la benché minima resistenza contro ciò che la massa faceva.” De Pasquale mi ascoltava con attenzione e pazienza, sembrava voler cogliere un’opportunità per un suo commento, che poi intervenne, quando approfittò di una mia pausa. Osservò come anche Robert Musil, in “L’uomo senza qualità”, registra interessanti notazioni sulla psicologia della massa in movimento, quando descrive, nella finzione del romanzo, un corteo di protesta promosso dall’Azione Parallela, che raggiunge il palazzo del conte Leisendorf. Egli parla di un’irrazionale eccitazione che trabocca sommergendo la ragione, un “andare fuori di sé” affine a quegli stati di estasi e trasfigurazione, che non fanno stare più negli abiti e nella pelle, un’azione di massa percepita a un tempo come violenza e liberazione. È una forma contagiosa d’isteria, osservò De Pasquale, che possiamo riscontrare anche nel protagonista, Ulrich, quando affacciato al balcone del palazzo del conte, notando non pochi dimostranti allegri e festosi, scoppia a ridere anche lui, provocando la collera minacciosa di quelli di sotto, che lo avevano scambiato per Leisendorf. A questo punto non potei fare a meno di ridere anch’io, ricordandomi di situazioni simili vissute in manifestazioni di piazza, dove si passa facilmente dalle beffe alla rissa. “Si cambia da un momento all’altro, come il tempo in montagna” commentò De Pasquale. Il discorso si spostò sulla neve e sullo sci, che per noi “romani” costituiva un’evasione dai consueti scenari mediterranei, il sole e il mare e l’estate, che non è la fredda e splendente aria alpina. E qui venne fuori la nostalgia dell’altoatesino, nelle cui vene scorreva sangue napoletano, il ricordo delle vacanze passate dalla nonna, quand’era bambino, la patria del cuore. Intanto, era venuto il momento di andare a vedere e controllare i marmocchi, che si divertivano fuori con gli slittini. Ci lasciammo con l’intesa di ritrovarci sulle piste da sci nei giorni seguenti, ai suoi occhi rappresentavo il trait d’union con i luoghi d’origine di un ramo ancestrale della sua famiglia.
Passò da Roma l’estate successiva. Si annunziò con una telefonata, riconobbi subito la sua voce dal forte accento tedesco, era diretto con la fidanzata americana a Napoli e poi in Sicilia. Si fermò a pranzo, dove si presentò con un grosso involto di un metro circa di lunghezza e una cassetta di vini pregiata. Quando svolgemmo il pacco sul tavolo della cucina, scoprimmo che era uno strudel di grandezza esagerata. De Pasquale dichiarò che si trattava di un regalo, opera della famiglia Schreiber, sua madre e le zie, e illustrò la ricetta: circa cinque chili di mele, due di pasta matta, cento grammi di uva passa, mezzo etto di pinoli, pan grattato saltato nel burro, il tutto riccamente innaffiato di cannella e ricoperto da un leggero velo di zucchero.
A tavola Vera servì un piatto di spaghetti alle vongole sfumate con vino bianco del Sannio, Falanghina. Il piatto ricevette molte lodi dai nostri commensali, suscitando le proteste sincere della cuoca, anche se Nancy osservò che era riuscita ad avvertire quella punta di peperoncino così saggiamente dosato, quasi da non lasciarlo percepire ad un gusto non abituato a quei sapori. La fidanzata di De Pasquale si era soffermata su questo particolare del peperoncino, per rivelare le sue origini calabresi, come si poteva arguire, disse, dal suo cognome, Frangipane. Lei e Carlo si erano conosciuti all’Università di Hartford nel Connecticut: “Poi sono venuta a frequentare un corso di parapendio in Trentino,” disse Nancy e guardò De Pasquale, “ed ora siamo in giro, così posso conoscere l’Italia.” Vera aveva portato in tavola un fritto misto di pesce con spiedini di mazzancolle. “Alla ricerca delle vostre origini,” dissi rivolgendomi a entrambi. “Peccato che io non possa vederla, questa mia terra soltanto raccontata, mi dicono che dalla punta estrema della Calabria, si possono vedere le luci della costa della Sicilia,” disse Nancy. E al mio sguardo interrogativo, aggiunse: “Seguiamo lo stesso itinerario di Goethe, che a Napoli s’imbarcò direttamente per l’isola degli aranci, non sappiamo se avremo la sua stessa fortuna, viaggiò con una gioviale compagnia di artisti e ballerini scritturati dall’opera di Palermo.” Al ritorno lei sarebbe volata dalla Sicilia direttamente in America, mentre lui tornava a casa con un volo nazionale. Intanto, era arrivato a tavola lo strudel gigante, accompagnato da una bottiglia di Gewürztraminer, scelta su loro consiglio tra quelle donate dai nostri amici. E qui il discorso cadde sul nome Schreiber, fu lo stesso De Pasquale a introdurlo, dichiarando con un sorriso enigmatico che in Germania il nome di famiglia della madre è molto diffuso, soprattutto con la variante priva della “i” e cioè “Schreber”.
Il più famoso, dissi io, è stato alla fine dell’Ottocento un giurista di Lipsia, Daniel Paul Schreber l’autore di “Memorie di un malato di nervi”. De Pasquale ebbe un breve sorriso: “Confesso di non sapere bene se ho scelto di diventare un neurologo, per questa mia quasi omonimia da parte materna con il ferreo magistrato prussiano.”
Dopo pranzo andammo a fare un giro per le vie del centro di Roma, io indicai il carcere di Regina Coeli in via della Lungara. Un uomo, probabilmente un agente di polizia penitenziaria, era affacciato a una finestra e guardava il traffico sul Lungotevere, un momento di pausa dalle sue incombenze. “Nel 1913, in viaggio a Roma, il nostro amico Musil visitò il manicomio, che doveva trovarsi più o meno qui, e traspose questa sua esperienza nel suo romanzo, ambientando la scena in quello che doveva rappresentare lo Steinhof di Vienna,” commentò De Pasquale. “Sì, la scena in cui i pazzi salutano Clarissa,” conclusi io, ricordandomi i particolari del racconto. Era un po’, considerai, l’analoga descrizione intrisa di umana tristezza che fa Italo Calvino del “Cottolengo” di Torino, in un suo racconto degli anni Sessanta.
La mattina dopo, prima di partire, quando andammo a salutarli alla stazione Termini, Nancy regalò una piccola sveglia in argento a Vera, insistendo molto per vincere la resistenza della mia consorte ad accettare quel dono abbastanza prezioso. Nancy si fece promettere che in cambio la sua nuova amica l’avrebbe tenuta sul fuso orario di Milano, sorrise, in inglese Milan, un piccolo paesino del New Hampshire, meno sei ore rispetto all’Italia. Vera accettò, piccoli enigmi femminili, scetticismo nostro, il mio e quello di De Pasquale. Qualche anno dopo, quando si sono sposati, abbiamo potuto contraccambiare quel dono, facendo un regalo di altrettanto valore. Poi li sentimmo sempre un po’ meno i coniugi, anche perché avevamo smesso di fare la settimana bianca, i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati più autonomi.
L’altro giorno ero andato a Palazzo di Giustizia, che ha ampi corridoi in ombra. Stavo uscendo nel cortile, alla luce del giorno, quando sono stato sorpreso da una voce alle mie spalle: “Posso chiedere a lei?” Mi sono voltato e mi è apparsa di fronte una figura femminile, un soprabito bianco, un fisico longilineo, i capelli neri sciolti, non molto lunghi, arricciati a dovere. “Sì,” ho risposto. Mi ha chiesto un’informazione su dove si trovasse un certo ufficio deposito atti del Tribunale. Doveva uscire dall’Edificio B, dove ci trovavamo ed accedere tramite il cortile all’Edificio C di fronte, lì avrebbe trovato l’ufficio. Senza aspettare la replica, ho voltato le spalle e mi sono avviato all’uscita, ben sapendo che lei si sarebbe mossa alle mie spalle e quasi temendo senza ragione di avere dato una risposta sbagliata. Perché?
Nel cortile ho guardato l’orologio, era circa mezzogiorno, e senza motivo apparente, ho pensato che sulla costa atlantica dell’America del Nord dovevano essere appena le sei del mattino. Era parecchio tempo che non facevo questo calcolo, qualche volta l’avevo fatto dopo il matrimonio di Nancy con De Pasquale. Ecco, la giovane donna che mi aveva poco prima chiesto l’informazione mi aveva ricordato la figura di Nancy, lo stesso profilo longilineo, gli stessi capelli neri e la stessa acconciatura e poi… Sì, avevo pensato al mio amico, Sergio Nobili, Consigliere di Corte d’Appello, l’ultima volta, l’avevo visto vicino a piazza Cavour, in via Ennio Quirino Visconti. “Ciao, Presidente,” l’avevo salutato, incrociandolo all’angolo con la via Cicerone, sapevo che era stato promosso Presidente di Sezione. “Ciao, Silvio,” mi ha risposto. Nobili era un mio compagno di scuola, l’avevo perso di vista alla fine del liceo, poi l’avevo ritrovato giudice, noto alle cronache per alcuni processi di fatti criminali di rilievo.
Io sono uno scrittore di romanzi gialli, per la comune opinione un nullafacente, con la fortuna di avere ereditato rendite immobiliari, in questo senso sono indaffarato in questo ramo, con acquisti, vendite e affitti. Alle spese correnti provvediamo con lo stipendio di Vera, insegnante di musica, comunque finora siamo sopravvissuti e sono confidente nel futuro, un ottimista. Era questo il quadro esistenziale in cui dovetti riconoscermi, quando facemmo il punto delle nostre vite con Sergio. “Minieri!” gridò quel giorno in via Frattina, ero arrivato all’angolo di piazza di Spagna, mi voltai, era Sergio, dopo dieci anni, forse più, non era cambiato dai tempi della scuola. All’epoca, ero fidanzato con Vera e ci trovammo per una pizza a Porta Pia con lui e Stefania, la sua segretaria, come la presentò. In seguito l’ho rivisto, aveva cambiato segretaria, lo incontrai poi altre volte da solo, ma non sapevo più nulla della sua privata, però faceva rapidamente carriera. Perché estemporaneamente avevo pensato a lui, un po’ dopo avere dato l’indicazione alla sconosciuta del palazzo di giustizia, verosimilmente una praticante legale o quantomeno una del ramo giudiziario, in ogni caso diverso dal mio, che pure mi sapevo orientare abbastanza bene in quei meandri?
Se penso a Nancy Frangipane e al marito Carlo De Pasquale, non posso fare a meno di associare l’immagine della coppia al nome di Schreiber o meglio Schreber. Avevo approfondito il caso, leggendo il ritratto che in “Massa e Potere”, Elias Canetti fa di questo personaggio, per illustrare il rapporto tra paranoia e potere. In verità il primo a parlare di paranoia fu Freud, che definì dementia paranoides il caso clinico del presidente Schreber, commentandone il testo: “Memorie di un malato di nervi”, senza però avere cognizione diretta del malato. Tra i vari deliri descritti nelle “Memorie”, Freud si soffermò sulla convinzione dell’autore di essere coinvolto in un processo di trasformazione da uomo in donna e di aver subito molestie sessuali dal suo medico, il Dr. Flechsig. In tale contesto, Freud trovò conferma nella malattia di Schreber della sua teoria incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido omosessuale repressa. In aperto dissenso con Freud, Jung giudicò diversamente il disturbo mentale del presidente della Corte d’Appello di Dresda (era questa qualifica che lo legava nella mia mente al mio amico Sergio Nobili?), ritenendolo come un esempio dell’inflazione dell’Io. “In uno schizofrenico vero e proprio è consueto che emerga una situazione archetipica – un archetipo qualsiasi – che dilata la coscienza individuale finché questa non si espande sulla totalità dell’umanità; e quando questa inizia d’un tratto a disfarsi in molte unità, è divenuto un caso di schizofrenia. È come un’esplosione. L’inflazione opera come un gas in pressione all’interno di un contenitore: raggiunto un certo valore, la pressione all’improvviso fa esplodere le pareti del contenitore in molti frammenti.” Ecco, la coscienza frammentata, era forse quest’immagine di Jung, che colpiva il mio interesse, collegandola alle riflessioni di Canetti sul fenomeno della massa. E una certa volta, spinto dalle letture sul tema di quest’autore, mi proposi di scrivere un saggio: “L’anima del potere. Note sullo spirito e la psicologia delle folle.” Il mio proponimento era di rispondere al quesito se esista o meno un’anima collettiva in una massa di persone in movimento, ma lasciai il lavoro incompiuto, perché allora ero impegnato a scrivere le trame dei miei romanzi gialli, un’attività decisamente meno impegnativa di un saggio di carattere antropologico. Nella mente, però, mi è rimasta l’idea di quest’analogia tra la coscienza individuale, che raccoglie un insieme infinito di singolarità, ed una virtuale coscienza collettiva, nell’immagine ad esempio di una piazza o uno stadio gremiti di gente o di cortei di migliaia di persone in marcia per strade metropolitane.
È chiaro che l’agitazione delle masse potrebbe essere correlata alla confusione interiore di una coscienza “turbata” da mille demoni. Nella lingua latina, come rileva con perspicacia Jung, “turba” sta per grande confusione, un “indiavolato baccano di spiriti liberi”, potremmo dire noi lettori di Nietzsche.
E allora quel “turbine” bianco del sogno, mentre con De Pasquale salivo in seggiovia?
2. La porta d’avorio
“Due sono le porte del sonno; di esse una si dice di corno, / da cui spedite escono le ombre vere dei sogni, / l’altra splendente di nitido avorio, ma sogni illusori inviano alla luce del cielo i Mani.” In fuga da Troia, Enea è approdato a Cuma, dove si reca a pregare al tempio Apollo, venendo accolto nell’antro della Sibilla. La veggente, invasata dal dio, furente lancia dai penetrali oscuri vaticini e invita l’eroe a cogliere il ramo d’oro, per guidarlo nell’Ade. “Questo è il luogo delle Ombre, del Sonno e della soporifera Notte,” grida loro Caronte, subito acquetato dalla sacerdotessa di Apollo. Quindi, l’eroe troiano vaga tra le Ombre, riconoscendo quella del padre Anchise, che al vederlo gli tende le braccia, il volto rigato di lacrime. Tre volte tentò di abbracciarlo Enea, tre volte l'ombra invano abbracciata sfuggì alle sue mani, simile ai venti leggeri, simile ad un sogno alato.” Qui, Virgilio ricalca il passo omerico dell’Odissea (XI, 265 ss.), quando Ulisse nell’Ade incontra Anticlea, la madre defunta: “o, pensando tra me, l’estinta madre / volea stringermi al sen: tre volte corsi, / quale il mio cor mi sospingea, ver lei, / e tre volte m’usci fuor delle braccia, / come nebbia sottile, o lieve sogno.” Ed ancora dall’Odissea (XIX, 690 ss.) è tratta la tradizione poetica delle due porte dei sogni. Penelope racconta ad Ulisse travestito da mendicante il sogno delle venti oche uscite dall’acqua per mangiare il suo grano, ma uccise dall’aquila piombata su di loro, che poi con voce umana dal tetto rivela di essere il marito tornato a fare vendetta sui Proci. Un sogno che parla da sé risponde il mendicante, ma Penelope, anticipando di quasi trenta secoli Freud, sa bene che i sogni realizzano i desideri soltanto nel sonno, al risveglio, potranno non avverarsi, ma rivelarsi ingannevoli.
«Ospite, sono vani i sogni e alcun fondamento / non hanno; così non tutto si avvera agli uomini poi. / Due sono le porte dei sogni inconsistenti: / una è di corno, l'altra d'avorio; i sogni che passano / attraverso l'avorio segato sono fallaci, portando / vane parole; invece quelli che vengono fuori/ attraverso la porta di lucido corno presentano
cose vere, ogni volta che uno li abbia sognati. /Ma credo che non a questa a me venne il terribile sogno.»
Nella sua catabasi (discesa), Enea raggiunge da ultimo i Campi Elisi, dove incontra il padre Anchise, che gli rivela la futura grandezza di Roma e i gloriosi destini delle italiche genti, uscendo infine dalla porta d’avorio. Perché, si è domandato, Virgilio compie questa scelta. Per non sminuire le future gesta dell’eroe, si potrebbe rispondere, un destino di gloria non ricevuto come dono dalla fortuna, ma conquistato con le proprie imprese. Faber est suae quisque fortunae. Il retroterra culturale e civile della sentenza attribuita a Sallustio, in contraddizione con il pensiero dominante del fato, non poteva certo sfuggire a Publio Virgilio Marone, suo contemporaneo. In un certo senso, è un pensiero subconscio del poeta, respinto dalla chiarezza della sua coscienza religiosa: “Desine fata deum flecti sperare precando.” (Eneide, VI, 36) “Desisti dalla speranza di cambiare i decreti divini con la preghiera.”
È questa differenza che rispecchia il dubbio delle due porte dietro cui i sogni si rivelano realtà vera o illusoria. Ma le immagini vissute nel sogno che cosa ci raccontano, infine? Desideri? Attese? Incubi? Profezie? Fantasmi di vivi e di morti?
Nella modernità a rilanciare il tema dei sogni e la loro interpretazione è stato Freud con “Die Traumdeutung”, un trattato di oniromanzia, nella cui linea di fondo si può riscontrare il dato comune a tutti i sogni come realizzazione di un desiderio più o meno inconscio ossia velato dalle immagini oniriche. Più in profondo, è disceso Jung, allontanandosi da Freud. Per il medico zurighese, le immagini dei sogni presentano in simboli gli archetipi dell’Inconscio collettivo, istinti primordiali, modelli profondi, radicati nella psiche umana. In riferimento ai simboli, ecco cosa scrive Jung: “Una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato, quando rinvia a un senso più ampio, “inconscio”, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato”. Che cosa sono quelle “fantasie” che ci raggiungono sotto forma di immagini oniriche? Dice Jung: “L’uomo produce simboli inconsciamente e spontaneamente sotto forma di sogni.” Il nostro percepire la realtà da svegli avviene attraversi i sensi, per cui fenomeni reali, visioni, suoni si trasmettono alla mente sotto forma di eventi psichici, la cui sostanziale natura è inconoscibile, in quanto la psiche non può conoscere la propria sostanza psichica. E pertanto molti eventi che non registriamo consapevolmente rimangono al di sotto della soglia della nostra coscienza, la loro importanza emotiva e vitale riaffiora dall’inconscio come fenomeno riflesso, anche sotto forma di un sogno. “Di regola, l’aspetto inconscio di ogni evento si rivela a noi nei sogni, dove esso appare non come pensiero razionale, ma sotto forma d’immagine simbolica.” Così conclude Jung.
Avrebbe potuto simbolicamente rappresentare la mia risalita alpina in seggiovia con il neurologo De Pasquale un’escursione (excursus) nella psiche umana? Ma era stata quella visione un sogno oppure una sfilata di immagini in uno stato di dormiveglia?
Scrive Schopenhauer: “Accade che durante le visioni, l’occhio interno proietti le sue figure laddove quello esterno non vede niente, in angoli bui, dietro tende che all’improvviso diventano trasparenti e in particolar modo nell’oscurità della notte, che ben per questo è l’ora degli spiriti, perché oscurità, silenzio e solitudine, eliminando le impressioni esterne, permettono libertà d’azione a quest’attività cerebrale di origine interna.” In “Versuch über das Geistersehnund was damit zusammenhängt”, “Saggio sulla visione degli spiriti e i fenomeni ad essa collegati”, il filosofo tedesco si occupa in primis dei sogni e riconosce ad essi un carattere profetico, adducendo anche prove di esperienze personali.
Che cosa il mio sogno o visione in stato di dormiveglia? “L’umanità”, aveva detto De Pasquale, mentre salivamo in seggiovia, indicando la pista di neve gremita di sciatori sotto di noi, uno sciame, tanti puntini neri, e poi quel “turbine” di candida neve che s’innalza a spirale fino ad avvolgermi. Che cosa, dunque, queste immagini in una visione di sogno? È questo andar su con la seggiovia un desiderio di vette bianche di neve immacolata? Un innalzarsi al di sopra dell’umanità nel quadro nostalgico di un panorama alpino? Forse. E De Pasquale, anzi Schreber? Ecco che cosa vela il sogno! Un “turbine” di neve che rappresenta in simbolo una “turba” mentale. E come?
Scrive Jung, a proposito dell’uomo collettivo, sempre più identico all’umanità: “Quella persona è identica al suo popolo, ma questo è un problema aperto. Essa potrebbe coincidere con l’umanità e ciò provocherebbe una grande confusione interiore… una turba… Nei sogni viene rappresentata da uno sciame di formiche o di moscerini, una moltitudine innumerevole di minuscoli animaletti, è sempre questo l’inizio di quel fenomeno caratteristico della psicopatologia che è la schizofrenia. Nel caso in cui la dissociazione in unità prosegua, la mente finirà per dissolversi.” Si raggiungerà un limite insopportabile e alla fine si verificherà una violenta esplosione della psiche, che si polverizzerà in mille frammenti, generando un numero infinito di piccoli “Io”, dotato ognuno di caratteristiche personali differenti. Queste innumerevoli entità psichiche frammentarie, seguendo ognuna uno scopo particolare, non potranno mai comporsi nell’unità dell’Io di un intero individuo, generando quella grande confusione, che costituisce la “turba” mentale.
Nel descrivere il fenomeno, Jung si rifà a quanto raccontato dal presidente Schreber nel suo libro: “Memorie di un malato di nervi”. Questi riferiva che spesso si ritrovava sul corpo una moltitudine di minuscoli individui, piccole creature, che per esempio gli camminavano sulle palpebre o volavano in giro, e che gli si posavano sulla pelle come zanzare, a volte scomparendo all’interno. “Cercavano di essere reintegrate in lui,” commenta Jung, che poi prosegue: “Sembra che certe parti vengano a riunirsi, come schegge di ghiaccio che di notte gelino in un blocco unico e si scindano nuovamente quando si alza il vento.” Si apre qui uno squarcio sulla possibilità di guarigione.
In verità, con la pubblicazione delle sue “Memorie”, Schreber volle dimostrare di essere guarito dalla sua follia, avendone acquistato coscienza. Infatti, il suo ricorso in appello contro la sentenza d’interdizione venne accolto, permettendogli di essere temporaneamente reintegrato nelle sue funzioni. Ma scrive Jung: “Si può addirittura osservare come ampie aree di un continuum scisso si congelino nuovamente e tornino a essere coese. Tali casi danno l’impressione di essere piuttosto normali, ma qua e là incontrate una fenditura, una scissione che penetra attraverso la superficie.” Per quanto riguarda Schreber, in breve, ricadde nella malattia e fu internato in manicomio dove alla fine spirò. In psichiatria, il caso Schreber ha suscitato tutta una lunga serie d’interpretazioni anche contrastanti, compresa quella di Deleuze e Guattarix, “Anti-Edipo”. È stato inoltre rilevato come nelle sue memorie l’autore non racconti mai nulla della sua infanzia e della sua famiglia. E frugando in tale ambito, si scopre un padre rigido e inventore di strumenti educativi decisamente sadici. Era un medico e professore dell’Università di Lipsia, fondatore dei “Giardini Schreber” per l’infanzia. Aveva inventato un congegno, una sbarra di ferro a forma di croce fissata al tavolo di studio, che facendo pressione sulla clavicola, impediva ai bambini di stare curvi a leggere o scrivere, nonché delle cinghie per le spalle, da portare tutto il giorno, per favorire la loro posizione eretta. Allevato così, ecco spiegato perché il figlio, il presidente Schreber, nei suoi deliri allucinatori, si sentisse perseguitato dall’occhio onnisciente di Dio, la figura ossessiva del padre.
Quel mio sogno o immagine tra veglia e sogno mi rimandava alle turbe mentali, di cui il caso del presidente Schreber rappresentava il paradigma, una coscienza agitata dagli infiniti frammenti dell’umanità, una turba che m’investiva sotto forma di un turbine di neve? Oppure non era altro che il ricordo nostalgico di un panorama alpino di splendente e limpida bellezza, che mi catturava nel suo sogno illusorio? O, forse, poteva trattarsi di un sogno fatidico, venuto a rivelarmi di un evento futuro?
Ricordo che una volta dibattevo con l’amico De Pasquale sul problema della vecchiaia, era lui un grande conoscitore dei classici latini ed aveva di Roma un’immagine più che altro freudiana, come egli stesso mi dichiarò. Sorridendo, mi disse che la città eterna era una sua “nevrosi”, nella sua coscienza interiore era l’antica Roma, in cui poteva riconoscersi soltanto ammirandone le ultime preziose vestigia. Il tema dell’antichità e dell’eternità dell’arte si coniugava con la fugacità del tratto esistenziale, De Pasquale citò allora il “De senectute” di Cicerone e il “De brevitate vitae” di Seneca. “Perché in vecchiaia la memoria si dissolve?” domandai a sorpresa al neurologo. “Manca il tempo per ricordare, - rispose - dove il ricordo dà le indicazioni per il futuro. Non avendo più tempo davanti a sé, l’uomo prossimo alla fine dimentica più in fretta, onde poter vivere nella maniera più piena la morte, l’esperienza ultima della sua esistenza.” La nostra memoria (ricordo), il cuore, sovrintende alla conservazione dell’Io, senza cui la nostra anima (psiche) si frantumerebbe in mille frammenti. Ecco, l’anima!
“Come può accadere che con la morte dell’uomo, l’anima non si disperda e questa non sia la fine del suo essere?” Domandai, allora. Era il dubbio non risolto di Cebete, a cui deve rispondere Socrate nel “Fedone” (77b). Ma, invece, di farsi trascinare in una lunga discussione, De Pasquale non era un “dialettico”, il mio amico disse: “Silvio, le propongo un patto. Per conoscere se davvero l’anima esiste, chi di noi due morirà per primo tornerà dall’Aldilà, per dare testimonianza della sua esistenza a chi di noi due è rimasto ancora vivo.” “D’accordo!” dissi e sollevammo i nostri due calici, per suggellare con un brindisi di grappa alla ruta il nostro patto ultraterreno. Fuori cadeva la neve e il grappino era d’obbligo, in alto i calici! Fu allora che familiarizzammo e la nostra amicizia si cementò poi con la sua visita a Roma, in compagnia di Nancy.
Intanto, devo dire che da qualche anno non andiamo più a fare la settimana bianca e i rapporti con il dottor De Pasquale si sono allentati, soltanto ultimamente improvviso mi è tornato il ricordo del patto post mortem stipulato quella prima volta con l’amico. È accaduto quando curiosamente mi è capitato di leggere la cronaca del domenicano Agustin Calmet (1672-1757) su un patto simile al nostro, stipulato tra Marsilio Ficino e il suo amico e compagno di studi Michele Mercato. Non credo che De Pasquale avesse letto le “Dissertazioni sopra le apparizioni de' spiriti, e sopra i vampiri, o i risurgenti d’Ungheria, di Moravia etc.” dell’abate francese, ma doveva certo conoscere l’aneddoto, altrimenti come gli sarebbe venuta in mente quest’idea?
Ed ecco il brano delle “Dissertazioni”, dove è riportato l’episodio: “Il Cardinal Baronio, uomo dottissimo, e grave, dice di avere inteso [la storia] da molte persone di senno, le quali l’avevano sentito più volte dal pulpito, e particolarmente da Michel Mercato Protonotario della Santa Sede, uomo di nota bontà, e di dottrina, particolarmente nella Filosofia di Platone, cui di continuo s’applicava insieme con Marsilio Ficino suo intimo amico, non meno di lui zelante per la dottrina di Platone. Un giorno, che questi due gran Filosofi ragionavano insieme dell’immortalità dell’anima, e s’ella esistesse ancora dopo la morte del corpo, terminarono il loro discorso sulla materia con una promessa reciproca che il primo di loro che morisse verrebbe a dare all’altro notizia dello stato dell’altra vita. Separatisi con questa fede, qualche tempo dopo, essendo Michele Mercato medesimo benissimo desto, e studiando di buon mattino secondo il solito quelle materie filosofiche, sentì all’improvviso uno strepitio come d’uomo a cavallo, che correva verso la porta, e sentì nel medesimo tempo la voce del suo amico Marsilio Ficino che gridava: ‘Michele, Michele, tutto ciò che dicesi dell’altra vita è verissimo’. Aprì la finestra e vide Marsilio correre su un cavallo bianco. Michele gridavagli, che si fermasse, ma egli continuò la carriera e gli si tolse di vista. Marsilio Ficino soggiornava allora a Firenze ed era colà morto in quel punto stesso in cui era apparito, e aveva parlato all’amico. Michele scrisse tosto a Firenze per informarsi della verità del fatto ed ebbe in risposta esser mancato di vita Marsilio in quel momento appunto in cui aveva sentito lo strepitio e la voce di lui alla porta”. Era l’1 ottobre 1499, giorno in cui Marsilio Ficino moriva a Careggi, mentre l’amico di studi platonici si trovava a Roma.
Ora, è chiaro che al credente un tale episodio fuori dall’ordinario può apparire miracoloso, ma non lo stupisce affatto, perché trova conferma in esso della sua fede. Un discorso d’altro genere, si deve fare, invece, per un laico o uno scettico, che di fronte a un racconto così inverosimile sentono di dover rafforzare il loro scetticismo. Le obiezioni sono diverse, a cominciare da certi particolari del racconto, tipo quello del cavallo bianco al gran galoppo cavalcato da Marsilio, seguito dall’enfatico vocativo: “Michele, Michele…” E sembra di udire l’eco della voce oracolare del predicatore, che dal pulpito si diffonde nella navata del tempio religioso: “Michele, Michele…” Inoltre, che quest’ammonimento dall’oltretomba venga profferito da Marsilio è nell’insieme un particolare coerente, anche se inverosimile, quello che invece sembra gratuito e sicuramente fantasticato è il colore bianco del cavallo, simile a quello che gli agiografi attribuiscono al destriero di famosi condottieri, tipo Alessandro Magno o Napoleone Bonaparte. Si dirà, è un simbolo, e allora si replicherà, è un sogno, in cui, come insegna Jung, il sognatore produce simboli.
Certo, il trattato di Agostino Calmet sui non-morti, pubblicato a Parigi nel 1746, è stato composto attraverso un attento lavoro di raccolta delle fonti storiche e con grande acribia. Ma bisogna anche dire che Simone Occhi, editore e tipografo attivo a Venezia dal 1738 al 1794, prima di licenziare dai propri torchi la traduzione dal “franzese” del volume, dovette subire il vaglio e l’approvazione dei “Riformadori a lo Studio de Padoa”, ufficio istituito dal Senato della Serenissima nel 1516, sovrintendente a tutto il settore riguardante la cultura e la pubblica istruzione, come riportato in calce all’opera: “Avendo veduto per la fede di Revisione ed Approvazione del Padre Fra Paolo Tommaso Manuelli Inquisitore Generale del Santo Uffizio di Venezia nel Libro intitolato “Dissertazione sopra l’Apparizione delli Spiriti, e sovra i Vampiri, del Padre Domenicano Agostino Calmet” non v’esser cosa alcuna contro la Santa Fede Cattolica; e parimente per attestato del Segretario nostro niente contro Principi e buoni costumi, concediamo licenza a Simone Occhi Stampatore di Venezia, che possi esser stampato, osservando gli ordini in materie di Stampe, e presentando le solite Copie alle pubbliche Librarie di Venezia, e di Padova. Data, li 25 settembre, 1751.”
Si è voluto riportare per intero la formula di approvazione dei Riformatori allo Studio di Padova per registrare la seriosità con cui lo studio sugli Spiriti e i Vampiri è stato condotto e portato a termine, quindi non per contestarne il contenuto, mettendone alla berlina lo stile. Questo può ingannevolmente apparire pomposo, perché ancorato a un linguaggio settecentesco, benché una tale forma aulica possa indurre a dei veri e propri fraintendimenti in coloro che ne subiscono il fascino. In merito, per fare un’analogia, posso raccontare un episodio di cui sono stato testimone oculare, qualche anno fa, quando una sera si tenne una manifestazione in piazza San Marco a Venezia, non ricordo bene quale, forse un concerto musicale all’aperto, in cui su file di sedie allineate avevano preso posto degli spettatori avventizi. Prima dell’inizio, passava tra loro un filosofo allora sindaco della città lagunare, inquadrato dall’occhio attento delle telecamere. Vedendolo, uno degli avventizi, che si sentiva tutto solleticato dall’evento di cui era partecipe, gli si rivolse dichiarando che loro erano gli eredi degli antichi signori patrizi veneziani, ricevendo come risposta un brusco: “Ma stai zitto, idiota!”, che lasciò senza parole il “patrizio”.
Dobbiamo poi aggiungere che per ottenere il permesso di stampa, la “Dissertazione” dell’abate di Saint-Pierre de Senones dovette sottostare all’obbligo di pubblicare in appendice due documenti dei dottori della Sorbona, che condannavano certe pratiche di “esecuzione” di non-morti, condanna sottoscritta dall’abate alla fine del suo trattato: “Tutto quello che si sa e può servire a spiegare come s’abbian potuto cavar dal sepolcro alcuni vampiri, che abbian parlato, gridato, urlato, gettato sangue. E tutto ciò perché non eran ancora morti. Li han fatti morire di poi decapitandoli, abbruciandoli, trafiggendo loro il cuore. In simili esecuzioni apparisce una manifesta ingiustizia, poiché il pretesto del loro preteso ritorno per dar travaglio ai vivi, per farli morire, per maltrattarli, non è una sufficiente ragione per trattarli in quella guisa. Peraltro non è mai stato provato il loro preteso ritorno, né mai autenticato in maniera che possa autorizzare alcuno a usare tale crudeltà e tal disonore.” Il giudizio conclusivo è inequivocabile: “Imperciocché non ha fondamento alcuno tutto quel che si dice delle apparizioni, delle vessazioni, dei danni cagionati dai pretesi Vampiri e dai Brucolachi. Non mi meraviglio, che la Sorbona abbia condannato quegli atti inumani e violenti, che si praticano in quei corpi morti; è ben da stupirsi, che Potestà secolari, e i Magistrati non usino la loro autorità, e la severità della Leggi a reprimerli.”
Mi è venuto incontro Carlo De Pasquale, l’atteggiamento di sempre: “Ciao, Silvio,” mi ha detto, sorridente. “Oh, Carlo!” ho esclamato, sorpreso perché non lo vedevo da tempo. “Vieni,” mi ha detto, ed io l’ho seguito sulla pista da sci. Abbiamo preso la seggiovia ed abbiamo iniziato a salire… Ma dove stavamo andando? In cielo?... E giù nella valle, la miriade di puntini neri, lontano sempre più lontano da noi? Laggiù! “L’umanità”, De Pasquale il volto illuminato… Visione o sogno? Un sogno fatidico?
Non cavalca nessun cavallo bianco il mio amico… non-morto… no! Il velo bianco di neve immacolata del New Hampshire sale su a spirale ad investirmi, non devo dormire, devo svegliarmi, telefonare a… Nancy? Dov’è il figlio di Frau Schreber? È buio, sento il confuso bisbiglio di una turba di ombre, più in fondo una luce disegna il rettangolo di una porta chiusa. Vado avanti verso la soglia ora illuminata da un esterno bagliore, uno splendente nitido avorio.
1. Immagini notturne
Restai abbastanza perplesso nel vederlo, il leone trotterellava nell’ampia sala di casa, che comunica con le camere da letto da una parte, il corridoio e altre stanze dagli altri due lati, allora lo seguii in corridoio e vidi che entrava nella stanza di Maria, la mia consorte. Lei non sembrava affatto preoccupata di vedere la fiera, quasi fosse una presenza abituale, mentre io provai ad immaginare che potesse azzannarci, un’idea e un timore a un tempo, nel caso fosse stato affamato e reclamasse cibo. Non feci in tempo a pensarlo che il leone si sollevò sulle zampe posteriori e girò la testa verso di me, con le fauci spalancate, poi si voltò e appoggiò le zampe anteriori sulle spalle di Maria. Sembravano complici, lei non era affatto spaventata, anzi lo abbracciò, forse per non perdere l’equilibrio, la fiera allora desistette e si rimise sulle quattro zampe, quindi si allontanò verso l’altra porta della stanza. Interrogai con gli occhi mia moglie, ma lei mi guardò con aria disincantata, un sorriso appena percepibile. Notai che aveva un’abrasione sulla parte destra del petto un po’ sotto la clavicola scoperta, una chiazza di sangue raggrumato. “Il nostro leoncino,” mormorò. “È cresciuto con noi,” aggiunse con tenerezza alzando le mani accostate, come a mostrare le piccole dimensioni di quando era cucciolo. “Bisogna dargli un nome, allora,” dissi e mi avviai in camera da letto. Nel tragitto vidi la fiera che si aggirava sempre per i vari ambienti della casa. “Dobbiamo chiamarlo Benvenuto” dissi, ma ero solo. Uscii dalla stanza per rintracciare il leone, ma vidi la porta di casa spalancata e capii che l’animale era andato via. Allora lo seguii per le strade della città, per rintracciarlo, ma presagendo di non riuscire più a trovarlo, fui assalito da un senso di rimpianto e di malinconia.
Un attimo dopo, mi svegliai, avevo sognato. Cercai di ricomporre il mosaico delle immagini oniriche, nel tentativo di dare un ordine razionale alle scene. Un raggio di sole penetrava nella stanza in penombra attraverso le tende socchiuse e mi resi conto che era il primo pomeriggio. Pensai di alzarmi, avevo riposato dopo un pranzo leggero e c’era ancora da andare al mare, per la seconda parte del giorno. Restai però disteso, per interpretare il mio sogno. Chi era Maria? E soprattutto perché si chiamava Maria? La donna del sogno non era mia moglie, in verità non sono sposato. E il leone? Un animale affettuoso e innocentemente offensivo, che senza volerlo aveva con una zampata lasciato il segno di un graffio vistoso. Era stato più l’incontro di un cane con il suo padrone, un saluto, una richiesta di attenzione, invece che l’assalto di una belva. Cercavo di capire chi fosse quella donna con i capelli neri, lunghi e ricci e gli occhi scuri, un vestito estivo nero, che le lasciava semi scoperta la spalla, la stoffa era stata lacerata nell’abbraccio con il suo “leoncino”.
Seguendo la teoria della condensazione psichica, in base a cui la figura cangiante di un sogno è il risultato di più immagini di persone reali, cercavo di ritrovare i tratti di quella fisionomia. “È quella di un canale privato,” dissi quando la vidi. “E come fai a riconoscerla?” intervenne mia cugina Donata. Ero in casa degli zii Adinolfi e guardavo la televisione in salotto, aspettavamo l’arrivo di Luca, il figlio, doveva portarmi il computer resettato. La giornalista, una ragazza dai capelli chiari, un neo sulla gota, conduceva un programma di geografia su un’emittente privata ed ora era apparsa su Rai Uno, cominciava ad affermarsi. Spiegai che avevo avuto modo di osservarla, avendo seguito i documentari molto interessanti da lei presentati. “Ma se sono tutte uguali!” esclamò Donata. Non aveva torto, ad uno sguardo distratto apparivano un po’ tutte uguali, forse andavano tutte dallo stesso parrucchiere o magari il taglio era quello alla moda. Ricordo una ragazza russa, a Mosca, era alla reception di un albergo, e aveva lo stesso taglio e colore nero di capelli della segretaria di uno studio medico di Roma. Ho specificato che la ragazza era russa, ma a Mosca non sono tutte russe? Certo, ma poteva essere di un’altra nazionalità, come s’incontrano nei grandi alberghi di catene internazionali di tutte le capitali e metropoli del mondo. È l’effetto della globalizzazione. Comunque, la Maria del sogno non era la giornalista televisiva e neppure la giovane moscovita della reception, che peraltro parlava la lingua italiana, come anche un cameriere siberiano. Oh, l’Italia! In un ristorante del centro di San Pietroburgo erano affisse, come decorazioni alle pareti, delle fotografie con le scene di alcuni film interpretati da Marcello Mastroianni e Sofia Loren, intramontabili.
Ma la Maria del sogno chi era? A pensarci bene assomigliava nei tratti del viso ad un’altra giornalista televisiva, però più anziana, che teneva una rubrica su episodi di cronaca nera. Il fatto è che le sembianze di quella figura onirica andava sfumando e io mi perdevo dietro immagini di volti conosciuti o più o meno anonimi. Poi, ecco, pensai ad Antonietta e la donna del sogno riacquistò i suoi tratti del viso e della sua sagoma femminile, che però non erano quelli di Antonietta. Era il nome che aveva avvicinato le due figure, Antonietta si chiama Maria Antonietta. L’ultima volta che l’avevo vista aveva preso un cagnolino in braccio e lo accarezzava teneramente, lo stesso sguardo tenero della Maria del sogno.
E seguendo le tracce del cagnolino, il “leoncino”, mi venne in mente una scena di caccia al fagiano al Castello di Lunghezza, nella tenuta di Sir Sherlock Holmes, a sud est della capitale. Fu una battuta a cui avevo partecipato, grazie all’invito di un mio amico, gran cacciatore ed anche infaticabile pescatore di anatre nei laghi e negli stagni della campagna laziale. Ricordo che quando andammo a rendere omaggio al discendente del nobile inglese, che comunque non ha niente a che fare con il personaggio letterario creato dalla fantasia di Sir Arthur Conan Doyle, egli ci ricevette con estrema cortesia, una figura dell’antica aristocrazia britannica. Era alto circa due metri, magro, elegantissimo in un vestito blu notte, la camicia bianca e il farfallino scuro al colletto inamidato, i capelli bianchissimi. Doveva avere circa novant’anni, ma si muoveva con estrema scioltezza, pare facesse una nuotata di due chilometri al giorno, ad ogni sveglia, all’alba, nella piscina situata nel verde del parco del castello, un gentiluomo d’altri tempi. Unica pecca, quella mattina, il nobile aristocratico aveva la barba non rasata di due tre giorni, che davano alle sue gote riflessi d’argento, un tipico segno del carattere eccentrico degli inglesi, eh già! Quando ci salutò, sulla soglia di casa, mi strinse calorosamente le mani: “Onoratissimo, mister Cocchiarelli!” disse. Sorrisi, in verità, io mi chiamo Barbaresco, Cocchiarelli è il mio amico. Ma sorrisi, non per l’errore del gentiluomo, non un lapsus, soltanto un segno di fiducia, sorrisi invece per quel suo pittoresco accento autenticamente inglese. Intanto vorrei spiegare che il mio amico era l’uomo più fidato del discendente di Sir Sherlock Holmes, di cui portava lo stesso nome, oltre al blasone familiare. Cocchiarelli era il capo stalliere, essendo pratico non solo di animali acquatici e volatili, ma anche di cavalli, cani e volpi. Ecco perché nell’assegnarmi il nome del suo fido capo stalliere, il nobiluomo mostrava di darmi un segno della sua fiducia, quasi un’investitura a vicecapo stalliere, non avendogli nessuno detto, me compreso, che io mi chiamassi Barbaresco.
Ma un’altra dote possedeva il mio amico, che tornava utile a Sir Sherlock Holmes: quando, in autunno, si organizzava la caccia alla volpe, egli portava al castello la servitù, vale a dire una decina di suoi compaesani con una cinquantina di cani, che costituivano la muta. Il giorno dell’inaugurazione della caccia lo scenario che si presentava era veramente imponente e spettacolare. Una ventina di cavalieri, tra cui diverse amazzoni, tutti appartenenti alla nobiltà britannica, era schierata con la caratteristica uniforme, giacca rossa, alcuni nera, pantaloni bianchi attillati da cavallerizzo, stivali neri, cappellino con visiera. Quando Cocchiarelli tornava dal boschetto, dove aveva trascinato lungo l’itinerario prestabilito un tampone impregnato dell'urina di volpe, Brynmor, un gallese di statura gigantesca suonava il corno da caccia, al terzo squillo i paesani rilasciavano i cani e subito i cavalieri partivano di gran carriera al seguito della muta scatenata.
Nel bosco spesso erano nascosti degli animalisti, la notte prima abusivamente introdottisi nella tenuta, per controllare che la caccia fosse finta e non fosse sacrificata nessuna volpe. A seguito di questa illegale intrusione, una volta Arrigo, il mio amico Cocchiarelli, che si era appostato con Brynmor e altri paesani, per sorprendere gli abusivi, riuscì a scorgerli nell’ombra e scacciarli. Più tardi, gli animalisti tornarono in forze e si scontrarono a colpi di bastone con la truppa di Arrigo, che non ostante l’aiuto del gigante gallese ebbe la peggio e dovette ritirarsi.
Quando il nobile si assentava, restava il più anziano (major) a guardia del castello e della tenuta (domus) ossia il maggiordomo, nomina che Arrigo Cocchiarelli ricevette in una solenne cerimonia, quando gli fu consegnato anche il collare di grande stalliere del nobile casato degli Sherlock Holmes della Contea del North Yorkshire. Fu il Conte stesso in persona a consegnargli con le sue mani l’importante onorificenza, e dalle mani di chi altri il solerte Arrigo avrebbe potuto ottenere mai una tale investitura sovrana su tutte le stalle nobiliari degli Sherlock Holmes, comprese quelle britanniche del North Yorkshire?
A questo punto, qualcuno, anzi più di qualcuno, dopo aver allegramente riso (almeno lo spero) di tutte queste piacevolezze da me raccontate, potrebbe domandarsi da dove mi derivano tutte queste fantasie e ironie su nobili inglesi, servi e stallieri italiani, me compreso, anche se forzatamente per nobile grazia del gentiluomo, e su anatre, fagiani, cavalli, cani e volpi. Io potrei sghignazzare assai volentieri con loro per queste demenziali buffonerie, eppure… eppure… nulla sarebbe più lontano dal vero che considerare tali fatti e situazioni come sogni bizzarri. Ahimè! Nei sogni la verità appare confusa e disordinata, inverosimile e balzana, eppure… eppure… Ma che eppure, eppure! Cerchiamo di dare una spiegazione logica a tutte queste stramberie di stile, che so, donchisciottesco, forse?
Le lotte degli animalisti contro i cacciatori, nel nostro caso la volpe, sono fantasie? Le anatre, i fagiani, i cavalli, i cani, senza parlare dei leoni e dei cuccioli dei leoni, e noi bipedi terrestri tra loro animali da savana, aria ed acqua, siamo forse irreali? E la figura di Sherlock Holmes, il nobile inglese o normanno, nel senso di uomo del nord, a cui, sebbene protestassi il contrario, ho assegnato un tale nome, prendendolo a prestito dalla letteratura, peraltro contraccambiando quel suo goffo darmi del “Cocchiarelli”, senza voler offendere il mio amico Arrigo, per carità, ma io sono Barbaresco, ebbene una tale figura di antico gentiluomo di nobile discendenza è così inverosimile? A me non pare. I sogni e le fantasie sono irrazionali, ma il materiale psichico di cui sono composti, al di là delle simboliche junghiane, ci deriva dalla realtà, quella realtà in cui ricevono uno statuto di verità di esistenza anche figure immaginarie, tipo Sherlock Holmes, figure che peraltro sopravvivono a noi anonimi mortali.
Certo un leone che si aggira per casa non è una realtà quotidiana, ma l’immagine di un sogno che ci raggiunge come simbolo dall’inconscio è comunque sempre una figura psichica da decifrare. Io sono appeso al filo della malinconia che m’invase quando la fiera abbandonò la nostra casa ed ora capisco perché mi sono ricordato di Arrigo e ne ho revocato le gesta, si fa per dire, ma non potevo non “registrare” del mio amico le sue imprese, “res gestae”, come dire fatti accaduti, storia, storia non augustea, ma sempre storia, anche se umile di stalliere, innalzato a gran sovrano. È un po’ quello che accade a Sancho Panza, personaggio letterario più celebre di Arrigo. La sua malinconia era la mia malinconia, la perdita di un affetto animale, il cane di Arrigo era fuggito e il suo padrone si era immalinconito. Chissà dove si sarebbe conclusa e in che modo la vita randagia del suo fedele segugio tra i mali del mondo!
Io intanto concludo il racconto del mio sogno e conseguenti storie di fantasia, ma non tanto, con un interrogativo ineludibile. Il materiale psichico venuto qui alla luce è per la nostra facoltà di conoscenza “Schein” o “Erscheinung?” È questo un interrogativo drammatico ed enigmatico, che come vedremo fu suscitato e risolto dal pallido e sublime pensatore di Königsberg.
2. Le parvenze
Ero affacciato al balcone dell’ultimo piano, il quinto, della casa di boulevard Carnot, a Cannes, e guardavo giù in strada i passanti ormai rari, nell’imbrunire del giorno. La mattina c’è un discendere di residenti verso la Croisette e il mare, e un risalire al tramonto di questi bagnanti, che diventa sempre più raro nella sera. Ora, il Boulevard appariva deserto, e d’un tratto li vidi: erano loro! Un uomo e una donna camminavano affiancati con passo regolare in direzione di Le Cannet. E fui raggiunto da una visione lontana: stavano di spalle sulla banchina, aspettando il tram nelle luci bagnate della sera, l’asfalto umido di pioggia di una grande città.
Colto da un improvviso senso di smarrimento, scesi di corsa le scale e fui in strada, attraversai, raggiunsi l’altro marciapiede e cominciai a salire. Mi sembrava di vedere due figure abbastanza in avanti nella luce ormai incerta, poi si accesero i lampioni e passarono alcune automobili veloci e un autobus, che distrassero la mia attenzione. Ero arrivato ai giardini della Rue Masséna, un ometto striminzito camminava a passettini all’indietro, volgendomi le spalle. Quando mi sentì arrivare, si voltò e mi lanciò uno sguardo arcigno, si rigirò di colpo e tornò indietro sempre a passettini di gambero, con equilibrio incerto. Diedi uno sguardo, attraverso il cancello, al cortile del Lycée Carnot, dove mi ero fermato. Poi decisi di ritornare e cominciai a scendere lungo il viale, quando fui attirato da alcune grida che giungevano dal fondo dell’altro marciapiede. Poco dopo, una donna brizzolata, in bermuda, che reggeva un malloppo di oggetti verosimilmente in argento o peltro, risaliva a balzi verso il suo negozio di antiquariato, dove l’attendeva una socia dai tratti magrebini. In fondo le zingare ladre si allontanavano in fretta vocianti, nelle loro vesti svolazzanti.
Continuai a scendere lentamente, ero indeciso, non sapevo se continuare, avevo superato la casa residence, dove soggiornavo in questa mia vacanza al mare in Costa Azzurra. Allora mi fermai e mi voltai e vidi un uomo che scendeva appoggiandosi con entrambe le mani a due bastoni. Nell’incrociare il mio sguardo, l’invalido si fermò e allargò le braccia, come a meglio esibire la sua misera condizione. Distolsi lo sguardo e ripresi a scendere, ero quasi arrivato al cavalcavia, dove termina il boulevard, e vidi un uomo in carrozzella che parlava sorridente a un colombo venuto a fermarsi sulla strada davanti a lui, subito smettendo non appena mi vide. Attraversai la strada e superato il cavalcavia, scesi giù a destra, dove imboccai la Rue Meynadier. È la strada che percorriamo ogni mattina, io e Peter, per andare al mare, le spiagge oltre il porto vecchio. Qualche volta tiriamo dritto sulla Croisette, in direzione del Palazzo del Cinema, dove ad ogni ora i turisti salgono e scendono le scale, per farsi fotografare imitando i divi, direi meglio le dive, in specie le tante turiste giapponesi. Abitualmente però, svoltiamo per la Rue Meynadier, perché a quell’ora completamente in ombra e quindi più al fresco.
Camminavo lentamente e le vidi tutte lì schierate in fila lungo le facciate degli stabili, nella penombra, le strane figure: l’uomo gambero, l’infermo dei bastoni, l’invalido in carrozzella, le derubate e le zingare furfanti. Andai oltre, cercavo altre figure, e vidi la elemosinante gobbetta sciancata, alta meno di un metro, che di giorno si muoveva sulla elegante Rue d’Antibes. Sentivo le palpebre pesanti e mi abbandonai come ad un torpore in quella penombra della Rue Meynadier.
Ho aperto gli occhi nella luce del giorno, che filtra dai vetri del balcone, inondando la stanza, dove non avevo chiuso le tende la sera precedente, prima di coricarmi. Che cosa era successo? Ho richiuso gli occhi, la lingua di Peter mi lecca il braccio: “Buono, Peter,” dico e gli accarezzo la testa, il mio golden retriever. “Hai fame? Tra poco ti preparo la pappa.” Quindi mi alzo, e le immagini notturne mi tornano in mente. Ieri sera, ero affacciato al balcone, poi quando ho visto quella coppia, che risaliva il Boulevard, sono sceso di corsa. Perché?
Erano gli affetti perduti nella mia infanzia, quelli che mi avevano teneramente amato, sorreggendomi nel mio avanzare nei giorni della vita, e poi erano scomparsi, i miei morti. Ero sceso ad inseguirli, poi nei pressi del cancello del Lycée Carnot, mi sono fermato e sono tornato malinconicamente indietro a casa. E quelle ombre? Quelle immagini fluttuanti nella luce scura della sera? Parvenze?
La querelle è nota, anzi no, gli addetti ai lavori conoscono molto bene il problema, gli altri (noi normali), invece, per nulla. “Es wäre meine eigene Schuld, wenn ich aus dem, was ich zur Erscheinung zählen sollte, bloßen Schein machte.” Chi ha studiato la lingua tedesca, aiutandosi magari con i traduttori automatici (nel senso che traducono a caso, ed infatti “caso” in greco è “autòmaton” ), così traduce: “Sarebbe un mio grave errore, se riducessi a mera parvenza (Schein) quello che dovrei considerare un fenomeno (Erscheinung).” Orbene, ho parlato di querelle e di problema, e dico subito che la querelle ovviamente riguarda il problema, ossia come tradurre il lessico di Kant, in particolare quello della Kritik der reinen Vernunft (“Critica della ragion pura”) e rendere quindi fedelmente il suo pensiero. In questione sono qui i due sostantivi: “Erscheinung” e “Schein”, che noi abbiamo tradotto rispettivamente con “fenomeno” e “parvenza”. È una traduzione fatta non a caso, anche se ho consultato il traduttore automatico, ma dopo avere diligentemente seguito la querelle tra autori qualificati. Io vado in cerca di qualifica, e quando mi sforzo di scrivere qualcosa di corretto o quanto meno accettabile, uso il pluralis “noi”, per cercare di coinvolgere e convincere gli altri, al contrario parlo al singolare quando capisco che devo addossare sulle mie spalle il carico di scelleratezze intellettuali, che vado seminando qua e là. È chiaro che la mia autoironia è di carattere socratico, so di non sapere… anzi no io non faccio nessuna autoironia né tanto meno socratica, io con Socrate non ho mai avuto niente a che fare, non lo conosco. - Mai sentito nominare? - Come? - Dicevo, lei non ha mai sentito nominare Socrate? - Chi? - Abbiamo capito! Quello ha capito, beato lui! Io invece non ho capito nulla, non capisco proprio più niente. Ma perché in questa maledetta alba il gallo ha già cantato tre volte? Il gallo di Asclepio? Mah!
“Tradurre la Critica è un compito di una certa difficoltà. Non ostante la celebre asprezza di questo testo, le difficoltà di contenuto non sono certo le maggiori. Uno studio attento e prolungato può portare abbastanza agevolmente a superarle.” Così scrive Giorgio Colli nella nota introduttiva alla sua traduzione della Critica della ragion pura, pubblicata nel 1957. Più avanti, l’autore parla di due traduzioni della “Critica” in lingua italiana: “La più antica traduzione completa fu pubblicata a Pavia tra il 1820 e il 1822. I gravi difetti di questa traduzione sono stati più volte messi in rilievo. Non occorre qui insistere sull’argomento, e si può dire che oggi tale traduzione non ha più alcuna utilità. La traduzione integrale di Gentile e Lombardo-Radice, pubblicata nel 1909 e ristampata più volte, costituisce sino ad oggi quanto di meglio si è fatto in Italia per diffondere la conoscenza di questa fondamentale opera kantiana. L’impegno di questi due traduttori è stato senza dubbio notevole, ed è doveroso riconoscere il loro sforzo coscienzioso per restituire fedelmente l’originale. Ma i difetti di questa traduzione sono purtroppo numerosi e tali, comunque, da consigliare un nuovo tentativo. Una conoscenza non sufficiente della lingua tedesca fa cadere troppo spesso Gentile e Lombardo-Radice in errori di interpretazione letterale, talvolta anche madornali. Inoltre, la preoccupazione costante della fedeltà va il più delle volte a scapito della chiarezza. Manca infine una conoscenza adeguata della letteratura filologica sull’argomento e delle altre traduzioni [in altre lingue, francese, inglese].” In questo modo Colli fa tabula rasa delle precedenti traduzioni ed impone la sua.
Nel 1976, lo studioso presenta la terza edizione dell’opera, discutendo nella premessa di altre traduzioni intervenute nel frattempo e quindi della revisione compiuta da Vittorio Mathieu del testo di Lombardo-Radice, la cui traduzione viene da lui giudicata “classica” ed “eccellente”. Ma, nota Colli, “non dice [Mathieu] di aver tenuto conto, come invece ha fatto, di circa 120 errori e imprecisioni di tale traduzione “ormai classica”, che la nostra edizione aveva segnalato.” Infine, l’attenzione si concentra su due termini in particolare: “Così, anche nella revisione rivediamo confermato che Gemüth significa “spirito”! Forse perché in Italia Kant deve essere compreso attraverso Hegel? In ogni caso questa mediazione è operante, quando si respinge con orrore la nostra traduzione di Erscheinung con apparenza.”
Ora, tralasciamo il discorso su Gemüth, che lo stesso Mathieu nel glossario indica come animus, essendo “animo” il significato più proprio del vocabolo tedesco, e animo in italiano equivale a spirito, anche se non in senso hegeliano, parliamo invece di Erscheinung, finalmente! Eh, sì! perché le parvenze (Schein) da me viste, in quella sera d’estate, nella Rue Meynadier si possono definire invece proprio con questa parola: “Erscheinung”, secondo l’intenzione di Kant.
Giorgio Colli così traduce il passo che abbiamo preso in esame: “Sarebbe colpa mia, se io trasformassi in semplice illusione (Schein) ciò che dovrei invece attribuire all’apparenza (Erscheinung).” Nell’edizione a cura di Mathieu, si legge: “Sarebbe un errore il mio, se io facessi una pura parvenza (Schein) di ciò che devo considerare come fenomeno (Erscheinung).” Nel glossario, così quest’ultimo autore spiega la sua scelta, citando un passo dell’edizione della “Critica” del 1781, poi espunto nella seconda edizione (1787): “Le cose che appaiono [Erscheinungen], in quanto siano pensate come oggetti secondo l’unità delle categorie, si chiamano Phaenomena. Alcuni traduttori preferiscono perciò rendere Erscheinung con apparenza e riservare fenomeno a Phaenomenon; ma l’uso kantiano non impone tale distinzione.”
Nel “Dizionario di filosofia” di Nicola Abbagnano, alla voce “fenomeno”, si legge che “fenomeno” è lo stesso che “apparenza”. La querelle è soltanto linguistica, ma perché io ho voluto approfondirla?
Nessuna parola è dove la cosa manca. Ho rovesciato l’affermazione: “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”, il verso della poesia di Stefan George, “La parola” (Das Wort), commentato da Heidegger nel saggio “L’essenza del linguaggio”, per esprimere la provenienza dell’essere dal pensiero: “È la parola che procura l'essere alla cosa.”
Nella Rue Meynadier, in quella sera d’estate, che cosa erano quelle cose? Erano Scheine, Erscheinungen, Phaenomena? Parvenze, apparenze, fenomeni? Je ne sai pas.
ALDILÀ DEI VETRI
Interpretazione di un frammento poetico anonimo
1. La luce nella notte
Tempo fa, mi sono imbattuto nel testo anonimo di una poesia, un frammento forse colto su una qualche rivista letteraria, ora non ricordo. Quello che però ricordo sono i due o tre versi: “Fu quel giorno / in cui di notte accesero la luce / che rivelò lo strazio del mio cuore.” Questi versi allora mi apparvero abbastanza enigmatici, ma non tanto da non essere decifrati, per cui ne tentai un’esegesi. Nell’opera, mi fu d’aiuto un commento apposto a quel frammento: “Urlo notturno o incubo”. Probabilmente era il titolo da assegnare alla poesia.
Il giorno, in cui di notte accesero la luce, è sicuramente la giornata nell’arco delle ventiquattro ore, riferita alla sua parte notturna. Ma perché il poeta sente il bisogno di nominare il giorno? Non poteva nominare direttamente la notte? “Fu quella notte in cui…” O magari più genericamente, se costretto da qualche esigenza di metro, poteva scrivere: “Fu quella volta, in cui di notte...” Non so dire se quei versi fossero una bozza o un frammento del testo poetico, anche se propendo per questa seconda alternativa. In questo caso, si trattava di una precisa scelta, e me ne convinsi seguendo questo mio ragionamento. L’immagine poetica andava al di là della distinzione tra notte e giorno, che segna il nostro tempo mondano. L’alternarsi della luce e dell’ombra è data dalla rotazione terrestre, quindi è il sole ad assegnare alla terra il giorno e la notte. Che cosa significa questo? Il poeta voleva forse suggerire il respiro di un tempo cosmico, che trascende il tempo quotidiano dei mortali? È probabile, ma poteva anche pensarsi che quella del giorno fosse una metafora. Donde nascevano questi miei pensieri nell’interpretare quei versi?
È necessario rispondere a questa domanda, se si vuole stabilire un paradigma ermeneutico, che abbia un minimo di validità. Il retroterra della poesia, quella messa in versi, è una certa conoscenza della letteratura in cui si scrive, che poi si rifà sempre a quella classica, per la cultura occidentale, la letteratura latina e greca.
Ora a tutti è noto, anche se non nei particolari, ma nel suo tratto più generico, il mito della Sfinge, il mostro con il corpo di leone e la testa umana, di guardia alle porte della città di Tebe. A chiunque voleva entrare veniva posto un indovinello, e se non sapeva risolverlo veniva divorato dall’animale, come riferisce Eschilo. La formulazione dell’indovinello è riportata in forma diversa da vari autori e si può così riassumere: quale essere da quadrupede diventa bipede e poi tripede? L’enigma fu risolto da Edipo, che nella risposta indicò l’uomo, che gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia a un bastone da anziano. Sono le varie età della vita umana dal suo sorgere alla sua fine, una metafora del giorno, simile alla parabola che compie il sole all’orizzonte, ascendente nell’infanzia, al culmine nell’età adulta, al tramonto nella vecchiaia.
È questo verosimilmente il fondo di coscienza, da cui sorgeva l’ispirazione dello sconosciuto poeta di quei versi. Ecco perché egli nomina il giorno, anche se in maniera puntuale. Infatti, noi così possiamo tradurre il verso: “Fu in quel momento della vita, (il giorno), in cui l’accendersi della luce di notte rivelò lo strazio del cuore.”
In questo modo, possiamo aver risolto il piccolo enigma della nomina del giorno, che ingloba nel ciclo della sua durata anche le ombre della notte. E nel dire “notte”, ci rendiamo conto di avere colto un'altra parola essenziale del frammento poetico. Nel giorno, di notte, accesero la luce. Qui l’ispirazione poetica ha suggerito il contrasto tra la luce del giorno e l’oscurità della notte, ed in quest’oscurità si rende necessario accendere la luce. Perché?
Se di notte, noi veniamo svegliati di colpo da un rumore improvviso, così forte da destarci, nelle tenebre, dopo l’emozione del sussulto, noi vogliamo capire, e capire significa volerci vedere chiaro. Quindi, pur sapendo di dover subito restringere gli occhi abbagliati, noi accendiamo la luce, per scoprire la causa di quel rumore, ladri notturni forse. Il poeta comunque dice: “accesero la luce”. Non è lui ad accendere la luce, perché svegliato di soprassalto nel cuore della notte. Chi, allora? Altri, e nel dire altri, noi dobbiamo pensare al plurale: “accesero”.
A questo punto, scherzosamente, seguendo l’immagine poetica in esegesi, possiamo dire che pur con la luce accesa non scorgiamo nulla. Non riusciamo ancora a veder chiaro nel testo. Ed allora per orientarci, ricorriamo all’aiuto del commento, forse il titolo della poesia: “Urlo notturno o incubo”. È l’urlo il rumore che squarcia il cuore della notte ed anche il cuore del poeta? Abbiamo detto che non è lui ad essere svegliato di soprassalto, avevamo fatta questa ipotesi, ma forse questa può rivelarsi infondata: non è lui ad accendere la luce, certo, ma non è detto che anche lui non stesse dormendo e quindi sia stato destato dall’urlo, come gli altri che hanno acceso la luce. Ma a chi appartiene quell’urlo nella notte, che sveglia, a quanto possiamo dire, un po’ tutti? Il commento dice: “Urlo notturno o incubo”. È un’alternativa? Possiamo, però, pensare che il poeta, nel caso queste parole costituiscano il titolo della poesia, voglia invece intendere che il tema è l’urlo notturno o l’incubo, come dire lo stesso.
Ora, il tema centrale della poesia, sembra essere lo “strazio del cuore”, quello strazio rivelato dall’urlo che fa svegliare nella notte quei tutti che hanno acceso la luce, gli altri, il soggetto plurale sottinteso dell’azione dell’accendere la luce. È ovvio che la luce venga accesa per l’improvviso sussulto e sgomento che l’urlo notturno genera. Se quindi gli altri hanno acceso la luce, l’urlo è del poeta, almeno così dobbiamo pensare, e questo nostro pensiero viene rafforzato dall’assimilazione dell’urlo all’incubo, o è meglio dire, la concatenazione tra l’incubo e l’urlo, con il conseguente risveglio di chi nella notte viene raggiunto dall’urlo, urlante compreso, se dormiente. Che cosa possiamo dire di sapere, a questo punto? Il poeta voleva trasmetterci questa sua emozione di un incubo, non sappiamo quale, sofferto, e così ha poetato lo stato del suo animo tumultuante, il cuore straziato. Altro il frammento poetico non dice, né altro possiamo sapere di quello strazio del cuore, al di fuori del dolore che lo strazio comporta. L’interpretazione dei versi poteva fermarsi qui, ma poi mi è accaduto di leggere un racconto gotico, che mi ha indotto a proseguire la mia indagine esegetica sull’anonimo frammento poetico.
2. Il grido del defunto Lord Timothy
Sfogliando un’antologia, “I grandi racconti gotici”, comprendente scritti di autori della “Literary of Terror”, che va dal 1760 al 1820, oltre ai nomi più conosciuti, come Horace Walpole, “Il castello di Otranto”, Ann Radcliffe, “Il confessionale dei Penitenti Neri”, Mary Shilley, “Frankenstein”, fui attirato dal nome di Emily Alcott Northanger, o meglio dal titolo del racconto: “Il grido del defunto Lord Timothy”.
Quello che mi aveva colpito nella frase era il “grido”, perché associato a un defunto. Mi ricordai del frammento poetico o forse no, soltanto inconsciamente, fui spinto a leggere il racconto, all’inizio abbastanza noioso in verità. Bernard Timothy, Barone di Guildford, aveva sposato la deliziosa Alice Hamilton, signora della Contea di Basingstoke ed insieme erano andati ad abitare nel Castello di Aldershot, dove vivevano tranquilli, assieme a due figli piccoli, nati dal matrimonio. Sir Timothy era occupato a gestire i suoi possedimenti di campagna e seguiva anche gli affari politici, recandosi a Londra, come membro della Camera dei Lord. Poi, un giorno, si era ammalato e dopo alcuni mesi era morto. La giovane vedova aveva deciso che la camera nuziale, dove il marito si era spento, rimanesse intatta com’era ed era traslocata in un’altra stanza situata nello stesso corridoio. La narratrice raccontava il particolare che Lady Hamilton, nei primi tempi, alzandosi quasi ogni notte, era solita passare davanti all’ex-camera nuziale con la porta tenuta aperta e lanciava occhiate in direzione del buio dov’era il letto, quasi a voler distinguere nell’ombra la sagoma distesa del marito, non un morto, ma un dormiente. Con il tempo, aveva diradato quest’abitudine ed infine si era spostata con i figli in un’altra ala del castello. Un anno dopo il lutto, aveva conosciuto un giovane nobile, che aveva frequentato per mesi, contraendo infine con lui un nuovo matrimonio. Era sopraggiunta la gravidanza e poco prima della nuova nascita, Lady Hamilton aveva fatto un sogno. Vedeva il vetro di una grande finestra illuminata dal sole, alla base spuntava prima una capigliatura, poi pian piano si disegnava la testolina di un bambino e il suo sorriso e presto altri piccoli volti sorridenti apparvero sulla finestra. La giovane Alice si svegliò leggermente turbata, con un ritornello nella mente: “La vita sorride alla morte”. Era una frase letta dove? O pronunciata da chi? Era turbata e non sapeva dire perché, poi le immagini del sogno svanirono e lei fu presa di nuovo dagli affari quotidiani domestici.
A questo punto della lettura fui colto dal dubbio e andai a controllare il titolo del racconto nella lingua originale: “Smiles of childrens across the window”. Dov’era il “gotico”? Continuai, in attesa del finale, confidando nel titolo italiano del racconto. Lady Hamilton, con la crescita del nuovo neonato e pensando a possibili futuri eventi, decise di riorganizzare la casa, dismise la ex-stanza nuziale, adibendola a biblioteca studio per il nuovo marito e tornò ad abitare quell’ala del castello assieme a tutta la famiglia. Una notte… e qui iniziava il “gotico” … Una notte Lord Timothy tornò a dormire nel suo letto ed ogni notte sentiva la moglie passare davanti alla sua porta e lanciare un’occhiata nella sua direzione. Restava sveglio e immobile per non impensierirla e si muoveva soltanto quando capiva che lei era tornata a dormire e non poteva più avvertire i suoi movimenti. Poi una notte Bernard ebbe un sogno: alla base del vetro di una finestra illuminata dal sole vide la capigliatura di un bambino, presentì che sarebbe apparsa una testolina ed un piccolo volto sorridente e allora iniziò ad urlare in maniera soffocata nel sonno. La testolina apparve ed anche il sorriso del bambino, il terrorizzato Lord Timothy cominciò ad urlare e continuò disperato quando comparvero ai vetri della finestra gli altri piccoli volti sorridenti. Nell’ombra vide la sagoma scura di Lady Hamilton che attraversava lo specchio della porta nel corridoio. Era sveglio o dormiva? Era morto. Il suo era il grido del defunto Lord Timothy. Fine. Che strano racconto! Volevo saperne di più ed ho cercato nella letteratura inglese altri testi di Emily Alcott Northanger, ma non ne ho trovati. La scarna biografia dell’autrice, poche righe nell’antologia, non mi ha aiutato. Poetessa e scrittrice del secolo XVIII, impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile. Nient’altro di significativo.
Sono ritornato sull’opera, bisogna interpretare i testi, non i pensieri dell’autore, o meglio quelli soltanto desumibili dal suo testo. Nel racconto è chiaro che il sogno di una futura mamma felice diventa un incubo per il defunto marito. E quella sua mancata rassegnazione alla morte, la fuga terrorizzata di fronte all’incalzare della vita sempre nuova e gioiosa, nell’apparizione “across the window”, “aldilà dei vetri”, del sorriso dei bimbi, diventa “il grido del defunto Lord Timothy”. La conversione del titolo nella traduzione era autorizzato da quel finale “gotico”, anche se magari l’ispirazione alla storia era stata data alla Alcott dal timore, riversato sul suo personaggio, Lady Hamilton, di offendere la memoria del suo amore defunto, incalzato dalla nuova vita. Ma non sorride la vita alla morte?
3. Il cuore straziato
Ed ora mi tocca ritornare all’interpretazione del mio frammento poetico, nel senso del frammento poetico da me rintracciato su una delle riviste letterarie, che periodicamente vado a sfogliare. Era proprio necessario specificare che il poeta non sono io? Dante Alighieri prima scriveva le poesie e poi le commentava, come fa con la canzone: “Donne ch’avete intelletto d’amore…”, che commenta nella “Vita Nova”. Io non sono Dante Alighieri, è chiaro, ma un mestierante. Per far capire il paragone, assomiglio a quei cicloamatori che per imitare i ciclisti professionisti, quando arrivano al traguardo, alzano le braccia al cielo, in segno di vittoria.
Perché il cuore di Bernard è straziato? Approfittiamo del nome del protagonista defunto del racconto gotico di Emily Alcott Northanger, per assegnarlo al nostro anonimo poeta. Bernard non è defunto, ma il suo incubo forse è quell’accadimento notturno, il momento che non appartiene né alla morte né alla vita, illuminato dall’accensione della luce, al suo risveglio straziato nel cuore della notte.
Ecco, il cuore e lo strazio. Per Aristotele il cuore è il principio della vita, e quindi anche dell’intelligenza e del pensiero. Se il cuore si strazia, sanguina e la vita fluisce. Questo fluire della vita al di fuori del cuore del poeta ne indica il suo approssimarsi alla fine. Egli morirà e quei sorrisi aldilà dei vetri della finestra rappresentano la vita che si affaccia in tutta la sua innocenza, mentre Bernard sprofonda nel buio della morte. Ecco perché il sogno di Lady Hamilton lascia quella strana traccia poi svanita: “La giovane Alice si svegliò leggermente turbata, con un ritornello nella mente: “La vita sorride alla morte”. Era una frase letta dove? O pronunciata da chi? Era turbata e non sapeva dire perché, poi le immagini del sogno svanirono e lei fu presa di nuovo dagli affari quotidiani domestici.”
È soltanto questo lo strazio del cuore di Bernard? Quel sorridere della vita alla morte, che ora lo incalza? O lo strazio appartiene al suo cuore, perché quei sorrisi ai vetri della finestra gli appartengono, sono il suo cuore e il suo sangue?
Con questi interrogativi abbiamo annodato due passioni apparentemente diverse, avendo sovrapposto alla tonalità emotiva dell’anonimo frammento poetico, con quel momento notturno fuori del tempo, illuminato dalla luce che si accende nella notte, le impressioni attribuite al grido del defunto Lord Timothy della scrittrice inglese. Forse abbiamo fatto un po’ di confusione o forse no. I sogni rivelano in simboli gli archetipi dell’Inconscio. Nel mare dell’Inconscio collettivo le molte isole degli Inconsci individuali formano un arcipelago, dice Jung. Nulla esclude che il cuore straziato dell’anonimo poeta del frammento e la fantasia romantica dell’autrice del racconto gotico, nell’arcipelago degli inconsci individuali, siano isole strettamente vicine.
I CALZINI GRIGI
Prologo
“Vede, signora?” L’uomo abbassò i fari dell’automobile, che per un solo istante aveva alzato squarciando il buio della notte, poco prima di andare a fermarsi un centinaio di metri in avanti. Nel dire così, abbandonando con la destra il volante, aveva abbassato il braccio, sfiorando con le dita della mano il ginocchio della donna sedutagli accanto. La reazione fu però brusca, perché lei allontanò subito il braccio dell’uomo, contrastandolo con il gomito, indispettita. “Oh, mi scusi!” mormorò l’altro, e subito riprese il discorso: “Vede, ogni notte è così.” Ora si era voltato di nuovo in avanti, verso la sagoma di un uomo di spalle, seduto su un sasso di fronte a una statua. “Sta sempre fermo, immobile per delle ore, a volte fino all’alba.” La donna fissava con uno sguardo scettico quella sagoma, senza dire nulla. Un’automobile sopraggiunse e andò a fermarsi dietro di loro, subito spegnendo i fari. L’uomo alla guida si voltò indietro a guardare e fu subito raggiunto dalla frase di spiegazione della donna: “È mio marito.”
L’uomo indugiò un istante, poi si rivolse verso la donna e quindi guardò ancora in avanti verso la sagoma scura. Stettero quindi in silenzio per un po' di tempo a fissare lo spettacolo al buio dell’uomo seduto davanti alla statua, fin quando un’ombra apparve dalla parte del finestrino della donna. Era il marito, che le faceva dei gesti, lei rispose muovendo soltanto le labbra, l’ombra si allontanò. Passò del tempo, il guidatore aveva acceso la radio, a volume bassissimo, trasmettevano le musiche e le canzoni di “Notturno dall’Italia”. Albeggiò. Infine, la sagoma scura seduta di fronte alla statua, ora perfettamente visibile, si mosse. Si alzò, si voltò e s’incamminò, avanzando verso le due automobili allineate in fila sul viale. Era lui, Alberto S., come amava essere chiamato. Eleonora, quando lo vide sfilare a lato, mosse involontariamente la testa dall’altra parte, il timore di essere riconosciuta. Poco dopo si sentì il rumore della messa in moto di un’autovettura di piccola cilindrata, l’accelerata e la partenza. Qualche minuto, poi il marito si affacciò al finestrino: “Eleonora, andiamo,” disse, mentre lei abbassava il vetro. “Sì, vengo,” rispose lei e si accinse a scendere. Mentre apriva la portiera, il guidatore svelto era balzato fuori dalla sua parte ed era corso verso l’altro sportello. Vedendolo passare davanti al parabrezza, la donna indugiò, dandogli modo di raggiungerla e fargli tenere ferma la portiera dell’automobile, che lei aveva già aperto. Scese con calma, si voltò verso l’autista e disse: “Ha fatto un ottimo lavoro, Pantaleo. Domani concludiamo.” L’uomo s’inchinò con riconoscenza e quando lei si avviò verso l’automobile del marito, chiuse con decisione lo sportello.
I calzini grigi
Quali calzini ti metti? Quelli grigi, aveva risposto e poi era sparito. Era successo tutto all’improvviso e in modo molto strano, almeno nella forma, anche se quel momento lei, Eleonora, l’aveva sempre temuto e tenuto sepolto nel fondo della coscienza.
Quel giorno, anzi quella sera, dovevano uscire insieme, Alberto S. aveva ancora i piedi nudi infilati negli zoccoli, benché completamente vestito in giacca e cravatta, a cui aveva appena fatto il nodo e che ora si aggiustava automaticamente. Nel vederlo così, Eleonora sospirò e andò verso la camera da letto. In corridoio gridò: “Quali calzini ti metti?” Attese, prima di andare a frugare nei cassetti del comò. Arrivò subito la risposta: “Quelli grigi.” Aveva indugiato un po' nella scelta, prima di prendere il paio nuovo, a cui staccò l’etichetta, tagliando poi con attenzione il piccolo filo che li univa, per non provocare strappi. Ritornò in salotto, ma Alberto non c’era. Andò in cucina, non era neppure lì. Dov’era andato? Girò per casa chiamandolo, poi tornò in salotto e in quel momento si accorse che era uscito. Fissò gli zoccoli accanto alla poltroncina, segno che si era seduto per infilare i mocassini, andare alla porta e uscire. Si diresse all’uscio, aprì la porta e si affacciò sul pianerottolo, voleva andare alle scale, ma temeva di rimanere chiusa fuori, perché non aveva le chiavi. Forse era uscito, perché chiamato da qualcuno, un vicino, però lei non aveva sentito nulla. Decise di chiamarlo con il telefonino, ma lo sentì squillare in salotto, dove andò a recuperarlo sul mobile a specchio, irritandosi per non averlo visto prima. Attese ancora qualche minuto gironzolando per la casa, poi con stizza lanciò i calzini grigi sul letto, andò a prendere le chiavi e uscì. Scese le scale dei quattro piani del palazzo, loro abitavano all’ultimo, ma non incontrò nessuno, tutte le porte erano chiuse. In strada si mosse verso il viale principale, percorrendo un centinaio di metri, poi tornò indietro, andò verso il cancello aperto del vicino parco, si affacciò a guardare dalla piccola altura, ma non vide nessuno. Rientrò nel palazzo e scese nell’autorimessa condominiale, la loro automobile era regolarmente parcheggiata al suo posto. Allora risalì lentamente le scale del palazzo, fermandosi ad ogni pianerottolo, tendendo inquieta le orecchie; gli appartamenti erano abitati da piccoli nuclei familiari con bambini o coppie anziane.
Salendo al quarto piano, accelerò il passo e trafelata aprì la porta di casa: “Alberto, Alberto!” chiamò. Nessuna risposta, anche se per un momento aveva sperato che fosse rientrato. Ma da dove? Si guardò attorno e pensò al terrazzo, corse a prendere le chiavi di accesso e andò su rapida, lievemente affannata, per le scale a chiocciola, fin sul tetto. Aprì la porta in ferro e girovagò intorno, spiando nei lavatoi, si affacciò al parapetto accanto all’antenna parabolica, guardando il filo esterno, che lungo il muro portava al loro appartamento. Poi si andò ad affacciare dall’altre parte, dove da quella prospettiva, nel cuore del parco dell’Appia antica, poteva vedersi in direzione nord il panorama di Roma. Nelle prime ombre della sera, distinse lontana la sagoma del Cupolone, alzò lo sguardo verso il cielo dove era un po' più chiaro e notò le luci di un aeroplano che veniva verso sud, diretto all’aeroporto di Ciampino. Ridiscese e sul pianerottolo, andò a bussare il campanello della vicina, una signora anziana che viveva da sola, ma sempre molto attiva. Sapeva che era fuori, quindi si attendeva che non ci fosse nessuno, tanto meno Alberto. Infatti, il silenzio assoluto le confermò il suo pensiero. Stava per rientrare, quando sentì un rumore di passi e Giannina venne ad aprire. Eleonora le disse che stava cercando il marito, sebbene la vicina sapesse che non erano sposati. Lei sorrise e disse di non averlo visto, aggiunse che stava dormendo, poi presa da un dubbio, a sua volta domandò se per caso non era quella la sera dell’assemblea di condominio, lei non ricordava bene. Eleonora rispose di no, l’altra suggerì che forse il marito era sceso senza saperlo nell’autorimessa, dove qualche volta si era tenuta l’assemblea. Lei scosse la testa, la rassicurò, poi si scusò di averla disturbata. Entrambe le donne si ritirarono. Poco dopo, Eleonora uscì di nuovo, prese l’ascensore e scese giù in garage. Passando diede uno sguardo al corridoio buio delle cantine, se fosse stato lì, la luce doveva essere accesa e il cancello aperto, ma si accertò che era chiuso. Infine, prese l’automobile, e girovagò per le strade d’intorno, senza approdare a nulla. Se fosse stato nel parco, era ormai buio, per andarlo a cercare. Quando rientrò, una mezz’ora dopo, temette quasi di ritrovarlo a casa, un’aspettativa che andò delusa. Alberto si era allontanato e lei era andata a cercarlo, riassunse così per sé gli avvenimenti. Infatti, la tentazione di telefonare alla polizia, temendo una disgrazia, subito le si rivelò come un’azione troppo precipitosa. Era successo qualcosa, ma riguardava loro due e non terze persone. Non sapeva che fare, allora telefonò ad Agostina, quasi ventenne, la più grande delle sue due figlie, entrambe fuori Roma, in villeggiatura al mare con amici.
Lo studio della matematica
Due anni dopo la scomparsa di Alberto, Eleonora era una donna sposata con Giampiero, un uomo di oltre sessant’anni, dieci più dei suoi, quasi la stessa differenza d’età tra lei e Alberto S., soltanto che ora ad essere più giovane era lei e non il partner, come nel rapporto precedente. Possiamo dire che Giampiero era il suo terzo compagno, dopo il primo coniuge, Alberto, collega all’università, morto quando Agostina aveva sette anni e Carlotta due. Dopo avere vissuto tre anni da sola, con la madre ancora vivente, Eleonora si era trovato un nuovo compagno, quello più giovane, Alberto S. Era stato un amore a prima vista, o almeno così poteva sembrare. Era stata lei a cercarlo per telefono, subito dopo il loro primo incontro, nella villetta al mare, dove Eleonora aveva tenuto una delle sue piccole feste, per conoscere gente o meglio per trovare e scegliersi un uomo, un compagno, si sentiva sola. “Alberto, perché non mi viene a trovare?” Aveva detto subito, senza neppure presentarsi, sapendo di essere riconosciuta da quel giovane, sul quale aveva fatto sicuramente colpo, durante la conversazione della sera precedente. “Veramente…” il giovane esitò, poi subito disse: “- Quando? – Oggi pomeriggio. – A che ora? – Alle quattro. – Va bene, sarò puntuale.” E lo fu. L’invito era stato esplicito, dopo qualche giorno, erano già amanti. “Veramente mi chiamo Roberto,” aveva detto quel primo pomeriggio. E quando Eleonora le raccontò del primo marito Alberto, di cui era rimasta vedova, il giovane dichiarò che avrebbe cambiato nome, d’ora in poi si sarebbe chiamato Alberto Secondo. La gente avrebbe potuto scambiare quel numero dinastico, disse “dinastico”, per il cognome, e quindi non sarebbe apparso come un vezzo essere chiamato Alberto S.
Alla fine dell’estate, il giovane si trasferì nella casa di Eleonora sull’Appia antica, per ricomporre il mosaico familiare di lei, marito, moglie, due figlie, l’anziana madre. Per fare capire come considerasse questo suo rapporto d’amore con Eleonora, il giovane approfittò di una delle sue prime domande: “– Niente amiche del cuore? – No, mi sono dato allo studio della matematica.” E subito aggiunse la sua spiegazione: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.” La frase è riportata da Jean-Jacques Rousseau nelle sue “Confessioni”, che precisò Alberto S., non sono poi tanto sincere, le uniche vere sono quelle di Sant’Agostino. Lei continuava a fissarlo in silenzio, aveva già ideato il suo programma futuro. Avrebbe fatto di quel giovane avvocatino un uomo di sicuro successo nel foro giudiziario, aveva talento, ma poca ambizione e sicura timidezza. Era venuto nella sua casa al mare al seguito del giudice Gigante, un pretore onorario, che le faceva la corte, mettendola in imbarazzo, non tanto per l’età, un ultrasessantenne, ma per certi suoi modi e l’aspetto. Si sentiva anche intimidita, perché Gigante era educato, anche se poi lei, spiandolo, ne coglieva i lati negativi, quando il giudice era in disparte, un certo modo di tossire o sputacchiare nel fazzoletto, l’aggiustarsi la cinta dei pantaloni, lo stringersi ogni tanto le unghie tra i denti nel riflettere e diversi altri piccoli difetti che una donna di mondo non tollera in un uomo, invece quel giovane così controllato… ma che stava dicendo? Si fece attenta alle sue parole. Il giovane Rousseau, rievocando il suo soggiorno giovanile a Venezia, ricorda l’incontro d’amore con Zulieta e la sua infelice esternazione nella scoperta di un difetto fisico della cortigiana bellissima, però con un seno monco. Eleonora mostrò seduta stante al giovane Alberto S. di non avere difetti estetici, come dire sensibili, visibili, in linguaggio giuridico, “ictu oculi”, a colpo d’occhio.
Avevano vissuto dieci anni circa insieme, senza mai sposarsi. Quando lei, nei primi tempi, accennò all’argomento, Alberto S. si mostrò favorevole, avrebbero avuto dei figli. L’entusiasmo svanì in Eleonora. Dopo la nascita di Carlotta, le avevano allacciato le tube, non poteva più partorire. Fece cadere la discussione e tacque, lui non capì. Eleonora non tornò sull’argomento, e neppure lui, tranne una volta, settimane dopo. Aveva sognato lei che lo guardava da lontano con un sorriso triste e al risveglio aveva compreso la sua tristezza, non poteva dargli un figlio. Avutane conferma, Alberto S. non disarmò ed espresse il proposito di volerla sposare. Eleonora mostrò la sua contrarietà a un rito formale di matrimonio, visto che stavano bene assieme così. Non lo disse, ma entrambi lo sapevano, la loro unione reggeva fino a quando fossero andati d’accordo giorno per giorno. Una settimana dopo la sua sparizione, Eleonora si convinse, aveva un’altra, come aveva fatto a non accorgersene?
Era il suo punto dolente, ma anche un po' il tormento del suo partner. Alberto S. amava sinceramente Eleonora, ma sinceramente, naturalmente potremmo dire, era attratto da altre donne. Un desiderio invisibile, ma non agli occhi di lei, come di ogni altra. Se ne accorse subito lui, una volta in cui andarono a cena in un ristorante famoso: “La bestia”. Erano in Toscana, e a tavola servivano piatti in grande quantità di carne. In attesa di queste pietanze, Alberto lanciò uno sguardo sui presenti in sala e subito si accorse che Eleonora lo stava fissando, per capire chi lui stesse osservando. Intenzionalmente, Alberto S. appuntò lo sguardo su una giovane seduta a un tavolino abbastanza distante, una donna bionda più giovane, ma certo non avvenente come Eleonora, che in fatto di bellezza femminile era insuperabile, una primadonna. Si era accorta lei della sua intenzionalità? La sua espressione tradiva un certo desiderio di voler cogliere la verità nell’istante, ma quello di Alberto S. era un istante di recita, una rappresentazione, come dire una ripetizione, non un’immediata emozione. Citava di nuovo, presentava di nuovo sé stesso nell’atto di volgere altrove lo sguardo dalla sua donna verso un’altra, quasi quest’altra meritasse più attenzione. Un tranello nel loro gioco d’amore? L’amore come un gioco o come un giogo? Quello che dà spazio, ma soltanto nei limiti di un confine impossibile da oltrepassare, oltre il quale ne va del significato stesso dell’amore, gioco o giogo, come vogliamo definirlo.
In seguito la situazione dei loro rapporti si stabilizzò e un po' alla volta la stretta tra i due si allentò. Alberto S. seguì in primo tempo Gigante nelle linee del disegno da lei tracciato, poi si congedò dall’ambiente del foro giudiziario e intraprese il ramo commerciale delle aziende. Cominciò a viaggiare per l’Italia, inseguito dalle telefonate di lei, raggiunse una certa posizione nel suo ambiente di lavoro, tornava sempre a casa. La madre di Eleonora morì, le bambine piccole diventarono adolescenti, il tempo passò, Eleonora e Alberto S. stavano sempre insieme. Poi, quella sera, Eleonora si trovò a girare sola per casa, nelle mani quei calzini grigi.
La traccia
“– Sono l’avvocato Taddei. – Sì? – Parlo con la signora Pallieri? – Sono io. – Mi scusi, le telefono per conto di Pantaleo. – Pantaleo? – La “Pantaleo Security”. – Ah, sì! – Ci sono novità, suo marito, abbiamo una traccia, più di una traccia, l’abbiamo trovato.” Eleonora corse nello studio dell’avvocato Taddei, ossia nell’ufficio di Pantaleo al Laurentino, l’investigatore privato, a cui più di due anni prima aveva dato mandato di compiere delle ricerche per rintracciare Alberto S. alias Roberto Giulietti.
Dopo i primi giorni della sparizione del suo secondo compagno, Eleonora aveva fatto denuncia di scomparsa. Furono diramate le ricerche e alla donna fu assicurato che in caso di rintraccio lei sarebbe stata avvisata, ma se si trattava di allontanamento volontario, l’autorità di polizia non aveva altri poteri d’intervento. Non contenta, Eleonora Pallieri si era rivolta ad un’agenzia di investigazioni private. In un piccolo ufficio di due locali, una saletta d’ingresso e una stanza con poltrona e scrivania e due sedie per gli avventori, incontrò il titolare. Era un uomo basso e grasso di oltre cinquant’anni, calvo, soltanto una corona di capelli sulle tempie e la nuca, con gli occhiali da vista, un aspetto viscido. La donna firmò comunque il contratto, anche se per quell’uomo avvertì un’istintiva ripulsione, voleva giudicarlo dai risultati. Lasciò un piccolo acconto per le prime spese, riservandosi di saldare la parcella, in caso di esito positivo delle ricerche. Il giorno prima si era recata nella sede della ditta, dove Alberto S. era impiegato, ma ebbe solo conferma che lui era in ferie e da quando si era assentato non avevano avuto più notizie di lui. Alla fine del periodo di congedo, lei volle ancora andare a verificare, ma seppe che non si era presentato, le dissero che se non avesse ripreso servizio, sarebbe stata avviata una procedura di scioglimento del rapporto di lavoro. Certo, avrebbe avuto diritto ad una liquidazione e gli atti gli sarebbero stati notificati al suo indirizzo di casa.
Una settimana dopo il ricevimento dell’incarico, Pantaleo le telefonò, per informarla dei primi accertamenti: probabilmente Roberto Giulietti era espatriato in Germania. Colta di sorpresa, la donna si precipitò nell’ufficio di Pantaleo. In ditta, dove si era recato un suo incaricato, avevano riferito che ultimamente l’ingegnere leggeva dei quotidiani tedeschi, e questa era una fortuna. Non è ingegnere, corresse la donna, è un avvocato e dottore in matematica, comunque perché era una fortuna questa pista tedesca, interrogò. Pantaleo disse che aveva degli informatori fidati in Germania e che inoltre era in buoni rapporti con la polizia italiana e anche con quella tedesca. Erano delle assicurazioni generiche, forse delle vanterie, ma non aveva altro in cui sperare. Quell’uomo poteva essere un imbroglione, un millantatore, ma forse aveva dei legami occulti, un po' loschi, che a lei sfuggivano. Avrebbe ricevuto un rapporto entro tre mesi e il contratto poteva essere prorogato per altri tre, sei o nove mesi. Ma in ditta, avete scoperto se lui aveva altri legami, interrogò Eleonora, sentendosi sulle spine. “Signora, le faremo sapere, stiamo investigando proprio su questo,” rispose l’uomo con un sorriso, abbassando la testa. Il ghigno, tale parve alla donna il riso dell’uomo, le diede conferma che quella era la pista da battere.
In quei giorni aveva strane sensazioni, si sentiva come osservata, telefonò più volte a Pantaleo per sapere novità. “Signora, stiamo accertando, alla scadenza, le faremo sapere.” Il rapporto fu abbastanza deludente, un fascicolo corredato da numerose fotografie, ottenute con il teleobiettivo, in molte si riconoscevano gli abitanti del suo palazzo fotografati in altri luoghi della città, per lo più coppie, che andavano in locali pubblici o passeggiavano per strada. “Ma questa sono io!” esclamò, guardando una fotografia in cui era ritratta in primo piano assieme a un giovane su un autobus. “E questo chi è?” domandò Pantaleo, indicando il giovane, che si vedeva di profilo. “Mai visto” disse Eleonora. “Infatti,” commentò Pantaleo, “lei non l’ha mai visto prima, ma lui sì.” La donna guardò con più attenzione la fotografia, stava controllando la sua immagine, per accertarsi di come fosse venuta. “È un mio collaboratore” disse Pantaleo. “Come?” domandò distratta, osservava i suoi capelli, la fotografia era in bianco e nero, e il difetto di quella sottile riga bianca sotto la tintura, che appariva vicino alla tempia destra, la irritava. “Vede, non lo conosce.” Eleonora alzò la testa: “E adesso dove sta?” domandò. “In Germania” rispose Pantaleo. Prese un secondo album, Eleonora credeva di vedere immagini di città tedesche, e invece era sempre Roma, sempre coppie, ma più spesso donne sole, riconobbe anche Badeschi, il titolare della ditta di Alberto S. Pantaleo prese un terzo album, Eleonora riconobbe le strade vicino agli uffici dell’anagrafe, al Teatro Marcello, dove in quel periodo andava la mattina per suoi incontri di lavoro. Erano ritratti perlopiù uomini soli, ma tra loro non c’era Alberto S., erano fotografie recenti, pensò. Rinnovò il contratto, senza versare altre somme. L’agenzia investigativa non voleva perdere la cliente. Anche la seconda serie di fotografie, tre mesi dopo, più esigua, non diede nessun risultato. Il contratto sarebbe scaduto a fine anno, se ci fossero state novità, Pantaleo l’avrebbe chiamata. E la Germania? L’uomo alzò le spalle: “Niente, signora,” mormorò con tono dimesso. Uno degli ultimi giorni, prima della scadenza, le telefonò un giovane, chiedendo se volesse rinnovare il contratto, non costava nulla, bastava il consenso a voce. Fate voi, disse Eleonora, con voce priva d’interesse. Le passo il principale, si precipitò a dire il giovane, prima che lei chiudesse la comunicazione. Non si dimentichi di noi, disse Pantaleo. Beh! Ho da fare, Pantaleo, arrivederci. Eleonora chiuse la comunicazione. Aveva perso ogni entusiasmo, Alberto S. era distante nel tempo, e lei si era già trovata un altro compagno, Giampiero, colonnello dell’esercito in pensione, un gentiluomo. Si erano sposati e avevano fatto il viaggio di nozze in Estremo Oriente.
Hölderlin im Kreisverkehr
L’avvocato Taddei era la figlia di Pantaleo, aveva sposato l’ingegner Taddei, quel giovane ritratto con lei sull’autobus, espatriato in Germania, impiegato negli uffici dell’Agenzia Spaziale Europea, un’ottima conoscenza della lingua tedesca. Accolse con molta familiarità Eleonora, si sedettero una di fronte all’altra sulle sedie poste davanti alla scrivania del padre. Maddalena Taddei entrò subito in argomento, aprendo un fascicolo da cui estrasse dei fogli di giornali tedeschi. “Alcuni mesi fa, a Lauffen am Neckar, una città del Baden-Württemberg, fu commesso un orrendo delitto: una bambina di poco più di cinque anni era stata trovata strangolata in un giardino pubblico. La gente del posto indicò uno strano personaggio, che in quei giorni era stato notato aggirarsi nella zona, un italiano. Venne arrestato, infatti, nei pressi della “Hölderlin im Kreisverkehr”, “La rotonda di Hölderlin”, un monumento in memoria del poeta nativo di quei luoghi. A stento, la polizia riuscì a sottrarlo alla furia della folla, che aveva tentato di linciarlo sul posto, fu anche colpito con due coltellate a una spalla e a una gamba. In seguito, comunque venne rilasciato, perché risultò che era arrivato in città con il treno, dopo il delitto. Inoltre, fu scagionato anche dalla testimonianza di una signora del luogo, che dichiarò di conoscere l’italiano da due anni circa.” “Ah, ecco!” intervenne Eleonora, “risolto il mistero, volevo dire io!” L’avvocato Taddei la guardò attraverso gli occhiali, l’espressione interdetta, poi continuò: “L’anziana signora, un’ottantina d’anni, riferì che la prima volta l’italiano le aveva scherzosamente detto di chiamarsi Scardanelli, non era il suo vero nome, ed era venuto lì per contemplare le statue del monumento a Hölderlin. Poi l’aveva visto altre volte periodicamente, l’ultima volta era stato qualche mese prima, sempre alla “Rotonda di Hölderlin”.
Per questo, qualche giornale riportava il nome di Scardanelli, mentre gli altri, televisione compresa, parlavano soltanto di un italiano fermato e subito rilasciato, senza però fare il nome.” L’avvocato Taddei tacque, aspettando l’osservazione di Eleonora che voleva interloquire: “E voi come avete capito che si trattava di mio marito, del mio ex-marito?” “Davide aveva letto la cronaca particolare del Südwest-Presse, il quotidiano del Baden-Württemberg, dove era riportato il vero nome: “Roberto Giulietti”. “Sì, Alberto,” disse Eleonora. “Signora, io e mio marito, non abbiamo mai smesso di cercarlo, da quando papà ci parlò la prima volta.” Eh, già! pensò Eleonora, tutta la liquidazione della ditta di Alberto, che peraltro lei conservava ancora. “Ma, adesso, dov’è? Dove posso vederlo?” domandò. “A Roma, una di queste sere, papà vi condurrà da lui.” Non esitò a darle l’indirizzo, nel quartiere San Giovanni, dove Alberto S. era stato rintracciato, grazie ad alcuni amici del padre. “Comunque, Davide le spiegherà meglio, ha tutta una sua convinzione sulla vicenda.” Eleonora guardò Maddalena Taddei, per quella donna la verità era il marito Davide. “È stato lui a rintracciarlo,” disse Maddalena. Verissimo! pensò Eleonora. Avrebbe voluto conoscere e parlare con il giovane, si ricordò di quella loro fotografia sull’autobus, l’acconciatura dei capelli che non le stava tanto bene. Chi aveva scattato la foto? Questa donna qui. Chi, altrimenti? “Wer sonst?” disse Maddalena. “Arrivederci,” disse Eleonora e corse nel quartiere San Giovanni. Trovò il palazzo, bussò all’interno dodici, solo il numero, senza il nome. Non rispose nessuno. Citofonò al vicino, era un’anziana donna che non sapeva nulla. Chiamò l’interno dieci, sotto il dodici, rispose una voce d’uomo, abbastanza cortese, una voce del sud. “– Gentilmente, sono la sorella, per caso, ha visto l’inquilino dell’interno dodici? – Quello del piano di sopra? – Sì. – No, non l’ho visto. – Non sa dove può stare?” A quest’ultimo interrogativo, l’altro tacque, poi si sentì la voce, un tono piccato: “Signò, no sacciu!” Eleonora ringraziò e mormorò delle scuse, si spostò dal portone e telefonò a Giampiero.
Il tempietto
Avevano deciso, lei e il nuovo marito, il piano d’azione, abbastanza lineare: compiere una perlustrazione sul posto e poi appostarsi per sorprendere il disertore, così l’aveva definito Giampiero, promosso da poco al grado di generale, anche se in pensione, con un incremento quindi anche degli emolumenti mensili. Eleonora era inquieta, per questo improvviso riaprirsi della ferita che sembrava cicatrizzata, ma che ora tornava a sanguinare. Il luogo, il tempietto di Diana, era in fondo al parco, vicino a casa loro, probabilmente dove Alberto S. era andato quella sera dei calzini, prima dell’espatrio. Ecco, avrebbe voluto chiedergli, perché se n’era andato senza mettersi i calzini. Ebbe un sorriso nervoso e poi uno scoppio di pianto, riviveva le emozioni di quella sera. Quando aveva telefonato alle figlie, sentendo la madre singhiozzare, Agostina aveva gridato: “Mamma, mamma!” ed era corsa a chiamare la sorella. Si asciugò le lacrime, Giampiero stava tornando dal boschetto, era seduta sul sasso, di fronte alla statua, si ricompose e si alzò in piedi. Il militare impettito non si era accorto del turbamento della moglie o, se si era accorto, non lo diede a vedere. Indicò il boschetto, che stava dietro la scultura: “Possiamo dargli una via di fuga o farlo prigioniero.” Eleonora sorrise, anche Giampiero si sciolse, andarono a pranzo. Al vespro, dopo il riposo pomeridiano, si recarono di nuovo al tempietto, inoltrandosi con l’autovettura sul viale e fermandosi a un centinaio di metri. Attesero, mentre si faceva sera, ogni tanto scendevano per sgranchirsi le gambe. Era notte, accesero la radio a basso volume, musica classica, lei si assopì, il militare vegliò, il disertore non si fece vedere, all’alba smontarono la postazione, avrebbero ripreso le operazioni la sera dopo, ma Eleonora decise che forse era meglio di no. “Abbiamo delle pattuglie alleate, mandiamole in ricognizione,” concluse il generale.
Ora, passato il primo momento della notizia del rintraccio e dopo i primi vani tentativi d’incontrarlo, Eleonora era stata presa come da uno scoramento. Subito, l’improvviso riaccendersi della passione, una fiammata che si era repentinamente affievolita e ora sembrava fuoco sotto la cenere. Telefonarono a Pantaleo. L’investigatore si rianimò, sentendosi protagonista in gioco e sapendo di poter agire liberamente. Disse che Davide voleva spiegare meglio tutta la vicenda alla signora e lei ne approfittò per invitare a casa il giovane, lui e Maddalena, certo.
Andarono da loro la mattina del giorno dopo. In salotto, seduto sul divano, Davide tolse dalla cartella una busta e sfilò la fotografia, in cui erano ritratti insieme. “Questa dobbiamo restituirgliela,” disse. Eleonora lanciò un’occhiata distratta a quella sua capigliatura di un tempo, questa volta sapeva di essere impeccabile. “Quando ho capito che si trattava di Alberto S., il suo ex-marito, all’anagrafe Giulietti Roberto, io e Maddalena siamo corsi all’ospedale, dove era stato ricoverato. I medici l’avevano già dimesso, per sua volontà. A proposito, ad accoltellarlo era stato un turco, si è fatto anche un po' di prigione. Il risarcimento, Alberto l’ha devoluto all’avvocato come parcella. Ho parlato anche con la teste che l’aveva scagionato. Mi ha riferito il particolare di “Scardanelli” e allora ho potuto ricostruire la personalità del suo ex-marito. Secondo me, mi scusi signora, recitava una parte. Certo, pensò Eleonora, è proprio così. Esteriormente sorrideva a Davide, che proseguì. Voleva astrarsi dal reale, in cui era immerso fino al collo, e allora s’imponeva di sognare. Tramite un avviso sul giornale, aveva trovato lavoro come magazziniere in una fabbrica di Hannover, viveva da solo, e nel tempo libero andava a visitare musei, mostre d’arte, monumenti e altro del genere, in particolare si recava periodicamente all’Hölderlin im Kreisverkehr di Lauffen am Neckar. Il giovane sfilò dalla custodia il tablet che aveva portato con sé, l’appoggiò sulle ginocchia, tenendolo dritto sull’apposito sostegno e digitò sui tasti, quindi lo prese e lo mostrò a Eleonora. Sullo schermo si vedeva l’immagine di un monumento: “La Rotonda di Hölderlin”. “È l’opera di Peter Lenk, scultore controverso dell’arte pubblica, per molte sue opere irriverenti e satiriche.” Davide cominciò a illustrare il monumento, mentre Eleonora ne osservava i modi, senza prestare molta attenzione alle sue parole. Quel giovane le ricordava Alberto a quell’età, avvertiva lo stesso sentimento. “I dioscuri rappresentano i poeti Goethe e Schiller. La figura che troneggia in alto sul cervo, simbolo araldico del suo popolo oppresso, è Carlo Eugenio, Duca del Württemberg nel ‘700. All’estremità della barra orizzontale, che taglia le due verticali, a formare la “H”, l’iniziale di Hölderlin, su quella bicicletta, è Nietzsche. Sull’estremità della penna d’oca si vede Hölderlin bambino che alza le braccia e lo sguardo al cielo, in contrasto con l’altra figura, che lo mostra da adulto a cavalcioni sull’altra estremità della piuma, il volto reclinato, le mani incrociate dietro le spalle, l’aspetto dimesso, le gambe e i piedi che pendono sul vuoto.” Eleonora osservava l’immagine sul tablet, alzò lo sguardo su Davide: “Nessuna figura femminile?” L’osservazione era maliziosa, perché la donna aveva visto che c’era. “Diotima, una figura classica – si affrettò a spiegare Davide – è la protagonista del romanzo Hyperion di Hölderlin, in realtà Susette Gontard, consorte di un banchiere di Francoforte, la donna amata dal poeta, prima di precipitare nella sua tragica follia.” Davide pigiò sullo schermo e apparve un’altra copia della statua di Diotima. Osservò l’immagine e disse: “Beh! La figura classica della bellezza femminile è la Venere di Milo.”
“Poi è stato trovato l’assassino?” domandò a sorpresa Eleonora. “Un tedesco, uno squilibrato, affetto da turbe psichiche,” rispose Davide. “Certo…” guardò in aria, evitando lo sguardo di Eleonora, poi ripose il tablet e spiegò. Attraverso l’identità di Scardanelli, il nostro personaggio s’immedesimava nella mente di Hölderlin, il poeta che riconosce nella Bellezza la sorgente di tutte le forme della vita spirituale, l’idea del bello trasfusa nelle loro immagini dagli artisti, la poesia come suprema forma espressiva. Davide si fermò, perché quel discorso sembrava trascinarlo fuori dal tema del racconto, che invece doveva consistere in una relazione delle loro ricerche per trovare Alberto S., anche se Eleonora non pensava così. Quel giovane era Alberto S. alla sua età, dieci dodici anni prima. Ora sentiva che non aveva più il desiderio di ritrovare il suo ex. Il giovane seduto di fronte a lei, in quel salotto, era come Alberto, lei avvertiva lo stesso desiderio di condurlo con sé, sedurlo, Davide era Alberto.
Fu Maddalena Taddei a intervenire e a spiegare come avevano ritrovato le tracce dello scomparso, ad Hannover, dove si era recato, una volta dimesso dall’ospedale. Quando andarono a informarsi, seppero che era già ripartito per l’Italia, così riferirono nel suo ambiente di lavoro. Abbiamo telefonato e comunicato la notizia a papà, che è riuscito a rintracciarlo a Roma. Seguendolo, abbiamo potuto accertare le sue visite notturne al tempietto di Diana cacciatrice. Una di queste sere, sicuramente andrà là… anzi verrà qui, perché la statua è nel parco qui vicino. Noi però non possiamo esserci, dobbiamo ritornare in Germania, Davide già domani deve essere al lavoro, papà le farà sapere e la condurrà da lui. Si accomiatarono con quest’intesa.
Quando, qualche sera dopo, Pantaleo le telefonò per informarla che stava arrivando, seguendo la vettura “enjoy” di Alberto S., lei rispose che l’avrebbe aspettato sotto casa. “Giampiero, tu seguici, discretamente,” disse al marito.
Epilogo
Eleonora non incontrò più Alberto S., dopo quella notte al tempietto, in cui l’aveva spiato. All’indomani si recò da Pantaleo e gli pagò la cospicua parcella. Se il suo ex si fosse rifatto vivo, non poteva pretendere nulla da lei. Pantaleo, invece, non mollò subito. Seppe che Alberto S. aveva lasciato il suo alloggio a Roma, telefonò e comunicò la notizia al genero e alla figlia. Annunciò che andava a trovarli, per stare un po' con loro in Germania, poi chiuso definitivamente il caso, sarebbe rientrato a Roma.
Non sbagliava, il suo istinto d’investigatore non l’aveva tradito, Alberto S. era tornato con il treno a Francoforte sul Meno, aveva sostato alcuni giorni in quella città, per disbrigare una sua pratica di viaggio, quindi con l’autobus e alcuni bagagli si era diretto all’aeroporto internazionale. Prima di partire, sicuramente sarà andato ad osservare per un po' di tempo il monumento che ritrae Goethe, in una piazza della città.
Dove andava? Ai Caraibi? Oppure partiva per i mari del Sud, nell’Oceano Pacifico? Non lo sappiamo, ma io posso intuire la sua destinazione, anche se non so che cosa gli passasse per la mente. Secondo me, Alberto S. soffriva della sindrome di Stendhal, un disturbo di origine psicosomatica, descritto come un fenomeno psicotico combinato con nevrosi dissociativa. Forse la malattia di Alberto S. non era molto grave.
Che cosa avranno pensato di lui le hostess, nel vederlo salire a bordo dell’aeromobile, un completo inappuntabile, giacca e cravatta, le scarpe ai piedi senza calzini? A New York non era la stagione calda. Mi sembra di vederlo, Scardanelli, mentre cammina sulla quinta avenue, tra i grattaceli di Manhattan, alle prime luci dell’alba.
VERO GOTICO
Prologo
L’uomo camminava per la quinta avenue, nella luce grigia e irreale delle ultime tenebre che si andavano diradando all’alba. L’ombra dei grattacieli di Manhattan rendeva ancora più indistinta qualche sagoma fugace o il passaggio di rari taxi sulla via. “Signore! Signore!” Il richiamo gli giunse alle spalle inatteso. Si voltò appena, ma a stento riuscì a scorgere una figura dai contorni incerti muoversi in lontananza. Era indeciso, quindi riprese a camminare. “Signore! Signore!” La voce era diventata ora più distinta. Un altro italiano che ti segue nel crepuscolo del primo albeggiare in una New York deserta? Una situazione improbabile. S’insospettì e accelerò il passo. “Ehi, mister!” Il richiamo, questa volta, conteneva una nota di sorpresa. Continuò a camminare senza voltarsi, ma sentì lo scalpiccio alle sue spalle che si andava avvicinando. Attese di sentire il respiro affannoso del suo inseguitore, perché se lui si era affrettato, l’altro doveva andare quasi di corsa, a sentire i passi sempre più vicini. Allora, aumentò il ritmo della sua andatura e tese l’orecchio: adesso, era come se i passi fossero divenuti d’improvviso silenziosi. Pensò di voltarsi per verificare, ma allo stesso tempo non voleva diminuire l’andatura, poi trasalì. Sentì vicinissima la voce alle sue spalle, il tono sardonico e familiare: “Scardanelli!” Si fermò di colpo e si voltò, riconoscendo subito la smorfia diabolica del viso e il solito ghigno, una beffa. Arretrò di tre quattro passi velocemente e urlò: “Ehi, tu!” Bum! Bum! Il demonio cadde steso a terra di botto, mentre la sua ombra maligna volò via nell’alba grigio scura.
Il castello
L’altro giorno stavo decidendo dove andare in ferie. Siamo a metà luglio, il minimarket di via San Martino della Battaglia, vicino a piazza Indipendenza, dove lavoro come vigilante, chiude per agosto. Poi mi è arrivata la lettera, una vera sorpresa, anche perché non mi aspettavo che mi scrivessero. Sapevo infatti che doveva trattarsi dell’episodio dello scippo di oltre un mese prima, che avevo però già dimenticato.
Quella mattina, avevo preso servizio come al solito alle sette e mezzo, avevo assistito il direttore del negozio a sistemare le casse, erano arrivati i garzoni e le commesse, e alle otto abbiamo aperto. Io mi sono messo sulla strada, un po' di lato all’ingresso e sono arrivati i primi clienti, una giornata come le altre, in attesa di quello che succede. E verso le undici, qualcosa è accaduto, ma non al minimarket, un po' più distante. Ho sentito delle urla provenienti dalla parte di viale Castro Pretorio e ho visto arrivare un giovane di corsa che si stringeva la giacca al petto, un po' dietro un piccolo parapiglia. D’istinto gli ho sbarrato la strada e siamo rotolati tutti e due per terra. La mia preoccupazione era quella di non farmi sfilare la pistola dalla fondina. “Che vuoi? Che t’ho fatto?” sbraitava quello, intercalando nella frase insulti e imprecazioni. Mentre si dibatteva, ho pensato di mollarlo, cercando di evitare che mi percuotesse. Lo scippatore era quasi in piedi ed io ancora metà a terra, quando su di noi ho visto incombere una persona alta e robusta, il viso abbronzato, una massa di capelli scuri, le tempie imbiancate. Ha sferrato un tale pugno sulla spalla del malcapitato, una vera martellata, che l’ha schiantato di nuovo a terra. Sono sopraggiunte due zingarelle urlanti, inseguite da una donna che tentava di colpirle con la borsa, ultima una giovane bionda dall’aria malconcia. Erano usciti anche alcuni avventori dal vicino bar a commentare il movimentato episodio. In conclusione i tre furono consegnati alla polizia, la borsa scippata fu recuperata e la famiglia dei turisti francesi andò a sporgere denuncia. Alla fine del mio turno di vigilanza, andai a depositare la mia relazione all’ufficio di polizia. All’indomani andai in tribunale per testimoniare al processo per direttissima, i tre zingarelli furono condannati e scarcerati, mentre i turisti erano già ripartiti, cominciava un nuovo giorno.
Sulla busta della lettera speditami dalla Francia c’era scritto il mio nome e cognome: “Signor Francesco Buonanno”. Aprii e lessi: “Caro Francesco”. Seguiva il testo in lingua francese. Il signor Arnold de Montmorency, ricordava il mio intervento, commentava umoristicamente il suo colpo risolutivo, definendomi suo compagnon e in definitiva mi invitava nella sua residenza, il castello di Blois nella valle della Loira.
Certo, quella tremenda mazzata valeva come pena per il malaccorto scippatore più della condanna alla prigione non scontata, e forse il signor de Montmorency, nel rievocarla, voleva non vantarsene, ma considerarla appunto una giusta sanzione. Comunque, io, un vigilante, non mi vedevo molto nei panni dell’ospite in uno dei principali castelli della Valle della Loira. Che fosse un velato incarico di custode? In questa prospettiva, sentendomi più consono al mio ruolo, decisi di accettare.
Era un vero nobile il signor de Montmorency, ma nella Repubblica della “Liberté, Égalité, Fraternité” svolgeva l’ufficio di direttore del museo del castello di Blois, con annesso alloggio di servizio di pregio storico e artistico. Conservava così una dimora aristocratica, in cui velatamente rientrava nella sua identità di nobile principe, pur in assenza di dinastie tramontate. Fui ricevuto da Eric, che subito fraternizzò, è il caso di dire, come accade ai domestici, anche se in verità egli non era tale, ricoprendo la carica di direttore dell’ufficio di relazioni con il pubblico. Si occupava dei contatti con i turisti in visita al museo, che avevano anche la possibilità di alloggiare in apposite strutture del castello, di cui divenni anch’io ospite, a differenza degli altri però non pagante, almeno la prima notte. E non mi potevo lamentare, perché so che l’ospite dopo ventiquattro ore non profuma più, anzi comincia a emanare un odore sgradevole, come vuole la saggezza popolare.
Ero stato invitato a cena, ma prima, nella tarda mattinata, ebbi modo di compiere un giro guidato, assieme ad altri visitatori, nelle sale e nelle gallerie del castello. Ad illustrarne la storia, facendo rivivere personaggi e ambienti di quei luoghi, era la guida, una colta jeune fille, che parlava due lingue, inglese e francese, di razza celtica, alta e magra, bionda e con gli occhi azzurri. Riuscii a comprendere più del cinquanta per cento di quello che disse. Facemmo anche un giro nel parco, con una sosta davanti alla grande fontana, la cui vasca era circondata da un colonnato impreziosito da bianche statue classiche. Nell’occasione fui distratto da un ragazzo della comitiva intervenuto, per chiedere alla guida di parlare anche in italiano, tiepidamente sostenuto dalla madre, che mi lanciava ogni tanto delle occhiate, avendo capito da qualche mia battuta che ero un loro connazionale. L’oratrice interrotta ebbe un gesto d’irritazione, ma riparò dicendo in uno stentato italiano che il Nettuno al centro della vasca era una copia della statua in bronzo dello scultore fiammingo Jean de Boulogne da Douai, detto il Giambologna. Quindi passammo oltre ed infine rientrammo nelle sale del castello, guardando verso il quale da una breve distanza mi era parso di vedere alcune sagome femminili affacciate ad uno dei grandi finestroni.
Andai a riposare nella mia camera, dopo uno spuntino nella sala ristorante, affollata dai turisti, numerosi grazie alla stagione estiva. All’ora del vespro, ma la luce del giorno era ancora chiara, mi preparai per essere ricevuto dal signor de Montmorency, che mi aveva fatto avvertire per telefono da Eric. Fu lui stesso ad accompagnarmi e a introdurmi nell’alloggio del mio augusto signore ospitante.
“Oh, Francesco, mon cher ami, che onore!” Arnold mi accolse con grande calore e insieme andammo nella biblioteca. Parlava rapidamente e in continuazione e riuscivo a capire poco di quel che diceva, anche perché ogni tanto s’interrompeva con risate, che divennero più fragorose, quando rievocò quel nostro piccolo tumultuoso incontro a Roma. Infine smise e si dispose ad ascoltarmi, allora gli raccontai un po' banalmente del mio viaggio in aereo, nel mio incerto francese. A sorpresa, mi disse di esprimermi in italiano, affermando di capirlo, ma mi accorsi che non era proprio così. Sembrava interessato, ma ogni tanto guardava fuori della porta, forse un po' annoiato mentre gli riferivo i particolari del processo a quegli zingarelli sprovveduti, ma non tanto. Continuai sul tema, illustrando in generale il loro modus operandi, della partenza in metro la mattina dai campi nomadi della periferia, per andare al centro armati di cartoni ad assaltare incauti turisti da scippare e derubare. Quella volta gli era andata male, dissi ridendo, ma il signor de Montmorency a sorpresa si limitò ad assentire, con un semplice sorriso, che credevo fosse di compiacenza. Ora, aveva assunto un aspetto più composto ed ogni tanto fissava lontano verso qualche sua immagine, sorridendo quasi impercettibilmente. Come mi risultò chiaro poi a cena, quando seppi che un suo cugino era stato prefetto di polizia di Parigi, nel mio racconto, il signor de Montmorency doveva trovare conferma di analoghi episodi quotidiani nella capitale francese. In definitiva, gli parlavo di argomenti che lui doveva conoscere abbastanza bene, per quel suo legame familiare.
Nella saletta d’ingresso al salone dove cenammo, ritrovai madame Marjorie, sorella di Arnold e non consorte come avevo immaginato io, e la figlia Amandine, la giovane scippata a Roma. A tavola, ci raggiunse Natalie, amica di Amandine, e pertanto a cena eravamo in cinque. Serviva un giovane cameriere alto e con i capelli ricci, la giacca bianca, la camicia bianca con il farfallino nero e i pantaloni neri. Notai che aveva un difetto di pronuncia, doveva essere leggermente svantaggiato, ma i padroni di casa trattavano George Bernard in maniera molto familiare. Quel ruolo di cameriere doveva essergli stato assegnato, per agevolarlo nei rapporti sociali, e infatti Natalie coadiuvò più di una volta nel servizio.
Come ospite, non so perché, mi sentii in dovere di tenere viva la conversazione e cominciai con la filosofia, per non scivolare in politica, o parlare delle ultime notizie sportive. Non potetti fare a meno però di citare il Tour, dove si era distinto sulle pietre, nell’inferno del nord, un italiano in maglia gialla. Sull’ Équipe appariva nella fotografia in prima pagina, mentre pedalava sotto la pioggia, tutto sporco di fango, e sotto l’immagine, la dicitura: “Dantesque!”
Nel viaggio, avevo portato con me un testo del filosofo Paul Ricœur su alcuni aspetti del pensiero di Platone e Aristotele, e nel pomeriggio ne avevo letto alcuni brani. Devo precisare che pur facendo il vigilante, ho sempre avuto aspirazioni culturali forse un po' velleitarie, e ultimamente mi sono anche iscritto all’Università, credo per spirito d’imitazione. Una mia collega, Sonia Passerini, è laureata ed ha sempre rifiutato di stare in ufficio, desiderando svolgere il suo servizio in strada, peraltro giustamente meglio remunerato. Citai una frase di Platone, presa dal libro di Ricœur, che avevo mandato appositamente a memoria: “S’il existe une beauté en soi, les choses che tu dis être belles le sont en effet?” Si tratta della domanda che Socrate rivolge a Ippia (Ippia maggiore, 288a), per giungere all’essenza (Idea) delle cose secondo il suo solito ironico modo d’interrogare. Il dialogo è sul Bello, ed in verità chi parla è Platone, per svolgere il suo pensiero sull’eidos, l’Idea appunto.” “Oh, Platon!” esclamò con viva sorpresa la zia Marjorie. Ero lusingato. Sono un po' vanesio, ma il mestiere mi ha reso accorto, fissai il signor de Montmorency. Aveva l’aria di chi deve dire una cosa al momento importante, ma con cortesia tace in attesa che l’interlocutore completi il suo discorso. Io non dissi altro, e allora Arnold si rivolse alla figlia e la esortò a parlare, quasi presentandola ufficialmente a tutti noi. Era un discorso preparato, e quindi mi accinsi ad ascoltare con attenzione. Però, non ostante il mio atteggiamento teso e concentrato, la ragazza ebbe un piccolo modo di stizza come per far capire che doveva essere presa sul serio. Ero leggermente perplesso, perché questa situazione mi si era presentata già altre volte con giovani amiche. Evidentemente tutte pensano che i maschi sono più attenti a guardarle che a sentirle, o vogliono sottolineare, non so, questo aspetto, nell’incontro tra un uomo e una donna. Sta di fatto che dopo questo brusco abbrivio, Amandine si distese e iniziò a raccontare. E devo dire che il racconto catturò veramente la mia attenzione, sembrava che riguardasse l’ospite prescelto.
Il racconto
“Il racconto c’è stato tramandato dalla madre del nonno, il signore de Montmorency – Amandine guardò il padre, ottenendone uno sguardo rassicurante – che a sua volta l’aveva sentita da sua nonna testimone dei fatti, accaduti circa agli inizi del XIX secolo. La cronaca venne anche riportata dallo scrittore Moritz Hartmann e pubblicata nel 1861 sulla rivista Freya. Si riferiva per intero lo strano racconto ascoltato dalle labbra di una dama ospite nel nostro castello. A fare lo “strano racconto” era stata allora la giovane Amandine de Montmorency, l’ava di cui porto il nome. C’era in quel tempo nel parco una fontana simile a quella attuale, con una balaustra su cui si ergeva una teoria di ventiquattro statue di divinità greche, copie di esemplari elleni o cinquecenteschi. Nel mezzo di una fontana, innalzata su una roccia, era stata messa la statua del Nettuno di Jean de Boulogne.” Ah! La mia esclamazione non fu raccolta, ma provocò una breve pausa, quindi Amandine riprese: “Una mattina, io allora ero ancora una fanciulletta, mio padre si affacciò alla finestra e vide uno strano individuo aggirarsi nel parco. Era quello stesso che avevo incontrato, il pomeriggio prima, vicino alla fontana, durante la mia consueta passeggiata. Riferii il particolare al babbo, ma lui mi disse di non preoccuparmi, congetturò che fosse un prigioniero politico o di guerra, che il governo lasciava vivere nelle province interne quasi in stato di libertà e sulla semplice parola d’onore. Intanto lo sconosciuto, mentre ammirava le statue attorno alla vasca, ebbe un diverbio con la nostra guardia campestre, che lo invitava ad allontanarsi, perché si era addentrato in un luogo privato dove non si poteva stare. Lo sconosciuto protestava, ma senza compiere nessun gesto violento, continuando solo a guardare le statue e parlando come se si riferisse a loro. Mio padre allora scese nel parco e si avvicinò per mettere fine alla discussione, cercando di evitare che fossero commessi gesti inconsulti. La guardia campestre insisteva a voler scacciare l’intruso, come era suo dovere, ma mio padre, vedendo che lo sconosciuto era soltanto attratto dalle statue, cercò di rabbonire il nostro vigilante. Questi era un tipo battagliero, molto geloso del suo ruolo, sapendo però che il babbo era molto amico del prefetto di polizia, finì per desistere e si allontanò per altri giri di perlustrazione. Lo sconosciuto, intanto, proclamava che gli dèi non sono proprietà di nessuno, ma appartengono al mondo, continuando a declamare versi poetici, riferiti alle divinità raffigurate dalle statue. Aveva un particolare accento tedesco ed ebbe anche l’ardire di contraddire vivacemente mio padre sui nomi di alcuni dèi, mostrando di avere una conoscenza e competenza eccezionale in materia. E si mise a declamare anche strofe di poeti classici direttamente in greco, impressionando molto il mio genitore, che pur vedendolo malmesso nell’abbigliamento e abbastanza stravolto nell’espressione, lo invitò in casa. Qui, assistito dalla servitù, fece un bagno caldo, consumò voracemente una colazione abbondante e infine si addormentò di colpo sul divano del salotto. Noi lo lasciammo dormire fino al crepuscolo, e quando si risvegliò, lo mandammo a sciacquarsi il viso e poi il babbo lo invitò a cena.
Il giovane parlava abbastanza bene il francese, pur con il suo accento tedesco, e iniziò una discussione con mia zia, che era una donna credente, molto pia. Sentendogli tessere le lodi delle divinità antiche, cercava di contestarlo con argomenti riferiti alla Bibbia, interrogandolo sull’immortalità dell’anima. Allora, lo sconosciuto se ne uscì testualmente nel seguente discorso: “Tutta la bontà che noi bellamente pensiamo diviene un essere divino, il quale non ci abbandona più, e invisibile a noi, tuttavia transustanziato in bellissime forme, ci accompagna per tutta la vita, fino alla tomba. Dal nostro tumulo funebre prende poi il volo e si unisce alle schiere delle altre divinità che già riempiono di sé il mondo e che lavorano concordi a trasformarlo e perfezionarlo. Queste divinità sono prodotti o parti dell’anima nostra, e in tali parti soltanto l’anima nostra è immortale. I grandi artisti ci hanno lasciato nelle opere loro per così dire l’immagine sensibile delle proprie singole divinità, ma non le divinità stesse. Quelle opere sono l’immagine delle divinità riflessa dal nebuloso cerchio della nostra terra, così come il sole si specchia nella superficie di un lago, meglio ancora, su un mare di nebbia. I Numi belli della Grecia sono per l’appunto cosiffatte immagini dei pensieri più belli di tutto un popolo. Ecco in che cosa consiste l’immortalità.” Rimanemmo tutti ammirati da queste parole, ma avvertivamo uno strano contrasto tra i suoi abiti sdruciti e sporchi e lo sfoggio inimitabile della sua cultura classica. Inoltre, la zia era curiosa di conoscere la storia di quest’uomo e spinse mio padre a chiedergli il nome. Allora, il tedesco si premette le mani sulla fronte, come se avvertisse un dolore, e poi rispose: “Dirò il mio nome domani.”
Comunque, sebbene il giovane avesse questo strano comportamento, mio padre lo invitò egualmente a pernottare da noi. Egli aveva così sentenziato: “Lo spirito di quest’uomo ha subito una specie di devastazione”. Io ero convinta che fosse una specie di profeta, un mago benefico. Mia zia, che in un primo tempo lo aveva ritenuto pazzo, era contenta di poter all’indomani continuare a discutere con lui di filosofia e gli aveva preparato anche la stanza per la notte. E così andammo tutti a dormire in attesa dei nuovi eventi del giorno seguente.
Ma la notte doveva distruggere ogni piano. Circa un’ora dopo la mezzanotte, le alte grida di aiuto di un domestico, il quale cercava di raggiungere il proprio abbaino reduce da un’avventura notturna, destarono di soprassalto la casa tutta. Io mi precipitai con la zia nel corridoio, nell’attimo stesso in cui mio padre apriva la porta della sua stanza. Dopo aver lanciato un’occhiata lungo il corridoio, il babbo tornò di corsa verso di noi e ci spinse nuovamente nelle nostre camere da letto. In mezzo minuto, avevo tuttavia già visto abbastanza. Il domestico giaceva sul pianerottolo più alto della scala rovesciato a terra dallo spavento. Innanzi a lui, lo sconosciuto in una strana acconciatura. S’era avvolto intorno al corpo un lenzuolo bianco. E poiché questo costituiva l’unico suo indumento, egli aveva assunto quasi l’aspetto di una statua greca. Nella sinistra reggeva una lampada, nella destra una spada, un bell’esemplare artistico d’arma del ‘500, proprietà di mio padre, che stava solitamente appesa nella camera dell’ospite. Il babbo lo disarmò, poi lo riaccompagnò nella stanza, dove cedendo ai suoi inviti, lo straniero si rimise a letto. La mattina dopo, la zia in lacrime, sembrò rassegnata: “È veramente pazzo.” Affacciate alla finestra, abbiamo visto lo straniero aggirarsi nel parco e poi avviarsi in fondo al boschetto, dove scomparve. Poi non l’abbiamo più visto.”
Amandine aveva concluso il suo racconto, dove aveva perfettamente recitato la parte della sua antenata, ed ora sembrava come quegli attori che si riposano dopo un atto. Io tacevo, perché, ripeto, quel racconto mi aveva completamente conquistato. Il signor de Montmorency aveva l’aria soddisfatta e prese un calice di vino, tenendolo a mezz’aria, quasi l’invito a un brindisi festoso in onore della figlia, la sua bravura a raccontare. Lei, però, ebbe come un moto di ripensamento, frugò nella borsa che aveva accanto ed estrasse un foglio: “Volevo recitare alcuni versi di questo geniale e confuso poeta tedesco.” Il padre abbassò il calice, Amandine diede un’occhiata al foglio di appunti, poi alzò la testa e cominciò a declamare:
“Quando lontana all’uom l’usata vita
lontano va dove fulgida è vendemmia,
spoglio d’estate anche il campo rimane,
il bosco col suo scuro volto appare.
Se la natura specchia le stagioni,
se essa resta e quelle passano presto,
ed è compiutezza…”
Amandine si fermò e abbassò lo sguardo sul foglio, allora io declamai:
“… il cielo all’uom rifulge
come all’albero i fiori fan corona.”
Sembrava quasi l’intesa su una scena di teatro, una specie di recita a soggetto, a definirla in maniera pirandelliana. Tutti mi guardarono sorpresi, Amandine in maniera un po' inquieta: “Conosce il poeta?” m’interrogò. Rimasi indeciso nel rispondere, poi dissi: “Lo conoscono un po' tutti.” Era una risposta anodina, data quasi per scansare l’attenzione che avevo destato su di me, rivelando forse un tratto di vanità del mio carattere. “Sì, ma la poesia è poco conosciuta” replicò. Come darle torto? Esitavo. “Sono alcuni degli ultimi versi scritti, quando il poeta era già da molti anni preda del delirio e della sua malattia,” disse Amandine. “Sì, confermai, quando era stato accolto e rinchiuso nella casa del falegname Zimmer, a Tubinga.”
Nel dialogo intervenne il signor de Montmorency: “Oggi è divenuta la Torre di Hölderlin. Così, infatti, è conosciuta oggi la casa che si affaccia sul fiume Nekar, ora adibita museo.” Tacque un istante e subito aggiunse: “Credo raccolga un discreto numero di visitatori in Germania.” La figlia lanciò un eloquente sguardo al padre. “Ho pensato di fare un museo anche, qui, ma è rimasto solo un progetto.”
Arnold alzò il calice e bevve, senza nessun brindisi, passata l’occasione. Quindi, disse:
“Mi sono un po' interessato, per capire se quello sconosciuto di passaggio nel nostro castello fosse stato davvero Hölderlin. Alcuni particolari sulle date corrispondono. Il 14 dicembre 1801, Hölderlin è già a Strasburgo, dove però viene trattenuto per complicanze burocratiche sul passaporto. Ha intenzione di passare per Parigi, prima di arrivare a Bordeaux, dove l’amico Ströhlin gli ha procurato un nuovo posto di precettore in casa del console di Amburgo, ma rinuncia e passa invece per Lione. Il 28 gennaio 1802, quasi un mese dopo, tanto ci voleva allora per attraversare la Francia, scrive una lettera da Bordeaux: “Caro amico, non posso pensare senza un brivido di paura al tempo trascorso nelle nevose giogaie d’Alvernia, in luoghi selvaggi, tra bufere infernali, nelle notti passate su duri giacigli con la pistola carica al fianco, per quei valichi tutt’altro che sicuri.” Il signor de Montmorency ebbe un lieve sorriso, poi continuò. “Dopo alcuni mesi, lasciò Bordeaux forse per dissensi con il console sull’educazione dei figli, ma forse anche perché si rivelavano i primi squilibri mentali. Girovagò a piedi per le contrade di Francia in uno stato di grave sconvolgimento psichico, prima di tornare a Nürtingen, in casa della madre. Qualche anno dopo, fu ricoverato nell’ospedale di Tubinga, ormai completamente infermo di mente, e quindi affidato a Zimmer, nella cui casa affacciata sul Neckar trascorse il resto della sua vita. In questo periodo, scrisse sporadicamente alcune poesie, come l’ultima che avete recitato, firmandole: “Scardanelli”.
Epilogo
Sono ripartito la mattina dopo per Parigi, da dove avrei preso il volo per Roma, con la sosta di un giorno nella capitale francese. La notte era trascorsa tranquilla, ma faceva caldo, mi sono svegliato e dalla stanza a piano terra sono uscito sul portico che dava sul cortile, fiocamente illuminato. Mi sono seduto su una panchina di marmo e ho chiuso gli occhi, quasi a voler prendere sonno nell’aria un po' più fresca. Ora, io non ricordo bene, infatti ogni tanto mi fa male la testa e devo stringermi le tempie, perché non riesco a sopportare il dolore, quindi ho immagini confuse nella memoria, forse sognavo. Due mani femminili mi coprirono delicatamente gli occhi, al contempo sentii alcuni risolini e una voce che mi sussurrava nell’orecchio: “Je suis Amandine.” Ho allungato le mani per liberarmi gli occhi, ma sono riuscito a spalancarli subito, perché non ho più sentito le mani premere. Nel buio incerto, mi è sembrato di vedere una sagoma femminile fuggire via, ma ho avuto la sensazione che fosse Natalie, non so perché. Era sembrata un po' annoiata tutta la sera con quel racconto del poeta tedesco folle, e poi, la mattina dopo, avevo saputo da Eric alcuni particolari sulla sua vita. L’amica di Amandine non era francese, ma russa di origine, si chiamava Natasha, viveva da poco al Castello, e il fine settimana andava a Parigi da alcuni suoi conoscenti agli Champs-Élysées. Ecco perché, quella sera, a Parigi, andai a passeggio da quelle parti. Le strade erano affollate: “Una statua di marmo mi conduce per mano / Oggi è domenica e i cinema sono affollati / gli uccelli tra i rami osservano gli uomini / E la statua mi bacia ma nessuno ci vede / Tranne un fanciullo cieco che ci segna a dito.” Era il mio stato d’animo, quello cantato da Prévert. Alla fine, a tarda ora, entrai in una famosa sala di varietà musicale, e presi posto a un tavolino in prima fila. Spesi una fortuna, quella sera, cena aragoste e champagne, paillettes e lustrini sul palcoscenico, fantasmagorie e immagini seducenti, infine la vedette. Quando apparve, la riconobbi subito, la sua performance fu eccezionale, danze e volute acrobatiche nello splendore della sua naturale bellezza, con l’applauso finale scrosciante. Il sipario si chiuse, ero fermo lì al tavolino, dovevo andare, ma aspettai ancora, e Natalie passò davanti a me. Incedeva trattenendosi la lunga veste con entrambe le mani, accompagnata da un uomo biondo alto e riccioluto. Andarono a sedersi a un tavolino lì a fianco. Nel passarmi davanti, Natalie, gli occhi celesti, il viso bianco, i capelli neri, mi indirizzò un bacio e sussurrò: “Oh, mon amour!” Era lei, quella del sogno.
Più tardi uscii e sostai fuori dal locale, nella notte, sugli Champs-Élysées ormai deserti. Il patron amico di Natalie mi raggiunse subito dopo. Ero amico della ragazza? No, avevo però conosciuto il fratello anni prima. Dove? A New York, in un’alba grigia tra i grattacieli di Manhattan, bum! bum! steso al suolo, ho assassinato il diavolo! Risata dell’amico. La donna è la sorella del demonio, dissi. Un refrain, commentò l’altro, e poi salutò congedandosi: “Buona notte, signor Scardanelli.”
NOTA FINALE
Il titolo della storia, “Vero gotico”, ha una doppia valenza. Il racconto di Amandine, con qualche lieve adattamento, è stato tratto dal testo di Vincenzo Errante, “La lirica di Hölderlin”, Principato Editore, Milano, 1939, pp. 45 ss. In questo senso, l’episodio di carattere gotico, relativo alla possibile figura di Hölderlin come protagonista, ha una sua attendibilità storica, e pertanto si può definire come “vero gotico”. Ma anche il racconto, nella sua realtà di finzione, è “vero gotico”, con l’iniziale assassinio del diavolo e l’enigmatica figura dell’io narrante, che si rivela come un’incarnazione di Hölderlin, attraverso l’identità di Scardanelli. La doppia valenza del titolo consiste quindi nell’attribuire carattere di verità sia alla realtà storica sia a quella di finzione, nell’ambito di una scansione tra i termini “vero” e “finto”, distinguibili entrambi da “falso”.
IL SILENZIO DELLA PIETRA
Prologo
Era giunta a Roma in mattinata da Francoforte sul Meno. Quando squillò il telefonino, automaticamente rispose: “Ja, bitte”, ma non sentì risposta. Si accorse che mancava la comunicazione, era stato lo squillo della segreteria telefonica, che l’avvertiva di un messaggio ricevuto. “Ciao, Lisa…”, ebbe un tuffo al cuore “… sono Bellarmino, ti saluto prima di partire.” Era da oltre un anno che attendeva di sentire quella voce. “Sono Bellarmino”, quando gli aveva telefonato la prima volta, così annunciandosi, lei lo avevo canzonato: “E io sono Lucrezia Borgia, non mi riconosci?” Un’autovettura strombazzò, mentre stava attraversando la strada, peraltro sulle strisce pedonali. Siamo proprio a Roma, pensò. Andò a prendere il “30” al Teatro Marcello e scese sul viale Cristoforo Colombo, all’incrocio con la Grotta Perfetta. Con il “769”, raggiunse la zona del parco dell’Appia Antica. Trovò facilmente il viale e dopo un po', leggermente ansante per il cammino, raggiunse il tempietto di Diana. Elisabetta Del Tullio si sedette sul sasso di fronte alla statua della dea, si chinò in avanti, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, nascose il volto tra le palme delle mani e pianse. “Ti amo, Lisa”, le aveva detto prima di chiudere la comunicazione. Era tanto tempo che voleva sentire quelle parole. Infine, si riscosse, si alzò e lasciò il parco, per riprendere il suo itinerario per Nemi, dove giunse in taxi. Si fece lasciare ai limiti dell’abitato, non lontano dal sito archeologico del tempio di Diana Nemorense.
“Il nostro lungo viaggio è terminato, la nostra navicella ha ormai ammainato le vele in porto. Riprendiamo la strada per Nemi. È sera e percorrendo il lungo pendio della via Appia su per i colli Albani, vediamo dietro di noi il cielo rosseggiante, con il fuoco del tramonto, la sua luce che posa su Roma come l’aureola di un santo morente, sfiorando quasi un’orifiamma la cupola di San Pietro. Uno spettacolo indimenticabile. Ma lasciamolo alle nostre spalle, riprendiamo la strada che s’inombra lungo il fianco della montagna fino a raggiungere Nemi; volgiamo lo sguardo nella conca profonda del lago che si fonde e scompare rapidamente nell’ombra della sera. Ben poco è cambiato in questo luogo, da quando Diana riceveva l’omaggio dei suoi fedeli nel bosco sacro. Il tempio della dea silvana è scomparso, è vero; il re del bosco non monta più la guardia al “ramo d’oro”, ma i boschi di Nemi sono ancora verdi. E mentre il tramonto a ponente impallidisce sopra di essi, ci giunge sulle ali del vento il suono dell’Angelus dalle campane di Roma. Ave Maria! Dolci e solenni giungono i loro rintocchi dalla città lontana e vanno lentamente a morire sulle vaste paludi della campagna romana. Le roi est mort, vive le roi! Ave Maria!” [1]
[1] Il brano è tratto dal saggio su magia e religione dell’antropologo scozzese James Frazer (1854-1941): “Il ramo d’oro”. Il titolo deriva dal racconto di Virgilio nell’Eneide, in cui la Sibilla consiglia all’eroe di procurarsi un ramo d'oro (vischio), prima di scendere nell'Ade, per consentirgli di ritornare dagli Inferi. Nel saggio viene anche narrato il rito dell’uccisione del Re custode del bosco sacro di Nemi, dedicato alla dea silvestre Diana, il cui posto veniva occupato dall’uccisore.
Un sorriso freddo
Nei vapori del sonno, aveva sentito grattare alla porta, poi si doveva essere alzato, ma non ricordava se nello stato di veglia, forse una sorta di sonnambulismo. Rivedeva sé stesso nell’atto di andare alla porta della camera, aprirla e scrutare nel buio. Doveva essere accaduto, non appena era andato a dormire. E poi aveva sognato una strada umida tra grigi palazzi e come una sagoma di donna che si allontanava. Saltò giù dal letto, perfettamente sveglio e riposato, dall’imposta socchiusa filtrava una luce grigia, forse pioveva. Dopo un po' era pronto e scese nella sala della colazione. La ragazza era lì in piedi, davanti alla porta, rispose al saluto e gli fece cenno di entrare. Si voltò a guardarla, e rivide quel volto freddo e sereno, lo sguardo che interrogava in silenzio. Indossava l’abito nero del giorno prima, in armonia con il colore scuro dei capelli e degli occhi. Quando era arrivato in albergo, aveva trovato al banco della reception una ragazza esile, i capelli biondi e gli occhi azzurri. Ritrovò subito la sua prenotazione, leggendo sullo schermo del computer. “Carta d’identità, prego,” aveva detto in italiano, con accento teutonico, il tono di voce leggero. Consegnò il documento e si voltò a sinistra, dove era apparsa lei, che lo stava osservando: “Non ha bagaglio?” interrogò. “Sono arrivato proprio ora con il treno e sono venuto direttamente qui.” La risposta non era congrua, lei continuò a osservarlo in silenzio. La giovane tedesca bionda gli consegnò il badge della stanza: “Bitte, achtzehn Zimmer, im zweiten Stock.” Elisabetta Del Tullio tradusse: “La stanza diciotto, al secondo piano”, e indicò l’ascensore, dalla parte dove stava lei. Mentre le passava davanti, si fermò e le chiese fino a che ora erano aperti i negozi, quel sabato. “Fino alle otto, ne trova alcuni subito fuori sulla piazza.” Sembrò volesse dire altro, anche lui indugiò, si fissarono per alcuni istanti, la bionda al banco appariva intenta a leggere alcune carte. “Sono venuto dall’Italia, senza bagagli,” disse. “Riparte subito?” Interrogò lei. “Domani pomeriggio, per Hannover, devo essere presente lunedì mattina.” Lei non replicò, si limitò a sorridere, un sorriso freddo, mentre lo interrogava con gli occhi. “Vado” mormorò lui e si avviò per le scale senza prendere l’ascensore.
Non so dire se, nell’occasione, Elisabetta Del Tullio si sia voltato a guardarlo, presumo di sì, ma non sono certo se abbia notato quell’anomalia di Bellarmino, che portava le scarpe senza i calzini. Quando tornò prima dell’ora di cena, con gli acquisti fatti, tra cui una borsa, lanciò uno sguardo distratto al banco di accettazione, ma oltre all’addetta che l’aveva ricevuto all’arrivo, non vide altri. A cena servì molto rispettosamente un cameriere tedesco, nella sala c’era soltanto una famiglia di mediorientali, padre madre e figli grandi, due. Quando risalì in camera, passò dal retro dell’accettazione e gli sembrò di vedere un’ombra scura di donna nella penombra. Con quest’ultima immagine e la visione delle strade cittadine percorse, andò a dormire.
Il caffè all’americana gli fu servito da un ragazzo con i capelli rossi, rasati quasi a zero. Bellarmino si alzò e andò alla tavola imbandita, dove colse l’occasione per mettere nel piatto alcuni salsicciotti fumanti, frittata d’uovo e patate. Non era abituato, ma voleva subito adeguarsi all’alimentazione del luogo. Tornò al suo tavolino e cominciò a mangiare. “Colazione mediterranea?”, si voltò verso la donna che in piedi al suo fianco aveva parlato. Era Elisabetta Del Tullio, la freddezza del sorriso lo colpì ancora una volta, restò a guardarla fisso negli occhi. “E allora non mangia?” disse lei. “Si segga,” invitò lui, spostando la sedia vicina per farle spazio. “Non posso, sono in servizio,” disse lei, mentre si sedeva. “Come?” disse lui. “Ritornerà qui a Francoforte, alla fine della Convention?” domandò lei. Bellarmino non rispose subito, guardò il piatto con le salsicce, alzò la testa e disse: “Sabato prossimo verrò a trovarla e starò qui anche domenica.” Elisabetta Del Tullio si alzò in fretta: “Mi telefoni prima,” disse, allontanandosi. Lui stette a guardarla, mentre attraversava la sala.
Prima di partire, dopo avere pagato il conto, al banco c’era una donna grassottella di mezza età, Bellarmino sostò guardandosi attorno, poi si avviò all’uscita, ma non spinse la porta a vetri, si fermò e si voltò indietro a destra, dove non vide nessuno. “Ecco il mio numero di telefono,” sentì dire vicinissimo alla sua sinistra. Si girò di colpo dall’altra parte, scontrandosi con il corpo soffice di Elisabetta Del Tullio. La ragazza gl’infilò un biglietto nella tasca della giacca, che gli aggiustò indugiando con le mani sui bottoni. Si sfiorarono le gote, poi lui si avviò fuori e di là dai vetri agitò la mano sinistra, in segno di congedo.
Il numero degli stolti
Il sabato seguente, andò a prenderlo alla stazione, si abbracciarono e baciarono come due innamorati, che si rivedono dopo una lunga separazione, ed uscirono sulla piazza cingendosi con le braccia attorno alla vita. Erano due turisti in città, che si muovevano a piedi e con i mezzi pubblici. Erano nella Paul-Arnsberg Platz, seduti su una panchina: “Tu non sei un operaio, Roberto,” disse Elisabetta Del Tullio, con tono malizioso. “Tu sei un manager.” Lui la guardò, prima di rispondere: “Un ex-manager, ora sono soltanto un lavoratore italiano in Germania.” Lei lo guardava negli occhi: “Hai letto i dati sulla mia carta d’identità?” interrogò lui. Lei non rispose, continuava a fissarlo: io leggo la tua anima nei tuoi occhi, diceva il suo sguardo. “Io riesco a leggere di te nella tua figura, nei tuoi gesti, nel tuo modo di parlare,” disse lui. Poi aggiunse: “Tu non sei una receptionist di albergo né tanto meno una kellerina, sei una funzionaria della Banca Centrale Europea.” Indicò la torre in vetrocemento, che si innalzava davanti a loro, con il grande stemma giallo oro dell’euro, alla base, circondato dalle dodici stelle.
“E sei laureata in Economia,” concluse. “Sì,” ammise lei. “E il sabato e la domenica, per hobby, vai in servizio all’hotel.” “Anche per integrare,” disse lei. “Hai nostalgia di Roma,” disse lui, “io ti ricordo la tua città.” Lei l’abbracciò e lo tenne stretto a sé. “Tu eri sposato,” mormorò, quando si sciolsero dall’abbraccio. “Sì,” rispose, “lo sono ancora.” La ragazza si turbò. “Il mio matrimonio si è interrotto una settimana fa, sono stato io,” precisò. La ragazza era inquieta: “Sono scomparso, non sono più un manager romano privato, adesso sono un magazziniere alla Volkswagen di Hannover.”
Dopo quel primo incontro, si ritrovarono la settimana dopo e l’altra ancora, nel sabato e la domenica liberi, interpretando con passione giovane la loro storia d’amore. E così per altre settimane, poi una volta non si erano visti, Elisabetta era andata in Italia, a Roma, dai suoi familiari. Si videro quindici giorni dopo, lei era cambiata, era divenuta fredda. Andarono un po' in giro insieme, poi si lasciarono, Bellarmino ripartì. Non ritornò però ad Hannover, prese invece il treno per Stoccarda, in direzione contraria, destinazione Lauffen-am-Neckar, nel Württemberg.
Ora, in viaggio, si poneva il problema matematico della divisione dei numeri naturali per zero. Ne aveva parlato anche con lei, prima del viaggio in Italia: “Come laureata in Economia, sei esperta di matematica, quindi risolvi questa semplice operazione: zero diviso zero.” Elisabetta aveva sorriso: “Zero diviso zero dovrebbe fare zero; ma se tu sei zero ed io sono zero, siccome zero è un numero della serie dei numeri naturali, allora come tutti i numeri naturali, zero diviso zero si perde all’infinito.” Era andata disegnando nell’aria l’otto rovesciato simbolo dell’infinito, poi era rimasta incantata a guardare il suo disegno invisibile, e infine si era piegata verso di lui, un bacio leggero sulle labbra. “Hai ragione tu, zero diviso zero uguale a zero è un puro errore,” aveva detto mentre lei si scostava, un momento d’amore infinito.
Ma quale numero è infinito? “Infinitus est numerus stultorum”, dice Qoelet. Infinito è il numero degli stolti, ma l’infinito non è un numero. La frazione con denominatore zero è come nella meridiana l’ombra dello gnomone al tramonto, una lunghezza che non ha fine. Guardò la campagna che correva fuori dal finestrino del treno, la fuga infinita degli alberi e del paesaggio. Si ricordò l’ammonimento di Zulieta: “Zaneto, lascia stare le donne e studia la matematica.”
Poi un giorno, lei telefonò, erano passati dei mesi: “Non mi vieni più a trovare, Roberto?” Una domanda, la voce, il desiderio. “Sono Bellarmino,” rispose. Sentì il breve riso nervoso dall’altra parte. “Forse un giorno ti telefonerò, per chiederti di sposarmi,” disse. “È quello che stai facendo, Roberto.” Era la voce di una donna innamorata, lui aveva le idee confuse, lei non insistette e chiuse la comunicazione.
Il silenzio della pietra
Roberto Bellarmino è stato un teologo e cardinale, santo della Chiesa cattolica, vissuto nel ‘500, grande inquisitore di Galilei. Appartenente all’ordine dei Gesuiti, nelle sue opere contrastò sempre le dottrine protestanti, in particolare nelle “Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos.” Studente nel seminario protestante, lo Stift di Tubinga, Hölderlin avrà sicuramente studiato questo testo. Egli però aveva sempre rifiutato di svolgere le funzioni di pastore, preferendo dedicarsi all’attività poetica, esercitando le funzioni di semplice precettore. Nel “Fragment von Hyperion”, la prima stesura del romanzo, Iperione e Bellarmino s’incontrano sulle “rovine dell’antica Roma”, e quindi quest’ultimo è italiano, mentre diventa tedesco nel testo definitivo.
A parere di alcuni suoi interpreti germanici, Arminio forma latinizzata di Hermann, si deve identificare nell’eroe che sconfisse le legioni romane e Bellarmino sarebbe il Bello-Arminio. La bellezza di Arminio rappresenterebbe lo spirito della totalità in contrapposizione alla realtà disgregata della Germania, descritta nell’invettiva di Hölderlin contro il popolo tedesco. È stata proposta anche l’interpretazione che Bello deriverebbe dal latino bellum e il nome intero starebbe per “Arminio il guerriero”, il personaggio storico simbolo della lotta contro Roma.
Non so se questi aspetti critici del suo nuovo nome fossero conosciuti da Roberto, ma sono convinto che egli avesse concentrato la sua attenzione su questo nome poi adottato come suo pseudonimo, in relazione ad alcune immagini che gli sorgevano confusamente dal cuore, come dire dei ricordi. Bellarmino era indubbiamente l’amico prima italiano e poi tedesco d’Iperione, ma la sua figura gli apparve come una sfumata immagine ondeggiante sulle rive francesi dell’Atlantico.
“È il vento di nord est.
Il più amato dei venti
per me, perché ai marinai promette
la rotta giusta e l’anima ardente.
Va’ e saluta
la bella Garonna
e i giardini di Bordeaux
là dove il sentiero
s’accosta alla riva aspra
e il ruscello cade profondo
nel grande fiume
…
Bene è invece parlare,
dire i pensieri del cuore,
udir molte cose
dei giorni dell’amore,
dei fatti che avvennero.
Ma gli amici dove sono?
Bellarmino e il suo compagno?”
L’interrogativo inquietò il cuore di Roberto, quasi un appello, un richiamo a quei giorni lontani, ma quali? Nella lirica di Hölderlin, “Andenken” (“Ricordo”) si rievocano i giardini di Bordeaux. Ecco, qui, i ricordi, le immagini del cuore (Herzens Meinung) di Roberto si sovrapponevano a quelle del poeta. La spiaggia, le onde dell’oceano, lo scorrere delle acque del fiume: “udire molte cose / dei giorni dell’amore…” Bellarmino dove sei? Si turbò, si scosse, si ritrovò, svanì nel suo essere un nuovo sé stesso. Hölderlin sapeva dell’intelligenza del cuore, da dove sgorga la poesia delle immagini, nel nulla del divenire del tutto: “Quel che resta lo fondano i poeti.”
E che cosa esprimono i poeti, se non la bellezza divina? È la loro anima immortale a creare i grandi pensieri belli, le divine idee, che i grandi artisti trasformano in immagini sensibili nelle loro opere. Ma in esse noi vediamo soltanto le icone della divinità, non l’essenza divina che si rispecchia in loro come la luce del sole nell’acqua di un lago o in un mare di nebbia. Era Hölderlin a ispirargli questi sentimenti, lo spirito nuovo in cui ora Roberto Bellarmino viveva. E non gli restava che interrogare il silenzio della pietra, le immagini degli dèi, il cui spirito immortale vive nei boschi, nei fiumi, nel mare, nella terra e nel cielo. Soltanto nella quiete dell’ascolto, nel silenzio di fronte all’icona divina, imprigionata nel marmo dal genio dell’artista, egli poteva rimanere assorto in preghiera ed entrare in intimo colloquio col dio.
Epilogo
Al ritorno dall’America, Roberto ed Elisabetta Del Tullio si erano rincontrati e poi sposati presso la rappresentanza consolare italiana a Düsseldorf, dove lui aveva trovato lavoro come capo operaio nella locale fabbrica automobilistica.
Mentre Bellarmino volava a New York, dove Elisabetta aveva vissuto da universitaria e poi impiegata dell’Onu, la ragazza si era recata in Italia. Entrambi, per una singolare coincidenza della sorte, erano stati colti dallo stesso desiderio di visitare ognuno i luoghi dell’altro, rivivere idealmente i giorni in cui non si erano ancora conosciuti, quasi una particolare forma di possesso del tempo della vita dell’altro non vissuto insieme. Alzando lo sguardo verso l’alto profilo del grattacielo, il Palazzo di Vetro, tra la 41esima e la 42esima Strada, Roberto colse il soffio della sua vita avvenire, quello stesso che investì Elisabetta di fronte alle vestigia del tempio di Diana Nemorense, nel bosco sacro, a Nemi.
In fabbrica, Bellarmino era costretto ad alzarsi presto, prima delle cinque del mattino, dovendo controllare l’ingresso degli operai del primo turno. Non abituato alla rigidità del clima, presto si ammalò, contraendo una polmonite, e nel giro di poche settimane morì. La salma traslata in Italia, dopo una breve cerimonia funebre, fu tumulata nel cimitero romano del Laurentino.
L’altro giorno, andavo a trovare don Piero, un prete amico mio, parroco di una chiesa al centro di Roma. Mentre camminavo, nei pressi di Santa Maria in Trastevere, ho notato un gruppo di ragazzetti che si rincorrevano all’uscita di una scuola. “Ciao, Bellarmino!” ha gridato uno di loro, salutando il compagno, che andava verso la madre, una donna ancora giovane, i capelli e gli occhi scuri, lo sguardo freddo, sereno.
ABSCONDITA DEA
Prologo
Stavo tornando dalla parrocchia di Santa Maria in Trastevere, dove avevo fatto una lunga chiacchierata con don Piero sul tema dell’eternità divina dei Santi, come avevo introdotto io il discorso. Ora, però, mentre tornavo, mi rendevo conto di avere sentito distrattamente la disquisizione del sacerdote, assorbito com’ero da altre immagini e altri pensieri che mi attraversavano il cuore e la mente. Infatti, ripassando per la piazza di poco prima, dove avevo incrociato Elisabetta Del Tullio, la madre del piccolo Bellarmino, mi sono fermato ad osservare il portone della scuola e lo spiazzo antistante ormai vuoto. Ma come facevo ad essere sicuro che si trattasse proprio di lei, la consorte del defunto Roberto Bellarmino? E poi chi mi aveva raccontato questa storia? Ossia la storia dolorosa dello sfortunato Roberto e della sua Elisabetta? Ero confuso, avevo dei dubbi, mi sentivo emotivamente coinvolto in questa loro umana vicenda, che pure mi sembrava così irreale. Schopenhauer sostiene che noi viviamo esclusivamente nel presente: “Nel passato nessun uomo è vissuto, e nell’avvenire nessuno vivrà.” E sulla sua scia, Nietzsche ci parla del grande meriggio, il baratro di luce in cui precipita tutto il presente. Questi grandi filosofi ci dicono di vivere l’attimo, come anche Epicuro, che ci rassicura sulla morte: “Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi.” E infatti, dov’era finita la morte di Roberto Bellarmino? Ero inquieto, per un istante, ma soltanto per un istante ebbi come la percezione di essere io stesso Roberto Bellarmino. Mi guardai intorno per vedere se qualcuno si fosse accorto del mio turbamento, ma non c’era nessuno, lo spiazzo era deserto. Comunque, pensai bene di allontanarmi da quel luogo, ma sarei tornato, dovevo uscire da quel mio stato confusionale, presentarmi ad Elisabetta. Ma come?
L’approccio e la fuga
Erano diversi giorni che la vedevo arrivare, sempre alla stessa ora, per andare a rilevare il figlio, Bellarmino, quel bimbetto dall’aria sbarazzina. Certo, era come tutti gli altri della sua età, ma io avevo fissato la mia attenzione su di lui, in ragione della madre. Ogni volta che mi passava davanti, sembrava non accorgersi di me, neppure uno sguardo distratto, e così non avevo ancora avuto l’occasione, l’opportunità, diciamo il coraggio di avvicinarla. Ma, ora, avevo deciso, le sarei andato incontro con il mio migliore e più rassicurante dei sorrisi e… ed eccola che stava arrivando! Avevo il cuore in tumulto. Quando si avvicinò, mi mossi camminandole a fianco, a destra: “Sono Scardanelli,” mi sorpresi a dire. La donna si voltò a guardarmi, l’espressione scura, senza rispondere, girò di nuovo la testa in avanti, continuando a camminare. “Elisabetta,” dissi affrettandomi, perché lei aveva aumentato il passo. Stranamente mi distanziava, allungai un braccio posandole una mano sulla spalla. Lei scrollò la spalla e si voltò a guardare indietro alla sua sinistra, come feci anch’io imitandola. Caspitina! Un agente di polizia grassottello ci camminava dietro e stava quasi raggiungendoci, l’altra collega, una biondina, seguiva un po' più indietro. In verità, avevo notato la pattuglia, che sostava con l’autoradio in un angolo della piazza, pensavo ai servizi di prevenzione davanti alle scuole… e invece… cioè… Decisamente aumentai l’andatura e quasi correndo raggiunsi l’angolo della strada e svoltai in fretta nel vicolo, infilandomi nell’andito di un palazzo col portone semichiuso. Sentivo gli agenti alle mie calcagna, trattenni il respiro, fui colto dalla necessità di un’impellente minzione, attesi. Mi sembrava di vedere l’ombra dei due poliziotti sulla strada, poi sentii che mi chiamavano: “Scardanelli!” Tacqui. Poi la voce di uno di loro, quella dell’agente grassottello, divenne melliflua: “Scarda… aaa… ne… eeelli! Scarda… aaa… ne… eeelli!” Era come un richiamo per bambini piccoli, tutto così inverosimile e buffo. Ma sembrò quasi che il poliziotto si fosse accorto di questo mio atteggiamento derisorio, perché cambiò tono e bruscamente gridò: “Scardanelli, vieni fuori! Sappiamo che sei nascosto là dentro!” Non risposi. Allora, il tono divenne minaccioso: “Scardanelli, se non esci immediatamente, lo diciamo a tua madre!” Stavo quasi scoppiando a ridere, quando sentii un grido: “No, a mamma, no! No, non lo dite a mamma!” Uno spilungone sgusciò fuori dall’ombra del portone (ma dove stava nascosto?) e cominciò a piagnucolare: “No, a mamma, no! Non lo dite a mamma!” “Scardanelli, quante volte te lo devo dire che non devi dare fastidio alle ragazze?” lo rimproverò l’agente. “Vieni, andiamo!” “No, non lo dite a mamma, no, non lo dite a mamma!” L’uno si lamentava, l’altro lo rimproverava, le voci si allontanarono. Ero sconcertato. Mi rivoltavo in quel mio buio, colto da una sorta di torpore da dormiveglia, poi nel silenzio sentii come una musica che si avvicinava, diventando sempre più forte e assordante… Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.
Abscondita dea
Quando fu promulgato l’edito di Costantino, Enea Silvio cominciò a preoccuparsi, perché gli risultava difficile pregare le sue divinità, senza rischiare di essere sorpreso e punito dalle centurie di vigilanza della nuova fede cristiana, l’unica religione ufficiale dell’Impero. Era solito andare a pregare al tempio di Venere, che si trovava tra la Basilica Massenzio e il Colosseo, ma ora tutto era diventato più complicato. Quei cristiani, che fino a poco tempo prima erano stati soltanto carne da leone, negli spettacoli all’Anfiteatro Flavio, adesso avevano alzato la testa, dopo essere emersi dalle catacombe. Enea Silvio era convinto che all’arrivo di questi nuovi tempi, Venere fosse fuggita dal tempio, lasciando solo la sua immagine nella statua, perché ormai non rispondeva più alle sue preghiere. In quel tempo era fidanzato con Lucrezia Valeria, una discendente a suo dire della celebre Lucrezia figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e sposa di Collatino. La ragazza sosteneva che non poteva concedere il suo onore a Enea Silvio, perché altrimenti avrebbe dovuto compiere lo stesso eroico e tragico gesto della nobilissima antenata, e questo non era possibile. Perché? Come, perché? Vuoi che io mi tolga la vita, perché da te disonorato, infame! No, Lucrezia, ti chiedevo perché vuoi toglierti la vita? Mai! Giammai, io compierò questo gesto sacrilego, o empio e malvagio seduttore, adoratore di dèi falsi e bugiardi. Eh, no! Semmai, sono le dee ad essere… ma Enea Silvio non completò questo suo pensiero che gli parve immediatamente sacrilego. Il giovane abbassò il capo: “Supremum vale, Lucretia.” E stava per andarsene, quando Lucrezia Valeria gridò: “Ma come? Te ne vai e mi lasci sola, malvagio individuo!” Enea Silvio stava per sbottare, quando Lucrezia, invicta puella, di colpo cambiò atteggiamento, e con dolce imperio pronunciò: “Nocte intempesta nostram deveni domum.” Ciò detto, si raccolse la veste, girò le spalle e se ne andò, l’andatura fiera e lievemente ondeggiante. “A mezzanotte, vieni a casa mia.” Questa è pazza, pensò Enea Silvio.
La storiella come io l’ho raccontata mi è stata riferita, più o meno negli stessi termini, da Vitaliano Cartapesta. Certo, io ci ho messo abbastanza del mio, soprattutto nella teatralità delle battute del dialogo tra i due fidanzati, ma devo dire che le frasi latine sono di Cartapesta, ossia come da lui a me riferite, anche se magari le avrà racimolate da qualche altra parte, forse sul web. Rimane la sostanza di una storia tra due giovani, la solita eterna storia degli incontri e scontri amorosi, in verità le prime schermaglie. Quello che però Vitaliano ci ha tenuto a precisarmi è che la vicenda ha una sua certa rilevanza, per le contingenze storiche in cui si è venuta a svolgere, vale a dire il periodo di transizione a Roma tra il culto pagano e la nuova fede religiosa cristiana. Ma non era questo il punto ossia il motivo del perché era venuta a raccontarmela, in quanto la storiella era soltanto il preambolo, per così dire, di una sorta di scoperta veramente eccezionale, questa sì di portata storica e archeologica notevolissima, da lui compiuta. “Manlio! – gridò al telefono, svegliandomi, quella mattina – Manlio, presto, vieni! È una cosa sensazionale! Devi vedere, altrimenti non ci credi! È da morire!” Era elettrizzato al massimo, esaltatissimo, erano le sei del mattino, e lui non aveva dormito tutta la notte. Non potevo non esaudire il suo desiderio.
Quando sono arrivato a casa sua, l’ho trovato che mi aspettava in strada davanti al portone con il cappotto indossato sul pigiama, tutto spettinato, l’espressione febbrile, ma il viso illuminato da una luce prorompente, che s’irradiava intorno, sebbene l’aria fosse grigia e fredda. “Vieni, Manlio,” disse precedendomi in casa. Vitaliano abita al piano terra e anche al primo piano di una palazzina a quattro piani, con soli altri sei condomini, quelli sopra di lui. “Vieni,” mi ha invitato ancora a seguirlo, scendendo le scale delle cantine seminterrate. Seguivo con una certa riluttanza Cartapesta, che aveva acceso la luce del corridoio, era andato davanti alla porta della sua cantina, aveva aperto e si era infilato dentro, tirandomi subito dietro di lui. “Aspetta!” ha detto poi, uscendo di nuovo nel corridoio, con una lampadina tascabile. È andato a spegnere la luce ed è tornato al chiarore della piccola torcia, poi ha chiuso la porta. “Non devono sapere che siamo qui, Manlio. È importante questo.” A questo punto ho domandato: “Vitaliano, hai scoperto un tesoro?” Mi ha illuminato il volto con la torcia, ho strizzato gli occhi e ho cercato di coprirli con la mano. “Oh, scusa!” ha detto lui. “Ma come hai fatto a indovinare?” Prima che rispondessi qualcosa, ha aggiunto: “Hai raggiunto il vero, ma anche tu ne sei rimasto abbagliato.” In verità, volevo replicare, è la tua torcia elettrica, ma ho taciuto. Si è tolto il cappotto, invitando a togliermi la giacca, poi ha spostato uno scaffale metallico sulla parete di fondo della cantina, ed ha aperto una porta che si confondeva nel muro. “Vieni, Manlio” ha detto illuminando quell’andito stretto e buio in cui eravamo entrati. Ha illuminato un angolo in basso a sinistra e al chiarore della lampadina, ha spostato una botola. Quindi ha posato la lampadina tascabile a terra e si è cominciato a calare, scendendo da una scala a pioli infissa nel muro: “Prendi la torcia e seguimi,” ha detto. Ma dove mi stava portando?
Adesso stavamo in una stanza buia, molto più grande dell’andito da cui eravamo scesi. Vitaliano mi ha preso la torcia di mano e ha diretto il fascio di luce verso il soffitto: “Vedi, Manlio, vedi!” Illuminava il contorno in alto della parete. Si vedeva una cornice di tufo squadrato, quello tipico delle rovine delle mura romane. “Sono le tracce archeologiche dell’antica domus,” disse. “Una villa patrizia?” domandai. “La Aeneae Silvii Aurea Domus!” Esclamò. Cercai di guardarlo in viso e nella penombra del fascio di luce mi sembrò di vedere, o forse l’immaginai, l’espressione radiosa.
Una goccia d’acqua colata dal soffitto mi bagnò il viso, mentre Vitaliano trafficava in un angolo, poi sentii il tipico battere di una goccia sul pavimento. D’improvviso una luce bianca che andò sempre più a schiarire il buio illuminò l’ambiente. Vitaliano aveva in mano una grossa lanterna con una luce al neon, che depose su un tavolinetto lì accanto, prima confusa con le tenebre. Una nuova goccia d’acqua mi cadde in testa. “Piove!” esclamai. “Siamo nell’atrium,” disse Vitaliano, “vicino all’impluvium,” spiegò. “Che cosa abbiamo sopra di noi?” domandai. “La strada, Manlio, in prossimità del parco, che finisce a ridosso dell’Horti Praefecti.” “Come?” “La Grotta Perfetta, l’attuale toponimo.” “Ah!” Cadde un’altra goccia. “Spostiamoci,” dissi. “Certo,” disse Vitaliano, sei proprio vicino alla cisterna, l’impluvium. Quindi accennò alla sua sinistra: “Andiamo al cubiculum, vicino a una delle alae, e di là passiamo nel triclinium.” Attraverso una breccia nell’angolo della parete, a fatica seguii l’amico nella camera della domus, accanto all’ambente laterale, e quindi di là accedemmo alla sala da pranzo. In verità stavamo attraversando una galleria stretta, in cui dovevamo procedere a testa bassa, per non urtare contro il muro in testa a noi. Io seguivo soltanto il fascio di luce della lampadina tascabile, che Vitaliano aveva preso con sé, mentre il chiarore dell’atrio della domus alle nostre spalle si andava sempre più affievolendo. “C’è ancora tantissimo da scavare, Manlio,” disse alla fine Vitaliano, quando raggiungemmo il triclinium, uno spazio un po' più ampio di quella specie di galleria, da cui venivamo. “E adesso?” domandai. “Un altro passo in avanti, Manlio, ma nell’altra direzione.” Guardai alle mie spalle: “Verso le tabernae, allora, accanto alle fauces,” dissi. Ricordavo che l’ingresso della domus, le fauces, aveva ai propri lati le botteghe, gli ambienti di lavoro artigiano. Mi ero “sovvenuto”, nel senso che era “venuto su” dal mio cuore questa immagine delle fauces, in quella situazione in cui cominciavo a sentirmi inghiottito dalle fauci della terra, marciando nelle tenebre dietro all’inossidabile e ostinato Cartapesta Vitaliano, archeologo. Questi mi corresse subito: “No, Manlio, l’ingresso è dalla parte opposta, noi non torniamo indietro, ma giriamo ad angolo retto, per accedere al tablinum, il soggiorno, come dire la sala più ampia della domus, situato da quest’altra parte dell’atrium. Hai capito?” E come no? Ci mancava solo il tablinum! La sala più ampia della casa, dove la matrona trascorreva la maggior parte della giornata assieme ai filii, mentre il consorte, il pater familias si andava ad occupare degli affari pubblici, la res publica, concorrendo alle opere di pace o alle imprese di guerra dell’Urbis, le res gestae. Comunque, questo tablinum, in cui ora sostavamo era in verità un vano angusto sottoterra. “C’è ancora molto da scavare, Vitaliano,” dissi. “Certo, per rendere completa l’opera, senza dubbio; ma ora è tempo di andare. Preparati, Manlio!” Dirigeva il fascio di luce al di sopra delle mie spalle, e mi sembrava tremolasse. “Qui, a destra, c’è l’hortus, il giardino, dove la mater e le ancelle conducevano i bambini a giocare, mentre più avanti, là, Manlio, là...” e la voce di Vitaliano Cartapesta cominciò a tremare: “… è il misteryum sacelli!” Mi sorpassò, costringendomi al muro che ci separava dall’ antico hortus. “Vado avanti, Manlio, faccio strada per l’aedicula, seguimi!” Aedicula è il diminutivo di aedes, tempio, i.e. il tempietto. Avanzavamo verso il sacellum, il recinto sacro, un chiarore si espandeva, mentre seguivo Vitaliano, che balzò a sinistra, e io dietro di lui. Entrammo e fu luce di folgore! La statua della dea, più splendente del bianco della luna nella notte argentea, ammaliò il nostro sguardo e ci trafisse. Oh, sante divinità celesti ed infere! “Est domina Venus!” esclamò Vitaliano, “abscondita dea!” E di colpo accadde quel che accadde.
In aeroporto
Ero sulle spine, in attesa che arrivasse Rossella. C’era ancora tempo, prima del volo, ma io ero impaziente, lì sulla banchina partenze del T3. Mi fermai ad osservare alcuni turisti in abiti ancora estivi, beh! era la famosa ottobrata romana, anche se alla fine. “Che cosa stai guardando?” Mi voltai e vidi Rossella, gli occhi ridenti, soltanto una leggera ombra. “Gente che va, gente che viene,” dissi. Non sembrò convinta, io mi riscossi: “Andiamo, passiamo subito il controllo, e poi abbiamo tempo.” Entrammo ed io mi fermai a leggere il tabellone delle partenze, che segnalava un’ora di ritardo per il volo Roma Parigi. Ecco fatto, pensai. “Allora andiamo a fare colazione con calma,” dissi. Ordinammo al bancone e poi portammo al tavolino il vassoio con i cappuccini e i cornetti e l’acqua. Rossella era contenta. Quando l’avevo invitata a venire, l’avevo un po' presa alla sprovvista, doveva avvertire sul lavoro, ma era sicura di liberarsi. E infatti ottenne il permesso. Avevamo tante volte progettato il viaggio, senza realizzarlo, poi di colpo la mia decisione. Stavamo insieme da due anni, forse un giorno ci saremmo sposati, era lei a fare un po' di resistenza. Chissà ora! Forse era l’occasione buona, una sorta di breve viaggio di nozze prematrimoniale. Quando finimmo la colazione, andai a comprare il giornale e mi sistemai in un angolo della sala, vicino alla vetrata che dava sulle piste. Rossella andò un po' in giro a dare un’occhiata allo shopping. Andai subito in cronaca, per vedere se era stata ripresa la storia di Vitaliano Cartapesta esplosa in prima pagina, anche se in un angolo in basso, qualche giorno prima. C’era solo un accenno, il Cartapesta continuava a rimanere irreperibile.
Guardai fuori un aeroplano che iniziò il rullaggio, spostandosi verso la pista per il decollo. Quel diamine di Vitaliano! Ero rimasto di sasso alla notizia della caduta della casa degli Usher alla E. A. Poe ovvero il crollo della palazzina di Cartapesta, anche se in verità, passato il primo stupore, considerai che era un avvenimento poi non così imprevisto. E subito mi sentii coinvolto, io sapevo! Fui preso da un improvviso desiderio di partire. Per andare dove? Rossella, Parigi! E poi? Poi si vedrà.
Era ormai qualche mese, dall’estate, quando avevo sognato di Scardanelli, che ero inquieto. Dopo l’incontro con Elisabetta Del Tullio, quella che io ritenevo la vedova di Roberto Bellarmino, un episodio abbastanza estemporaneo, ero passato ancora un paio di volte davanti a quella scuola, per andare a parlare con don Piero a Santa Maria in Trastevere, ma non avevo più visto quella donna. Poi l’anno scolastico era finito, io avevo continuato a passare intenzionalmente di là, ma vanamente. Sarà stato che Rossella in quel periodo si faceva desiderare, sta di fatto che erano venute a distrarmi certe strane fantasie su Elisabetta Del Tullio. E se quella donna era un parto della mia fantasia? Voglio dire, se il mio personaggio non aveva niente a che a fare con la persona reale di quella madre che andava a prendere a scuola il figlio, per avventura di nome Bellarmino? Non era forse tutto un mio arbitrario e anche un po' delirante accostamento? Era molto verosimile che così fosse, anche perché, io pur sapendo della storia di Elisabetta e Roberto, dubitavo fortemente della loro esistenza. I miei sensi mi dicevano che la madre di Bellarmino era esistente? E se i miei sensi mi avessero ingannato? Come? Ero confuso, pieno di dubbi, e peraltro, come il sogno mi aveva rivelato, in quel suo strano modo di rappresentare la situazione, ero attratto dalla figura di una donna, una sconosciuta vista una volta per caso. E se magari essa era l’immagine di un qualche altro mio desiderio? Come venirne fuori?
Fu Vitaliano Cartapesta a trarmi via da quella confusione, salvo poi a gettarmi in un diverso disordine psichico, con concreti sensi di colpa, per quella mia inavveduta complicità con la follia dei suoi scavi archeologici improvvidi e insicuri. Eppure aveva riportato alla luce la domus di Salvio Nerva, prefetto di Roma antica.
Io e Vitaliano eravamo compagni di scuola, l’avevo perso di vista, poi quando andai a trovare don Piero, un nostro comune professore di matematica e geografia, accadde che insieme ne riesumammo il ricordo. Non so perché, ma provocavo il religioso sul ruolo dei santi, il cui culto io assimilavo a quello degli antichi dèi, ma mi guardavo bene da esternare queste mie eresie. Il prete, che era un uomo coltissimo, ma anche sensibile, e quindi dotato di antenne, recepì immediatamente il mio riprovevole pensiero, mischiare la religione cristiana con la mitologia. Allora, fece riferimento a Vitaliano Cartapesta, che aveva avuto modo di vedere in quel periodo, scoprendolo interessato a scavi archeologici e all’antica religione greca e romana, quasi un invito per me a ritrovare l’amico di un tempo. Non so perché, ma telefonai a Vitaliano e da quel momento non mi mollò più. Cominciò a raccontarmi la storiella di Enea Silvio e Lucrezia Valeria, mi parlò di alcune sue ricerche sulla villa patrizia di un prefetto dell’antica Roma, e degli scavi che stava conducendo in gran segreto, per riportarla alla luce. “Dopo l’editto di Costantino, Manlio, le antiche divinità fuggirono dai loro templi, per rifugiarsi in luoghi più sicuri, dove i loro fedeli potevano raggiungerle, senza pericolo, anche se in seguito, ai tempi di Teodosio, vi erano stati dei tentativi di reintrodurre la religione pagana.” Vitaliano si appassionava: “Anche Venere è fuggita, la dea nascosta, ma io la ritroverò!”. Io guardavo i suoi occhi lucidi: “Pensi alle rovine di un suo tempio?” Vitaliano si accostò al mio viso, allungando il capo sul tavolino, eravamo fuori a cena: “Manlio, la dea vivente!” Aveva uno strano sorriso e una particolare luce gli s’irradiava dal volto, ed io ero convinto che se fossi scoppiato a ridere, non ci avrebbe fatto caso. Resistetti, mentre lui sembrava fissarmi, in verità guardava in fondo a un avvenire, che gli appariva prossimo.
Non ero io il solo, comunque, ad essere a parte dei suoi segreti. Ovviamente anche sua moglie Lorenza sapeva e disapprovava, disapprovava fortemente. Una sera a casa loro, a cena, eravamo in tre, perché Rossella non era venuta, non era interessata, Lorenza fece una scenata e giunse a minacciare denunce contro il marito. Poi si calmò, allungò le mani quasi a voler afferrare le nostre due teste e sbatterle l’una contro l’altra, quindi ghignò: “Ragazzi, vi lascio ai vostri spiriti sotterranei, io parto.” Aveva colto l’occasione ed era partita per la Spagna. Vitaliano Cartapesta e Lorenza non avevano avuto più figli, dopo la perdita di un neonato all’inizio del loro matrimonio, e questa disgrazia aveva segnato la loro esistenza. Forse per questo, lui si era dato agli scavi, infervorandosi sempre più, e il rapporto tra i coniugi si era andato deteriorando. La mia venuta tra loro, è il caso di definirla così, aveva dato l’occasione a Lorenza di rompere gli indugi, ma di quella rottura Vitaliano non sembrava preoccupato, era troppo occupato ad inseguire il suo sogno.
Toccò a me telefonare a Lorenza, dopo l’accaduto: “Lorenza, sono Manlio,” dissi. “Non è necessario che dici di essere Manlio, ti riconosco lo stesso, stupido!” Scostai il telefonino dall’orecchio e feci l’atto di guardarvi dentro, quindi lo riportai all’orecchio: “Lorenza, Vitaliano sta male,” dissi. “È morto?” interrogò con voce impersonale, senza sentimento. “No, sta male.” “Ma dove sta?” L’interrogativo fu accompagnato da un certo nervosismo, che rianimava la sua voce. “Sta a letto.” “In ospedale?” “No, a casa.” “E tu stai vicino a lui?” “Sì,” confermai. “E allora curalo, tesoro! E fammi sapere se migliora … ore!” Era passata una motocicletta giù in strada e scoppiettando aveva coperto l’ultima sua parola. Aveva attaccato. “E fammi sapere se migliora… ore.” Ma che cosa aveva detto? Mi aveva apostrofato con un ultimo ironico vezzeggiativo, “amore”, oppure? Mi sforzavo di ricordare, interpretare: “E fammi sapere se migliora… o… ore.” Amore, no! “Muore.” Succede sempre così, ci commuoviamo per gli altri, ma quello che ci importa siamo noi. Telefonavo a Lorenza per compassione di Vitaliano, ma poi il colloquio riguardava noi due, io e Lorenza. Ero seduto su una sedia accanto al capezzale del marito malato. A Vitaliano di Lorenza in quel momento non doveva interessare nulla, un sentimento d’indifferenza all’amore ricambiato. Aveva gli occhi chiusi. Dormiva? Sognava? Povero, Vitaliano!
Avevo chiamato il medico, dopo averlo soccorso e trascinato a forza in casa e messo a letto, uno sforzo enorme, che mi aveva obnubilato il cervello. Ma che cosa era accaduto? Il medico, un giovane della guardia medica, accorso a pagamento, disse che si trattava di una febbre altissima, dovuta a stress o shock, forse una forma di influenza virale. Mi interrogò sulle circostanze dell’accaduto. Dissi che era avvenuto tutto all’improvviso sotto casa sua, mentre stavamo conversando, un mancamento, era caduto a terra svenuto ed io l’avevo soccorso. Uno shock, disse il giovane medico, e mi fissò, scrutandomi in viso. Poi si riprese, tirò fuori il ricettario e mi prescrisse un farmaco, per far scendere la febbre. “Mi chiami ancora, se si aggrava,” disse. Si fece pagare la prestazione in contanti, senza rilasciare la ricevuta e si allontanò. E se Vitaliano moriva? Telefonai a Lorenza… amore… muore… Sentimenti contrastanti che appartenevano più alla mia coscienza che al pensiero e alle parole di Lorenza. Vitaliano non morì, si riprese un po' alla volta, era seduto al centro del letto, quando inopinatamente apparve Lorenza: “Ma non è morto!” esclamò, guardando il marito con aria contrariata. La moglie amava il marito fino a tal punto? Fino all’estremità della vita e della morte? L’amore e l’odio sono due facce della stessa medaglia. “Io devo andare,” dissi. E prima che lei rispondesse, mi allontanai, quasi di corsa. Forse l’insulto di Lorenza non mi raggiunse: vigliacco!
“Manlio!” Era Rossella: “Dobbiamo muoverci, è ora.” Mi riscossi, mi alzai e la seguii verso il portalino elettronico del controllo sicurezza, per andare all’imbarco.
Epilogo
Che cosa era accaduto? Quando, seguendo Vitaliano, ero entrato nel sacellum della Venus abscondita, il tempietto della villa patrizia di Salvio Nerva dell’Horti Praefecti, l’attuale Grottaperfetta, a ridosso del parco dell’Appia antica, fui come attraversato da un bianco lampo di luce che mi folgorò. Il velo divino dell’antica dea mi avvolse, raccogliendomi nello splendore del suo fulgente manto lunare. Ho ricordi confusi, ancora adesso mi sembra di vedere Vitaliano che barcollante si avvicinò alla statua, allungando una mano verso l’immagine divina, come un ubriaco che si vuole afferrare a un solido appoggio, e mancando la presa, vacilla senza riuscire a stare in piedi, cadendo infine disteso. Vitaliano giacque a lungo, prima che io mi riprendessi, quasi un invito pietoso della bianca dea, che si sporse allungando il braccio con mossa consolatrice e pietosa verso il pio fedele caduto supino ai suoi piedi. Sembrò quasi aiutarmi a trascinarlo fuori dagli scavi sotterranei, che custodivano la domus di epoca repubblicana del prefetto Salvio Nerva e il sacro sacello. Era quello lo stesso tempietto in cui, tre secoli dopo, sotto l’impero di Costantino, Enea Silvio veniva a rifugiarsi, per recitare le sue nascoste preghiere alla dea dell’amore, onde ottenere le grazie di Lucrezia Valeria, convertita ad una religione nuova, che condannava gli antichi riti.
Ora, io devo ammettere questo. È chiaro, come il sole splendente del giorno, che il mio racconto consiste soltanto di immagini notturne e indistinte, pronte a dissolversi all’alba. Sì, questo è certo, eppure sono convinto che presto riuscirò a sciogliere tutti i nodi irrisolti e confusi di questa storia e a chiarire i tanti dubbi e le ombre, che lascia dietro di sé. È un insieme di figurazioni fantastiche e disordinate e inverosimili, difficili da interpretare al lume della ragione. Io, però, e di questo sono sicuro, saprò dare di esse una giustificazione senz’altro certa e convincente, non ora che sto partendo, ma soltanto quando sarò tornato dal mio viaggio a Parigi.
UN NASCOSTO DESTINO
Prologo
Quando uscii dall’abbazia, vidi sul marciapiedi quell’uomo di mezz’età, alto e riccioluto, che mi fissava. Ecco, pensai, ora si avvicinerà e pronuncerà il mio nome, quasi fosse un mio conoscente di vecchia data: Scardanelli! Fu un attimo solo di smarrimento, però. Che stupido! Era quello della security, qui a Parigi, ormai, li ritrovi ad ogni angolo. Quando mezz’ora prima, stavo per entrare in chiesa, mi aveva chiesto se avessi oggetti metallici. Avevo tirato fuori dalla tasca le chiavi, mostrandole nel palmo aperto della mano, e lui mi aveva fatto cenno di entrare. Non avevo borse con me, quindi ha omesso di controllarmi con il metal detector, giudicando che non ero un terrorista venuto per compiere un attentato nell'abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Certo, la sicurezza, prima di tutto. Si deve pure correre qualche rischio, però, se uno li deve controllare tutti, non si finisce mai. E se fossi stato Scardanelli? Ma chi? Quello che implorava all’agente di non dirlo a mamma, seppure in un mio sogno di fine estate? Ora sapevo, e mentre mi allontanavo in direzione della fermata del metrò, squillò il telefonino. Pensando fosse Rossella, senza guardare il display, celiando risposi: “Allô?”
Un segno del cielo
Ho salito di corsa gli ultimi scalini della stazione del metrò e ho affrettato il passo, quando l’ho vista che mi aspettava al posto convenuto, all’angolo tra la Rue de Sèvres e Rue du Bac. “Hai ritardato, Manlio!” Rossella mi fissava con sguardo inquieto. “Hai ragione, amore,” ho risposto. È rimasta colpita dall’appellativo, era la prima volta che lo sentiva, ed era la prima volta che lo pronunciavo. Non era convinta, mi guardò con un sorriso triste, mormorò: “Vitaliano.” “Sì,” dissi, “l’hanno arrestato…” Rossella mi ha interrotto, non voleva sentire altro, non ne voleva sapere di quella storia. In silenzio, siamo entrati a fare la spesa nella “Épicerie de Paris”.
Poco prima a Saint-Germain-des-Prés, ero rimasto sgomento: “Allô?” “L’ottavo commissariato, Arditi?” “Sono io.” “Deve venire qui in commissariato.” Ho esitato, quindi ho detto: “Sono fuori Roma.” E subito dopo ho aggiunto: “Temporaneamente.” L’agente mi ha passato un ispettore, e sono rimasto in attesa, ero abbastanza in ansia. L’ispettore Russo mi ha detto che Vitaliano Cartapesta, sapendosi ricercato, si era costituito, e il giudice l’aveva assegnato agli arresti domiciliari. Cartapesta aveva fatto il mio nome. “Come?” “Non ha un luogo dove andare e ha indicato il suo indirizzo: Arditi Manlio.” Non sapevo rispondere, poi ho detto: “È un mio conoscente, un amico, va bene.” Dovevo passare per firmare il verbale, per il momento bastava l’autorizzazione a voce. Poco dopo, mi ha telefonato Vitaliano, ringraziandomi, era confuso, prima che chiudessi, ha detto: “Manlio, la chiave?” “Nel vaso con la pianta, sul pianerottolo, non ti ricordi?” Quando Lorenza l’aveva lasciato, per andare in Spagna, Vitaliano veniva spesso da me e ormai conosceva le mie abitudini, facendo vita comune. “Ma non è pericoloso, per i ladri?” “Almeno non devo chiamare il fabbro, in caso di effrazione,” ho replicato. Comunque, quella del vaso con la pianta all’ingresso non era la chiave della porta di casa, ma quella del terrazzo, il tetto, dove il cornicione in tutta la sua lunghezza era contornato da fioriere rettangolari. “Dove sta?” Vitaliano si diresse verso una fioriera al centro, si fermò a riflettere, diede uno sguardo al panorama, poi si voltò, andò verso un’altra un po' distante, cercò nel terriccio, quindi estrasse la chiave di casa e con un sorriso trionfante venne a consegnarmela. Rimase in attesa della mia domanda, e per non deludere le sue aspettative, dissi: “Come hai fatto?” Vitaliano mi guardò con aria furba, ma allo stesso tempo complice, poi disse: “La mia, Manlio, non è una Venere lesa.” Non m’intendo di astrologia, ma immaginai a quale tema alludesse Vitaliano: l’affettività e l’amore. “Anche la tua, Manlio, non è una Venere lesa, nessun pianeta venne ad occupare, seppure parzialmente, la sua casella dello Zodiaco, alla tua nascita, come del resto alla mia. È un denominatore comune del nostro tema astrale, un segno del cielo.” [1] Credo che Vitaliano imbrogliasse, forse intuendo la mia ignoranza in astrologia. Dovevo studiare meglio le stelle, pensai. Poi tutto mi fu chiaro o quasi con quella catastrofica caduta della casa degli Usher e le conseguenze legali.
Dimenticammo Vitaliano, vivendo i nostri giorni a Parigi, e decidemmo di prolungare il soggiorno, saremmo andati sulla costa atlantica, Mont-Saint-Michel, l’isolotto tidale, le maree, gli influssi lunari, ecco di nuovo il cielo nel nostro destino.
[1] Era vero il contrario, si trattava di una Venere lesa, segno di un avverso destino, la distruzione della casa, analogamente al riferimento letterario: “E come già a suo tempo l’astrologa che frequentava casa Deravines aveva previsto, riscontrando nelle nostre congiunture astrali una Venere lesa, ciò che ci unisce è, nel nostro prevedibile futuro, la comune vocazione alla solitudine. Angèle ed Ermes sono già da tempo immersi in questo limbo e vi galleggiano. […] Presto entrambi lasceranno la loro casa destinata alla distruzione, e nell’appartamento di città, in cui si trasferiranno, non resterà posto che per un pianoforte a muro, e sarà improponibile tornare ai fasti di un tempo.” (Paolo Maurensing, “Venere lesa”,1998)
Un luogo meraviglioso
Il 15 febbraio 1650 un anonimo gazzettiere di Anversa pubblicava quest’annuncio: “È morto in Svezia un folle che credeva di poter vivere quanto voleva”. Chi fosse quest’anonimo gazzettiere noi non sappiamo, e neppure perché avesse pubblicato un tale spregevole annuncio funebre. Possiamo fare soltanto delle supposizioni, ma esse ci porterebbero lontano, molto lontano dai fatti che andiamo narrando, che io Manlio Arditi vado narrando, per cui rimandiamo ovvero rimando ad altra sede una discussione su tale argomento. Qui, posso soltanto dire che il “folle” deceduto era il grande filosofo francese René Descartes, l’illustre personaggio storico, un grande, sulla cui tomba io mi ero recato nel mio viaggio a Parigi, quasi un pio pellegrinaggio. Oh, Descartes, il nome latinizzato, Cartesio!
Qualcheduno potrebbe trovare quest’ultima anomala invocazione leggermente tinta di una fosca coloritura buffonesca, ed io non saprei dargli torto. Ma non è forse un modo di approcciare la morte e il destino di un grande uomo di studi di Francia, il padre della filosofia moderna, con un atteggiamento tra il serio e il faceto, per chi come me, riferisco questo discorso alla mia persona, Manlio Arditi, non sapendosi all’altezza, non trova altro modo, un approccio, diciamo, leggero?
Eh? Continuo ancora un po' con questa musica, quasi a velare “un nascosto destino”. Quindi lancio un’invocazione alle anime prive del sangue della terra, che si raccolsero in giorni di un tempo forse mai esistito sulle rive di “un luogo meraviglioso”, quello descritto da Platone nel “Fedone”, nel “Gorgia” e nella “Repubblica”.
“Infatti l’anima se ne va nell’Ade, non portando nient’altro con sé se non la sua formazione spirituale – ecco perché io nella mia invocazione definisco le anime “prive del sangue della terra” – e il modo in cui ha vissuto, le quali cose, come si racconta, sono per i morti di grandissima utilità o di grandissimo danno, fin dal momento in cui cominciano il viaggio nell’altro mondo. E si racconta questo: subito dopo che uno è morto, il suo demone, quello cui fu affidato in custodia dalla sorte durante la vita, si accinge a condurlo verso un altro luogo, da dove le anime, dopo essersi raccolte e aver subito il giudizio, partono per il loro viaggio nell’Ade, con quella guida alla quale fu affidato il compito di accompagnare colà quelli che vengono di qua. Poi, dopo che hanno ricevuto tutto ciò che esse debbono ricevere, e dopo essere rimaste tutto il tempo in cui debbono rimanere, un’altra guida le accompagna nuovamente di qua, dopo molti e lunghi cicli di tempo. E la via non è davvero, come afferma il Telefo di Eschilo: egli dice, infatti, che una semplice via all’Ade conduce.” Mi fermo qui con la citazione del “Fedone”, 107de, per evitare l’ulteriore discussione sulla semplicità della via, che se fosse tale non avrebbe bisogno di guide.
Parla Zeus: “Ho costituito a giudici i miei tre figli: due dell’Asia, Minosse e Radamante, e uno dell’Europa, Eaco. Costoro, quando gli uomini saranno morti, li giudicheranno sul prato, dal cui trivio si dipartono due vie: l’una diretta alle Isole dei Beati, l’altra diretta al Tartaro.” (Gorgia, 524a) Quale la terza via? Verosimilmente quella da cui vengono gli uomini, quella che a nostro avviso parte dal cuore della terra.
Quest’immagine del “Gorgia” richiama quella degli “ascensori” del mito di Er nella “Repubblica”. Come, gli ascensori? Quelli a ridosso del luogo meraviglioso. “Un tempo, egli [Er] morto in battaglia fu raccolto in buono stato, mentre dieci giorni dopo venivano raccolti dal campo i cadaveri ormai decomposti. Ricondotto a casa, quando stavano per fargli il funerale, al dodicesimo giorno, già disteso sul rogo ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù nell’Ade. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, errò insieme a molte altre, e tutte giunsero in un luogo meraviglioso, dove c’erano due aperture comunicanti nel terreno e due altre simili nel cielo in corrispondenza delle prime. In mezzo ad esse erano seduti dei giudici.” Si tratta, a dirla in lingua moderna, di un sistema di quattro ascensori, da cui le anime salivano e scendevano, in attesa o a seguito del verdetto. Quindi raggiungevano la loro destinazione in cielo o agli inferi, a seconda del comportamento giusto o ingiusto tenuto in vita, per scontare le colpe o ricevere il premio per i loro meriti. “Tutte quelle che arrivavano successivamente sembravano reduci da un lungo viaggio e liete di essere giunte a quel prato, come chi si accampa per una festa solenne. Alcune, che si conoscevano, si scambiavano cenni di saluto, e quelle provenienti dalla terra si informavano dalle altre degli avvenimenti del cielo e viceversa. Le une facevano il loro racconto con gemiti e lacrime, e ricordavano quante e quali sofferenze avessero patito e visto durante il loro viaggio sottoterra – un viaggio di mille anni (caspita! l’esclamazione ovviamente è mia). Invece, le altre provenienti dal cielo, raccontavano le loro impressioni gioiose e le incredibili bellezze che avevano contemplato.” La mia esclamazione, devo dire, è stata resa possibile dalla mia modernità, quella che mi consente di avere la visione dantesca dello spettacolo infernale di diavoli, dannati e punizioni, specie quelle di contrappasso, e quindi comprendere lo sbigottimento delle anime finite sottoterra in quei gorghi spaventosi.
Quali le conclusioni su questi miti escatologici di Platone, che ci raccontano del destino delle anime dopo la morte e del giudizio finale? Avevamo parlato di un approccio leggero al tema, ma Cartesio? Che ne è del filosofo francese, dopo la mia improvvisa giravolta sul pensiero di Platone? Che cosa io davanti alla sua tomba, nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, a Parigi? Come dire, a che serve raccontare della mia figura, Manlio Arditi, in quel luogo?
Sono interrogativi che ci lasciano sgomenti, no, perplessi, in relazione a questa mia confusione di idee e di pensieri. Ma, ohibò, cerchiamo di essere realisti! Immaginiamo la scena di un gruppetto di turisti, nostri connazionali, finiti in questo luogo ad ammirare le vetrate gotiche e l’organo a canne mirabilissimo dell’abbazia, che cosa essi davanti alla tomba di Cartesio? Quello è il luogo di sepoltura del filosofo, di cui l’Università a lui intestata nel quartiere ci dice della sua fama. E quindi? È ora di andare a pranzo, ragazzi, cerchiamo un bistrò qui vicino. È ovvio che se io m’intromettessi e dicessi loro che Cartesio era platonico e non aristotelico, un po' tutti del festoso gruppetto mi guarderebbero con aria diciamo alquanto stranita.
Il Sommo Bene
“Signore, Voi volete conoscere la mia opinione su tre cose: 1. che cosa è l’amore; 2. se il solo lume naturale ci insegna ad amare Dio; 3. quale dei due eccessi e cattivi usi è peggiore, quello dell’amore o quello dell’odio.” Così si rivolgeva René Descartes al suo amico Pierre Chanut, ambasciatore di Francia a Stoccolma, in una lettera da Egmond, Olanda, datata 1° febbraio 1647. Il terzo quesito, a cui doveva rispondere, era stato proposto direttamente dalla regina Cristina di Svezia.
Ed ecco che cosa scrive René al suo amico Pierre, in riferimento a Sua Altezza Reale: “Se poi vi domandassi in coscienza se amate quella grande Regina, presso la quale vi trovate attualmente, avreste un bel dire di provare per lei solo rispetto, venerazione, stupita ammirazione; non cesserei di credere che proviate per lei anche un ardentissimo affetto. Il vostro stile infatti scorre così bene, quando parlate di lei, pur credendo a tutto quello che ne dite, perché so che siete molto sincero e perché ne ho udito parlare anche da altri, non credo tuttavia che potreste descriverla come fate, se non provate per lei una grande devozione, né che potreste restare accanto ad una sì gran luce senza ricevere calore.” Che dire? Non vorremmo noi tutti essere Chanut? E stringerci accanto a quella grande Regina, da cui emana una grande luce e calore, a dire di Cartesio, prima di averla conosciuta di persona? Cristina di Svezia, la regina androgina. Oh! Come? Che dici?
Dobbiamo proporre un ritratto ufficiale di Cristina, ripreso da enciclopedie e testi vari, disadorno di altre da un punto di vista storico non rilevanti dicerie, come dire i suoi affari privati, oppure includere nel nostro ritratto anche questi ultimi?
Nacque a Stoccolma, figlia del Re Gustavo II Adolfo e Maria Eleonora di Brandeburgo, l’8 dicembre 1626. Il padre, il “leone del nord”, morì nel 1632 nella battaglia di Lützen, in Sassonia, durante la fase svedese della Guerra dei trent’anni, in cui era sceso in campo in difesa degli interessi e delle libertà protestanti. A sei anni, l’orfana salì sul trono. “Ebbe, per volontà del padre, educazione virile.” Sic! Ma chi scrive queste cose, che si contraddicono in termini, nelle enciclopedie on-line? Se il padre era morto, quando Cristina aveva sei anni, come faceva ad impartirle un’educazione virile? Aveva così scritto nel suo testamento, prima di morire? Noi sappiamo che c’era un tempo in cui gli uomini prevedevano la loro morte, nel senso che sapevano quando sarebbero morti, poi Zeus tolse loro questa facoltà: “Innanzi tutto – disse – dovrà essere tolta agli uomini la possibilità di prevedere la propria morte, dato che ora la prevedono, perciò ho già dato disposizione a Prometeo che tolga questa possibilità agli uomini.” E non mi venite a dire che Prometeo non ha eseguito le disposizioni ricevute da Zeus. Sì, è vero, si racconta che si ribellò agli dèi, rubando il fuoco, però… voi sapete quando morirete? Prima o dopo. Certo, così avrà pensato Gustavo II, che peraltro non aveva la possibilità d’interrogare la Sibilla, per sapere se sarebbe morto in battaglia. Anche la profetessa, poi, con quelle sue risposte sibilline… Sì, d’accordo, ma quale affidabilità ci può dare Platone, che nel “Gorgia” ci viene a raccontare questa storia di Prometeo? Al tempo di Crono, ma anche nei primi tempi di Zeus, i giudici d’oltre tomba erano vivi e giudicavano gli uomini ancora vivi, nel giorno stesso in cui dovevano morire. Pertanto, le sentenze erano mal date, ed ecco il correttivo di Zeus e le disposizioni date a Prometeo. Platone racconta favole ragionevoli.
E Gustavo II aveva dato per caso disposizioni ad Axel Oxenstierna, Grande Cancelliere di Svezia, d’impartire un’educazione virile alla figlia? Ethos antropoi daimon, Il carattere è il destino dell’uomo, come dire chi nasce tondo non può morire quadro, Cristina pare avesse questa natura androgina. Mah! E Cartesio?
“Ho appreso dal signor Chanut che a vostra Maestà piace che io abbia l’onore di esporle la mia opinione in merito al Sommo Bene, considerato nel senso che ne hanno parlato i filosofi antichi.” Il riferimento a Platone e ai neoplatonici, Plotino in primis, è chiaro, ma Cartesio era un fervente cattolico, al contrario del padre di Cristina, che i cattolici li aveva combattuti, lasciandoci la pelle. René Descartes spiega alla Regina di Svezia, nella lettera del 20 novembre 1647, che il Sommo Bene è Dio, perché è più perfetto delle cose create. [1] Gli antichi filosofi, non illuminati dalla Fede, non sapevano nulla della beatitudine soprannaturale e cercavano il Sommo Bene tra i beni di questa vita, vale a dire cercavano quale fra questi fosse quello supremo. Cartesio cita Zenone di Cizio, il fondatore della Stoa ed Epicuro, contrapponendo la virtù od onore del primo alla voluttà o piacere edonistico del secondo. Quindi esprime le sue riflessioni sul libero arbitrio, come dire la possibilità di scelta tra i beni spirituali e quelli materiali, e lo definisce la facoltà più nobile dell’uomo, in questo simile a Dio. Quindi, conclude di non voler ulteriormente dilungarsi, perché sa che sulla Regina incombono i numerosi affari di Stato, ma si offre di inviare i suoi scritti, in cui viene espresso più diffusamente il suo pensiero.
La lettera fu convincente, perché Cartesio ottenne l’invito di recarsi come ospite di Corte a Stoccolma, onde avere delle dirette conversazioni di filosofia con la Regina. Ma la domanda che giace sul fondo di questa storia della corrispondenza epistolare tra Cartesio e Cristina di Svezia, quella che intriga di più, è perché un filosofo francese di oltre cinquant’anni deve andare a soggiornare a Stoccolma, nel Palazzo Reale, per istruire una giovane Regina di ventitré anni.
La risposta a questo interrogativo ci viene data dalle cronache della Storia. Cristina voleva fare di Stoccolma la “Atene del Nord” e chiamò a Corte i più celebri letterati, filosofi e scienziati, fra cui Cartesio, Isaac Vossius, bibliotecario della Regina, figlio del teologo olandese Gerhard Johannes Voss, conosciuto come Vossius, Huig de Groot, latinizzato Grotius, il giurista fondatore della scuola del diritto naturale, ed altri.
Cartesio, dunque, accettò l’invito e nei primi giorni del mese di ottobre, dopo un mese di navigazione raggiunse Stoccolma, dove l’attendeva il suo destino. Le conversazioni con la Regina erano fissate alle cinque del mattino e il filosofo doveva attraversare i grandi cortili del Palazzo Reale nel gelo della notte. Si ammalò di polmonite e morì nel febbraio del 1650. Fu tumulato in un piccolo cimitero cattolico a nord di Stoccolma, dove le sue spoglie rimasero fino al 1666, quando i resti vennero riesumati e traslati a Parigi, nella chiesa di Sainte Geneviève-du-Mont, a ridosso dell’attuale Pantheon. Nel 1819, la salma fu trasferita nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés. Visitando la sua tomba, mi sono ritrovato nel silenzio della chiesa, immerso in questi pensieri. Quindi sono uscito e ho ricevuto la telefonata: “Allô?”
[1] Cartesio si rifà all’immagine di Dio, propria del cattolicesimo, anche se alla sua morte i suoi libri sono stati messi all’Indice. Alla domanda: “Chi è Dio?”, il catechismo della Chiesa cattolica risponde: “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.” Perché “perfettissimo”? Cartesio spiega che Dio è più perfetto delle cose create. E siccome Dio non poteva non fare una creazione perfetta, ecco che il Creatore è più perfetto, perfettissimo. Quello che però si voleva cogliere in questa particolarità del linguaggio è il confine tra l’umano e il divino, ovvero il discrimine tra il tempo e l’eterno. Il più che perfetto del verbo greco “vedere” rimanda a questa distinzione: “oida” significa ho visto e quindi so. Quello che accade e che lo sguardo umano vede nel tempo “presente”, nel tempo “più che perfetto” è già stato visto, nello sguardo dell’eterno è un passato già da sempre conosciuto.
È passato un anno da allora, ma ora soltanto ho avuto la forza di venire qui. Mi diceva: “Rossella, adesso che torniamo a Roma, devo andare a visitare la tomba di Cristina di Svezia, nella Basilica di San Pietro.” Mi aveva spiegato che dopo la morte di Cartesio, la Regina si era convertita al cattolicesimo e aveva abdicato al trono, trasferendosi a Roma, accolta dal Papa. Defunta era sta inumata in questa tomba, che sto guardando, aspettando Manlio, perché so che sta per venire. Vitaliano Cartapesta fu liberato e la scoperta della domus di Salvio Nerva, prefetto della Roma antica, gli recò fortuna, grazie all’intervento di una società svizzera, che investì i soldi nel recupero definitivo del sito archeologico, oggi abbastanza rinomato. Lorenza si riconciliò ed ora abitano nella casa di Manlio, che hanno acquistato con i soldi guadagnati dalla scoperta. Manlio, so che sta per venire da me. Ricordo quella prima volta, abitava vicino a casa mia e lo incontravo spesso, decisi di agganciarlo. Camminavo sul marciapiedi e lui mi veniva incontro, scese per lasciarmi il passo. Risi apertamente e al passaggio mi sporsi con la spalla per urtarlo. Si fermò a chiedermi scusa, ero sicura che lo facesse, gli piacevo, ma dovetti poi cercarlo io e ci mettemmo insieme. Come sono stata felice, quando mi chiese di andare a Parigi! Non mi sembrava vero. Furono giorni bellissimi, decidemmo di prolungare il soggiorno e andammo in Bretagna e in Normandia, ma già a Parigi cominciò a tossire. Quando andammo a visitare la Sorbona, aveva accessi acuti, si separava dal gruppo, e andava distante, per non disturbare con quei suoi violenti colpi di tosse. Gli passerà, pensavo. Al ritorno da Saint-Michel, fu colto da una violenta crisi respiratoria, ci fermammo a Rennes. Al pronto soccorso dell’ospedale, i medici che lo visitarono erano bui in volto, io non capivo quel che dicevano. Decisero di trasferirlo con un’ambulanza a Parigi. Salii con lui steso sulla lettiga, durante il viaggio gli tenevo la testa tra le mani e cercavo di parlargli. Aveva gli occhi chiusi, non rispondeva, respirava a fatica, un respiro che faceva paura, un rantolo, poi più nulla. Mi sembrava tutto così irreale e assurdo. Non ricordo altro, solo un flash, la bara che scendeva nella fossa, la benedizione del prete e il salmo:
“L’Eternel te gardera de tout mal,
il gardera ton âme.
L’Eternel gardera ton départ et ton arrivée,
dès maintenant et à jamais.”
Ora la sua anima, invisibile, non più rivestita dal corpo, verrà a incontrarmi, per compiere il nostro viaggio infinito, un viaggio di mille anni lassù in cielo.
LE DISSOLTE IDENTITÀ
PROLOGO
Non ricordo più bene chi sono, anzi chi sono stato, perché sono morto, sebbene continui a vivere. È una contraddizione, quest’ultima affermazione, ma soltanto nel linguaggio, non certo nella realtà. Provare per credere o forse credere per provare, è sempre meglio rovesciare un luogo comune. Comunque, chi sono? Anzi chi sono stato? Manlio Arditi. Ecco era questa la mia ultima identità, nel senso di quella appena lasciata, ma forse anche di altre, come dire l’ultima di una serie di tante altre identità. Sono morto sull’ambulanza, nel tragitto tra Rennes e Parigi, forse poco prima di entrare in città attraverso la Porte d’Auteuil, tra le braccia di Rossella.
Il nascosto del destino, la parte velata della sorte ora appare come un destino svelato: la mia morte. La mia compagna mi aspetta a San Pietro, davanti alla tomba di Cristina di Svezia, l’ambigua Regina che aveva abdicato in favore del cugino Carlo Gustavo. Io devo raggiungerla per il nostro viaggio infinito di mille anni, come dire l’eternità. Intanto, sono qui (dove?) a raccontare chi sono io, chi sono stato nella mia vita, una sorta di testamento scritto post mortem, o meglio un’autobiografia a mo’ di lascito spirituale. Ma a chi interesserà? Ai miei successori? Come dire agli appartenenti a un tempo successivo a quello della mia vita sulla terra.
MYSTERIUM VENERIS
Vitaliano Cartapesta, che sagoma! Ricordo ancora la scena nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, un flash che dura un’eternità: Vitaliano, le braccia tremanti sollevate in alto quasi a cerchio al di sopra della testa, le gambe divaricate come quelle di un cavallerizzo; poi l’immagine si muove, quei passi in avanti della sagoma barcollante e infine il tonfo e il fermo immagine. Ma quanto tempo durò quel blocco? Un’eternità, nel senso di un tempo lunghissimo per la ripresa dell’azione, il soccorso del caduto e il mio trascinarlo fuori con l’aiuto della dea. Ecco qui, i conti non tornano. Che significa con l’aiuto della dea? Avevo promesso di sciogliere i dubbi. Si trattava di una statua vivente, forse? Nel senso di quelle che si vedono in certe piazze di Roma e di altre grandi metropoli europee, ma anche in America, a New York, la Statua della Libertà, minimo un dollaro per una fotografia distante e prezzi superiori per altre pose con i turisti. No, sarebbe una buffonata. E poi, il malessere di Vitaliano?
Siamo in ambiente cartesiano, allora procediamo per idee chiare e distinte. Quale l’evidenza? L’accaduto, il ricordo dell’accaduto. Se questa è la “evidenza” procediamo nella “analisi”: Vitaliano cade a terra stordito, io rimango immobile, infine mi muovo e soccorro Vitaliano con l’aiuto della dea, la divinità che abita la sua forma artistica, la statua di Venere. Chi si muove non è la statua, ma l’essere divino di cui la statua è immagine. Quella che io vedo muoversi è la Venus abscondita, come dire la divinità nascosta nella figura scultorea di marmo. Ecco, io e Vitaliano abbiamo visto e toccato la divinità di Venere. È un vedere e toccare che significa entrare in comunione con il dio, e la bellezza di Venere ha stordito e steso Vitaliano e catturato me. Con la fine della mia prigionia estatica, la dea mi ha concesso e aiutato a soccorrere il suo pio fedele, che pure ha così duramente colpito. Ma perché? Perché Vitaliano ha subito una tale punizione divina, che lo ha condotto ai limiti della sua esistenza di mortale?
Era un interrogativo sorgente nella mia coscienza, che m’inquietava e a cui cercai di dare risposta con caute e indirette allusioni, nel mio colloquio con il malato, mentre un po' alla volta si andava riprendendo. Stai riemergendo da uno stato di lunga incoscienza, Vitaliano, mormoravo. Prestavo orecchio, intanto, al suono indistinto delle parole che andava pronunciando nel delirio della febbre, cercando di captarne il senso, finché non riuscii a distinguerne una in maniera chiara e distinta: anasyrma.
Andai a controllare il significato della parola: ana-syrma si compone di ana-su e syrma-veste. È il gesto di sollevarsi la veste. Dovevo capire meglio, pertanto mi posi in ascolto al capezzale del mio amico semincosciente. Bau-bau o baobab era il refrain, tra altri suoni incomprensibili, almeno così mi sembrava di capire. Poi, all’improvviso, Vitaliano si sollevò a metà sul letto, l’espressione stravolta, e lanciò un urlo: “Baubò!” Rimasi per un attimo costernato, vedendolo ricadere sul letto esanime. Mi chinai a guardarlo, muoveva appena le labbra, era ancora vivo. Corsi a prendere un pezzo di stoffa, lo bagnai con l’acqua fredda e volevo applicarglielo sulla fronte, ma esitai, forse era meglio chiamare il medico. In quel frangente, rimasi sbigottito, quando vidi il corpo disteso del mio amico percorso da un violento brivido, come fosse stato colpito da una scossa elettrica, che lo squassò tutto. Non sapevo che cosa fare e allora gli appoggiai una mano sulla spalla, quando intervenne un secondo brivido meno violento che gli attraversò il corpo. Resistetti e feci pressione con la mano, che pure era stata smossa. Sembrò acquietarsi, vidi che muoveva le labbra, senza emettere suoni, mentre un sudore freddo m’imperlava la fronte, sentivo freddo, ma rimasi in quella posizione. Ebbe un sussulto breve, che avvertii anch’io, infine sentii come una folata di vento umido, che sollevatasi dal corpo disteso, mi attraversò, svanendo alle mie spalle. Ebbi quasi timore di voltarmi indietro e accennai appena a girare il capo, poi guardai di nuovo verso il letto. Vitaliano giaceva quieto e sembrava essersi addormentato, il respiro era regolare. Feci passare un po' di tempo e chiamai il medico per telefono, sarebbe venuto solo tra un’ora. Andai di nuovo a stare vicino al capezzale del mio amico e rimasi così in attesa.
Fui quasi sorpreso, quando sentii suonare alla porta. Al dottore dissi che la febbre era aumentata e il malato aveva delirato ed era stato colto anche da brividi. Il medico mi ascoltò senza rispondere, visitò il paziente auscultandone il petto con lo stetoscopio, poi gl’infilò il termometro sotto un’ascella. “Il battito del cuore è regolare,” disse, riponendo l’attrezzo. Quindi mi domandò: “Ha starnutito?” “No,” risposi. Rimase soprappensiero, attese un po', quindi rilevò il termometro e tenendolo di fronte a sé lesse la temperatura: “Regolare,” disse, “non ha febbre.” Ci allontanammo dal letto, io chiesi della parcella, lui non rispose, rifletteva. Quindi mi guardò: “Uno strano caso, questa febbre come è venuta così se n’è andata.” Ci avviammo nel corridoio, io rinnovai la richiesta di pagare. “Come l’altra volta, disse lui.” Pagai, ma questa volta si fermò a rilasciarmi la ricevuta, e prima di consegnarmela domandò: “Ma è sicuro che non abbia starnutito?” “Ha un’infiammazione bronchiale?” domandai a mia volta. “No,” rispose in maniera decisa.
Quando se ne andò, mi ricordai immediatamente dell’urlo di Vitaliano: “Baubò!” Andai a spiare in camera da letto, dormiva, mi ritirai e andai in salotto. Presi l’iPad e andai a controllare sul web: “Baubò.” È la dea dell’oscenità. Ricapitolai: anasyrma, il termine riconduce al gesto di sollevare la veste, il tema artistico proprio della Venere Callipigia, una scultura di epoca romana, copia della statua originale di epoca greco-alessandrina del III sec. a.C., Aphrodite Kallipygos. La dea è scolpita nell’atto di sollevare il peplo e voltarsi indietro a guardare.
Ovviamente, noi stiamo parlando di arte classica e mitologia, un mondo antico, di cui conserviamo preziose vestigia, ma nella contingenza, quella mia e di Vitaliano, noi vivevamo questa situazione. Se la prima regola del “Metodo” di Cartesio è quella di non accogliere mai come vera nessuna cosa che non sia evidente come tale, qui l’unica evidenza era l’accaduto nel sacellum della Venus abscondita, il “colpo” che aveva stordito Vitaliano e la conseguente febbre. Per andare oltre, bisognava seguire la seconda regola e quindi dividere le difficoltà nella maggior parte possibile, per trovare la migliore soluzione e così risolvere questo “Mysterium Veneris”. Gli elementi raccolti finora erano: anasyrma, Baubò, Aphrodite Kallipygos, ed era necessario sottoporli a una minuta analisi. Avvertii un senso di stanchezza e mi distesi sul divano del salotto, per prendere sonno, quando inopinatamente fui colto da un brivido di freddo ed emisi un forte starnuto.
UNA NUOVA ANIMA
La luce del giorno che filtrava dalla finestra mi ferì gli occhi, non appena mi svegliai, costringendomi ad abbassare le palpebre. Realizzai di stare nel salotto della casa di Vitaliano, mi alzai in piedi e mi stropicciai gli occhi, per svegliarmi completamente. Poi andai in camera sua, era seduto in mezzo al letto. Appena entrai seguì in silenzio, con lo sguardo rintontito, ogni mio movimento, quasi a volerne capire il significato. “Hai fame?” domandai. Fece cenno di sì con la testa. “Ti preparo la colazione,” dissi, e uscii.
“Sollecitata da venti sottili come da vini frizzanti, la mia anima starnutisce - starnutisce e grida a sé stessa giubilante: Salute!” Rientrai: “Hai detto qualcosa, Vitaliano?” Sollevò la testa dal cuscino e mi fissò in silenzio. “Scusa,” dissi, e uscii.
Con il passare dei giorni si riprese, riacquistò espressione nel volto, si rianimò, ormai stava meglio. Si alzava, andava in cucina, si preparava da mangiare con la spesa che facevo io. Quella volta, era seduto in mezzo al letto, stavamo parlando di come gestire la sua scoperta archeologica ed evitavamo di parlare del mysterium Veneris, che ancora ci teneva avvinti, un mistero sottaciuto tra noi, quello del sacellum. Sentimmo dei passi nel corridoio, ci guardammo in volto, sulla soglia della porta comparve Lorenza. Entrò, guardò Vitaliano ed esclamò: “Ma non è morto!” Io tagliai la corda.
Lontano da Vitaliano e dall’ambiente della sua casa, insistente sull’antica domus del prefetto Salvio Nerva, che custodiva il mistero divino del sacellum, con il passare del tempo, mi sentivo un po' alla volta come sempre più libero da quell’influsso numinoso, da cui sapevo di essere stato investito. Ripensai alla domanda ripetuta del medico sullo starnuto. Era stato lui a pronunziare quella frase o forse… no Vitaliano no … oppure io stesso? Possibile? Feci delle ricerche in casa tra i miei libri, mi arrovellavo, poi eccola là: “Sollecitata da venti sottili come da vini frizzanti, la mia anima starnutisce - starnutisce e grida a sé stessa giubilante: Salute!” Eh, sì! Era venuta fuori della mia mente, che l’aveva associata alla domanda ripetuta del medico, e suggestionato, credevo di averla sentita pronunciare, appena uscito dalla camera di Vitaliano. Avevo afferrato un filo, e tirandolo, cominciavo a svolgere il gomitolo. “Lo starnutire si riferisce al primo starnuto del neonato.” Così Jung inizia il suo commento al versetto ultimo del capitolo “Il ritorno”, parte III, dello “Zarathustra” di Nietzsche. E prosegue: “I primitivi ritengono che l’anima faccia il suo ingresso nel corpo in quell’istante, quando il bambino starnutisce per la prima volta dopo la nascita. Nella “Genesi” si afferma che Dio alitò il soffio vitale nelle narici di Adamo e in quell’istante egli divenne un’anima vivente. È l’istante in cui si starnutisce. Perciò, quando a un re negro capita di starnutire, tutti gli astanti s’inchinano per circa cinque minuti e si congratulano con lui, perché vuol dire che una nuova anima ha fatto ingresso in lui; in altre parole, un accrescimento di vita, libido, mana, energia vitale. È per questo motivo che ancora oggi a qualcuno che starnutisce diciamo: “Salute!” È l’antica idea archetipica, per cui quando starnutiamo, una nuova anima è entrata nel corpo. È un istante fortunato, ma anche pericoloso, perché non si è certi di quale genere di anima possa trattarsi, e dunque bisogna dire: “Prosit, alla salute, che la fortuna ti arrida”, sperando in questo modo di propiziarsi l’istante, di renderlo un istante fortunato. Potrebbe esserci un’anima ancestrale malvagia o una qualsiasi anima malvagia che aleggia su una certa persona, e con quell’augurio si cerca di impedirne l’ingresso, o di trasformare la sfortuna in fortuna.”
Ero molto soddisfatto, con un sorriso di compiacimento riposi il libro nello scaffale della libreria, e tornai al centro del mio studio, cercando di trovare l’applicazione concreta al mio caso, quello mio e di Vitaliano, del criterio guida appena appreso: la nuova anima che s’impossessa di noi al momento dello starnuto. Ero leggermente incerto e tornai verso lo scaffale, quasi per allungare la mano verso il libro con la copertina rossa che avevo appena riposto; ma non era quello il gesto, era piuttosto un desiderio di accarezzare il dorso del libro, come simbolicamente a voler dare un’amichevole pacca sulla spalla del suo autore, Jung, il buon medico svizzero, per la sapienza che mi aveva infuso. E fu in quell’istante che capii come lo “Jung” vivente non era quello morto del libro, ma l’altro, il medico che mi aveva interrogato sullo starnuto di Vitaliano, cioè che mi aveva domandato se Vitaliano avesse starnutito. In verità, a ripensarci bene, chi aveva starnutito era stato… chi era stato? Io. Non riuscivo a formulare correttamente la frase: “Era stato io”. Io, chi? Qui l’identità sembrava vacillare, la mia identità. Quale? Dovevo telefonare a quel medico, la soluzione era lì. Soltanto lui poteva chiarirmi questo dubbio. Quale?
Avevo capito che in Vitaliano era entrata una nuova anima, anche se non l’avevo sentito starnutire, almeno non ricordavo, ricordavo però che a starnutire ero stato io. Avevo una nuova anima? Di che cosa si trattava? E un pensiero latente sembrava affiorare in me dietro questi interrogativi. Composi il numero telefonico, quello ultimo che il medico mi aveva lasciato. Sentii lo squillo e poi una voce femminile: “Pronto, Melina.” M’impappinai e non seppi rispondere, articolando suoni confusi, a dirla con un ossimoro articolando suoni disarticolati. L’altra capì e mi soccorse: “Qui lo studio medico Mercuri, sono Melina.” “Oh, sì, il dottore,” dissi. “Il nome, e glielo passo.” “Arditi, cioè no, Cartapesta.” Seguì una pausa di silenzio e poi sentii la donna che diceva: “Arditi Cartapesta.” Seguirono alcuni rumori di fondo, e poi la voce del dottor Mercuri: “Sì, chi parla?” “Manlio Arditi, telefono per Cartapesta, ricorda?” “E come no?” Mi sentii rinfrancato: “Ricorda di avermi chiesto se avesse starnutito?” “Certo.” “Sì, dopo, ha starnutito.” “Dopo?” “Dopo che lei è andato via.” “Ma, ora, come sta?” “Sta meglio.” “Ah, bene!” “Però…” Non sapevo come continuare. “Se dovesse ancora starnutire e poi ammalarsi di nuovo, mi richiami.” “Mi dice un farmaco?” “Certo, l’elleboro, venti gocce, però con la ricetta.” “Grazie, dottore.” “Prego.” Il dottor Mercuri chiuse la comunicazione. Oh! Finalmente avevo la traccia, l’elleboro. Dalla terapia potevo risalire alla diagnosi e confermare il mio presentimento sul genere della malattia, pazzia, che aveva colpito Cartapesta e lambito me.
UN FANCIULLINO IMPAURITO
Lo scompartimento del treno subì alcuni scossoni, mentre vedevo sfilare fuori dal finestrino la campagna laziale e in alto una rete di fili elettrici. Era lo scambio del binario, a nord delle porte di Roma, dalla rotaia dell’alta velocità a quella ordinaria, che ci avrebbe poi condotto dopo un po' di tempo alla stazione Termini. Con la coda dell’occhio potevo osservare la bionda signora sulla cinquantina, che sedeva all’altro lato, con il compagno di fronte, un signore con gli occhiali alto e stempiato. Eravamo saliti insieme a Firenze, e sentendola parlare, mi ero fatta la convinzione che fosse americana. Aveva rimbrottato il compagno, quando avevano preso posto e sistemato il bagaglio sul reticolo in alto, e dopo aver parlato per un po’ all’inizio del viaggio, ricevendo soltanto risposte brevi o a monosillabi, si era acquietata mettendosi a leggere una rivista. Io ero tornato ai miei pensieri, poi d’un tratto l’uomo aveva starnutito, la donna aveva alzato la testa: “God bless you!” Il tono non era quello di buon auspicio: “Dio ti benedica.” Sembrava piuttosto un malaugurio: “Che ti esca l’anima!” Toh! Ho pensato a Lorenza, era stata lei una volta a pronunciare una tale espressione ovviamente nei confronti di Vitaliano. Ripeteva un’espressione popolare, senza necessità di erudirsi su testi junghiani. Se un’anima esce e non entra una nuova, il corpo giace esanime. Ma esiste poi questa dualità tra corpo e anima? Siamo in ambiente cartesiano, il trait-d’union è la glandola pineale. L’anima di un demone malvagio aveva squassato il corpo di Vitaliano, ma fortunatamente era uscita. Ed io? Mi sembravo un po' intontito. Ero andato a Firenze per dimenticare Roma, ma ora stavo tornando a Roma, e nel corso del viaggio mi dibattevo tra le tesi di Socrate e le obiezioni di Simmia e Cebete sull’immortalità dell’anima, che Platone riporta nel “Fedone”, 77b-e: “Tuttavia, se l’anima continuerà ad esistere anche dopo che noi saremo morti, non pare che sia stato dimostrato neanche a me, o Socrate. Resta sempre quello che Cebete obiettava poc’anzi, cioè quello che dice la gente, ossia che, non appena l’uomo muore, l’anima si dissolva, e che questo sia la fine della sua esistenza.” E Simmia riceve l’appoggio di Cebete: “Dici bene, o Simmia, - affermò Cebete. Mi pare proprio che si sia dimostrato solo la metà di quello che si doveva, cioè che la nostra anima esisteva prima che nascessimo; ma bisogna dimostrare anche che dopo che si è morti, l’anima continuerà ad esistere non meno di prima che nascessimo, se la dimostrazione vuol essere completa.” Ed ecco la risposta di Socrate, non certo conclusiva: “Ma questo è dimostrato fin d’ora, Simmia e Cebete – rispose Socrate -: basta che voi mettiate insieme quest’argomento con quello sul quale ci siamo già accordati, ossia che tutto ciò che è vivo nasce da ciò che è morto. Infatti, se l’anima esiste anche prima, ed è necessario che venendo essa in vita e nascendo, non da altro si generi se non dalla morte e dall’esser morto, allora, come non potrà essere necessario che essa continui ad esistere anche dopo la morte, dal momento che deve poi nuovamente nascere? Dunque, ciò che ora chiedete resta senz’altro dimostrato.” Ma i dubbi restano, e resteranno, infatti sono giunti fino a noi, sebbene Socrate si diverta a fare dell’ironia, insinuando che nei suoi amici vi sia un fanciullino impaurito: “Però, mi pare che tu e Simmia volentieri approfondireste questo argomento, e che abbiate paura, come i fanciulli, che davvero il vento, non appena l’anima esca dal corpo, se la porti via e disperda: specie se ad uno toccherà di morire non quando il vento sia in quiete, ma quando soffi una forte bufera.”
Guardavo sfilare, fuori dal finestrino del treno la campagna romana. Dove trascinava la mia anima il vento? Dovevo fare anch’io gli incantesimi, come ironizzava Socrate, al fanciullino impaurito della mia anima? Avevo parlato di questo passo del “Fedone” ad Antonella Capriglia, chiedendo perché, secondo lei, Socrate facesse dell’ironia sul vento di bufera che si porta via l’anima. Antonella, i capelli neri lunghi, gli occhi scuri, un sorrisetto ambiguo sulle labbra, mentre ascoltava me, un suo compagno d’ufficio – lavoravamo nello stesso laboratorio informatico, alle dipendenze di Giacometti, il nostro principale – che invece di parlare di lavoro o di attualità, se ne veniva fuori con Platone. Ed invero, io, Manlio Arditi, ormai prossimo alla soglia dantesca del mezzo cammino di vita, ero proprio da canzonare, con questo mio comportamento da “professore”. Però, avevo parlato del “Fedone” ad Antonella non a caso, ma provocato da lei: “Laura mi ha detto che sei un platonico.” Rividi la sua amica, non era il mio tipo, avevo parlato di filosofia, per allontanarla, ma quella si era avvicinata ancora di più; alla fine, vedendomi riottoso, aveva mollato: “Tu sei un tipo platonico, sei adatto per Antonella Capriglia.” Ed eccola, ora, Antonella, da cui attendevo la risposta, che io avevo in tasca. Come può un essere spirituale venire condotto via dal vento, un ente materiale?
Dopo avermi scrutato in viso, Antonella ha risposto: “Era Socrate che aveva paura della morte e cercava di convincere i suoi amici che l’anima è immortale, ma in verità cercava di convincere sé stesso.” E faceva pure dell’ironia! stavo per rispondere, ma poi ho detto: “Però ha bevuto la cicuta, con grande dignità.” “E tu credi che sia andata proprio così?” “La fonte è Platone.” “Ma se non era neppure presente! Parla per sentito dire.” La pausa pranzo era terminata e stavamo rientrando in ufficio. Non ho replicato, ero rimasto senza parole di fronte all’ultima battuta, dovevo controllare. Antonella mi ha guardato e vedendomi dubbioso, ha detto: “Se non ci credi, puoi chiedere a Rossella.” Ha riso e si è affrettata a rientrare in ufficio.
Che cosa dovevo più parlare di filosofia? In verità, sono andato a controllare. Il dialogo principale si svolge tra Echecrate e Fedone, parlano della morte di Socrate: “E chi erano quelli che erano presenti, o Fedone?” “Dei concittadini di Socrate c’erano il nostro Apollodoro, Critobulo e suo padre e c’erano anche Ermogene, Epigene, Eschine e Antistene, e poi c’erano Ctesippo di Peania, Menesseno e alcuni altri del luogo; Platone, credo, era ammalato.” (“Fedone”, 58b)
Rossella, una mia vicina, abita a pochi caseggiati distanti da me, un giorno c’eravamo pure incrociati sul marciapiedi, e un’altra volta, vedendomi, aveva detto: “Va in quell’ufficio?” Il laboratorio d’informatica di Giacometti è a pochi passi da casa. “Sì,” ho detto, “viene anche lei?” Si è messa a ridere e se n’è andata. Poi, un bel giorno, si è presentata nella sala del laboratorio, dove io e i miei colleghi siamo ognuno di noi seduti davanti a un computer. Deve avermi visto dalla strada, attraverso i vetri, ed è entrata. All’improvviso, me la sono trovata in piedi, accanto alla mia postazione: “Che cosa stai facendo?’” mi ha domandato, abbassandosi per guardare lo schermo. “Sto digitando il testo,” ho prontamente risposto. Si è accostata di più alla mia testa, per guardare meglio il monitor, poi si è risollevata, mettendosi dritta. “Un lavoro complesso,” ha commentato sorridendo. Mi guardava dall’alto in basso, perché ero seduto, bastava alzarsi per non stare in una posizione d’inferiorità, ma io non l’ho fatto. Ha indugiato un po' e poi si è allontanata, fermandosi in prossimità dell’uscita, quindi è tornata indietro di qualche passo e ha detto a voce alta: “Stasera non posso venire a cena.” Ha fatto un gesto, come per dire “un'altra volta” oppure “poi, ne parliamo meglio” e se n’è andata. Quelli seduti più vicino hanno seguito la scena, per me sorprendente e un tantino grottesca, non sapevo neppure come si chiamasse e non l’avevo certo invitata a cena, e invece il tono della breve conversazione era stato quello di una coppia di conoscenti, se non proprio fidanzati o sposati. Mah! Eppure sottilmente mi rimproveravo una sorta di comportamento omissivo, aver mancato di compiere l’azione attesa, vale a dire l’invito a cena.
Comunque non sono rimasto impreparato all’occasione seguente da lei creata. Quella volta, sembrava proprio mi stesse aspettando fuori dall’ufficio. Ho preso l’iniziativa e ho detto: “Ciao, come…” Mi ha interrotto: “Tu, come ti chiami?” “Manlio.” “Manlio, l’altra volta non sono potuta venire a cena.” “Ma io non ti avevo invitata!” “È per questo, appunto, perché non mi avevi invitata!” Il tono era nervoso. Ho sorriso: “T’invito, adesso.” “No, ora non posso, sabato sera, alle otto e mezzo.” Ha allungato il braccio destro sul mio collo, tirandomi a sé, e ha sfiorato la sua gota con la mia. “Sto al 75, sul citofono “Romani”, io sono Rossella,” ha detto prima di andarsene, indicando verso la strada dove abitavamo.
LA POSSESSIONE DIVINA
All’inizio, l’intesa fu perfetta o apparentemente tale: ero caduto nella sua rete, o meglio mi ero tuffato sulla rete dall’alto del trapezio, da cui in verità ero precipitato giù, ed ora sto cercando di trasformare la caduta in tuffo. Dopo i primi tempi, ognuno di noi due fu ripreso dalle proprie cure quotidiane e l’intesa si allentò un po'. Per uscire dall’isolamento di noi due in coppia, le avevo proposto di uscire una sera insieme con Vitaliano e Lorenza. Accettò volentieri, ma a cena vidi che si annoiava, sarà stato per i miei discorsi un po' troppo vaghi o forse perché la mia intesa con l’amico sembrava superare la nostra, sebbene il legame di amicizia fosse di tutt’altro genere rispetto a quello d’amore. Però, si sa, quest’ultimo è esclusivo e non ammette intrusioni d’altro genere: ma era intrusione quella di Vitaliano? Beh, sì! Anzi, no, era lui a dover fare i conti con una intrusione dall’alto, definiamola così, quel suo entusiasmo, proprio da chi è invasato dal dio, una divina mania, peraltro pericolosamente contagiosa. Ed era questo pericolo che avvertiva Rossella? O erano i miei discorsi astratti?
Cangiamila Francesco Emanuele, giurista e teologo palermitano del Settecento, nella sua “Embriologia sacra”, sostiene la tesi della creazione dell’anima immediatamente dopo la concezione, respingendo le dottrine che stabilivano l’inizio dell’animazione al settimo o al quarantesimo giorno. Egli contestò la tesi del traducianesimo, per il quale sono i genitori a trasmettere l’anima ai figli e ogni altra teoria della germinazione spontanea, come può ritenersi ad esempio quella delle omeomerie di Anassagora. Che cosa in origine? “Bisogna scavare a fondo il terreno della storia, per estrarne i segreti, Manlio,” era il commento estemporaneo di Vitaliano a questi miei discorsi sull’anima, mentre fissava me e Rossella con uno sguardo che allora ci appariva indecifrabile, ma che si doveva rivelare abbastanza esplicito alla luce di quanto poi venuto allo scoperto. Ecco perché male interpretavamo l’espressione insofferente di Lorenza a queste sue parole, per lei chiaramente allusive a quella “sotterranea” attività del marito. Vitaliano era stato contagiato da una pazzia divina, e secondo me in concreto posseduto da Baubò, la dea dell’oscenità, che nel sacello della domus del prefetto Salvio Nerva, cozzando contro lo spirito della Venere celeste, era stato atterrato d’un solo colpo quasi mortale. Nel “Simposio”, Platone così distingue un’Afrodite del cielo priva di ogni brutalità da quella pandemia, che si accompagna a tutti del popolo (pan-demos), come suggerisce l’etimo. Ed io? Io posso soltanto dire che dopo quel mio starnuto sul divano di casa Cartapesta ero diventato un altro: Cartesio? Ma no! E nel dire così io capisco che come puro spirito, anima nuda, un demone mi conduce, quello a cui fui affidato in custodia dalla sorte, che io stesso avevo scelto, ma che poi avevo dimenticato, oltrepassando il fiume dell’oblio.
FRAMMENTI LUMINOSI
“Il cielo appariva ricoperto da un’uniforme coltre di nubi e l’aria era carica di umidità. Guardò in direzione di Marina di Ponte. Nella scura distesa del mare, distante dalla linea di terra della riva, era ormeggiato un battello splendente di decorazioni di luci. Si udiva l’eco dei botti e, dopo il fischio acuto che accompagnava la corsa a razzo dello stelo luminoso in verticale verso l’alto, si aprivano espandendosi veloci nel cielo della sera i vividi raggi multicolori di un’abbagliante e immensa stella, a cui seguiva una cascata di parabole luminose che si andavano spegnendo nella caduta.”
Ecco, forse prendendo a prestito immagini mie e di altri, io posso paragonare la coscienza, in cui si dissolvono le identità, a un insieme di frammenti luminosi di vivido splendore nello sfondo nero della notte, una scena su cui si avvicendano i cangianti colori dell’aurora boreale. Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.
FINE
LA RAGAZZA DI FRANCOFORTE
Nel rileggere i quattro racconti del ciclo “Bellarmino”, che seguono i due del ciclo “Scardanelli”, mi rendo conto che diverse zone d’ombra dei luoghi narrativi di entrambi i cicli non sono stati illuminate a sufficienza, lasciando enigmi non risolti, di cui senz’altro il lettore troverà soluzioni migliori delle mie. Intanto, io qui mi vorrei limitare a commentare l’Epilogo di “Le dissolte identità”, ovverosia “Frammenti luminosi” e prima ancora il “Prologo” e il primo capitolo, “L’approccio e la fuga” di “Abscondita dea”, qui di seguito riportati.
Nel “Prologo” il narratore si descrive come personaggio in azione e in questo modo ha la possibilità d’incontrare un personaggio della sua narrazione, che ha ragione di ritenere sia Elisabetta Del Tullio. Da dove gli deriva questa ragione? Verosimilmente dal fatto che il narratore è l’autore e quindi il creatore del contesto narrativo. Avvicinandoci, quindi, noi (io e il lettore) al piano della “realtà”, a cui risaliamo da quello della “finzione”, dobbiamo o meglio io debbo rispondere al quesito fino a che punto il mio personaggio sia reale nella sua finzione (raffigurazione). E qui la contrapposizione tra realtà e finzione si muta nell’altra tra “verità” e “falsità”. Dico subito che mi sono ispirato a un personaggio vero, ovvero che l’episodio della connazionale alla portineria dell’albergo di Francoforte è ripreso dal vero, nel senso che allora la giovane diede qualche piccola pratica informazione e basta. E allora perché a distanza di anni quel ricordo è venuto fuori? Semplice, si può pensare, la ragazza ti ha colpito e non l’hai dimenticata. Certo, è semplice, forse un po' troppo semplice. Il mondo è disseminato di gentili donzelle, che incontri nelle reception dei vari alberghi d’Europa e altrove, ma anche di sgradevoli, fortunatamente di meno. E allora, perché quella in particolare? Vediamo un po'. Dovendo (volendo) ambientare la storia a Francoforte, mi sono ricordato di quella giovane, che si limitò a dare indicazioni a dei connazionali, e io ci ho ricamato sopra la storia di Roberto Bellarmino e i suoi calzini grigi, anzi il suo non indossare calzini e non solo grigi. Ma lasciamo perdere i calzini, che mi conducono ad altre storie e concentriamoci su Elisabetta del Tullio. Allora, perché, dopo che la storia con Roberto Bellarmino era stata raccontata e si era conclusa, io narratore, diventando personaggio, ho raccontato di aver incontrato la ragazza di Francoforte a Roma, o almeno ho creduto di incontrarla. In proposito, ci tengo a precisare che la narrazione di quest’ultimo incontro è di pura fantasia, nel senso che questa volta non trae spunto da un qualche episodio reale. Ed in quest’ultimo senso, tale circostanza alimenta il mio debito nei confronti della persona reale, raffigurata nel personaggio di Elisabetta del Tullio. Se quello vero è stato un incontro occasionale e fugace, seppure registrato nel ricordo della mia coscienza, allora sorge un dubbio: chi è veramente la ragazza di Francoforte, quella di cui ho raccontato la storia con Roberto Bellarmino? Forse un’altra identità si nasconde dietro la persona indicata, fondendosi con essa, per effetto della condensazione psichica. È quest’ultimo un tipico fenomeno onirico, quando sogniamo l’immagine di una persona sconosciuta, che però ci trasmette una sensazione di familiarità, se al nostro risveglio riflettiamo un po' a fondo sulla suggestione notturna. Questo tipico scomporsi e ricomporsi del materiale psichico del sogno è lo stesso processo del formarsi più o meno cosciente di un personaggio rappresentato nella figurazione artistica. Chi si nasconde, dunque, dietro l’immagine della ragazza di Francoforte? Un’altra giovane donna appartenente alla realtà e non alla fantasia? E chi è quest’altra donna?
Prendo tempo, e prima di parlare e argomentare su quest’altra, vorrei lanciare qualche contumelia invece contro alcune altre receptionist, di cui porto il ricordo di meno piacevoli incontri, uno per tutti quello di Londra. Vado alla reception dell’Hilton, per chiedere informazioni su un evento in corso e la tizia dai chiari tratti mediterranei mi risponde, con aria disturbata: “I don’t know”. Io la guardo scettico e l’altra ribadisce scontrosa, con accento e modi tipicamente campani: “I don’t know”. Ma non è la risposta, è il modo che ancor m'offende. Perché? Perché in quella risposta io leggevo (credevo di leggere, il dubbio è non solo lecito, ma anche legittimo) il seguente pensiero: “Io qui a Londra parlo inglese e nient’altro, quindi che vai cercando?” Che cosa cercavo io? Le informazioni chieste in lingua inglese, ovviamente con il mio accento al suo orecchio verosimilmente familiare, e che prontamente mi furono date dalla sua collega di banco. Era una gentilissima fräulein germanica, sorridente, disse di chiamarsi Francesca, sprizzando simpatia da tutti i pori. E allora? Una amava l’Italia, aveva italianizzato il suo nome, l’altra non lo so.
Ho raccontato un fatto vero, la mia versione di un fatto vero, però è bene ritornare dalla realtà alla fantasia, perché la realtà appartiene a tutti, la fantasia a ognuno di noi. Elisabetta Del Tullio era un personaggio della mia fantasia, ecco perché l’ho incontrata a Roma e ne sono rimasto intrigato. Sono Pigmalione innamorato della sua Galatea? Oddio! anche nella finzione l’approccio l’avevo soltanto sognato: “Aprii gli occhi e dal letto guardai fuori dalla finestra aperta, da dove giungeva il rumore di un’autovettura, venuta a fermarsi giù sotto allo stabile, lo stereo a tutto volume. Erano le tre del mattino, mi alzai e andai in bagno.”
E non avevo sognato soltanto Elisabetta, ma anche Scardanelli. Quindi, occupiamoci di quest’ultimo soggetto. Ma com’ero scivolato nel sogno, peraltro di finzione (l’unica verità è quella dei coatti con lo stereo a tutto volume alle tre del mattino), da Elisabetta a Scardanelli? La fuga, fuggivo inseguito dalla polizia, la legge, per quella mia furtiva (l’aggettivo deriva dal latino fur, ladro, da cui anche furto) trasgressione (stalking?). Ma io non sono uno stalker, al massimo lo è Scardanelli, Jung direbbe l’ombra della mia persona. Prima che mi sfugga, devo però rivelare la fonte della mia ispirazione. L’originale è l’episodio di un bellissimo film del secolo scorso: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson, indimenticabile! Verso la fine, i matti, incitati da Jack N., si concedono una serata di trasgressione, durante la quale uno di loro, un adolescente, riesce nel suo primo tentativo amoroso, entusiasticamente applaudito da tutta la compagnia. Quando l’inflessibile direttrice del manicomio scopre l’episodio, come sanzione repressiva, denuncia il comportamento del figlio alla madre, inutilmente implorata di non farlo, e il giovane si suicida. Lo “Scardanelli” della mia fantasia soffriva della stessa angoscia.
IL VIAGGIO MILLENARIO
Ho glissato sulla vera identità di Elisabetta Del Tullio, o meglio sulla figura di donna nascosta dietro l’altra, una condensazione psichica, quella propria del materiale onirico dei sogni? No, il discorso è scivolato via per conto suo. E ora riprendendolo, mi rendo conto che nello svelare un’identità si finisce per velare l’altra, commettendo ingiustizia, quella stessa ingiustizia che pagano gli esseri, secondo l’antico detto di Anassimandro: «Principio degli esseri è l'infinito ... da dove, infatti, gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo».
È il continuo gioco del dissolvimento delle identità nella presunta unità della coscienza dell’Io, che per un autore è il dissolvimento della sua unitarietà psichica nella folla dei fantasmi, i personaggi delle sue creazioni.
“La coscienza appare come un teatro in cui vengono rappresentate simultaneamente diverse scene, una sola delle quali però inquadrata come “un fuoco d’artificio prodigiosamente multiplo e complesso, [che] sale e si rinnova incessantemente attraverso miriadi di razzi”, di cui però “noi non percepiamo che la cima”, mentre il resto rimane nascosto al di là della linea d’orizzonte dell’io. Ciascuno di noi costituisce in questo scenario una gerbe lumineuse, un “mazzo” o “fascio” di scariche elettriche. Se si guarda attorno, si rende conto di essere un comprimario, assieme a tutti gli altri esseri viventi, di un più vasto spettacolo di fuochi d’artificio che s’innalzano, brillano per un attimo e poi cadono sullo sfondo buio di una natura indifferente.” Così Remo Bodei (“Destini personali”, 2009) riporta il pensiero di Hippolyte Taine, filosofo francese dell’Ottocento, a proposito della frammentazione dell’io.
Leggendo questa pagina, mi sono ricordato del finale del mio primo libro, “L’uomo camuffato” un breve romanzo, dove il protagonista da una terrazza assiste ad uno spettacolo di fuochi d’artificio, quello riportato nell’Epilogo: “Frammenti luminosi”. Quella scena veniva così commentata dalla mia voce narrante: “Brizi udiva i lontani clamori della folla radunata sulla spiaggia, che accompagnava i botti e i bagliori dei fuochi d’artificio risplendenti nell’oscurità. E pensava che per quell’umanità in festa già lontane dovevano apparire le violenze e le emozioni della giornata, ma sapeva che quella loro allegria restava sempre come sospesa. Caduca avvertiva, quella sera, l’esistenza dei mortali e precaria, quindi, considerava la loro felicità.”
Qui, la frammentazione e la pioggia di luci nel cielo della notte, la cascata delle parabole luminose rispecchiava la caducità dell’esistenza inavvertita dalla coscienza corale, che viveva l’allegria di una festa, dove le violenze e le emozioni della giornata erano ormai distanti e dimenticate, un insieme frammenti di luce ormai spenti.
La coscienza dell’Io, sia personale che collettiva, viene paragonata da Taine allo spettacolo di “una infinità di razzi luminosi, tutti della stessa specie, i quali a diversi gradi di complicazione e di altezza, si lanciano e ridiscendono incessantemente ed eternamente nel nero vuoto: ecco gli esseri fisici e morali; ognuno di essi non è che una serie di eventi, di cui niente dura se non la forma, e si può rappresentare la natura come una grande aurora boreale.”
Le teorie del Taine, che riducono la psicologia alla fisiologia, esprimono una filosofia naturalistica, assimilabile al determinismo democriteo, quella eterna pioggia di atomi, che ha generato il capolavoro poetico di Lucrezio: “De rerum natura”.
A una tale concezione materialista della Natura (Physis) si oppone la visione iperuranica del soprasensibile, le eterne Idee di Platone e la dottrina di derivazione orfica della immortalità dell’anima, su cui s’innestano i miti escatologici riportati nel “Fedone”, il “Gorgia” e la “Repubblica”.
Nella composizione del mio testo narrativo, avvenimenti e personaggi possono quindi riflettere quell’universo di razzi che brillano in alto nel nero vuoto e la conseguente cascata di parabole luminose, scie di luci che si dissolvono nella coscienza della voce narrante, quell’io che così conclude la sua narrazione: “Io rivedo Cartesio che attraversa nell’ora notturna i cortili gelidi del palazzo reale di Stoccolma e Roberto Bellarmino nel freddo grigio dell’alba davanti ai cancelli della fabbrica nel nord della Germania. È l’identità del destino, il daimon, la sorte che ha accompagnato i miei ultimi giorni, fino a quando sono spirato sull’ambulanza alle porte di Parigi.” È l’anima dei miei personaggi che ogni volta s’incarna prima del suo ultimo viaggio millenario.
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