mercoledì 4 febbraio 2026

Anteprima

 

                δεινός


2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L’INQUIETANTE DELL’ESISTENZA

πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου
δεινότερον πέλει

“Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia
di più inquietante dell’uomo si aderge”
(Sofocle, “Antigone”)

1. Il δεινός
“Ma questi, allorché vide vincer così il proprio rivale, perdette la testa e la fune; gettò via la pertica e più svelto di questa, come un turbine di braccia e di gambe, precipitò nell'abisso. Il mercato e il popolo somigliavano al mare quando si solleva la tempesta: tutti fuggivano l'un dall'altro e l'uno sopra l'altro, e principalmente in quel punto ove doveva precipitare il corpo. Zarathustra però non si mosse, e proprio accanto a lui cadde il corpo straziato, sfracellato, ma non morto ancora.”
È il passo dello “Zarathustra”, in cui Nietzsche descrive l’episodio del funambolo, verosimilmente ispirandosi ad uno spettacolo visto nella piazza del mercato di Basilea, città dove tenne la cattedra di filologia classica all'Università (1869-79).
A causa dello sgambetto del diavolo, il funambolo precipita nell’abisso, Zarathustra gli si avvicina e gli sussurra di non temere di perdere la vita, perché non perde nulla, l’anima muore prima del corpo, e lui ha vissuto la sua vita di funambolo.
“E giunse alla fine la notte, e soffiò un vento freddo sul solitario. Allora Zarathustra si alzò e disse al suo cuore: «Davvero una bella pesca ha fatto oggi Zarathustra! Non trovo alcun uomo, bensì un cadavere. Inquietante è l'esistenza umana, e sempre priva di senso: un buffone può divenirle fatale. Io voglio insegnare agli uomini il senso della loro vita: chi è il superuomo, il lampo di quella oscura nube che è l'uomo.”
Nietzsche era un cultore delle lettere classiche e conosceva perfettamente la tragedia greca, e certo non poteva essergli sfuggito il verso della “Antigone” di Sofocle, che sembra riecheggiare nelle parole di Zarathustra: “Inquietante è l'esistenza umana.” (“Unheimlich ist das menschliche Dasein”). “Inquietante” (“Unheimlich”) sarà lo stesso termine che userà Heidegger nel tradurre il verso di Sofocle.

Silvio Minieri ha detto...

Attento studioso del pensiero di Nietzsche, a cui ha dedicato una monumentale opera in due volumi, Heidegger riprende il tema sull’essere dell’uomo: “Chi sia l’uomo, per la filosofia, non è una cosa scritta in cielo”. Nel suo saggio, “Introduzione alla metafisica” (1935), parlando dell’opposizione tra pensiero ed essere, Heidegger scrive: “Se il genere e l’orientamento dell’opposizione essere e pensiero sono così unici, si è perché l’uomo viene qui nel cospetto dell’essere. Tale evento è il consapevole apparire dell’uomo in quanto storico. È solo dopo essere stato riconosciuto come un essente di tal genere che l’uomo è stato anche “definito” in base a un concetto, ossia come ζῷον λόγον ἔχον, animal rationale, essere vivente ragionevole.” La definizione aristotelica distingue l’uomo dagli altri animali, in quanto dotato del logos, la parola, ovvero l’intelletto, il nous. Per Heidegger, da questa definizione più che altro zoologica si è costruita la concezione occidentale dell’uomo: “La suddetta definizione dell’uomo è in fondo di carattere zoologico. Lo ζῷον di questa zoologia permane per più riguardi discutibile. È solo nel quadro di questa definizione che si è costruita la concezione occidentale dell’uomo, con tutta la psicologia, l’etica, la gnoseologia, l’antropologia connesse. E noi da gran tempo ci dibattiamo in un caos di rappresentazioni e di concetti improntati a quelle discipline.” Quindi, rifacendosi ai testi di Eraclito e Parmenide, così scrive: “Il modo di pensare di Parmenide ed Eraclito è ancora poetico, ossia per noi, poetico e non scientifico. Ma il pensare concernente l’essere dell’uomo assume una sua particolare direzione e misura, proprio perché in questo pensare poetante è il pensiero che ha la preminenza. Allo scopo di chiarire quanto basta questo “pensare poetico”, a partire dal suo lato complementare e opposto, e preparare così la sua comprensione, indagheremo ora quel “poetare pensoso” dei Greci, in cui sia l’essere che il corrispondente esserci [l’essente uomo] dei Greci si sono propriamente foggiati: vale a dire la tragedia.”
Il riferimento è al primo stasimo (vv.332-375) del coro della “Antigone” di Sofocle, con una particolare attenzione al distico iniziale della prima strofa, in cui viene in evidenza il termine τὰ δεινὰ, l’inquietante:
πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου
δεινότερον πέλει
Vielfältig das Unheimliche, nichts doch
über den Menschen hinaus Unheimlicheres ragend sich regt
“Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia
di più inquietante dell’uomo si aderge.”
“In questi due primi versi si anticipa quanto tutto il resto del Coro cerca, nel suo particolare dettato, di perseguire, e quanto gli occorre, nel suo particolare contesto verbale, di stabilire. L'uomo è, in una parola τό δεινότατον, il più inquietante (das Unbeimlichste).” Deinotaton, (δεινότατον), è la forma superlativa dell'aggettivo deinos (δεινός), che significa "terribile", "potente", “straordinario”. In tal senso l’uomo come “il più terribile”, "il più potente", “il più straordinario” è “il più inquietante” degli enti dell’essere, di tutte le cose esistenti. Ed in questo senso dell’inquietante ed angoscioso, come vedremo, si esprimerà il filosofo Emanuele Severino riflettendo su una tale definizione dell’uomo.
(Segue)