1. La mania telestica “Ma in casi di morbi e pene gravissime, che per antiche collere (παλαιῶν μηνιμάτων) caddero su alcune generazioni di uomini, la mania sorgendo e profetando in quelli in cui doveva, trovò il rimedio ricorrendo a preghiere e ai culti divini; quindi, attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il tempo presente e l’avvenire, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto.” (Fedro, 244de) Quali sono queste antiche collere? Il vocabolo μήνιμα si può tradurre con “ira”, “collera”, “sdegno”, ma significa anche “causa” dell’ira, “colpa” o “peccato”. Armando Plebe traduce menyma con “collera”, Giovanni Reale e altri con “colpa”. Se rileggiamo il testo, il senso sembra rimanere lo stesso: la colpa dell’uomo scatena la collera divina, causa dei morbi e delle disgrazie che si abbattono sulle generazioni successive. È il concetto religioso biblico dell’espiazione del peccato commesso dai progenitori, che si abbatte su di loro e sulle generazioni future. La Hybris è un topos della cultura greca, un tema ricorrente da Omero fino alla “Poetica” di Aristotele, una violazione di leggi divine che conduce alla catastrofe della tragedia. Le antiche collere, di cui ci dice Platone, già si ritrovano nei primi versi dell’Iliade: “L’ira funesta che infinite addusse lutti agli Achei.” Tutti ricordiamo questi versi del proemio studiati a scuola e non li abbiamo dimenticati, perché la rima è il mezzo più semplice per lasciare impresse nella memoria le parole pronunciate oralmente. Nell’antichità era questo, infatti, lo strumento per trasmettere le tradizioni e la cultura, in assenza della scrittura o del suo uso non ancora del tutto sviluppato. Subito dopo l’invocazione di rito a Calliope, la Musa della poesia epica figlia di Zeus e Mnemosyne (Memoria), Omero inizia a narrare del primo avvenimento nefasto che incombe sul destino degli eroi, di cui si appresta a raccontare le gesta. È un modo della tradizione antica di rappresentare subito tutta la tragicità dell’esistenza. Che cosa di terribile è accaduto tra gli uomini per scatenare l’ira divina? In questa domanda, già si conserva una parte della risposta: la collera divina è provocata dalle azioni degli uomini. Qui manca il capriccio degli dèi, la colpa è dell’uomo, in particolare dei Re, quelli che sono a capo dei popoli. Quando il sommo sacerdote del dio Apollo, Crise, si recò da Agamennone al fine di riscattare la figlia Criseide, divenuta schiava e concubina del Re, questi si rifiutò. Crise allora pregò il dio Apollo di vendicarlo, colpendo il nemico con una pestilenza. Il dio ascoltò la supplica del suo sacerdote e scese dall’Olimpo, scagliando le sue frecce avvelenate prima contro gli animali e poi contro i soldati Achei, accampati sotto le mura di Troia. Segue lo scontro con Achille, a cui Agamennone sottrae la schiava Briseide, in cambio di Criseide restituita al genitore, scatenando così l’ira furibonda dell’eroe, che viene consolato dalla madre Teti. La dea sale al cielo e prega Giove di concedere la vittoria ai Troiani finché i Greci non abbiano rintegrato l’onore del figlio. Nei libri seguenti dell’Iliade, vediamo come gli dèi scendono in combattimento a fianco o contro le parti in guerra.
La peste inviata da Apollo nel campo degli Achei non è altro che una presa di posizione divina a favore del suo sacerdote e dei suoi seguaci. Le sorti della battaglia tra gli uomini non dipendono dalle armi degli eroi, ma da un intervento superiore degli dèi. Nel suo romanzo “I quaranta giorni del Mussa-Dagh”, sullo stermino degli Armeni da parte dei Turchi, agli inizi del secolo scorso, ha scritto Franz Werfel: “Gli eroi omerici combattono alle porte Scee e credono che la vittoria o la sconfitta dipende dalle loro armi. Ma la battaglia degli eroi non è che un riflesso della battaglia che sopra le loro teste combattono gli dèi per decidere la sorte umana. Gli dèi stessi però non sanno che anche la loro lotta non fa che rispecchiare quella che da tempo è decisa nel petto dell’Altissimo, da cui sgorgano la pace e la guerra.” Nell’impossibilità di pensare in termini politeisti la sfera del divino, dopo secoli di cristianesimo, la coscienza religiosa può pensare solo alla pluralità degli angeli, come esseri divini immortali, e più in alto l’Altissimo. È il Dio unico della tradizione giudaico-cristiana, che per amore dell’uomo ha inviato il Figlio a redimerlo dal peccato, quello originale di Adamo ispirato da Satana, il primo della schiera degli angeli ribelli. Cogliere e mangiare il frutto dall’albero della conoscenza del bene e del male significa impossessarsi, contro la proibizione divina, della possibilità di conoscere il segreto del male, ossia la possibilità della morte. Essendo stato creato da Dio, l’uomo poteva non essere creato, in quanto nella sua onnipotenza e infinita libertà, Dio non era soggetto alla Necessità di creare l’uomo. Nel momento in cui l’uomo veniva a conoscenza del segreto di Dio, l’esistenza della morte, l’esistenza del Nulla del non-Essere Dio, si spalancava per lui il buio dell’abisso, quel “buio” di cui il bambino innocente scopre a un certo punto di avere paura. Ma come? Proprio nel momento in cui si vive la felicità di vivere, si scopre che quella felicità è minacciata, un’ombra che subito precipita. È la coscienza del tragico, quella che la tragedia greca ha messo in scena. “L’atmosfera tragica, nei drammi greci, non è una concezione generale del mondo, ma si riferisce a quel preciso evento che si svolge dinanzi ai nostri occhi, a quei determinati personaggi, come una specie di misteriosa inquietudine, che prima ancora che avvenga un fatto preciso, che si verifichi un determinato avvenimento, permea tutto di sé e preannuncia una sventura, ancora indeterminata.” Così scrive Jaspers, “Sul tragico” (Über das Tragische).
È la cupa atmosfera tragica che si respira nell’ “Edipo Re” di Sofocle, di cui il Coro recita L’infelice destino, che si estende su tutta la generazione dei mortali.
Ahimè, progenie dei mortali come per me la vostra vita è uguale al nulla! Quale, quale uomo mai ha conosciuto felicità se non quella che immagina un’illusione che subito svanisce. Se a modello prendo il tuo destino, il tuo, sventurato Edipo, nessun mortale dirò felice.
“L’atmosfera tragica non è propriamente data dalla pura fugacità dell’essere, dalla vita e dalla morte, dal fiorire e dal passare di tutte le cose. […] L’atmosfera tragica nasce dalla percezione della sinistra e terrificante realtà in cui siamo coinvolti. È una forza estranea che ci minaccia senza scampo.” Quella tragica è una condizione esistenziale incomprensibile, se non si trova una ragione, una colpa, che spieghi il perché della minaccia e della sventura incombente. Scrive Jaspers: “Il tragico diviene comprensibile a sé stesso soltanto come conseguenza della colpa. […] Il mondo è colmo di sventure che si abbattono su innocenti. Il male nascosto distrugge senza che nessuno ne sia spettatore, agisce in modi che restano sconosciuti; non c’è istanza terrena che ne abbia notizia. […] Ci sono uomini che muoiono da martiri, pur senza essere martiri, giacché nessuno raccoglie né conoscerà mai la loro testimonianza. Ogni giorno, sulla faccia della terra, esseri inermi vengono tormentati e distrutti. […] La sventura non è l’espiazione di una colpa e non ha alcun nesso con il significato dell’esistenza. Il problema della colpa, però, non si limita alla condotta e alla vita del singolo, ma si estende alla condizione umana in generale, a cui ognuno di noi partecipa. Dov’è la colpa di questa incolpevole sventura? Dov’è la potenza, che priva di colpe, precipita l’uomo nella rovina?” La ragione delle sventure, i morbi gravissimi, che inspiegabilmente colpiscono l’uomo, viene indicata da Platone, nel citato passo del “Fedro”, quando parla di collere divine, scatenate da antiche colpe, quelle che le generazioni su cui ricadono trovano non comprensibili. E Platone indica anche il modo per liberarsi da queste antiche colpe, non la saggezza, sophrosyne (σωφροσύνη) dell’uomo, ma attraverso riti di espiazione e consacrazione (ὅθεν δὴ καθαρμῶν τε καὶ τελετῶν), grazie al divino dono della follia, la mania (μανία), la mania telestica, ovvero l’iniziazione ai misteri. Essa riguarda soltanto le persone scelte dalla divinità (“grazia divina”). Nelle famiglie che soffrono in conseguenza di una colpa degli antenati, la mania divina si manifesta sotto forma di voce (“vocazione”) che suggerisce al prescelto il modo di salvare i suoi familiari, il suo popolo: le preghiere e il culto della divinità.
Questa forma di mania iniziatica-telestica, Platone l’attribuisce a Dioniso (Διονύσου δὲ τελεστικήν), distinguendola dalle altre tre forme, riferite ad altrettante divinità: la mantica ad Apollo, la poetica alle Muse, l’erotica – la migliore – ad Afrodite ed Eros. Ora, dice Platone, la salvezza, i.e. il liberarsi dai mali, è raggiunta soltanto da chi è invasato e posseduto nel modo giusto (λύσιν τῷ ὀρθῶς μανέντι τε καὶ κατασχομένῳ). E qui il discorso platonico fa riferimento ai Misteri, forme religiose e rituali segreti, che fondavano la loro sacralità sull’elemento iniziatico, comunicato soltanto ai prescelti, gli iniziati. La tradizione più antica di origine greca è quella dei misteri eleusini, oltre quelli orfici e dionisiaci, differenti dai culti orientali, di origine egizia o asiatica. Da Eleusi, vicino ad di Atene, in età ellenistica, i riti misterici si espansero nell’area mediterranea, penetrando nel mondo romano, in epoca imperiale. Il termine greco, per indicare la tradizione sacra, è mysterion (μυστήριον), usato perlopiù al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), e deriva dal verbo myo (μύω), “chiudersi”, “tenere occhi e labbra chiuse”, mantenersi in silenzio e raccoglimento. È l’originaria radice sanscrita “mu”, “legare”, donde “muka”, “bocca legata”, “muto”, nel gesto di tenere il dito sulle labbra chiuse. L’iniziato ai misteri veniva chiamato mystes (μύστης), termine da cui deriva mystikòs (μυστικός), il mistico, colui che entra a diretto contatto con la Divinità e il Sacro, attraverso i culti misterici. Per indicare la sacra cerimonia con cui si accedeva al mondo divino, i latini usarono il termine initiatio, “iniziazione”, collegato al verbo initiare e al sostantivo initium, “il primo passo”, ma anche “l’origine”, “il fondamento”. L’altro termine latino, per indicare l’iniziato, era adeptus, participio passato di adpisci, colui che ha “raggiunto” la perfezione, in perfetta corrispondenza con il vocabolo greco telestés (τελεστής), in cui risuona la voce telòs (τέλος) ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ‘perfezione’. Telestés (τελεστής) è il celebrante la teleté (τελετή), l’ufficio sacerdotale di iniziazione ai misteri, in tal senso telestikós è sinonimo di mysterikós o mystikós. L’aggettivo telestikós (τελεστικός) significava pertanto non solo genericamente ‘che porta a termine’, ‘che realizza’, ma anche ‘che inizia ai misteri’. Nel cristianesimo il termine sarà utilizzato per connotare quelle preghiere e quei riti che danno la Grazia. L’excursus linguistico sul termine “telestico” serviva qui per cogliere non soltanto la parentela dei vocaboli greci e latini, ma attraverso il loro comune significato, il filo di collegamento tra l’antica tradizione religiosa greco-romana e la religione cristiana e cattolica, riscontrabile nell’ufficio sacerdotale di intercessione della grazia divina.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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DI ANTICHE COLLERE
1. La mania telestica
“Ma in casi di morbi e pene gravissime, che per antiche collere (παλαιῶν μηνιμάτων) caddero su alcune generazioni di uomini, la mania sorgendo e profetando in quelli in cui doveva, trovò il rimedio ricorrendo a preghiere e ai culti divini; quindi, attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il tempo presente e l’avvenire, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto.” (Fedro, 244de)
Quali sono queste antiche collere? Il vocabolo μήνιμα si può tradurre con “ira”, “collera”, “sdegno”, ma significa anche “causa” dell’ira, “colpa” o “peccato”. Armando Plebe traduce menyma con “collera”, Giovanni Reale e altri con “colpa”. Se rileggiamo il testo, il senso sembra rimanere lo stesso: la colpa dell’uomo scatena la collera divina, causa dei morbi e delle disgrazie che si abbattono sulle generazioni successive. È il concetto religioso biblico dell’espiazione del peccato commesso dai progenitori, che si abbatte su di loro e sulle generazioni future. La Hybris è un topos della cultura greca, un tema ricorrente da Omero fino alla “Poetica” di Aristotele, una violazione di leggi divine che conduce alla catastrofe della tragedia.
Le antiche collere, di cui ci dice Platone, già si ritrovano nei primi versi dell’Iliade: “L’ira funesta che infinite addusse lutti agli Achei.” Tutti ricordiamo questi versi del proemio studiati a scuola e non li abbiamo dimenticati, perché la rima è il mezzo più semplice per lasciare impresse nella memoria le parole pronunciate oralmente. Nell’antichità era questo, infatti, lo strumento per trasmettere le tradizioni e la cultura, in assenza della scrittura o del suo uso non ancora del tutto sviluppato.
Subito dopo l’invocazione di rito a Calliope, la Musa della poesia epica figlia di Zeus e Mnemosyne (Memoria), Omero inizia a narrare del primo avvenimento nefasto che incombe sul destino degli eroi, di cui si appresta a raccontare le gesta. È un modo della tradizione antica di rappresentare subito tutta la tragicità dell’esistenza. Che cosa di terribile è accaduto tra gli uomini per scatenare l’ira divina? In questa domanda, già si conserva una parte della risposta: la collera divina è provocata dalle azioni degli uomini. Qui manca il capriccio degli dèi, la colpa è dell’uomo, in particolare dei Re, quelli che sono a capo dei popoli. Quando il sommo sacerdote del dio Apollo, Crise, si recò da Agamennone al fine di riscattare la figlia Criseide, divenuta schiava e concubina del Re, questi si rifiutò. Crise allora pregò il dio Apollo di vendicarlo, colpendo il nemico con una pestilenza. Il dio ascoltò la supplica del suo sacerdote e scese dall’Olimpo, scagliando le sue frecce avvelenate prima contro gli animali e poi contro i soldati Achei, accampati sotto le mura di Troia. Segue lo scontro con Achille, a cui Agamennone sottrae la schiava Briseide, in cambio di Criseide restituita al genitore, scatenando così l’ira furibonda dell’eroe, che viene consolato dalla madre Teti. La dea sale al cielo e prega Giove di concedere la vittoria ai Troiani finché i Greci non abbiano rintegrato l’onore del figlio. Nei libri seguenti dell’Iliade, vediamo come gli dèi scendono in combattimento a fianco o contro le parti in guerra.
La peste inviata da Apollo nel campo degli Achei non è altro che una presa di posizione divina a favore del suo sacerdote e dei suoi seguaci. Le sorti della battaglia tra gli uomini non dipendono dalle armi degli eroi, ma da un intervento superiore degli dèi. Nel suo romanzo “I quaranta giorni del Mussa-Dagh”, sullo stermino degli Armeni da parte dei Turchi, agli inizi del secolo scorso, ha scritto Franz Werfel: “Gli eroi omerici combattono alle porte Scee e credono che la vittoria o la sconfitta dipende dalle loro armi. Ma la battaglia degli eroi non è che un riflesso della battaglia che sopra le loro teste combattono gli dèi per decidere la sorte umana. Gli dèi stessi però non sanno che anche la loro lotta non fa che rispecchiare quella che da tempo è decisa nel petto dell’Altissimo, da cui sgorgano la pace e la guerra.”
Nell’impossibilità di pensare in termini politeisti la sfera del divino, dopo secoli di cristianesimo, la coscienza religiosa può pensare solo alla pluralità degli angeli, come esseri divini immortali, e più in alto l’Altissimo. È il Dio unico della tradizione giudaico-cristiana, che per amore dell’uomo ha inviato il Figlio a redimerlo dal peccato, quello originale di Adamo ispirato da Satana, il primo della schiera degli angeli ribelli. Cogliere e mangiare il frutto dall’albero della conoscenza del bene e del male significa impossessarsi, contro la proibizione divina, della possibilità di conoscere il segreto del male, ossia la possibilità della morte. Essendo stato creato da Dio, l’uomo poteva non essere creato, in quanto nella sua onnipotenza e infinita libertà, Dio non era soggetto alla Necessità di creare l’uomo. Nel momento in cui l’uomo veniva a conoscenza del segreto di Dio, l’esistenza della morte, l’esistenza del Nulla del non-Essere Dio, si spalancava per lui il buio dell’abisso, quel “buio” di cui il bambino innocente scopre a un certo punto di avere paura. Ma come? Proprio nel momento in cui si vive la felicità di vivere, si scopre che quella felicità è minacciata, un’ombra che subito precipita. È la coscienza del tragico, quella che la tragedia greca ha messo in scena.
“L’atmosfera tragica, nei drammi greci, non è una concezione generale del mondo, ma si riferisce a quel preciso evento che si svolge dinanzi ai nostri occhi, a quei determinati personaggi, come una specie di misteriosa inquietudine, che prima ancora che avvenga un fatto preciso, che si verifichi un determinato avvenimento, permea tutto di sé e preannuncia una sventura, ancora indeterminata.” Così scrive Jaspers, “Sul tragico” (Über das Tragische).
È la cupa atmosfera tragica che si respira nell’ “Edipo Re” di Sofocle, di cui il Coro recita
L’infelice destino, che si estende su tutta la generazione dei mortali.
ἰὼ γενεαὶ βροτῶν,
ὡς ὑμᾶς ἴσα καὶ τὸ μη-
δὲν ζώσας ἐναριθμῶ.
τίς γάρ, τίς ἀνὴρ πλέον
τᾶς εὐδαιμονίας φέρει
ἢ τοσοῦτον ὅσον δοκεῖν
καὶ δόξαντ᾽ ἀποκλῖναι;
τὸν σόν τοι παράδειγμ᾽ ἔχων,
τὸν σὸν δαίμονα, τὸν σόν, ὦ
τλᾶμον Οἰδιπόδα, βροτῶν
οὐδὲν μακαρίζω·
Ahimè, progenie dei mortali
come per me la vostra vita
è uguale al nulla!
Quale, quale uomo mai
ha conosciuto felicità
se non quella che immagina
un’illusione che subito svanisce.
Se a modello prendo
il tuo destino, il tuo,
sventurato Edipo,
nessun mortale dirò felice.
“L’atmosfera tragica non è propriamente data dalla pura fugacità dell’essere, dalla vita e dalla morte, dal fiorire e dal passare di tutte le cose. […] L’atmosfera tragica nasce dalla percezione della sinistra e terrificante realtà in cui siamo coinvolti. È una forza estranea che ci minaccia senza scampo.” Quella tragica è una condizione esistenziale incomprensibile, se non si trova una ragione, una colpa, che spieghi il perché della minaccia e della sventura incombente. Scrive Jaspers: “Il tragico diviene comprensibile a sé stesso soltanto come conseguenza della colpa. […] Il mondo è colmo di sventure che si abbattono su innocenti. Il male nascosto distrugge senza che nessuno ne sia spettatore, agisce in modi che restano sconosciuti; non c’è istanza terrena che ne abbia notizia. […] Ci sono uomini che muoiono da martiri, pur senza essere martiri, giacché nessuno raccoglie né conoscerà mai la loro testimonianza. Ogni giorno, sulla faccia della terra, esseri inermi vengono tormentati e distrutti. […] La sventura non è l’espiazione di una colpa e non ha alcun nesso con il significato dell’esistenza. Il problema della colpa, però, non si limita alla condotta e alla vita del singolo, ma si estende alla condizione umana in generale, a cui ognuno di noi partecipa. Dov’è la colpa di questa incolpevole sventura? Dov’è la potenza, che priva di colpe, precipita l’uomo nella rovina?”
La ragione delle sventure, i morbi gravissimi, che inspiegabilmente colpiscono l’uomo, viene indicata da Platone, nel citato passo del “Fedro”, quando parla di collere divine, scatenate da antiche colpe, quelle che le generazioni su cui ricadono trovano non comprensibili. E Platone indica anche il modo per liberarsi da queste antiche colpe, non la saggezza, sophrosyne (σωφροσύνη) dell’uomo, ma attraverso riti di espiazione e consacrazione (ὅθεν δὴ καθαρμῶν τε καὶ τελετῶν), grazie al divino dono della follia, la mania (μανία), la mania telestica, ovvero l’iniziazione ai misteri. Essa riguarda soltanto le persone scelte dalla divinità (“grazia divina”). Nelle famiglie che soffrono in conseguenza di una colpa degli antenati, la mania divina si manifesta sotto forma di voce (“vocazione”) che suggerisce al prescelto il modo di salvare i suoi familiari, il suo popolo: le preghiere e il culto della divinità.
Questa forma di mania iniziatica-telestica, Platone l’attribuisce a Dioniso (Διονύσου δὲ τελεστικήν), distinguendola dalle altre tre forme, riferite ad altrettante divinità: la mantica ad Apollo, la poetica alle Muse, l’erotica – la migliore – ad Afrodite ed Eros. Ora, dice Platone, la salvezza, i.e. il liberarsi dai mali, è raggiunta soltanto da chi è invasato e posseduto nel modo giusto (λύσιν τῷ ὀρθῶς μανέντι τε καὶ κατασχομένῳ).
E qui il discorso platonico fa riferimento ai Misteri, forme religiose e rituali segreti, che fondavano la loro sacralità sull’elemento iniziatico, comunicato soltanto ai prescelti, gli iniziati. La tradizione più antica di origine greca è quella dei misteri eleusini, oltre quelli orfici e dionisiaci, differenti dai culti orientali, di origine egizia o asiatica. Da Eleusi, vicino ad di Atene, in età ellenistica, i riti misterici si espansero nell’area mediterranea, penetrando nel mondo romano, in epoca imperiale.
Il termine greco, per indicare la tradizione sacra, è mysterion (μυστήριον), usato perlopiù al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), e deriva dal verbo myo (μύω), “chiudersi”, “tenere occhi e labbra chiuse”, mantenersi in silenzio e raccoglimento. È l’originaria radice sanscrita “mu”, “legare”, donde “muka”, “bocca legata”, “muto”, nel gesto di tenere il dito sulle labbra chiuse. L’iniziato ai misteri veniva chiamato mystes (μύστης), termine da cui deriva mystikòs (μυστικός), il mistico, colui che entra a diretto contatto con la Divinità e il Sacro, attraverso i culti misterici.
Per indicare la sacra cerimonia con cui si accedeva al mondo divino, i latini usarono il termine initiatio, “iniziazione”, collegato al verbo initiare e al sostantivo initium, “il primo passo”, ma anche “l’origine”, “il fondamento”. L’altro termine latino, per indicare l’iniziato, era adeptus, participio passato di adpisci, colui che ha “raggiunto” la perfezione, in perfetta corrispondenza con il vocabolo greco telestés (τελεστής), in cui risuona la voce telòs (τέλος) ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ‘perfezione’. Telestés (τελεστής) è il celebrante la teleté (τελετή), l’ufficio sacerdotale di iniziazione ai misteri, in tal senso telestikós è sinonimo di mysterikós o mystikós. L’aggettivo telestikós (τελεστικός) significava pertanto non solo genericamente ‘che porta a termine’, ‘che realizza’, ma anche ‘che inizia ai misteri’. Nel cristianesimo il termine sarà utilizzato per connotare quelle preghiere e quei riti che danno la Grazia.
L’excursus linguistico sul termine “telestico” serviva qui per cogliere non soltanto la parentela dei vocaboli greci e latini, ma attraverso il loro comune significato, il filo di collegamento tra l’antica tradizione religiosa greco-romana e la religione cristiana e cattolica, riscontrabile nell’ufficio sacerdotale di intercessione della grazia divina.
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