LA SPAZZINA Erano le nove e un quarto del mattino, e Villar si trovava all’angolo tra via Dresda e via Dublino, in attesa del furgone dell’AMA, che aveva visto poco prima fare il giro per viale Londra. Infatti, qualche minuto dopo, il furgone scese giù per via Dublino, fece mezzo giro attorno alla rotonda, l’aiuola al centro dello spiazzo di via Dresda, e andò a fermarsi davanti al cancelletto dell’isola ecologica, dove c’erano i bidoni della spazzatura da vuotare. Dal furgone scese prima una donna sulla cinquantina, una bionda tinta, e poco dopo, dal sedile dell’autista, balzò a terra una donna più giovane, pronta per le dovute incombenze. Aprirono il cancelletto, con la chiave custodita nel cassettino, di cui le due operatrici ambientali avevano il codice, tirarono fuori un cassonetto e lo accostarono al retro del furgone. La giovane risalì al posto di guida e manovrò sull’apposita leva che azionava il sollevamento del contenitore posteriore per l’aggancio e svuotamento dei cassonetti. Nel giro di qualche minuto, le due donne portarono a termine le operazioni di raccolta, chiusero il cancelletto, riposero la chiava nell’apposito cassetto, risalirono sul mezzo e ripartirono. L’automezzo girò attorno alla rotonda, proseguì per un centinaio di metri e andò a fermarsi più avanti, accanto all’isola ecologica seguente, che serviva gli altri condomini. Villar aveva osservato tutta la scena, stando fermo in piedi sul marciapiede di fronte, e quando l’automezzo della nettezza urbana ripartì, risalì sulla sua autovettura, che aveva parcheggiato lì vicino, e si mosse in direzione di viale Londra. Quindi sbucò su via dell’Annunziata, girò a sinistra e andò in fondo all’incrocio sull’Ardeatina, per riprenderla a destra, giungere sulla Grotta Perfetta, e imboccare infine via della Fotografia, che costeggiava il parco prospiciente la strada, dove andò a parcheggiare. Scese dall’autovettura e con le mani conserte rimase in attesa. Dopo una ventina di minuti, il furgone dell’AMA riapparve per completare il suo solito giro. Villar risalì in macchina, per non farsi notare, e rimase ad osservare la manovra del parcheggio dell’automezzo accanto alle file di case, dove erano sistemate altre isole ecologiche. Assistette alla scena simile all’altra, secondo un copione che si ripeteva ad ogni fermata. L’anziana scendeva e andava a prendere i cassonetti, aiutata dalla collega giovane, scaricavano i rifiuti, risistemavano i cassonetti, poi risalivano sul furgone e ripartivano. Le strade erano deserte, era domenica, e le due operatrici dell’AMA, quindi, stavano svolgendo un turno festivo, quello della mattina.
Dopo alcuni giorni di osservazione, Villar era riuscito a individuare l’itinerario e gli orari degli automezzi, nonché il personale di turno a bordo, e calcolò che la coppia di donne, che aveva osservato la prima volta, avrebbe dovuto svolgere il turno del lunedì mattina della settimana seguente. Infatti, come previsto, il lunedì mattina, apparvero in via Dresda quasi puntuali, e Villar decise di andare a parlar loro, quando sarebbero passate più tardi in via della Fotografia, dove c’era anche una fontanella pubblica. Quando vide spuntare il furgone dal fondo della strada, per risalire verso la Grotta Perfetta, si attardò a lavarsi le mani e bere dallo zampillo d’acqua. Il furgone si era fermato poco più sopra, e quando la donna dalla parte del passeggero saltò giù, Villar si avvicinò, scuotendo le mani nell’atto di asciugarle, e disse, sorridendo: “È potabile l’acqua?” La donna gli diede uno sguardo senza rispondere, poi, mentre si avviava verso i cassonetti, si voltò dalla parte di Villar e commentò: “Ci bevono pure i cani.” Intanto, l’autista, l’operatrice giovane, era scesa dal furgone, si avvicinò guardandolo in faccia, e disse: “Siamo due spazzine e stiamo lavorando.” Villar le sorrise: “Anch’io” disse. “Sono un investigatore privato.” La ragazza lo squadrò severa: “Sei pagato dall’azienda, per controllarci?” Villar scosse la testa: “No, no!” L’altra operatrice si stava avvicinando, trascinando il cassonetto: “Tu sei lo stalker” disse. Villar rise: “Sì” rispose, alzando le mani. Le due donne lo guardavano: “Io pago le informazioni, in contanti.” Estrasse dalla tasca due banconote da cinquanta euro: “Questo è un anticipo, a fondo perduto.” La giovane rispose in tono di sfida: “Noi non ci facciamo corrompere.” Villar rimise le banconote in tasca, mentre l’altra operatrice ironizzò: “Magari sono pure false.” Villar aveva tirato fuori un bigliettino da visita e lo porgeva alle due donne: “Questo è il recapito dell’Agenzia, io sono Villar.” L’anziana fece un cenno alla giovane, questa si tolse il guantone, prese il bigliettino con le punte delle dita e vi lanciò un’occhiata sopra. “Grazie, buon lavoro ragazze, ci vediamo” disse Villar e si avviò alla macchina parcheggiata lì accanto, senza aspettare la risposta. Poco dopo, passando vicino, salutò con un cenno dalla mano, mentre le due donne erano tornate ad armeggiare con i cassonetti. Rallentò, per farsi prendere il numero della targa, e dallo specchietto retrovisore vide, infatti, che ora lo stavano osservando.
STEFANIA Stefania gli telefonò, due o tre giorni dopo, era l’operatrice ecologica giovane. “Sono la spazzina, il signor Villar?” “Sono io” rispose Villar. “Sono Stefania” disse lei. “Ciao, Stefania” rispose Villar.” “L’informazione posso darla anche adesso per telefono” disse Stefania. “Non posso mostrarti la fotografia per telefono” disse lui. “Mi vuoi vedere?” disse lei. “Sì” rispose, deciso, Villar. “Alle due, quando smonto dal servizio, al bar di via Dresda, hai capito quale?” “Certo, sarò lì puntuale” disse lui. “Comunque, ora, ho il tuo numero di telefono” aggiunse. “Ciao, investigatore,” disse lei, e chiuse. Quando Stefania si presentò, Villar era seduto al tavolino del bar convenuto. Si alzò in piedi, nel vederla e le spostò leggermente la sedia, per farla sedere. Il gesto premuroso non sfuggì alla giovane, che con una leggera increspatura delle labbra, mostrò il suo apprezzamento. “Io ho due figli” mise subito in chiaro, con un sorriso. “Io non ho figli” replicò lui. Poi domandò: “Un caffè? o un aperitivo?” “Un caffè” disse lei. Quando il cameriere si presentò, Villar ordinò due caffè, e acqua minerale. Gli esercenti del bar tavola calda erano asiatici, e gestivano anche un minimarket, lì accanto. Il locale era frequentato da personale degli uffici, siti nelle vicine torri in vetrocemento, e a quell’ora della pausa pranzo era abbastanza affollato. “Questioni di corna, vuoi sapere se qualcuno dei miei colleghi tradisce il partner?” Disse Stefania, cercando di indovinare la richiesta di Villar. “No, no,” replicò lui, sfilandosi dalla tasca una busta, che depose sul tavolino. “Dentro ci sono duecento euro e una fotografia, guardala e dimmi se l’hai mai visto prima. Lei prese la busta, tirò fuori la foto, l’osservò con cura. Era il ritratto di Andrea Marzio. “Mai visto” disse lei, dopo aver guardato per un po' l’immagine. Villar si riprese la fotografia, e la infilò in tasca. “Tieni pure il compenso” disse indicando la busta. La giovane controllò le banconote, non le prese, richiuse il plico e lo spinse in direzione di Villar. “Non prendo soldi” si limitò a dire. “L’informazione era un’altra” disse lui. La giovane scuoteva la testa. “Volevo sapere se tu e la tua collega facevate gli stessi turni qui due anni fa, a ottobre,” disse lui. “Che cosa è successo?” Villar tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio di giornale, quello che portava la notizia in cronaca dell’omicidio del capitano Roll. La giovane lesse l’articolo, si era fatta seria. Villar si guardò intorno, nessuno badava a loro, neppure prestava attenzione alla loro conversazione. Quando finì di leggere la notizia, Stefania restituì il foglio: “È stato lui?” domandò. “Non lo so,” rispose Villar. La ragazza picchiettò con le dita sulla busta con le banconote, rimasta sul tavolino, ora guardava Villar con uno sguardo nuovo, senza parlare. “Se vuoi, posso chiedere a Germana, io in quel periodo ero in maternità,” disse infine. Villar assentì. Erano arrivati i caffè, Villar pagò, bevvero entrambi, quindi lei si alzò in piedi. Lui prese la busta e la mise in tasca, poi si alzò. “Ti facciamo sapere” disse lei. Stettero un po' in silenzio. “Beh, ciao,” disse lei, e fece per andarsene. “Ci siamo visti” disse Villar, allungando la mano, per salutarla. Lei gli si avvicinò, si sfiorarono le gote. “Ciao, Villar,” disse e si avviò in fretta, voltandosi un attimo, un gesto di saluto appena accennato con la mano. Villar la guardò allontanarsi, poi attraversò la strada, per andare a prendere l’autovettura, che aveva parcheggiato più avanti, accanto al marciapiede.
GERMANA “Vieni a casa” disse Germana, quando sentì al telefono Villar, uno o due giorni dopo, gli diede l’indirizzo, via Ignazio Silone, al Laurentino. Erano le quattro del pomeriggio, quando la donna ricevette il giovane e lo introdusse in cucina. Subito, alla porta si era affacciato un ragazzino, una decina d’anni: “Mamma, posso uscire?” disse. “Non hai fatto i compiti,” disse la madre. Il bambino piagnucolò e insistette nella richiesta. “Vai in camera, adesso ho da fare con il signore,” disse. Il ragazzino protestò, approfittava della presenza dell’ospite, per convincere la madre. Villar gli sorrise: “Ciao” disse. Il bimbo fece una smorfia, poi rispose: “Ciao, zio.” Germana prese il figlio per mano e l’accompagnò fuori dalla cucina, nel saloncino d’ingresso parlarono ancora tra loro, poi Villar sentì la porta d’ingresso che si apriva e poi si richiuse. Germana ricomparve in cucina e con un’alzata di spalle commentò: “Purtroppo gli manca il padre.” Villar tacque. “Vuole un caffè?” “Non s’incomodi.” Germana andò ai fornelli, prese la moka e prima di caricarla, domandò: “Ristretto?” “Sì, grazie,” rispose il giovane. Aveva messo la fotografia di Andrea Marzio sul tavolino. Poco dopo, lei gli diede la tazzina con il caffè e la zuccheriera. Si sedette, prese la fotografia e la guardò, la tenne parecchio, mentre Villar beveva il caffè. “In quel periodo ero di turno con Alfio, forse lui… però…” Villar ripose la tazzina: “Che cosa vuoi dirmi?” Germana gli restituì la fotografia. “Eravamo presi da un’altra notizia, allora.” Villar si fece attento, l’intuito femminile suggeriva sempre una traccia. Germana raccontò di Lorena, una donna che abitava nella zona, uno degli edifici in vetrocemento di via Dresda. Era stata molto chiacchierata, ed era stata soprannominata “La pallida”, attirava gli uomini in casa sua, per poi denunciarli a mogli e fidanzate, una battaglia in favore delle donne tradite. C’erano cascati in molti. Anche Alfio, pensò Villar. Germana spiegò che ne avevano parlato anche i giornali e la televisione. Ma che cosa c’entrava questa storia con il delitto Roll? Una vicinanza di luoghi non dice nulla su una relazione di eventi. Bisognava verificare, pensò Villar. “Mi hai dato uno spunto, non è poco,” disse Villar. Si era alzato, aveva ripreso la fotografia e porse i duecento euro.” Lei rifiutò: “Non ti ho detto niente.” “Prendine almeno cento” disse Villar. Germana disse: “Tu sei un dottore.” “I dottori prendono di più per niente,” replicò lui. “E credimi, forse meriti ancora di più,” aggiunse. Germana lo guardava con un mezzo sorriso: “Io non ti ho detto niente,” disse. Lui gli allungò i duecento euro: “Sono duecento, proprio perché non mi hai detto niente.” Villar era conclusivo, Germana prese i duecento euro, lo accompagnò alla porta, si sfiorarono le gote. “Ciao, dottore” disse lei. “Ciao,” rispose sorridente Villar, salutò con un gesto della mano, voltandosi, prima di allontanarsi.
LORENA Sulle cassette postali, all’interno 23 del palazzo di 11 piani, c’era scritto: “Lorena”. Villar suonò al videocitofono, e si sistemò ben in vista davanti alla telecamera. Dopo un po', una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar, il dipendente di un’agenzia di investigazioni private.” “Che cosa vuole?” domandò la voce femminile. “Un’informazione, cinquecento euro, anche se la risposta è negativa.” “Oggi no, passi un’altra volta.” Stava per dire: “Quando?”, ma la conversazione era stata interrotta. Trasse dalla tasca un biglietto da visita con il suo nome e quello dell’agenzia con numero di telefono e indirizzo e-mail, lo infilò nella cassetta di Lorena e si allontanò. Un paio di settimane dopo, Villar si accorse di essere pedinato. Era sceso dall’autobus, che da Ponte Milvio l’aveva portato fino alla Giustiniana, quartiere di Roma fuori del raccordo anulare. Stava andando nella parrocchia dell’Immacolata, per ritirare il certificato di matrimonio di Laura Longobardi, una ex-miss Italia di circa vent’anni prima, come gli aveva commissionato Gabriele. In verità la Longobardi era arrivata seconda o terza, comunque sul podio, aveva fatto un po' di spettacolo e di cinema, poi era sfiorita. Forse il certificato serviva a Gabriele per indagini commissionatele dalla donna, ma Villar non si era fatto troppe domande. Era sceso dall’autobus, e si era diretto verso la chiesa, quando capì che quella giovane donna scesa subito dopo di lui, fermatasi sul marciapiede senza attraversare la strada lo stava pedinando. Che cosa gli aveva dato quella sensazione? A metà percorso, quando percepì, senza sapere perché, che una ragazza, in verità poteva avere una quarantina d’anni, l’aveva adocchiato, andò davanti alle porte del mezzo pubblico, come se volesse scendere alla fermata Tomba di Nerone. La donna alle sue spalle doveva essere quella che lui pensava lo avesse notato, si spostò per farla scendere, altre persone scesero, non lei. Evitò di guardarla, fino alla Giustiniana, e quando scese, con la coda dell’occhio, fingendo di voltarsi per vedere se la strada era libera per attraversare, si accorse che anche lei era scesa ed era rimasta ferma sul marciapiede. Il parroco l’aspettava e lo ricevette personalmente, e dopo avergli consegnato il certificato, lui aveva presentato la delega e la fotocopia del documento dell’interessata, non richiese offerte, ma lo invitò a recitare soltanto una Ave Maria. So recitare la preghiera solo in latino, disse Villar. Il prete sorrise: “In ogni lingua, è sempre una preghiera.” Squillò il telefono, don Fiorio rispose e disse che stava partendo per Ragusa, era arrivata una nave con gli immigrati. Villar ne approfittò per congedarsi. Fuori, si avviò alla fermata dell’autobus, per rientrare verso Ponte Milvio. La ragazza bionda, aggraziata in un vestito lungo marroncino chiaro con ricami, lo stava aspettando. Villar attraversò e si avviò nella sua direzione, le si fermò accanto e guardò verso la strada. Erano solo loro due, in attesa dell’autobus. Salirono insieme e alla fine scesero insieme agli altri viaggiatori al capolinea di Ponte Milvio, lei si avviò a piedi verso il Foro Italico, lui andò verso il parcheggio per prendere la sua autovettura. Quella ragazza bionda era Lorena? O una sua incaricata? Chi era? Bisognava sciogliere il dubbio.
LA PALLIDA La mattina dopo, Villar era sotto casa di Lorena, il palazzo di undici piani in viale Dresda. Parcheggiò l’autovettura lontano, tenendo d’occhio l’ingresso del portone. Erano le otto del mattino, mise un dvd con la musica dell’orchestra di André Rieu, il concerto di Maastricht, e attese. Ogni tanto scendeva per sgranchirsi le gambe, faceva un giretto intorno, poi risaliva sull’autovettura. A mezzogiorno, si decise, scese e si diresse direttamente al citofono, suonò. Poco dopo, una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar” disse Villar. “Che cosa vuole?” rispose la voce presumibilmente di Lorena. “L’informazione per cinquecento euro anticipati, anche se con risposta negativa.” Aspettò in silenzio, uno o due minuti percepiti, reali una quarantina di secondi al massimo. Guardò l’orologio, poi si staccò dalla telecamera e stava per allontanarsi, quando si sentì richiamare: “Signor Villar, io non do informazioni.” Meno male, pensò Villar, poi disse: “Ha i miei dati, sono già un’informazione.” Dopo una nuova pausa di un minuto circa, la donna disse: “Io non ho i suoi dati, torni un’altra volta.” “D’accordo, grazie,” concluse Villar, “riprovo la prossima volta.” Si staccò dal videocitofono e andò a riprendere la macchina, salì, mise in moto e partì. Un minuto dopo, ricevette un messaggio sul telefonino: “Dove sta andando, Villar?” Villar era già in via Danzica, si fermò, accostò, e rispose: “In agenzia.” Chiuse e ripartì, poco dopo squillò il telefonino, Villar aprì la comunicazione: “Giovanotto, stai sbagliando tutto, aspetti quattro ore sotto casa mia, e te ne vai, senza aver ricevuto l’informazione, anche se negativa.” Verso la fine, la voce si era colorita di ironia. “Senti, Lorena… scusi signora, almeno ho risparmiato cinquecento euro.” “Ti darò l’informazione negativa, vieni.” Era un ordine, e il primo impulso del giovane Villar fu quello di non obbedire, ma non aveva scelta. Si fermò, fece inversione e tornò indietro per verificare. Che cosa? Qualcosa gli sfuggiva. Il pianeta donna o quella donna?
Italo Calvino ha scritto un libro, intitolato: “Le città invisibili”, Marco Polo descrive all'imperatore Kublai Khan 55 città immaginarie, ognuna con un nome di donna. Nell’universo volano un numero infinito di pianeti e asteroidi, ci sarà un asteroide Lorena? Si domandava Villar. Suonò il campanello di casa, la porta era semichiusa: “Entra!” disse lei. Spinse l’uscio, e si scontrò con la donna. Villar si ritrasse: “Scusa” disse. Lei si mise da parte, e mentre entrava, Villar le lanciò un’occhiata, la donna indossava una veste da camera aperta lunga fino ai piedi, una sottoveste trasparente corta fino al ginocchio lasciava vedere la biancheria intima scura. Era Lorena, la bionda che il giorno prima, l’aveva pedinato fino alla Giustiniana, e che nel corso del viaggio di ritorno, non aveva scambiato con lui nessuna parola, solo qualche vaga occhiata, per poi allontanarsi decisamente all’arrivo. In verità, lui aveva tentato un approccio, alla fermata, quando lei l’aveva fissato eloquentemente, mentre le andava incontro nell’attraversare la strada, e lui aveva sostenuto lo sguardo. Doveva aver mormorato qualche parola sull’attesa dell’arrivo dell’autobus, dandole un’occhiata di lato, ma lei lo aveva continuato a guardare, senza rispondere. E ora? Voleva sedurlo? Dopo essersi fatta guardare, Lorena si era richiusa la vestaglia stringendo la cinta, e accostato l’uscio scortò Villar fino al salotto. Erano in piedi, l’uno di fronte all’altra. “Sono io, la Pallida, non mi riconosci?” “Sì,” disse lui. Poi, quasi a voler precisare il suo stadio di conoscenza nei confronti della donna, disse: “Sulla targhetta del citofono c’è scritto: Lorena.” “Il nome lo leggono tutti” replicò lei. Che banalità! Villar trasse da una tasca del giubbotto una busta con i soldi e li tese alla donna: “Può contarli, signora, sono cinquecento.” Lei non prese la busta, ma si avviò al tavolo e disse: “Non do informazioni a pagamento.” In effetti, solo per un’informazione, la somma era rilevante, destava sospetto: “Posso dimezzare” disse lui. La donna scuoteva la testa: “No” disse risoluta. Villar si sentì a disagio: “Cento talleri” disse, estraendo dalla busta una banconota da cento euro. Lui sorrideva, ma lei lo guardava seria, le braccia conserte. Quindi gli porse una sedia: “Siediti! Ti faccio un caffè, mentre tu mi chiedi l’informazione.” Villar ripose la banconota nella busta. Alle spalle di Lorena, scendendo dalla scala interna era apparsa una donna alta e magra, in giacca e pantaloni. Si fermò al centro del soggiorno, aprì la giacca e si pose le mani sui fianchi, aveva le spalle larghe, un viso ossuto, sembrava la posa di un uomo. Diede un’occhiata a Villar, si ricompose e disse a Lorena: “Ti serve qualcosa?” “No, Magda, puoi andare.” Magda guardò ancora Lorena: “Non ti serve niente? Proprio niente?” “No, no,” disse Lorena “vai, Magda.” Quest’ultima lanciò ancora un’occhiata all’ospite e sembrò fargli un cenno di saluto, poi a passi decisi si allontanò e uscì dalla casa.
Villar non si era seduto, era rimasto in piedi, mentre Lorena gli voltava le spalle, avviandosi in cucina. Lui fece qualche passo e le mise una mano sulla spalla, come a fermarla. La donna si fermò e si voltò di scatto, un’espressione, come dire? trionfante, vittoriosa? “Guardi, devo andare, era solo un’informazione, capisco la risposta negativa.” Uno strano sorriso illuminava il volto di Lorena, aspettava la domanda, di cui il giovane temeva già la risposta negativa. E perché negativa? Accadde nella frazione di un secondo, Villar estrasse dalla tasca della giacca una fotografia, e la mostrò a Lorena: “Conosce quest’uomo?” “D’un tratto, come una luce che si accende all’improvviso e divampa come fiamma, sorge nell’anima questa conoscenza.” Alcuni autori traducono: “Scocca la scintilla”. È il passo della “Settima Lettera”, in cui Platone parla della “vera” conoscenza. Villar conosceva il testo platonico, forse no, Lorena non lo so. Nel vedere l’immagine che Villar le mostrò, la donna trasalì di colpo. Il turbamento colpì anche Villar, che si affrettò a rimettere in tasca la fotografia. “All’improvviso”, ἐξαίφνης è l’stante psichico, la particella elementare mai realizzata in laboratorio, che nella tabella degli elementi chimici è stata registrata come ἐξ. Si tratta del simbolo dell’istante psichico, “quello da cui partono i cambiamenti nelle due opposte direzioni. Non si ha cambiamento a partire da uno stato di quiete ancora immobile e neppure a partire da uno stato di movimento ancora in movimento. Invece questo è straordinario (atopon) dell’istante ἐξαίφνης, che si trova in mezzo tra il movimento e la quiete, perché non è in nessun tempo. È quello verso cui e da cui quanto si muove muta nella quiete e quanto è nella quiete muta in movimento.” (Platone, Parmenide, 156d) In tal senso, nel senso filosofico, ma anche nel senso comune, essendo ἐξαίφνης fuori del tempo, può essere vissuto, ma non descritto. Lorena, pallidissima, l’espressione stravolta, disse: “Non lo conosco.” Villar stava rispondendo: “Ma lo riconosci!” Però tacque. Lorena lo spinse verso la porta: “Adesso, te ne devi andare,” disse con fare alterato. Si accorse che tremava tutta: “Me ne vado subito” disse, e uscì in fretta. Scendendo le scale, temette di incontrare quella donna alta, andata via prima di lui, ma non incontrò nessuno. In strada, raggiunse la sua autovettura parcheggiata lì davanti, salì a bordo, mise in moto e partì.
MAGDA Stava rientrando in agenzia, quando Gabriele gli telefonò: “Sto andando via, Martina non c’è, ci vediamo verso sera.” Villar assentì, chiuse la comunicazione e si diresse a casa sua. Quella donna sapeva. Che cosa sapeva? Sapeva tutto. Un delitto: era vittima o colpevole? Chi aveva ucciso Roll? Andrea Marzio. E Lorena? Una testimone? Forse. La vicinanza dei luoghi, lo spazio, ora aveva una relazione con l’evento, nel tempo. Si era creato un campo “lontano”, un loop di spaziotempo, nel linguaggio della fisica QLG, interrelato con un campo “vicino”, diviso e congiunto dalla linea del presente. Nel pensiero comune un evento del tempo passato era riemerso nel tempo presente. Quando giunse a casa, voleva farsi da mangiare, ma si accorse di non avere fame, avvertiva ancora l’emozione dell’accaduto. Troppe ombre si andavano accavallando nella sua mente, qualcosa aveva fatto improvvisamente precipitare gli avvenimenti. Che cosa? Si stese sul letto e si addormentò. Si svegliò prima del tramonto. Aveva sognato immagini confuse: Lorena fuggiva terrorizzata, inseguita da quell’uomo con il cappello da contadino, il viso rugoso, i baffi spioventi, che sparava tre colpi nella notte, come in un film horror, e ancora una donna sconosciuta che tentava di sedurlo. Quando arrivò all’Eur dalla sua abitazione in via Marconi, ormai era il vespro, aveva impiegato un po' più tempo del solito, a causa del traffico di quell’ora. In agenzia non trovò Gabriele, era stato convocato in Questura da un funzionario della squadra mobile, così disse Martina. “Il nostro caso,” domandò Villar? Forse. Sicuramente c’era un collegamento tra la sua visita in mattinata a Lorena e la convocazione. Nei giorni precedenti avevano avuto la visita di un commissario, la dottoressa Voss, che si era informato sulle attività di Villar. Gabriele era stato evasivo, in quanto Villar non era un dipendente dell’Agenzia, e al commissario aveva detto che il nipote non era un vero e proprio tirocinante, gli aveva chiesto solo di andare a prendere un certificato, un accertamento chiesto per conto di Laura Longobardi, una causa di separazione dal marito. Un tradimento coniugale? aveva interrogato il commissario. Aveva appena iniziato a fare indagini, aveva detto Gabriele. Era una donna alta e magra, fattezze mascoline, il commissario? domandò Villar. Martina guardò il cugino: “Lo conosci?” “Magda,” disse lui, stamattina era in casa di Lorena, sembravano amiche. “Tu non puoi esercitare, non hai la licenza, forse Lorena si è lamentata.” Villar non rispose. “Comunque puoi essere considerato tirocinante, tutto è a firma di Gabriele, il titolare.” “Certo,” disse Villar, e si sedette alla scrivania dello zio, per consultare il dossier “Roll”. Non c’era, Gabriele l’aveva portato con sé. “È stato Marzio” disse Villar. “A fare che cosa?” domandò Martina. Villar si stupì: “Come?” “Devono ancora accertare, confrontare le impronte, la sagoma delle telecamere, interrogare i familiari, parenti e amici.” “La pratica è passata alla Squadra Mobile?” domandò lui. Martina alzò le spalle, lui commentò: “Non credo che Lorena sia stata sua complice.” “No, vittima,” lo corresse Martina. Villar guardò la cugina, senza parlare. “Pare sia andata da lei, dopo l’omicidio.” A fare che cosa? Villar si pose la domanda, pensando già alla risposta. Aveva sognato che Marzio inseguiva e uccideva Lorena, ma era stato solo un sogno, il virtuale assassino era morto. Lorena non temeva ritorsioni, non era una testimone o una complice, ma una vittima. Così aveva detto Martina. Non poteva telefonare a Gabriele? Non è raggiungibile. “Allora, io vado via, ci vediamo domani.” Il caso era chiuso, doveva pensare alla sua laurea.
EPILOGO L’inchiesta passò alla Squadra Mobile, il commissario Magda Voss seguiva il caso dal giorno dell’omicidio, quando aveva raccolto la denuncia di stupro da Serena Cavallaro, in arte Lorena la Pallida. Quel giorno, il mattino presto, un uomo, che in seguito aveva riconosciuto essere Andrea Marzio, si era presentato a casa sua, e senza darle nessuna possibilità di resistenza, l’aveva violentata. La vittima era stata sempre in contatto con il commissario Voss, le due donne erano diventate amiche. Quando, la prima volta, Villar aveva citofonato a Lorena, la donna aveva chiesto l’ausilio di Magda, l’aveva poi seguito, giudicandolo un perdigiorno, che un tempo sarebbe finito nella sua rete, ma volle lo stesso conoscerlo, un sedicente investigatore. Dal giorno della violenza, dopo un anno di assenza, era tornata a casa, senza più continuare la sua attività come prima, respingeva ogni virtuale cliente, se c’erano stalker, venivano subito intercettati dalla squadra del commissario Voss. Qualche volta avevano anche fermato e indagato persone che sembravano somigliare alla descrizione fatta da Lorena in sede di denuncia. La gaffe sul capitano dell’esercito aveva però consigliato prudenza, bisognava lavorare sottotraccia, senza intrusioni della stampa o dei media. Le indagini su Andrea Marzio, grazie alle impronte lasciate sul luogo dell’omicidio, il campanello di casa, il DNA sulla vittima dello stupro, il riscontro con la sagoma della telecamera, il controllo degli orari, si conclusero presto. Nell’intervista rilasciata alla stampa e ai media, sulla soluzione del caso, il portavoce della polizia, dopo aver illustrato i dettagli dell’operazione, commentò che per le testimonianze nella cerchia di amici e conoscenti dell’assassino, gli investigatori avevano incontrato e dovuto abbattere un muro di omertà. Gabriele D’Orsi aveva spedito il dossier alla vedova Ruffo, ottenendo una generosa ricompensa, superiore alla sua parcella. Era un lunedì dei primi di agosto, una mattina presto, quando Villar prese il trenino per Ostia Lido, e poi raggiunse a piedi un vicino stabilimento balneare, presumendo di trovarlo vuoto. Infatti, era il primo cliente, prese un ombrellone in riva al mare e si distese sulla sdraio, guardando all’orizzonte, immerso nei suoi pensieri. Uno o due minuti dopo, una giovane donna bionda in bikini, indicando il posto al bagnino, che le aprì l’ombrellone, venne a stendersi sulla sdraio accanto alla sua. Quando il giovane si voltò a guardarla, lei disse: “Buon giorno, sono Paola.” “Buon giorno” rispose lui. Lei rise: “Sono il magistrato titolare dell’inchiesta sull’omicidio Roll, stamattina ho fatto fatica a seguirla, sono in macchina.” Ecco, chiarito subito l’approccio, sarebbe stato strano, diversamente. “Sì, ho collaborato con mio zio dell’Agenzia D’Orsi,” rispose prontamente Villar. La giovane donna si stese comoda con il braccio sinistro dietro il capo, il cappello di paglia, gli occhiali da sole. Villar si alzò: “Vado a fare la mia solita nuotata mattutina dei giorni feriali.” “No, l’acqua è fredda” disse lei. Mentre stava entrando in acqua, lo rincorse con la voce: “Come ti chiami?” Lui si voltò: “Villar” disse, e si tuffò. La donna si alzò dalla sdraio e andò via.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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LA SPAZZINA
Erano le nove e un quarto del mattino, e Villar si trovava all’angolo tra via Dresda e via Dublino, in attesa del furgone dell’AMA, che aveva visto poco prima fare il giro per viale Londra. Infatti, qualche minuto dopo, il furgone scese giù per via Dublino, fece mezzo giro attorno alla rotonda, l’aiuola al centro dello spiazzo di via Dresda, e andò a fermarsi davanti al cancelletto dell’isola ecologica, dove c’erano i bidoni della spazzatura da vuotare. Dal furgone scese prima una donna sulla cinquantina, una bionda tinta, e poco dopo, dal sedile dell’autista, balzò a terra una donna più giovane, pronta per le dovute incombenze. Aprirono il cancelletto, con la chiave custodita nel cassettino, di cui le due operatrici ambientali avevano il codice, tirarono fuori un cassonetto e lo accostarono al retro del furgone. La giovane risalì al posto di guida e manovrò sull’apposita leva che azionava il sollevamento del contenitore posteriore per l’aggancio e svuotamento dei cassonetti. Nel giro di qualche minuto, le due donne portarono a termine le operazioni di raccolta, chiusero il cancelletto, riposero la chiava nell’apposito cassetto, risalirono sul mezzo e ripartirono. L’automezzo girò attorno alla rotonda, proseguì per un centinaio di metri e andò a fermarsi più avanti, accanto all’isola ecologica seguente, che serviva gli altri condomini.
Villar aveva osservato tutta la scena, stando fermo in piedi sul marciapiede di fronte, e quando l’automezzo della nettezza urbana ripartì, risalì sulla sua autovettura, che aveva parcheggiato lì vicino, e si mosse in direzione di viale Londra. Quindi sbucò su via dell’Annunziata, girò a sinistra e andò in fondo all’incrocio sull’Ardeatina, per riprenderla a destra, giungere sulla Grotta Perfetta, e imboccare infine via della Fotografia, che costeggiava il parco prospiciente la strada, dove andò a parcheggiare. Scese dall’autovettura e con le mani conserte rimase in attesa. Dopo una ventina di minuti, il furgone dell’AMA riapparve per completare il suo solito giro.
Villar risalì in macchina, per non farsi notare, e rimase ad osservare la manovra del parcheggio dell’automezzo accanto alle file di case, dove erano sistemate altre isole ecologiche. Assistette alla scena simile all’altra, secondo un copione che si ripeteva ad ogni fermata. L’anziana scendeva e andava a prendere i cassonetti, aiutata dalla collega giovane, scaricavano i rifiuti, risistemavano i cassonetti, poi risalivano sul furgone e ripartivano. Le strade erano deserte, era domenica, e le due operatrici dell’AMA, quindi, stavano svolgendo un turno festivo, quello della mattina.
Dopo alcuni giorni di osservazione, Villar era riuscito a individuare l’itinerario e gli orari degli automezzi, nonché il personale di turno a bordo, e calcolò che la coppia di donne, che aveva osservato la prima volta, avrebbe dovuto svolgere il turno del lunedì mattina della settimana seguente. Infatti, come previsto, il lunedì mattina, apparvero in via Dresda quasi puntuali, e Villar decise di andare a parlar loro, quando sarebbero passate più tardi in via della Fotografia, dove c’era anche una fontanella pubblica. Quando vide spuntare il furgone dal fondo della strada, per risalire verso la Grotta Perfetta, si attardò a lavarsi le mani e bere dallo zampillo d’acqua. Il furgone si era fermato poco più sopra, e quando la donna dalla parte del passeggero saltò giù, Villar si avvicinò, scuotendo le mani nell’atto di asciugarle, e disse, sorridendo: “È potabile l’acqua?” La donna gli diede uno sguardo senza rispondere, poi, mentre si avviava verso i cassonetti, si voltò dalla parte di Villar e commentò: “Ci bevono pure i cani.” Intanto, l’autista, l’operatrice giovane, era scesa dal furgone, si avvicinò guardandolo in faccia, e disse: “Siamo due spazzine e stiamo lavorando.” Villar le sorrise: “Anch’io” disse. “Sono un investigatore privato.” La ragazza lo squadrò severa: “Sei pagato dall’azienda, per controllarci?” Villar scosse la testa: “No, no!” L’altra operatrice si stava avvicinando, trascinando il cassonetto: “Tu sei lo stalker” disse. Villar rise: “Sì” rispose, alzando le mani. Le due donne lo guardavano: “Io pago le informazioni, in contanti.” Estrasse dalla tasca due banconote da cinquanta euro: “Questo è un anticipo, a fondo perduto.” La giovane rispose in tono di sfida: “Noi non ci facciamo corrompere.” Villar rimise le banconote in tasca, mentre l’altra operatrice ironizzò: “Magari sono pure false.” Villar aveva tirato fuori un bigliettino da visita e lo porgeva alle due donne: “Questo è il recapito dell’Agenzia, io sono Villar.” L’anziana fece un cenno alla giovane, questa si tolse il guantone, prese il bigliettino con le punte delle dita e vi lanciò un’occhiata sopra. “Grazie, buon lavoro ragazze, ci vediamo” disse Villar e si avviò alla macchina parcheggiata lì accanto, senza aspettare la risposta. Poco dopo, passando vicino, salutò con un cenno dalla mano, mentre le due donne erano tornate ad armeggiare con i cassonetti. Rallentò, per farsi prendere il numero della targa, e dallo specchietto retrovisore vide, infatti, che ora lo stavano osservando.
STEFANIA
Stefania gli telefonò, due o tre giorni dopo, era l’operatrice ecologica giovane. “Sono la spazzina, il signor Villar?” “Sono io” rispose Villar. “Sono Stefania” disse lei. “Ciao, Stefania” rispose Villar.” “L’informazione posso darla anche adesso per telefono” disse Stefania. “Non posso mostrarti la fotografia per telefono” disse lui. “Mi vuoi vedere?” disse lei. “Sì” rispose, deciso, Villar. “Alle due, quando smonto dal servizio, al bar di via Dresda, hai capito quale?” “Certo, sarò lì puntuale” disse lui. “Comunque, ora, ho il tuo numero di telefono” aggiunse. “Ciao, investigatore,” disse lei, e chiuse.
Quando Stefania si presentò, Villar era seduto al tavolino del bar convenuto. Si alzò in piedi, nel vederla e le spostò leggermente la sedia, per farla sedere. Il gesto premuroso non sfuggì alla giovane, che con una leggera increspatura delle labbra, mostrò il suo apprezzamento. “Io ho due figli” mise subito in chiaro, con un sorriso. “Io non ho figli” replicò lui. Poi domandò: “Un caffè? o un aperitivo?” “Un caffè” disse lei. Quando il cameriere si presentò, Villar ordinò due caffè, e acqua minerale. Gli esercenti del bar tavola calda erano asiatici, e gestivano anche un minimarket, lì accanto. Il locale era frequentato da personale degli uffici, siti nelle vicine torri in vetrocemento, e a quell’ora della pausa pranzo era abbastanza affollato. “Questioni di corna, vuoi sapere se qualcuno dei miei colleghi tradisce il partner?” Disse Stefania, cercando di indovinare la richiesta di Villar. “No, no,” replicò lui, sfilandosi dalla tasca una busta, che depose sul tavolino. “Dentro ci sono duecento euro e una fotografia, guardala e dimmi se l’hai mai visto prima. Lei prese la busta, tirò fuori la foto, l’osservò con cura. Era il ritratto di Andrea Marzio. “Mai visto” disse lei, dopo aver guardato per un po' l’immagine. Villar si riprese la fotografia, e la infilò in tasca. “Tieni pure il compenso” disse indicando la busta. La giovane controllò le banconote, non le prese, richiuse il plico e lo spinse in direzione di Villar. “Non prendo soldi” si limitò a dire. “L’informazione era un’altra” disse lui. La giovane scuoteva la testa. “Volevo sapere se tu e la tua collega facevate gli stessi turni qui due anni fa, a ottobre,” disse lui. “Che cosa è successo?” Villar tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio di giornale, quello che portava la notizia in cronaca dell’omicidio del capitano Roll. La giovane lesse l’articolo, si era fatta seria. Villar si guardò intorno, nessuno badava a loro, neppure prestava attenzione alla loro conversazione. Quando finì di leggere la notizia, Stefania restituì il foglio: “È stato lui?” domandò. “Non lo so,” rispose Villar. La ragazza picchiettò con le dita sulla busta con le banconote, rimasta sul tavolino, ora guardava Villar con uno sguardo nuovo, senza parlare. “Se vuoi, posso chiedere a Germana, io in quel periodo ero in maternità,” disse infine. Villar assentì. Erano arrivati i caffè, Villar pagò, bevvero entrambi, quindi lei si alzò in piedi. Lui prese la busta e la mise in tasca, poi si alzò. “Ti facciamo sapere” disse lei. Stettero un po' in silenzio. “Beh, ciao,” disse lei, e fece per andarsene. “Ci siamo visti” disse Villar, allungando la mano, per salutarla. Lei gli si avvicinò, si sfiorarono le gote. “Ciao, Villar,” disse e si avviò in fretta, voltandosi un attimo, un gesto di saluto appena accennato con la mano. Villar la guardò allontanarsi, poi attraversò la strada, per andare a prendere l’autovettura, che aveva parcheggiato più avanti, accanto al marciapiede.
GERMANA
“Vieni a casa” disse Germana, quando sentì al telefono Villar, uno o due giorni dopo, gli diede l’indirizzo, via Ignazio Silone, al Laurentino. Erano le quattro del pomeriggio, quando la donna ricevette il giovane e lo introdusse in cucina. Subito, alla porta si era affacciato un ragazzino, una decina d’anni: “Mamma, posso uscire?” disse. “Non hai fatto i compiti,” disse la madre. Il bambino piagnucolò e insistette nella richiesta. “Vai in camera, adesso ho da fare con il signore,” disse. Il ragazzino protestò, approfittava della presenza dell’ospite, per convincere la madre. Villar gli sorrise: “Ciao” disse. Il bimbo fece una smorfia, poi rispose: “Ciao, zio.” Germana prese il figlio per mano e l’accompagnò fuori dalla cucina, nel saloncino d’ingresso parlarono ancora tra loro, poi Villar sentì la porta d’ingresso che si apriva e poi si richiuse. Germana ricomparve in cucina e con un’alzata di spalle commentò: “Purtroppo gli manca il padre.” Villar tacque. “Vuole un caffè?” “Non s’incomodi.” Germana andò ai fornelli, prese la moka e prima di caricarla, domandò: “Ristretto?” “Sì, grazie,” rispose il giovane. Aveva messo la fotografia di Andrea Marzio sul tavolino. Poco dopo, lei gli diede la tazzina con il caffè e la zuccheriera. Si sedette, prese la fotografia e la guardò, la tenne parecchio, mentre Villar beveva il caffè. “In quel periodo ero di turno con Alfio, forse lui… però…” Villar ripose la tazzina: “Che cosa vuoi dirmi?” Germana gli restituì la fotografia. “Eravamo presi da un’altra notizia, allora.” Villar si fece attento, l’intuito femminile suggeriva sempre una traccia. Germana raccontò di Lorena, una donna che abitava nella zona, uno degli edifici in vetrocemento di via Dresda. Era stata molto chiacchierata, ed era stata soprannominata “La pallida”, attirava gli uomini in casa sua, per poi denunciarli a mogli e fidanzate, una battaglia in favore delle donne tradite. C’erano cascati in molti. Anche Alfio, pensò Villar. Germana spiegò che ne avevano parlato anche i giornali e la televisione. Ma che cosa c’entrava questa storia con il delitto Roll? Una vicinanza di luoghi non dice nulla su una relazione di eventi. Bisognava verificare, pensò Villar. “Mi hai dato uno spunto, non è poco,” disse Villar. Si era alzato, aveva ripreso la fotografia e porse i duecento euro.” Lei rifiutò: “Non ti ho detto niente.” “Prendine almeno cento” disse Villar. Germana disse: “Tu sei un dottore.” “I dottori prendono di più per niente,” replicò lui. “E credimi, forse meriti ancora di più,” aggiunse. Germana lo guardava con un mezzo sorriso: “Io non ti ho detto niente,” disse. Lui gli allungò i duecento euro: “Sono duecento, proprio perché non mi hai detto niente.” Villar era conclusivo, Germana prese i duecento euro, lo accompagnò alla porta, si sfiorarono le gote. “Ciao, dottore” disse lei. “Ciao,” rispose sorridente Villar, salutò con un gesto della mano, voltandosi, prima di allontanarsi.
LORENA
Sulle cassette postali, all’interno 23 del palazzo di 11 piani, c’era scritto: “Lorena”. Villar suonò al videocitofono, e si sistemò ben in vista davanti alla telecamera. Dopo un po', una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar, il dipendente di un’agenzia di investigazioni private.” “Che cosa vuole?” domandò la voce femminile. “Un’informazione, cinquecento euro, anche se la risposta è negativa.” “Oggi no, passi un’altra volta.” Stava per dire: “Quando?”, ma la conversazione era stata interrotta. Trasse dalla tasca un biglietto da visita con il suo nome e quello dell’agenzia con numero di telefono e indirizzo e-mail, lo infilò nella cassetta di Lorena e si allontanò.
Un paio di settimane dopo, Villar si accorse di essere pedinato. Era sceso dall’autobus, che da Ponte Milvio l’aveva portato fino alla Giustiniana, quartiere di Roma fuori del raccordo anulare. Stava andando nella parrocchia dell’Immacolata, per ritirare il certificato di matrimonio di Laura Longobardi, una ex-miss Italia di circa vent’anni prima, come gli aveva commissionato Gabriele. In verità la Longobardi era arrivata seconda o terza, comunque sul podio, aveva fatto un po' di spettacolo e di cinema, poi era sfiorita. Forse il certificato serviva a Gabriele per indagini commissionatele dalla donna, ma Villar non si era fatto troppe domande. Era sceso dall’autobus, e si era diretto verso la chiesa, quando capì che quella giovane donna scesa subito dopo di lui, fermatasi sul marciapiede senza attraversare la strada lo stava pedinando. Che cosa gli aveva dato quella sensazione? A metà percorso, quando percepì, senza sapere perché, che una ragazza, in verità poteva avere una quarantina d’anni, l’aveva adocchiato, andò davanti alle porte del mezzo pubblico, come se volesse scendere alla fermata Tomba di Nerone. La donna alle sue spalle doveva essere quella che lui pensava lo avesse notato, si spostò per farla scendere, altre persone scesero, non lei. Evitò di guardarla, fino alla Giustiniana, e quando scese, con la coda dell’occhio, fingendo di voltarsi per vedere se la strada era libera per attraversare, si accorse che anche lei era scesa ed era rimasta ferma sul marciapiede. Il parroco l’aspettava e lo ricevette personalmente, e dopo avergli consegnato il certificato, lui aveva presentato la delega e la fotocopia del documento dell’interessata, non richiese offerte, ma lo invitò a recitare soltanto una Ave Maria. So recitare la preghiera solo in latino, disse Villar. Il prete sorrise: “In ogni lingua, è sempre una preghiera.” Squillò il telefono, don Fiorio rispose e disse che stava partendo per Ragusa, era arrivata una nave con gli immigrati. Villar ne approfittò per congedarsi. Fuori, si avviò alla fermata dell’autobus, per rientrare verso Ponte Milvio. La ragazza bionda, aggraziata in un vestito lungo marroncino chiaro con ricami, lo stava aspettando. Villar attraversò e si avviò nella sua direzione, le si fermò accanto e guardò verso la strada. Erano solo loro due, in attesa dell’autobus. Salirono insieme e alla fine scesero insieme agli altri viaggiatori al capolinea di Ponte Milvio, lei si avviò a piedi verso il Foro Italico, lui andò verso il parcheggio per prendere la sua autovettura. Quella ragazza bionda era Lorena? O una sua incaricata? Chi era? Bisognava sciogliere il dubbio.
LA PALLIDA
La mattina dopo, Villar era sotto casa di Lorena, il palazzo di undici piani in viale Dresda. Parcheggiò l’autovettura lontano, tenendo d’occhio l’ingresso del portone. Erano le otto del mattino, mise un dvd con la musica dell’orchestra di André Rieu, il concerto di Maastricht, e attese. Ogni tanto scendeva per sgranchirsi le gambe, faceva un giretto intorno, poi risaliva sull’autovettura. A mezzogiorno, si decise, scese e si diresse direttamente al citofono, suonò. Poco dopo, una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar” disse Villar. “Che cosa vuole?” rispose la voce presumibilmente di Lorena. “L’informazione per cinquecento euro anticipati, anche se con risposta negativa.” Aspettò in silenzio, uno o due minuti percepiti, reali una quarantina di secondi al massimo. Guardò l’orologio, poi si staccò dalla telecamera e stava per allontanarsi, quando si sentì richiamare: “Signor Villar, io non do informazioni.” Meno male, pensò Villar, poi disse: “Ha i miei dati, sono già un’informazione.” Dopo una nuova pausa di un minuto circa, la donna disse: “Io non ho i suoi dati, torni un’altra volta.” “D’accordo, grazie,” concluse Villar, “riprovo la prossima volta.” Si staccò dal videocitofono e andò a riprendere la macchina, salì, mise in moto e partì. Un minuto dopo, ricevette un messaggio sul telefonino: “Dove sta andando, Villar?” Villar era già in via Danzica, si fermò, accostò, e rispose: “In agenzia.” Chiuse e ripartì, poco dopo squillò il telefonino, Villar aprì la comunicazione: “Giovanotto, stai sbagliando tutto, aspetti quattro ore sotto casa mia, e te ne vai, senza aver ricevuto l’informazione, anche se negativa.” Verso la fine, la voce si era colorita di ironia. “Senti, Lorena… scusi signora, almeno ho risparmiato cinquecento euro.” “Ti darò l’informazione negativa, vieni.” Era un ordine, e il primo impulso del giovane Villar fu quello di non obbedire, ma non aveva scelta. Si fermò, fece inversione e tornò indietro per verificare. Che cosa? Qualcosa gli sfuggiva. Il pianeta donna o quella donna?
Italo Calvino ha scritto un libro, intitolato: “Le città invisibili”, Marco Polo descrive all'imperatore Kublai Khan 55 città immaginarie, ognuna con un nome di donna. Nell’universo volano un numero infinito di pianeti e asteroidi, ci sarà un asteroide Lorena? Si domandava Villar. Suonò il campanello di casa, la porta era semichiusa: “Entra!” disse lei. Spinse l’uscio, e si scontrò con la donna. Villar si ritrasse: “Scusa” disse. Lei si mise da parte, e mentre entrava, Villar le lanciò un’occhiata, la donna indossava una veste da camera aperta lunga fino ai piedi, una sottoveste trasparente corta fino al ginocchio lasciava vedere la biancheria intima scura. Era Lorena, la bionda che il giorno prima, l’aveva pedinato fino alla Giustiniana, e che nel corso del viaggio di ritorno, non aveva scambiato con lui nessuna parola, solo qualche vaga occhiata, per poi allontanarsi decisamente all’arrivo. In verità, lui aveva tentato un approccio, alla fermata, quando lei l’aveva fissato eloquentemente, mentre le andava incontro nell’attraversare la strada, e lui aveva sostenuto lo sguardo. Doveva aver mormorato qualche parola sull’attesa dell’arrivo dell’autobus, dandole un’occhiata di lato, ma lei lo aveva continuato a guardare, senza rispondere. E ora? Voleva sedurlo?
Dopo essersi fatta guardare, Lorena si era richiusa la vestaglia stringendo la cinta, e accostato l’uscio scortò Villar fino al salotto. Erano in piedi, l’uno di fronte all’altra. “Sono io, la Pallida, non mi riconosci?” “Sì,” disse lui. Poi, quasi a voler precisare il suo stadio di conoscenza nei confronti della donna, disse: “Sulla targhetta del citofono c’è scritto: Lorena.” “Il nome lo leggono tutti” replicò lei. Che banalità! Villar trasse da una tasca del giubbotto una busta con i soldi e li tese alla donna: “Può contarli, signora, sono cinquecento.” Lei non prese la busta, ma si avviò al tavolo e disse: “Non do informazioni a pagamento.” In effetti, solo per un’informazione, la somma era rilevante, destava sospetto: “Posso dimezzare” disse lui. La donna scuoteva la testa: “No” disse risoluta. Villar si sentì a disagio: “Cento talleri” disse, estraendo dalla busta una banconota da cento euro. Lui sorrideva, ma lei lo guardava seria, le braccia conserte. Quindi gli porse una sedia: “Siediti! Ti faccio un caffè, mentre tu mi chiedi l’informazione.” Villar ripose la banconota nella busta. Alle spalle di Lorena, scendendo dalla scala interna era apparsa una donna alta e magra, in giacca e pantaloni. Si fermò al centro del soggiorno, aprì la giacca e si pose le mani sui fianchi, aveva le spalle larghe, un viso ossuto, sembrava la posa di un uomo. Diede un’occhiata a Villar, si ricompose e disse a Lorena: “Ti serve qualcosa?” “No, Magda, puoi andare.” Magda guardò ancora Lorena: “Non ti serve niente? Proprio niente?” “No, no,” disse Lorena “vai, Magda.” Quest’ultima lanciò ancora un’occhiata all’ospite e sembrò fargli un cenno di saluto, poi a passi decisi si allontanò e uscì dalla casa.
Villar non si era seduto, era rimasto in piedi, mentre Lorena gli voltava le spalle, avviandosi in cucina. Lui fece qualche passo e le mise una mano sulla spalla, come a fermarla. La donna si fermò e si voltò di scatto, un’espressione, come dire? trionfante, vittoriosa? “Guardi, devo andare, era solo un’informazione, capisco la risposta negativa.” Uno strano sorriso illuminava il volto di Lorena, aspettava la domanda, di cui il giovane temeva già la risposta negativa. E perché negativa? Accadde nella frazione di un secondo, Villar estrasse dalla tasca della giacca una fotografia, e la mostrò a Lorena: “Conosce quest’uomo?” “D’un tratto, come una luce che si accende all’improvviso e divampa come fiamma, sorge nell’anima questa conoscenza.” Alcuni autori traducono: “Scocca la scintilla”. È il passo della “Settima Lettera”, in cui Platone parla della “vera” conoscenza. Villar conosceva il testo platonico, forse no, Lorena non lo so. Nel vedere l’immagine che Villar le mostrò, la donna trasalì di colpo. Il turbamento colpì anche Villar, che si affrettò a rimettere in tasca la fotografia. “All’improvviso”, ἐξαίφνης è l’stante psichico, la particella elementare mai realizzata in laboratorio, che nella tabella degli elementi chimici è stata registrata come ἐξ. Si tratta del simbolo dell’istante psichico, “quello da cui partono i cambiamenti nelle due opposte direzioni. Non si ha cambiamento a partire da uno stato di quiete ancora immobile e neppure a partire da uno stato di movimento ancora in movimento. Invece questo è straordinario (atopon) dell’istante ἐξαίφνης, che si trova in mezzo tra il movimento e la quiete, perché non è in nessun tempo. È quello verso cui e da cui quanto si muove muta nella quiete e quanto è nella quiete muta in movimento.” (Platone, Parmenide, 156d) In tal senso, nel senso filosofico, ma anche nel senso comune, essendo ἐξαίφνης fuori del tempo, può essere vissuto, ma non descritto. Lorena, pallidissima, l’espressione stravolta, disse: “Non lo conosco.” Villar stava rispondendo: “Ma lo riconosci!” Però tacque. Lorena lo spinse verso la porta: “Adesso, te ne devi andare,” disse con fare alterato. Si accorse che tremava tutta: “Me ne vado subito” disse, e uscì in fretta. Scendendo le scale, temette di incontrare quella donna alta, andata via prima di lui, ma non incontrò nessuno. In strada, raggiunse la sua autovettura parcheggiata lì davanti, salì a bordo, mise in moto e partì.
MAGDA
Stava rientrando in agenzia, quando Gabriele gli telefonò: “Sto andando via, Martina non c’è, ci vediamo verso sera.” Villar assentì, chiuse la comunicazione e si diresse a casa sua. Quella donna sapeva. Che cosa sapeva? Sapeva tutto. Un delitto: era vittima o colpevole? Chi aveva ucciso Roll? Andrea Marzio. E Lorena? Una testimone? Forse. La vicinanza dei luoghi, lo spazio, ora aveva una relazione con l’evento, nel tempo. Si era creato un campo “lontano”, un loop di spaziotempo, nel linguaggio della fisica QLG, interrelato con un campo “vicino”, diviso e congiunto dalla linea del presente. Nel pensiero comune un evento del tempo passato era riemerso nel tempo presente.
Quando giunse a casa, voleva farsi da mangiare, ma si accorse di non avere fame, avvertiva ancora l’emozione dell’accaduto. Troppe ombre si andavano accavallando nella sua mente, qualcosa aveva fatto improvvisamente precipitare gli avvenimenti. Che cosa? Si stese sul letto e si addormentò. Si svegliò prima del tramonto. Aveva sognato immagini confuse: Lorena fuggiva terrorizzata, inseguita da quell’uomo con il cappello da contadino, il viso rugoso, i baffi spioventi, che sparava tre colpi nella notte, come in un film horror, e ancora una donna sconosciuta che tentava di sedurlo. Quando arrivò all’Eur dalla sua abitazione in via Marconi, ormai era il vespro, aveva impiegato un po' più tempo del solito, a causa del traffico di quell’ora. In agenzia non trovò Gabriele, era stato convocato in Questura da un funzionario della squadra mobile, così disse Martina. “Il nostro caso,” domandò Villar? Forse. Sicuramente c’era un collegamento tra la sua visita in mattinata a Lorena e la convocazione. Nei giorni precedenti avevano avuto la visita di un commissario, la dottoressa Voss, che si era informato sulle attività di Villar. Gabriele era stato evasivo, in quanto Villar non era un dipendente dell’Agenzia, e al commissario aveva detto che il nipote non era un vero e proprio tirocinante, gli aveva chiesto solo di andare a prendere un certificato, un accertamento chiesto per conto di Laura Longobardi, una causa di separazione dal marito. Un tradimento coniugale? aveva interrogato il commissario. Aveva appena iniziato a fare indagini, aveva detto Gabriele. Era una donna alta e magra, fattezze mascoline, il commissario? domandò Villar. Martina guardò il cugino: “Lo conosci?” “Magda,” disse lui, stamattina era in casa di Lorena, sembravano amiche. “Tu non puoi esercitare, non hai la licenza, forse Lorena si è lamentata.” Villar non rispose. “Comunque puoi essere considerato tirocinante, tutto è a firma di Gabriele, il titolare.” “Certo,” disse Villar, e si sedette alla scrivania dello zio, per consultare il dossier “Roll”. Non c’era, Gabriele l’aveva portato con sé. “È stato Marzio” disse Villar. “A fare che cosa?” domandò Martina. Villar si stupì: “Come?” “Devono ancora accertare, confrontare le impronte, la sagoma delle telecamere, interrogare i familiari, parenti e amici.” “La pratica è passata alla Squadra Mobile?” domandò lui. Martina alzò le spalle, lui commentò: “Non credo che Lorena sia stata sua complice.” “No, vittima,” lo corresse Martina. Villar guardò la cugina, senza parlare. “Pare sia andata da lei, dopo l’omicidio.” A fare che cosa? Villar si pose la domanda, pensando già alla risposta. Aveva sognato che Marzio inseguiva e uccideva Lorena, ma era stato solo un sogno, il virtuale assassino era morto. Lorena non temeva ritorsioni, non era una testimone o una complice, ma una vittima. Così aveva detto Martina. Non poteva telefonare a Gabriele? Non è raggiungibile. “Allora, io vado via, ci vediamo domani.” Il caso era chiuso, doveva pensare alla sua laurea.
EPILOGO
L’inchiesta passò alla Squadra Mobile, il commissario Magda Voss seguiva il caso dal giorno dell’omicidio, quando aveva raccolto la denuncia di stupro da Serena Cavallaro, in arte Lorena la Pallida. Quel giorno, il mattino presto, un uomo, che in seguito aveva riconosciuto essere Andrea Marzio, si era presentato a casa sua, e senza darle nessuna possibilità di resistenza, l’aveva violentata. La vittima era stata sempre in contatto con il commissario Voss, le due donne erano diventate amiche. Quando, la prima volta, Villar aveva citofonato a Lorena, la donna aveva chiesto l’ausilio di Magda, l’aveva poi seguito, giudicandolo un perdigiorno, che un tempo sarebbe finito nella sua rete, ma volle lo stesso conoscerlo, un sedicente investigatore. Dal giorno della violenza, dopo un anno di assenza, era tornata a casa, senza più continuare la sua attività come prima, respingeva ogni virtuale cliente, se c’erano stalker, venivano subito intercettati dalla squadra del commissario Voss. Qualche volta avevano anche fermato e indagato persone che sembravano somigliare alla descrizione fatta da Lorena in sede di denuncia. La gaffe sul capitano dell’esercito aveva però consigliato prudenza, bisognava lavorare sottotraccia, senza intrusioni della stampa o dei media.
Le indagini su Andrea Marzio, grazie alle impronte lasciate sul luogo dell’omicidio, il campanello di casa, il DNA sulla vittima dello stupro, il riscontro con la sagoma della telecamera, il controllo degli orari, si conclusero presto. Nell’intervista rilasciata alla stampa e ai media, sulla soluzione del caso, il portavoce della polizia, dopo aver illustrato i dettagli dell’operazione, commentò che per le testimonianze nella cerchia di amici e conoscenti dell’assassino, gli investigatori avevano incontrato e dovuto abbattere un muro di omertà. Gabriele D’Orsi aveva spedito il dossier alla vedova Ruffo, ottenendo una generosa ricompensa, superiore alla sua parcella.
Era un lunedì dei primi di agosto, una mattina presto, quando Villar prese il trenino per Ostia Lido, e poi raggiunse a piedi un vicino stabilimento balneare, presumendo di trovarlo vuoto. Infatti, era il primo cliente, prese un ombrellone in riva al mare e si distese sulla sdraio, guardando all’orizzonte, immerso nei suoi pensieri. Uno o due minuti dopo, una giovane donna bionda in bikini, indicando il posto al bagnino, che le aprì l’ombrellone, venne a stendersi sulla sdraio accanto alla sua. Quando il giovane si voltò a guardarla, lei disse: “Buon giorno, sono Paola.” “Buon giorno” rispose lui. Lei rise: “Sono il magistrato titolare dell’inchiesta sull’omicidio Roll, stamattina ho fatto fatica a seguirla, sono in macchina.” Ecco, chiarito subito l’approccio, sarebbe stato strano, diversamente. “Sì, ho collaborato con mio zio dell’Agenzia D’Orsi,” rispose prontamente Villar. La giovane donna si stese comoda con il braccio sinistro dietro il capo, il cappello di paglia, gli occhiali da sole. Villar si alzò: “Vado a fare la mia solita nuotata mattutina dei giorni feriali.” “No, l’acqua è fredda” disse lei. Mentre stava entrando in acqua, lo rincorse con la voce: “Come ti chiami?” Lui si voltò: “Villar” disse, e si tuffò. La donna si alzò dalla sdraio e andò via.
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