domenica 22 febbraio 2026

Il capitano Roll

                          

                                      Dora Ruffo



9 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA MORTE DEL CAPITANO ROLL
Quando suonarono il campanello di casa, alle sette del mattino, Roll si trovava in cucina, dove si stava preparando il caffè. Aveva indosso una tuta ginnica, ed era pronto per la passeggiata mattutina. Era il primo novembre, la festa di Ognissanti, la sera precedente, avevano bussato diverse volte i bambini per il loro “dolcetto o scherzetto”, e tutti erano stati accontentati con merendine e pasticcini, che Roll aveva preparato per loro. Lasciò stare il caffè che non aveva ancora bevuto, attraversò il salone di casa e andò ad aprire la porta. Nel riquadro apparve un uomo con un viso rugoso, i baffi bianchi spioventi, l’aria grigia, un cappello da contadino in testa, gli abiti dimessi. “È lei il capitano Roll?” domandò. “Sì”, rispose Roll. L’uomo estrasse da sotto la giacca una pistola, la puntò contro Roll e sparò tre colpi in rapida successione. Roll stramazzò a terra, l’uomo fuggì via di corsa. In casa non c’era nessun altro, e quella mattina, il palazzo era semideserto. Nessuno aveva udito gli spari o se li aveva uditi non aveva fatto caso a quei botti, magari pensando a petardi o scoppiettii di una motocicletta di passaggio nelle vicinanze.
Roll agonizzava esanime sul pavimento del salone di casa, la porta spalancata a metà. All’ora di pranzo un’inquilina dello stabile passò davanti a quella porta semiaperta, vide il corpo riverso e la pozza di sangue, entrò e si chinò sull’uomo esanime: non respirava, era o sembrava morto. Telefonò al Pronto Intervento; nel giro di alcuni minuti arrivarono alcune volanti della polizia e un’ambulanza. Fino al piano salirono un commissario, un ispettore e un agente, che fu messo di guardia alla porta, e fu avvertito il magistrato, che sopraggiunse poco dopo sul posto.
Nel condurre le prime indagini, gli inquirenti ascoltarono la testimone, e cercarono di capire a prima vista che cosa fosse accaduto. Appariva chiaro che si trattava di un omicidio, la vittima era stata attinta al petto da colpi sparati con una pistola a tamburo, a terra non c’erano bossoli; quindi, intervenne il personale della polizia scientifica. Si cercarono altri possibili testimoni, ma nessuno si era accorto di nulla. Fu rintracciato l’amministratore del condominio, Roll abitava l’appartamento assieme a una donna, verosimilmente la moglie, ma non sembrava che altri vivessero con loro. La notizia fu data dai telegiornali nazionali del pomeriggio e della sera. La moglie si precipitò a Roma, dalla casa di montagna in Alto Adige, assieme alla figlia e al genero e un nipote. In serata, si recò all’obitorio per il riconoscimento della salma, poi fu sentita per tutta la notte dal magistrato in Questura. Il morto, conosciuto come il capitano Roll, si chiamava Silvio Rollemberg, aveva cinquantadue anni, originario della provincia di Bolzano, era il titolare dell’azienda di famiglia, una fabbrica di mobili per arredamento casa, con diverse sedi in Italia, Austria e Svizzera.


Silvio Minieri ha detto...

DORA RUFFO
Villar ricevette la telefonata alle tre del pomeriggio, mentre scendeva da via Barberini, per raggiungere la fermata della metro A dell’omonima piazza. “Sono Dora Ruffo,” disse una voce femminile, quando digitò “verde” per la risposta sul suo telefonino. “Sono Villar” disse Villar. “Non sono a Roma, oggi,” disse la donna. “Purtroppo, non posso rientrare prima di domenica,” aggiunse. “Quando vuole incontrarmi, signora Ruffo?” domandò Villar. “Anche domani” disse lei. “Dove?” domandò il giovane. “Qui a Bruxelles, le invio la somma necessaria alla sua trasferta, con bonifico istantaneo.” Il giovane attese alcuni momenti, era martedì: “Posso venire giovedì, non è necessario nessun bonifico, signora.” Alcuni momenti, e la signora Ruffo disse: “Quando arriva a Bruxelles, mi telefoni, signor Villar.” “Certo, ho il suo numero registrato,” rispose. “Grazie” disse lei. “Prego” rispose Villar. “Arrivederci, signor Villar,” disse la donna. “Arrivederla, signora,” e attese che l’altra chiudesse. Alcuni istanti e Dora Ruffo chiuse la comunicazione, subito dopo chiuse anche Villar. Quindi, continuò a scendere per la via Barberini e arrivò nella piazza, alla fermata della metro A, di fronte al cinema. Aprì il telefonino e chiamò in agenzia: “Ciao Gabriele, mi ha telefonato la Ruffo, mi ha chiesto di raggiungerla a Bruxelles.” “Quando parti?” domandò Gabriele. “Giovedì mattina,” disse Villar. “Mi devi anticipare le spese con i soldi della cassa.” “Aspetta un momento” disse Gabriele. Dopo un po’, riprese la conversazione: “Ho verificato sul nostro conto, ha fatto un versamento istantaneo di mille euro.” “Spenderò di meno” disse Villar “Va bene,” replicò Gabriele. “Domani mattina, passo in Agenzia per studiarmi il dossier.” “Io non ci sono, hai le chiavi?” “Sì, passo alle otto.” “Forse, trovi Martina.” “D’accordo, ciao, zio.” “Ciao, Vill,” rispose Gabriele, e chiuse.

Silvio Minieri ha detto...

Villar era il nipote di Gabriele D’Orsi, titolare dell’agenzia di investigazioni private: “D’Orsi investigazioni”. Quando era andato in pensione, come luogotenente dell’arma dei Carabinieri, D’Orsi aveva investito i soldi della liquidazione in quella agenzia di investigazioni private. I primi tempi, si era avvalso di suoi colleghi ex-carabinieri, che avevano prestato servizio con lui, per indagini prevalenti di infedeltà coniugali e anche di scomparse di persone, poi nell’anno della pandemia aveva chiuso. Quando aveva riaperto, aveva messo la figlia Martina come segretaria, la clientela era scomparsa, e i suoi collaboratori si erano allontanati. Un giorno, Martina aveva ricevuto la telefonata della signora Dora Ruffo, vedova di Silvio Rollemberg, il capitano Roll ucciso due anni prima in casa da uno sconosciuto. Le indagini non avevano dato risultati, il responsabile del delitto non era stato mai identificato, il fascicolo di Roll giaceva in Procura, in attesa di accertamenti affidati alla polizia giudiziaria. Dopo un po' di tempo, la notizia era scomparsa dalla cronaca, in seguito ripresa più volte dai media, senza ulteriori novità, aveva finito per essere dimenticata. La Ruffo aveva chiesto un incontro, ed aveva ricevuto Gabriele D’Orsi in casa sua, dove il marito era stato assassinato la mattina del primo novembre, la festa di Ognissanti, alle sette del mattino, con tre colpi di pistola sparati a bruciapelo sul petto. Questo avevano accertato gli inquirenti, poi più nulla. Nessuno aveva visto o sentito niente, almeno così sembrava. Non vi erano telecamere nei pressi del palazzo abitato da Roll, in quell’angolo del quartiere ardeatino, prospiciente il parco dell’Appia antica. Le altre sulle strade vicino non avevano registrato immagini utili alle indagini, così avevano concluso gli investigatori della polizia, forse solo una, sfuocata, un’ombra scura, un uomo con un cappello da contadino in testa. Ma come poteva stabilirsi chi fosse quell’uomo? Un indizio, uno sconosciuto ripreso da una telecamera di un bar, in un viale distante centinaia di metri dal caseggiato, dove era stato consumato il delitto.
Era questo il breve consuntivo delle indagini, che D’Orsi aveva riferito alla vedova Ruffo, dopo essersi consultato con le sue fonti e documentato con copia di tutti gli atti dell’inchiesta resi pubblici, in merito all’omicidio del capitano Roll. E D’Orsi sapeva che non c’era nient’altro di accertato, tranne suggestioni della stampa e dei media in proposito, spunti di discorsi senza fondamento tutti lasciati cadere.

Silvio Minieri ha detto...

VILLAR
Dopo aver finito di parlare con lo zio, Villar rimase a guardare i cartelloni pubblicitari dei film in programmazione al cinema “Barberini”, c’era una rassegna dei film di Michelangelo Antonioni, quel giorno proiettavano “L’avventura” con Monica Vitti. Decise di andarlo a vedere. Dopo le scene romane, ecco la crociera, il mare della Sicilia, l’isola, gli scogli, lo sciacquio delle onde, si distrasse, non finì di vedere il film e uscì. S’incamminò, risalendo per via Veneto, per raggiungere il garage sotterraneo di Villa Borghese, dove aveva parcheggiato la sua autovettura.
Villar era laureando in Economia alla Luiss, doveva soltanto discutere la tesi ai primi di luglio, e in quello scorcio di primavera aveva frequentato ogni tanto l’Agenzia dello zio Gabriele, più che altro per incontrare la cugina Martina, con cui aveva amici in comune, tutti della loro età. E quella volta in cui aveva ricevuto l’incarico dalla vedova Ruffo dell’indagine sulla morte del marito, Gabriele D’Orsi aveva colto l’occasione per dare incarico al nipote di occuparsi del caso. Ormai libero da preoccupazioni di studio, il giovane aveva accettato, e si mise all’opera, cominciando con ricerche presso gli archivi della stampa nazionale su notizie di cronaca dell’epoca, dopo aver letto il dossier, con tutti gli atti giudiziari che Gabriele si era riuscito a procurare. Chi aveva avuto interesse a uccidere Roll? Uno sconosciuto. E perché? Le indagini a tutto campo nella cerchia di familiari e conoscenti e negli ambienti di lavoro della vittima non avevano approdato a nessun risultato. Se qualcosa in quella direzione delle indagini era rimasta nascosto, non sarebbe stato certo facile a lui scoprirlo concretamente, sarebbero state soltanto suggestioni e ricostruzioni astratte. Bisognava allatgare il gradiente oltre il giro delle persone conosciute, entrando in un ambiente sconosciuto. E il movente? Occasionale o forse scaturito da un errore di persona. Un colloquio diretto con la vedova l’avrebbe forse aiutato, intanto doveva darsi da fare da solo. Nei giorni prima e dopo il primo novembre di due anni prima, c’erano stati parecchi fatti di cronaca nera, non di grande rilievo: furti, scippi, rapine, liti familiari. Diversi mesi prima, però, nel quadrante sud di Roma, nella zona dell’ardeatino, era stato compiuto un omicidio, rimasto ancora come un giallo irrisolto. Villar non cedette alla tentazione di complicare il caso, e seguì il criterio suggerito dal “rasoio di Occam”: tagliare tutte le ipotesi superflue, scegliendo la spiegazione più semplice tra quelle egualmente valide, ma più complesse. In tal modo, però, tagliando tutte le ipotesi conosciute, e non complicando il caso con la commistione di altri casi, rimaneva nulla o poco più: quella tenue e sfuocata immagine, ripresa dalle telecamere, e giudicata non utile dagli investigatori ufficiali. Chi era? E come c’entrava con il delitto?

Silvio Minieri ha detto...

Villar allargò le sue ricerche negli archivi di stampa a tre anni antecedenti il delitto del novembre di due anni prima. Cercava l’immagine di un uomo calzante un cappello simile a quello dei contadini o dei pescatori, e questa immagine gli suggeriva uno scenario rurale. E un tale scenario agreste o suburbano come poteva comporsi con quello più propriamente urbano? Il villan che s’inurba. Villar rise tra sé, e andò anche a controllare il rifermento letterario dantesco, che gli era balzato in mente: «Non altrimenti stupido si turba / lo montanaro, e rimirando ammuta, / quando rozzo e selvatico s'inurba», “Purgatorio”, XXVI, vv.67-69. Erano considerazioni astratte, un vagare tra le nuvole, bisognava scendere a terra, propriamente la città di Roma, nei pressi del palazzo di Roll, in quell’angolo del quartiere ardeatino, prospiciente il parco dell’Appia antica. Recatosi sul posto, si fece una passeggiata sui tratturi, fra i prati di amaranto e i noccioleti, un pezzo di campagna romana non ancora urbanizzato, incontrando qualche rara persona con il cane, vide anche un pastore con un gregge di pecore. Si fermò e si guardò intorno, da una parte, lontano la Cristoforo Colombo, dall’altra gli ultimi insediamenti di case verso l’Ardeatina. E non ostante quella sua sensazione rurale ed agreste, derivatagli dalla immaginazione suggerita da quella sagoma sfuocata con il cappello da contadino, ripresa dalla telecamera di un bar, si convinse che il contesto di quel paesaggio, a tratti bucolico e georgico, non c’entrava affatto con il delitto. Era la sua mente astratta che vagava tra le suggestioni dei poemi di Dante e di Virgilio, doveva immergersi nella realtà cittadina, spostarsi nelle adiacenze, tra le strade, le case, gli uffici commerciali della zona. E così rimase in osservazione per diversi giorni, qualche ora della mattina o del pomeriggio, ad osservare quell’angolo di quartiere, soprattutto il tratto della via Dresda, dove sorgeva il palazzo di Roll. Gli autobus di linea venivano dalla Grottaperfetta, risalivano sulla via Dresda, giravano per via Dublino, e andavano a finire la corsa al capolinea di viale Londra. Il primo novembre era un giorno festivo, l’assassino non era arrivato con l’autobus, alle sette del mattino, verosimilmente unico passeggero, in un quartiere residenziale deserto. Villar aveva fatto la prova il primo maggio, salendo alla fermata dell’autobus alla stazione della metro B della Laurentina, e scendendo alla via Dresda: d’intorno nessuno né a piedi né in macchina, il bar chiuso, le case silenziose e deserte. Restò a guardare il palazzo di Roll e immaginò di sentire tre spari, un’eco, si voltò verso la torre in vetrocemento di undici piani, li aveva contati l’unica sera, in cui era venuto ad osservare il luogo, calcolando il numero di luci dei piani delle scale.

Silvio Minieri ha detto...

MARZIO
Quando giunse a Riva Fredda, comune di non più di trecento abitanti, nella città metropolitana di Roma capitale, ai confini con l’Abruzzo, a metà strada dall’Aquila, Villar notò alcuni avvisi funebri sulle mura delle case della piazzetta principale, la celebrazione del trigesimo della morte di Andrea Marzio, di 73 anni. Guardandoli meglio, si accorse che recavano la data di circa quindici giorni prima. In paese c’era un hotel con un bar, dove Villar andò a consumare un aperitivo, e incontrò una donna, poi rivelatasi consigliere di minoranza della giunta comunale. Il sindaco risiedeva con la famiglia a Roma, il defunto era un cugino sia suo che del primo cittadino. Villar era un turista? No, solo un visitatore. Benvenuto a Riva Fredda, era venuto a trovare qualche amico? No, una tappa di un suo giro, per le montagne. Villar notò una foto su un angolo del bancone: ritraeva un giovane viso femminile sorridente, la chioma ben curata dei capelli. “Chi è?” domandò. La consigliera Bernardini non rispose, la barista si era avvicinata ai due: “È il ricordo di una ragazza che non c’è più” disse. Villar notò che l’interlocutrice teneva lo sguardo fisso sulla consigliera. La donna taceva, allora la barista disse: “Sabina, la figlia di Marzio, morta in un incidente stradale, anni fa.” “Un lutto per un’intera comunità,” osservò Villar. Poi, non trovando altre parole, domandò: “Vengono turisti anche d’estate?” “Pochi” disse a voce alta la Bernardini, il riso ironico: “L’amministrazione attuale è inefficiente.” Quindi decise di andarsene, anche la barista ritornò a lavare e asciugare i bicchieri. Villar bevve l’aperitivo, pagò, salutò e se ne andò. Prima di lasciare la piazza, guardò la fotografia nel riquadro tondo degli annunci funebri. Era proprio lui, il viso rugoso, i baffi bianchi, i capelli canuti folti, le basette lunghe. Villar ricordò quel viso con un cappello da contadino calzato sul capo. Tutti i particolari coincidevano, mancava un ultimo anello. Ma quali erano gli altri anelli, che l’avevano condotto in quel borgo, non certo lontano dal mondo?
Quando era andato a controllare tutti i fogli di cronaca dei giornali delle principali testate, negli archivi a cui gli avevano consentito l’accesso, aveva sempre cercato di trovare quell’immagine di un uomo con il cappello da contadino, simile al fotogramma della telecamera, e una volta aveva rintracciato un volto di profilo, che sembrava corrispondere. Era la fotografia del funerale in chiesa di una giovane donna deceduta in un incidente stradale nei pressi dell’autostrada Roma L’Aquila, all’uscita del casello di Lunghezza, qualche chilometro dopo. Villar aveva voluto approfondire la notizia su un foglio locale della Comunità montana delle valli dell’Aniene. La fotografia era la stessa, più ingrandita, ma l’articolo portava maggiori dettagli: la vittima, Sabina, ventisette anni, era figlia di Andrea Marzio, abitante del comune di Riva Fredda. L’incidente era avvenuto alle nove di sera, l’autovettura su cui viaggiava la ragazza era ferma a bordo strada, e lei era scesa dalla parte della guida. In quel momento era sopraggiunta un’automobile di grossa cilindrata viaggiante a forte velocità sulla stessa carreggiata, investendola in pieno e lasciandola esanime sulla strada. L’autista non si era fermato e la ragazza era stata soccorsa poco dopo da un altro automobilista. Ricoverata in ospedale, era morta il giorno dopo. Il lutto aveva investito l’intera comunità di Riva Fredda, dove la ragazza era nata e cresciuta e molto apprezzata.

Silvio Minieri ha detto...

Villar cercò nelle cronache successive, ma non riuscì a trovare altri particolari, ne parlò con Gabriele, che riuscì a ottenere gli atti dell’inchiesta giudiziaria, rimasta a carico di ignoti. Leggendo tutti i verbali, Villar appurò che l’autovettura investitrice, risultata rubata, era stata recuperata un anno dopo a Roma sud, in località “Divino Amore”. Era stata applicata una targa falsa, il numero di telaio era stato contraffatto, e sui registri del PRA, i dati corrispondevano ad un’autovettura rottamata. Approfondendo gli accertamenti, Villar scoprì che il numero di telaio, soltanto per una cifra dubbia, 3 invece di 8, era uguale a quello di un’autovettura, intestata a una società, di cui era stato titolare Silvio Rollemberg. Il particolare non risultava dall’inchiesta degli atti ufficiali, ma erano informazioni che potevano essere facilmente prese sottotraccia.
Gabriele non era convinto, ma riuscì a ottenere una fototessera di Andrea Marzio, datata molti anni prima. Aiutato da Martina, con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, Villar elaborò un’immagine dell’uomo più vecchio d’età, viso rugoso, baffi spioventi e basette lunghe, con il cappello da contadino a coprirgli la testa. Gabriele scosse la testa, guardando l’immagine, lodava l’impegno, ma sapeva e disse che non bastava. Le informazioni dovevano corredare l’immagine e il tizio doveva essere collegato sulla scena del crimine. Dubitava anche del movente, una vendetta per errore, compiuta a distanza di tre anni. “È un piatto che si serve freddo” disse Villar. Gabriele lo guardò: “Vill, stiamo fantasticando troppo, abbiamo fatto tutto noi, anzi tu. Sei stato bravo, devi continuare, trovare i riscontri.” “E se mostrassi queste fotografie alla vedova?” disse Villar. “Al momento possiamo soltanto illuderla, non è professionale.”
E poi l’inchiesta ufficiale aveva già percorso la pista, per identificare la persona ritratta dalla telecamera. Si era pensato alla foggia di un cappello militare, ed era saltato fuori un capitano dell’esercito, forse per la stessa qualifica con cui era conosciuto il morto. Abitava in una casa lì vicino con tutta la sua famiglia, era in servizio all’estero, ma aveva approfittato di un breve periodo di ferie per rientrare in Italia e passare quel giorno festivo coi suoi. Non conosceva affatto il capitano Roll, che non era un militare, ma era conosciuto con quell’appellativo, in quanto capitano d’industria. Dopo il flop, gli investigatori avevano evitato altri spiacevoli scivoloni.
Quando Villar se ne andò deluso, Gabriele preso da uno scrupolo, decise di avvertire la vedova di una possibilità ulteriore d’indagine, avrebbe deciso lei, e lei decise subito.

Silvio Minieri ha detto...

L’INCONTRO
Giunse a Bruxelles in mattinata, a mezzogiorno era seduto in fondo al salone del “Bristol”, Avenue Louise. Dora Ruffo arrivò qualche minuto dopo, prima di lei, Villar notò due giovani in giacca e cravatta affacciarsi nella sala leggermente in penombra, e uno di loro sembrò dargli un’occhiata distratta, non c’era nessun altro. Dora Ruffo apparve sulla soglia, alta e magra, pantaloni neri, blusa nera, camminava dritta con passo incerto. Villar si mosse rapido verso di lei: “Sediamoci qui,” disse lei, indicando alcune poltrone, dove c’era più luce. Aveva allungato la mano destra, nello stringerla, Villar abbozzò un leggero inchino, poi si sedettero. “Ha fatto buon viaggio?” s’informò lei. “Sì, grazie,” disse Villar. “Mi scuso ancora, per averla fatta venire, ma non potevo muovermi prima.” Era premurosa. “Non è stato un problema, signora Ruffo, non deve preoccuparsi per me.” La donna gli riferì del messaggio di Gabriele e del suo interesse a questa nuova traccia. Villar trasse di tasca la fotografia di Marzio, ricavata con l’Intelligenza artificiale, e la mostrò alla signora Ruffo. La donna prese la fotografia, la tenne tra le dita, dritta, di fronte a sé, fissandola in silenzio per un minuto buono. Villar si volse verso l’entrata, dove vide uno dei giovani di prima, si era affacciato nella sala e aveva lanciato uno sguardo verso di loro, era una delle guardie private di Dora Ruffo. “Mio marito non frequentava altre donne, che io non conoscessi,” disse la donna. Restituì la fotografia: “Non lo conosco, non l’ho mai visto prima.” Villar riprese la fotografia: “Si chiama Andrea Marzio, è morto qualche mese fa, 73 anni.” Se lei pensava a un motivo passionale, peraltro a lei ignoto, si sbagliava. “Cherchez la femme”: l’inchiesta ufficiale l’aveva cercata, ma non l’aveva trovata, e Dora Ruffo lo sapeva. Non sapeva dell’altro movente, di cui Villar la informò, specificando ogni dettaglio. “L’inchiesta è chiusa, allora?” interrogò lei. “Bisogna collocare Marzio sulla scena del crimine,” spiegò lui. “Mio marito ucciso per errore, quasi tre anni dopo?” La donna sembrava essere stata colta dal dubbio. “Una vendetta sbagliata contro un estraneo inconsapevole.” Il giovane spiegò che era una traccia non presa in esame dall’inchiesta ufficiale o quanto meno non suffragata da alcuna prova, era rimasto un delitto senza movente. “Se la traccia dovesse rivelarsi giusta, passeremo il risultato dell’inchiesta alle autorità ufficiali, dopo averle consegnato il dossier. Per ora, signora, non abbiamo altro.” La conversazione sembrava conclusa, ma la Ruffo non si alzò. “Ha fatto un ottimo lavoro, è bravo nella sua professione.” Villar ci tenne a precisare la sua posizione, spiegando di quel suo primo incarico, tutto sotto il controllo dello zio, una vita investigatore pubblico ed ora anche privato. Per quell’attività, valevano le esperienze e le relazioni di Gabriele D’Orsi, le sue competenze, invece, erano diverse, aveva appena finito i corsi universitari di economia. La donna si alzò: “Allora, spero di rivederla presto, dottor Villar.” Il giovane sorrise: “Discuterò a giorni la tesi di laurea.”
“Allora, auguri per il suo futuro di economista.” Si avviarono all’uscita, dove erano in attesa le due guardie private. “Mi chiami Dora,” disse la donna, prima si lasciarlo. “Certo, signora Dora,” rispose Villar. Dora Ruffo si mosse verso l’autovettura, salì, e partì insieme alla sua scorta. Villar chiamò un taxi, per andare in aeroporto, il volo pomeridiano per Roma, il cielo era stato grigio, la mattina, ma ora sembrava schiarire.

Silvio Minieri ha detto...

LA SPAZZINA
Erano le nove e un quarto del mattino, e Villar si trovava all’angolo tra via Dresda e via Dublino, in attesa del furgone dell’AMA, che aveva visto poco prima fare il giro per viale Londra. Infatti, qualche minuto dopo, il furgone scese giù per via Dublino, fece mezzo giro attorno alla rotonda, l’aiuola al centro dello spiazzo di via Dresda, e andò a fermarsi davanti al cancelletto dell’isola ecologica, dove c’erano i bidoni della spazzatura da vuotare. Dal furgone scese prima una donna sulla cinquantina, una bionda tinta, e poco dopo, dal sedile dell’autista, balzò a terra una donna più giovane, pronta per le dovute incombenze. Aprirono il cancelletto, con la chiave custodita nel cassettino, di cui le due operatrici ambientali avevano il codice, tirarono fuori un cassonetto e lo accostarono al retro del furgone. La giovane risalì al posto di guida e manovrò sull’apposita leva che azionava il sollevamento del contenitore posteriore per l’aggancio e svuotamento dei cassonetti. Nel giro di qualche minuto, le due donne portarono a termine le operazioni di raccolta, chiusero il cancelletto, riposero la chiava nell’apposito cassetto, risalirono sul mezzo e ripartirono. L’automezzo girò attorno alla rotonda, proseguì per un centinaio di metri e andò a fermarsi più avanti, accanto all’isola ecologica seguente, che serviva gli altri condomini.