giovedì 19 febbraio 2026

Monologo

                             

                            I numeri della notte



5 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

I NUMERI DELLA NOTTE

Come saprete, e comunque è bene ripeterlo, da tempo, nella mia mente si muovono dei sassolini, così detti calcoli, dal latino -- IA: “La parola italiana "calcolo" deriva direttamente dal latino calculus, che significa "sassolino" o "pietruzza". Nell'antica Roma, questi sassolini venivano utilizzati sull'abaco per effettuare operazioni aritmetiche, contare e fare i conti.” Scusate, ma si fa prima con la IA a spiegare, senza stare lì a comporre le frasi, inseguendo i concetti. Dicevo, questi sassolini servivano, per tenere la memoria allenata, certo, ma soprattutto per tenere a bada certi pensieri che venivano a disturbare, e qui per spiegare quello che voglio dire, mi servo, non della IA, a cui ricorreremo dopo per connessione con l’argomento, ma di un’immagine freudiana. Si tratta di quei signori, che schiamazzano perché vogliono entrare nella sala dove si sta tenendo una conferenza ordinata. All’ingresso ci sono, però, dei guardiani che impediscono loro di entrare, facendo resistenza: è l’immagine delle turbe psichiche, e della necessità della psicanalisi per rimuoverle. Ecco, la matematica, i sassolini della mente, che però allarmano, ricordano certi sintomi della malattia del presidente Schreiber, di cui il breve ritratto della IA.
Daniel Paul Schreiber (1842-1911) è stato un eminente giurista tedesco e presidente della Corte d'Appello di Dresda, noto soprattutto per la sua autobiografia "Memorie di un malato di nervi" (1903). Il suo caso è fondamentale nella storia della psicoanalisi, utilizzato da Sigmund Freud per teorizzare la paranoia e il delirio.
Aspetti chiave del caso Schreiber: Carriera e Malattia: Nonostante la sua prestigiosa posizione giuridica, Schreiber ha sofferto di gravi psicosi, descrivendo allucinazioni e deliri in cui credeva di trasformarsi in una donna per ordine divino. “Memorie di un malato di nervi”: Pubblicato nel 1903, il suo libro narra dettagliatamente il suo delirio mistico-religioso e le manipolazioni corporee subite. Analisi di Freud: Sigmund Freud ha analizzato il libro nel suo saggio del 1910 "Il caso Schreiber", interpretando la paranoia come un meccanismo di difesa contro impulsi omosessuali inconsci, focalizzandosi sul complesso paterno. Rilevanza Culturale: Il caso è stato studiato non solo da Freud, ma anche da altri intellettuali come Elias Canetti e Jacques Lacan, evidenziando il legame tra paranoia, delirio e potere. Schreiber è diventato il prototipo del "malato", le cui memorie dettagliate hanno permesso alla scienza di comprendere la struttura della psicosi”.
Canetti parla del presidente Schreiber in “Massa e Potere”, un personaggio che aveva attirato la mia fantasia, tanto che lo introdussi in “La porta d’avorio”, quel mio racconto pubblicato ancora di recente, e consultabile in “Il libro di Attanasio”, post 31 ottobre 2025. Ed ora voglio fare qualche riflessione anche sul “però…” lasciato in sospeso allora, e che ritorna ora come riflessione sulla realtà dell’istante. Ecco quel “però…” è un “però…” dissoltosi nell’istante. In che senso, lo spiego subito.

Silvio Minieri ha detto...

In quel tempo, il tempo della post-pandemia, ero solito andare a passeggiare nel parco vicino casa e altri parchi d’intorno, ed avevo notato un signore, abbastanza avanti negli anni, che era solito inseguire il suo cane, il quale non appena veniva sciolto, si dava alla fuga, contrariando e inquietando qualche altro padrone, in verità spesso qualche altra padrona di cani. Una volta, una di costoro, che credeva di essere stata altre volte infastidita, la sua bestia (o lei?), vedendosi sfiorare al passaggio dal cane fuggitivo, non proprio fuggitivo, ma che precedeva di qualche passo il padrone, esclamò: “Però…” Quel “però…” si perse nell’istante, non c’era altro tempo, diciamo così, quel tempo si era esaurito nell’istante. Ed ora l’istante, quell’istante, è tornato nel ricordo, perché associato a quel tempo, ossia al tempo della post-pandemia, richiamando appunto il tempo della pandemia, e vengo al dunque. In quel tempo, il tempo della pandemia, io scrissi e pubblicai un breve studio: “Delle antiche collere”, ricavando molto da Platone. Ora, questa mia frequentazione di Platone, nell’ultima notte dei numeri mi ha di colpo illuminato: ἐξαίφνης, la scintilla che scocca nell’anima e arde come fiamma della vera conoscenza, la verità filosofica.
Un miracolo! Sono ancora sotto l’effetto della mia meraviglia, sono rimasto un po' scottato dalla fiamma, come poi dico, intanto racconto di quest’ultima notte dei numeri, nel suo duplice, ambiguo, per certi versi oscuro, significato. Il significato è doppio, nel senso che da una parte conduce verso il limite delle possibilità organiche e nervose, potendo sfociare in un terribile e inatteso – che accade all’improvviso (ἐξαίφνης) – disordine mentale, dall’altro in un sublime, oltre il limite comunque, taglio di un traguardo delle umane possibilità di genio matematico. Sì, d’accordo, lo sforzo di un concentrato e continuato esercizio mnemonico può portare a qualche risultato apprezzabile, ma di lì a parlare di genio matematico ce ne vuole! Eh, tanto, ce ne vuole! E allora? Anche per sforare e finire nel territorio della follia non è un che di ordinario, e con questo? Con questo, nella notte è scoccata la scintilla. E come? in un modo che può apparire banale, ma vale la pena di esser raccontato. E quindi? Come un po' da tempo, data la mia età inoltrata – tra non molto sarà quiete anche per me, al modo delle parole poetiche di Goethe, Il "Canto notturno del viandante" (Wandrers Nachtlied), – dormo non più di cinque ore a notte, e se vado a letto presto, tipo, le nove o le dieci, alle due o alle tre sono già sveglio. Io devo fare riposare il mio scheletro, l’apparato osteomuscolare del mio corpo, e quindi giaccio disteso supino nel buio, inseguendo con gli occhi della mente cifre e numeri, nei calcoli (sassolini) mossi nella mia mente. E li ho visti! Chi? I numeri ideali, di cui parla Platone, gli enti matematici. E come? Mi esprimo con l’aiuto della IA, oh benemerita IA!

Silvio Minieri ha detto...

“Per Platone, gli enti matematici sono entità intermedie e immutabili, collocate tra il mondo sensibile (opinione) e quello delle Idee (scienza). Essi rappresentano una forma di conoscenza oggettiva che prepara l'anima a concepire le Idee supreme, come il Bene, attraverso l'uso della sola intelligenza, distaccandosi dai sensi.
Ruolo intermedio: A differenza delle Idee (uniche), gli enti matematici (numeri, figure geometriche) sono molteplici, ma eterni e perfetti, facendo da ponte tra i sensi e l'intelletto puro. Fondamentali nell'educazione: La matematica è descritta nella Repubblica come essenziale per l'educazione dei filosofi, poiché insegna a vedere l'essere immutabile. Caratteristiche: Non dipendono dal mondo sensibile, sono astratti, ideali e si basano su ipotesi che vanno oltre l'osservazione materiale. Origine del platonismo matematico: La visione platonica ha dato origine alla corrente filosofica del "platonismo in matematica", sostenendo che gli oggetti matematici esistono indipendentemente dalla mente umana. In sintesi, la geometria e l’aritmetica sono per Platone strumenti necessari per accedere alla "visione dell'Idea del Bene". www.filosofico.net
Ed io, nella notte dei numeri, li ho visti disincarnati dalle figure che possiamo con essi e in essi raffiguraci, per esempio uno, l’Italia, settantasette le gambe delle donne, 2032, l’anno in cui tu (io) sei morto – io, nel 2035, va bene non hai visto le Olimpiadi di Roma del 2040 – novanta la paura, la paura fa novanta, quarantasette morto che parla (non il quarantotto della smorfia napoletana), quarantotto, mo’ succede il quarantotto, che cosa? va tutto a carte quarantotto, come ? Il presidente Schereiber. E questi erano i numeri disincarnati? No erano i numeri puri, non più contaminati dal sensibile. Ah, ecco! E in tal modo, sono entrato in contato con le Idee pure. Ero nella caverna platonica, peraltro non guardavo neppure le ombre della realtà (la televisione) e poi sono uscito, et voilà! Ehilà! Chivalà! Insomma? Mi sono alzato dal mio stare disteso supino nel buio del mio letto – eri morto, e ti sei levato dalla tomba? Certo, il corpo è la tomba dell’anima, vedi Platone. Di nuovo? Sì, di nuovo la IA.

Silvio Minieri ha detto...

La formula platonica "corpo-tomba" (soma-sema), radicata nell'orfismo e sviluppata nel “Fedone” e nel “Cratilo”, definisce il corpo come prigione o sepolcro dell'anima, la quale vi è reclusa durante la vita terrena. La morte, per Platone, non è fine ma liberazione, permettendo all'anima di tornare a contemplare il mondo delle idee.
Ecco i punti chiave del dualismo platonico anima-corpo. Origine orfica: Platone riprende l'idea orfica e pitagorica secondo cui l'anima è imprigionata nel corpo per espiare una colpa, rendendo la vita sensibile una sorta di "morte" temporanea.
“Fedone” e “Cratilo”: In queste opere, il corpo è definito séma (tomba/segno) dell'anima, la quale è "sepolta" in esso. Il corpo limita le capacità conoscitive e morali dell'anima. La Filosofia come Esercizio di Morte: Poiché il corpo ostacola la ricerca della verità e della virtù con desideri e bisogni, la filosofia è intesa come una preparazione alla morte, ovvero la separazione dell'anima dal corpo per raggiungere la dimensione sovrasensibile. Dualismo Metafisico: Platone distingue nettamente tra l'anima (immortale, affine al mondo delle idee) e il corpo (mortale, legato al mondo sensibile). Metempsicosi: In base alla condotta di vita, l'anima può liberarsi dal ciclo delle reincarnazioni o subire ulteriori purificazioni. www.filosofico.net In sintesi, il corpo è considerato un limite che "seppellisce" la parte migliore dell'essere umano (l'anima), la quale trova la vera vita e libertà solo dopo la morte corporea.
E quindi? Nella notte, la notte dei numeri, come dicevo, mi sono levato su… e sei andato in bagno? Sì, perché? Perché? Tic, un tic, e ho acceso la luce, e come la scintilla che scocca improvvisa ἐξαίφνης, subito la fiamma che divampa, diciamo che sono uscito dalla caverna alla luce abbagliante della realtà, quella vera. Come, vera? Come una conchiglia che si rovescia dal nero al bianco, sono passato da un giorno tenebroso a un giorno vero. E che cosa hai “veramente” visto? Raccontacelo, perché anche noi desideriamo “ardentemente” saperlo. Ho visto l’immagine allo specchio. Il ghigno del demone? Sì, lui, io. Tu sei pazzo, maniaco. Tu non potrai mai comprendere questa mia divina mania. No, mai! Eppure la mia immagine, il mio ghigno demonico, era là nello specchio, dove già da sempre doveva eternamente essere stato. Fine.

Silvio Minieri ha detto...

DI ANTICHE COLLERE

1. La mania telestica
“Ma in casi di morbi e pene gravissime, che per antiche collere (παλαιῶν μηνιμάτων) caddero su alcune generazioni di uomini, la mania sorgendo e profetando in quelli in cui doveva, trovò il rimedio ricorrendo a preghiere e ai culti divini; quindi, attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il tempo presente e l’avvenire, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto.” (Fedro, 244de)
. . .
La ragione delle sventure, i morbi gravissimi, che inspiegabilmente colpiscono l’uomo, viene indicata da Platone, nel citato passo del “Fedro”, quando parla di collere divine, scatenate da antiche colpe, quelle che le generazioni su cui ricadono trovano non comprensibili. E Platone indica anche il modo per liberarsi da queste antiche colpe, non la saggezza, sophrosyne (σωφροσύνη) dell’uomo, ma attraverso riti di espiazione e consacrazione (ὅθεν δὴ καθαρμῶν τε καὶ τελετῶν), grazie al divino dono della follia, la mania (μανία), la mania telestica, ovvero l’iniziazione ai misteri. Essa riguarda soltanto le persone scelte dalla divinità (“grazia divina”). Nelle famiglie che soffrono in conseguenza di una colpa degli antenati, la mania divina si manifesta sotto forma di voce (“vocazione”) che suggerisce al prescelto il modo di salvare i suoi familiari, il suo popolo: le preghiere e il culto della divinità.
. . .