sabato 21 febbraio 2026

Narrativa

  

                Il capitano Roll


3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA MORTE DEL CAPITANO ROLL

IL DELITTO
Quando suonarono il campanello di casa, alle sette del mattino, Roll si trovava in cucina, dove si stava preparando il caffè. Aveva indosso una tuta ginnica, ed era pronto per la passeggiata mattutina. Era il primo novembre, la festa di Ognissanti, la sera precedente, avevano bussato diverse volte i bambini per il loro “dolcetto o scherzetto”, e tutti erano stati accontentati con merendine e pasticcini, che Roll aveva preparato per loro. Lasciò stare il caffè che non aveva ancora bevuto, attraversò il salone di casa e andò ad aprire la porta. Nel riquadro apparve un uomo con un viso rugoso, i baffi bianchi spioventi, l’aria grigia, un cappello da contadino in testa, gli abiti dimessi. “È lei il capitano Roll?” domandò. “Sì”, rispose Roll. L’uomo estrasse da sotto la giacca una pistola, la puntò contro Roll e sparò tre colpi in rapida successione. Roll stramazzò a terra, l’uomo fuggì via di corsa. In casa non c’era nessun altro, e quella mattina, il palazzo era semideserto. Nessuno aveva udito gli spari o se li aveva uditi non aveva fatto caso a quei botti, magari pensando a petardi o scoppiettii di una motocicletta di passaggio nelle vicinanze.
Roll agonizzava esanime sul pavimento del salone di casa, la porta spalancata a metà. All’ora di pranzo un’inquilina dello stabile passò davanti a quella porta semiaperta, vide il corpo riverso e la pozza di sangue, entrò e si chinò sull’uomo esanime: non respirava, era o sembrava morto. Telefonò al Pronto Intervento; nel giro di alcuni minuti arrivarono alcune volanti della polizia e un’ambulanza. Fino al piano salirono un commissario, un ispettore e un agente, che fu messo di guardia alla porta, e fu avvertito il magistrato, che sopraggiunse poco dopo sul posto.
Nel condurre le prime indagini, gli inquirenti ascoltarono la testimone, e cercarono di capire a prima vista che cosa fosse accaduto. Appariva chiaro che si trattava di un omicidio, la vittima era stata attinta al petto da colpi sparati con una pistola a tamburo, a terra non c’erano bossoli; quindi, intervenne il personale della polizia scientifica. Si cercarono altri possibili testimoni, ma nessuno si era accorto di nulla. Fu rintracciato l’amministratore del condominio, Roll abitava l’appartamento assieme a una donna, verosimilmente la moglie, ma non sembrava che altri vivessero con loro. La notizia fu data dai telegiornali nazionali del pomeriggio e della sera. La moglie si precipitò a Roma, dalla casa di montagna in Alto Adige, assieme alla figlia e al genero e un nipote. In serata, si recò all’obitorio per il riconoscimento della salma, poi fu sentita per tutta la notte dal magistrato in Questura. Il morto, conosciuto come il capitano Roll, si chiamava Silvio Rollemberg, aveva cinquantadue anni, originario della provincia di Bolzano, era il titolare dell’azienda di famiglia, una fabbrica di mobili per arredamento casa, con diverse sedi in Italia, Austria e Svizzera.

Silvio Minieri ha detto...

DORA RUFFO
Villar ricevette la telefonata alle tre del pomeriggio, mentre scendeva da via Barberini, per raggiungere la fermata della metro A dell’omonima piazza. “Sono Dora Ruffo,” disse una voce femminile, quando digitò “verde” per la risposta sul suo telefonino. “Sono Villar” disse Villar. “Non sono a Roma, oggi,” disse la donna. “Purtroppo, non posso rientrare prima di domenica,” aggiunse. “Quando vuole incontrarmi, signora Ruffo?” domandò Villar. “Anche domani” disse lei. “Dove?” domandò il giovane. “Qui a Bruxelles, le invio la somma necessaria alla sua trasferta, con bonifico istantaneo.” Il giovane attese alcuni momenti, era martedì: “Posso venire giovedì, non è necessario nessun bonifico, signora.” Alcuni momenti, e la signora Ruffo disse: “Quando arriva a Bruxelles, mi telefoni, signor Villar.” “Certo, ho il suo numero registrato,” rispose. “Grazie” disse lei. “Prego” rispose Villar. “Arrivederci, signor Villar,” disse la donna. “Arrivederla, signora,” e attese che l’altra chiudesse. Alcuni istanti e Dora Ruffo chiuse la comunicazione, subito dopo chiuse anche Villar. Quindi, continuò a scendere per la via Barberini e arrivò nella piazza, alla fermata della metro A, di fronte al cinema. Aprì il telefonino e chiamò in agenzia: “Ciao Gabriele, mi ha telefonato la Ruffo, mi ha chiesto di raggiungerla a Bruxelles.” “Quando parti?” domandò Gabriele. “Giovedì mattina,” disse Villar. “Mi devi anticipare le spese con i soldi della cassa.” “Aspetta un momento” disse Gabriele. Dopo un po’, riprese la conversazione: “Ho verificato sul nostro conto, ha fatto un versamento istantaneo di mille euro.” “Spenderò di meno” disse Villar “Va bene,” replicò Gabriele. “Domani mattina, passo in Agenzia per studiarmi il dossier.” “Io non ci sono, hai le chiavi?” “Sì, passo alle otto.” “Forse, trovi Martina.” “D’accordo, ciao, zio.” “Ciao, Vill,” rispose Gabriele, e chiuse.
Villar era il nipote di Gabriele D’Orsi, titolare dell’agenzia di investigazioni private: “D’Orsi investigazioni”. Quando era andato in pensione, come luogotenente dell’arma dei Carabinieri, D’Orsi aveva investito i soldi della liquidazione in quella agenzia di investigazioni private. I primi tempi, si era avvalso di suoi colleghi ex-carabinieri, che avevano prestato servizio con lui, per indagini prevalenti di infedeltà coniugali e anche di scomparse di persone, poi nell’anno della pandemia aveva chiuso. Quando aveva riaperto, aveva messo la figlia Martina come segretaria, la clientela era scomparsa, e i suoi collaboratori si erano allontanati. Un giorno, Martina aveva ricevuto la telefonata della signora Dora Ruffo, vedova di Silvio Rollemberg, il capitano Roll ucciso due anni prima in casa da uno sconosciuto.
(Segue)

Silvio Minieri ha detto...

TEATRINO
Non hai ancora finito di scrivere questo gialletto? – Sì, l’ho finito, questo piccolo capolavoro, che tu hai definito “gialletto”. – Ho capito, e perché non hai pubblicato questo, diciamo, giallino, visto che non ti piace gialletto, e che tu definisci piccolo capolavoro. – Per diversi motivi, alcuni banali, altri meno. – E quali sono? – Il primo sei tu, brutto caprone, che non leggi i miei post di filosofia. – Non è vero. – Sì, immagino, hai visto solo il titolo e la copertina, chiamiamo copertina l’immagine. – No, neppure quella, scusa, volevo dire non solo quella. – Allora, domanda a bruciapelo, chi sono i pastori invisibili? – I pastori che non si vedono, perché mi ricordo che anni fa, molti anni fa, diciamo nel secolo scorso, una volta a Natale avevano addobbato un presepe in Via Veneto, e denunciarono alla polizia la scomparsa dei pastori, come dire che i ladri avevano rubato le statuine dei pastori, e pertanto i pastori invisibili sono i pastori rubati o più poeticamente, se ti piace, i pastori scomparsi. – Sparisci. – Va bene. – Dove stai andando? – Sto sparando, volevo dire sparendo, mi hai fatto confondere. – Hai fatto la rima ”andando” e “sparando”, perché altrimenti non ti ricordi le parole. – Come i rapsodi. – Tu sei Ione, sei tutto una rapsodia. – Chi è Ione? – Hai visto buffone, non conosci “Ione”, il dialogo di Platone. – Tu, vero caprone, a rime vai forte. – Soprassediamo. – Va bene, secondo motivo. – Il secondo è banale, perché devo pubblicare anche le copertine della seconda parte “Dora Ruffo”, della terza “La spazzina” e l’epilogo. – Quattro giorni per un giallino piccino, piccino? – Ma stati zitto, cretino! Scusa, ma me l’hai tirata. – E te l’ho già perdonata. – Quindi, abbiamo finito di far ridere quelli che vogliono ridere? – Non ancora, il terzo motivo. – Non c’è un terzo motivo. – Invece, c’è e te lo dico io. – E ti pareva! – Perché tu sei un lavativo, non vuoi lavorare e quindi non ti va di postare. – In queste rime manca il sale antico. – Quale? – Quello del pittoresco e colorito linguaggio del volgo, che la censura del blogger ci impedisce di pubblicare. – Bigotto! – Eh, no! – E come, no! – Allora ti spiego il fattarello dell’intervista televisiva di Enzo Biagi a Pasolini. – Siamo, in quanto a evoluzione dei costumi, in era giurassica. – Sì, infatti. – Appunto! – Quando Biagi invitò Pasolini ad esprimere il proprio parere, che Pasolini aveva detto di non poter esprimere, lo scrittore scomparso ribadì, dicendo, più o meno, al giornalista scomparso: no, in televisione, non si può dire. – E Biagi? – Non riuscì a convincere Pasolini, che era già finito sotto processo per altre storie. – Ah, ecco. – Bene, a domani. – No, un momento. – Sì? – Alla fine, si scopre l’assassino? – Sì, certo, nella terza parte. – E l’epilogo? – Chiarisce meglio. – Va bene, poi lo commentiamo. – No, perché, non ti incollerire, ma ti interrogherò anche su la mania telestica. – Tu sei pazzo! – Infatti, ho già pronto il copione dell’impazzimento. – Scusa, ora, devo andare. – Vai, vai! E che gli dèi ti siano propizi. – Vado, vado! Ci vediamo, anche senza propiziarci il favore degli dèi. – Perché? – Sono falsi e bugiardi. – Chi? – Gli dèi. – Ah, ecco! – Ti denuncerò per “asebeia”. – Possibile! Hai letto il dialogo platonico, “Eutifrone”? Non ci credo. – Fai bene, non l’ho letto. – E allora che cos’è questa asebeia? – Ti rispondo con la IA. – Eh, ecco! – L'asebeia (ἀσέβεια, traducibile come "empietà" o "irriverenza") era, nell'antica Grecia, un reato specifico punibile per legge che indicava la profanazione, la derisione degli dèi statali, la mancanza di rispetto verso i defunti o la violazione dei culti. Rappresentava l'opposto della eusebeia (pietà) ed era percepito come un atto che contamina la comunità, spesso punito con la morte o l'esilio. – Ciao, Socrato (non Socrate). – Ciao, Eutifrone, alla prossima. – E spieghiamo pure “Socrato”. – Immagino. – Vai! – Vado. – Fine.