1. La cerimonia funebre Nel grande cortile al chiuso della fabbrica, la bara di Francesca Orsini era situata al centro, ornata da corone di fiori. In prima fila, al centro, Morgante con i quattro figli adolescenti, vicino a loro i vertici dell’azienda, il cognato, e ai lati cugini e zii, subito dietro una folta rappresentanza di impiegati e operai. Alcuni fotografi e giornalisti stazionavano accanto al podium in legno con leggio e microfono per l’orazione funebre. Alle spalle era sistemato un organo che diffondeva musica sacra. Arrivò l’officiante, indossava una toga nera pieghettata, che non riusciva a celare le forme sinuose del suo corpo di donna ancora giovane, e una pettorina bianca ricamata, la chioma bionda dei capelli fluente, gli occhi azzurri. Prese posto dietro il podium, toccò il microfono, aprì la Bibbia sul leggio, il libro della Sapienza, lesse: Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole, ritenendola amica si consumano per essa e con essa concludono alleanza, perché son degni di appartenerle. Dicono fra loro sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. È un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra vita passerà come le tracce di una nube, si disperderà come nebbia scacciata dai raggi del sole e disciolta dal calore. La nostra esistenza è il passare di un'ombra e non c'è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
L’officiante fece una pausa, girò una pagina, alzò lo sguardo sull’uditorio, l’abbassò sulla bara, quindi riprese a leggere e a citare a memoria: La pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure. Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Confronto tra la sorte dei giusti e quella degli empi Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell'amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti.” Il sermone dell’officiante era terminato, chiuse il libro sacro, si spostò di lato e attese in silenzio. La musica sacra riprese, e nel generale raccoglimento, risuonarono le note del “De profundis” diffuse dall’organo. Quando terminarono, l’officiante fece un cenno verso la famiglia in prima linea, ed avanzò Elisa, la figlia maggiore, che andò a sistemarsi accanto al podium, staccò il microfono e iniziò a parlare, rievocando la vita della mamma. Ricordò i suoi momenti di bambina, i giochi d’infanzia con lei e i suoi piccoli fratelli, poi quella loro adolescenza, l’attaccamento della madre al lavoro e alla fabbrica, anche nei giorni festivi, sempre. Concluse con un addio, un rivedersi in cielo. Parlarono anche il direttore generale, un sindacalista, alcuni operai. Tutti, in egual misura, tesserono l’elogio della defunta. Infine, la cerimonia ebbe termine. La bara fu sollevata e portata a spalla verso il furgone funebre in sosta all’esterno, seguita dal piccolo corteo che si era formato dietro il feretro. Prima di partire per la tumulazione al cimitero, Morgante si volse, andò a cercare l’officiante, la ringraziò brevemente, la salutò e andò via.
2. Paola Mancuso Mentre uscivamo dal luogo della cerimonia funebre, fui colpito dalla figura di una donna bionda con gli occhiali, che si accompagnava ad un uomo, alto, magro, i capelli riccioluti neri, un fisico asciutto. Ebbi la sensazione di averla conosciuta, ma non ricordavo bene dove e quando. Ero in compagnia di Mélanie, una signora francese di origine ceca, in ceco l’accento del nome cambia, Melánie, che viveva quella stagione della sua vita in Italia. Fu forse per sviare la mia attenzione da quella donna, avendo ella notato la direzione del mio sguardo, che esclamò: “Morici, venga che le presento Gabrielle.” Così dicendo, mi trascinò verso l’officiante, che in quel momento stava uscendo confusa tra gli altri. Gabrielle era magra e alta, capelli biondi corti, si stava dirigendo verso un’automobile, che poi seppi era quella del vedovo di Francesca Orsini, Morgante. Ero un po' riluttante, ma mi lasciai trascinare, l’officiante mi tese la mano: “Van der Bruggen” disse. “Morici” dissi io, stringendole la mano. Scambiammo qualche parola di circostanza, io dissi di essere il direttore di una Rivista letteraria on-line, il “Raccoglitore”, che pubblicava articoli principalmente di filosofia e critica letteraria, ma anche di narrativa, sotto la supervisione di Saracino, il titolare del sito web, che edita la Rivista. Gabrielle Van der Bruggen aveva altri pensieri, disse qualche parola di circostanza, ci salutò amichevolmente, salì sull’automobile, dove l’attendeva l’autista e partì. “Simpatica, vero?” m’interrogò Mélanie, spiandomi nello sguardo. “Di alta classe,” commentai. “È una ex-suora” disse Mélanie. “Certo” dissi, ma nella mente mi frullava il dubbio: chi era quella signora bionda con gli occhiali?
Alcuni giorni dopo, stavo accompagnando allo stadio delle Tre Fontane Gianni Mercuri, un mio amico di vecchia data, un atleta che si allenava per fare la “lepre” al maratoneta keniano Paul Kapsabet, medaglia d’oro nei cinquemila e nei diecimila di atletica leggera alle olimpiadi di Brisbane del 2032, in attesa dei prossimi giochi di Roma. Mercuri mi disse che a Brisbane aveva incontrato Attilio Fontana, l’allenatore della nostra squadra di “palla al cerchio”, una novità sportiva, un mix di pallacanestro e calcetto, che voleva fosse riconosciuta come disciplina olimpica. Attilio era cognato dell’avvocata Mancuso, un ex-magistrato, trasferitasi a Verona e poi a Milano. “Morici, tu che ne dici? ce la farà Kapsabet a Roma a ripetere l’exploit di Brisbane?” “Sono passati sette anni,” dissi e tacqui. L’avvocata Mancuso? Ecco, Mercuri aveva fatto riferimento quella volta sette anni prima, alla donna, allora magistrato, quando io gli avevo parlato, non ricordo più perché, di Romani, l’avvocato Angelo Romani. Ecco chi era la donna bionda al funerale della Orsini, ora ricordavo. Era quella giovane, che avevo conosciuto dieci dodici anni prima, nello studio di Romani, era il magistrato che aveva compiuto una brillante carriera nella Procura di Roma, aveva risolto il delitto del capitano Roll, un processo estinto prima di iniziare per la morte dell’autore del fatto criminoso. Così mi aveva detto Romani, per elogiarla e al tempo stesso farsene vanto ai miei occhi come sua amica e conoscente. Io, allora, avevo affidato allo studio Romani le questioni legali attorno a un’eredità ricevuta, riferita a terreni dell’agro romano, in particolare un contestato contratto di soccida, relativo a un certo gregge di pecore. Ma che c’entrava la Mancuso? Alla fine mi ero disinteressato. Ah, ecco! Era stata investita del processo per il delitto D’Amico Gallo, due donne trovate morte in un casale abbandonato nella Tenuta degli Amaranto, nell’ottavo Municipio. Diamine! Un sospettato era Santini, Efisio Santini, cointestatario del mio contratto di soccida. Toh! I casi della vita! Io e la Mancuso ai funerali di Francesca Orsini, la compianta moglie dell’industriale Morgante, dove ero andato per fare da cavaliere alla mia amica Mélanie. Eh, sì! sono all’antica, vivo tra dame e cavalieri, come dire fra le nuvole. E nel dire così, non dico di fare parte di un certo jet-set. No. Non ho i redditi adeguati, non ostante l’eredità e il contestato contratto di soccida.
3. Berengario Chi fu a dirmelo? Non ricordo, ma qualcuno mi disse che l’accompagnatore di Paola Mancuso, alla cerimonia funebre di Francesca Orsini, era il cavaliere del lavoro Villar, economista, CEO della Rollemberg costruzioni S.p.A. Ah, ecco! Era stato quel factotum di Berengario Oliva, mio ex-compagno di Università, oggi portaborse di Elio Saracino, il nostro principale. Berengario, Berenga come lo chiamavamo allora, mi ha suggerito di ricavare una storia tra Villar, Paola Mancuso, i delitti della Tenuta Amaranto, e altri ingredienti, quelli che piacciono ai lettori. In che senso gli ho domandato? In senso junghiano, mi ha risposto in maniera furba. Sapeva come io conoscessi bene il tema discusso dal medico zurighese nei “Seminari sullo Zarathustra”, quando commenta il brano del “pallido delinquente” di Nietzsche, a proposito degli istinti criminali propri della natura umana: “È come se fossimo segretamente minacciati dall’invisibile presenza del criminale che vive in noi, e così desideriamo che qualcuno di noi commetta un delitto, consentendoci di dire: “Ah, grazie a Dio, eccolo lì, il criminale, eccolo lì, il male.” Ciò in qualche modo spiega perché amiamo i racconti gialli e i minuziosi articoli di cronaca nera.” Ma sono fatti di cronaca, ho detto io. Tu Moric, io sono di famiglia di origine slovena, Moric, italianizzato Morici, carissimo e bravissimo, fai il romanziere, sei bravo. Tu sei più bravo di me, Berenga, pensaci tu. Incaricherò un ghost writer, uno scrittore in ombra, bravo quasi quanto te, tu però t’impegni a pubblicare il racconto. Cambiando i nomi, forse. Ecco, affare fatto! Tu, intanto, dissi, parlane con Saracino, poi vediamo. Elio, ha già detto sì. Elio è il titolare di una catena di supermercati a Roma, ed è anche finanziatore di una televisione privata oltre che della nostra Rivista. Berenga vive alla sua corte, forse perché interessato a qualche presenza femminile, tra le tante che poi non sono tante, che vivono in quella cerchia. Io avevo già pubblicato la storia della morte del capitano Roll e ora mi tocca attendere il testo di uno scrittore in ombra, dove si racconta una sorta di seguito di quella storia. Mi auguro egli adotti lo stesso criterio di scrittura degli altri autori della nostra Rivista, nel senso che ne segua lo stile, con le congruenti, ma anche incongruenti variazioni di ritmo. Io sono quello che pubblica i testi, e quindi sono il direttore responsabile, forse non troppo responsabile, o forse sì, sono sempre alla ricerca di un equilibrio, per applicare il criterio dell’enantiodromia. È il processo psichico descritto da Jung, in base al quale un atteggiamento cosciente unilaterale ed estremo, con il passare del tempo, si rovescia inevitabilmente nel suo opposto inconscio. Questo tratto tipico della psiche agisce come meccanismo di autoregolazione per ripristinare l'equilibrio perduto, e quando la tensione tra i due poli opposti è giunta al limite. In questa situazione, è come fare la passeggiata del funambolo sulla corda tesa, tra le due torri, lassù in alto, sul mercato di Basilea. Si corre il rischio di precipitare vertiginosamente nell’abisso e schiantarsi a terra, e chi verrà allora in nostro soccorso? Chi sussurrerà al nostro orecchio di morenti parole di conforto? Berengario, per me forse, o soccorrerò io Berengario, detto Berenga? E ora, purtroppo, non posso sottrarmi al richiamo misterioso e allo stesso tempo morboso della rima, che invita al canto e alla memoria. E pertanto se a soccorrerci accorre Berenga, ben venga, e poi… che altro?
POSTILLA Il paragrafo “Berengario” appare abbastanza stilisticamente dissonante, rispetto a quello di “Paola Mancuso”, per non parlare del primo, completamente avulso dal contesto che ad esso segue. Forse mi piace parlare difficile, perché attraverso l’oscura grammatica delle mie parole, oscura nella sua motivazione indiscernibile... (Segue)
IMMAGINE (Siparietto) La Piazza del Mercato (Marktplatz) di Basilea è il cuore pulsante del centro storico, dominata dall'imponente Municipio (Rathaus) in pietra arenaria rossa, sede del governo cantonale. Nella fotografia, Zarathustra non si riconosce, perché i presenti nel mercato non sono distinguibili, a causa delle proporzioni minime dell’immagine. Ma se la foto s’ingrandisce, si può vedere quella persona con un mantello scuro, nei pressi della tenda gialla a destra. L’hai visto? La corda tesa (tra l’uomo e il superuomo), nonché il funambolo in equilibrio con la pertica neppure si possono vedere, perché verticali rispetto alla prospettiva dell’immagine fotografica. Con un po' di fantasia, però, se facciamo ruotare la prospettiva, più o meno, di 90 gradi, ecco appare tutta la scena. L’hai vista? No. Allora, concentrati meglio e guarda. Va bene. Hai visto? No. Ma vattene via, brutto caprone! non sei capace di niente, e mi fai perdere solo tempo. Ma come ti permetti di parlarmi così, zoticone! Ehi, sciancato! Vattene via, faccia di gesso, poltrone paltoniere! Guai a te, se ti faccio il solletico con le mie calcagna!
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
7 commenti:
LO SCRITTORE IN OMBRA
1. La cerimonia funebre
Nel grande cortile al chiuso della fabbrica, la bara di Francesca Orsini era situata al centro, ornata da corone di fiori. In prima fila, al centro, Morgante con i quattro figli adolescenti, vicino a loro i vertici dell’azienda, il cognato, e ai lati cugini e zii, subito dietro una folta rappresentanza di impiegati e operai. Alcuni fotografi e giornalisti stazionavano accanto al podium in legno con leggio e microfono per l’orazione funebre. Alle spalle era sistemato un organo che diffondeva musica sacra.
Arrivò l’officiante, indossava una toga nera pieghettata, che non riusciva a celare le forme sinuose del suo corpo di donna ancora giovane, e una pettorina bianca ricamata, la chioma bionda dei capelli fluente, gli occhi azzurri. Prese posto dietro il podium, toccò il microfono, aprì la Bibbia sul leggio, il libro della Sapienza, lesse:
Gli empi invocano su di sé la morte
con gesti e con parole,
ritenendola amica si consumano per essa
e con essa concludono alleanza,
perché son degni di appartenerle.
Dicono fra loro sragionando:
«La nostra vita è breve e triste;
non c'è rimedio, quando l'uomo muore,
e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi.
Siamo nati per caso
e dopo saremo come se non fossimo stati.
È un fumo il soffio delle nostre narici,
il pensiero è una scintilla
nel palpito del nostro cuore.
Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere
e lo spirito si dissiperà come aria leggera.
Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo
e nessuno si ricorderà delle nostre opere.
La nostra vita passerà come le tracce di una nube,
si disperderà come nebbia
scacciata dai raggi del sole
e disciolta dal calore.
La nostra esistenza è il passare di un'ombra
e non c'è ritorno alla nostra morte,
poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
L’officiante fece una pausa, girò una pagina, alzò lo sguardo sull’uditorio, l’abbassò sulla bara, quindi riprese a leggere e a citare a memoria:
La pensano così, ma si sbagliano;
la loro malizia li ha accecati.
Non conoscono i segreti di Dio;
non sperano salario per la santità
né credono alla ricompensa delle anime pure.
Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità;
lo fece a immagine della propria natura.
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
Confronto tra la sorte dei giusti e quella degli empi
Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati
e li ha trovati degni di sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;
come scintille nella stoppia, correranno qua e là.
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
e il Signore regnerà per sempre su di loro.
Quanti confidano in lui comprenderanno la verità;
coloro che gli sono fedeli
vivranno presso di lui nell'amore,
perché grazia e misericordia
sono riservate ai suoi eletti.”
Il sermone dell’officiante era terminato, chiuse il libro sacro, si spostò di lato e attese in silenzio. La musica sacra riprese, e nel generale raccoglimento, risuonarono le note del “De profundis” diffuse dall’organo. Quando terminarono, l’officiante fece un cenno verso la famiglia in prima linea, ed avanzò Elisa, la figlia maggiore, che andò a sistemarsi accanto al podium, staccò il microfono e iniziò a parlare, rievocando la vita della mamma. Ricordò i suoi momenti di bambina, i giochi d’infanzia con lei e i suoi piccoli fratelli, poi quella loro adolescenza, l’attaccamento della madre al lavoro e alla fabbrica, anche nei giorni festivi, sempre. Concluse con un addio, un rivedersi in cielo. Parlarono anche il direttore generale, un sindacalista, alcuni operai. Tutti, in egual misura, tesserono l’elogio della defunta. Infine, la cerimonia ebbe termine.
La bara fu sollevata e portata a spalla verso il furgone funebre in sosta all’esterno, seguita dal piccolo corteo che si era formato dietro il feretro. Prima di partire per la tumulazione al cimitero, Morgante si volse, andò a cercare l’officiante, la ringraziò brevemente, la salutò e andò via.
2. Paola Mancuso
Mentre uscivamo dal luogo della cerimonia funebre, fui colpito dalla figura di una donna bionda con gli occhiali, che si accompagnava ad un uomo, alto, magro, i capelli riccioluti neri, un fisico asciutto. Ebbi la sensazione di averla conosciuta, ma non ricordavo bene dove e quando. Ero in compagnia di Mélanie, una signora francese di origine ceca, in ceco l’accento del nome cambia, Melánie, che viveva quella stagione della sua vita in Italia. Fu forse per sviare la mia attenzione da quella donna, avendo ella notato la direzione del mio sguardo, che esclamò: “Morici, venga che le presento Gabrielle.” Così dicendo, mi trascinò verso l’officiante, che in quel momento stava uscendo confusa tra gli altri. Gabrielle era magra e alta, capelli biondi corti, si stava dirigendo verso un’automobile, che poi seppi era quella del vedovo di Francesca Orsini, Morgante. Ero un po' riluttante, ma mi lasciai trascinare, l’officiante mi tese la mano: “Van der Bruggen” disse. “Morici” dissi io, stringendole la mano. Scambiammo qualche parola di circostanza, io dissi di essere il direttore di una Rivista letteraria on-line, il “Raccoglitore”, che pubblicava articoli principalmente di filosofia e critica letteraria, ma anche di narrativa, sotto la supervisione di Saracino, il titolare del sito web, che edita la Rivista. Gabrielle Van der Bruggen aveva altri pensieri, disse qualche parola di circostanza, ci salutò amichevolmente, salì sull’automobile, dove l’attendeva l’autista e partì. “Simpatica, vero?” m’interrogò Mélanie, spiandomi nello sguardo. “Di alta classe,” commentai. “È una ex-suora” disse Mélanie. “Certo” dissi, ma nella mente mi frullava il dubbio: chi era quella signora bionda con gli occhiali?
Alcuni giorni dopo, stavo accompagnando allo stadio delle Tre Fontane Gianni Mercuri, un mio amico di vecchia data, un atleta che si allenava per fare la “lepre” al maratoneta keniano Paul Kapsabet, medaglia d’oro nei cinquemila e nei diecimila di atletica leggera alle olimpiadi di Brisbane del 2032, in attesa dei prossimi giochi di Roma. Mercuri mi disse che a Brisbane aveva incontrato Attilio Fontana, l’allenatore della nostra squadra di “palla al cerchio”, una novità sportiva, un mix di pallacanestro e calcetto, che voleva fosse riconosciuta come disciplina olimpica. Attilio era cognato dell’avvocata Mancuso, un ex-magistrato, trasferitasi a Verona e poi a Milano. “Morici, tu che ne dici? ce la farà Kapsabet a Roma a ripetere l’exploit di Brisbane?” “Sono passati sette anni,” dissi e tacqui. L’avvocata Mancuso? Ecco, Mercuri aveva fatto riferimento quella volta sette anni prima, alla donna, allora magistrato, quando io gli avevo parlato, non ricordo più perché, di Romani, l’avvocato Angelo Romani. Ecco chi era la donna bionda al funerale della Orsini, ora ricordavo. Era quella giovane, che avevo conosciuto dieci dodici anni prima, nello studio di Romani, era il magistrato che aveva compiuto una brillante carriera nella Procura di Roma, aveva risolto il delitto del capitano Roll, un processo estinto prima di iniziare per la morte dell’autore del fatto criminoso. Così mi aveva detto Romani, per elogiarla e al tempo stesso farsene vanto ai miei occhi come sua amica e conoscente. Io, allora, avevo affidato allo studio Romani le questioni legali attorno a un’eredità ricevuta, riferita a terreni dell’agro romano, in particolare un contestato contratto di soccida, relativo a un certo gregge di pecore. Ma che c’entrava la Mancuso? Alla fine mi ero disinteressato. Ah, ecco! Era stata investita del processo per il delitto D’Amico Gallo, due donne trovate morte in un casale abbandonato nella Tenuta degli Amaranto, nell’ottavo Municipio. Diamine! Un sospettato era Santini, Efisio Santini, cointestatario del mio contratto di soccida. Toh! I casi della vita! Io e la Mancuso ai funerali di Francesca Orsini, la compianta moglie dell’industriale Morgante, dove ero andato per fare da cavaliere alla mia amica Mélanie. Eh, sì! sono all’antica, vivo tra dame e cavalieri, come dire fra le nuvole. E nel dire così, non dico di fare parte di un certo jet-set. No. Non ho i redditi adeguati, non ostante l’eredità e il contestato contratto di soccida.
3. Berengario
Chi fu a dirmelo? Non ricordo, ma qualcuno mi disse che l’accompagnatore di Paola Mancuso, alla cerimonia funebre di Francesca Orsini, era il cavaliere del lavoro Villar, economista, CEO della Rollemberg costruzioni S.p.A. Ah, ecco! Era stato quel factotum di Berengario Oliva, mio ex-compagno di Università, oggi portaborse di Elio Saracino, il nostro principale. Berengario, Berenga come lo chiamavamo allora, mi ha suggerito di ricavare una storia tra Villar, Paola Mancuso, i delitti della Tenuta Amaranto, e altri ingredienti, quelli che piacciono ai lettori. In che senso gli ho domandato? In senso junghiano, mi ha risposto in maniera furba. Sapeva come io conoscessi bene il tema discusso dal medico zurighese nei “Seminari sullo Zarathustra”, quando commenta il brano del “pallido delinquente” di Nietzsche, a proposito degli istinti criminali propri della natura umana: “È come se fossimo segretamente minacciati dall’invisibile presenza del criminale che vive in noi, e così desideriamo che qualcuno di noi commetta un delitto, consentendoci di dire: “Ah, grazie a Dio, eccolo lì, il criminale, eccolo lì, il male.” Ciò in qualche modo spiega perché amiamo i racconti gialli e i minuziosi articoli di cronaca nera.” Ma sono fatti di cronaca, ho detto io. Tu Moric, io sono di famiglia di origine slovena, Moric, italianizzato Morici, carissimo e bravissimo, fai il romanziere, sei bravo. Tu sei più bravo di me, Berenga, pensaci tu. Incaricherò un ghost writer, uno scrittore in ombra, bravo quasi quanto te, tu però t’impegni a pubblicare il racconto. Cambiando i nomi, forse. Ecco, affare fatto! Tu, intanto, dissi, parlane con Saracino, poi vediamo. Elio, ha già detto sì. Elio è il titolare di una catena di supermercati a Roma, ed è anche finanziatore di una televisione privata oltre che della nostra Rivista. Berenga vive alla sua corte, forse perché interessato a qualche presenza femminile, tra le tante che poi non sono tante, che vivono in quella cerchia. Io avevo già pubblicato la storia della morte del capitano Roll e ora mi tocca attendere il testo di uno scrittore in ombra, dove si racconta una sorta di seguito di quella storia. Mi auguro egli adotti lo stesso criterio di scrittura degli altri autori della nostra Rivista, nel senso che ne segua lo stile, con le congruenti, ma anche incongruenti variazioni di ritmo. Io sono quello che pubblica i testi, e quindi sono il direttore responsabile, forse non troppo responsabile, o forse sì, sono sempre alla ricerca di un equilibrio, per applicare il criterio dell’enantiodromia. È il processo psichico descritto da Jung, in base al quale un atteggiamento cosciente unilaterale ed estremo, con il passare del tempo, si rovescia inevitabilmente nel suo opposto inconscio. Questo tratto tipico della psiche agisce come meccanismo di autoregolazione per ripristinare l'equilibrio perduto, e quando la tensione tra i due poli opposti è giunta al limite. In questa situazione, è come fare la passeggiata del funambolo sulla corda tesa, tra le due torri, lassù in alto, sul mercato di Basilea. Si corre il rischio di precipitare vertiginosamente nell’abisso e schiantarsi a terra, e chi verrà allora in nostro soccorso? Chi sussurrerà al nostro orecchio di morenti parole di conforto? Berengario, per me forse, o soccorrerò io Berengario, detto Berenga? E ora, purtroppo, non posso sottrarmi al richiamo misterioso e allo stesso tempo morboso della rima, che invita al canto e alla memoria. E pertanto se a soccorrerci accorre Berenga, ben venga, e poi… che altro?
POSTILLA
Il paragrafo “Berengario” appare abbastanza stilisticamente dissonante, rispetto a quello di “Paola Mancuso”, per non parlare del primo, completamente avulso dal contesto che ad esso segue. Forse mi piace parlare difficile, perché attraverso l’oscura grammatica delle mie parole, oscura nella sua motivazione indiscernibile...
(Segue)
IMMAGINE (Siparietto)
La Piazza del Mercato (Marktplatz) di Basilea è il cuore pulsante del centro storico, dominata dall'imponente Municipio (Rathaus) in pietra arenaria rossa, sede del governo cantonale. Nella fotografia, Zarathustra non si riconosce, perché i presenti nel mercato non sono distinguibili, a causa delle proporzioni minime dell’immagine. Ma se la foto s’ingrandisce, si può vedere quella persona con un mantello scuro, nei pressi della tenda gialla a destra. L’hai visto? La corda tesa (tra l’uomo e il superuomo), nonché il funambolo in equilibrio con la pertica neppure si possono vedere, perché verticali rispetto alla prospettiva dell’immagine fotografica. Con un po' di fantasia, però, se facciamo ruotare la prospettiva, più o meno, di 90 gradi, ecco appare tutta la scena. L’hai vista? No. Allora, concentrati meglio e guarda. Va bene. Hai visto? No. Ma vattene via, brutto caprone! non sei capace di niente, e mi fai perdere solo tempo. Ma come ti permetti di parlarmi così, zoticone! Ehi, sciancato! Vattene via, faccia di gesso, poltrone paltoniere! Guai a te, se ti faccio il solletico con le mie calcagna!
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