POSTILLA Il paragrafo “Berengario” appare abbastanza stilisticamente dissonante, rispetto a quello di “Paola Mancuso”, per non parlare del primo, completamente avulso dal contesto che ad esso segue. Forse mi piace parlare difficile, perché attraverso l’oscura grammatica delle mie parole, oscura nella sua motivazione indiscernibile, in quanto identica a sé stessa, e quindi immotivata nella sua essenza, mi è possibile nascondere il vuoto di mancanza di contenuti. Infatti, non potrebbe una motivazione essere a sua volta motivata, perché se identica, per il principio di identità degli indiscernibili di Leibnitz, alla motivazione che essa motiverebbe, tale motivazione sarebbe priva di una ragione sufficiente per esistere in natura, e quindi anche come entità di pensiero, nel suo intreccio sintattico grammaticale, operante ed esistente in natura. Se d’altra parte, l’altra motivazione fosse differente, allora necessiterebbe a sua volta di un’altra motivazione, e si costituirebbe una rete di loop (anelli), senza possibilità di esplorarne i confini. E quindi non potremmo mai veramente conoscere la motivazione della motivazione, e così via. E potrebbe essere questa una o la motivazione del capriccio della mia grammatica oscura. Un capriccio o una necessità? Leggiamo un testo di Borges, per sciogliere il dubbio suscitato dall’interrogativo, in cui si rispecchia “l’eterno problema del determinismo”. “Se io intendo toccare il tavolo con una delle mie mani e mi domando: lo toccherò con la mano sinistra o con la mano destra? e poi lo tocco con la mano destra, i deterministi diranno che io non potevo agire diversamente e che tutta la storia precedente dell’Universo mi obbligava a toccarlo con la mano destra, e che toccarlo con la mano sinistra sarebbe stato un miracolo. Tuttavia, se l’avessi toccato con la mano sinistra, mi avrebbero detto la stessa cosa: che ero stato costretto a toccarlo con quella mano.” [1] Uno di questi deterministi è stato per esempio il filosofo italiano Emanuele Severino: avrebbe detto che era “destino” che Borges l’avesse toccato con la mano destra o che era “destino” se l’avesse toccato con la mano sinistra. Concludo questo discorso sulla grammatica oscura, dicendo che in “Lo scrittore d’ombra” sono scivolato dal linguaggio narrativo a quello critico discorsivo, avendo già in mente gli abbozzi, ma sarebbe meglio dire gli strumenti (le forme, non i contenuti) narrativi della storia di Paola Mancuso, Villar e i delitti della Tenuta degli Amaranto. Aggiungo, per completezza, che la “cerimonia funebre” apparteneva ad un contesto temporale di concezione e stesura del testo risalente a qualche anno fa rispetto ai due seguenti paragrafi: “Paola Mancuso” e “Berengario”. E a proposito di contesti temporali, colgo l’occasione per passare al loop successivo della “Postilla”, dove si ragionerà del tempo come processo quantistico.
IL SASSO E LO STAGNO “Un sasso che cade in uno stagno tranquillo causa onde. Cosa intendiamo dicendo che le onde sono causate dal sasso? Intendiamo che se impediamo al sasso di cadere, le onde non si formano. Questa è l’interpretazione interventista della causalità. Ma qualcosa manca: le onde avrebbero potuto esserci nel futuro anche se il sasso non fosse caduto! Cosa lo vieta? Ci deve essere un’altra assunzione che facciamo, quando confrontiamo quello che succede con o senza la caduta del sasso (l’intervento). L’assunzione che facciamo implicitamente è che lo stagno fosse calmo. Ma perché fissiamo il passato e non il futuro? (Rovelli) (Segue)
[N. d. B.] Sul “siparietto” di ieri, relativo nel finale al linguaggio di Nietzsche, appare opportuna una riflessione critica sull’argomento, lo stile del linguaggio, che ci condurrà a stendere una glossa, ispirata alla lezione magistrale di Borges, “Lo scrittore argentino e la tradizione”, tenuta al Colegio Libre de Estudios Superiores, la cui versione stenografica è stata pubblicata nella raccolta di scritti: “Discussione” (1932).
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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POSTILLA
Il paragrafo “Berengario” appare abbastanza stilisticamente dissonante, rispetto a quello di “Paola Mancuso”, per non parlare del primo, completamente avulso dal contesto che ad esso segue. Forse mi piace parlare difficile, perché attraverso l’oscura grammatica delle mie parole, oscura nella sua motivazione indiscernibile, in quanto identica a sé stessa, e quindi immotivata nella sua essenza, mi è possibile nascondere il vuoto di mancanza di contenuti. Infatti, non potrebbe una motivazione essere a sua volta motivata, perché se identica, per il principio di identità degli indiscernibili di Leibnitz, alla motivazione che essa motiverebbe, tale motivazione sarebbe priva di una ragione sufficiente per esistere in natura, e quindi anche come entità di pensiero, nel suo intreccio sintattico grammaticale, operante ed esistente in natura. Se d’altra parte, l’altra motivazione fosse differente, allora necessiterebbe a sua volta di un’altra motivazione, e si costituirebbe una rete di loop (anelli), senza possibilità di esplorarne i confini. E quindi non potremmo mai veramente conoscere la motivazione della motivazione, e così via. E potrebbe essere questa una o la motivazione del capriccio della mia grammatica oscura. Un capriccio o una necessità? Leggiamo un testo di Borges, per sciogliere il dubbio suscitato dall’interrogativo, in cui si rispecchia “l’eterno problema del determinismo”. “Se io intendo toccare il tavolo con una delle mie mani e mi domando: lo toccherò con la mano sinistra o con la mano destra? e poi lo tocco con la mano destra, i deterministi diranno che io non potevo agire diversamente e che tutta la storia precedente dell’Universo mi obbligava a toccarlo con la mano destra, e che toccarlo con la mano sinistra sarebbe stato un miracolo. Tuttavia, se l’avessi toccato con la mano sinistra, mi avrebbero detto la stessa cosa: che ero stato costretto a toccarlo con quella mano.” [1] Uno di questi deterministi è stato per esempio il filosofo italiano Emanuele Severino: avrebbe detto che era “destino” che Borges l’avesse toccato con la mano destra o che era “destino” se l’avesse toccato con la mano sinistra. Concludo questo discorso sulla grammatica oscura, dicendo che in “Lo scrittore d’ombra” sono scivolato dal linguaggio narrativo a quello critico discorsivo, avendo già in mente gli abbozzi, ma sarebbe meglio dire gli strumenti (le forme, non i contenuti) narrativi della storia di Paola Mancuso, Villar e i delitti della Tenuta degli Amaranto. Aggiungo, per completezza, che la “cerimonia funebre” apparteneva ad un contesto temporale di concezione e stesura del testo risalente a qualche anno fa rispetto ai due seguenti paragrafi: “Paola Mancuso” e “Berengario”. E a proposito di contesti temporali, colgo l’occasione per passare al loop successivo della “Postilla”, dove si ragionerà del tempo come processo quantistico.
IL SASSO E LO STAGNO
“Un sasso che cade in uno stagno tranquillo causa onde. Cosa intendiamo dicendo che le onde sono causate dal sasso? Intendiamo che se impediamo al sasso di cadere, le onde non si formano. Questa è l’interpretazione interventista della causalità. Ma qualcosa manca: le onde avrebbero potuto esserci nel futuro anche se il sasso non fosse caduto! Cosa lo vieta? Ci deve essere un’altra assunzione che facciamo, quando confrontiamo quello che succede con o senza la caduta del sasso (l’intervento). L’assunzione che facciamo implicitamente è che lo stagno fosse calmo. Ma perché fissiamo il passato e non il futuro? (Rovelli)
(Segue)
[N. d. B.]
Sul “siparietto” di ieri, relativo nel finale al linguaggio di Nietzsche, appare opportuna una riflessione critica sull’argomento, lo stile del linguaggio, che ci condurrà a stendere una glossa, ispirata alla lezione magistrale di Borges, “Lo scrittore argentino e la tradizione”, tenuta al Colegio Libre de Estudios Superiores, la cui versione stenografica è stata pubblicata nella raccolta di scritti: “Discussione” (1932).
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