UN ESSERE SOTTERRANEO Note sulla Prefazione di “Aurora” di Friedrich Nietzsche
“In questo libro troviamo al lavoro un “essere sotterraneo”, uno che trivella, scava, scalza. Si vedrà, posto che si abbiano occhi per un tale lavoro di profondità – come egli avanzi lentamente, cautamente, con delicata inesorabilità, senza che si tradisca troppo l’affanno che ogni lunga privazione d’aria e di luce comporta; lo si potrebbe perfino dire contento del suo oscuro lavoro. Non pare forse che una qualche fede lo guidi, che una consolazione lo ricompensi? Che voglia forse avere la sua lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, nascosto, enigmatico, perché sa che avrà anche il suo mattino, la sua redenzione, la sua aurora… Certo egli farà ritorno: non chiedetegli che cosa vuole là sotto, egli stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, ve lo dirà, quando di nuovo si sarà “fatto uomo”. Si disimpara del tutto a tacere, se così a lungo si è stati, come lui, una talpa, soli.” Il passo citato è l’incipit della Prefazione di “Aurora”, un libro di Friedrich Nietzsche, sul tema: “Pensieri sui pregiudizi morali.” Il filosofo tedesco, oltre che conoscitore profondo della cultura classica, era anche un poeta immaginifico, ed un tale linguaggio immaginoso appare anche nei suoi scritti di carattere filosofico, ma anche psicologico, un carattere quello psicologico approfondito da Jung nei “Seminari” sullo “Zarathustra”. E subito, letto l’incipit di “Aurora”, ci viene la curiosità di conoscere meglio Trofonio, verosimile dio delle profondità sotterranee (e quindi inconsce). “Trofonio (gr. Τροϕώνιος) Figura della religione greca con culto oracolare a Lebadea in Beozia. Il mito lo presenta come ‘eroe’, con molte varianti circa la paternità (Zeus, Apollo, Ergino re di Orcomeno), e come architetto con il fratello Agamede (avrebbe costruito celebri edifici come il tempio di Apollo a Delfi); nel culto molti tratti lo presentano quale divinità: è chiamato Zeus Trofonio in iscrizioni del suo santuario. L’oracolo, famoso dall’età arcaica all’età romana, era consultato secondo un cerimoniale complesso: dopo un periodo di purificazione rituale e alcuni sacrifici preliminari, l’interpellante era condotto al mantèion (il luogo dove si esplicava l’attività oracolare), costituito da un crepaccio aperto sul fianco di una montagna, che immetteva in una grotta sotterranea artificiale; qui aveva la sensazione di essere travolto da una corrente, e mediante visione o audizione riceveva la rivelazione, secondo un modo della mantica diretta, per poi trovarsi di nuovo al di fuori dell’antro. Secondo la tradizione, chi consultava Trofonio non era più capace di ridere.” Treccani. Non potevamo non approfondire la figura di Trofonio, perché costituisce la spia rivelatrice della matrice del pensiero nietzschiano, come vedremo. Intanto vediamo che cosa è andato a fare là sotto il nostro amico scavatore (archeologo). “Infatti, miei pazienti amici, che cosa io cercavo là sotto, ve lo voglio dire qui, in questa tardiva prefazione, che poteva divenire un necrologio, un’orazione funebre: poiché sono tornato indietro e – me la sono cavata.” Interrompiamo qui un momento la lettura del secondo paragrafo della “Prefazione tardiva”, compilata cioè a cose fatte – la discesa negli inferi e il ritorno – per domandarci se il nostro speleologo se la sia poi veramente cavata, avendo noi la possibilità di poter giudicare a posteriori l’epilogo di tutta la sua vicenda intellettuale, peraltro da lui stesso presagita. Conosceva il suo destino? “L’anima tua morrà prima ancora del tuo corpo; non temere nulla!” Sussurra Zarathustra accorso a soccorrere il funambolo moribondo, precipitato a terra dalla corda tesa in alto su cui si esibiva. Un corpo umano in vita, senz’anima, corrisponde alla descrizione dell’essere umano privo di facoltà cognitive, incosciente, spento.
Ma proseguiamo e ultimiamo la lettura del secondo paragrafo: “Non crediate che vi esorto allo stesso rischio! O anche solo alla stessa solitudine. Chi infatti va per queste particolari vie, non incontra nessuno: questo comportano le “vie particolari”. Nessuno viene ad aiutarlo; con ogni pericolo, caso, malvagità, cattivo tempo che gli capita, deve sbrigarsela da solo. Ha appunto per sé la sua via – e come è giusto, la sua amarezza, il suo occasionale disgusto di questo “per sé”, del quale fa parte, per esempio, il sapere che pesino i suoi amici non possono indovinare dove egli sia, dove vada, tanto che talvolta si domanderanno: “come? ancora è in cammino? ha ancora – una via?” Allora intrapresi qualcosa che non è affare di chiunque: discesi in profondità, trivellai nel fondo, cominciai a sondare e scalzare un’antica fiducia, sulla quale noi filosofi da un paio di millenni eravamo soliti costruire come sul più sicuro fondamento, – sempre di nuovo, benché ogni edificio finora sia sempre franato: cominciai a scalzare la nostra fiducia nella morale. Ma non mi comprendete?” Beh! Chi, avendo un certo interesse ai problemi filosofici, in particolare quelli relativi alla vita dell’uomo, il suo ethos (sedes), la sede, la dimora delle sue azioni e della sua condotta sociale, in relazione appunto alle abitudini, costumi (mores) della sua comunità di appartenenza, chi presta un minimo di attenzione al discorso di Nietzsche, questi appunto comprende. La legge, e anche la legge morale, si rivela nel momento della sua violazione, la trasgressione, le cui radici risiedono nella parte irrazionale dell’anima, quella passionale. È quella parte dell’anima che segue l’istinto e appunto subisce, patisce (pathos) la sua condizione fatale. È la condizione rappresentata dall’antica tragedia greca, dove il destino dell’uomo appare sottoposto al Fato, alla legge ferrea della Necessità, Ananke, che immutabile regola dall’alto anche gli stessi decreti divini. Non a caso, nella sua opera giovanile, “La nascita della tragedia”, il nostro filosofo traccia il disegno del contrasto tra l’elemento dionisiaco, riferito a Dioniso, il dio del vino e quindi dell’ebbrezza e della sregolatezza, e quello apollineo, riferito ad Apollo, in cui si riconosce la luce della ragione. È da questa luce razionale che scaturisce la storia del pensiero, e con Socrate quella filosofia, non più filosofia della Natura, quella appunto dei Presocratici (per Nietzsche i preplatonici), ma quella relativa alla vita dell’uomo, la filosofia morale, che si interroga su che cosa sia la virtù, il giusto, il santo. E quindi sarà Platone il primo a porre le fondamenta di quell’edificio filosofico e morale – e noi diciamo anche politico – che caratterizza l’inizio e il percorso della civiltà occidentale, e che Nietzsche, evocandone il pudore – “Platone rosso di vergogna di fronte al gran baccano (Bacco, Dioniso) degli spiriti liberi” – va a scalzare. Ispirandosi a Trofonio, il dio delle profondità sotterranee, egli scende nelle oscure caverne della coscienza, il “fondo enigmatico e buio”, di cui dice Platone nel “Simposio”. Sul tema, vedi post del 30 giugno 2023. Intanto, continuiamo a leggere Nietzsche, da cui abbiamo tratto le nostre ultime riflessioni, seguendo in chiaroscuro la traccia del suo disegno sugli edifici filosofici. “Da tempo immemorabile, per quanto sulla terra si è parlato e persuaso, la morale si è appunto dimostrata la più grande maestra di seduzione – e per quel che concerne noi filosofi, la vera e propria Circe dei filosofi. Da che dipende allora il fatto che da Platone in poi, tutti gli architetti filosofici in Europa hanno costruito invano?”
Ecco, qui, viene individuato in Platone il capostipite degli architetti filosofici, e non dimentichiamo che lo stesso primato gli è stato riconosciuto dal filologo e saggista tedesco Werner Jaeger (1888-1961), uno dei più grandi interpreti del pensiero antico. Nella sua opera “Paideia” (1933) in tre volumi, egli traccia un grande affresco sul sorgere e affermarsi della spiritualità greca da Omero a Platone. Per Jaeger, l’ideale della paideia, educazione spirituale dell’uomo greco, raggiunge in Platone la sua forma esemplare. Il filosofo ateniese, attraverso la penetrazione dell'umanità di Socrate, era giunto a porre i valori della paideia alla radice stessa dell'essere, e quindi a edificare la filosofia come “metafisica della paideia”. “Non v'era classicismo formale che potesse salvare l'antica civiltà. La causa per la quale sopravvisse fu che essa possedeva Platone. Se non fosse stato per lui, il resto della cultura greca avrebbe potuto morire insieme agli antichi dèi dell'Olimpo” (“Paideia” II) Con la sua opera Jaeger tendeva a recuperare i valori della paideia greca, per contrastare e superare quella crisi spirituale dell'Europa del XX secolo, rilevata un secolo prima da Nietzsche. Alla domanda posta da quest’ultimo sul perché della rovina di ogni costruzione dei filosofi, da Platone in poi, la risposta fatale di Kant – “perché da tutti loro venne trascurato il presupposto, la verifica del fondamento, una critica della ragione nel suo complesso” – appare falsa. Il filosofo di Königsberg è vissuto a cavallo tra il Settecento, il secolo dell’Illuminismo, e l’Ottocento, il secolo del Romanticismo. La fiducia nella razionalità, caratteristica propria dell’Illuminismo, viene ripresa da Kant e portata fino all’estremo. La ragione, dopo avere giudicato la storia, la religione, l’autorità della tradizione, i miti, le credenze dei popoli, sottopone anche sé stessa a giudizio. Nella “Critica della Ragion Pura”, il giudice supremo delle capacità conoscitive dell’uomo è la razionalità stessa. La ragione sovrana, che la Rivoluzione francese aveva addirittura divinizzato, ergendo una statua alla Dea Ragione, non riconosce altro giudice al di sopra di sé. È questa una singolarità che non sfugge alla critica di Nietzsche: “Ci sarebbe da chiedere se non era forse un po' singolare pretendere che uno strumento dovesse criticare la sua peculiare eccellenza e idoneità.” Ed è una singolarità che conduce all’assurdo: “che l’intelletto stesso dovesse riconoscere il suo valore, la sua forza e i suoi limiti non era addirittura un poco assurdo?” E allora perché Kant ha ritenuto necessario comporre la “Critica della Ragion Pura”, si domanda Nietzsche, se non per dare un fondamento logico al suo “regno morale”. “Si vide costretto a disporre un mondo indimostrabile, un “al di là” logico, – proprio a tal fine aveva bisogno della critica della ragion pura. Detto diversamente: non ne avrebbe avuto bisogno, se per lui una cosa non fosse stata più importante di tutte: rendere inattaccabile, o meglio intangibile per la ragione, il “regno morale”, – infatti sentiva in maniera troppo forte l’attaccabilità di un ordine morale delle cose da parte della ragione! Poiché al cospetto della natura e della storia, al cospetto della fondamentale immoralità della natura e della storia, Kant, come ogni buon tedesco dai tempi più antichi sin ad oggi, era pessimista; credeva nella morale, non perché viene dimostrata dalla natura e dalla storia, ma non ostante il fatto che dalla natura e dalla storia venga costantemente contraddetta.”
E qui Nietzsche, che era figlio di un pastore protestante, comincia a rivolgersi contro la morale e lo spirito religioso luterano, proprio della coscienza del popolo tedesco, che egli giudica come pessimismo: “Si può ricordare qualcosa di affine in Lutero, un altro grande pessimista, che una volta con tutto il suo luterano ardimento insinuò, nel cuore dei suoi amici, il pensiero che “se fosse possibile cogliere con la ragione come possa essere buono e giusto quel Dio che mostra tanta ira e malvagità, a che cosa serve allora la fede?” E qui Nietzsche appare sconcertato, e così commenta: “Niente, infatti, da tempo immemorabile, ha fatto un’impressione più profonda nell’anima tedesca, niente l’ha più “tentata”, di questa che fra tutte le argomentazioni è la più pericolosa e che per ogni vero latino è un peccato contro lo spirito: “credo quia absurdum est – e con essa la logica tedesca entra per la prima volta nella storia del dogma cristiano.” E poi conclude sul pessimismo dell’anima tedesca, richiamando la proposizione della dialettica della realtà di Hegel: “La contraddizione muove il mondo, tutte le cose sono in sé stesse contraddittorie.” E lui, Nietzsche, come fa i conti con la realtà dell’anima del popolo tedesco? “Noi siamo proprio, fin dentro la logica, dei pessimisti.” Nelle opere successive, in particolare lo “Zarathustra”, ma già in quelle precedenti, egli ha dichiarato di voler rovesciare questa morale, infrangere le antiche tavole, e andare oltre l’uomo, il superuomo, dicendo Sì alla Vita. In “Aurora”, la cui “Prefazione” andiamo leggendo e commentando, egli si limita sic et sempliciter a negare, peraltro consapevole, che negando la morale, questa negazione è anch’essa una forma di moralità: “Ma i giudizi logici di valore non sono i giudizi ultimi e più fondamentali sino ai quali discese l’ardire dei nostri sospetti: la fiducia nella ragione, per la quale sta in piedi e cade la validità di questi giudizi, in quanto fiducia, è un fenomeno morale. Forse il pessimismo tedesco deve fare ancora quest’ultimo passo?” Come tedesco e quindi come pessimista, Nietzsche s’interroga e capisce che se vuole andare oltre la sua anima tedesca e il conseguente pessimismo, deve fare un passo ulteriore. E proclama la sua dissociazione dall’anima del popolo tedesco: “Solo come uomini di questa coscienza, noi ci sentiamo ancora imparentati alla millenaria probità e religiosità tedesca, seppure come suoi ultimi e assai problematici discendenti, noi immoralisti, noi atei di oggi, anzi addirittura, in un certo senso, come suoi eredi, come esecutori della sua più intima volontà, di una volontà pessimistica, che come si è detto non teme di negare sé stessa, perché essa nega con piacere! In noi avviene, posto che vogliate una formula: l’autoannullamento della morale.” Queste righe, a saperle leggere, dopo avere conosciuto tutto lo svolgere del suo pensiero nelle opere successive e i drammatici accadimenti e l’esito della sua vita, rappresentano il manifesto delle sue idee, come proposito della sua esistenza, che si rivelerà sempre più come quella di un “esaltato” nello spirito, nel senso più letterale e intimo della parola. Esaltarsi, secondo l’etimo, dal latino ex-altare, significa “fuori” (ex) “che si innalza da terra” (altus), nel senso di cresciuto, alimentato, “levare in alto”. E Nietzsche si levò così in alto, tanto da staccarsi dal suolo e volare via, per poi ripiombare a terra, allo stesso modo del funambolo precipitato giù dalla corda tesa.
Noi ci riserviamo di approfondire a parte il tragico destino della sua vita spirituale, nella prospettiva immaginifica del volo sempre più alto e conseguente caduta, alla luce del saggio “Sogno ed esistenza” (1930) dello psichiatra e filosofo svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966). Ora, vogliamo concludere il discorso sulla proclamazione di intenti di Nietzsche – la scelta di un’esistenza fuori dalla sua patria spirituale tedesca e dal suo spirito millenario, peraltro espressa con la critica, che ai nostri occhi si rivela paradossale rispetto al suo destino, del levarsi in alto e precipitare in basso, come etichetta l’idealismo europeo: “Noi non vogliamo tornare di nuovo indietro verso ciò che noi consideriamo decrepito, sopravvissuto, verso un qualche cosa di “non degno di fede”, si chiami esso Dio, virtù, verità, giustizia o amore del prossimo, […] ostili ad ogni eventuale tipo di fede e di cristianità, ostili senza mezzi termini a ogni romanticismo e patriottismo, ostili anche a quella voluttà e mancanza di coscienza di artisti, […] ostili infine all’intero femminismo europeo (o idealismo, se si preferisce), che eternamente “trae in alto” ed eternamente proprio per questo “tira in basso”. – Come si vede, Nietzsche era pienamente cosciente che questo levarsi in alto ed essere attratti in basso non era altro che un desiderio di annullamento (morte), non soltanto della morale tradizionale, che egli scalzava, ma della sua stessa persona, come presagiva, la morte della sua anima (intelletto), prima del corpo. Dopo avere abbandonato la cattedra di lingua e letteratura greca all'Università di Basilea, la salute fragile, con frequenti emicranie e problemi di miopia, praticamente apolide, la misera pensione di professore e gli aiuti dalla famiglia, una relazione sentimentale mai realizzata con la giovane russa Louise von Salomé, peregrinò a lungo, in perpetua solitudine, alla ricerca di climi salubri, tra località francesi, svizzere e italiane, fino all’ultimo anno di permanenza a Torino, al crollo psichico (1889), all’internamento definitivo in manicomio, e dieci anni dopo, alla morte. In “Aurora” – Ruta di Genova, autunno 1886 – così conclude su sé stesso, nella “Prefazione” scritta alla fine della stesura dell’opera: “E infine, a quale scopo, noi e con tale zelo dovremmo dire così forte ciò che noi siamo, ciò che vogliamo e non vogliamo? Guardiamo con più freddezza, più distanza, più intelligenza, più dall’alto [al di là del bene e del male], diciamolo come può essere detto tra di noi, così in segreto, che nessuno lo senta, che nessuno ci senta!” L’autore, leggendo il suo libro si convince o vuole convincere di avere non solo lettori, ma adepti, seguaci, discepoli di una segreta accolita, non inconsapevole che sono ombre illusorie della sua solitudine. Egli, riscopertosi filologo – diciamo che è il suo mestiere, interprete della cultura classica, lettore e scrittore di libri – abolisce il vecchio e introduce il nuovo, offrendo il suo testo ai suoi filologi: “Questa prefazione giunge tardi, ma non troppo tardi, che cosa importano, in fondo, cinque, sei anni [il libro è stato scritto nel 1881]. Un libro del genere, un problema del genere non ha alcuna fretta; inoltre, noi due siamo amici del lento, io e il mio libro. Non siamo stati invano filologi, forse lo siamo ancora, maestri cioè della lenta lettura, alla fine si giunge anche a scrivere lentamente. […] La filologia, infatti, è quell’onorevole arte, che da colui che la venera esige soprattutto una cosa, trarsi in disparte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, in quanto è un’arte e una competenza di orafi della parola […] Miei pazienti amici, questo libro desidera per sé solo perfetti lettori e filologi: imparate a leggermi bene.”
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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UN ESSERE SOTTERRANEO
Note sulla Prefazione di “Aurora” di Friedrich Nietzsche
“In questo libro troviamo al lavoro un “essere sotterraneo”, uno che trivella, scava, scalza. Si vedrà, posto che si abbiano occhi per un tale lavoro di profondità – come egli avanzi lentamente, cautamente, con delicata inesorabilità, senza che si tradisca troppo l’affanno che ogni lunga privazione d’aria e di luce comporta; lo si potrebbe perfino dire contento del suo oscuro lavoro. Non pare forse che una qualche fede lo guidi, che una consolazione lo ricompensi? Che voglia forse avere la sua lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, nascosto, enigmatico, perché sa che avrà anche il suo mattino, la sua redenzione, la sua aurora… Certo egli farà ritorno: non chiedetegli che cosa vuole là sotto, egli stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, ve lo dirà, quando di nuovo si sarà “fatto uomo”. Si disimpara del tutto a tacere, se così a lungo si è stati, come lui, una talpa, soli.”
Il passo citato è l’incipit della Prefazione di “Aurora”, un libro di Friedrich Nietzsche, sul tema: “Pensieri sui pregiudizi morali.” Il filosofo tedesco, oltre che conoscitore profondo della cultura classica, era anche un poeta immaginifico, ed un tale linguaggio immaginoso appare anche nei suoi scritti di carattere filosofico, ma anche psicologico, un carattere quello psicologico approfondito da Jung nei “Seminari” sullo “Zarathustra”. E subito, letto l’incipit di “Aurora”, ci viene la curiosità di conoscere meglio Trofonio, verosimile dio delle profondità sotterranee (e quindi inconsce).
“Trofonio (gr. Τροϕώνιος) Figura della religione greca con culto oracolare a Lebadea in Beozia. Il mito lo presenta come ‘eroe’, con molte varianti circa la paternità (Zeus, Apollo, Ergino re di Orcomeno), e come architetto con il fratello Agamede (avrebbe costruito celebri edifici come il tempio di Apollo a Delfi); nel culto molti tratti lo presentano quale divinità: è chiamato Zeus Trofonio in iscrizioni del suo santuario. L’oracolo, famoso dall’età arcaica all’età romana, era consultato secondo un cerimoniale complesso: dopo un periodo di purificazione rituale e alcuni sacrifici preliminari, l’interpellante era condotto al mantèion (il luogo dove si esplicava l’attività oracolare), costituito da un crepaccio aperto sul fianco di una montagna, che immetteva in una grotta sotterranea artificiale; qui aveva la sensazione di essere travolto da una corrente, e mediante visione o audizione riceveva la rivelazione, secondo un modo della mantica diretta, per poi trovarsi di nuovo al di fuori dell’antro. Secondo la tradizione, chi consultava Trofonio non era più capace di ridere.” Treccani.
Non potevamo non approfondire la figura di Trofonio, perché costituisce la spia rivelatrice della matrice del pensiero nietzschiano, come vedremo. Intanto vediamo che cosa è andato a fare là sotto il nostro amico scavatore (archeologo).
“Infatti, miei pazienti amici, che cosa io cercavo là sotto, ve lo voglio dire qui, in questa tardiva prefazione, che poteva divenire un necrologio, un’orazione funebre: poiché sono tornato indietro e – me la sono cavata.” Interrompiamo qui un momento la lettura del secondo paragrafo della “Prefazione tardiva”, compilata cioè a cose fatte – la discesa negli inferi e il ritorno – per domandarci se il nostro speleologo se la sia poi veramente cavata, avendo noi la possibilità di poter giudicare a posteriori l’epilogo di tutta la sua vicenda intellettuale, peraltro da lui stesso presagita. Conosceva il suo destino? “L’anima tua morrà prima ancora del tuo corpo; non temere nulla!” Sussurra Zarathustra accorso a soccorrere il funambolo moribondo, precipitato a terra dalla corda tesa in alto su cui si esibiva. Un corpo umano in vita, senz’anima, corrisponde alla descrizione dell’essere umano privo di facoltà cognitive, incosciente, spento.
Ma proseguiamo e ultimiamo la lettura del secondo paragrafo: “Non crediate che vi esorto allo stesso rischio! O anche solo alla stessa solitudine. Chi infatti va per queste particolari vie, non incontra nessuno: questo comportano le “vie particolari”. Nessuno viene ad aiutarlo; con ogni pericolo, caso, malvagità, cattivo tempo che gli capita, deve sbrigarsela da solo. Ha appunto per sé la sua via – e come è giusto, la sua amarezza, il suo occasionale disgusto di questo “per sé”, del quale fa parte, per esempio, il sapere che pesino i suoi amici non possono indovinare dove egli sia, dove vada, tanto che talvolta si domanderanno: “come? ancora è in cammino? ha ancora – una via?” Allora intrapresi qualcosa che non è affare di chiunque: discesi in profondità, trivellai nel fondo, cominciai a sondare e scalzare un’antica fiducia, sulla quale noi filosofi da un paio di millenni eravamo soliti costruire come sul più sicuro fondamento, – sempre di nuovo, benché ogni edificio finora sia sempre franato: cominciai a scalzare la nostra fiducia nella morale. Ma non mi comprendete?”
Beh! Chi, avendo un certo interesse ai problemi filosofici, in particolare quelli relativi alla vita dell’uomo, il suo ethos (sedes), la sede, la dimora delle sue azioni e della sua condotta sociale, in relazione appunto alle abitudini, costumi (mores) della sua comunità di appartenenza, chi presta un minimo di attenzione al discorso di Nietzsche, questi appunto comprende. La legge, e anche la legge morale, si rivela nel momento della sua violazione, la trasgressione, le cui radici risiedono nella parte irrazionale dell’anima, quella passionale. È quella parte dell’anima che segue l’istinto e appunto subisce, patisce (pathos) la sua condizione fatale. È la condizione rappresentata dall’antica tragedia greca, dove il destino dell’uomo appare sottoposto al Fato, alla legge ferrea della Necessità, Ananke, che immutabile regola dall’alto anche gli stessi decreti divini. Non a caso, nella sua opera giovanile, “La nascita della tragedia”, il nostro filosofo traccia il disegno del contrasto tra l’elemento dionisiaco, riferito a Dioniso, il dio del vino e quindi dell’ebbrezza e della sregolatezza, e quello apollineo, riferito ad Apollo, in cui si riconosce la luce della ragione. È da questa luce razionale che scaturisce la storia del pensiero, e con Socrate quella filosofia, non più filosofia della Natura, quella appunto dei Presocratici (per Nietzsche i preplatonici), ma quella relativa alla vita dell’uomo, la filosofia morale, che si interroga su che cosa sia la virtù, il giusto, il santo. E quindi sarà Platone il primo a porre le fondamenta di quell’edificio filosofico e morale – e noi diciamo anche politico – che caratterizza l’inizio e il percorso della civiltà occidentale, e che Nietzsche, evocandone il pudore – “Platone rosso di vergogna di fronte al gran baccano (Bacco, Dioniso) degli spiriti liberi” – va a scalzare. Ispirandosi a Trofonio, il dio delle profondità sotterranee, egli scende nelle oscure caverne della coscienza, il “fondo enigmatico e buio”, di cui dice Platone nel “Simposio”. Sul tema, vedi post del 30 giugno 2023.
Intanto, continuiamo a leggere Nietzsche, da cui abbiamo tratto le nostre ultime riflessioni, seguendo in chiaroscuro la traccia del suo disegno sugli edifici filosofici.
“Da tempo immemorabile, per quanto sulla terra si è parlato e persuaso, la morale si è appunto dimostrata la più grande maestra di seduzione – e per quel che concerne noi filosofi, la vera e propria Circe dei filosofi. Da che dipende allora il fatto che da Platone in poi, tutti gli architetti filosofici in Europa hanno costruito invano?”
Ecco, qui, viene individuato in Platone il capostipite degli architetti filosofici, e non dimentichiamo che lo stesso primato gli è stato riconosciuto dal filologo e saggista tedesco Werner Jaeger (1888-1961), uno dei più grandi interpreti del pensiero antico.
Nella sua opera “Paideia” (1933) in tre volumi, egli traccia un grande affresco sul sorgere e affermarsi della spiritualità greca da Omero a Platone. Per Jaeger, l’ideale della paideia, educazione spirituale dell’uomo greco, raggiunge in Platone la sua forma esemplare. Il filosofo ateniese, attraverso la penetrazione dell'umanità di Socrate, era giunto a porre i valori della paideia alla radice stessa dell'essere, e quindi a edificare la filosofia come “metafisica della paideia”. “Non v'era classicismo formale che potesse salvare l'antica civiltà. La causa per la quale sopravvisse fu che essa possedeva Platone. Se non fosse stato per lui, il resto della cultura greca avrebbe potuto morire insieme agli antichi dèi dell'Olimpo” (“Paideia” II) Con la sua opera Jaeger tendeva a recuperare i valori della paideia greca, per contrastare e superare quella crisi spirituale dell'Europa del XX secolo, rilevata un secolo prima da Nietzsche.
Alla domanda posta da quest’ultimo sul perché della rovina di ogni costruzione dei filosofi, da Platone in poi, la risposta fatale di Kant – “perché da tutti loro venne trascurato il presupposto, la verifica del fondamento, una critica della ragione nel suo complesso” – appare falsa. Il filosofo di Königsberg è vissuto a cavallo tra il Settecento, il secolo dell’Illuminismo, e l’Ottocento, il secolo del Romanticismo. La fiducia nella razionalità, caratteristica propria dell’Illuminismo, viene ripresa da Kant e portata fino all’estremo. La ragione, dopo avere giudicato la storia, la religione, l’autorità della tradizione, i miti, le credenze dei popoli, sottopone anche sé stessa a giudizio. Nella “Critica della Ragion Pura”, il giudice supremo delle capacità conoscitive dell’uomo è la razionalità stessa. La ragione sovrana, che la Rivoluzione francese aveva addirittura divinizzato, ergendo una statua alla Dea Ragione, non riconosce altro giudice al di sopra di sé. È questa una singolarità che non sfugge alla critica di Nietzsche: “Ci sarebbe da chiedere se non era forse un po' singolare pretendere che uno strumento dovesse criticare la sua peculiare eccellenza e idoneità.” Ed è una singolarità che conduce all’assurdo: “che l’intelletto stesso dovesse riconoscere il suo valore, la sua forza e i suoi limiti non era addirittura un poco assurdo?”
E allora perché Kant ha ritenuto necessario comporre la “Critica della Ragion Pura”, si domanda Nietzsche, se non per dare un fondamento logico al suo “regno morale”. “Si vide costretto a disporre un mondo indimostrabile, un “al di là” logico, – proprio a tal fine aveva bisogno della critica della ragion pura. Detto diversamente: non ne avrebbe avuto bisogno, se per lui una cosa non fosse stata più importante di tutte: rendere inattaccabile, o meglio intangibile per la ragione, il “regno morale”, – infatti sentiva in maniera troppo forte l’attaccabilità di un ordine morale delle cose da parte della ragione! Poiché al cospetto della natura e della storia, al cospetto della fondamentale immoralità della natura e della storia, Kant, come ogni buon tedesco dai tempi più antichi sin ad oggi, era pessimista; credeva nella morale, non perché viene dimostrata dalla natura e dalla storia, ma non ostante il fatto che dalla natura e dalla storia venga costantemente contraddetta.”
E qui Nietzsche, che era figlio di un pastore protestante, comincia a rivolgersi contro la morale e lo spirito religioso luterano, proprio della coscienza del popolo tedesco, che egli giudica come pessimismo: “Si può ricordare qualcosa di affine in Lutero, un altro grande pessimista, che una volta con tutto il suo luterano ardimento insinuò, nel cuore dei suoi amici, il pensiero che “se fosse possibile cogliere con la ragione come possa essere buono e giusto quel Dio che mostra tanta ira e malvagità, a che cosa serve allora la fede?” E qui Nietzsche appare sconcertato, e così commenta: “Niente, infatti, da tempo immemorabile, ha fatto un’impressione più profonda nell’anima tedesca, niente l’ha più “tentata”, di questa che fra tutte le argomentazioni è la più pericolosa e che per ogni vero latino è un peccato contro lo spirito: “credo quia absurdum est – e con essa la logica tedesca entra per la prima volta nella storia del dogma cristiano.” E poi conclude sul pessimismo dell’anima tedesca, richiamando la proposizione della dialettica della realtà di Hegel: “La contraddizione muove il mondo, tutte le cose sono in sé stesse contraddittorie.”
E lui, Nietzsche, come fa i conti con la realtà dell’anima del popolo tedesco? “Noi siamo proprio, fin dentro la logica, dei pessimisti.”
Nelle opere successive, in particolare lo “Zarathustra”, ma già in quelle precedenti, egli ha dichiarato di voler rovesciare questa morale, infrangere le antiche tavole, e andare oltre l’uomo, il superuomo, dicendo Sì alla Vita. In “Aurora”, la cui “Prefazione” andiamo leggendo e commentando, egli si limita sic et sempliciter a negare, peraltro consapevole, che negando la morale, questa negazione è anch’essa una forma di moralità: “Ma i giudizi logici di valore non sono i giudizi ultimi e più fondamentali sino ai quali discese l’ardire dei nostri sospetti: la fiducia nella ragione, per la quale sta in piedi e cade la validità di questi giudizi, in quanto fiducia, è un fenomeno morale. Forse il pessimismo tedesco deve fare ancora quest’ultimo passo?” Come tedesco e quindi come pessimista, Nietzsche s’interroga e capisce che se vuole andare oltre la sua anima tedesca e il conseguente pessimismo, deve fare un passo ulteriore. E proclama la sua dissociazione dall’anima del popolo tedesco: “Solo come uomini di questa coscienza, noi ci sentiamo ancora imparentati alla millenaria probità e religiosità tedesca, seppure come suoi ultimi e assai problematici discendenti, noi immoralisti, noi atei di oggi, anzi addirittura, in un certo senso, come suoi eredi, come esecutori della sua più intima volontà, di una volontà pessimistica, che come si è detto non teme di negare sé stessa, perché essa nega con piacere! In noi avviene, posto che vogliate una formula: l’autoannullamento della morale.”
Queste righe, a saperle leggere, dopo avere conosciuto tutto lo svolgere del suo pensiero nelle opere successive e i drammatici accadimenti e l’esito della sua vita, rappresentano il manifesto delle sue idee, come proposito della sua esistenza, che si rivelerà sempre più come quella di un “esaltato” nello spirito, nel senso più letterale e intimo della parola. Esaltarsi, secondo l’etimo, dal latino ex-altare, significa “fuori” (ex) “che si innalza da terra” (altus), nel senso di cresciuto, alimentato, “levare in alto”. E Nietzsche si levò così in alto, tanto da staccarsi dal suolo e volare via, per poi ripiombare a terra, allo stesso modo del funambolo precipitato giù dalla corda tesa.
Noi ci riserviamo di approfondire a parte il tragico destino della sua vita spirituale, nella prospettiva immaginifica del volo sempre più alto e conseguente caduta, alla luce del saggio “Sogno ed esistenza” (1930) dello psichiatra e filosofo svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966). Ora, vogliamo concludere il discorso sulla proclamazione di intenti di Nietzsche – la scelta di un’esistenza fuori dalla sua patria spirituale tedesca e dal suo spirito millenario, peraltro espressa con la critica, che ai nostri occhi si rivela paradossale rispetto al suo destino, del levarsi in alto e precipitare in basso, come etichetta l’idealismo europeo: “Noi non vogliamo tornare di nuovo indietro verso ciò che noi consideriamo decrepito, sopravvissuto, verso un qualche cosa di “non degno di fede”, si chiami esso Dio, virtù, verità, giustizia o amore del prossimo, […] ostili ad ogni eventuale tipo di fede e di cristianità, ostili senza mezzi termini a ogni romanticismo e patriottismo, ostili anche a quella voluttà e mancanza di coscienza di artisti, […] ostili infine all’intero femminismo europeo (o idealismo, se si preferisce), che eternamente “trae in alto” ed eternamente proprio per questo “tira in basso”. – Come si vede, Nietzsche era pienamente cosciente che questo levarsi in alto ed essere attratti in basso non era altro che un desiderio di annullamento (morte), non soltanto della morale tradizionale, che egli scalzava, ma della sua stessa persona, come presagiva, la morte della sua anima (intelletto), prima del corpo.
Dopo avere abbandonato la cattedra di lingua e letteratura greca all'Università di Basilea, la salute fragile, con frequenti emicranie e problemi di miopia, praticamente apolide, la misera pensione di professore e gli aiuti dalla famiglia, una relazione sentimentale mai realizzata con la giovane russa Louise von Salomé, peregrinò a lungo, in perpetua solitudine, alla ricerca di climi salubri, tra località francesi, svizzere e italiane, fino all’ultimo anno di permanenza a Torino, al crollo psichico (1889), all’internamento definitivo in manicomio, e dieci anni dopo, alla morte.
In “Aurora” – Ruta di Genova, autunno 1886 – così conclude su sé stesso, nella “Prefazione” scritta alla fine della stesura dell’opera: “E infine, a quale scopo, noi e con tale zelo dovremmo dire così forte ciò che noi siamo, ciò che vogliamo e non vogliamo? Guardiamo con più freddezza, più distanza, più intelligenza, più dall’alto [al di là del bene e del male], diciamolo come può essere detto tra di noi, così in segreto, che nessuno lo senta, che nessuno ci senta!” L’autore, leggendo il suo libro si convince o vuole convincere di avere non solo lettori, ma adepti, seguaci, discepoli di una segreta accolita, non inconsapevole che sono ombre illusorie della sua solitudine. Egli, riscopertosi filologo – diciamo che è il suo mestiere, interprete della cultura classica, lettore e scrittore di libri – abolisce il vecchio e introduce il nuovo, offrendo il suo testo ai suoi filologi: “Questa prefazione giunge tardi, ma non troppo tardi, che cosa importano, in fondo, cinque, sei anni [il libro è stato scritto nel 1881]. Un libro del genere, un problema del genere non ha alcuna fretta; inoltre, noi due siamo amici del lento, io e il mio libro. Non siamo stati invano filologi, forse lo siamo ancora, maestri cioè della lenta lettura, alla fine si giunge anche a scrivere lentamente. […] La filologia, infatti, è quell’onorevole arte, che da colui che la venera esige soprattutto una cosa, trarsi in disparte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, in quanto è un’arte e una competenza di orafi della parola […] Miei pazienti amici, questo libro desidera per sé solo perfetti lettori e filologi: imparate a leggermi bene.”
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