[N. d. B.] Scrissi “Faccia di gesso” qualche anno fa, e rileggendo il testo, lo ritengo completo ed esauriente in tutti i suoi passaggi, e quindi lo ripresento con gli stessi commenti di allora, senza modifiche, tranne questa breve nota introduttiva. Dico soltanto che l’accenno ai numeri impossibili si riferiva forse alle mie esercitazioni della divisione per lo zero e alla matematica indiana, che ha appunto introdotto lo zero nei calcoli aritmetici. Vedi post 2 giugno 2024. “Matematica indiana” – “Aritmetica dello zero”. Infine, sul tema del “divertissement”, un approfondimento sarà dato “domani”. Dans la philosophie de Blaise Pascal (développée dans ses Pensées), le divertissement est une stratégie d'évitement. Incapables d'affronter notre condition mortelle, notre misère et notre finitude, les hommes s'agitent dans des occupations futiles (jeux, guerres, mondanités) pour s'étourdir et refuser de penser à eux-mêmes. IA
DIVERTISSEMENT – Composizione letteraria o artistica dal carattere frivolo o giocoso.
FACCIA DI GESSO Ciack! “Quando Z. giunse tra i matematici e gli acusmatici, che trovò radunati davanti all’Accademia di geometria di Teeteto II, così parlò. “Io vi annunzio che lo zero è superiore al nulla. Il nulla va superato. Che cosa avete fatto voi per superarlo? Che cosa è la scimmia per l’uomo? Una derisione o una dolorosa vergogna. E questo deve essere il nulla per lo zero: una derisione o una dolorosa vergogna. Voi avete percorso la strada che porta dal verme all’uomo, ma molto ancora c’è in voi del verme. Anche il più saggio tra voi non è che un ibrido di pianta e fantasma in conflitto e non sapete nulla. Ecco io vi insegno a superare il nulla, e questo superamento è fulmine e follia!” Allorché Z. ebbe così parlato, uno degli acusmatici gridò: “Abbiamo udito abbastanza, adesso vogliamo vedere come superare il nulla.” Al che lo zero, che assisteva come un fantasma alla predica di Z., credendo la parola rivolta a lui, si accinse al suo lavoro di superamento del nulla. Intanto Z. osservava gli acusmatici e i matematici, che lo guardavano e ridevano, e pensò: “L’anima mia è serena e luminosa, ma essi pensano che io sia freddo e un buffone dalle burla atroci. Ed ecco che mi guardano e ridono, e mentre ridono, anche mi odiano. Vi è del ghiaccio nel loro riso.” Ma allora accadde qualcosa, che fece ammutolire ogni bocca, irrigidire ogni sguardo. Mentre lo zero si era librato in alto nel vuoto, si aprì una porticina dell’Accademia, e saltò fuori (sprang heraus) un tipo arlecchinesco, (ein bunter Gesell), dall’aspetto di pagliaccio (einem Possenreißer gleich) … che cosa sono queste traduzioni in tedesco? … Chi ha parlato? Di chi è questa voce dissonante rispetto alla mia voce narrante?... È la mia. … Ah, la tua! Non interferire più, disturbi! Resta nel sottofondo. … Pluf! … Ecco, bene! vai sott’acqua … Scusate l’interferenza, e riprendiamo la narrazione. Il tipo arlecchinesco, dall’aspetto di pagliaccio, si librò in alto e rapidamente raggiunse il funambolo, scusate, no, volevo dire lo zero, e cominciò a gridare con voce terribile: Avanti poltrone, paltoniere, faccia di gesso…” Stop!
Quando il regista ha dato lo stop, la scena cinematografica che stavamo girando è stata interrotta sulla battuta che costituiva il tema principale della narrazione: “Faccia di gesso”, Bleichgesicht, nel testo originale: “Als sprach Zarathustra”. Allora, gli attori che avevano interpretato il ruolo degli acusmatici e dei matematici dell’Accademia di geometria di Teeteto II, si avvicinarono a Z. e gli chiesero chi fosse, quale personaggio interpretasse, questi con voce roboante così parlò: “Ecco, io sono un annunciatore del fulmine e una pesante goccia della nube: ma questo fulmine si chiamerà superuomo.” Allora noi tutti ci guardammo sbalorditi, anch’io ero tra loro, come acusmatico, anche se in verità sono un matematico… Tu sei un Narr! … Ma chi parla? Chi interferisce?… Bleichgesicht! … Di nuovo? Allontanate questo disturbatore! … Spero di poter continuare la narrazione, scusatemi. Dopo aver pronunciato quelle parole altisonanti, Z. si avvolse nel suo ampio mantello nero, e si allontanò. Allora, tutti noi tornammo a guardarci stupiti e cominciammo ad interrogarci. Chi era quest’uomo? Non era un attore che interpretava Z. ? O, in realtà, era Z. che interpretava sé stesso? Oppure era un attore, che di suo era un Narr (pagliaccio, folle), ma che credeva di essere Z. ? E stavamo per lasciarci e andare ognuno per suo conto, e anch’io stavo per andar via, quando uno degli acusmatici o forse del gruppo dei matematici, mi gridò alle spalle: “Ehi, tu! Dove stai andando? Chi sei? Non sei tu forse il “vociaro”? (termine impiegato da un analfabeta per indicare la voce narrante – e questo dà la misura del livello di cultura, di chi mi aveva interpellato, altro che acusmatico o matematico!) In verità, comunque, io mi voltai sorpreso ed incredulo, e con aria solenne. dissi: “Io sono quello stesso che ventisei secoli fa, voi mi ascoltaste nel mio stesso nome: io sono Pitagora di Samo!” Poi mulinai in alto il braccio destro con il pugno chiuso con il gesto tipico come di chi si avvolga in un ampio mantello, come avevo visto fare a Z., poco prima, ma poteva anche sembrare che impugnassi e agitassi in aria una frusta o un lazo, voltai le spalle e mi allontanai, prima con passo misurato e cadenzato, poi progressivamente sempre più svelto, onde evitare ulteriori inconvenienti, diciamo così. Così parlò Z.
L’ENIGMATICO Nel seguito sarà data spiegazione del testo, nel senso che verrà esaminata la sua anima, ma i testi (scritti) hanno un’anima? Sì, sono i testimoni dell’autore scomparso. Ecco perché io vi dico: “Guarda i testimoni!” Tu sei pazzo. No, io sono un enigmatico della pazzia, tu invece un semplice acusmatico. È da notare che “enigmatico” è usato in senso improprio, come soggetto attivo, non passivo dell’enigma, come dire non un tipo enigmatico, ma un tipo indubbiamente stravagante, pazzoide, ein Narr, tanto per intenderci, che va dispensando enigmi, come dire discorsetti oscuri, a un uditorio fantasma di acusmatici. Farfuglia e delira? Più o meno. E gli acusmatici? Costoro venivano così chiamati, secondo l’etimo della parola, perché si distinguevano come semplici uditori (acusmatici) dai matematici, che erano in verità gli allievi apprendisti, secondo il significato della parola “matematico”. E pertanto la storiella che Pitagora parlava nascosto da una tenda e i suoi allievi si chiamavano acusmatici (uditori) perché ascoltavano soltanto, senza poter vedere il volto divino del Maestro, è tutta una favola. Ehi, tu! Come ti permetti di profanare l’intangibile volto di Pitagora? Ma vai al diavolo! Avete sentito, voi? E non state lì a guardare! Presto, cacciatelo, allontanatelo, eliminatelo. Forza! Che aspettate? Enigmatico! Eh? Non vedi che sei un buffone dalle burla atroci? Essi ti guardano e ridono, e mentre ridono, anche ti odiano: vi è del ghiaccio nel loro riso. Hanno messo il ghiaccio nel riso? Certo, per conservarlo. A me una volta, in un fast food, diedero un piatto di spaghetti condito con cubetti di ghiaccio. E tu hai mangiato il ghiaccio? No, gli spaghetti, che la ragazza addetta al servizio gentilmente poi mi riscaldò. Ah!
[N. d. B.] Il testo “L’enigmatico” è venuto fuori da una [N. d. B.] che serviva soltanto ad annunciare il seguito di “Faccia di gesso”, poi però sono stato preso dal gusto del narrare e ho continuato a scrivere le mie amenità. Ma che razza di gusto! si può commentare. Un gusto nietzschiano, diciamo? Ecco, forse così ho svelato l’enigma.
IMMAGINE Lindsay Kemp (1938-2018), coreografo, attore, ballerino, mimo e regista britannico.
UN INCAUTO TUFFO Ho scritto il divertissement “Faccia di gesso” per distrarmi da Nietzsche, in quanto il pensiero nietzschiano, a noi giunto attraverso i suoi scritti, quando mi accosto ad esso, mi fa schizzare via come se mi fossi avvicinato e per distrazione avessi toccato un “ferro incandescente” (l’immagine è junghiana). Infatti, stavo proprio scrivendo un commento in proposito, e quando si è trattato di riprendere la stesura del mio testo, dopo una sospensione, lo sguardo mi è scivolato su un’espressione aritmetica in elaborazione, che avevo annotato a margine della pagina come promemoria per un piccolo studio successivo sulla materia. Allora, approfittando dell’occasione, mi sono allontanato dal “ferro incandescente” e mi sono tuffato a pesce sull’aritmetica hindu, finendo dalla padella nella brace, quella dei numeri impossibili, di cui poi parliamo. Ora, vorrei brevemente commentare “Faccia di gesso”, subito chiarendo che tale espressione, ripresa dallo “Zarathustra” può essere commentata, e tenterò di farlo in seguito, in maniera seria, senza intenti parodistici, e quindi può essere commentata anche con questi ultimi intenti, come ho fatto con il mio divertissement, che ora commento (un commento critico a commento di un testo umoristico). Il tratto iniziale è indubbiamente, come subito si capisce, una parodia al capitolo dello “Zarathustra”, relativo all’episodio del funambolo, che scavalcato con un “salto” dal tipo arlecchinesco cade dalla corda tesa e muore, un “tuffo” mortale, a cui quello mio “incauto” in un certo senso assomiglia, nella sua figurazione di “superamento” con un “salto”, e non di un semplice superamento meno fulmineo. Per quanto riguarda la messa in scena degli acusmatici e dei matematici dell’Accademia di geometria di Teeteto II, essa è stata operata con personaggi di una storia pregressa da me narrata (“I numeri glaciali”), che qui superiamo con un balzo, riuscendo a non cadere. Le interferenze della voce dissonante, che emerge in superficie dal fondo della narrazione, è una ripresa di quelle scene abituali nei talk show televisivi, dove più voci dissonanti si accavallano, e il conduttore si affanna a regolarle, dicendo che altrimenti “a casa” non capiscono, invece a casa hanno già da sempre capito quelle “caciare”. Ma l’espediente serve anche a descrivere le scene emergenti dell’inconscio, secondo l’immagine freudiana dei disturbatori, che tentano di entrare nella sala, dove si sta tenendo una tranquilla conferenza, e che vengono respinti fuori, così come accade alla coscienza, quando rimuove ricordi spiacevoli, che tentano di riemergere. Per quanto riguarda Z., controfigura di Zarathustra, viene imitato dal “vociaro”. Questo personaggio rivela di essere Pitagora, pronunciando una battuta ieratica , che è l’adattamento di una simile pronunciata dal folle Johannes, protagonista del film del regista Carl Theodor Dreyer (1889-1968) “Ordet” (“La Parola”) (1955), interprete di una delle tante “figurae Christi” che si incontrano nell’opera del cineasta danese. La battuta pronunciata nel film da Johannes la ripeto a memoria: “Io sono quello stesso che duemila anni fa voi condannaste nel mio stesso nome: io sono Gesù di Nazareth.” Con la vicenda mentale e biografica di Nietzsche siamo in tema. E approfitto di quest’ultimo riferimento, per un commento alla battuta sussurrata da Zarathustra al saltimbanco morente: “L’anima tua morirà prima ancora del tuo corpo: ora non temere più nulla.” La battuta rovescia la dottrina evangelica della sopravvivenza dell’anima dopo la morte, per Nietzsche un sinistro presagio della sua follia.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
[N. d. B.]
Scrissi “Faccia di gesso” qualche anno fa, e rileggendo il testo, lo ritengo completo ed esauriente in tutti i suoi passaggi, e quindi lo ripresento con gli stessi commenti di allora, senza modifiche, tranne questa breve nota introduttiva. Dico soltanto che l’accenno ai numeri impossibili si riferiva forse alle mie esercitazioni della divisione per lo zero e alla matematica indiana, che ha appunto introdotto lo zero nei calcoli aritmetici. Vedi post 2 giugno 2024. “Matematica indiana” – “Aritmetica dello zero”. Infine, sul tema del “divertissement”, un approfondimento sarà dato “domani”.
Dans la philosophie de Blaise Pascal (développée dans ses Pensées), le divertissement est une stratégie d'évitement. Incapables d'affronter notre condition mortelle, notre misère et notre finitude, les hommes s'agitent dans des occupations futiles (jeux, guerres, mondanités) pour s'étourdir et refuser de penser à eux-mêmes. IA
DIVERTISSEMENT – Composizione letteraria o artistica dal carattere frivolo o giocoso.
FACCIA DI GESSO
Ciack! “Quando Z. giunse tra i matematici e gli acusmatici, che trovò radunati davanti all’Accademia di geometria di Teeteto II, così parlò. “Io vi annunzio che lo zero è superiore al nulla. Il nulla va superato. Che cosa avete fatto voi per superarlo? Che cosa è la scimmia per l’uomo? Una derisione o una dolorosa vergogna. E questo deve essere il nulla per lo zero: una derisione o una dolorosa vergogna. Voi avete percorso la strada che porta dal verme all’uomo, ma molto ancora c’è in voi del verme. Anche il più saggio tra voi non è che un ibrido di pianta e fantasma in conflitto e non sapete nulla. Ecco io vi insegno a superare il nulla, e questo superamento è fulmine e follia!”
Allorché Z. ebbe così parlato, uno degli acusmatici gridò: “Abbiamo udito abbastanza, adesso vogliamo vedere come superare il nulla.” Al che lo zero, che assisteva come un fantasma alla predica di Z., credendo la parola rivolta a lui, si accinse al suo lavoro di superamento del nulla. Intanto Z. osservava gli acusmatici e i matematici, che lo guardavano e ridevano, e pensò: “L’anima mia è serena e luminosa, ma essi pensano che io sia freddo e un buffone dalle burla atroci. Ed ecco che mi guardano e ridono, e mentre ridono, anche mi odiano. Vi è del ghiaccio nel loro riso.”
Ma allora accadde qualcosa, che fece ammutolire ogni bocca, irrigidire ogni sguardo. Mentre lo zero si era librato in alto nel vuoto, si aprì una porticina dell’Accademia, e saltò fuori (sprang heraus) un tipo arlecchinesco, (ein bunter Gesell), dall’aspetto di pagliaccio (einem Possenreißer gleich) … che cosa sono queste traduzioni in tedesco? … Chi ha parlato? Di chi è questa voce dissonante rispetto alla mia voce narrante?... È la mia. … Ah, la tua! Non interferire più, disturbi! Resta nel sottofondo. … Pluf! … Ecco, bene! vai sott’acqua … Scusate l’interferenza, e riprendiamo la narrazione. Il tipo arlecchinesco, dall’aspetto di pagliaccio, si librò in alto e rapidamente raggiunse il funambolo, scusate, no, volevo dire lo zero, e cominciò a gridare con voce terribile: Avanti poltrone, paltoniere, faccia di gesso…” Stop!
Quando il regista ha dato lo stop, la scena cinematografica che stavamo girando è stata interrotta sulla battuta che costituiva il tema principale della narrazione: “Faccia di gesso”, Bleichgesicht, nel testo originale: “Als sprach Zarathustra”. Allora, gli attori che avevano interpretato il ruolo degli acusmatici e dei matematici dell’Accademia di geometria di Teeteto II, si avvicinarono a Z. e gli chiesero chi fosse, quale personaggio interpretasse, questi con voce roboante così parlò: “Ecco, io sono un annunciatore del fulmine e una pesante goccia della nube: ma questo fulmine si chiamerà superuomo.” Allora noi tutti ci guardammo sbalorditi, anch’io ero tra loro, come acusmatico, anche se in verità sono un matematico… Tu sei un Narr! … Ma chi parla? Chi interferisce?… Bleichgesicht! … Di nuovo? Allontanate questo disturbatore! … Spero di poter continuare la narrazione, scusatemi. Dopo aver pronunciato quelle parole altisonanti, Z. si avvolse nel suo ampio mantello nero, e si allontanò. Allora, tutti noi tornammo a guardarci stupiti e cominciammo ad interrogarci. Chi era quest’uomo? Non era un attore che interpretava Z. ? O, in realtà, era Z. che interpretava sé stesso? Oppure era un attore, che di suo era un Narr (pagliaccio, folle), ma che credeva di essere Z. ? E stavamo per lasciarci e andare ognuno per suo conto, e anch’io stavo per andar via, quando uno degli acusmatici o forse del gruppo dei matematici, mi gridò alle spalle: “Ehi, tu! Dove stai andando? Chi sei? Non sei tu forse il “vociaro”? (termine impiegato da un analfabeta per indicare la voce narrante – e questo dà la misura del livello di cultura, di chi mi aveva interpellato, altro che acusmatico o matematico!) In verità, comunque, io mi voltai sorpreso ed incredulo, e con aria solenne. dissi: “Io sono quello stesso che ventisei secoli fa, voi mi ascoltaste nel mio stesso nome: io sono Pitagora di Samo!” Poi mulinai in alto il braccio destro con il pugno chiuso con il gesto tipico come di chi si avvolga in un ampio mantello, come avevo visto fare a Z., poco prima, ma poteva anche sembrare che impugnassi e agitassi in aria una frusta o un lazo, voltai le spalle e mi allontanai, prima con passo misurato e cadenzato, poi progressivamente sempre più svelto, onde evitare ulteriori inconvenienti, diciamo così. Così parlò Z.
L’ENIGMATICO
Nel seguito sarà data spiegazione del testo, nel senso che verrà esaminata la sua anima, ma i testi (scritti) hanno un’anima? Sì, sono i testimoni dell’autore scomparso. Ecco perché io vi dico: “Guarda i testimoni!” Tu sei pazzo. No, io sono un enigmatico della pazzia, tu invece un semplice acusmatico. È da notare che “enigmatico” è usato in senso improprio, come soggetto attivo, non passivo dell’enigma, come dire non un tipo enigmatico, ma un tipo indubbiamente stravagante, pazzoide, ein Narr, tanto per intenderci, che va dispensando enigmi, come dire discorsetti oscuri, a un uditorio fantasma di acusmatici. Farfuglia e delira? Più o meno. E gli acusmatici?
Costoro venivano così chiamati, secondo l’etimo della parola, perché si distinguevano come semplici uditori (acusmatici) dai matematici, che erano in verità gli allievi apprendisti, secondo il significato della parola “matematico”. E pertanto la storiella che Pitagora parlava nascosto da una tenda e i suoi allievi si chiamavano acusmatici (uditori) perché ascoltavano soltanto, senza poter vedere il volto divino del Maestro, è tutta una favola. Ehi, tu! Come ti permetti di profanare l’intangibile volto di Pitagora? Ma vai al diavolo! Avete sentito, voi? E non state lì a guardare! Presto, cacciatelo, allontanatelo, eliminatelo. Forza! Che aspettate? Enigmatico! Eh? Non vedi che sei un buffone dalle burla atroci? Essi ti guardano e ridono, e mentre ridono, anche ti odiano: vi è del ghiaccio nel loro riso. Hanno messo il ghiaccio nel riso? Certo, per conservarlo. A me una volta, in un fast food, diedero un piatto di spaghetti condito con cubetti di ghiaccio. E tu hai mangiato il ghiaccio? No, gli spaghetti, che la ragazza addetta al servizio gentilmente poi mi riscaldò. Ah!
[N. d. B.]
Il testo “L’enigmatico” è venuto fuori da una [N. d. B.] che serviva soltanto ad annunciare il seguito di “Faccia di gesso”, poi però sono stato preso dal gusto del narrare e ho continuato a scrivere le mie amenità. Ma che razza di gusto! si può commentare. Un gusto nietzschiano, diciamo? Ecco, forse così ho svelato l’enigma.
IMMAGINE
Lindsay Kemp (1938-2018), coreografo, attore, ballerino, mimo e regista britannico.
UN INCAUTO TUFFO
Ho scritto il divertissement “Faccia di gesso” per distrarmi da Nietzsche, in quanto il pensiero nietzschiano, a noi giunto attraverso i suoi scritti, quando mi accosto ad esso, mi fa schizzare via come se mi fossi avvicinato e per distrazione avessi toccato un “ferro incandescente” (l’immagine è junghiana). Infatti, stavo proprio scrivendo un commento in proposito, e quando si è trattato di riprendere la stesura del mio testo, dopo una sospensione, lo sguardo mi è scivolato su un’espressione aritmetica in elaborazione, che avevo annotato a margine della pagina come promemoria per un piccolo studio successivo sulla materia. Allora, approfittando dell’occasione, mi sono allontanato dal “ferro incandescente” e mi sono tuffato a pesce sull’aritmetica hindu, finendo dalla padella nella brace, quella dei numeri impossibili, di cui poi parliamo.
Ora, vorrei brevemente commentare “Faccia di gesso”, subito chiarendo che tale espressione, ripresa dallo “Zarathustra” può essere commentata, e tenterò di farlo in seguito, in maniera seria, senza intenti parodistici, e quindi può essere commentata anche con questi ultimi intenti, come ho fatto con il mio divertissement, che ora commento (un commento critico a commento di un testo umoristico).
Il tratto iniziale è indubbiamente, come subito si capisce, una parodia al capitolo dello “Zarathustra”, relativo all’episodio del funambolo, che scavalcato con un “salto” dal tipo arlecchinesco cade dalla corda tesa e muore, un “tuffo” mortale, a cui quello mio “incauto” in un certo senso assomiglia, nella sua figurazione di “superamento” con un “salto”, e non di un semplice superamento meno fulmineo. Per quanto riguarda la messa in scena degli acusmatici e dei matematici dell’Accademia di geometria di Teeteto II, essa è stata operata con personaggi di una storia pregressa da me narrata (“I numeri glaciali”), che qui superiamo con un balzo, riuscendo a non cadere.
Le interferenze della voce dissonante, che emerge in superficie dal fondo della narrazione, è una ripresa di quelle scene abituali nei talk show televisivi, dove più voci dissonanti si accavallano, e il conduttore si affanna a regolarle, dicendo che altrimenti “a casa” non capiscono, invece a casa hanno già da sempre capito quelle “caciare”. Ma l’espediente serve anche a descrivere le scene emergenti dell’inconscio, secondo l’immagine freudiana dei disturbatori, che tentano di entrare nella sala, dove si sta tenendo una tranquilla conferenza, e che vengono respinti fuori, così come accade alla coscienza, quando rimuove ricordi spiacevoli, che tentano di riemergere.
Per quanto riguarda Z., controfigura di Zarathustra, viene imitato dal “vociaro”. Questo personaggio rivela di essere Pitagora, pronunciando una battuta ieratica , che è l’adattamento di una simile pronunciata dal folle Johannes, protagonista del film del regista Carl Theodor Dreyer (1889-1968) “Ordet” (“La Parola”) (1955), interprete di una delle tante “figurae Christi” che si incontrano nell’opera del cineasta danese. La battuta pronunciata nel film da Johannes la ripeto a memoria: “Io sono quello stesso che duemila anni fa voi condannaste nel mio stesso nome: io sono Gesù di Nazareth.” Con la vicenda mentale e biografica di Nietzsche siamo in tema. E approfitto di quest’ultimo riferimento, per un commento alla battuta sussurrata da Zarathustra al saltimbanco morente: “L’anima tua morirà prima ancora del tuo corpo: ora non temere più nulla.” La battuta rovescia la dottrina evangelica della sopravvivenza dell’anima dopo la morte, per Nietzsche un sinistro presagio della sua follia.
Posta un commento